Prospettive. Omaggio di parole a Michel Vaerewijck


Immagine

La natura si risveglia
Diagonali di tratti argentati,
Gemme di petali
Si mostrano nel buio

Lattesa di fiori che cadono
La presenza di creature senzienti
che lascia una scia nell’esistenza.

Più in là un germoglio ricopia la vita:
Petali appuntiti, foglie allungate
Lesistenza si fa eco,
ricomincia il battito.

Un virgulto, la peristalsi
Bambini accuditi da un bosco:
L’essere, un unico insieme.

di Angelica D’Alessandri

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Smettila di fissarmi
non ho più niente da darti.
Non ho più carne per sfamarti
ne sangue per dissetarti.
Ho bruciato l ‘anima e il corpo…
nello stesso rogo
con le stesse fiamme .

di Franco Ciufo

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NIENTE SARÀ PIÙ COME PRIMA di Izabella Teresa Kostka

Che ne sarà di me
quando finirà la sabbia nella clessidra?

Gocciola il tempo tra le dita
infreddolite dall’inverno,
si gela in questa stanza
riempita di troppe assenze.

Dimmi,
poserai una margherita ove
lascerò le tracce?

Sono in partenza
come all’epoca degli alberi spogli
quando nulla fu ancora scritto.

Porterò le scarpe rotte
perché conoscono le mie ferite,
ricordano le cadute.

Dimmi,
accenderai un cero
per indicarmi la strada?

Ho perso le conquiste
come un acero le foglie,
niente sarà più come prima
e tutto diventerà nudo.

Ricordati di
lasciare una finestra socchiusa,
se avessi voglia di tornare
per un ultimo abbraccio.

**
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.la costanza della solitudine. di Rosaria Iuliucci

è una costanza la solitudine che mi porto addosso
un’ombra fredda che si fonde nella frivolezza delle scelte
sconfinata e bruciante dell’assenza più cupa
mentre dentro si arrampica a morsi
l’alibi dell’attesa
strappata alla sola regola che mi lascia disarmata
/ un assolo di luce che cerca di venire al mondo
nell’insistenza infinita della mia pelle fredda
sola in questo dolore postumo che non mi lascia scelta
se non rinunciare e mettere in salvo
quell’unico brivido che mi ricorda che posso ancora essere viva
di un’ultima vita raccolta in controluce

**

.

.

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.contropelle. di Rosaria Iuliucci

Ho vissuto la mia vita come fossi un foglio bianco
nessun colore predestinato sulla mia pelle
e nessuna parola a sfondare la curvatora
della mia lingua muta .

Ho vissuto in silenzio
fra verbi claudicanti interrotti solo dalla sete
e senza mai avere fame mi sono divorata nella giusta misura
per sopravvivere ad un ennesimo qualunque giorno
che mi trapassava dentro fra la pelle e le ossa .

Ho giaciuto accanto alle ombre
abbracciando spigoli di luce su letti di cartapesta
ingoiando a piccoli sorsi il pianto
e moltilicando il dolore per il suo stesso peso .

Sono stata tutto e niente
un agglomerato di anima contropelle
divelta e divorante
in un ripetersi di sangue mai caldo

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La missione per la colpa – Coleridge


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Capita, come fosse atto senza coscienza, di uccidere un innocente. Da questo immotivato atto, capita di iniziare un viaggio che porti a cercare spiegazioni e non trovarne.
Capita di portare il peso dell’innocente cadavere intorno al collo ed essere così privati della visione della bellezza della natura: condannati e privati della visione dell’alto, a testa in giù stare nei passi di terra e trascinarsi con la colpa da espiare.
Capita, inoltre, di veder apparire un nave sospinta da nessun vento, da nessuna corrente, e che questa “nuda carcassa di nave” abbia due unici passeggeri, due donne impegnate in una partita a dadi, Morte (Death) e Vita-in-Morte (Life-in-Death).
In breve potrebbe essere la trama di un film dell’orrore o di una profezia biblica che tutti potremmo sperimentare durante un viaggio al limite del reale. Invece, parliamo di Coleridge e la sua “The Rime of the Ancient Mariner”, un classico del romanticismo inglese, nonché capolavoro della letteratura mondiale.
Parliamo di un vecchio marinaio che ferma tre invitati pronti a recarsi ad una festa, felici ed elegantemente vestiti, di un vecchio marinaio straccione che gli invitati cercano di scansare in tutti i modi.
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«Perché mai avrebbero dovuto fermarsi?» Non avevano tempo per colui che tutto sembrava tranne che una persona, molto di più un vecchio diavolo. Uno degli invitati riesce anche a divincolarsi dal vecchio, dalla sua mano rinsecchita, ma ancora potente nella presa. Lo offende, pure. Poi, improvvisamente la scena cambia e i ruoli si sovvertono. Per quale motivo l’invitato decide di voler ascoltare il vecchio, la sua storia? Non ci è dato sapere.
Sappiamo solo che lui, così elegantemente vestito, si siede su di una pietra per ascoltare il vecchio, che non è più un adulto, bensì un bambino di tre anni, che gli occhi del vecchio sono riusciti a catturarlo: “Non poteva fare altro che ascoltare.”

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“C’era una nave…”
Una nave che viaggia sull’onda del ritmo dell’intera opera alternato in otto sillabe – quattro giambi, sei sillabe – tre giambi, il cui stile elaborato è arricchito di assonanze, consonanze e ripetizioni nonché figure retoriche che danno al testo una particolare patina letteraria.
C’era una nave…
…compagna fedele che segue le “tappe” del viaggio del vecchio marinaio e della sua maledizione. Spinta verso l’Antartide, intrappolata in una tempesta, tanto da finire nei pressi del Polo sud. Il ghiaccio impedisce alla nave di muoversi e i marinai temono per la loro sorte.

“The ice was here, the ice was there,
The ice was all around:
It crack’ed and growl’d, and roar’d and howl’d

It crack’ed and growl’d, and roar’d and howl’d
Like noises in a swound!


Il ghiaccio serra la nave da ogni parte, il legno comincia a scricchiolare…
Improvvisamente, attraverso la nebbia, arriva un uccello bianco, un albatro “uccello pio e di buon augurio” (the pious bird of good omen), da Coleridge paragonato a “un’anima cristiana”. I marinai lo accolgono, gli danno da mangiare, vi giocano insieme, l’uccello accorre ai loro richiami. Poi, senza alcuna ragione, con un atto “infernale” (“a hellish thing”), il vecchio marinaio abbatte l’albatro con la balestra:
“With my cross-bow
I shot the Albatross!”
Da oltre due secoli ci interroghiamo su questo crimine inaudito, ancora più tremendo di quello di Caino, che aveva ucciso, sì, ma per invidia del fratello. L’uccisione dell’albatro, invece, non ha alcuna giustificazione, rappresenta il Male assoluto, il male che non ha bisogno di moventi, perché è insito in ciascuno di noi, sembra dire Coleridge. Per questo l’unica cosa che dice è: “I shot the Albatross!” Perché il bene ha bisogno di spiegazioni, non il male! Il male è solo male, un colpo, niente più.
La nave cade sotto un maleficio, Dio stesso sembra aver abbandonato il mondo, la brezza ha cessato di spirare. La nave si arresta in mezzo all’oceano.

“Water, water, everywhere,
Nor any drop to drink!”

“Acqua, acqua ovunque,
e neanche una goccia da bere! “

Ecco la punizione divina si abbatte sugli uomini, privandoli dell’acqua, del segno della sua benedizione.
La ciurma, prima consenziente in maniera ambigua, ora accusa apertamente il Marinaio per il suo delitto, apponendogli al collo il cadavere dell’albatross.
I marinai iniziano a morire di sete, nessuna salvezza intravedono all’orizzonte, quando improvvisamente appare un’altra nave, fantasma, con due soli naviganti a bordo: Morte e Vita –in- Morte che si giocano a dadi le vite dei marinai.

morte e vita


L’unico a sopravvivere è il Marinaio che da questo momento è condannato a vivere perseguitato dal ricordo dei compagni morti e da enormi serpenti marini che si agitano in mare.
Il castigo per il Marinaio è ancora più terribile della morte stessa: vivere in solitudine, senza la speranza della pietà di Dio, con l’animo tormentato e in continua agitazione: il cor inquietus di Sant’Agostino, che trae la sua radice nell’origine della colpa, della maledizione dell’orfano.
Il Marinaio è maledetto e inquieto, come l’orfano tratto dal cielo e portato all’inferno.
“An orphan’s curse would drag to hell
A spirit from on high”.
Chi è l’orfano di cui parla Coleridge? A nove anni Coleridge perde il padre, una morte che, come dice in una lettera del 1797, egli riesce a presentire e che provoca in lui un profondo senso di colpa, effetti disastrosi. Atteggiamento comune a tanti altri bambini come dirà in seguito il dott. John Bowlby, incapaci di elaborare il lutto, soprattutto quello di un genitore e arrivare, addirittura, ad attribuirsi la colpa della morte del genitore.
Coleridge, per tutta la vita, si sentirà insicuro, indeciso, privo di volontà, un morto in vita, pieno di disprezzo e di sfiducia in se stesso.
Ma la maledizione del Marinaio è più terribile di quella dell’orfano: il marinaio è costretto per sette giorni e sette notti a vivere in compagnia della morte dei suoi compagni, non essendo lui morto. Al settimo giorno, le creature marine, un tempo viscide ai suoi occhi, diventano meravigliose, le vede uniche e meravigliose tanto da fargli esclamare
“O happy living things!
Il Marinaio inconsciamente (“unaware”) le benedice, si accorge di potere finalmente pregare, e in quello stesso momento l’albatro, che gli era stato appeso al collo, gli cade e affonda nell’acqua. Un miracolo! Un miracolo prodotto dal riconoscimento della bellezza del creato e delle creature che Dio ha fatto e ama” (“love and reverence to all things that God made and loveth”).
Sembra un lieto fine, la maledizione ha fatto il suo corso, l’equilibrio della natura è stato ristabilito, ma il Marinaio non può interrompere la sua missione: ammonire gli uomini, quelli che lui stesso, ora, sente figli di Caino, coloro che come lui si sono macchiati di delitti orrendi o desiderosi di acquisire maggiore saggezza, anche se accompagnata da maggiore tristezza.
Il Marinaio rimane escluso dalla comunione degli altri uomini, non partecipa a banchetti d’amore, a matrimoni simboli di patti con il divino, lui resta fuori a fermare uomini, ad “arrestarli” con il suo “strano potere di linguaggio” e gli occhi scintillanti ai quali nessuno può sottrarsi, al loro incantesimo.
Ma cosa deve insegnare il Marinaio?
Ce lo dice Coleridge stesso ovvero l’antico marinaio prima di prendere congedo dal suo ascoltatore e da noi che lo ascoltiamo con altrettanto incanto:

“He prayeth well, who loveth well
Both man and bird and beast”.

“He prayeth best, who loveth best
All things both great and small.”

“Prega bene, chi ama bene
l’uomo, l’uccello e la bestia”

“Prega bene, chi ama bene
tutte le cose, le grandi e le piccole”


Il suo è un messaggio d’amore che usa lo splendore delle creature, di un Dio che vuole essere amato e adorato attraverso le sue creature, tutte, nessuna esclusa: il sole, la luna, le stelle, le piante, gli animali, il vento, l’acqua, l’uomo, ogni cosa, le grandi come le umili, le cose belle come le brutte, brutte come quelle “migliaia e migliaia di cose viscide” di cui riesce a vedere la bellezza e la corrispondenza che Ermete Trimegisto esprimerà in altro modo nella sua Tavola Smeraldigna : “Il visibile è il simbolo dell’invisibile”
In questo modo c’è nel mondo una redenzione e una continua teofania.

 

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Picasso


PICASSO Capolavori del Museo Picasso, Parigi

10 novembre 2017 – 6 maggio 2018

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Il pittore catalano ritorna sulle coste liguri con una retrospettiva di circa cinquanta opere provenienti dal museo Picasso di Parigi. Le stanze di Palazzo Ducale accolgono nuovamente le figure e gli schizzi preparatori dell’artista che viene qui raccontato attraverso le sue tele più personali e intime.

L’evento visitabile fino al 6 maggio, cerca di ripercorrere tutte le fasi salienti della vita artistica e personale dell’uomo prima e del mito poi, posizionando l’attenzione sulla quella fase di passaggio che conduce all’abbandono della figura in favore della geometria.

Le tele presenti nelle sale coprono quasi tutta la produzione del pittore accennando il periodo rosa e focalizzando altresì l’attenzione sulle donne, presenza costante e fondamentale nella vita personale del Picasso uomo.

I primi anni del Novecento danno vita alla fase più meramente e stilisticamente figurativa in cui il giovane autore omaggia i suoi miti. Basti ricordare la rappresentazione plastica delle Bagnanti, opera del 1918 che ricorda da vicino le linee orientaleggianti di Igres e accompagna verso i tumultuosi anni Trenta. Un periodo di transizione e oscurantismo storico questo che modificherà il suo stile portandolo ad essere più spigoloso e indefinito. Il periodo azzurro conduce pertanto ad una stilizzazione delle forme che mutano talmente tanto da diventare scomposte e sovrapponibili. In questa serie di dipinti troviamo la parte più profonda del pittore che sfocerà nel capolavoro novecentesco conosciuto ai più, come la Guernica. La violenza della realtà si modifica e trasforma in una serie di pennellate sempre più nette e definite, mostrando un doloroso percorso di nascita e revisione di un futuro sempre più colorato d’azzurro.

Quello che colpisce ancora, sono le figure orripilanti dei bambini, che vengono rappresentati con occhi grandi e privi di innocenza. Come se l’infanzia evidenziasse già l’angoscia del vivere. La dualità della scomposizione dei volti è ritrovabile soprattutto nelle espressioni femminili presenti nei ritratti di Dora Maar e Marie Thérese Walter . Il viso diventa dunque luogo di sperimentazione, un campo conosciuto di ricerca dove poter trovare del vecchio per crearci del nuovo.

La guerra civile spagnola aggiunge nuova linfa alla sua arte che diventa ancora più stilizzata e viscerale. Da questo momento il cubismo si astrae mostrando la semplicità del male in tele ampie e ricche di azzurro. La liberazione dal Regime porta nuovamente il pittore ad aprire alla luce, che ora ritorna prepotentemente alla ribalta. I paesaggi bucolici si fondono con i personaggi formando un’osmosi tra corpo e natura. Qui le figure geometriche assumono una connotazione preponderante nello spazio bianco. Uno stile questo che si ammorbidirà verso gli ultimi anni di vita del pittore che ormai novantenne, dipinge se stesso in modo grossolano ma con lo sguardo rivolto verso lo spettatore. L’ultima occhiata verso un mondo in trasformazione, l’evoluzione ultima di un genio che dopo aver riscritto i dogmi della pittura apre nuovamente al futuro. Un testamento spirituale immenso e irripetibile, perché “ci sono pittori che dipingono il sole come una macchia gialla, ma ce ne sono altri che, grazie alla loro arte e intelligenza, trasformano una macchia nel sole”.

Christian Humouda

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Le bagnanti 1918

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Picasso Pablo (dit), Ruiz Picasso Pablo (1881-1973). Paris, musée Picasso. MP189.

Poesia – Quattro inediti di Marco Tufano


Marco Tufano – Inediti

 

Si intravedeva sulla proiezione del vetro
– fino all’arrivo di un altro convoglio rapido
la danza tra due pilastri di una madre
persa per i sogni di una piccolissima parte
di sé. Sulla soglia della partenza si scioglieva
l’ombra all’ultimo raggio di sole del tramonto:
a Roma ho ingoiato il nodo che sembrava legarti
ninnananna dei ritorni, incrocio di vite, di tempi verbali.

*

Arriva persino la neve sulle viti del sud
e domani già so si arenerà la carne
di chi desiderava la fine e la dispersione
senza impronta da seguire né genetica
come un fardello insopportabile nelle sere
residuali dell’inverno a guardare ai bordi,
le mimose bruciate e le linee luminose
dei fendinebbia per non sparire del tutto
nell’affanno delle circostanze.

*

Ancora una goccia di questa pioggia incessante
creperà fino al midollo dal capo di un’anima,
la pelle già escoriata d’inferno e officina
senza avvertire bisogni di carne né rime
prosegue sul verso sbagliato
scivola nelle pozzanghere e nelle storie
guarda!, nasce un cuore suburbano
su questo arcobaleno in scala di grigi.

*

Ti tengo uno spicchio per il ritorno
senza sconfitte sulle venature del legno:
non paghiamo il pianto delle sirene,
solo una fine senza premonizione
né cronometro che guardi dietro la meta.
Ti tengo il ritrovo e i posti che sono
il tempo fermo a troppi anni prima
o solo un pacco per farti felice
e ancora una volta l’asfalto, il dopo,
che non è morte e non è niente.

 

Marco Tufano è nato a Napoli nel 1989 e risiede a Somma Vesuviana. Laureato in Editoria e Pubblicistica presso l’Università degli Studi di Salerno, è finalista di alcuni premi nazionali di poesia. Principio Verticale (96, rue-de-La-Fontaine, 2017) è la sua opera prima.

 

 

 

La chambre des reves – La stanza dei sogni


 

 

La chambre des reves – La stanza dei sogni

Gian Luca groppi – Silvia Noferi

 

 

 

 

Gian Luca Groppi e Silvia Noferi s’incontrano e confondono nella Chambre des reves, all’interno dello spazio 46 del Palazzo Ducale di Genova.

La mostra fotografica curata da Virginia Monteverde e promossa da Art Commission è la fotografia emozionale di un attimo. Una pangea che si sviluppa dentro ad una stanza dei sogni, reali ed irreali. Un luogo definito nella forma ma indefinito nella sostanza, all’interno del quale le immagini si muovono fino a prendere vita. Frammenti di esistenze e ricordi sconfinano in un universo onirico di apertura e chiusura verso l’oltre.

Le fotografie sono curate e costruite con maniacale attenzione per i dettagli e cercano di veicolare un nuovo linguaggio comunicativo. Un ponte ideale e ideologico tra i due autori che passa dalla fissità dell’attimo di Gian Luca Groppi all’apertura verso l’oltre di Silvia Noferi.

L’occhio del semplice spettatore si confonde in modo perfetto con quello fotografico dei due artisti producendo uno strano senso di Deja vu. Le rappresentazioni allestite  nella mostra si intrecciano  in un percorso armonico dove  le distanze e le affinità di due mondi interiori  sembrano avvicinarsi, ma contemporaneamente allontanarsi in modo netto e definito. Emerge così la sofferenza dell’esistere, la solitudine e i sogni di due anime. Immacolate e spurie che qui diventano narratrici d’eccezione e danno vita a qualcosa di assolutamente originale. Un circuito che si apre con la maternità leopardiana da un lato e il ricordo sfocato di un banco di scuola dall’altro.

Una mostra “sottovetro” che ci accompagna e ci abbandona sulla linea dello sguardo. In quello spazio in cui il ricordo si ripercuote sull’oltre. Come un’ emozione troppo breve che in un attimo si consuma.

 

Christian Humouda

 

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I consigli WSF di Febbraio


Dopo un lunghissimo Gennaio, ci stiamo abituando pian piano anche al 2018. E perché non farlo seguendo qualche nostro consiglio?

Libri:

9781501175466_p0_v2_s550x406It – Stephen King: con l’uscita dell’omonimo film anche il romanzo più celebre di Stephen King è tornato alla ribalta, per la gioia degli amanti dell’horror. Nonostante King abbia dimostrato, con il tempo, di non essere solo un autore di genere horror ma uno scrittore a tutto tondo, It è il romanzo spaventoso per eccellenza. Un romanzo corale che ricopre quasi trent’anni di vita dei protagonisti, che avanza di flashback in flashback a un ritmo incalzante, e attanaglia il lettore dalla prima all’ultima pagina. La lunghezza del romanzo (parliamo di oltre 1200 pagine) scoraggia molti, ma non bisogna lasciarsi ingannare: lo stile fluido della scrittura quasi non fa pesare la lunghezza. Imperdibile per gli amanti del genere, o per quelli che hanno visto il film e sono curiosi di sapere come andrà a finire. Da evitare, però, se non volete spoiler.

Olga di carta. Il viaggio straordinario: Olga Papel è una ragazzina esile come un ramoscello e ha una dote speciale: sa raccontare incredibili storie, che dice d’aver vissuto personalmente e in cui può capitare che un tasso sappia parlare, un coniglio faccia il barcaiolo e un orso voglia essere sarto. Vero? Falso? La saggia Tomeo, barbiera del villaggio sostiene che Olga crei le sue storie intorno ai fantasmi dell’infanzia, intrappolandoli in mondi chiusi perché non facciano più paura. Per questo i racconti di Olga hanno tanto successo: perché sconfiggono mostri che in realtà spaventano tutti, piccoli e grandi. Un giorno, per consolare il suo amico Bruco, dal carattere fragile, Olga decide di raccontargli la storia della bambina di carta che un giorno partì dal suo villaggio per andare a chiedere alla maga Ausolia di essere trasformata in una bambina normale, di carne e ossa. Il viaggio fu lungo e avventuroso: s’imbatté in un venditore di tracce, prese un passaggio da un ragazzo che viveva a bordo di una mongolfiera e da un altro che attraversava il mare remando. Più volte rischiò la vita, si perse, ma fu trovata da un circo. E quando infine trovò la maga, solo allora la bambina di carta comprese quante cose fosse riuscita a fare…

Olga di carta. Jum fatto di buio: È inverno a Balicò, il villaggio è ammantato di neve, si avvicina Natale. Gli abitanti affrontano il gelo che attanaglia la valle e Olga li riscalda con le sue storie. Ne ha in serbo una nuova, che nasce dal vuoto improvviso lasciato dal bosco che è stato abbattuto, e quel vuoto le fa tornare in mente qualcuno. Anche Valdo, il suo cane fidato, se lo ricorda, perché quando conosci Jum fatto di Buio non lo dimentichi più: un essere informe e molliccio. La sua voce è l’eco di un pozzo che porta con sé parole crudeli, e tutto il suo essere è fatto del buio e del vuoto che abbiamo dentro quando perdiamo qualcuno o qualcosa che ci è caro. Jum si porta dietro tante storie che Olga racconta a chi ne ha bisogno, come dono, perché le storie consolano, alleviano, salvano dal dolore della vita e soprattutto fanno ridere.

Multimedia:

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Bright: Ennesimo film di produzione Netflix, che ormai ci ha abituato a tante produzioni originali e innovative, Bright è un prodotto riuscito a metà: buone le interpretazioni e originalissima l’ambientazione (un mondo moderno dove umani, orchi ed elfi convivono fra di loro con gli inevitabili problemi di stereotipi e razzismo), ma trama non chiarissima e finale un po’ troppo veloce. Da vedere per l’idea e l’originalità della storia, sperando che il già annunciato sequel faccia un po’ più luce su alcuni punti della trama rimasti oscuri.

86ca54d1831c9ca0d58ff4f021292b0cBlack Mirror [4° Stagione]: Le stagioni di Black Mirror targate Netflix hanno diviso i fan in due: chi si dispera per il tradimento delle prime stagioni, e chi accoglie favorevolmente il cambio di rotta dello stile. Che voi siate pro o contro l’americanizzazione di Black Mirror, questa quarta stagione va vista senza ombra di dubbio: gli episodi sono stati girati con maestria, narrati con un alto livello di tensione, e interpretati in modo eccellente (specialmente l’inquietante “Crocodile”). Se proprio non sopportate l’abisso fra le prime due stagioni e le nuove, prendete queste storie come dei bei mediometraggi da vedere per passare il tempo e avere qualche brivido, senza pretese nostalgiche. Che il vecchio Black Mirror sia ormai sparito è fuor di dubbio, ma anche il nuovo ha qualche buon asso nella manica.

a70hcDbx_400x400Dark: Considerato da molti l’erede tedesco di Stranger Things, questo piccolo capolavoro europeo targato Netflix è, per certi versi, di molto superiore al suo “predecessore” per intensità e bellezza estetica. Dark ha uno stile crudo, viscerale, intenso, oltre a una storia complicata e quasi perfetta. Il finale aperto lascia intendere una seconda stagione, che speriamo arrivi presto. Non intendiamo spoilerare, ma i colpi di scena sono tanti. Per chi non è pratico di lingua tedesca consigliamo di vederlo doppiato in italiano, perché è un po’ difficile la storia seguendo solo i sottotitoli.

Godless: E’ una serie televisiva statunitense prodotta e distribuita da Netflix, ambientata nel vecchio West.
Nel 1884, Frank Griffin è un fuorilegge che va alla ricerca del suo ex amico e figlio adottivo, Roy Goode, che lo ha tradito. Tutto diventa complicato per Frank Griffin quando scopre che Roy si nasconde in una città chiamata La Belle, dove le donne regnano. Loro faranno di tutto per proteggere la loro città dalla vendetta di Griffin, il quale aveva giurato di uccidere chiunque avesse aiutato Goode.

Children


“CHILDREN”

di

Tukuya Okada

Giappone – 2011

In un futuro imprecisato e dispotico si muove il bambino “4483”. Un numero tra tanti che ogni giorno compie la sua routine scolastica e calcistica con zelo e dedizione. E’ proprio in questo mondo cupo e ricoperto di polvere che si muove il protagonista, un’ombra come tante chiusa dentro a spazi troppo stretti. La storia si muove su più livelli concettuali, mostrando come il microcosmo della società adulta non sia null’altro che un insieme di esseri inespressivi e freddi, che si limitano a ricoprire un ruolo che qualcuno ha dato loro. Di contro sarà proprio il sentimento umano, ad uscire prepotente per dare vita, in un giorno qualsiasi, a una vera e propria rivoluzione fisica e culturale.

Il corto è dunque un vero e proprio attacco al sistema sociale ed economico Giapponese, all’interno del quale modernità e tradizione s’incontrano, cortocircuitando la personalità emotiva e sessuale degli individui. La freddezza della ripetizione viene a cozzare contro la sottomissione culturale che porta ad uno stile di vita alienante e insalubre. Sarà infatti compito delle nuove generazioni combattere per riappropriarsi della loro identità attraverso la riscoperta delle più basiche emozioni umane.

Un corto questo che riporta concettualmente alla memoria il messaggio musicale presente nella discografia di fine anni settanta presente in dischi come: The wall e Animals dei Pink Floyd.

Un opera formalmente semplice, che ricerca e stigmatizza l’abbandono della delicatezza insita nell’impero verso la società “penetrativa” occidentale che crea e riproduce mostri.

Il messaggio quindi è la vera forza di questo corto che coniuga ad una devastante prospettiva futuristica la possibilità di scelta di un’alternativa.

Perché ognuno di noi non è una semplice goccia nell’oceano, ma un oceano dentro ad una goccia.

Christian Humouda