GOU (AFTERTASTE) di Manuel Paolino


La poesia…
(dietro la siepe gialla)
è l’Alchimia.

Se un giorno dovessi precipitare
al di là
degli ermetici sigilli,
(sembra che a ritroso mi stia muovendo)
sarà pago
il mio destino?
(Spinto dalla corrente Antica). (1)

Una delle cose che penso di aver capito fin qui – ma chissà quante altre ho colto, quante mai avranno risposta e quante invece non ho ancora compreso – è che se la Poesia diviene un potere dell’uomo/poeta, capace di carpire lo spirito della musa dai luoghi, dalle storie, dagli oggetti, dalle cose nello spazio attorno, è perchè costui, scelto da quell’ignoto dove le stesse parole vengono forgiate, liberate, e verso il quale sempre sarà istintivamente sospinto, è passato per un addestramento fatto di innumerevoli possessioni, subitanee, inattese, alle volte attese. Il poeta si trasforma non soltanto in un essere umano con un dono, ma in un uomo speciale che utilizza un dono a seconda della propria volontà, in sintonia con la musa. In questo senso sì, allora, egli può essere paragonato ad un veggente.
Se in tutti questi anni ho trascorso le giornate in compagnia della purezza di Ungaretti, e perchè mi preparavo alla follia del crepuscolo di Rimbaud, all’intenso vivere delle notti con Baudelaire e Verlaine, al brillio delle albe insieme a Pascoli e Leopardi, all’acquietarmi fra le ali di Poe, a divertirmi con l’irrequietezza di Catullo, a consolarmi tra i versi di Salinas e Lorca.

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Poesia Visiva: dal colpo di dadi di Mallarmè all’esperienza grafica-poetica di Bertollo


Certi incontri aprono porte – orizzonti che non hanno niente di piccolo e segreto, ma al contrario sono interi continenti da esplorare anche solo con curiosità, quel nuovo che avanza,ma che tanto nuovo non è, che in parte ti spinge al saperne, per scoprire quello che ci circonda ed è evoluto, così capisci che la poesia visiva non è proprio una pratica così giovane, ma ci sono i primi accenni nel Medioevo – ma anche in età greca-romana e precedentemente ancora – sono attestati esempi produttivi ‘verbo-visiva’.
Fino ad arrivare al Rinascimento, al Barocco e poi nel Settecento dove troviamo tantissimi esempi di integrazione ‘verbo-visiva’, (Della Porta, Rabelais, Raimondo De Sangro ecc.) mentre,dall’Ottocento, con nomi come Bernowinus, Scotus, Maurus, Da Fiore ed il fenomeno non solo s’allarga, ma acquista anche la consapevolezza, giungendo ad autori come Mallarmé , con quel suo testo conosciuto da pochi, “Un coup de dés n’abolira jamais le Hasard”[Un colpo di dadi mai abolirà  il caso], dove il versificare non è nella canonica forma di lettura e impostazione, ma si disloca in spazi – gradini – a destra/sinistra o al centro della pagina, creando suggestioni ed emozioni e poi Apollinaire, (altri nomi Kassak, Breton, Tzara, Picabia, Van Doesburg, Balla, Morgenstern ecc) unanimemente considerati i veri fondatori delle ricerche ‘verbo-visive’ prodotte durante il Novecento.
Dagli inizi‘dada-futuristi’, fino ad alcune personalità isolate, è un fiorire di ricerche ed il fenomeno è di ampiezza planetaria: spicca il contributo meso-sud americano, ma si distingue anche l’Europa, mentre, a partire dagli anni Sessanta, sarà proprio l’Italia che fiorirà una stagione d’interessantissime proposte sul tema.
In particolare, tre i centri produttivi, Firenze, Genova e Napoli, che nell’ambito delle ricerche ‘verbo-visive’ forniranno contributi veramente decisivi.
Imprevedibile nel suo aspetto con la rottura visibile del sintattico e del sistema graficotradizionale, il poema riprendeva il dialogo sospeso trent’anni prima in “Igitur” con un punto interrogativo, risolvendo il dubbio metafisico di allora con una radicale negazione.
La sua influenza sulla produzione poetica posteriore, francese e europea fu grandissima, ispirò i dadaisti, i futuristi, gli ermetisti italiani e i ‘poeti visivi’ del dopoguerra. I futuristi hanno imparato da Mallarmé l’uso delle interlinee, dei corpi tipografici e di altri espedienti tecnici. Gli ermetisti hanno appreso il valore del silenzio come cassa di risonanza attorno alla voce, cioè gli spazi bianchi attorno alle parole scritte. I ‘poeti visivi’ hanno spinto queste conseguenze fino a ridurre la poesia a puro segno, figura, a un messaggio che non può più essere letto.

Apollinaire

Apollinaire

Mallarmé-Un-coup-de-dés

Stephane Mallarmé

Il Fenomeno della “Poesia Visiva”  nasce all’interno della Letteratura cosidetta “sperimentale” per un’urgente necessità di uscire dallo spazio chiuso della pagina stampata e di confrontarsi con il mondo (quello del linguaggio, soprattutto) per svelarne la sua totale accademicità, il suo status reazionario, la sua tendenza a stabilire le regole e confini inattaccabili. La “Poesia Visiva” era ed è anarchia e rivoluzionaria, ironica e bastarda, trasgressiva e infedele.

Mi stupisce che a distanza di quarant’anni nessun studioso abbia ancora avuto il coraggio di affondare il coltello nella piaga, la penna sul foglio, il dito sulla macchina da scrivere o la tastiera del personal computer, per tentare un’analisi minima del più importante movimento culturale dopo la seconda guerra mondiale.

La “poesia visiva” è un fenomeno di “arte totale”. Il “Poeta visivo” circola impunito tra le varie discipline maneggiandole a suo piacimento; se ne va “da un’arte all’altra” con estrema indifferenza; è scrittore, editore, produttore, attore, performer, cantante, filmaker e talvolta anche pittore e scultore. E’ stato ed è critico d’arte per se stesso e per i suoi amici; gli piacciono il vino, le donne e il convivio. E’ “naturalmente” eterosessuale. Non ha paura della morte perchè, come scrive Bory, “crede incessantemente nell’eternità”.

Nononostante quarant’anni di difficoltà economiche e di isolamento istituzionale, i Poeti Visivi Migliori ( I “Sommi Capi”) sono ancora quasi tutti presenti all’appello (dove siete Paul de Vree, Seichi Niikuni, Kitasono Katue?) e sempre più desiderosi di caratterizzare l’inizio del XXI° secolo.
Ancora e sempre “Viva la Poesia Visiva ! ” dunque che, come dice Gianni Bertini in un suo scritto del 1972. è la “Poesia dei Vivi”.

P.S. La Poesia Visiva ha quarant’anni e se li porta bene. I suoi autori sono giovani rampanti o vecchietti arzilli. Di morto c’è ben poco a parte qualche amico.
Abbiamo già battuto la durata del Futurismo: 35 anni tra il 1909 e il 1944.
Stiamo battendo tutti i record possibili per un movimento di avanguardia e neoavanguardia. Riusciremo a battere la longevità dell’Impero Ottomano? Quarant’anni di insuccessi non sono pochi.
Ma l’insuccesso è la nostra felicità.

(tratto da Poesia Visiva Volume I/II – Ottobre 1992) Sarenco, La Poesia Visiva per Sommi Capi

Nanni Balestrini

Nanni Balestrini

Marinetti

Marinetti

Associare immagini e parole è più familiare nella contemporaneità ma anche nelle avanguardie, specialmente nella visione futurista di libertà totale, al di là di ogni limite pragmatico, dei processi mentali di libera associazione di idee. Partendo da qui, la poesia visiva trova nella rivoluzione tipografica e nel libero uso dei caratteri tipografici stessi un mezzo di espressione efficace per la visualità della parola.

Il Futurismo si fa anticipatore di questo nei tre scritti elaborati da Filippo Tommaso Marinetti tra il 1912 e il 1914 che teorizzano la tecnica delle ‘parole in libertà’. Si prevede, la distruzione della sintassi e la disposizione casuale dei sostantivi unitamente all’utilizzo del verbo all’infinito al fine di fornire un senso di continuità con il lettore.
L’onomatopea, figura retorica che vuole riprodurre il rumore così come viene avvertito, diventa chiave espressiva del paroliberismo.

Arrivando ad una rivolta verso la compostezza della pagina che vede l’impiego di diversi colori e caratteri e corpi tipografici. Come modello c’è il volume marinettiamo Zung tumb tuuum edito Edizione Futuriste milanesi nel 1914, il cui titolo tramite onomatopea vuole riprodurre il rumore di un obice, arma da fuoco di grosso calibro, usata durante il conflitto bulgaro-turco cui Marinetti nel 1912 partecipa.

«[lo] stile analogico è […] padrone assoluto di tuta la materia e della sua intensa vita. / […] Per avviluppare e cogliere tutto ciò che vi è di più fuggevole e di più inafferrabile nella materia, bisogna formare delle strette reti d’immagini […] lanciate nel mare misterioso dei fenomeni. […]/ Noi inventeremo ciò che io chiamo l’immaginazione senza fili» (Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto tecnico della letteratura futurista, Milano, Direzione del Moviemnto Futurista, 1912, pp. 48-49, 53).

Giancarlo Pavanello - 2009

Giancarlo Pavanello – 2009

In Italia la Poesia Visiva nacque all’interno delle riflessioni intellettuali e culturali delineate, ma a livello più concreto si può generalizzare ripercorrendo le tappe fondamentali delle dispute estetiche e artistico/linguistiche dalle sperimentazioni linguistiche e poetiche de “I Novissimi” del “Gruppo 63” e del “Gruppo 70”.

Tra gli anni 80 e gli anni 90 si crea un’area di ricerca che sperimenta tra scrittura, visualità e nuovi media, sviluppando in modo molto differenziato temi del Futurismo, della poesia concreta, della poesia sonora e visiva. La produzione è varia e spazia dal video analogico a quello digitale, dalla computer grafica all’elaborazione digitale acustica, all’installazione. Nasceranno la videopoesia, la computer poetry, CD ROM di poesia e vari ambienti interattivi e ipermediali, anche on line.

Armando Bertollo

Armando Bertollo

armando bertollo 2

Le pagine di scrittura e segni che Bertollo organizza con grande senso dello spazio, intensa lucidità mentale e profonda capacità di significazione visiva, si inscrivono direttamente e perfettamente all’interno di quella mappa progettuale che si richiama ai concetti di poesia totale: teorizzata, indagata e praticata, con entusiasmo e lucidità, da Adriano Spatola. Una poesia di ricerca contemporanea che in Bertollo ha tanto più valore perché egli vi inserisce delle cellule di linearità pensante che indicano (ma non obbligano) un percorso: uno fra i tanti che si rendono possibili al lettore. Siamo quindi di fronte non solo a una poesia, ma a un’opera complessa che mette in campo, in primo luogo, la percezione della vista come “possibilità di lettura, ma non ancora capacità “; poi la voce (anche quella silenziosa di chi legge per sé), dove “vista e voce giocano con la loro influenza”; e, a un altro livello, il pensiero che ne sostiene la significazione e l’impianto globale in una “esperienza individuale che può diventare esperienza del linguaggio”; infine la segnicità pura che sembra urtare l’equilibrio, quando invece Io tiene stabilmente instabile “con il ritmo e il respiro, che discendono dal primo punto come eco”. L’autore, quindi, si affida a parole delineate e aggrappate a linee che divergono o convergono, vanno a zig zag, tratteggiano e si spezzano e sembrano proporre dei percorsi mentali in varie direzioni, che il lettore può decidere di seguire subito o in un secondo tempo, scegliendo in modo autonomo la propria via.
Il testo è allora disponibile ad affermare e afferrare un senso anche doloroso, non solo estetico, perché “si nasce da una ferita” e “ci si deve porre con la disponibilità di esserne i custodi”. Ed è sorprendente come, all’interno di questa sperimentazione totale, Bertollo attivi e incorpori tra le sue forme visive e sonore, nello spazio bianco della pagina (più che mai importante), l’accoglienza di un senso etico/poetico abitato da una lettura pensante, mai degradato a utilità, mai bloccato o afferrato o violato da un unico significato, iniziale o finale che sia. Il senso è sempre (ed ecco il “teatro” del titolo) re-interpretato e riconosciuto. Bertollo lo dice esplicitamente: “… gli elementi segnici e sonori si attivano, diventano Teatrino, esibizione della loro forma”: orma e ombra dell’esperienza. E infatti, la spazialità sonora, che si fa parola aperta, concede a chi legge le flessioni di un andamento che si trasforma (nella terza parte del testo) in un dialogo tra due corpi astratti, all’interno di stralci di realtà strappati e rimessi in scena. C’è, alla fine, una necessità di ricerca, nel mutamento poetico, tesa a fare di ogni scelta, di ogni sguardo sull’opera, una vertigine.

postfazione di Giorgio Bonacini a “Il Teatrino della scrittura” di Armando Bertollo

Fuori Menù 11: la cucina maledetta – le vie en rose – Paris/Brest e la moda parigina


france

Casa dolce casa oserei dire, la Francia per me è un prezioso scrigno, ammetto che non ho mai visto un centimetro di questa meraviglia, ma prima o poi accadrà e se il destino vuole magari ci vado a vivere – un desiderio che mi vive dentro da tanti troppi anni ormai.

Questo Fuori Menù nasce dopo aver letto un bellissimo libro, una sorta di diarioricettario di Alice B. Toklas (consigliatomi da Federica Galetto), mentre la lettura andava spedita sono incappata in due bellissime ricette, due ricette dei miei amati poeti maledetti, Mallarmè e Baudelaire e dunque mi è sembrato logico farne un articolo – percorrendo ciò che amo della Francia, cioè non tutto, ma una buona parte.

Parto allora dalla parte culinaria…e conseguentemente poetica.

I biscotti di Baudelaire (ottimi per le giornate di pioggia)

E’ il cibo del paradiso… dei paradisi artificiali di Baudelaire. Un dolce che potrebbe animare una riunione del Bridge club. In Marocco dicono che serva a tener lontani i raffreddori durante gli inverni umidi, ed è più efficace se lo si accompagna con grandi tazze di té caldo alla menta. Bisogna rilassarsi e aspettare allegramente di piombare in uno stato di dolce euforia e scrosci di risate, sogni estatici ed estensione della personalità a diversi livelli diversi livelli simultanei. Se vi lascerete andare, potrete provare quasi tutto quello che provò santa Teresa.
Prendere 1 cucchiaino di grani di pepe nero, 1 noce moscata intera, 4 stecche di cannella, i cucchiaino di coriandolo. Polverizzate tutte le spezie in un mortaio. Prendete una manciata di datteri senza nocciolo, una di fichi secchi, una di mandorle e arachidi sguasciate: tritate la frutta e mescolatela assieme. Polverizzate un mazzetto di cannabis sativa. Mescolate una tazza di zucchero a un grosso panetto di burro. Aggiungetelo alla frutta. Preparate un rotolo e tagliatelo a pezzi, oppure formate palline grosse come una noce.
Bisogna far attenzione a non mangiarne troppo. Due pezzetti a testa Basteranno.
Può darsi che il reperimento della cannabis presenti qualche difficoltà, ma la varietà conosciuta col nome cannabis sativa cresce comunemente in Europa, Asia e alcune parti dell’Africa, anche se spesso non la si riconosce; viene anche coltivata e serve per fabbricare corde. In America la sua parente stretta, la cannabis indica, si trova perfino coltivata in vaso sui davanzoli delle finestre, anche se la coltivazione viene scoraggiata in tutti i modi. Bisogna raccoglierla e seccarla appena ha fatto i semi e quando la pianta è ancora verde.

baudelaire fotografato da Nadar
Inno alla Bellezza di Charles Baudelaire

Vieni dal ciel profondo o l’abisso t’esprime,
Bellezza? Dal tuo sguardo infernale e divino
piovono senza scelta il beneficio e il crimine,
e in questo ti si può apparentare al vino.

Hai dentro gli occhi l’alba e l’occaso, ed esali
profumi come a sera un nembo repentino;
sono un filtro i tuoi baci, e la tua bocca è un calice
che disanima il prode e rincuora il bambino.

Sorgi dal nero baratro o discendi dagli astri?
Segue il Destino, docile come un cane, i tuoi panni;
tu semini a casaccio le fortune e i disastri;
e governi su tutto, e di nulla t’affanni.

Bellezza, tu cammini sui morti che deridi;
leggiadro fra i tuoi vezzi spicca l’Orrore, mentre,
pendulo fra i più cari ciondoli, l’Omicidio
ti ballonzola allegro sull’orgoglioso ventre.

Torcia, vola al tuo lume la falena accecata,
crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe!
Quando si china e spasima l’amante sull’amata,
pare un morente che carezzi la sua tomba.

Venga tu dall’inferno o dal cielo, che importa,
Bellezza, mostro immane, mostro candido e fosco,
se il tuo piede, il tuo sguardo, il tuo riso la porta
m’aprono a un Infinito che amo e non conosco?

Arcangelo o Sirena, da Satana o da Dio,
che importa, se tu, o fata dagli occhi di velluto,
luce, profumo, musica, unico bene mio,
rendi più dolce il mondo, meno triste il minuto?

Quest’altra ricetta è una creazione di Stephane, lui la chiama marmellata, ma è un dolce meraviglioso.

Marmellata di cocco

Nessuno che entri in un negozio, prenda dal banco una noce di cocco e se la comperi sa poi cosa farsene. Per i parigini questo frutto che viene da lontano, fra melograni, arance o ananas, rimane una curiosità inutilizzabile. Ma ecco una squisitezza tra le più delicate, della quale il cocco costituisce il principale ingrediente, originario delle isole e delle loro coste. Mettere 2 tazze di zucchero e mezza tazza d’acqua in un bollitore di rame e far bollire fino a quando si formerà il petit boulé, aggiungere la noce di cotto grattugiiata e mescolare con una spatola di legno. Dopo 15 minuti mettere 2 uova in un altro bollitore, versarci il cocco mescolando sempre nello stesso senso. Profumare di vaniglia, cannella o acqua di fiori d’arancio, rimettere sul fuoco per 5 minuti e, dopo aver lasciato freddare per altri 5, versarlo in un compotier e servire freddo.

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Brindisi di Stéphane Mallarmé

Nulla, una schiuma, vergine verso
solo a indicare la coppa;
così al largo si tuffa una frotta
di sirene, taluna riversa.
Noi navighiamo, o miei diversi
amici, io di già sulla poppa
voi sulla prora fastosa che fende
il flutto di lampi e d’inverni;
una bella ebbrezza mi spinge
né temo il suo beccheggiare
in piedi a far questo brindisi
solitudine, stella, scogliera
a tutto quello che valse
il bianco affanno della nostra vela.

(le due ricette sono prese da “I biscotti di Baudelaire”, Alice B. Toklas, Bollati&Bordighieri, 2013)

Dopo aver mescolato la cucina e la poesia, e direi che sono proprio un bel connubio, innaffierei il tutto con un Bordeaux…

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Il Bordeaux è uno dei vini francesi maggiormente conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo.
Viene prodotto nei dintorni della città di Bordeaux, nel dipartimento della Gironda, nelle terre situate lungo i fiumi Garonna e Dordogna. I vini Bordeaux sono rossi, bianchi secchi o liquorosi, o rosé.
Le vigne sembrano essere presenti nel bordolese fin dall’antichità: i notai di Burdigala (Bordeaux) avrebbero deciso di creare i propri vigneti a causa dei prezzi elevati dei vini italiani e narbonesi, importati dai negozianti romani.
Nel XII secolo, l’Aquitania diventa un ducato inglese in seguito al matrimonio di Eleonora d’Aquitania con Henri Plantagenêt, conte di Angiò e re di Inghilterra sotto il nome di Enrico II. Il commercio vinicolo si sviluppa.
Nel XIII secolo, il re di Francia conquista La Rochelle, porto esportatore di vini bordolesi; conseguentemente, Bordeaux diventa un porto esportatore di vini privilegiato a destinazione britannica. Il re d’Inghilterra concede quindi importanti privilegi fiscali ai negozianti bordolesi: i vigneti si estendono verso le zone di Libourne. All’epoca, il vino, ottenuto miscelando uve di colore diverso, era chiaro, da cui il nome usato in Francia e Inghilterra di claret.
A partire dal XVI secolo i vitigni iniziano ad assumere una struttura simile a quella dei filari presente oggi.
Nel XVII secolo gli uomini d’affari olandesi causano un’importante mutazione nel commercio europeo, che vede l’espansione di nuove bevande quali la cioccolata, il caffè o il tè, assieme a nuove birre e al gin. Gli olandesi incoraggiano la produzione di vini che prediligono, quali i vini bianchi dolci o scuri, non solo nel bordolese ma a Cahors e nella penisola iberica (ad esempio, i primi vini di Porto). Il Bordeaux deve fare fronte a numerosi concorrenti.
La famiglia bordolese Pontiac sceglie quindi di migliorare la qualità della coltivazione del suo vino: il territorio e le vigne sono curate, i vini vengono messi in barrique nuove e di quercia. Approfittando di un albergo di sua proprietà a Londra, la famiglia Pontiac fa conoscere i suoi vini in Inghilterra, che sono così apprezzati che finiscono per essere venduti più cari degli altri Bordeaux. Anche gli altri negozianti seguono quindi questa strada, che si rivela vincente: i vigneti si estendono ulteriormente fino al Médoc e al Sauternes, e nelle regioni di Blaye e Bourg. Vengono creati i grandi vigneti del Médoc ed i grand cru bordolesi.
Durante il Secondo Impero francese i grandi vini rossi di Saint-Émilion, Fronsac e Pomerol diventano i vini di prima qualità della produzione bordolese.

Non può mancare il dolce, prima di ascoltare la cara Edith Piaf…i Paris – Brest, qualcosa legato alla storia dei trasporti francesi.

Il Paris-Brest è un dessert della cucina francese, fatto di pasta choux e crema di cioccolato o fragole e/o frutti di bosco.
Questo dolce è stato creato da un pasticciere di Maisons-Laffitte, Louis Durand, nel 1891 per commemorare la corsa ciclistica Parigi-Brest-Parigi.La sua forma circolare infatti rappresenta una ruota. Divenne popolare fra i ciclisti della corsa Paris-Brest, in parte per via del suo largo apporto energetico, ed in seguito si diffuse nelle pasticcerie di tutta la Francia.

paris-brest alle fragole

Ingredienti:

75 g Burro
200 g Farina
200 g Fragole
60 g Mandorle Pralinate
400 g Panna Montata
qb Sale
4 n Uova
qb Zucchero A Velo

Preparazione:

200 g di farina,

4 uova,

75 g di burro,

400 g di panna fresca,

60 g di mandorle pralinate,

200 g di fragole,

zucchero a velo,

sale.

Versa 2 dl di acqua in una casseruolina, unisci 1 pizzico di sale e il burro morbido a pezzettini. Metti sul fuoco, porta il liquido a bollore, poi togli dal fuoco; butta nell’acqua la farina tutta in una volta, mescolando energicamente con un cucchiaio di legno per evitare che si formino grumi. Rimetti la casseruola su fuoco basso e fai cuocere, sempre mescolando, finche l’impasto formera una palla e si stacchera dalle pareti della casseruola, sfrigolando. Trasferisci l’impasto in una terrina e lascialo raffreddare, poi incorpora le uova, uno alla volta.
Metti il composto in una tasca per dolci con bocchetta larga e liscia e spremilo sulla placca rivestita con carta da forno, formando un anello di 20 cm di diametro. Poi fai un secondo anello all’interno del primo (ben vicino) e un terzo a cavallo  dei primi due.
Metti la placca in forno caldo a 180? e cuoci la ciambella per circa 30 minuti. Lasciala raffreddare, poi tagliala a meta orizzontalmente e farciscila con la panna, prima montata con 2 cucchiai di zucchero a velo, le fragole dimezzate e le mandorle. Spolverizzala di zucchero a velo e servila.

Coco Chanel

Coco Chanel

La moda parigina raggiunge il suo culmine nonostante la rivalità con le altre capitali europee, Londra – Milano – New York, a Parigi la moda è tutta un’altra cosa. Qui hanno mosso i primi passi le più grandi firme della moda internazionale, Chanel, Gaultier, e tanti altri, hanno trovato a Parigi il proprio modo d’essere. Hanno tratto ispirazione dai suoi colori, quelli di Montmartre o del Quartiere Latino, quelli spirituali della Parigi letteraria o quelli che lega Parigi e il cinema.
La moda a Parigi è di fatto nata con le grandi corti francesi, quando il re Sole o Maria Antonietta dettavano legge in ogni senso. Di grande tendenza fu il cosiddetto Cul de Paris, la moda della gonna lunga a fondo schiena sporgente (le donne dell’epoca si servivano di una sorta di attrezzo chiamato Tournure per mettere in mostra il proprio ‘posteriore’).
Nel XX secolo si confermano le grandi tendenze della moda, quelle che guardano al cambiamento sociale, alla lotta per le pari opportunità, ai nuovi modi d’espressione di una società sempre più in movimento. I costumi femminili si arricchiscono di nuove battaglie, tipo quella che pone fine alla tortura del busto. Nascono le grandi case della moda: la Maison Callot (1825), delle celebri sorelle Callot, o la Maison Jacques Doucet, per citarne alcune.
Madeleine Vionnet, una delle più grandi stiliste francesi, aprì la propria casa d’alta moda nel 1912, dando avvio ad una rivoluzione nel mondo degli stilisti. Da Vionnet a Coco Chanel. Non si tralasciano grandi stilisti come Pual Poiret, Christian Dior, Yves Saint Laurent, Pierre Cardin, o anche il famoso coccodrillo di René Lacoste, che fu un tennista francese, la cui casa d’abbigliamento venne fondata nel 1933. Grandi nomi che trovarono in Parigi la musa ispiratrice della propria arte.

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A Parigi tutto fa moda, il Carrousel du Louvre ben quattro volte l’anno preannuncia i colori sgargianti di quelle che saranno le collezioni delle prossime stagioni, comunicando al mondo intero cosa portare (e come portare) nelle strade della città. La capitale dell’eleganza non si sente affatto minacciata da nessuno, pronta a creare sempre nuove tendenze e nomi d’alta moda. Seguiamone i trend nelle nostre pagine legate ai Festival ed eventi in Francia o notizie sulla Francia.