Children


“CHILDREN”

di

Tukuya Okada

Giappone – 2011

In un futuro imprecisato e dispotico si muove il bambino “4483”. Un numero tra tanti che ogni giorno compie la sua routine scolastica e calcistica con zelo e dedizione. E’ proprio in questo mondo cupo e ricoperto di polvere che si muove il protagonista, un’ombra come tante chiusa dentro a spazi troppo stretti. La storia si muove su più livelli concettuali, mostrando come il microcosmo della società adulta non sia null’altro che un insieme di esseri inespressivi e freddi, che si limitano a ricoprire un ruolo che qualcuno ha dato loro. Di contro sarà proprio il sentimento umano, ad uscire prepotente per dare vita, in un giorno qualsiasi, a una vera e propria rivoluzione fisica e culturale.

Il corto è dunque un vero e proprio attacco al sistema sociale ed economico Giapponese, all’interno del quale modernità e tradizione s’incontrano, cortocircuitando la personalità emotiva e sessuale degli individui. La freddezza della ripetizione viene a cozzare contro la sottomissione culturale che porta ad uno stile di vita alienante e insalubre. Sarà infatti compito delle nuove generazioni combattere per riappropriarsi della loro identità attraverso la riscoperta delle più basiche emozioni umane.

Un corto questo che riporta concettualmente alla memoria il messaggio musicale presente nella discografia di fine anni settanta presente in dischi come: The wall e Animals dei Pink Floyd.

Un opera formalmente semplice, che ricerca e stigmatizza l’abbandono della delicatezza insita nell’impero verso la società “penetrativa” occidentale che crea e riproduce mostri.

Il messaggio quindi è la vera forza di questo corto che coniuga ad una devastante prospettiva futuristica la possibilità di scelta di un’alternativa.

Perché ognuno di noi non è una semplice goccia nell’oceano, ma un oceano dentro ad una goccia.

Christian Humouda

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La sessuale ironia di Sandra Torralba


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Basta vedere pochi scatti di Sandra Torralba per rimanerne ammaliati e incuriositi.
Folgorati dalla genialità dei simboli e del modo in cui vengono espressi, la sua ironia ci trasporta foto dopo foto a scoprire la sessuale chiave di lettura del suo mondo e di ciò che la circonda.
Una sessualità pura, nella sua essenza più schietta: un corpo nudo, privato di perversione, ma incuriosito dal mondo pornografico di cui ne studia le tecniche e l’avanzare.
Ma l’ironia di Sandra Torralba può esplorare qualsiasi mondo, e così la “caduta di un sogno” o una morte può trasformarsi in un elemento “piacevole”, dandoci una possibilità di crescita e rendendo possibile il “viverlo in modo diverso”.
I suoi lavori sono il prodotto di una precedente carriera da psicologa e psicoterapeuta (poi abbandonata per la fotografia) che vanta alcuni diplomi tra cui quello in Terapia Sessuale e quello in Counsuelling umanistico; un curriculum che si esprime e valorizza la foto attraverso elementi che la arricchiscono e la rendono quasi “universale”.

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Cos’è la fotografia per Sandra Torralba?

Per me la fotografia è un modo per fare i conti con la vita e comprenderla, una passione, una professione, un’arte, un piacere, uno sbocco e un dono. Rende la mia vita semplice, felice, piena e in generale più bella.

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Quando è iniziato questo tuo percorso e come si è evoluto nel tempo?

Scatto foto da quando ne ho memoria. Facevo film fotografici con i miei amici da quando avevo 10 anni. Ma non avrei mai pensato che la cosa non sarebbe terminata ed avrebbe impegnato la mia vita. Pensavo di voler essere una scrittrice. Ho sviluppato una carriera in psicologia e psicoterapia, è stata la mia professione per 4 anni, poi la misi in secondo piano. Non era ancora il 2008 quando mio marito ed io tornammo in Spagna, dove decisi di sospendere tutto e permisi alla fotografia di trasformare la mia vita.

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Nel 2009 hai pubblicato una raccolta intitolata “Visionarios”, qual è il tuo rapporto con la Fede e la Spiritualità?

Non sono una persona religiosa. Sono scettica nei riguardi della fede e della spiritualità, anche se sono rispettosa e comprensiva nei riguardi di queste dimensioni umane, posso solo essere cinica riguardo le mie sensazioni in proposito.

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Nel 2008 con “sleeping people” hai voluto descrivere la sensazione di essere solo un “osservatore” della vita… come descriveresti questa sensazione oggi?

Ci sono momenti nelle nostre vite in cui noi siamo dei passeggeri. Non sempre consci; la vediamo andare, intrappolati nelle routine e nei doveri, progettando per il futuro, seguendo un piano e lasciando sfuggire il tempo fra le nostre dita. Questo intendo quando dico “il presente è quello che lasciamo andare mentre progettiamo il futuro”.
Non c’è nulla che può essere fatto nei riguardo del tempo che sfugge, ma credo che esserne consapevoli dia significato alle nostre vite, tutti i giorni. Non ho bisogno di essere tutti i giorni eccezionale, non credo che la felicità sia uno stato costante di esistenza: credo che un momento felice al giorno o un piccolo pensiero possa rendere un giorno vissuto. Non riguarda l’essere tiranneggiati dal fare il più della nostra esistenza, riguarda solo la consapevolezza che la vita finisce, e non avremo nessun giorno indietro.

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Pensi che questa indifferenza si viva anche nei confronti della sessualità?

In un certo senso può darsi. Prendi la pornografia, c’è una vastità di prodotti porno che arrivano all’osservatore senza alcun auto-criticismo, interrogativo o riflessione. Questo sta succedendo in tutto il mondo dell’audio-video. Da un certo punto di vista ciò è meraviglioso, soprattutto per l’immensa proliferazione di materiale e per la democratizzazione del mondo audiovisivo. Tutti ora possono esprimere se stessi attraverso il mondo audiovisivo: ed è precisamente questo il motivo per cui più auto-criticismo e un approccio critico sono necessari. Il consumo passivo, indifferente e/o la semplice accettazione di ciò che ci viene scaraventato contro è un problema.

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Come nacque l’idea per “self-portait”?

Ci sono diversi motivi che mi spinsero a realizzare degli autoritratti.
Per prima cosa per motivi pratici: è più facile esplorare una sola persona e usare una sola persona come modella, sempre disponibile, sempre volenterosa…
Inoltre, da psicoterapeuta, usavo me stessa in primo luogo per iniziare ad esplorarmi: solo quando le emozioni e i pensieri sono puliti la riflessione può estendersi agli altri.
In secondo luogo, il mio messaggio è abbastanza personale (non autobiografico, ma personale). Non ha senso per me usare qualcun altro per incorporare il mio messaggio, eccetto alcune serie recenti, dove uso mio figlio e mia nonna: sono parte di me, e io sono una parte di loro.

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Come descriveresti “The Downfall of the dream”?

“The downfall of the dream” partì con la storia di un sogno umano e su come i fallimenti della vita portano alla deriva. È come se traessero godimento da un sapore che hanno già provato: i protagonisti di queste azioni continuano a desiderare, continuano a sognare. Ma le memorie e i sogni sono spesso sfocati, e con il tempo divengono consapevoli del proprio decesso. Questa è la farsa degli espedienti dall’esistenza: non c’è vita senza morte come non c’è sogno senza la sua caduta.

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“Estranged Sex” è uno dei tuoi lavori più influenti. Da cosa nasce l’idea e come vivi il mondo della sessualità?

Estranged sex è partito come un esercizio. Sebbene io abbia iniziato a fotografare rivolgendomi a tematiche sessuali, era solo un tipo di esercizio che seguiva la prima immagine della serie. Il compito era quello di fare un autoritratto sessuale. “Sarà facile”, pensavo. Ed infatti feci 4 autoritratti totalmente differenti.
Nella prima che inizia la serie volli parlare di come le donne dovrebbero vedere i porno hardcore e su come non era necessario restare nel softcore. Volevo solo esprimere il fatto che loro possono, che qualcuno lo fa, e per questo ho interpretato una donna che guarda un film hardcore dove c’è del sesso anale. Ma questo era troppo semplice e non del tutto interessante o comunque originale. Credevo ci fosse stata la possibilità che alcune donne l’avessero vista diversamente. Quindi mi chiesi come avrei potuto creare una foto che contenesse del porno ma che non volesse essere un chiaro “fai l’affare”. Pensai che se avessi rappresentato solo un’osservatrice come una ragazza che guarda un porno, sarebbe stato solo quello, una ragazza che guarda il porno senza incoraggiare un pensiero che avrebbe indotto qualcosa. Ma se avessi presentato un’immagine imbarazzante, contenente porno e sessualità ma allo stesso tempo strana e non eccitante, un’immagine che conteneva tutti gli ingredienti (una ragazza bagnata, un po’ di carne, porno nel computer), e, non solo un lavoro tranquillo in termini di eccitazione… avrei probabilmente catturato l’attenzione dell’osservatore e avrei iniziato una conversazione.
Non era un’aspirazione, solo una conversazione riguardo il porno e dove ci collochiamo nei suoi riguardi. E questo è come nacque la serie con il concetto di “estranged” (allontanare n.d.T.) che ha il significato di qualcosa che usiamo per chiuderci e conoscerci, e (la sessualità) non è altro (come pensiamo che sia: genere, identità…).

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Cosa senti di dovere fotografare?

Sento il bisogno di dover fotografare tematiche che mi sono care o molti dei pensieri del mondo psicologico ed emozionale. Ci sono temi politici, che riguardano tutto il mondo e occupano molti dei miei pensieri ma non sono capace di racchiuderli in una fotografia.
Ho l’impressione di essere umoristica, sebbene alcune delle mie serie appaiano tristi e oscure (v. “the downfall of the dream”). “Estranged sex”, “the ideal man”, “sleepy people” sono basate sull’humour.

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Credi ci sia una grande differenza tra la sessualità di un tempo e quella moderna?

Non lo so. Voglio dire, ci sono differenze ovvie nelle leggi, regole, su cosa è visto normale e su cosa non lo è, su cosa è ammesso e cosa non lo è. Potrebbe sembrare di trovarsi in un circolo continuo dove alcune cose tornano indietro e avanzano (per menzionare qualcosa pensa ad esempio all’aumento dell’omofobia in questi giorni). Ma comunque non so come le persone facevano esperienza con i propri corpi e la propria sessualità 100 anni fa o 2000 anni fa. Ipotizzo che ci sia sempre stato un grande piacere e come sempre una grande repressione e un controllo sociale compulsivo su questo argomento. Quindi in questo senso penso che gli uomini abbiano fatto sempre le stesse cose.

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Con estranged sex ti sei avvicinata anche al mondo della video-art…

Molte delle mie serie contengono spezzoni di video-art, nella forma di “making of” dei pezzi d’Arte. Ma come tutto in “estranged sex”, la produzione è diventata più complessa, rifinita ed elaborata rispetto alle altre serie.
Il Video è più complicato; e diventa ancora più difficile e complicato per me rispetto alla fotografia, soprattutto senza alcun capitale e supporto per attuare le mie idee. Ma ho alcuni stralci video che produrrò il prossimo anno e che credo saranno di una estrema bellezza e di una penetrante sofferenza.
Non credo che i video e la fotografia vadano mano nella mano o che l’una si evolva nell’altra, o che uno scarseggia e l’altro può soddisfare maggiormente. Sono diversi canali d’espressione e io vedo soltanto l’uno o l’altro nella mia mente.

[Estranged Sex XVII- The Making of: http://vimeo.com/16216767%5D

Pensi sia necessario assecondare i propri impulsi sessuali?

Bene, credo che siamo esseri sociali e quindi uno debba seguire i propri bisogni il più possibile senza urtare o attentare contro la libertà dell’altro.
Credo che ognuno debba essere educato liberamente e con amore, rispettando la natura umana e il corpo, e quindi dopo si debba esplorare la di lui – o la di lei – sessualità con minore repressione e con meno ostacoli: ciò è diverso dal dire che tutto è consentito.

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Cosa comporta il making of di un tuo set?

Stanno crescendo in complessità e organizzazione. Ho iniziato da sola e ora è raro non avere un truccatore, un assistente, un proprietario di location, e infine 4-5 modelli. Io devo fare la scenografia, la direzione artistica, della luce e della fotografia, ma è d’aiuto avere alcune persone che mi danno una mano.

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Pensi che l’ironia sia un buon metodo per comunicare dei messaggi?

Penso che l’humor sia un buon mezzo per comunicare messaggi. Humor e neutralità. Ambedue in accordo nell’osservatore, per pensare liberamente, senza essere influenzati e senza la densa aura del giudizio morale.

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Qual è la foto a cui ti senti più legata?

Non credo ce ne sia una in particolare. Sono legata a molte foto, specialmente quelle più personali che contengono i miei unici amori o che comunicano qualcosa in cui io credo profondamente o che supporto.
Adoro “Downfall of the Dream 06” (quella con mia nonna) soprattutto per il tempo che abbiamo speso insieme per crearla, la sua complicità ed innocenza. Poi amo “The hope’s Crevice 01” con mia nonna e mio figlio, per la stessa ragione. Molte immagini mi permettono di godere ed affrontare i periodi di malattia e morte, trasformando qualcosa di triste e doloroso in una meravigliosa esperienza.
Oltre queste, amo le foto in cui compaiono mio marito e mia madre per l’onestà che noi tutti ci mettiamo e per la loro costante dedizione e l’incondizionato supporto.

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LINKS
http://www.sandratorralba.com
http://www.sandra-torralba.blogspot.com
http://www.facebook.com/pages/Sandra-Torralba/169765809755544

La Stella che brucia l’Italia


Sento ancora i loro passi fuori le mura della città, diventati grida di gioia e applausi e musica. Sono andati via ma io li sento ancora. Sento le loro voci che mi rimbombano nella testa, vedo i loro muscoli affaticati e la loro pelle bruciata dal sole, ascolto le loro parole, i loro racconti, le esperienze, scaldo il mio cuore intorno al fuoco in mezzo a loro, mi commuovo ancora scostando appena il capo perché non mi vedano, e mi sento meno solo, meno solo davanti alla sfida che da aquilano e italiano so di dover affrontare.

Non un esercito, non una moltitudine ma uomini e donne, tante persone con lo zaino in spalla e un sogno nel petto. Rimettere insieme i pezzi del passato, dimenticare le divisioni e i conflitti, salvare il buono che c’è stato, immaginare il nostro futuro, abbracciarlo insieme.

Dal sito “Il Primo Amore”

Sono arrivati nella mia Città e oggi la Città mi sembra meno vuota. Resta la macchia del fuoco acceso nella grande piazza. Il vociare di persone nei bar che già ricordano quei pazzi spuntati dal nulla. La vita che ha riempito di vita questo posto dove vita non c’è. La stella tricolore appesa sulla transenna davanti alla Casa dello Studente, come a dire “l’Italia è qui e con gli Aquilani aspetta la verità”. I fili di lana colorati tesi nella Zona Rossa, fili che ora legano un’esperienza ad un’altra, una lotta ad un’altra, un’emozione ad un’altra, una valle ad un altro Valle. I germogli dei tanti saperi, delle tante idee e testimonianze condivise già si stanno facendo strada spaccando le piastrelle della pavimentazione cittadina. Quei germogli oggi sono tutte le nostre speranze di Aquilani, di Italiani, di sognatori. Quegli abbracci fraterni già mancano al petto ma hanno scaldato e sempre scalderanno i nostri cuori. Oggi, siamo tutti meno soli.

Ricucire l’Italia, questa la missione delle centinaia di persone che hanno camminato per sessanta giorni dai cinque estremi del Paese verso L’Aquila. Rimettere insieme i pezzi della nostra identità. Ritrovarci Italiani, amici, vicini, simili, se volete disperati, ma disperati della stessa disperazione. Rimettere in moto l’Italia e credere così in un futuro migliore.

Questa missione però non ha nulla di rivoluzionario. Il cammino, o meglio, il ritorno al cammino è una reazione prettamente naturale, istintiva, genetica. Ogni essere vivente si mette in moto quando le condizioni che permettevano la sua esistenza in un determinato luogo sono giunte ad esaurimento, che siano nomadi, che siano bisonti, che siano funghi. E l’Italia, non devo certo dirlo io, si trova sull’orlo del precipizio, un baratro, più che economico, culturale. Il nostro è un Paese che si sta spegnendo rapidamente perché non sa più essere terreno fertile per le idee, non offre più le condizioni necessarie per la sopravvivenza dei sogni.

I camminatori di Stella d’Italia questo lo hanno capito, e l’hanno capito prima degli altri. Hanno così deciso di dirigersi verso L’Aquila, una città di confine, una città già sprofondata nel baratro, dove la catastrofe naturale non ha fatto altro che anticipare ai suoi abitanti la catastrofe culturale. Hanno deciso di venire a vedere il fondo, il limite ultimo del degrado. I camminatori di Stella d’Italia hanno viaggiato, e continueranno a farlo, perché non hanno alcuna intenzione di arrendersi.

Viaggiare non è altro che andare alla ricerca delle condizioni che permettano la vita, una vita migliore. Si intraprende un viaggio perché si immagina, perché si sente, che queste condizioni esitano. Viaggiare, in fondo, è il primo atto creativo.

I camminatori di Stella d’Italia lo hanno capito, hanno sentito la catastrofe, si sono messi in viaggio. Oggi, che la città è vuota, sta a noi Aquilani avere il coraggio di prenderne coscienza. Oggi, che la Nazione è un’entità vuota, sta a voi Italiani mettere da parte le paure e armarvi di speranza. Oggi, che i camminatori ci hanno mostrato la strada, sta a tutti noi, Aquilani e Italiani, imbracciare lo zaino e partire uniti per il nuovo cammino.

Sento i loro passi che si allontanano dalle mura della mia città, eppure, oggi mi sento meno solo. Domani, sono certo, arriveranno già alle porte delle vostre città. Uscite di casa. Spalancate le vostre braccia. Seguiteli. Tornate a camminare. Vi sentirete meno soli.

[Video di Valeria Tomasulo]

09/07/2012

Chiappanuvoli

“Caterina fu gettata” di (e con) Carlo Sperduti


Ciao Carlo.

In questi giorni ho letto il tuo “Caterina fu gettata”, quello che dai più è stato definito il tuo primo romanzo. Ti dico subito che anche a me, come tu stesso dici nell’Avvertenza che anticipa il libro, non pare essere un romanzo nel senso canonico del termine. Vediamo di capirci qualcosa.

Premessa. Sunto dell’opera da Intermezzi:

In un mondo scaturito dal sogno di un immortale, in cui si muore un numero imprecisato di volte, Caterina e Tommaso condividono un minuscolo appartamento con la gatta Gnaca. Mentre Caterina lavora al Dolce Bar Nulla, Tommaso perde il suo tempo coltivando, di volta in volta, i sogni della recitazione, della musica, della letteratura, senza ottenere apprezzabili risultati. La loro esistenza scorre tranquilla fino al giorno in cui Tommaso getta inavvertitamente la sua innamorata, innescando una serie di incontrollabili e sconclusionati eventi.

Devo ammettere, sono chiari i tentativi retorici che attengono a un genere chiamato “Letteratura dell’assurdo”, la buccia di banana non solo parlante ma anche ninfomane, e ancora il delirio di onnipotenza onirico del personaggio Elle, solo per citare quelli che mi hanno colpito maggiormente. Nonostante le premesse “alte” e il tentativo nobile del tuo progetto, il risultato finale, tuttavia, mi sembra, non si può dire modesto, bensì inficiato da alcuni limiti strutturali. [Ecco, dunque, la prima domanda cardine: se non è un romanzo, che razza di libro hai scritto? E perché? Parlaci della sua genesi.]

Se come dici tu “Caterina” è ascrivibile alla categoria della “Letteratura dell’assurdo”, allora vorrei far notare che non lo è tanto a causa dei contenuti quanto della forma, che è sistematicamente incoerente, se mi passi lo sfiorato ossimoro. Voglio dire che se c’è dell’assurdo sta nel fatto che, gratuitamente – il sottotitolo poi espunto doveva essere “un’altra storia gratuita” – ho alternato descrizioni pedanti a episodi narrativamente molto veloci e pieni di azione, giochi di parole più che imbecilli a riflessioni – pur sempre sconclusionate ma molto pensose – sul tema dell’immortalità, e così via… dunque la razza è meticcia. E la genesi è fortuita, come mi capita spesso di raccontare: un nome di donna sentito in una canzone – non ricordo più quale – unito a un verbo pronunciato da qualcuno – non ricordo più chi e dove – qualche minuto dopo.

Il perché non esiste, se escludiamo la volontà di non accontentare chi mi diceva di scrivere un romanzo poiché i racconti in Italia non vanno, e la concomitante volontà di non accontentarlo fingendo di accontentarlo. Ho scritto una storia più lunga di un racconto, ma ho accuratamente evitato di farla diventare un romanzo nel senso più accettato e comune del termine.

Per concludere, quella delle premesse “alte” è un’impressione che non avrei mai voluto dare. Almeno in “Caterina” non sono mai andato al di là del gioco fine a se stesso e spero di non andarci mai più. In passato ci sono cascato e me ne pento, addirittura me ne vergogno, e certe volte, di notte, sono assalito dai sensi di colpa e penso di farla finita. Le premesse alte, così come gli eventuali alti risultati, li lascio volentieri in mano a chi scrive romanzi in quel senso lì (quello di cui non sopra). Poi ognuno, da lettore, ce le può trovare, ma quelli sono affari suoi.

Veniamo al cuore della questione. Sono tre le critiche mi sento di muovere alla tua “Caterina”, o punti deboli, se vogliamo chiamarli così. In particolare:

1. Le descrizioni delle scene. Nella prima parte del libro mi è parso di riscontrare più attenzione, come ad esempio per il bar in via Balista numero 99, mentre, da un certo punto in poi, diventano più evasive, e quindi meno coinvolgenti.

Nella seconda parte del libro non trovi le descrizioni dettagliatissime della prima per due ragioni: volevo che da un certo punto in poi si accelerasse – per nessun motivo, sia ben chiaro – dunque ho sfoltito quel registro; volevo che il libro fosse incoerente anche e soprattutto a livello stilistico, come ho accennato prima, dunque sia nei toni che nelle atmosfere ho mischiato a bella posta varie cose.

2. Il linguaggio. Fermo restando che condivido a pieno il taglio della tua voce narrante, a tratti però questa voce risulta un po’ troppo ridondante, artificiosa ecco. Spesso rallentava la lettura, e quindi mi infastidiva un po’.

Mi è sembrato che l’impostazione della voce narrante richiedesse per definizione – anche se la definizione, per definizione, è difficile a darsi in questo caso – una certa ridondanza, poiché il calcare la mano fa parte dell’atteggiamento denigratorio che pervade ogni aspetto del libro. Una voce narrante così scopertamente cretina e pretenziosa è più facilmente criticabile di altre, dunque rende il gioco più comprensibile: nonostante tutto, e checché se ne dica, al lettore ci penso. Pure troppo.

3. Gli artifici retorici che muovono l’agire dei personaggi. Un esempio per tutti, Tommaso quando racconta la “sua” versione dei fatti a Gino. Beh, in quel passaggio ho odiato Tommaso. Mi ha fatto terribilmente incazzare. So che nella realtà spesso raccontiamo cavolate anche peggiori per giustificare il nostro agire, ma il comportamento di Tommaso mi è parso come se fosse avulso dal contesto, non me lo sarei mai aspettato. Era slegato dal filo della narrazione, quindi un po’ forzato.

Se Tommaso ti ha fatto incazzare per me è perfetto, quindi neanche la prendo come una critica. Mi sembra comunque che ci siano cose, nel libro, molto più staccate dalla narrazione rispetto all’atteggiamento di Tommaso, come il pistolotto sull’insonorizzazione che apre il nono capitolo, completamente inutile  e messo lì nel modo più arbitrario. O come il personaggio della buccia di banana: non vedo cosa ci stia a fare nella storia. Proprio sulla buccia, più di qualcuno mi ha detto, pensando di farmi notare un difetto: “Ma che c’entra?”. Ecco, appunto.

In estrema sintesi, la mia critica finale è questa. Gli scrittori a cui ti rifai (Raymond Queneau, Georges Perec, Jorge Luis Borges, Julio Cortàzar, Italo Calvino…), come hai recentemente detto in un’intervista (ascoltabile qui), riescono a far quadrare tutto, per quanto assurda possa essere la narrazione sta in piedi, in un equilibrio perfetto. Il tuo libro, in definitiva, non mi è parso possedere lo stesso equilibrio.

Sul confronto con i miei scrittori di riferimento hai perfettamente ragione: se fossi a quei livelli ci sarebbe ben poco da stare a parlarne, e d’altra parte dovrei togliermi il vizio di nominarli invano. Devo però dire che a mio parere non centri il problema, individuandolo nel poco equilibrio, perché è proprio l’equilibrio che ho tentato di evitare, e se dovessi farmi un’autocritica su questo punto mi rimprovererei del fatto che ce ne sia qualche traccia qua e là. Un non-romanzo equilibrato somiglia pericolosamente a un romanzo. 

“Caterina fu gettata” è la prima cosa che leggo di te. Il mio giudizio, quindi, non può che essere parziale. So che scrivi più che altro racconti e che per te questo era un esperimento. [Di quale tipo di esperimento si tratta?] Posso dire, senza alcun dubbio, che mi ha fatto molto piacere leggerti, scoprirti. [Consigliaci una strada, dacci una rotta per conoscere meglio te e le tue opere. E, infine, che progetti hai nel cassetto?]

Innanzitutto ti dico che è stato un piacere per me leggere le tue impressioni e risponderti, per un motivo molto semplice: parli del mio libro come vorrei che se ne parlasse, insomma hai capito ciò che il libro effettivamente è dal mio punto di vista, nonostante certe divergenze di opinioni. E dico questo non perché un libro non lo si possa guardare e giudicare come meglio vogliamo, ma mi pare che se ne sia parlato in mille modi tranne che così, comprese critiche negative. In altri termini ogni volta si discute di una mela come se fosse una pera, e ciò è un po’ spiazzante, perché mi ritrovo a rispondere a domande che paiono rivolte a un altro autore, su un altro libro, magari neanche suo.

Per quanto riguarda i miei progetti, ovviamente continuerò a scrivere racconti –è già pronta una raccolta che dovrebbe uscire tra fine 2012 e inizio 2013 – e sorprendentemente mi sono imbarcato in un progetto di romanzo – stavolta un po’ più romanzo e un po’ meno “non”, sempre nei limiti del mio atteggiamento generale, s’intende – che dimostrerà in maniera inattaccabile la necessità di rompere i coglioni al prossimo, sistematicamente.

La strada per conoscermi meglio, infine, è molto semplice: basta fermarsi alla superficie. Se si va oltre mi si fraintende. Non mi stancherò mai di ripeterlo: quel che mi interessa è il come, non il cosa. Di cosa ce ne sono in giro a miliardi, mentre ho l’impressione che lo spettro dei come si stia drammaticamente assottigliando. E il mio timore è che ne rimanga soltanto uno.

Grazie, Carlo, per essere stato così disponibile e per aver, tuo malgrado, inaugurato la nostra nuova rubrica. Ti ringrazio quindi, non solo a titolo personale, ma a nome di tutta la non redazione di WSF. A rileggerci presto.

Grazie a te per aver perso tempo prezioso con Caterina e per aver inaugurato una rubrica con lei. Ciò le fa onore. Sono sicuro che farà di tutto per essere all’altezza. Se è lecito, vorrei dedicare quest’intervista a tutti quelli che non la leggeranno. 

Ciao.

A. Chiappanuvoli