Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Josephine Cardin


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Nata a Santo Domingo, Repubblica Dominicana, Josephine Cardin è una fotografa delle belle arti che è cresciuta nel sud della Florida e che ora vive e lavora a Rochester, NY.

Attualmente, Cardin sta sviluppando il suo lavoro di fotografia figurativa contemporanea, ispirandosi alla musica, la danza e alle tematiche umane della solitudine,dell’ isolamento,del la paura e della trasformazione. Sempre un artista in qualche modo, Cardin ha cominciato come una ballerina, prima di perseguire una formazionedi arti tradizionali e infine concentrarsi completamente sull’arte dal 2010.

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VERSO|| DOPPIO|| SENSO – 1 – di Silvia Rosa


[Ma chi aspetti, donna mia, ragazza fiore all’occhiello dei tuoi anni spampanati via dal buio secco degli addii?Hai messo su radici serpi che legano i capelli a terra in un groviglio di non ancorae i polsi immobili stretti allo stesso desiderio biascicato inutile, hai perso la contadei giorni, che in un presente appiccicoso di paure ricomincia sempre dalla fine, da quando gli occhi hanno incontrato il rovescio della luna, ma da dove mi scrivi, sorella mia, e perché attendi ancora una risposta da te stessa, muta?]

da “CARTOLINE DEL TROPICO CON DONNE”, di JORGE ENRIQUE ADOUM(in “L’amore disinterrato e altre poesie”, traduzione di Raffaella Marzano, Multimedia 2002)

I.

Di spalle al mare, arrabbiate con il mare,
guardano passare lento il pomeriggio che spazza via la domenica
che spazza la polvere che ha lasciato la settimana barcollando.
Giovani, troppo, se ne andarono i maschi a cercare lavoro.
“Bah, pretesto per andarsene” dicono con una pena oceana.
Ancora le rattrista la pioggia nelle ciglia
esososospirano crepuscolari di memoria e nubilato.
“Tornerò, mi disse. Gli dissi: Perché se vuoi andartene.
Però lo aspettavamo il mio corpo e io,
forse io solamente”.
Davvero
nessuno le lambisce la schiena con gli occhi,
nessuno le vede il sesso con una lingua miope
e solo il vento asciuga con sabbia fra le gambe
la loro saliva di mare? Non lascia il sabato
morsi di uomini sulle loro spalle
che le proverebbero oggi accoppiate?/
“Mai?
“Giammaimaipiù?”
A un tratto due si guardano, imbruniscono
e tremano. Si scoprono amabili e, brumose
intuiscono, celebrazione liturgica simmetrica,
l’amore allo specchio fra due vergini.

III.

Le piacevano gli uomini, sanamente, e a loro la birra.
Per questo aprì l’unico bar del paese (una tavola e tre sedie
che teneva nella sala) sul lato della strada, frequentato
dai solitari che parlano tra loro sull’orlo della domenica.
(Gli altri giorni i cani, le galline e i maiali
si rotolano sotto i mobili e un avvoltoio a volte
si abbatte sulla tavola e fissa lì il suo territorio.)
La musica della sua radio rumorosa tra le mosche
arriva a dire che giorno è al carbonaio e alla sua signora
e guarisce il balbuziente dal canto della messa.
I marinai la cercano per sentire un’altra volta un’altra voce,
roca di acquavite e femmina, alla quale attraccano
dopo il viaggio con silenzio di iodio.
Chiede con insistenza di due volte
vedova e senza vedovanza (esageratamente vedova),
e senza capire la geografia orale delle spiegazioni,
dove sono i paesaggi delle cartoline
che qualcuno le mandava. (Le spillava alla porta
con il testo verso l’alto perché le notizie
le piacevano più delle fotografie.)
Chiede dell’uomo che doveva tornare
una domenica sera (da quindici mesi ormai),
che si portò l’orologio del marito (fermo all’ora
in cui fu ucciso da uno sparo) affinché lo riparassero
laggiù lontano disse, dove ci sono buoni orologiai disse,
e i suoi orecchini come pegno che sarebbe tornato
a metterglieli di nuovo (cerimonia nuziale?)
“con queste stesse mani che ti hanno amato ieri notte”
e portarsela in uno di quei paesi perché ridesse.
Chiede perché non è tornato né è tornato
a mandarle cartoline. Dove sta. Perché non viene.
(Se da qui si vede che il mare è piatto che scusa
ha.) Ditegli di venire. Che lui sa
che gli orecchini lo disturberanno all’ora di coricarsi
e che se non si è potuto riparare l’orologio non importa.
In fondo servì solo due volte quando segnò l’ora
in cui qualcuno se ne andava per sempre.

IV.

Lui verrà questa notte, clandestino. E non è
cospirazione con se stessi ciò che tenta
ogni amante contro l’altro? Non è cospirazione
alla sua età, quella di lei, fra lenzuola e ombre?

L’ho vista guardarsi nuda, e un po’ alla volta, che è più triste,
studiarsi diligentemente il corpo zebrato dal sole dietro le persiane,
attestandosi ancora adatta alle occupazioni notturne
se solo potesse levarsi le macchie dei colpi,
il passaggio dei parti e gli altri errori
e far sì che lui non le sentisse al tatto la tristezza
che la imbruttisce come un taglio nel ventre.

E poi, tutto come le altre volte, lo stesso
uragano di un altro maschio nello stesso letto,
presagi di un futuro che la volta scorsa
le durò solo fino a quando terminò di svestirsi,
il ricordo di una carezza sotto il cuscino
con cui tiene il conto dei suoi anni da sola,
calendario di prigioniero sui muri?

Fa male ricominciare una conversazione dopo aver
perso la parola.
Fa male resuscitare nello specchio ed accettarsi.
Fa male lasciar cadere di nuovo i bottoni della blusa
per riconoscere la strada di ritorno dal letto.

(…)

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Inediti di Ilaria Pamio: – Assolo per Joel-Peter Witkin


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CAMMINA CAMMINA

“Cammina cammina
sciocca bambina imbellettata
col girello d’acciaio fiorito
e il pizzo consunto.
Non li vedi?
Tutt’intorno a te
ridono, sbellicandosi a terra
e anche il pittore s’è fermato.
L’unico è un uomo
immobile sull’uscio
non parla, pensa:
sì, ma chissà a che cosa”

(lila Ria, 16 ottobre 2016)

*

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IL CAPPELLO

“Andai al matrimonio
col mio cappello migliore.
Tutti mi guardavano
la pelle dai fianchi
strabordava.
Indossavo le mie calze
d’acciaio fino
e, sebbene avessi scordato lo smalto,
me ne fregavo!
Avevo pur sempre una cosa
per cui tutti m’invidiavano:
il mio bellissimo cappello”

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Franca Alaimo su “La pietà del bianco” di Antonella Taravella – Carteggi Letterari Le edizioni, 2016


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“La pietà del bianco” di Antonella Taravella si coagula attorno ai due campi semantici del bianco (la luce, la neve, il pallore, l’infanzia) e il nero (il buio, la notte, il vuoto, l’assenza, il dolore, i corvi). Li attraversa trasversalmente la morte, poiché essa può appartenere all’uno e all’altro, se e quando dal disordine della lacerazione si trasforma in occasione di canto.
Il centro dell’ispirazione è la figura materna, della quale il testo d’apertura (una dedica in versi) dice: Per questa parte di me/ che vive ancora i tuoi occhi/ per questo sentiero che non smette di fiorire; e la seconda strofa del testo di chiusura: tutto il tempo che mi resta/ ti farò altare/ bianco che terrifica il vento/ e pregherò le cose di farsi neve; s’individua, dunque, a fine lettura, una struttura circolare entro cui la memoria ha il ruolo di catalizzare i ricordi e consegnarli alla poesia.
Quest’ultima assume su di sé la funzione di creare le più straordinarie giunture fra l’assenza fisica della madre e la presenza ostinatamente affettuosa della memoria, fra le figure del dolore, gli angoli ed i precipizi degli inferi, e gli itinerari dematerializzanti e trasfiguranti della parola. Per questo motivo uno dei termini più ricorrenti all’interno di questa silloge è “bocca”, il cui vuoto o buio o grido viene riempito e superato dall’irrompere della luce, dal suo sgorgo vittorioso.
La parola raggiunge, così, per la sua capacità di innalzare il dolore su un altare, di fare sacro l’evento incomprensibile della morte, la sua massima astrazione nel bianco della neve, rito di cancellazione delle cose del mondo, di purificazione, di rifondazione (come nella bellissima silloge di Yves Bonnefoy: Quel che fu senza luce. Inizio e fine della neve, che probabilmente è da indicare come il punto di riferimento più importante per la Taravella).
La poesia di Antonella Taravella si muove entro spazi ora d’introversione, ora di visionarietà: ne consegue un oscillamento fra la necessità di piccole tane protettive e calde (gusci, cappotti, mani, conchiglie) e quella di un’apertura verso ampi spazi d’aria e l’immenso, che mettono in campo una sensibilità stupefatta e lacerata.
La brevità spesso enigmatica, l’anti-convenzionalità dell’aggettivazione, l’ubbidienza alla sonorità dei significanti piuttosto che alla chiarezza del significato, fanno di questa poesia una sorta di rito arcano, i cui bagliori di bellezza seducono il lettore e fanno dei testi della Taravella quasi degli esercizi estetici aperti a interpretazioni infinite. Credo, infatti, che la mia sia soltanto una di esse.

Franca Alaimo

Intervista a Marta Bevacqua


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Chi è Marta Bevacqua?

Una ragazza semplice e sognatrice. Una grande lettrice prima di tutto e un’inventa-storie.

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Quando fotografi che cosa includi e che cosa lasci fuori?

E’ una domanda difficile. Alcune volte includo tutto, tutta me stessa. Altre volte di me vedo solo lo stile, e ovviamente l’idea, ma niente di più. Dipende come mi sento, dall’ispirazione del momento, da cosa ho voglia di lasciar trapelare. Ogni volta è sempre diverso.

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I libri di domani/5 – Intervista a Pietre Vive Editore


Come hai cominciato a lavorare nell’editoria?

In verità mi ci ha trascinato un amico. Per quanto mi riguardascrivo più o meno da sempre, ma visto che mi ritengo persona mediamente intelligente non mi sarei mai imbarcato in una avventura editoriale che, dicono tutti a ragione, prospetta soltanto «sangue sudore e lacrime». Invece mi ci sono ritrovato mio malgrado, per colpa di questo amico che prima mi ha proposto la cosa e poi è scomparso, e visto che ci ho preso gusto ma mi sentivo solo, ho pensato di fare come lui, trascinandoci dentro quante più persone possibili, nella speranza che anche loro un giorno creino altri mostri come noi. Chiamala pureuna forma virale di sadomasochismo collettivo.

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Quali sono le difficoltà che incontra oggi una piccola casa editrice?

Beh, gli autori di per sé sono già una gran rogna.Ma a parte loro, ladifficoltà maggiore è la mancanza di forze necessarie. Manca sempre qualcuno. Magari fai dei librifighissimi sotto il profilo grafico, ma ti manca un buon commerciale per venderli. Oppure hai un commerciale coi controcazzi, ma ti manca un bravo ufficio stampa per farlo sapere al mondo. Nelle grandi case editrici ci sono specifiche professionalità per ogni aspetto che riguarda il libro e la sua mercificazione. Nelle piccole realtà –a causa della minore forza economica – ti capita di doverti arrangiare, didover ricoprire da solo 10-15 ruoli diversi. Lo fai al meglio che puoi, ma non sempre col massimo dell’efficacia.

L’Italia è un paese che legge poco: quale pensi sia la soluzione migliore per attirare nuovi lettori?

Di sicuro andrebbero cercati nuovi modi di fruizione che siano in linea coi cambiamenti socio-culturali in corso. Dopotutto siamo il paese più telefonizzato del mondo. Magari si potrebbe pensare a una campagna per cui che ne so, zac, ti suona il telefono a sorpresa, e quando rispondi una voce ti legge una poesia di Leopardi o Montale o Caproni o un breve pezzo di un libro di prosa… Dovrebbe essere una cosa ministeriale, imposta dall’alto, così non hai scampo, è obbligatorio. Si potrebbe chiamare La buona poesia. Se chiudi prima della fine della chiamata, ti tolgono un euro di ricarica come punizione. Ma se ascolti tutta la poesia, rispondendo poi da una a tre domande quiz per vedere se hai capito qualcosa, e se rispondi a tre domande ti fanno una ricarica omaggio da 10 euro. I ragazzi potrebbero arrivare a odiarlo più della scuola stessa, sarebbe bellissimo!
Scherzi a parte, io sono di quelli che pensa che gran parte delle colpe siano della politica e della scuola per com’è organizzata ora. Quindi ricomincerei da lì, rimanderei i politici a scuola. Poi riformerei i programmi scolastici insiemeagli insegnanti, per una concreta aderenza ai loro problemi reali e a quelli dei ragazzi. Come ha scritto Claudio Giunta, se non ricordo male nella presentazionedi una nuova antologia da lui curata, si fra troppa teoria letterariae si legge troppo poco. Mentre la lettura, come puro fatto ludico, di piacere, dovrebbe essere il centro di tutto. Ancora, io sono figlio di un ferroviere e di una sartina. E non leggo perché sono un privilegiato. Leggo perché quando ero bambino, mio padre che ancora credeva nell’istruzione come valore, quando tornava da una trasferta mi portavacome regaloun libro, che in questo modo diventa un oggetto affettivo. Basta un po’ di sentimento, non è difficile.

Molti pensano che basti scrivere un libro e trovare qualcuno che lo stampi e lo distribuisca: ma cosa c’è dietro la pubblicazione di un singolo libro?

Tante di quelle cose orribili che a pensarci mi vengono i brividi, quindi nemmeno te le descrivo. Ti dico però che serve molto equilibrio psichico e ancora più pazienza.

Pensi che l’autopubblicazione online (offerta ad esempio da Amazon) sia una soluzione ottimale per i giovani autori che vogliono farsi leggere ma non trovano un editore?

Non ci sono formule giuste o sbagliate, secondo me, ognuno fa come vuole e poi dipende molto da come sa muoversi. Anni fa anch’io ho provato l’autopubblicazione. E ti dirò cheè stato il periodo editoriale più triste della mia vita. Ero completamente solo a far tutto, non mi divertivo, non potevo parlarne con nessuno,nemmeno per lamentarmi, e a un certo punto ero così stufo di far tutto da solo che ho cominciato a odiare il mio stesso libro e a non volerlo più portare in giro. Perché uno fa libri sì per il successo ma soprattutto per non sentirsi solo. Certo, ci sono anche gli onanisti del libro, gente che si compiace di se stessa fino al punto da avere degli orgasmi intellettuali mentre si legge nella propria stanzetta solitaria (li ho conosciuti, esistono davvero!), ma far leggere le proprie cose a un editor non è mai troppo male, perché magari l’editorvede delle cose che tu non hai visto, arricchisce il tuo lavoro di significati. Poi c’è gente che pensa che nelle case editrici sono tutti dei cialtroni e dei ladri e sceglie di non fidarsi di nessuno. Ma in quel caso c’è il serio pericolo che ne venga fuori un libro paranoico. Credo che in editoria funzioni come quando scegli un dentista. Ti informi. Se il dentista è bravo ci vai e ti fai curare, se invece senti che il tipo è un macellaio ma ci vai ugualmente, poi che fai?Te la prendi con l’intera categoria professionale per le tue scelte sbagliate?
A parte queste mie considerazioni, ci sono stati casi di gente che ha avuto successo anche con l’autopubblicazione, per cui non escludo nulla. Di regola però, parlo per me, come lettore non compro mai a scatola chiusa. Quindi, o compro l’autoproduzione di uno che conosco e di cui mi fido (anche solo avendolo letto in rete), oppure vado sul sicuro e mi affido al marchio editoriale che lo pubblica, anche se piccolo. Se il marchio lo conosco è bene, se non lo conosco vado sul sito e mi faccio un’idea studiando il loro catalogo.

Se potessi dare un consiglio ad un giovane poeta in cerca di editore, quale sarebbe?

Prima cosa, fondamentale. Lavora sulla tua voce poetica, cerca di avere una voce tua personale. Oggi si pubblica un sacco di roba tutta uguale, milioni di libri che dicono tutti la stessa cosa nello stesso identico modo. Sullo stile, sul verso, si può sempre lavorare, e se sei bravo ci lavorerai tutta la vita. Ma la voce, per quanto acerba possa essere, è solamente tua, e su quella devi lavorare tu, non può intervenire nessuno, nemmeno l’editore. E se ci prova è uno stronzo.
Seconda cosa, non ti chiudere in casa, con la paura che qualcuno possa rubarti le tue preziose idee, ma mettiti in gioco. Intanto, non capita quasi mai che qualcuno rubi le idee poetiche di uno sconosciuto, e poi non è detto che le tue idee siano così buone. Considera che quello della poesia è un lavoroanche relazionale(a meno che tu non sia Emily Dickinson, ma se sei la Dickinson allora non hai bisogno nemmeno di un editore). Quindi confrontati con gli altri. Non c’è niente di meglio che il confronto per capire se qualcosa va o non va nella propria scrittura, oppure per darsi conferma delle proprie scelte anche se agli altri non piacciono. Per cui apriti un blog, pubblica in rete, vai ai reading, se puoi leggi in pubblico, magari creati un gruppo di amici che condividano i tuoi gusti e ti ascoltino e chiedano a te di ascoltarli. E non dimenticare che se in tutto questo lavoro non ti arriva mai una sola critica, mai un dubbio o un commento negativo, significa che qualcosa non va.
Terza cosa, e qui cascano quasi tutti, prima di inviare qualsiasi cosa tu abbia pensato di inviare a un editore, fatti un elenco ragionato dei 10 libri di poesia più importanti usciti fra fine ‘900 e oggi e, se non lo hai già fatto (ma all’80% non lo hai ancora fatto), leggili prima di spedire e dopo rileggi la tua raccolta. A te male non farà. All’editorerisparmierà l’eventuale patema di dirti che la tua raccolta, per quanto bene intenzionata nel sentimento, non è in linea con quanto si produce oggi, non dico sul mercato (che è quasi inesistente) ma proprio nel panorama letterario.
Fare arte,e la poesia rientra ancora nel campo dell’arte, è un lavoro che richiede impegno.Uno ci prova ma non sempre riesce a tirar fuori un capolavoro, questo è umano, ma uno sforzo creativo, anche se non è riuscito al 100%, è sempre apprezzabile. Se c’è qualcosa di imperdonabile nell’arte è l’inutilità di un lavoro che non dice più nulla a nessuno perché quello che dice è nato vecchio.

Ci sono persone che leggono solo grandi classici o libri molto pubblicizzati: cosa può fare un piccolo editore per attirare l’attenzione del grande pubblico?

Diceva Brodskij che leggiamo Dante perché ha scritto La divina commedia, e non perché richiediamo la sua voce poetica. Quello che voglio dire è che viviamo in un Paese che si rivolge ai classici principalmente perché non sa che c’è altro, o più spesso non sa nemmeno come informarsi sulle novità e quindi, in mancanza di meglio, ritorna a quel poco che ha imparato a scuola. Come vedi sempre a scuola di torna.
Gira e volta le strade, alla fine, sonquelle. Mio nonno diceva: chi non ha cervello ha gambe. Quindi o ti muovi molto tu, fra presentazioni ed eventi, o ti inventi nuovi spazi di azione a cui nessuno ha mai pensato prima. Personalmente sto cercando, come molti piccoli editori che conosco, di inventarmi nuovi spazi di azione, un modo per arrivare a muovermi il meno possibile,perché muoversi è una gran rogna, spesso è svilente nei risultati, e comporta numerosi costi non solo economici. Anche perché così finisce che stiamo sempre a parlare di “rivoluzione culturale”, e questa rivoluzione si risolve in un continuo sbattimento che non cambia proprio nulla a nessuno, anzi quasi ti ridono dietro. A volte mi dico che forse dovremmo cominciare anche noi a pubblicare i classici, che fra l’altro ci piacciono molto, ma finché posso evitarmelo, finché ho forza di sbattermi, preferisco puntare sugli scrittori vivi e muovere le gambe a più non posso.

Come nasce una casa editrice?

Direi che occorre tanta fortuna e un po’ di sana incoscienza.

Ci sono case editrici che chiedono soldi per la pubblicazione, altre ancora chiedono all’autore di acquistare un tot di copie del proprio libro, altre ancora chiedono tutto o niente… tu da che parte stai? Cosa ne pensi?

Se vuoi sapere come facciamo noi, Pietre Vive è una casa editrice definita a doppio binario. Partiamo dall’assunto che un libro se è bello deve essere pubblicato, ma prendiamo atto del fatto che non siamo ricchi, né possiamo investire su tutto ciò che ci piace. Per cui, come si fa? Si valuta caso per caso e libro per libro, progetto per progetto, senza uno standard prefissato. Se un autore può investire nel libro e decide di farlo, non vedo perché non chiedergli di farlo.In questo modo, considerate le nostre forze, possiamo dare una mano a un altro autore che magari ha meno possibilità. So che il mio è un approccio da dilettante, quasi artigianale (come mi rimproverano), ma credo molto in una formula famigliare dell’editoria, una formula basata prima di tutto sui rapporti umani, in cui ci si dà una mano per come si può, del resto non ho altro da offrire che il mio tempo e la mia attenzione, e personalmente sono anni che non metto in tasca un soldo pur lavorando quotidianamente coi libri. Comunque non sono l’unico editore in zona, anzi, non è obbligatorio pubblicare con me.
Ma vorrei ampliare un attimo il discorso, assai dibattuto, per mostrare il verso della medaglia a chi si oppone con tutto se stesso all’editoria a pagamento come immorale. Una volta che sei dall’altra parte ti accorgi di tutta una serie di problemi, spesso pressanti, per cui non tutti hanno la voglia di complicarsi la vita, come faccio io,cercando soluzioni alternative o compromessi per venire incontro all’autore, soprattutto se hanno famiglia. Per cui possiamo anche essere contrari per principio all’editoria a pagamento, ma un libro stampato ha dei costi reali. Se stampo un libro di poesia, magari non chiedo soldi all’autore perché eticamente è scorretto, ma lo stampatore va pagato, oltre a tante altre piccole spese che non sto qui a dire. Quindi come si fa? Si mette in vendita il libro con tutti i mezzi di convinzione a propria disposizione. Ma c’è un problema, la poesia notoriamente non vende, non lo dico io, lo dicono i dati di vendita di qualsiasi casa editrice che in effetti sconsiglia di pubblicarla, così come sconsiglia di pubblicare racconti, invece consiglia di pubblicare libri di cucina o sul calcio. L’ideale sarebbe proprio non pubblicare poesia ma pensare soltanto al calcio, ma noi ci proviamo uguale. Chi comprerà il libro? Se l’autore è conosciuto o scafato forse un po’ di copie le vendiamo, quindi conviene sempre pubblicare autori conosciuti. Ma se per caso l’autore non è conosciuto,è un esordiente oppure è timido, il libro non lo comprerà quasi nessuno. Quindi? Quindi si organizzano delle presentazionicon l’autore a cui invitare la famiglia e gli amici dell’autore che saranno emotivamente costretti (dall’autore) a comprare il libro. Così l’autore è eticamente salvo dalle grinfie dell’editore perché non spende un euro, a patto che ricatti luiemotivamente i suoi amici e la sua famiglia a mettere i soldi al posto suo. Perfetto!
Funziona così anche con l’autopubblicazione, fra l’altro. Diciamo che per essere eticamente perfetti, l’ideale è non pubblicare affatto, oppure pubblicare a proprie spese da uno stampatore e regalare il libro agli amici. Cosa che nessuno vieta di fare.
Ah, c’è anche la casistica assai frequente in cui l’autore esordiente che una volta stampato il libro si rifiuta di presentarlo per paura o avversione del pubblico. Mi è capitato con due libri, ho ancora i volumi imballati nei cartoni, quasi del tutto invenduti per quanto belli, e mi sono ritrovato a pagare di tasca mia lo stampatore, andandoci addirittura in perdita. Alla faccia dell’editore che dovrebbe essere anche imprenditore!Sai che farebbe un imprenditore vero in questi casi? Farebbe causa all’autore impugnando il contratto. Ma dunque è questa l’idea di “rivoluzione culturale” che vogliamo portare avanti? Fare tanto chiasso sull’etica della pubblicazione e poi spendere soldiin avvocati? Io non ci sto. Preferisco arrangiare come posso, da dilettante, per trovare soluzioni che stiano bene a tutti. Non sempre ci riesco, ma ci provo.
Chiudo. Non sono contrario all’editoria a pagamento perché non sempre si può fare altrimenti e perché l’editoria come impresa economica non difende i generi letterari minori come la poesia ma anzi tenderebbe a eliminarli. Magari, e parlo agli autori, bisogna farsi furbi e capire quando quello che ti si offre è un contratto onesto, basato su uno scambio reale, oppure una fregatura. E se prendi una fregatura la colpa non sempre sta tutta da una parte.

Cosa ami di più del tuo lavoro?

Il fatto che al contrario di molti miei amici impiegati, se a un certo punto mi serve staccare la spina oppure prendere tempo per trovare un’idea, mollo tutto e me ne vado in giro sul Lungomare a pensare al mare. So che molti miei amici confinati nei loro uffici non possono farlo e mi invidiano per tale libertà, e questo mi dà una certa gioia perversa.

Parlaci un po’ della tua casa editrice: quali sono le vostre attività? Cosa pubblicate? Avete qualcosa in programma per il futuro?

Pietre Vive ha sede a Locorotondo, in Puglia. È nata come associazione nel 2002 e ha avviato il suo progetto editoriale nel 2007 con la realizzazione di un mensile d’informazione comprensoriale. Dal 2013 ha cominciato a pubblicare libri. Al momento abbiamo due collane, una specializzata in poesia e arte, un’altra più vicina alla prosa, saggistica e talvolta racconti. Ci occupiamo anche di cataloghi d’arte. Se possiamo, preferiamo dare spazio agiovani autori e illustratori. A parte questo, al momento pubblichiamo un’altra rivista di informazione territoriale (Agorà) e insieme all’associazione Il Tre Ruote Ebbro promuoviamo Luce a Sud Est, un concorso di scrittura sociale senza limiti di genere, che offre come premio la pubblicazione gratuita del vincitore.
Nel 2015 abbiamo vinto un bando di finanziamento, Funder 35, con il progetto B.digital. È un progetto attraverso il quale cercheremo di rinnovare il nostro catalogo, rilanciando i nostri libri nel mondo digitale. Di cosa si tratta? Di una serie di corsi prima per creare audiolibri, e-book e e-book multimediali e poi di booktrailer, media marketing e digital advertising per rilanciare questi nuovi prodotti sul mercato nella maniera più incisiva. I corsi saranno tutti tenuti da professionisti e leader del settore. L’obiettivo finale, per noi, è quello di riuscire a creare libri multimediali, in più lingueda rilanciare sul mercato europeo in formato digitale, così da aggirare i costi di stampa e di distribuzione. Diciamo che per noi è un tentativo di usare il cervello piuttosto che le gambe. Il progetto durerà per i prossimi due anni circa, mentre i corsi, indipendenti, cominceranno a fine novembre e andranno avanti, in formula weekend, fin a fine gennaio 2017.

Sito: http://www.pietreviveeditore.it/

Prospettive. Omaggio di parole a Joel-Peter Witkin.


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Nato da padre ebreo e madre cattolica, è fratello gemello del pittore Jerome Witkin. Ha frequentato la scuola di Saint Cecilia di Brooklyn, ed ha continuato poi nella Grover Cleveland High School. Tra il 1961 e 1964 lavorò come fotografo di guerra durante la Guerra del Vietnam. Nel 1967 decise di lavorare come fotografo libero professionista, e divenne fotografo ufficiale presso la City Walls Inc. . Successivamente decise di proseguire gli studi alla Cooper Union di New York specializzandosi in scultura. Infine la Columbia University gli ha concesso una borsa di studio che gli ha permesso di concludere gli studi presso l’Università del Nuovo Messico di Albuquerque.
Witkin ha sostenuto in più interviste che le sue visioni, le sue ricerca di significato e bellezza siano state causate da un episodio a cui ha assistito quando era ancora bambino: un incidente d’auto avvenuto di fronte a casa sua in cui una bambina è stata decapitata.
“Successe di Domenica quando mia madre, io e il mio fratello gemello stavamo scendendo le scale del palazzo in cui abitavamo. Stavamo andando in chiesa. Mentre camminavamo lungo il corridoio verso l’ingresso del palazzo, abbiamo sentito uno schianto incredibile insieme ad urla e grida in cerca di aiuto. L’incidente ha coinvolto tre vetture, tutte e tre con famiglie complete dentro. In qualche modo, nella confusione, non stavo più tenendo la mano di mia madre. Nel punto in cui mi trovavo sul marciapiede, ho potuto vedere qualcosa che rotolava da una delle auto rovesciate. Si fermò sul marciapiede dove mi trovavo. Era la testa di una bambina. Mi chinai a toccare il viso, per parlargli – ma prima che potessi toccare qualcuno mi ha portato via”.
Hanno probabilmente influito le opere dei grandi artisti pittori del passato, come dimostra “Gods of Earth and Heaven” rappresentante la Nascita di Venere del Botticelli vista e distorta dal suo punto di vista, lo stesso vale per “Queer saint”, che ricorda molto il martirio di San Sebastiano. Numerose fotografie rappresentano santi, crocifissi, martiri appartenenti al cristianesimo. Il tema persistente è quello della morte, con l’ utilizzo di figure distorte e deformi, a volte con la presenza di protesi o in simbiosi con macchine.
I soggetti fotografati sono quasi sempre i cosiddetti freak, burattini, e spesso sono veri e propri cadaveri, o parti di essi, manipolati e sistemati nel set fotografico dallo stesso artista. Il più famoso esempio è forse Glassman.

***

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IL PRINCIPE DI PALAGONIA CONTEMPLA UNA FOTO DI JOEL PETER WITKIN (ANACRONISMI) di Antonio Devicienti

“Ecco, cara amica, guardate:
quest’artista figlio, mi dicono, delle Colonie d’Oltremare,
ha visto
non il deforme non lo strano né l’orrido né il patologico
(lo credano pure gl’ingenui e i superficiali)
bensì il connubio – non l’ammettono i più –
d’umano e d’animale
di sogno e di veglia.
Questa tecnica sublime
(leggo chiàmasi scrivere con la luce)
s’insinua nel buio della nostra anima,
affisa pupille di coraggiosa indagine ben dentro quel ch’è l’
inconfessabile – l’
inconfessato.
Gentile amica, un corpo nudo,
una bianca maschera, il pene eretto d’uno stallone
trattenuto da corregge di cuoio
e la mano della dama, quella
mano desiderosa e sincera,
irrompono nell’illusa quiete d’animi di sempliciotti.
Così la sconvolgono.
E so di capi mozzati adagiati su piatti da portata,
d’androgine veneri, di centaure musicanti,
d’arti umani ma artificiali …
Se guardo ai mostri (mostri?) di tufo
che vegliano il mio giardino
e agli specchi deformanti nella villa
mi persuado: ecco, ho trovato un fratello nell’arte”.

***

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