Prospettive: Omaggio di parole a Luigi Ghirri


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Nasce a Scandiano (Reggio Emilia) il 5 gennaio 1943.
Inizia a fotografare nel 1970 lavorando principalmente per artisti concettuali; in questo anno dà il via a ricerche che verranno pubblicate con i titoli “Diaframma 11,1/125 luce naturale” e “Italiailati”. Del 1972-1974 è il lavoro “Colazione sull’erba”; nel 1973 realizza “Atlante” e tiene la prima mostra personale a Modena. Lavora inoltre come grafico e nel 1975 è scelto come “Discovery” dell’anno da “Time-Life”; nello stesso anno è pubblicato un portfolio di otto pagine in “Time-Life Photography Year”.
Nel 1977 fonda insieme a Paola Borgonzoni e Giovanni Chiaramonte la casa editrice Punto e Virgola, per i tipi della quale pubblica, in Italia e in Francia, Kodachrome (1978) frutto di una ricerca intrapresa all’inizio del decennio.
Nel 1979 il CSAC dell’Università di Parma gli dedica una grande mostra monografica.
Nel 1982 è invitato all’esposizione “Fotographie 1922-1982” alla Photokina di Colonia. L’anno seguente la rivista “Lotus International” gli affida l’incarico di fotografare il cimitero di Modena di Aldo Rossi. Inizia ora un intenso lavoro finalizzato all’analisi dell’architettura e del paesaggio italiano realizzando volumi su Capri (1983), con Mimmo Jodice, l’Emilia Romagna (1985-1986), Aldo Rossi (1987) ; collabora inoltre stabilmente con la rivista “Lotus International”. Svolge anche un’importante opera di organizzazione di progetti espositivi, tra cui “Iconicittà”(1980) al PAC di Ferrara, “Penisola”(1983) al Forum Stadtpark di Graz, “Viaggio in Italia” (1984), mostra itinerante, e “Descrittiva” (1984) per il Comune di Rimini.
Nel 1985 pubblica un volume sulle opere di Paolo Portoghesi e porta a termine un lavoro sulla Città Universitaria di Piacentini, l’anno successivo intraprende il progetto di lettura del paesaggio padano “Esplorazioni lungo la via Emilia”.
Nel 1988 viene pubblicato il volume “Il Palazzo dell’Arte“, di A.C. Quintavalle, corredato da una sua ricerca fotografica sui principali musei italiani e stranieri.
Nel 1991 conclude un lavoro su Giorgio Morandi, che lo aveva impegnato per due anni.
Muore a Roncocesi (Reggio Emilia) il 14 febbraio 1992.

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Inediti di Roberto Fioravanti (Sonia Lambertini)


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Roberto Fioravanti è nato nel 1977 a Roma. Ha conseguito la laurea come Educatore Professionale di Comunità, presso l’università Roma Tre. Attualmente lavora come educatore presso un centro diurno per disabili. Ha iniziato a scrivere dai tempi del liceo, dedicandosi prevalentemente alla poesia, negli ultimi anni si è avvicinato alla narrativa. Ha pubblicato le raccolte di poesie La terra di nessuno (Gruppo Albatros, 2005), Poesie per una sconosciuta, (Alter Ego Edizioni, 2014), e la raccolta di racconti Storie di amori, ansie e allucinazioni,(Alter Ego Edizioni, 2013). Attualmente è in cerca di una licenza poetica e di personaggi da maltrattare dentro un romanzo.

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Ho un amico ad est

Ho un amico ad est,
uno che un giorno
ha strangolato un albero di cerase,
uno che non andava in giro
nel bosco con cesti da riempire
per vecchie isteriche
dal fiato pestilenziale,
o per ragazzine paranoiche.
Ho un amico ad est,
che ha la fedina immacolata,
ma con le mani unte di sangue
gli pioverà in testa una taglia:
lo faranno a pezzi prima o poi.
Lo sbatteranno in prima pagina.
È successo qualche ora fa,
in alto arrampicato
ne strappava una ad una
per gentile concessione
del padrone o del signore:
venne giù come una mela sul cranio.
Ho un amico ad est
che ha attirato l’attenzione
dei passanti e dei tg,
con le dita ingrassate di sangue.
Lo hanno visto tutti,
ma non gliene fregava nulla
se la polvere da sparo arrivasse
da est, da ovest o dalle mani di un negro.
L’importante era occultare
il cadavere del nemico,
come se non fosse mai passato di là,
come se non avesse mai rubato
il frutto proibito.

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Fuoco sui ragazzi del coro di Carmine Mangone – Nautilus Autoproduzioni 2014 (Sonia Lambertini)


Copertina ad opera di Marco Castagnetto

Copertina ad opera di Marco Castagnetto

Il libro, in tutte le sue forme, siano esse materiali o digitali, non esaurisce alcunché; non giunge cioè a compiere, una volta per tutte, le definizioni o le storie o le possibilità di chi intende lasciare una traccia della propria umanità o disumanità.
Il libro è sempre un libro aperto. Anzi, a dirla tutta (e meglio), solo i dispositivi testuali che si vogliono come una breccia, una feritoia, una porta socchiusa, rispetto al lettore o alla mancanza di lettori (che talvolta è soprattutto una mancanza dell’autore), solo tali opere hanno la capacità di risuonare nei territori del sapere, del senso, poiché è proprio la loro apertura, il loro farsi transito, a consentire quella continuità delle esperienze umane che è (facendosi desiderio e brama di una sua stessa recidiva) alla base di ciò che ancora possiamo chiamare sapere o senso.

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Terry May – Storie di quadri e parole (Sonia Lambertini)


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“Ho messo cornice e vetro a un’opera su carta, tra il foglio e il cartone del retro ho inserito un’altra opera oltre quella visibile. Ho utilizzato lo stesso principio delle sorprese. A questo modo “dentro” l’opera, c’è un’altra opera ma invisibile. E’ una figata fare le cose così, i quadri. Uno se ne compra uno e toh!, se comincia a smucinare o per quei casi fortuiti in cui il vetro si rompe e bisogna cambiarlo, eh! ecco la sorpresa e se ne trova all’improvviso due di opere. Penso che sia anche lo stesso principio delle cose belle e inaspettate. Non c’è una regola però. Penso che farò parecchi quadri a sorpresa. E’ lo stesso principio delle cose clandestine anche. Nascoste dentro. Il principio del contrabbando anche. E come principio ci sta tutto in questo clima di stupidità imperante. Cosa si nasconde? bella domanda! Si nasconde la refurtiva, i bottini, la droga, cose materiali di questo genere, oppure si tende a nascondere ciò che non è approvato dall’andamento della “cultura generale”. In quei casi lì, e in ogni caso, ho niente da nascondere. Allora? quale è il significato? Penso sia proprio nell’insieme delle cose, aumentarne la potenza. Stesso principio delle Matrioske. Stesso principio dell’avere il contenuto. Come l’anima, non si vede, ma c’è ed è roba di contrabbando.”

di Terry May

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Vivo a Ferrara. Mi piace. Amo Ferrara e le sono grata. Alcuni giorni è come stare in una scatoletta di Manzotin, o in una di quelle scatole di latta. Dipende dall’atmosfera che c’è. Molto dipende dal cielo. Il cielo sopra Ferrara è color scatola di latta, visto da dentro. Ci si sente come carne, come un prodotto della natura manomesso, conservato nel tempo per essere consumato. E a pensare alla scadenza viene la tristezza. La città è cinta da mura, come se le stesse contribuissero a tenere il cielo fermo in quel colore di landa, landa desolata. Molti giorni la tristezza è come un tram e non si chiama desiderio neppure, si chiama forse malinconia, e gira e gira come un tram per tutta Ferrara, fino a dove arriva il suo cielo color landa. In questa scatoletta di mondo viene così voglia di essere a colori, andare in cerca del sole, averne notizie, chiedere perché se ne è andato e torna di tanto in tanto per poi scappare di nuovo. Certe cose forse non gli garbano al sole, a vedersele proprio lui alla sua luce, alla luce del sole e così nisba. Via! E allora mi viene voglia di altra luce, comunque, seppur artificiale ma che sia luce e ci si possano vedere le cose e la bellezza di una landa e del vivere qui. Chi se ne frega del sole e dei suoi motivi di allontanamento da Ferrara. Ferrara è bella di malinconia. Ha lo Spleen. Lo Spleen è un contagio, e mi muove e mi muovo con la pittura: tutto quel che ne viene mi è dato da questa landa in cui vivo. Molte altre città del Nord il sole se lo sognano di notte, ma il sole di notte non viene. Allora la notte, la notte che è dell’oscurità e dei tempi, la notte io lo simulo. Sta in una piccola lampadina. Studiosi del dormire hanno scoperto che fa male questo mio piccolo sole di notte e che la notte ha da essere scura e buia. Forse si, ma se spegnessi la luce spegnerei questo piccolo sole di notte che m’illumina il tempo, e spegnerei lo Spleen e la voglia e la gioia di vivere.

http://www.saatchiart.com/terrymay

https://www.facebook.com/terrymayhomegallery

A’ la belle ivresse – Luca Salvatore (Sonia Lambertini)


È ancora tempo per le romanticherie? È ancora cantata la Musa? Poetare: problema per artisti, problema di tutti.

Sicelides Musae, paulo majora canamus.
(VIRGILIO.)

Mia distratta-musa,
oggi ti faccio frasi, ti canto l’ode sospesa e lenta di vecchie cere sbiancate e pezze stanche, di storioni che annaspano e serventi stonati, ma non ti porgo sentite scuse e distinti saluti, oggi non ho… cuore gentile, non faccio come i gatti, ma ti dico alla vecchia maniera, senza garbo né grazia, di bell’ebbrezze e notti irrimediabili che ancora non sei riuscita a smaltire.
Ora vieni come sei e blandisci, smani di sapere dove sono nel tal poeta da leggere ivresses d’antan, «sozze bende d’ospedale»[1]… il miserrimo, insuperbito afflato, i presagi di morte annunciata? Ora riemergi da tenebre cimmerie e sprofondi, e comodamente seduta senti bave sottili alla bocca, oggi senti un certo «non so che di flebile e soave»[2] ch’al cor ti scende e ti ravviva l’anima? Ho saputo (dalle malelingue) che il tuo passatempo preferito, come un vizio, è tornato: cerchi tra bandi feroci e in bauli pieni di gente, qualche morto astro nascente, lunologo eminentissimo e cannibale celeste. Ti hanno rivista, sul tuo beato scranno e azzimata alla menade, presiedere, con l’aristocratica nonchalance e la dura impassibilità non priva di scherno fin-de-siècle che ti s’addicono tanto, ad ogni bassofondo felice, festino, vernissage e banchetto.

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Inediti di Maria Luisa Giaquinto – (proposti da Sonia Lambertini)


PH Rosario Parmendola

PH Rosario Parmendola

Marilisa Giaquinto nasce in Svizzera nel 1969 giusto il tempo di essere catapultata in Irpinia. Vive e lavora a Napoli. Architetto di formazione urbanista. La parola scritta? Un chiodo.

***

spia, oltraggia, digerisce, evade
il mondo dalle stanze
ogni angolo un sentiero
ogni sentiero un’azione immobile
le stanze
la stanza
una porta di emergenza
doppia faccia
io vedo tu no
illusione
manca l’aria
apri sputa
richiudi.

*

non dissipare il buio
l’angolo, solo l’angolo voglio vedere
lì, le crepe narrano
narrano

cedono le figure illusorie

*

e quindi
la cosa è lì
seduta lì che ti osserva
osserva quel tuo lento nasconderla
attende paziente
e poi
allarmano
piccoli colpi nel sottosuolo
risuonano lesioni rocciose
gli spifferi bruciando raffreddano
e tu
impagliato nel tuo mondo
ascolti distrattamente
sussulti
e ti riaddormenti

*

noi nascondiamo gli occhi
mentre la parola muta scorre
inciampa il passo quando la calma
dimentica l’uno dell’uno dopo l’altro
così si alza la terra e confonde l’orma
alziamo la polvere e sempre sfigura
lo stesso semaforo rosso all’angolo, la tana
incrocio di cardi e decumani
casa della ragione che giustifica

*

cede tutto
cede nel tempo
cede senza suono
no, non cede

cede una parte
cede il tutto nella parte
cede senza parola
sì, cede

cede senza dire
così come una foglia
il giallo segna
sì, segna

accapo

(assenze momentanee rimbalzano nello sguardo proiettando un passato mentre pezzi sparsi liberano rabbia spezzando l’incanto di una casuale tranquillità)

e allora?
cede intero
no?
no, nessuna pietà

signori
siamo Signori di noi stessi
senza timone

*

sì, mi contraddico
quando il pensiero rincorre l’azione
non mi libero
l’arresto automatico crea turbolenze e sì
mi contraddico senza decoro e decoro
la maglia che dalle righe deraglia
– ci gioco con precisione maniacale
fino a perdermi tra le righe al risveglio –
mi sono contraddetta
*
se cado
e cado
non urto l’altro
urto me
e allora
cedo
cedo alla colpa
di sminuire

Giovani Prospettive: Alex Stoddard – Omaggio di parole – 2° parte


Prima parte: https://wordsocialforum.com/2014/11/25/giovani-prospettive-alex-stoddard-omaggio-di-parole-prima-parte/

Angelica-Alessia

Morte in rosso di Alessia Marini

Il tempo fugge e la vita ti scivola dalle mani ogni istante nell’inesorabile susseguirsi di minuti, ore, giorni. Concetti formalmente riconosciuti vedono un barlume di praticità nel momento esatto in cui tutto sta per finire, in cui la vita sta per spegnersi. Inesorabile, come l’acqua che precipita da una cascata, quel tremendo momento arriva per tutti. C’è chi lo implora e chi lo teme. Chi lo ha sfiorato e chi non ci ha mai nemmeno riflettuto.
L’inconsistenza della nostra esistenza prende forma nel momento in cui finisce.
È come un concetto o un pensiero che diventa reale solo e soltanto quando smette di essere se stesso: quando trasmigra da uno stato di trascendente eternità ad uno di tangibile consistenza. Una parola che si forma nella nostra testa smette di essere un pensiero nel momento in cui la enunciamo.

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