Giovani Prospettive. Omaggio di Parole a Christopher McKenney


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***

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Nella impossibilità e nella non volontà di parlarvi, mi rivolgo a voi, uomini devastanti che avete fatto della mia vita un calvario.
Le lodi all’amore, le gioie sfrenate del sesso, la dolcezza d’amore filiale, la rassegnazione ad un penoso matrimonio hanno forgiato una marionetta, la cui testa troneggia nel bronzo in vita eterna.
Ho pagato la mia breve libertà a nervi spezzati ed emorragie affettive. Mi sono tramutata in una larga vagina dalla quale il sano ed il malato hanno attinto a loro piacimento.
Sono una stella, una stella spenta ed intristita e grigia, pazza d’amore e di mille sperma, folle di vendetta e di riscatto.
Non mi nominate, non mi invocate, vi prego.
Sono la reietta, la peccatrice, la demente.
Onorate il mio unico vero reale sincero atto di coraggio. Mi sono sottratta a voi e alla vostra cupidigia, ai miei diavoli e ai miei desideri.
E così vi lascio, a marcire tra le lenzuola sudate, impregnate dei vostri malsani odori.

Di Annalisa Fiorio Boscia

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CERNIERA di Chiara Baldini

La settimana del dovere è una valigia
che si annega nel pasto d’asfalto.
Mi ci rinchiudo, contorsionista condanna
ad alitare il buio in un grumo
tra vesti e intimo di vecchio bucato.
L’anima liquida ha la forma del flacone
e rotola appena: fa di beauty-case Casa.
Il fiato è tirato come un filo di ferro,
nella cerniera una gogna, quando s’indenta.

E tutto si compie, ogni volta si serra.

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URLO di Chiara Baldini

Il mio urlo è uno spillo ingoiato.
Sono l’intingolo del non vissuto,
dagherrotipo di una non famiglia.
Urlo rabbia fin dentro le feci
perché m’hai tutta spremuta in carne,
fuori. E la carne riprendo nel pugno
sognando l’urlo, la nocca e lo scontro.
Poi mi accuccio, nel mio contrappasso
sputo e reinghiotto lo spillo.

Poesie tratte da “Prugne sulla pelle”, Samuele Editore, 2016

***

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In del bosc
mirant à la llumera
come un rottame che non sa volare
incrostato di ruggine

tourbillonando si avvita
formicolare di cieli
riflesso vaso vagale
esondazione di fremiti

Si cercano le vene
quasi soffi di vita
l’inferno è fatto d’aghi
non si attende la luce

Gli alberi pali elettrici
fiamme di sodio
precipitare in cielo
da un banale torpore

Qui si sognano boschi di castagni
e il vidore nei ronchi
sul marciapiede cupo di cemento
insozzato dai cani

di Guido Mura

***

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ACCUSA di Izabella Teresa Kostka

Mi incontrerai come una madre,
culla sanguinante del rampollo mancante,
guardiana delle grida degli innocenti
dispersi tra le tombe senza dimora.

Sarò la tua sposa distesa sull’ara,
statua – ritratto della perdizione,
non chiamerai invano il mio nome
scolpito su una costola di un Dio minore.

Dal mio sguardo morirai
come il vile carnefice avvinghiato ai piedi.

***

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MATER NOSTRA EST di Izabella Teresa Kostka

Come una vigna matura pregno il tuo grembo,
l’ombelico del mondo gravido di allegria,
turgidi e candidi i seni – succosi frutti maturi,
accogliente dimora per le piccole labbra.

Sorridi
ignorando le grida del Male,
d’Immenso s’illumina il tuo viso,
nella Natura ritrovi la pace
quell’essenza primordiale del Sacro Creato.

Sei una corolla sfavillante di puro amore
incarnato nel germoglio sbocciato dal ventre,
ovunque tu viva su questa Terra
rappresenti il nucleo dell’Universo.

Mater Nostra di qualsiasi fede
sia benedetto il tuo nome!

***

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Si attendeva
il ritorno a casa
della notte
con già pronte
cento domande
di cristallo infrangibile
a l’espèttoro.
si guardava
navigare i violini
gioiosi diluvi
di brevettate vedove
all’insaputa
di fedi incagliate
le finestre
che ti fanno pensare
all’ammirazione
per nebbie distratte
dal rovistare del tasso
tra le insanguinate sponde
di lacerate labbra
tana di lupi
nei mattini di tormenta
al bosco grigiastro
che non vuole invecchiare
allo svolazzo
tra secche di gomma
ascoltando Chopin
si dimena
la polvere incisa
nell’ortografia di una lingua
che fa girare la testa
ad ali sfiancate
impeto di nere porte
infagottate parole
di poeti scaduti
tra fiamme inadatte
a sfornare il pane.

Di Luca Gamberini

***

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Se tu mi dessi
tutti i cieli che conosci
i nembi sarebbero pellicola di tempeste
e tutti i diluvi
si stamperebbero
asciutti
sulla terraferma del mio volto
come io fossi Amazzonia
in contrasto agli astri
foresta intricata
tangente alle tue altitudini

Di Mariella Buscemi

***

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Nulla sanno dell’innesto
che fanno i nostri gambicini
ai rami
e della fotosintesi generata
dalle cime secolari e innevate,
tanto da portarci
dentro
le stalattiti appuntite
di tutte le generazioni
miste alle viscere.
Rido.
Al gelo della mia postazione.
Ho la certezza intessuta al nome
E la scoperta del piccolo e autentico
A stampella del vacillare.
La minaccia salta in aria.
ed io,
ad osservarne il triste volo.
Da qui, è Luce.
Ho la certezza intessuta al Nome.

Di Mariella Buscemi

***

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la visione
è oltre la cinta screpolata
oltre la pietra,
immobile, nonostante il crepitio
che il vento traccia
sulle venature sottili delle mani.
le scritture nodose sussurrano
ai sognanti l’alterità
la perfezione delle cortecce
i presagi che il bianco ricama
sulla terra
il capo panìco velato
senza volto

di Mirella Crapanzano

***

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ci sono passata tante volte nello stesso inverno , come un random di memorie che che si apliano lentamente nei passi fatti a piedi nudi in quella terra dove ogni cosa mi ricordava casa , pur non avendome mai avuta una .
e ci sono tornata tante altre volte in quella terra , nonostante fosse sempre lo stesso gelido inverno , senza lamenti moderati e disperazioni che dalla fame mi mangiavano la pelle .
se tutto questo non porta il nome del mio mancato essere , della mia addomesticata afflissione al dolore , allora chi sono io ?
da dove vengo se non da quegli inverni che mi hanno tenuta in vita abbastanza a lungo da non voler più subire la carezza della luce del sole .
forse è questo che sono io , una persona sola che si ripete in se stessa come in un riflesso .
un’anima mancata senza ombra , senza orma , senza esistenza , se non quella dispersa in un tempo curvo nel suo termine .

di Rosaria Iuliucci

***

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(e tu vorresti titolarmi?) di Alessandro Bertacco

No, e senti il blu, assieme
lanciato al cielo
(e non devi dimezzarti)
Ni, e senti il mondo, corallino
antropofago, ci rigenereremo
specchiandoci come ci avessero mostrato
due alici diverse, qualche paio di cose proibite
E si, e si che ed lì che tutto muore
quel fetente che non si è fatto favola
.
E più cado e più sento
questo è il budino esoterico della vita
Cristo quando le hai rese serie
E più volo, e dovevo stare
al suggerire della realtà
E più tutto mi muove
.
mi protraggo fino ad invadere
le terre che sono boschi attorno alla vostra aurea
e dico ciao allo spettro
.
Siamo alla spiaggia della realtà,
e siamo tutti di nuovo strani e normali
della alla luce che mai è banale
.
Che poi
Che poi
che tanto l’altro l’hanno raccontato
Ed il terzo mondo è questione ancora più seria
al chiamarla questione individuale
falsamente che qui ed ora sia stata rappresentata
germinare è la via di mezzo tra morire e nascere
in foto vi fotto cose invisibili

***

A PROPOSITO DI FABER: STORIA DI UN IMPIEGATO SESSANTOTTINO O STORIA SEMPRE ATTUALE? di Francesco Paolo Intini


Non era nello stile degli anni ‘60 e ‘70 accontentarsi di qualcosa ed il maggio francese soffiavaancora sulla scena mondiale quando questo disco veniva concepito. Per molti quel vento era la soluzione dei mali che affliggevano il vecchio mondo uscito vittorioso dal conflitto mondiale, ma non per questo sanato nelle ingiustizie sociali. La spinta propulsiva veniva dagli inizi del secolo, quando in Russia si era affermata la Rivoluzione bolscevica econ essa il pensiero marxista, era diventato realtà.

1-I CUCCIOLI DEL MAGGIO:

CANZONE DEL MAGGIO accoglie la lotta di classe come un dato di fatto. C’è un mondo borghese da una parte che non vuole cambiare nulla e si affida alle pantere della polizia, al potere della televisione di distorcere le verità e tranquillizzare le coscienze, dall’altra una massa di studenti che bussa alle porte di ognuno e ripete:
…per quanto voi vi crediate assolti \siete per sempre coinvolti…

E’ il clima dei tempi, la bufera che investe ogni angolo della società per raggiungere le singole persone chiuse nei propri individualismi. A tutte oppone la stessa soluzione di un momento collettivo del cambiamento. La sua forza, espressa a partire dall’INTRODUZIONE, consiste nell’essere cuccioli e dunque esenti da colpe generazionali che si traduce nel bisogno di crescere in una società a misura d’uomo, senza deviazioni e compromessi. L’altra classe in fondo non è che lo stesso albero e tutto sommato ciò che avviene è un ritorcersi dei figli contro i padri che li hanno messo al mondo con l’imprinting della ribellione. Il dado è tratto e niente sarà come prima.
Da questo punto di vista il maggio francese è davvero la primavera della storia moderna che ha visto il suo lunghissimo inverno nel periodo 1914-1945.
La gente dell’epoca però fa fatica a riconoscere in quel bisogno di cambiamento la negatività sottesa al benessere promesso e diffuso dallo sviluppo economico e dalla pubblicità del dopoguerra.In questo clima si inserisce l’impiegato. La sua figura è l’esatta rappresentazione della contraddizione tra vecchio e nuovo, tra bisogno di cambiamento e conservazione.
…e io la faccia usata dal buonsenso\ ripeto “non vogliamoci del male”\e non mi sento normale\e mi sorprendo ancora\a misurarmi su di loro\e adesso è tardi, adesso torno al lavoro…

2-LA TENTAZIONE

Per risolversi ha bisogno di una scintilla. Non è facile abbandonare il non essere del condizionamento, dell’omologazione e dell’anonimato e passare al protagonismo. C’è Raskolnikov in questa stessa dimensione, un incontro che avviene a livello onirico. L’io chiamato a questa missione è quello individualista che ha di mira la distruzione dei miti immediatamente riconoscibili, ma niente esaltazioni napoleonicheproprie del personaggio letterario, soltanto un ritrovarsi con le mani sporche nel fare qualcosa- come per liberarsi da una corazza, da un vissuto che condiziona troppo-e assecondare una tentazione della pelle.
E’ questo il clima che si respira ne: LA BOMBA IN TESTA. Sente che i giovani stanno facendo la cosa giusta, ma lui è legato al lavoro, alle rotaie verso casa, alla conta inutile dei denti dei francobolli al dovere verso il benessere e non è facile rimanere nella normalità per intraprendere la via della anormalità perché lì c’ è il coraggio e lo strappo irreversibile e da quest’altra parte il buonsenso del “non vogliamoci del male”. Ci pensano i sogni a ricordargli l’odio che si nasconde dietro la maschera indossata per nascondere la repulsione profonda nei confronti del conformismo e dell’ipocrisia, della macchina vincente in ogni dove della società (arte, politica famiglia). Tutto ciò si riconosce nelle icone, (Cristo, Maria, Nelson, Dante, La statua della libertà, la Famiglia) del BALLO IN MASCHERA messo a soqquadro dal suo attentato. La devastazione della bomba ha l’effetto di mostrare il volto fragile della società, l’ossatura artificiosa dei personaggi, ciascuno nella sua recita quotidiana a cominciare da padre e madre che rappresentano l’ultimo freno al bisogno di libertà.
…e adesso puoi togliermi i piedi dal collo\amico che mi hai insegnato il “come si fa”\se no ti porto indietro di qualche minuto\ti metto a conversare, ti ci metto seduto\tra Nelson e la statua della Pietà,\ al ballo mascherato della celebrità…

Sebbene non sia chiaro dal testo l’identità di quest’amico, non mi stupirei di trovarci lo stesso Nobel, inventore della dinamite, che nell’incipit espone a Cristo l’alternativa alla sua bontà. Fatto sta che adesso l’impiegato ha imparato la lezione col risultato di trovarsi nudo di fronte alla sua coscienza.

3- IL GIUDICE ED IL POTERE

Ma chi è il giudice che nel sogno successivo mostra il suo indice puntato senza decidere tra condanna e assoluzione? Che senso ha chiedere all’imputato:
“Vuoi essere assolto o condannato?”
Può stare un giudice dalla parte dell’imputato? Una partecipazione dell’imputato all’esito del giudizio è sì una contraddizione, ma riflette quella tra Super-Io e Io, cioè tra istanze morali e coscienza, quello che ognuno può sperimentare quando è avvolto dai sensi di colpa. Prima ancora che nella società è nell’intimità più profonda che bisogna abbattere qualcosa e questo è il legame tra quello che chiama
“una coscienza al fosforo piantato tra l’aorta e l’intenzione”
e l’oscuro Potere che affonda le radici nella società borghese come nella famiglia e dunque è in grado di governare l’individuo in ogni sua azione e pensiero. Nella risoluzione di questo conflitto, nella capacità di resistere alla furia delle colpe, sta la chiave per poter andare avanti sul piano delle azioni. Cosa non facile, dal momento che questo giudice mostra il suo volto buono (ma lo è veramente?) nel dare la possibilità di ritorno nella norma. L’occasione è descritta nella canzone del padre, dove il giudice offre all’imputato il posto occupato nella società dal suo genitore come premio per aver tolto di mezzo delle icone ingombranti, mettendo a servizio del potere stesso unasua tentazione profonda. Diventare il proprio padre dopo averlo uccisoha comunque il senso di un riscatto nei confronti della colpa perpetrata contro la collettiva.

4- EDIPO

Ma è il percorso di Edipo a rivelarsi mistificatore, un sogno per rimanere nei sogni. La sua donna è anche sua madre e suo figlio è lui stesso” il meno voluto” destinato a finire in un percorso di hashish e ad inciampare negli stracci dell’infantilismo di un giogo familiare che è anche gioco di potere.
L’impiegato legge qui la sua miseria sociale, il destino di chi al massimo può aspettarsi “una valigia di ciondoli\ un foglio di via” da un commissario corrotto e capisce di essere stato ingannato dal giudice che da una parte gli offriva la via del riscatto e dall’altra lo faceva partecipe di un gioco senza via d’uscita reale se non la fuga da reietto, peggiore di quella a cui aveva rinunciato e anche di quella di “Berto, figlio della lavandaia, compagno di scuola, preferisce contare sulle antenne dei grilli” il cui rifiuto nei confronti della cultura e della religione si era tradotto in un farsi piovere addosso, senza nessun futuro.
E’ questa la molla che lo fa svegliare e ad un’alternativa di reietto (in quanti modi si ripete lo stesso schema di asservimento da parte del potere?) preferirela ribellione individuale.Il Potere costituito si svela ingannevole, proteiforme e capace di assumere anche “ il volto di una donna che pago” pur di affermarsi sull’individuo.

5- IL SOVVERSIVO ed il CASO

Da questo momento è senza protezione di buon senso, il suo movente è una vendetta personale nei confronti del Potere. Anche lo spunto della primavera è lontana. Il vento di liberazione ha innescato l’azione del libertario, l’individuo contro il suo disagio di natura anarchica.
Eccolo dunque a recitare il ruolo già visto nella storia degli attentatori personali, i Princip del secolo precedente che colpivano re e regine, innescando guerre planetarie.
La sua bomba è di questa natura, contro la pervasività di un Potere presente nella sua persona e nella società, capace di assolvere da ogni colpa, se si sta dalla sua parte e di far compiere il delitto più atroce pur di affermarsi e conservarsi:
…assoluzione e delitto \lo stesso movente…
È in quest’idea che procede a compiere un attentato contro il Parlamento. Nella maschera di Joker\bombarolo c’è tutta l’esaltazione di chi sente di aver capito ciò che gli altri, vale a dire
…intellettuali d’oggi idioti di domani… \profeti molto acrobati della rivoluzione\ oggi farà da me senza lezione…
non hanno capito cioè che è nelle possibilità di ognuno giocare d’anticipo concentrando il pensiero rivoluzionario nell’azione distruttiva
…ridatemi il cervello che basta alle mie mani…
contro obiettivi precisi, come anticipato dal sogno del ballo in maschera.
La possibilità del fallimento non è contemplata in questo gioco dove tutto e il contrario di tutto è potere e lotta per esso. Ma non è così.
Nel prendersi gioco della rivoluzione il Caso e con esso l’Errore entrano potentemente in scena riportando l’impiegato con i piedi per terra. Il potere del caso ha lo stesso machiavellico senso che impedisce al Valentino di prendere l’iniziativa alla morte del padre. Una banale febbre lo attanaglia a letto mentre gli altri decidono la successione ad Alessandro VI e con essa il suo destino.
A saltare in aria non è il parlamento ma un’edicola, dimostrando che anche il caso è da quell’altra parte, quanto basta al suo nemico per acciuffarlo e sbatterlo in galera coprendolo di macabro ridicolo.
Adesso non resta che prendere atto della sua radicale impotenza. Su di lui si verserà la giustizia borghese che ne squalificherà l’opera con l’effetto di consegnarlo ad una solitudine senza conforto né giustificazione.
Per giunta non ci sarà alcuna Sonia a confortarlo, ad aspettarlo e magari a convertirlo.

6- LA SUA DONNA

È’ ancora una volta alla luce della pervasività del potere che va interpretata “ VERRANNO A CHIEDERTI DEL NOSTRO AMORE”… L’effetto devastante della bomba è sul rapporto d’amore con questa donna che si rivela una mascherata dietro la quale ognuno giocava a nascondere sé stesso. Se a lei importa solo di mostrarsi bella e normale ma non di essere una persona libera
…farsi scegliere o finalmente sceglierai…
è perchè il potere opera nella più profonda intimità, imponendo ipocrisia e conformismo laddove doveva esserci amore e comunione di fini e affetti.
“ Verranno a chiederti …” è una canzone disperata, senza via d’uscita se non quella dell’incomunicabilità, dell’impossibilità di un cambiamento reciproco ed infine della solitudine in cui si viene a trovare il singolo, non appena metta in crisi il fondamento borghese della famiglia.
Ma è anche una grande poesia di amore, di uno dei due che conosce la verità dell’altra, vede la sua maschera sociale asservita al condizionamento e allo sfruttamento del potere fino allo svuotamento della personalità e si addolora per quella radicale difficoltà a distaccarsene finalmente con un atto di libertà:
…Ma senza che gli altri ne sappiano niente\ dimmi senza un programma dimmi come ci si sente\continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito\farai l’amore per amore\o per avercelo garantito…

La filosofia che oppone ad una vita vissuta all’insegna del “dove un attimo vale un altro” si fonda sulla valore di essere sé stessi e fare le cose che si amano per amore, nella consapevolezza che non val la pena lasciare la propria facoltà di scegliere nelle mani altrui.
A lui che è stato sé stesso per un attimo adesso però si spalancano le porte della galera. La macchina trionfante è quella del potere costituito. Ma chi vince la partita?

7-LA PARTITA FINALE

La galera è sì il non luogo, ma ancheil posto dove i rapporti sociali si semplificano: il potere vive col suo vero volto di oppressore mentre il sovvertitore vive la sua irriducibilità a far parte del sistema come un seme che germoglia in una terra fertile e pronta a coglierne il messaggio. Da questo punto di vista la rinuncia all’ora della libertà del singolo diventa presto la rinuncia di molti per assumere l’aspetto di rivolta collettiva e quindi in grado di giocare efficacemente un ruolo politico.La stessa canzone del maggio che coinvolgeva la coscienza di ognuno ora è intonata da questa zolla di sovversione collettiva che, come un focolaio acceso da un vento favorevole, promette di incendiare il mondo.
Se c’è un messaggio che arriva ai giorni nostri non è tanto questa radicale inimicizia nei confronti del potere costituito, che accomuna quasi occasionalmente l’impiegato all’ irriducibilità dei ciompi e a tutti gli Spartacus della storia ma soprattutto questo riflettere sulle condizioni al contorno deldisagio esistenziale. In altri termini arriva da questa opera chela contraddizione tra bisogno di essere sé stessi e condizionamento esterno, passa attraverso due poteri che non si riconoscono a vicenda. Uno dei due, il più forte è in grado di inglobare tutti gli altri essendo in ogni luogo-compresa la coscienza individuale-dal momento che sostituisce quel Dio morto per sempre di nietzchiana memoria e passato in giudicato ma come questi capace di provvedere a tutto:
… una volta un giudice come me\ giudicò chi gli aveva dettato la legge:\ prima cambiarono il giudice\e subito dopo\ la legge…
All’altro, il più debole,rimane la consapevolezza che quando il giudice afferma:
…tu sei il potere, vuoi essere assolto o condannato?..
Sta mentendo conscio del fatto che esaltare l’individuo, illudendolo di avere in mano la possibilità di auto assolversi è la maniera più semplice di disarmare e tenere sotto controllo la distruttività e trasformarla in asservimento.
Tutto ciò raccontato con un linguaggio poetico, fatto di metafore e figure straordinariamente efficaci, capaci di sostenersi e conservare il loro fascino misterioso fino ai giorni nostri.

Note:

Le citazioni inserite nell’opera sono tratte da “Storia di un impiegato” (1973) album musicale (Produttori Associati\ Ricordi) a cura di R. Danè, testi di F. De Andrè, G. Bentivoglio e R. Danè, con musiche di F. De Andrè e N. Piovani

Alessandro Assiri su Wunderkammer di Carlo Tosetti edito Pietre Vive Editore, 2016


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Quando la letteratura è grande lascia segni, ma quelli più profondi li lasciano le letture appassionate. Un inno introduttivo in bilico tra un Kafkiano delirio è un incubo di Dick apre questa raccolta di Tosetti per Pietrevive.
Il ricordo è metafora per eccesso. Questo suggerisce la memoria anche quando è fallace e di memoria è denso questo testo sospeso tra un tempo lirico è uno narrativo. Un uso spiccato dei riferimenti letterari rende la lettura complessa e chiede uno sforzo al lettore che viene tuttavia ripagato una volta trovata la chiave interpretativa. Un uso mescolato di un tessuto mitico, di un futurismo Marinettiano e di aneddotica popolare che Tosetti ricalca in una miscela che da vita a uno sperimentalismo che getta sopratutto nell’ultima sezione una visione allucinatoria verso una naturalità che sembra scorrere indifferente fredda nonostante le umane miserie.

di Alessandro Assiri

VERSO|| DOPPIO|| SENSO – 3 – di Silvia Rosa


[Ci sono giorni da rosicchiare come pane duro, dal bordo annerito dell’alba lungo la crosta delle assenze ‒ una dopo l’altra ‒ che rintoccano le ore ad ogni ora fino a notte, in un boccone che raschia voce e lascia segno tra le palpebre, umide. Ci sono giorni come mattoncini freddi d’acqua, in questa nostra casa che ha l’eco del tuo odore e alle finestre tende candide di nuvola, che spiovono piano rigando guance per i sentieri in cui hai lasciato briciole di baci, prima di restare sulle labbra una promessa di lievito e di miele, e quel terrore autentico di perdersi fuori da una porta senza più cardini e dai tuoi pensieri chiusi a chiave tra una serratura arrugginita e svuotate le mie mani, le dita di mollica da buttare ai pesci.]

S.R.

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UN GIORNO SBAGLIATO

Ottanta centoventi duecento metri quadri
non esiste una casa che possa contenere troppo a lungo
due persone che si amano
se a volte non si lasciano le finestre aperte

e l’affetto è come un pezzo di pane
dimenticato sul tavolo di sera
alla mattina sembra identico a ieri
ma si è indurito dentro

come sempre quando qualche cosa mi consuma
volevo parlare di case e di pane e invece
ho parlato di noi

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SOLSTIZIO

Ho messo da parte per te
un’ora di giugno quando sui vetri
la trasparenza non ha conosciuto la brina
né il freddo che gela l’acqua e
rende il metallo così indifferente al tatto

ora puoi
levare il maglione di lana
lasciare la tua catenina
che oscilli a filo di pelle
e guidi il mio sguardo che cerca
tra i tuoi seni un punto
per attecchire e
farsi lucido

come un monile d’oro

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TEMPO INCERTO E RANCORE

Un momento non c’è niente e
un momento dopo precipitano gocce grosse e
pesanti come offese come quando mi hai gridato
che nell’animo ho un seme di violenza
e poi non hai capito non volevo dire questo

possiamo fare pace ma le nubi
sono scure dappertutto come pachidermi
e non ho mai sentito il cielo
che si scusa per un temporale
ci si bagna ci si asciuga
ma dopo si ricorda che si è stati male

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VIENE BUIO PRESTO

Il tavolo con i piatti sporchi della cena
una bottiglia di vino bevuta a metà
per darci un po’ di svagatezza
e io penso a quando ci promettevamo
di restare insieme per sempre
abbiamo mentito
l’eternità non esiste
amare è un verbo che ha senso soltanto al presente
così prima che tu possa sparecchiare
allungo la mano per stringere la tua
come i bambini che non vogliono dormire
perché hanno paura
di non svegliarsi più

**

* Testi di FRANCESCO TOMADA, da “NON SI PUÒ IMPORRE IL COLORE AD UNA ROSA” (Carteggi Letterari Edizioni, 2016)
* Immagini di LAURA MAKABRESKU (http://lauramakabresku.blogspot.it/)

Inediti di Carlo Tosetti


Tarkovskij

A ristorarci nella Piazza
delle Sorgenti gustammo
vino rosso e pici,
e meglio avremmo fatto
credo ad emulare
non le penitenze
di Santa Caterina
ma il respiro suo,
l’assimilare il genio
delle Naiadi che spande
il fumo vaporoso e guaritore;
immobili e cotti,
nella piscina rispettosi
del voto al matto di Gorčakov.

**

Kàlos

Lo sconvenevole frullio
della pernice in volo
appare un flato,
tanto ch’ella preferisce
un pudico e presto
sciolto zampettare,
a compatire di Kàlos
la vertigine in caduta,
dall’Acropoli gettato.

La Dea benevolmente
in pernice mutò
il ragazzo prima
dell’orrido schianto;
fatta la ruota
del vasaio ed il cesello,
la sega osservando
la lisca di pesce
ed il compasso,
nello zio architetto
cieco accese l’astio.

L’orrore uguale
fu iscritto nel nume,
la nemesi Dedalo attese.
Da Creta a volare
ressero uccelli artigiani
alla giusta distanza
dall’astro e dal mare,
ma improvvido Icaro
s’alzò verso il sole:
s’ammolla la cera,
si spiumano braccia,
un sibilo frusciano
gli scheletri d’ali,
fischiano invano
gesti le stecche,
smaniano i piedi
il suolo che l’aria
tagliano ancora,
si tronca il respiro,
si spappola il cuore,
precipita il giovane,
lo scioglie pacifico
il mito nel sale.

**

Merli

Pugna mia madre
contro i merli l’inverno
e leggo che Aristotele
li vide al gelo strepitare,
modulare il fischio,
a spezzar pensieri
nel peripato intimo
e da noi, dice che raspano
dai vasi il terriccio e lordano
frugando nel freddo patìo,
intorno al faggio nano.
Sono tronfi nel giardino,
quando sbatte la tovaglia,
lo dispone la natura
per le bestie e guardingo,
dall’acero il pettirosso sospira
al suo cospetto primavera.

**

Papillifera

Il ratto delle papillifera
perpetrammo ai muri antichi,
li bacava la cedracca
nei viottoli scoscesi,
ch’io correva superati
giovane saltando
profondi gli scalini,
risalendo la Via Annoni.
S’ambientarono cogl’anni
alla roccia del mio viale
e quando Alvaro poi s’appese,
in colonia organizzate
divorarono i bei fiori;
così poggiammo
il futuro sui veleni,
sul ricordo lagrimoso
della malìa di lumachine,
appartate nei bastioni.

**

Fortezza Bastiani

M’ossessiona l’ossimoro
dei mondi agnelli sudici;
in un bivacco di cartone
in sala da pranzo belano.
Smaniano le lorde madri,
le ciniche sotto i ronchi,
lontane, lutulente brucano
e quale amenità che portino
pomposi nomi biblici,
Mosè, Isacco e Aronne,
lambiccati pecorai,
ma elementari e zotici.

Il filare di lauro ceraso
i pecorai sorvegliano,
perché non ombreggi
le fragole la siepe
e mortale non s’affacci
ad abbuiare il prato.
Tenace passa la ramata,
sboccia germogli, aizza
lucide foglie prospere,
grasse, gli zuccheri
oltre il confine slanciano
le piante tarchiatèlle,
s’infuriano i pastori,
arrossano i rebbi, affilano
le falciòle e le ranze
di sambuco leggero vibrano.

Ombrati dai ronchi
a nord faticano
ad arginare i frassini,
radicando chiamano pionieri
castani e carpini, serpeggiano
nei prati le propaggini
della brughiera e mangiano
il fieno acerbo, evacuano
muschi e torbe succose.

A est vi è da rintuzzare
l’assalto del buio e del ceraso,
il faggio pendulo gigante,
l’acacia che ingravida e germoglia
gl’avamposti di là dei confini;
è fosco dei pastori il domani,
dalla loro Fortezza Bastiani.

**

Sentieri

S’incidono i sentieri
a seguitar le peste,
le mulattiere lacerano
le selve e scalpicciano
cavalli e somière,
lungo i basalti
saldati a brecciolino.
Nella neve svaporano
i passi o nel deserto,
per le creste mobili,
nudibranchi aridi,
avanzano stolidi,
tendono a più punti
nei giorni senza un fine;
lì serve riandare,
come gli scarabei,
a lume di stelle
ritrovano il covo.

**

Formica di fuoco

Vedi le formiche di fuoco,
paventando le piogge
guadagnano l’altura
della quercia
o del cedro rosso.
Onde superare
l’alluvione intrecciate
in fibra s’aggrovigliano
e la zattera intessono
a custodia di regine,
di larve, fattesi olio
si narra di vitelli
cui la gola straripa
d’un esercito colato
nel muso a spolpare,
e peggio queste forse,
o parenti loro chiusero
il libro dei Buendia.

**

Epiloghi

L’epilogo di “Une Vie”
ci disvelò lampante
l’ovvio equilibrio
dei bilanci, dei calcoli
comodi i chiari sensi
medianti e lo leggemmo,
primo, all’abitudine
d’anticipare le fosse
adusi e impenitenti.
“Anche lo stagno
puro è limaccioso!”
osservi e ciò pacifica
il romanzo d’ogni risma,
l’appendice di Gil Blas,
il paradosso per cui
“è finita la morte”,
si disse Ivan Il’ič,
la parabola del quale
imboccammo a tutto
malgrado dal trapasso.

**

Melme

Lo spirito apollineo
alita fino alle foglie morte,
alle muffe melmose,
che i soffici tappeti
delle foreste disciolgono,
le cui propaggini
i labirinti perlustrano
fiutato l’avena
e quando cadde il Sileno,
braccato da Mida,
anche alle melme
policefale ansante
annunciò che tutto
fu perduto nascendo.

**

Nina

Per Nina il gatto
si votò psicopompo.
Raccolto a sfinge
la vegliò il siamese,
dimentico dei ratti
da straziare, dei lacerti,
dei merli pasciuti,
delle piccole serpi,
e il fiume di Plutone
a solcare la seguì:
dall’Oceano s’infratta
giù tristo nelle faglie,
s’oscura, borboglia sordi
brusii oleosi e le sponde cela,
procede la prora ornata
dalla polena sorniona,
beccheggia, taglia
il corso nero la vela.

Fu di maggio il ventisei,
credo a Spirito sbarcato,
Nina compagnammo
al colombario traversando
marmi longevi e conosciuti
di figli dei figli e dei drogati;
giunti ai quieti alveari,
le spoglie dimore
delle fredde pupe,
si fermò lo strascicare
delle scarpe sulle ghiaie,
i cipressi alle nenie
piangevano galbule.
A casa, frattanto,
il gatto era tornato:
code guizzanti e piccole
esplosioni piumate
sbocciavano nel prato.

***

Carlo Tosetti (Milano, 1969), vive a Brivio (LC).
Ha pubblicato le raccolte “Le stelle intorno ad Halley” (LibroItaliano, 2000), “Mus Norvegicus” (Aletti, 2004) e “Wunderkammer” (Pietre Vive Editore, 2016).
Scrive sul blog “musnorvegicus.blogspot.it”.
Suoi scritti sono presenti su Nazione Indiana, Poetarum Silva, Larosainpiù, Paroledichina.

La voce del cuore – I versi sensibili di Iole Natoli di Angela Greco


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Sono poesie amorose quelle raccolte in “Il cuore ritrova il battito” di Iole Natoli, parlano di emozioni e memorie, che descrivono il rapporto con l’altro diverso da sé. Amore, quindi, come atto di totale abbandono e apertura all’altro. Amore che queste poesie non sublimano, ma raccontano e fanno corpo, erotismo, attesa, orgasmo, separazione. Un cuore affamato palpita, insegue, lacrima, combatte, vive, ama, si lascia andare. E scrive. Diciannove poesie d’amore e di lotta. Dedicate agli uomini e alle donne che hanno coraggio, vivono e amano.

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La cognizione della musica di Claudio Fasoli di Angela Greco


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Inner sounds. Nell’orbita del jazz e della musica libera” di Claudio Fasoli è un libro che racconta l’essenza di un artista apprezzato in tutto il mondo; descrive la scena della musica creativa internazionale e i suoi segreti, le collaborazioni e le riflessioni di un musicista che ha sempre avuto una grande capacità di rinnovarsi, di continuare con curiosità a percorrere nuove strade. Un libro denso di testimonianze e di vita, suonata al ritmo dello spirito del tempo, alla ricerca della libertà espressiva: dagli anni della formazione veneziana alle esperienze nella vivace scena bolognese degli anni sessanta, dalla nascita dei mitici Perigeo alle jam session milanesi al Capolinea, dal laboratorio sperimentale del jazz-rock ai festival giovanili all’epoca delle contestazioni, fino ad arrivare al ruolo decisivo della cognizione e dell’insegnamento degli spazi improvvisativi.
Claudio Fasoli, sassofonista, compositore, docente e membro del Perigeo, uno dei più celebri gruppi di sperimentazione jazz-rock, ha collaborato tra gli altri con Lee Konitz, Mick Goodrick, Manfred Schoof, Kenny Wheeler, Mario Brunello e Giorgio Gaslini; insegna ai Seminari internazionali di jazz a Siena e alla Civica scuola di jazz di Milano. “Fasoli è uno dei più lungimiranti e perspicaci compositori in circolazione, oltre che solista dallo stile personalissimo e riconoscibile”, scrivono sul “Dizionario del jazz” di Philippe Carles, André Clergeat, Jean-Luois Comolli. E il musicologo Stefano Zenni aggiunge: “La disposizione di forme e colori è, nella musica di Claudio Fasoli, inestricabile dalla composizione, dalla pianificazione armonica, melodica, contrappuntistica. In questa visione sobria e profonda, Fasoli ha raggiunto esiti di grande originalità, che lo staccano da altre esperienze del jazz contemporaneo e fanno di lui una delle voci più singolari della musica di ricerca”. Opinioni confermate anche nelle introduzioni, del filosofo Massimo Donà, del musicologo Carlo Boccadoro, di Franco Caroni, fondatore di Siena Jazz, ma anche dagli interventi di molti musicisti e critici.

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