La chambre des reves – La stanza dei sogni


 

 

La chambre des reves – La stanza dei sogni

Gian Luca groppi – Silvia Noferi

 

 

 

 

Gian Luca Groppi e Silvia Noferi s’incontrano e confondono nella Chambre des reves, all’interno dello spazio 46 del Palazzo Ducale di Genova.

La mostra fotografica curata da Virginia Monteverde e promossa da Art Commission è la fotografia emozionale di un attimo. Una pangea che si sviluppa dentro ad una stanza dei sogni, reali ed irreali. Un luogo definito nella forma ma indefinito nella sostanza, all’interno del quale le immagini si muovono fino a prendere vita. Frammenti di esistenze e ricordi sconfinano in un universo onirico di apertura e chiusura verso l’oltre.

Le fotografie sono curate e costruite con maniacale attenzione per i dettagli e cercano di veicolare un nuovo linguaggio comunicativo. Un ponte ideale e ideologico tra i due autori che passa dalla fissità dell’attimo di Gian Luca Groppi all’apertura verso l’oltre di Silvia Noferi.

L’occhio del semplice spettatore si confonde in modo perfetto con quello fotografico dei due artisti producendo uno strano senso di Deja vu. Le rappresentazioni allestite  nella mostra si intrecciano  in un percorso armonico dove  le distanze e le affinità di due mondi interiori  sembrano avvicinarsi, ma contemporaneamente allontanarsi in modo netto e definito. Emerge così la sofferenza dell’esistere, la solitudine e i sogni di due anime. Immacolate e spurie che qui diventano narratrici d’eccezione e danno vita a qualcosa di assolutamente originale. Un circuito che si apre con la maternità leopardiana da un lato e il ricordo sfocato di un banco di scuola dall’altro.

Una mostra “sottovetro” che ci accompagna e ci abbandona sulla linea dello sguardo. In quello spazio in cui il ricordo si ripercuote sull’oltre. Come un’ emozione troppo breve che in un attimo si consuma.

 

Christian Humouda

 

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I consigli WSF di Febbraio


Dopo un lunghissimo Gennaio, ci stiamo abituando pian piano anche al 2018. E perché non farlo seguendo qualche nostro consiglio?

Libri:

9781501175466_p0_v2_s550x406It – Stephen King: con l’uscita dell’omonimo film anche il romanzo più celebre di Stephen King è tornato alla ribalta, per la gioia degli amanti dell’horror. Nonostante King abbia dimostrato, con il tempo, di non essere solo un autore di genere horror ma uno scrittore a tutto tondo, It è il romanzo spaventoso per eccellenza. Un romanzo corale che ricopre quasi trent’anni di vita dei protagonisti, che avanza di flashback in flashback a un ritmo incalzante, e attanaglia il lettore dalla prima all’ultima pagina. La lunghezza del romanzo (parliamo di oltre 1200 pagine) scoraggia molti, ma non bisogna lasciarsi ingannare: lo stile fluido della scrittura quasi non fa pesare la lunghezza. Imperdibile per gli amanti del genere, o per quelli che hanno visto il film e sono curiosi di sapere come andrà a finire. Da evitare, però, se non volete spoiler.

Olga di carta. Il viaggio straordinario: Olga Papel è una ragazzina esile come un ramoscello e ha una dote speciale: sa raccontare incredibili storie, che dice d’aver vissuto personalmente e in cui può capitare che un tasso sappia parlare, un coniglio faccia il barcaiolo e un orso voglia essere sarto. Vero? Falso? La saggia Tomeo, barbiera del villaggio sostiene che Olga crei le sue storie intorno ai fantasmi dell’infanzia, intrappolandoli in mondi chiusi perché non facciano più paura. Per questo i racconti di Olga hanno tanto successo: perché sconfiggono mostri che in realtà spaventano tutti, piccoli e grandi. Un giorno, per consolare il suo amico Bruco, dal carattere fragile, Olga decide di raccontargli la storia della bambina di carta che un giorno partì dal suo villaggio per andare a chiedere alla maga Ausolia di essere trasformata in una bambina normale, di carne e ossa. Il viaggio fu lungo e avventuroso: s’imbatté in un venditore di tracce, prese un passaggio da un ragazzo che viveva a bordo di una mongolfiera e da un altro che attraversava il mare remando. Più volte rischiò la vita, si perse, ma fu trovata da un circo. E quando infine trovò la maga, solo allora la bambina di carta comprese quante cose fosse riuscita a fare…

Olga di carta. Jum fatto di buio: È inverno a Balicò, il villaggio è ammantato di neve, si avvicina Natale. Gli abitanti affrontano il gelo che attanaglia la valle e Olga li riscalda con le sue storie. Ne ha in serbo una nuova, che nasce dal vuoto improvviso lasciato dal bosco che è stato abbattuto, e quel vuoto le fa tornare in mente qualcuno. Anche Valdo, il suo cane fidato, se lo ricorda, perché quando conosci Jum fatto di Buio non lo dimentichi più: un essere informe e molliccio. La sua voce è l’eco di un pozzo che porta con sé parole crudeli, e tutto il suo essere è fatto del buio e del vuoto che abbiamo dentro quando perdiamo qualcuno o qualcosa che ci è caro. Jum si porta dietro tante storie che Olga racconta a chi ne ha bisogno, come dono, perché le storie consolano, alleviano, salvano dal dolore della vita e soprattutto fanno ridere.

Multimedia:

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Bright: Ennesimo film di produzione Netflix, che ormai ci ha abituato a tante produzioni originali e innovative, Bright è un prodotto riuscito a metà: buone le interpretazioni e originalissima l’ambientazione (un mondo moderno dove umani, orchi ed elfi convivono fra di loro con gli inevitabili problemi di stereotipi e razzismo), ma trama non chiarissima e finale un po’ troppo veloce. Da vedere per l’idea e l’originalità della storia, sperando che il già annunciato sequel faccia un po’ più luce su alcuni punti della trama rimasti oscuri.

86ca54d1831c9ca0d58ff4f021292b0cBlack Mirror [4° Stagione]: Le stagioni di Black Mirror targate Netflix hanno diviso i fan in due: chi si dispera per il tradimento delle prime stagioni, e chi accoglie favorevolmente il cambio di rotta dello stile. Che voi siate pro o contro l’americanizzazione di Black Mirror, questa quarta stagione va vista senza ombra di dubbio: gli episodi sono stati girati con maestria, narrati con un alto livello di tensione, e interpretati in modo eccellente (specialmente l’inquietante “Crocodile”). Se proprio non sopportate l’abisso fra le prime due stagioni e le nuove, prendete queste storie come dei bei mediometraggi da vedere per passare il tempo e avere qualche brivido, senza pretese nostalgiche. Che il vecchio Black Mirror sia ormai sparito è fuor di dubbio, ma anche il nuovo ha qualche buon asso nella manica.

a70hcDbx_400x400Dark: Considerato da molti l’erede tedesco di Stranger Things, questo piccolo capolavoro europeo targato Netflix è, per certi versi, di molto superiore al suo “predecessore” per intensità e bellezza estetica. Dark ha uno stile crudo, viscerale, intenso, oltre a una storia complicata e quasi perfetta. Il finale aperto lascia intendere una seconda stagione, che speriamo arrivi presto. Non intendiamo spoilerare, ma i colpi di scena sono tanti. Per chi non è pratico di lingua tedesca consigliamo di vederlo doppiato in italiano, perché è un po’ difficile la storia seguendo solo i sottotitoli.

Godless: E’ una serie televisiva statunitense prodotta e distribuita da Netflix, ambientata nel vecchio West.
Nel 1884, Frank Griffin è un fuorilegge che va alla ricerca del suo ex amico e figlio adottivo, Roy Goode, che lo ha tradito. Tutto diventa complicato per Frank Griffin quando scopre che Roy si nasconde in una città chiamata La Belle, dove le donne regnano. Loro faranno di tutto per proteggere la loro città dalla vendetta di Griffin, il quale aveva giurato di uccidere chiunque avesse aiutato Goode.

Children


“CHILDREN”

di

Tukuya Okada

Giappone – 2011

In un futuro imprecisato e dispotico si muove il bambino “4483”. Un numero tra tanti che ogni giorno compie la sua routine scolastica e calcistica con zelo e dedizione. E’ proprio in questo mondo cupo e ricoperto di polvere che si muove il protagonista, un’ombra come tante chiusa dentro a spazi troppo stretti. La storia si muove su più livelli concettuali, mostrando come il microcosmo della società adulta non sia null’altro che un insieme di esseri inespressivi e freddi, che si limitano a ricoprire un ruolo che qualcuno ha dato loro. Di contro sarà proprio il sentimento umano, ad uscire prepotente per dare vita, in un giorno qualsiasi, a una vera e propria rivoluzione fisica e culturale.

Il corto è dunque un vero e proprio attacco al sistema sociale ed economico Giapponese, all’interno del quale modernità e tradizione s’incontrano, cortocircuitando la personalità emotiva e sessuale degli individui. La freddezza della ripetizione viene a cozzare contro la sottomissione culturale che porta ad uno stile di vita alienante e insalubre. Sarà infatti compito delle nuove generazioni combattere per riappropriarsi della loro identità attraverso la riscoperta delle più basiche emozioni umane.

Un corto questo che riporta concettualmente alla memoria il messaggio musicale presente nella discografia di fine anni settanta presente in dischi come: The wall e Animals dei Pink Floyd.

Un opera formalmente semplice, che ricerca e stigmatizza l’abbandono della delicatezza insita nell’impero verso la società “penetrativa” occidentale che crea e riproduce mostri.

Il messaggio quindi è la vera forza di questo corto che coniuga ad una devastante prospettiva futuristica la possibilità di scelta di un’alternativa.

Perché ognuno di noi non è una semplice goccia nell’oceano, ma un oceano dentro ad una goccia.

Christian Humouda

In memoria di Alberto Granese (poesie più una nota critica di Eleonora Rimolo)


In ricordo di Alberto Granese

Nel 1998 viene pubblicato, presso l’editrice Todariana di Milano, Esempio di una cosa di Alberto Granese. L’autore non vedrà mai la pubblicazione del libro. Dall’accurata analisi di Giuseppe Addamo, interamente riportata, emergono temi e stili poetici di un autore che oggi sento l’esigenza di dover ricordare. La poesia è testimonianza, bacino di memorie che non attendono altro che essere recuperate, portate in superficie. Spesso si avverte l’urgenza di far cadere un raggio di luce nuova sopra certe forme di immutata “difficoltà della visione”, la cui bellezza e la cui attualità restano eterne perché tale è la buona poesia.

Vengono di seguito proposti alcuni testi tratti da Esempio di una cosa (che inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi Poesintesi di durata), tra i quali In trittico, presente all’interno della Storia della letteratura italiana contemporanea a cura di N. Bonifazi, e M. Luther King: «Ho un sogno», Primo Premio Catullo nel 1974, di cui si cita la motivazione.

Tra avanguardia e sperimentalismo, senza però mai rinunciare al contenuto (dalla denuncia sociale alle tematiche più liriche ed intime), la poesia di Alberto Granese è la traduzione in verso dell’idea heideggeriana dell’essere come cosa incompiuta, caratterizzata dalla mancanza, dalla frammentazione, dall’equivoco e dall’abbandono.

Notizia biobibliografica

Alberto Granese è nato a Montecorvino Rovella il 4 novembre 1933 ma è vissuto quasi sempre a Salerno, dove è stato direttore didattico dal 1970 fino alla pensione.

Pubblicò la sua prima raccolta di poesie, scritte fra il 1963 al 1970, con il titolo Capitoli (Jester Libri. Firenze) nel 1971.

Il suo ideale di poesia era alto, virtuoso ed elaborato, tanto è vero che ci aveva lasciato leggere una prima versione della raccolta intitolata Esempio di una cosa, che abbiamo il piacere di presentare, molti anni addietro. Nel 1997 ce la ripropose ristrutturata in ogni singola parola, posta come «necessaria e insostituibile», costringendoci a confrontarci, non solo con il nostro giudizio di allora, ma con tutto quanto nel frattempo abbiamo capito della poesia di quest‘ultimo mezzo secolo.

Frattanto avevamo continuato a sentir parlare di Alberto Granese perché alcune poesie apparivano di tanto in tanto sulle riviste letterarie o circolavano per i concorsi letterari, premiate o comunque segnalate.

Poeta solitario e appartato, tanto di rara ispirazione quanto di lenta gestazione, Alberto Granese ci telefonò nei primi giorni di dicembre del 1997 per dirci che le bozze definitive di Esempio di una cosa erano pronte, c’erano soltanto «pochissime cosine» da modificare, che aveva segnato e la cui esecuzione affidava a noi. Ma non ci avrebbe spedito subito il plico perché ormai era evidente che non avremmo fatto in tempo a stampare il libro entro l’anno e anche perché – detto dl passaggio – non stava bene in salute: aveva sofferto di «una colica» per cui doveva sottoporsi ad accertamenti clinici.

La signora Anna, sua moglie, ci ha telefonato in gennaio che Alberto Granese è morto il 26 dicembre 1997 perché quella colica era stata la manifestazione di un male devastante e incurabile.

La quarta di copertina di un libro, riservata alle notizie bibliografiche, non è luogo per manifestare emozioni private e cordogli, ma andava detto che il poeta Alberto Granese non c’è più. Questo «elaboratissimo» libro diventa perciò un testamento letterario, che la vedova, Anna Giugliano, e i figli Egidio, Beatrice e Maria Pia, e noi, affidiamo ai lettori e al tempo.

di Eleonora Rimolo

Da Esempio di una cosa

Dio alla televisione

Anche sul tuo verso arato da sottane di whisky,
senza biglietti per la campagna – città, LAWRENCE FERLINGHETTI,
ma con un numero atomico di malattia,
non aspettare di vedere Dio alla televisione,
una statura di là dalla gioia.
L’appuntamento si gratta & il flipper è volato da un uccello,
per beccare d’america
la pubblicità del negro su pianure di poesia.
Territori si strappano a vicenda domani,
se cose guidarono per questo colore
una durata medesima.
La parete cortissima di carne sul mattino del disco
& l’aria così parlavano
lontano da un carattere invaso di passaggio.

 

Variazioni sull’esempio di una cosa

Non ho scritto, alla vigilia del mio 32° compleanno,
GREGORY CORSO, una lenta & meditata poesia spontanea,
per strapparmi senza fogli,
perché c’era un mucchio di tempo.
Se il mondo mi fosse debitore di un milione di dollari,
li spenderei per trovarmi ignudo e sbagliato,
tossendo da un ritornello di sperma.
Continuerò a rubare, se dici che degli anni nemmeno uno
è dipeso da me o dal panorama della mia rabbia.
I fuochi della mia vita privata
non attraversano la gente o la società,
non mi gettano ombra da un’anima
(egli era anche una vergine annegata per un’ora).
GREGORY CORSO, l’esempio di esistenza
bruciava senza sale, prima di giorno,
in una cosa che non suona o beve
il suo cocktail di campane alla maniera di un’anima.

 

Un’incuria, un imballo

Chiunque ha ronzato intorno alla stanza
finché un eccesso di carne/buio era nato.
Accorsero frammenti & il quadro così ladro dal paradiso
di un gatto, taciuto nel ballo di luci,
non più notizie di orme sulla spiaggia
violentata dal cuore del sogno nella gola liquida
di una nuvola.
Un’incuria, un imballo divenne poi una nascita,
il rifugio di terra & per destino il minimo della giovane
spettinando assenze,
così infedele di amori nella voglia dubbia;
quando pure la fine s’informava del giorno con passo deforme
una gonna/ancora non poveramente
devastata in sorte sulla terra che si ruppe di nubi.

 

Una ferita rampicante

Degenere i luoghi da una primavera attizzava nell’erba
qualcosa diverso dal bagno di New York/madre
con acqua di preliminari pettinati,
quasi cresciuta nella morte – neo sulla mano.
Uno sterminio più chino & da vicino tardi s’incespica in feste.
Sghemba una storia morderà tesori di vergogna,
il cruccio dalla parzialità del panorama in gabbiani,
o forse un uomo piovve dai venti
che sporgevano una ragazza
così sconosciuta nella sua stessa morte.
Una ferita rampicante & la tonaca del meriggio
in un sigillo ripara
che la sonnolenza non vedrà spesso stoltamente in un dono.
Riparte dalla soglia di un occhio
o dal tuono che sterminò
la sua smorfia per poco in giro,
crollando domani in cipria.
Schermi/schemi divengono; ma troppo tardi sul suo fondo,
nel caso di una veste,
erano un vizio umano.

 

Una carne più in fretta

Un mutato amore & in trasparenza,
perché un volatile fu intorno vuoto in un soffio.
Il giuoco non trasferì la polvere del centro
con interrogazioni/arance.
Poi, ’sto silenzio di albergo-metallo, quando si spezza
una Coca in ragazzotta – etta – ina.
Domani fu il suo nome per distruggere l’ombra con acqua di ostacolo
una stanchezza fuggendo nello stesso tempo
o, per strada, un vizio attraversato fragorosamente nei suoi cieli.
Succhia una camicia di zero il cine o perché il tranquillante
ha illuminato di sesso la testa in stanza con gocce di uccelli.
Calendario di presente/essere (= spazio/tempo nell’intervallo)
i sintomi d’istante provvederanno america
sproporziono, quando assaggio mani al neon,
california di uno stesso giorno):
formiche non più vergini affacciate dalla fronte
auto accelerando//orecchie sbottonando di coito.

 

Nota critica

Di questa silloge di Granese si può dire quello che Eraclito, nel frammento 93, dice de il Signore che ha oracolo a Delfi: non disvela, non cela: fa segni. Perché questa e una poesia che procede per allusioni e, alludendo, realizza un alto tasso di ambiguità, quella necessaria alla poesia.

Ambiguità che è quasi, talvolta, oscurità, ma per la quale la parola si accresce – come per escrescenze corallifere – di proliferazioni non unidirezionali, ma stellari, che incrementano la polisemia della parola stessa e ne esaltano la valenza, nutrendone lo spessore di incisi, di incastri, di citazioni e di parentesi. Cosi, il testo procede per esitazioni calcolate, per pause e riprese: percorso disseminato da chiasmi, e dove si inciampa in richiami, punteggiature, riferimenti, ostacoli del linguaggio, la cui funzione è chiaramente quella di abitare la distanza, di allontanarsi dalla letteralità, mettendola, appunto, fra parentesi. Procedimento che interrompe la percorribilità delle parole, inserisce intrusioni di silenzio e di attesa nella linearità della frase, consentendo a Granese di lavorare le parole e il loro modo di svincolarsi dal contesto: ne risulta un così denso grado di metaforizzazione da svellere le parole dalla loro tautologia, per consegnarle a una pluralità di sensi e di emozioni, per attuare il passaggio (il traslato) dal pensiero al linguaggio, dalla filosofia alla poesia. E dove il lessico e la semantica sono – o appaiono – insufficienti o inadeguati ad esprimere ciò che li travalica, soccorre l’ossimoro (che in sé concilia i divergenti accostamenti di sostantivi-aggettivi-verbi-avverbi) o il simbolo che tiene insieme ciò che nel linguaggio si oppone e contraddice o, ancora, l’accorta colometria delle disuguaglianze per le quali la misura del verso si ritrae o s’impenna, e ora si addensa nel giro fulmineo di una immagine inedita e ora sorpassa il limite del rigo per dilagare – quasi prosa – nella pagina con la pirotecnica di sorprendenti analogie.

Ne consegue un’impurità stilistica per contaminazione: nelle varianze del ritmo, nell’eccedenza simbolica, nella conflittualità emotiva fra libertà della parola e disinganni della realtà l’Autore, inseguendo l’indicibile, elabora la scena della propria interiorità, mobilita passioni che sono, di volta in volta, fungibili e revocabili,

insinua il suo modo di porre le grandi domande. E, affinché quelle domande non tacciano, egli non dà risposte: perché non c’è risposta. Non consola, dunque, né aiuta, ma libera la contraddizione e il represso per recuperarli contemporaneamente all’intensificazione e all’indeterminatezza.

Libro, questo, che, investendo il pathos e sfiorando la patologia dell’eccesso, si dimostra necessitato: alta è la sua significazione che rinnega e ripudia, evidentemente, malintese casualità di ispirazione e affida le sue risultanze all’assiduo, paziente lavoro di cesello che l’Autore ha saputo dedicare ai singoli testi, a ciascuna parola di ogni testo, tanto che ogni lemma, ogni composizione si attesta necessaria e insostituibile.

Giuseppe Addamo.

Giovani Prospettive. Omaggio di parole ad Emanuela Cau


Cau

Emanuela Cau, artista dalle mille sfaccettature apre le porte della sua abitazione a Quartu per la sua prima intervista video e si racconta. Definirla “fotografa” è riduttivo: ha studiato tecniche di scrittura e regia cinematografica, realizzato cortometraggi, video teatrali e musicali. Le sue foto sono autoritratti, sembrano quadri.

***

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Emanuela Emanuele Emanuela . di Alessandro Bertacco

Cosa è la vita, se non fossimo qui a cercarsi
E
io pago le rate tu paghi le rate noi paghiamo le rate
O
Finiamo tutti nei campi,
tu hai rubato altre anime diverse dalle mie
A sentirsi sciogliersi le dita su qualcosa di troppo astratto
A
vedere troppo grano del mondo andato, dico andato
A fare le ballerine impotenti
N
.finimmo tutte le bocche e le vocali
e ci trovammo a leccare l’arcobaleno

*

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O mar é mundo que te habita, ondas de revelação lavam-me a alma. Uma avalanche de emoções, banhadas com a espuma de uma história construída pelos silêncios – tão intensos como tu. E regas-me com o perfume de um entardecer dos sonhos de viver, num grito ávido de ser. Envolta num mistério de véus (re)inventas-te a cada momento, para me contares o segredo que transparece – em gotas de criação. Sinto-as correr os meus olhos. Abro o coração para as metáforas que agarras a tudo o que fazes teu. Sabes que cada concha pode adornar os meus cabelos, enquanto sorrio os teus receios e estendo os braços para os amar. Sim. Eu amo de olhos fechados. Respirei a brisa que me sussurrou o enigma do que apenas se pode sentir – sem recear. E fazes-me forte quando acarinho o teu sorriso desenhado pela areia que beija os teus pés, em noites de luar – tu és o verbo criar.

Claudia Ferreira

*

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Tra le tue gambe
onde silenziose
la mia nave.
Trascinati da una fermezza
surreale,
siamo il volto dei bimbi
nascosti:
tra le velature
tra le trame
tra i vorrei.
Siamo lo scrigno di ogni cuore,
di ogni maledetto cuore
che trema, come pirati che cercano il proprio volto
da chiamare tesoro
ed io, capitano di questa nave fantasma
senza equipaggio,
protettrice di cuori tremanti e muti.
Che lo sappiamo…
il gioco è la nostra cura,
ed ogni nostra azione
il nostro destino,
e m’accompagni in questa
surreale bonaccia verso
un volto celato,
che chissà,
potrò un giorno chiamare tesoro.

Di Anrose Thotas

*

Autoportrait di Emanuela Cau

IL NIDO di Laura Pezzola

“[…] perché allora l’enigma/ se io come te
sono vento e polvere?” (Adonis)

Seguivo la treccia dei capelli

il respiro si placava tra la folla
e nella mano che stringevo
crescevano gli anni

tu eri il nido – io l’ implume
dal becco spalancato

– le ali spunteranno – mi dicevi

così a volte
sono piuma contro il vento
e navigo – l’utero fecondo
delle stelle.

*

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I miei mari interiori s’aprono e si chiudono con spasmi di mente innamorata gridano sas janas golpeando con lunghissimi capelli onde sepolte nei millenni undae nigrae quae volitantes furentes su sé stesse s’abbattono nigredo d’opra che si cerca e si vuole luce senza chiarìa parola senza suono la morte collassa nella nascita e la nascita nella morte il mio mare nero splende di buio chiama il mio nome ch’è l’invisibile impronunciabile – ma che è.

Di Antonio Devicienti

*

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altrove di Rosaria Iuliucci

a volte credo / a volte
che questa voce che mi chiama possa essere vera
che possa nascere dalle viscere di un’esistenza accaduta
e portarmi con essa con la testa sott’aria
in quel posto dove .il. tutto può accadere
e posso accadere anche io
leggera / come una lacrima incosciente sul volto
ed essere dolce / come un ultimo bacio
o come il tratto rugoso dimenticato dal tempo
nascosto dalle carezze / dove non si è osato più amare

a volte credo /
a volte ci credo anche io che un’altro .luogo. possa venirmi a prendere
chiudendomi gli occhi e tenendomi l’anima ferma e pronta [ all’impatto ]

*

Insicuri – indecisi
nei colori sfumati
assorti in una macchia
tra pensieri irrisolti

lacerando lo spazio
vomitiamo meteore
di luce in volo
ansiosamente celeri

imprecisa la rotta
si dissolve smaniosa
di rivelarsi cenere
di fuochi evanescenti

di Guido Mura

*

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Nuova Luna di Rosaria Iuliucci

potrei cambiar tempo
e mutare d’essenza illuminata
nel percorso di luna
che sul mio corpo in fuga si cela
come un verbo amabile e desiderato
comprese le memorie legate
spogliate finemente
di un inizio che gela e salda
come solo il caso del tuo ritorno sa fare
ed il riso distratto del tuo vantarmi
sa dire

potrei mutare di tempo irriverente
e nel tornare al passato giacere
e plasmare il mio dolore
che ti fa scultore
della sua amata pietra
affine alla sembianza
come impronta di neve
etereo avverarsi d’illuso
che non sempre vota allo svolgersi
dell’esser poi di carne
o di quel che si è

*

cau

Eri brava a fare poesia
un talento indifeso
ti bastava guardarmi
dove non ero, confondermi
con i tuoi desideri, mentre
contavo mosche sui vetri.
Eri brava ma non eri tu
nemmeno noi ora si può
comprendere il significato
di questi abbandonati versi
come a vegliare un morto
autenticare una firma falsa.
Eri brava e forse ora
sei ancora meglio di
ciò che sei. Nei tuoi occhi
nuovi progetti di schiene
diritte e un dolore che non si
spezza, declive allo specchio.

Di Luca Gamberini

*

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Cercavo di riprendere il senso di me
Senza te
Senza te che sei diventato altro
Lasciandomi qua
Separata e mancante
E ho aperto me stessa
per poterti riconoscere
Nella nuova forma
E poterti raccontare dell’amore e dei mondi
che sempre riempirai

Di Rossana Corti

*

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L’art révèle, célèbre ou consacre l’image du corps que chaque civilisation invente. Ou plutôt, l’image du corps ne s’invente pas : elle jaillit, elle se détache comme un fruit ou un fils du corps du monde. L’image du corps est le double de celle du cosmos, la réponse humaine à l’archétype universel non humain. Chaque civilisation a vu le corps d’une façon distincte parce que chacune avait une vision différente du monde. Corps et monde se caressent ou se déchirent, se reflètent ou se nient , Les photos d’Emanuela Cau sorient a ce monde a cet autre monde , , merci a elle de nous transporter dans son univers , Déesse des Méditerranéens des temps modernes …

L’arte rivela, celebra o consacra l’immagine del corpo che ogni civiltà inventa. O meglio, l’immagine del corpo non si inventa: scaturisce, si prende come un frutto o un figlio del corpo del mondo. L’immagine del corpo è il doppio di quella del cosmo, la risposta umana all’archetipo universale non umano. Ogni civiltà ha visto il corpo in un modo diverso perché ognuno aveva una visione diversa del mondo. Corpo e Mondo si accarezzano o si strappano , si riflettono o si negano . le immagini di Emanuela Cau sorridono a questo mondo, grazie a lei per trasportarci nel suo universo, Dea del Mediterraneo dei tempi moderni …
Di Vincent Kristou

*

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regna rossa la luna e la carne
semina addosso fantasmi
e scorre cambiando pareti
fessure liquide indimenticate

[mentre desidero questo letto
con la sagoma che respira
ancora
i nostri nomi
convessi]

di Antonella Taravella

*

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Te lo dirò come lo sento, anche se l’istante e me stessa faccio fatica a recuperarmi in così poco tempo, sento silenzio, muto silenzio, labbra cucite di rosso e nero che ti circonda ti abbraccia – rami nodi fili nei tuoi capelli fino a disegnare la tela dove ti immagini e vivi di colori e nodi
dove cuci legami di seta, muta. Legami.

di Michela Gorini

Lorenzo Campetella, paintings and drawings (con una nota critica)


Ospitiamo i lavori di un giovane artista di grande valore, parliamo del marchigiano Lorenzo Campetella.
Per concessione dell’autore, presentiamo i lavori dell’artista con una piccola nota critica del noto poeta, Alfonso Guida.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Conosciamo meglio Lorenzo Campetella: nato nell’agosto 1988 nelle Marche, conosce il disegno una mattina d’estate nella sua tenera infanzia. Da quel momento non lascia più la matita. Senza studi accademici prosegue la sua attività di disegno fino ad arrivare al colore, nell’adolescenza. Si laurea in farmacia nell’aprile 2015: un inciampo del quotidiano. I suoi strumenti sono solo colore e tela. Nient’altro che gli strumenti della pittura per fare solo pittura e superare la pittura stessa. La sua attività pittorica è in nome dell’Arte. Nessun compromesso. Usa segni geometrici alla stregua del dripping pollockiano.Guardate le sue tele come se state ascoltando musica. Aprite le orecchie.”

Esposizioni:
2012 – MontegranART, Montegranaro (MC). 2013 – Marguttiana d’arte di Ascoli Piceno (promossa dal Festival dei due Parchi e realizzata da IPAEA in collaborazione con AntropoService Sas ed il Comune di Ascoli Piceno). 2013 – Premio Enogenius 2013, Mostra opere finaliste, Galleria 25, Venosa (PZ) GIUGNO 2017 – Marguttiana d’arte (promossa dal Festival dei due Parchi e realizzata da IPAEA in collaborazione con AntropoService Sas ed il Comune di Ascoli Piceno). 26/08/2017 – PHANTASMAGORIA FEST, ex convento agostiniano di Montecosaro scalo (MC) 16/09/2017 – REBUS party by Cerraso Studio, Basilica imperiale di Santa Croce al Chienti, Sant’Elpidio a Mare (FM).

Il diario di viaggio di Elena Pez (nel mondo della travel photography)


Ospitiamo il diario di viaggio di una giovane artista pugliese, Elena Pez. Ci auguriamo che il suo lavoro sia di vostro gradimento.

Redazione WSF

Voidovato di Świętokrzyskie.

 

Costa vicentina.

 

Costa vicentina.

 

Costa vicentina.

Costa vicentina.

Voidovato di Świętokrzyskie.

 

Sopot.

Costa vicentina.

Zakopane.

Elena Pez nasce a Modugno (BA), il 25/02/95. Sin da piccola, nutre un profondo interesse per l’arte nelle sue varie forme. Nel 2013, s’iscrive al corso di pittura in Accademia di Belle Arti di Bari, continuando a coltivare parallelamente la passione per la fotografia.
Nello stesso anno espone, per la prima volta, al Teatro Kismet. Grazie a vari concorsi, poi, espone in varie città in Italia e all’estero, tra cui Milano, Roma, Venezia, Colchester, Kielce (città in cui fa un’esperienza di tirocinio di fotografia, durante un soggiorno Erasmus).
Si laurea il 12/04/2017, con una tesi in fotografia.

Facebook: https://www.facebook.com/wildisthewind25/
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Blog: https://elenapezwho.blogspot.it/