Inediti *FAIRY’s poems* Simona Mascia


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*

“SECRET”

Quando

i Sogni

mentono

un ragno tesse la tela

Ti raccontero’ gli Alberi ­ il loro

estendersi in silenzio

passeggia

la via

intanto t’Ama

come lo si fa

in Segreto.

**

“CLESSIDRA”

Gli Spazzacamini

sono

quasi estinti

cosi’

le Favole

che li videro

indiscussi protagonisti

Smettetela ­

di costruire

ruote

per criceti

in modo tale che

dopo Tre Noccioline

loro anche potranno migrare

per similitudine

Riproponendo – si

in nome

di quel Gioco

che si chiama Vita.

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***

“ UNA “

Mi Autoadotto

per intanto Mi amo

estensibile ed intelligibile

illimitato

lo scompiglio

ebbene ­

altesi’ La

relazione amorosa

La Bellezza

la Poesia

l’Amore

salveranno

il mondo

Tu ne hai facoltà

diffondine voce.

****

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“IMPRESSUM”

Muta il vento

sia scelta l’ovunque

La Bellezza

la Poesia

l’Amore

salveranno

il mondo

Tu ne hai facolta’

diffondine voce.

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******

“ Qui ed ora “

Non aspettate le vostre ceneri

coinvolgete i corpi e gli spiriti

agite come privati di senno

con i battiti all’impazzata

ed il calore

che unisce ­ ovunque vi troviate

Non aspettate le vostre ceneri

desiderate – possedete.

*****

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“Trasmigrazione d’anime”

Modellare negoziando

il trambusto

per nulla sarebbe utile

la scolorina

E’ morsa di Totem

arguzia proibita

si fa Lambendo ­

imperturbabili

Atmosfere

d’eclettismo

nei Cantici.

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Inediti di Francesca Dono


dono

-cinque palazzi-

si aspetta l’aria.
Il caffè nuota dentro una tazzina.
Al di là del davanzale cinque palazzi nel vuoto. Molti sono consumati.
Osservo la stasi.
Un uomo si sporge dalla ringhiera .
Sistema di sistema
da ricomporre la ragione del mondo.
Ma un parco verde entra nel vetro. Apre un largo di finestra.
Giunge ora un’altra scena a sollevare dai fondi
Arrivo persino a stare a bordo del palazzo con una valigia.
La valigia dentro una tazzina. Un attimo.
-La valigia legge il mio destino: compio un dovere, non posso sciuparmi
al primo confine-

*

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Contest: I racconti della mezzanotte – II° edizione – “Morti a parte” di Roberto Marzano


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Sono steso a terra. La cornetta di un telefono dondola lenta davanti alla mia faccia. Sembra una pendola che batte un tempo lugubre, mortuario, accompagnata da un inquietante ronzio in sottofondo. Credo sia assolutamente il caso che venga un dottore, arrivi subito a salvarmi la vita che sento abbandonarmi pian-piano. Sul mio cranio percepisco i fuochi di varie ferite lacero-contuse. Non solo: devo avere anche qualche frattura in basso, probabilmente al bacino e al femore destro, perché il tentare di muovermi mi procura un dolore insopportabile.
Non riesco in nessuna maniera a immaginare come possa essere arrivato a trovarmi in questa situazione. Vorrei spostare un poco la testa, fare in modo che quella maledetta cornetta la smetta di compiere il suo moto perpetuo proprio davanti alla mia faccia, o che almeno la pianti di oscillare perché, in quest’inusuale frangente, la cosa mi innervosisce parecchio.

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Prospettive. Omaggio di parole a Francesco Malavolta


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Francesco Malavolta è un fotogiornalista. Dal 1994 collabora con varie agenzie fotografiche nazionali ed internazionali, con organizzazioni umanitarie quali l’UNHCR e l’OIM. Dal 2011 documenta, per conto dell’Agenzia dell’Unione Europea “Frontex”, quel che accade lungo i confini marittimi e terrestri del Continente. Da subito orienta quasi totalmente i suoi lavori sulle frontiere e di conseguenza sul flusso migratorio dei popoli, in particolare su quello proveniente dal mare. Segue le vicende dall’immigrazione fin dall’inizio degli anni Novanta, dai tempi del grande esodo dall’Albania. Semplice e rigoroso il suo metodo di lavoro: studiare, documentarsi, prepararsi a ogni servizio come se fosse il primo. Non dare mai niente per scontato. E “disarticolare” con le immagini l’idea che le migrazioni siano una specie di fenomeno idraulico: un “flusso” dove gli individui, il loro nome, la loro identità, e il loro sguardo, non esistono più.

***

*Zeitgeist è un termine intraducibile della lingua tedesca che indica lo spirito, l’anima di una determinata epoca e che si riflette nella cultura, nella letteratura e nelle arti in generale. Questo lemma intraducibile sembra il più appropriato per raccontare il senso dei 20 anni di carriera di Francesco Malavolta che coi suoi scatti racconta lo spirito del nostro tempo.
Il suo lavoro di ricerca e vivida testimonianza si snoda a partire dagli sbarchi sulle coste pugliesi degli albanesi in fuga dalla dittatura e prosegue fino ai giorni nostri su vari scenari: Macedonia, Serbia, Grecia, Italia. Nei suoi scatti troviamo una umanità dolente che continua a lottare senza soccombere alle ingiuste umiliazioni cui viene esposta, una umanità caparbia che un passo alla volta guadagna centimetri di libertà, quegli stessi centimetri che sommati diventano chilometri e che lui non esita a percorrere insieme ai viaggiatori delle sue foto.
I suoi scatti sono pervasi da una religiosità che oltrepassa la singola religione codificata per abbracciare la Vita stessa, tutta intera, nelle sue poliedriche manifestazioni: una madre che costruisce un salvagente di polistirolo attorno alla figlia, una coppia che si ritrova dopo un naufragio, un padre disperato con un figlio in lacrime, un anziano con un bastone che arriva a toccare le coste greche. Per quanto tumultuose e movimentate siano le scene riprese, dai suoi scatti affiora il silenzio di chi rimane attonito di fronte al miracolo della Vita che nasce e ri/nasce toccando terra. Un silenzio che è insieme profondo rispetto e compassione, nel senso più strettamente etimologico del termine, per questi popoli in movimento di cui reca testimonianza documentando lo spirito di una epoca -la nostra- che sembra essere rimasta senz’anima.
“Pure quando consideriamo la storia come un simile mattatoio, in cui sono state condotte al sacrificio la fortuna dei popoli, la sapienza degli stati e la virtù degli individui, il pensiero giunge di necessità anche a chiedersi in vantaggio di chi, e di qual finalità ultima siano stati compiuti così enormi sacrifici”
(Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia)*

Di MariaGrazia Patania
Direttrice e creatrice del Collettivo Antigone

***

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“Miliardi a tener le ali sospese.
Chi non ha mai sognato di volar via come una farfalla?”

Di Yacob Founiy

***

Omaggio Malavolta MG Patania

Deve Esserci nel mio corpo
Un punto in cui si annida tutto il dolore del mondo.
Una frattura da cui passa il vento
Ed entra la pioggia.
Un lago salato dove annega la gioia.
Le mie costole rimbalzano del pianto dell’uomo picchiato
E tremano della donna violata.
Tutto è finzione.
Eppure questo mio dolore è reale.

di MariaGrazia Patania

***

Francesco Malavolta - home_1_bis

natività – versi di Angela Greco

*

C’è del sacro in questa salvezza d’umanità
chesenza sorriso guarda la notte
e tra le braccia
– in un attimo caravaggesco –
al domani.

Nell’anticipo di apocalisse sulla sponda opposta
fauci di drago sputano sulla quotidianità
abbandonata d’un fiato e d’un battito
per tentare l’approdo
tra i miracoli del baratto con la sorte.

Attorno alla Madre
si stringe l’ostinazione di sopravvivere.
Nell’affanno della riva
una sedia attende il ritorno
arrugginendo di lacrime e silenzio.

(inedito)

***

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Fare un passo di lato
uscire dal percorso
infrangere il tracciato
se cadiamo è la morte
ma poi cos’è la morte?
assenza di pensiero e sensazioni
tornare al dio-natura
liberi finalmente
perché ci fa paura?

Acqua culla di sogni
acqua les bras ouverts
abbandono affrancato da emozioni
acqua lieve assassina
Nulla è rimasto versi di Prevert
e sonetti d’amore di Neruda
non c’è poesia nel male
inviolabile e nuda
fatale e cristallina

L’agonia della luce
si fa certezza
nell’anno della falce
una lunga amarezza
l’oscuro si rivela
Anche i miti ci lasciano
veleggiano nel buio
anche Londra l’Europa
persino Bud ci lascia

Svelta cala la tela
rotta da un colpo d’ascia
al cupo limitare dell’inverno
e tanti troppi arrivano
trascinati da un canto che seduce
un’illusione di sopravvivenza
e – forse – di conquista in un disegno
coltivato dal cielo o dall’inferno
con rigida coerenza

di Guido Mura

***

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PROMESSE FALSE di Angelica D’Alessandri

Si guardava intorno per comprendere il suo destino:
non era più una questione di vita o di morte, ma di felicità.
In quel momento pensava: “Posso veramente ricominciare una nuova vita da qui”.
I guizzi del mare sotto di lui erano l’unica consolazione in quel momento.
Aveva sempre pensato che il mare era come un altro mondo, a sua volta vivo, e in quel caso era la via della salvezza.
Una scialuppa di salvataggio si avvicinò alla nave stracolma, e il suo cuore si riempì di gioia.
Una felicità inusuale, forse insulsa.
Un bambino in fuga.
Dopo ore di interminabile attesa li portarono tutti in un edificio.
Niente privacy, niente gioco. Tenuti come bestie.
Rimase lì, i suoi occhi sognavano quelle acque turchesi.

***

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-Non so come tornarci dagli occhi di spalle
con filo spinato
commozione è la larghezza dell’acqua
se metti memoria alle ali
un sorriso di grano sottobraccio
ci vedremo nodo a testa in giù
-un uomo quando vede una donna negli occhi
apre ai chicchi
prima di saltare la memoria
se per caso hai agitato le acque di coltelli
due pugni di resina dagli alberi
e hai fotografato i sopravvissuti
le lodi alla serenità
saranno ali fatte di un giorno solo
per l’intera linea degli occhi
e gli scatti del respiro profondamente
farli diventare immune all’assenza
Cerchi un giorno in particolare?
Ti dipingerò così tante volte con quel giorno e la selva
lo so, non si vede l’errore mentre sbatto le ali alla luce
il bianco è la danza dell’acqua quando ama
e taglia legna
Amore, sì, sulla luna c’è senza ombra di dubbio respiro
uno strato eterno tuo e mio d’aria
e poi grotte grovigli carri armati

di ANILA HANXHARI

***

Spesso si salpa già morti, la speranza non sempre è in grado di annientare tutti i ricordi, spesso inseguo ciò che tu hai e non apprezzi, forse mi basterebbe ciò che getti via ad ogni tramonto, forse, non so. Ho sentito dire che c’è la televisione, è lì che ho visto per la prima e unica volta il mare, ho sentito dire che ci sono abiti diversi per ogni nuova occasione e mi hanno raccontato che non si muore di fame, che c’è una cura adeguata per ogni male, che si vive di originali abitudini, che se infrangi le regole c’è sempre qualcuno pronto a difenderti. Io, che non ho mai visto il mare, ora vedo solo mare, mare dappertutto, mi sento solo come quando camminavo tra le disperate e impaurite strade, con la differenza che qui non puoi gemere o gridare, devi stare muto e pregare, anche se non hai un Dio, anche se il sudore freddo dell’onda lunga ti secca l’anima. La nave si è allontanata dalla costa come fa un ubriaco quando abbandona l’osteria, che sa di aver una casa, ma non sa dove. Il mio corpo è una ciurma di fragili ossa dagli occhi immobili e la stella che cade non è mai la mia, vorrei qualcuno mi svegliasse.

Di Luca Gamberini

***

fm

-sul mare intatto- di Francesca Dono

sul mare intatto
___dimenticare
è un obbligo_ dovuto alla nebbia che di noi si nutre.
________Sta qui la feluca a vegliare l’aria.
La velocità della luce. In alto
_ dentro la bianca giovinezza .
-Gradazioni di colori-
Passano lanette azzurre.
________Pende un filo. Impassibile
tra il buio e la soglia della guerra.
_ Si colma di tutte le cose
senza grazia. Secondo il libro dei dannati.
_____ |Chen fu l’inquieto. Scivolato nell’abisso|.
———- Thomas l’immigrato. Entrato da un tetto senza stelle.
{…Mi distendo fino al davanzale del vicino.
Pareti ristrette. Dorothy seduta ad un tavolo sterile.
Ha conosciuto la deriva. Tutto avvenne
per continuare.

Intanto apro l’orizzonte per spingere
il dovere dei pesci.
Nuotare indenne._____
Pensare in stanze di petali.
Stanza dopo stanza. La chiave.
< Dice: spazio e prendere e portare>.
Talvolta anche Erich giunge. Ci amiamo.
Poi donne e neri
si spingono nel nostro Vietnam.
La massa è saziata. Disserrano dai lacci negli stivali.
Grigi cementi .
Vibrando.
E l’oriente stordisce.
Una voce che scava nel tempo.

***

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LIBERTÀ di Izabella Teresa Kostka

Me la sognavo,
profumata di terra del solleone
tra i cespugli di timo e le bianche scogliere,
lontana dalle grida dei vigliacchi scafisti
erranti sulla riva come un branco di iene.

La sognavo,
sul barcone affollato di ombre,
coperto a strati di rifiuti umani,
aggrappato al buio agli scarti di vita
dissetato soltanto con agro sudore.

Incidevo sulla pelle il suo nome
usando il sangue come inchiostro.

L i b e r t à !

L’ ho trovata all’alba,
abbracciando la Morte,
naufragando sperduto tra i flutti del mare.

***

VIAGGIO di Marino Santalucia

Invece del ritorno
prenoto un orologio che finga le ore
che mi prenda la mano
per non dimenticare.

Il chiasso delle onde
è voce a cui non si sfugge
ed io naufrago
dentro me.

***

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ERI MIO FIGLIO di Izabella Teresa Kostka

Eri mio figlio.

Sul paffuto visino non portavi sorriso
sfrattato dalla smorfia di puro terrore,
le tue piccole mani sporche di fango
m’abbracciavano ferite con scheggiate unghie.

Non hai più madre,
è rimasta a terra
calpestata dalla folla di esodati,
con l’ultimo sospiro t’ha avvolto per sempre
affidandoti allo spirito dell’ingenua speranza.

Eri mio figlio,
un cucciolo umano
dalla pelle lacerata dagli spari e dal sole,
l’immagine eterna dell’innocenza
umiliata dall’odio, dal disprezzo, dalla rabbia.

Un ritratto squarciante di sofferenza,
immortalato da uno scatto
per accusare il Mondo.

***

poveri cristi

Poveri cristi di Roberto Marzano

Echi di passi nei pressi di foschi preludi
una scarpa mostruosa che bracca sicura
crude prede sbranando a morsi la strada
la tomaia che affligge e il laccio che strozza
mentre il tacco calpesta crudele le teste
noci secche in frantumi di fango, di bile
non c’è cura o rimedio all’assedio che avanza…

L’incedere zoppo di quei poveri cristi
incatenati agli incroci a guardare sgomenti
piedi sfatti incatramati di ghiaia e di sangue
freddi raggi di soli malati che calano ciechi
un torpore letale di fame che torce la pancia
come cala improvvisa la notte coprendo
di una grandine bruta l’asfalto fumante.

Si farà grosso spreco d’acquaragia ai confini
per cancellare quei colpi di pennello indigesto
si farà strage di crani e di braccia bambine
roteando manganelli di pietra a sgranare rosari
d’occhi stanchi trafitti da ombre spalancate nel buio…

***

WESTERN bALKAN Francesco Malavolta

IL DOLORE DEL MONDO di Laura Pezzolla

Tra le colline
di granelli spessi
incrocio carovane
di migranti
non possono far male
le cadute
se inciampo e annaspo
tra le dune in corsa
vulnerabile al vento
alle tempeste
al tempo che rovescia
le scorie dei miraggi.

Tornando con giudizio
alla vita di sempre
imparo l’arte
dello scomparire
mi rannicchio dentro
l’occhio del ciclone
abbasso la testa
abbraccio le ginocchia
disattivo i muscoli

sopravvivo nel silenzio
ignorando la folla
ma il dolore del mondo
penetra la pelle
buca fossili
di madreperla
si fa grumo legnoso
che non scioglie
e viaggia nelle vene
dentro un overdose
di tristezza.

***

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Storie incompiute di Maria Allo

In un lungo viaggio l’orizzonte diviene viatico .
Strappato alla corrosione del tempo e alla gloria della memoria
L’orizzonte diviene terra calpestata sopra onde scisse
Il vento si porta via le parole e respira quell’amore
Che racconta il mare misurando il silenzio
E pietrifica goccia a goccia l’attesa di altri cieli.
Ricerca di mani nell’incresparsi dentro le parole
Ma sulla rotta impietosamente
Si sfalda tra le vene la speranza di ritrovarsi
Solo occhi rossi e sgomento tutti inermi
Senza passato né futuro
In agguato solo un fottuto naufragio
Come punto d’arrivo
Eppure lo sguardo attende una mano
con una distanza ancora da colmare
in un mare al vertice del cielo non lontano dal cuore

***

a

c

d

Ecatombe: Mediterraneo rosso di Mariella Buscemi

E fiori sui fondali
tingersi di cupo
screziarsi di rosso
in settecento petali d’amello
e dei pistilli
da polline a cenere
il cuore si fa stiva

Ché migrare verso la speranza
fosse Cielo?
_Nell’abisso

Tratta di morte
nell’acque rosse
a rievocare Nilo
sì che s’abbatte come piaga
tra i corpi ammassati si piega

| In-coscienza dis-umana |

Mas-sacro

***

Immagine

Venite la di Romeo Raja

Come una foto
un niente di un soffio fermato
dopo che in posa
imbroglia un fotografo e un attimo,
le nostre coscienze
mentre.

***

G R A V I T – (0) Invocazione a Binah Shabbathai, Saturno


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Dimensioni: 18 x 18 x 23 cm circa
Tecnica: Scultura in ferramenta sospesa tramite fili.
(14 – 11 – 8 – 5 – 2 – 1 – 1 – 0 – 0; spazi fra le lettere del nome)

L’Invocazione a Binah è un’opera molto personale e di natura essenzialmente spirituale.
Binah (termine che significa comprensione in ebraico) è il terzo Sephirah dell’Albero della Vita, il glifo della Cabala che sta alla base di tutta la tradizione esoterica occidentale e che rappresenta il processo di emanazione dell’Universo da parte di Dio attraverso l’identificazione di dieci principi o ricettacoli di forza detti appunto Sephiroth. Una trattazione più esauriente dell’argomento sarebbe ovviamente impossibile e superflua in questa sede; basti dire che Kether, il Sephirah primordiale che rappresenta l’Unità Essenziale senza forma né attributi – qualcosa che potrebbe definirsi come l’idea in assoluto più trascendente di Dio, analogo per certi versi al Tao cinese – si scinde nella seconda fase del suo sviluppo nella coppia polarizzata Chokmah–Binah: il Positivo ed il Negativo cosmici, il Maschile ed il Femminile assoluti, il Dinamismo e la Staticità fondamentali; i pricipi taoisti di Yang e Yin.
Binah racchiude dunque in sé l’idea di Forma in opposizione a quella di Forza, della Materia come controparte essenziale (e, cosa fondamentale, altrettanto sacra e divina) dello Spirito: secondo la cosmogonia cabalistica, la manifestazione della forza attraverso il veicolo stabile della forma (detto altrimenti, l’incarnazione dello spirito) avviene soltanto quando si sia raggiunto un punto di equilibrio vivo, attivo, tra tensioni energetiche interagenti – stato che ho riprodotto nella mia opera, in cui la ferramenta è sospesa e tenuta in posizione da un preciso bilanciamento di gravità e magnetismo. Ho scelto di utilizzare prevalentemente questo materiale grezzo – ferramenta vecchia, arrugginita e polverosa – per richiamare sia fisicamente che concettualmente l’idea generale di forma come conseguenza di forze in equilibrio (da cui discende il concetto più particolare di materia come esito di energie mentali armonizzate) che è peculiare di Binah; gli elementi che le sono tradizionalmente attribuiti sono infatti Terra e Acqua, entrambi densi e ricettivi a differenza di Fuoco ed Aria, sostanze sì energiche ed evanescenti ma pericolosamente dispersive o addirittura violente se lasciate libere di vagare per l’Universo (o per la Mente) senza essere bilanciate dalle loro complementari – incanalate, dunque, e concentrate in un veicolo: questo il motivo della forma sferica, cava, che chiude e raccoglie – prototipo geometrico dell’utero archetipale della Grande Madre Cosmica, la cui natura è duale come sottolineato dal suo doppio appellativo: Binah è infatti detta sia Ama, l’Oscura Madre Sterile (la ferramenta compatta, dai toni spenti), che Aima, la Lucente Madre Fertile (i punti di luce dati da brillantini e lustrini). Essa è considerata datrice sia di Vita che di Morte, in quanto lo Spirito – la cui natura è imperitura – attraverso l’incarnazione raggiunge sì la sua pienezza evolutiva, ma diviene anche soggetto alla ciclicità vita-morte che è propria della natura corporea.

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La forma sferica nel contesto della mia opera è collegata anche all’immagine dell’uovo, l’Uovo Filosofico – lo strato inferiore, più spesso, in procinto di avvolgere completamente quello superiore nell’atto vivo di formazione del guscio, pronto a espandersi anche oltre la struttura in legno che lo sorregge – e a quella di un pianeta, Saturno (divinità corrispondente a Binah), del quale l’opera è mia personale astrazione. A ben dire, la mia creazione non è perfettamente sferica: se la si osserva con attenzione, si nota una leggera squadratura, come se fosse in atto una metamorfosi in cubo, figura geometrica associata nella Cabala al quarto Sephirah, Gedulah, il quale emana da Binah in uno stadio successivo dello sviluppo di quest’ultima: l’Albero della Vita, e come esso l’Universo manifesto e la Mente, non sono stati, bensì processi. Il divenire è proprietà di tutto ciò che si manifesta; l’Essere, solo dell’Assoluto che lo sottende.
Un ulteriore richiamo agli attributi di Binah è il colore Nero, associato al terzo Sephirah in quanto anch’esso onniricettivo. Fra la ferramenta ho inserito anche qualche conchiglia – come ho accennato in precedenza, l’Acqua è uno degli elementi di Binah, detta anche Marah, il Grande Mare, la culla primitiva e materna della vita.

Come ho detto, l’opera è strettamente personale: ho scelto coscienziosamente di concentrarmi su questo Sephirah e sui suoi attributi in quanto l’ultimo periodo della mia vita (e forse non solo quello) è stato eccessivamente sbilanciato verso tutto ciò che è mentale e teorico. Come sperato, la realizzazione di quest’opera si è rivelata essere la forma più intensa di meditazione a cui potessi aspirare.
Ora è qui nel mio atelier a ricordarmi costantemente di non “evaporare” nei miei pensieri, a tenermi ancorata a una parte di me che spesso tendo a trascurare.
Questa rude ferramenta produce un lieve e soave tintinnio quando un filo d’aria la smuove: allo stesso modo, lo Spirito fa rilucere e cantare la Materia – senza mai dimenticare che se non ci fosse la ferramenta, l’aria da sé non produrrebbe alcun suono.

(A quest’opera ne succederanno altre sempre sul tema della gravità.)

Ilenia Pecchini

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G R A V I T – (0)

Invocation to Binah
Shabbathai, Saturn

18 x 18 x 23 cm
Sculpture; ironware suspended by strings.

“Invocation to Binah” is a deeply personal and essentially spiritual artwork.
Binah (which means “comprehension” in Hebrew) is the third Sephirah of the Tree of Life, the cabbalistic glyph which underlies the whole western esoteric tradition and which represents the process of emanation of the Universe from God himself through the identification of ten principles or receptacles of forces called Sephiroth. It would be impossible in this context to be exhaustive about this incredible subject, so I’ll try to be short: Kether, the primordial Sephirah which symbolizes the Essential Unity with no shape nor attributes – something that could be described as the most trascendent possible idea of God, similar in some ways to the chinese Tao – in the second phase of its evolution splits itself into the polarized couple Chokmah-Binah: the cosmic Positive and Negative, the absolute Masculine and Feminine, the foundamental Dynamism and Stillness; the taoist principles of Yang and Yin.
So, Binah holds the idea of Shape in opposition to that of Force, of Matter as the essential (and, which is extremely important, equally sacred) opposite of Spirit: according to the cabbalistic cosmogony, the displaying of force through the steady vehicle of shape (in other words, the incarnation of the spirit) only occurs when it is reached a point of alive and active equilibrium in the interaction of energetic tensions – state that I reproduced in my artwork, in which the ironware is suspended and held in position by a precise balancing of gravity and magnetism. I chose to use this raw material – old and rusty ironware – to recall both physically and conceptually the general idea of form as a consequence of the equilibrium of forces (from which descends the most particular concept of matter as a result of harmonized mental energies) which is peculiar to Binah; the elements that are traditionally ascribed to this Sephirah are in fact Earth and Water, both dense and receptive unlike Fire and Air, energetic and evanescent substances that can become dangerously wasteful or even violent if let free to roam through the Universe (or through the Mind) without being balanced by their complementary ones – canalized, then, and concentrated in a vehicle: this is the reason why I chose the spherical shape, an hollow one, which encloses and gathers – a geometric prototype of the Great Cosmic Mother’s archetypal womb, which nature is twofold as underlined by her double appellation: in fact, Binah is both called Ama, the Dark Sterile Mother (the compact ironware, with its dull tones) and Aima, the Bright Fertile Mother (the spots of light given by glitters and tiny diamonds). She is considered to be the giver of both Life and Death, since the Spirit – which essence is imperishable – through the process of incarnation both achieves its evolutionary height and becomes subjected to the cycle of life-and-death which is typical of the physical nature.

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The spherical shape in the context of my artwork is also linked to the image of the egg, the Philosophical Egg – the lower layer, which is thicker, is about to completely envelop the upper one in the living process of formation of the shell, ready to expand even over the wooden structure which supports it – and to that of a planet, Saturn (who is also the god associated to Binah), of whom the artwork is my personal abstraction. Actually, my creation is not perfectly spherical: if you observe closely, you will notice a slight hint of squaring, as if the sphere was about to begin a metamorphosis into a cube, the geometric figure which stands for the fourth Sephirah, Gedulah, emanated from Binah in a subsequent stage of her evolution: the Tree of Life, and with it the whole displayed Universe and Mind, are not stages, but rather processes. To become is the propriety of everything which displays itself; to be, that of the Absolute which underpins it.
Another hint to Binah’s attributes is the colour Black, linked to the third Sephirah since they’re both omnireceptive. Between the ironware, I also put in a few shells – as I mentioned above, Water is one of Binah’s elements: she’s also called Marah, the Great Sea, the primitive and maternal cradle of life.

As I said before, this artwork is closely personal: I conscientiously chose to focus on this Sephirah and on her attributes because the last period of my life (and maybe not just that) has been exceedingly unbalanced towards everything that is mental, spiritual and theoretic. As I hoped, the creation of this artwork has revealed to be the most intense form of meditation I could aim to.
Now it is here in my atelier, constantly reminding me not to “evaporate” in my thoughts and helping me to give space to a part of me that I often tend to ignore.
This raw ironware makes a straight and gentle tinkling when a breath of air moves it: in the same way, the Spirit makes the Matter shine and sing – never forgetting that without ironware, the air itself would not make any sound.

(More artworks on the subject of gravity will be coming soon.)

Photo: Riccardo Pecchini

Ilenia Pecchini

(Christian Humouda)

 

Alessandro Assiri su “Le prime volte non c’era stanchezza” di Luigi Finucci – Eretica Edizioni


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Ma chi esercita il diritto di essere deboli in mezzo a questo mormorio bretoniano, in mezzo a questa arroganza e che cos’è questa debolezza se non la cifra delle nostre mancanze. È qui, a mio avviso, l’interrogativo che si apre leggendo questa agile raccolta di Finucci per Eretica edizioni, qui in questo tentativo di riconciliazione non tanto con la parola, ma con l’onda emotiva che la costituisce. Con l’uso di una versificazione pulita e mai sopra le righe Finucci dipana i ricordi in una memoria che ha un che di primitivo e di gestuale, una memoria che è cammino iniziatico molto più che odore evocativo. Inevitabilmente la silloge paga la disorganicità delle prime prove, ma è bilanciata dalle intuizioni e dalla bellezza di molti versi incisivi. Credo che leggendo il lavoro di Luigi senza preoccuparsi della titolazione dei componimenti si possa arrivare ad apprezzare la sua scrittura in un modo che si apre a un discorso che diventa quasi narrazione, testimonianza di un attraversamento compiuto con occhi attenti.

di Alessandro Assiri

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Alcune poesie presenti nella silloge:

AL MARE HO VISTO I GABBIANI

Quando il bianco era nel cielo
andavo al mare di mattino.

Tra due barche e una conchiglia
i piedi calpestavano
l’arena del gioco
dove il confine tra
la spiaggia e le battaglie
era il tempo.

A maggio il mare
era basso di statura,
i castelli erano lontani
[dalla riva,
così nel silenzio
lo stridio tornava dalla burrasca
ma non ricordo quel mattino.

*

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Inediti di Maria Grazia Insinga


ph Ariane Deschamps

ph Ariane Deschamps

***

Non è

Le vertigini nei capelli al monopolio della rosa
e l’onniveggenza che non è illuminava proprio niente.
L’ordine segreto disordinava tra cigli e ciglia
e ogni legge, come di consueto, avrebbe dovuto
schiantarci in un dirupo o di sonno.

*

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