Inediti di Armio Neloci


1.

Mattino d’oro spumante
mi ispira mani di brina
a incollarti bene le gambe:
e piove luce dal naso
e in miele bagna le lingue.

**

2.

Stasera vado a XM24:
la fiamma azzurra in petto
si infuoca incandescente
a esplodermi la fetida caldaia
che scalda il puzzo della città.
Entro:
ho in corpo un coro di sax scordati
lucidati da un cielo rosa perla.
Ballo:
mi srotolo il rullino dei ricordi
e brucio con lo spirito la merda
che riscrivo qui: nel santuario grigio
dove col cappuccio mi incorono

**

3.

Oggi ho deciso che ti chiamo
dalla cabina telefonica
(quella arancione anni novanta):

come da una conchiglia, la tua voce
dalla cornetta, in aria si disperde,
si confonde, all’aroma dei papaveri
(i fiori corteggiati
da tutte le lucertole)
poi attraversa le frequenze radio
(le frequenze che ballano
le libellule e le api)
poi segue lo sbadiglio delle volpi,
poi il volo degli uccelli migratori, e …
si stende infine al gelo delle alpi
(sterminato fazzoletto balsamico)
per svegliarsi neve rosa all’aurora
in una voce di aria pura.

**

4.

In una vasca di gelato
le mie emozioni bianche e
il cucchiaio di coscienza
scava il fiordilatte.
Nella crema i coni sciolti
dei cerotti senza colla
di ferite più violente
con la buccia di amarena.

**

5.

ho di nuovo strappato il lenzuolo:
cento punti luce sul pavimento
arcobaleno (incastrato) in una biglia
tre anelli in plastica
sei wafers di vaniglia,
provi un po’ a giocare con me?

Giovani Propettive. Omaggio di parole a Jone Reed.


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***

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In un casolare remoto tutto stette qui
di tempestati cristalli e scricchiolii
sparsi i sensi di cognizioni tutti rappresi nel rimmel
sulle ginocchia, alcova,
dove si frantuma e rimesta
Volevo dimostrare cosa vuol dire avercela
senza averla, ma,
non più solo quel rumore suono frr brulichio
strusciare stupendo
l’ogiva con le sue consuetudini , e mi vedi lo so
Sono fatta di balsa, ottima per i sogni,
pure neri
e fisarmonica
ed i flessibili che mi hanno segato le caviglie
Questa è la nuova fisica
spasmo io porto, come tumefazione di un mondo
troppo descrittivo
Aver la figa da uomini è di contrabbando
Quattro sigari, tre whisky, due cose da dire
Si piega lo spazio ed il tempo se ne fugge sulla posa
di qualcosa
E chi mai me la rapì non fosti tu
nemmeno io, che immagino e sovvengo
Vado al crocevia per cui si deve sentire un enorme suono
e,conta e,senti e, nega, ho (Aristotele) tra le gambe
Suono l’universo affinché si disgreghi e si faccia casa
e mi si fotta chi mi da contro
Porto sfrigolii che Dea consegna come fossero miei
Qui si fanno sintassi
E che se vadano troppo lontano i bigotti ed i porci
Ho detto virgola
E lo avresti dovuto capire
da quello che non ho detto
Piegami al muro,
Con vetuste libertà
ti spiegherò la pittura libera

Di Alessandro Bertacco

***

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Inediti di Gustavo Bit


GUDEA IL SUMERO

Scrissi sulle rocce inumidite dalla luna
in lettere cuneiformi
con una fioca fiaccola fra i denti
miliardi di parole,
mentre il resto di noi correva giù alle spiagge, rossi di vino,
a rubare ancora un po’ di sole
lungo le palpebre innamorate della notte,
o su cavalli madidi,
pelle seccata dal bagliore delle spade,
raggiungeva il corpo martoriato dell’Asia
-Bocche soltanto. Da capo a piedi-
Le ginocchia iniziano a dolermi anche la notte.
Non è più tempo di dormire.
Alla mia lingua di pietra, in realtà,
sarebbero bastati pochi sciocchi di scalpello
per urlare fino al vomito
“NON VOGLIAMO MORIRE MAI PIÙ”
Il resto
non conta.
Voglio che resti di me soltanto
questa palla di vetro scuro
che come una perla maligna
mi è cresciuta negli anni tra il fegato e lo stomaco.

Fui un battito di occhi impauriti
tra le dita dell’Assassino degli universi.

***

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«Sul bordo tagliente della gioia» – Poesie di Eleonora Rimolo (con una nota di lettura di Gabriella Sica)


Parole di cenere e di fuoco

Smisurata Eleonora, avvinghiata al fuso che è per lei la poesia, impazzita d’estremo, Eleonora-Aurora «dalle dita di prosa» squaderna «ardite acrobazie», osa «sillabe di vaticinio», maneggia con notevole maestria «questa lingua che vaga / pronunciando il suo infinito» sotto un cielo torvo, «sciame malato di sussurri» nello spazio pagano puntellato di perdite e rovine. Ma chi è Eleonora Rimolo, questo nome che vorrei anagrammare ma che già così offre incistato un solenne annuncio: rimo. E non c’è dubbio che in questo modo presenta subito il suo assertivo biglietto da visita. Audace e diretta nelle poesie come nelle parole, che mi arrivano prima via facebook e poi sul filo del telefono. A vederla sul social più diffuso nel suo felice stato di bella giovinezza di venticinquenne, sorridente e graziosa, a immaginarla nel suo paese, in provincia di Salerno, dove pure le orme degli antichi non sono scomparse, non ci si crede davvero che scriva poesie tanto perentorie in cui gesti della vita più semplice e quotidiana si trasformano nei sommovimenti ardimentosi di una giovane donna e delle Altre amiche, già icone maestose e vibranti di «inquietudini solenni». Si viene rapiti ma si pensa ancora a una qualche occasionale o casuale felice espressione. E invece no. Non c’è nelle poesie di Eleonora solo un notevole empito giovanile e un evidente immaginifico talento naturale ma, a ben leggere, si scorge la filigrana di un’accorta ed esperta fattura formale, sapiente intelaiatura di una poesia cruda e impietosa, come drappo lacerato steso sulla scena imperitura e tragica del mondo antico, che non si incenerisce neanche nel nostro rattrappito arido tempo, ma anzi trova nuovo visionario vigore. Che quel drappo si stenda su qualche cosa di terribile vissuto di persona e celato con rigore, una sorta di interdetto che agisce vivacemente per via psichica o onirica, lo possiamo immaginare, se scrive del corpo come «brandelli / di ossa e scarti / di epidermide» e tanta è l’urgenza emotiva. Eppure è una questione che non ci riguarda troppo nel suo io singolare, io che è peraltro ben celato in una cascata ritmica e metaforica, sull’orlo del barocco, a volte oscura e contorta, a volte più limpida. E così scorre come in un torrente tumultuoso il «cianotico presente» che investe cose e versi frantumando ogni unità in questo libretto (passato nel frattempo ai tagli di una severa lima), che prova a medicare una «sacra frantumazione», a espellere dalle parole, siano “fogne” o “scrigni”, il male. In questo torrente rimbalzano tuttavia schegge-coaguli di pensiero-illuminazione che brillano come diamanti e che sono la vera forza di questa poesia. Pian piano vengo a sapere che Eleonora ha studiato lettere classiche ed è una dottoranda (che si prepara a compilare una tesi sulla fanciulla Lidia, dagli antichi ai giorni nostri, per finire guarda caso su Giovanna Sicari, con un occhio di riguardo per Milo De Angelis, maestro già ben individuato). E non solo è una ragazza appassionata di Saffo e Callimaco, di Virgilio e Orazio, e sa maneggiare i versi con gran disinvoltura, ma ha fatto già il doppio salto mortale di intravedere le loro parole niente affatto morte, e anzi sbalzate nel futuro, ricche e vivide di vita. Parole di fuoco o di cenere, che è poi la stessa cosa, con mirabile maestria e fantasia inanellate ad aggettivi altrettanto accesi. Non basta a Eleonora fiutare, presagire e immaginare con l’acutezza degli occhi, e neppure sperimentare con il corpo, ma si azzarda pure a rilanciare e a raccogliere frutti, come già accadde a qualche antica fanciulla. Una volta entrata con la moneta sotto la lingua nel mondo degli inferi, come gli antichi, scivola giù sotto dove scorrazza trasformata in Ofelia o Ifigenia o Lidia o chissà quale delle altre fanciulle in fiore e con violenza impari recise! E una chimera sola la sorregge, che una madre mediterranea possa essere la salvezza, la «culla d’acqua» nella «campagna inabissata », come scrive in una delle ultime poesie dal potente attacco: «Ai miei dèi chiedo solo che non sottraggano / la fonte alla sete…», «perché non sembri prosciugata / la madre corrente, la suprema viandante». Infatti è lei, la madre, la figura archetipica dello scorrere umano (secondo Eleonora e noi), risonanza ed eco delle fanciulle spezzate, primaria forza madre e tellurica che scuote questi versi e s’inerpica per sillabe e parole, sanando nostalgia e orfanezza. Allora intravedo una possibilità: che Eleonora sia una di quelle vedette che di tanto in tanto sorgono qua e là per riaccendere la torcia della poesia che ovunque nel mondo si va spegnendo o anche soltanto per essere semplicemente un’erede, tra tanti «diseredati della parola», che lotta con il corpo e la parola perché quella torcia non si spenga nel buio piatto e nero della modernità, perché tra una torre e l’altra che si alza dalla terra rasa, a distanza di secoli e chilometri, corrano gridi e richiami in codice simili a quelli che si scambiano le vedette da un fortino all’altro o qualche usignolo in volo. In questo concerto di voci che si parlano magnificamente da lontano non è azzardato pensare che Eleonora conosca molto bene, tra i padri e le madri possibili, Amelia Rosselli o Eugenio Montale, e chissà magari Pietro Tripodo, con cui gareggia quanto a acume filologico.
Poi vengo a sapere che in casa ha già una libreria a se stante solo per la poesia, realizzata sgombrando i ripiani da bambole e pupazzi. E ogni residuo dubbio sulla vocazione di questa ragazza dalla voce argentina cade nel sapere che a sei anni, appena ha imparato a conoscere le lettere dell’alfabeto, ha confezionato a puntino un facsimile di libro di poesia con tutti i crismi del caso e un titolo elementare e già necessario: Quaderno delle poesie scritte da me. Il talento c’è e c’è pure una buona dimestichezza con la poesia. Anomalie era il titolo iniziale per questo libro che insiste sull’assenza di ogni malia nella nostra epoca. E, come lei stessa mi dice, voleva sottolineare sia l’irregolarità dei versi che si stringono e si allungano come al suono di una fisarmonica e sia l’irregolarità abnorme e oscura del fato che infrange e spezza il corso naturale delle cose. Alla fine, la temeraria Eleonora si attesta, momentaneamente, «sul bordo tagliente della gioia», perché «oggi la gioia / scorre dai tornanti della gola». Con il suo bel piglio ardente annuncia «io invoco, io convoco». E noi non possiamo non seguirla in quell’idea che è sempre stata la nostra: «lasciatemi fare l’umano e capire». Noi facciamo tanti auguri alla gioia che, come «un fuoco sotto la cenere», la lettura della sua poesia dispensa a piene mani, nella speranza che si tratti di una poesia giovane che possa restare tale nel tempo.

Prefazione a “Temeraria gioia” di Gabriella Sica

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A PROPOSITO DI FABER: STORIA DI UN IMPIEGATO SESSANTOTTINO O STORIA SEMPRE ATTUALE? di Francesco Paolo Intini


Non era nello stile degli anni ‘60 e ‘70 accontentarsi di qualcosa ed il maggio francese soffiavaancora sulla scena mondiale quando questo disco veniva concepito. Per molti quel vento era la soluzione dei mali che affliggevano il vecchio mondo uscito vittorioso dal conflitto mondiale, ma non per questo sanato nelle ingiustizie sociali. La spinta propulsiva veniva dagli inizi del secolo, quando in Russia si era affermata la Rivoluzione bolscevica econ essa il pensiero marxista, era diventato realtà.

1-I CUCCIOLI DEL MAGGIO:

CANZONE DEL MAGGIO accoglie la lotta di classe come un dato di fatto. C’è un mondo borghese da una parte che non vuole cambiare nulla e si affida alle pantere della polizia, al potere della televisione di distorcere le verità e tranquillizzare le coscienze, dall’altra una massa di studenti che bussa alle porte di ognuno e ripete:
…per quanto voi vi crediate assolti \siete per sempre coinvolti…

E’ il clima dei tempi, la bufera che investe ogni angolo della società per raggiungere le singole persone chiuse nei propri individualismi. A tutte oppone la stessa soluzione di un momento collettivo del cambiamento. La sua forza, espressa a partire dall’INTRODUZIONE, consiste nell’essere cuccioli e dunque esenti da colpe generazionali che si traduce nel bisogno di crescere in una società a misura d’uomo, senza deviazioni e compromessi. L’altra classe in fondo non è che lo stesso albero e tutto sommato ciò che avviene è un ritorcersi dei figli contro i padri che li hanno messo al mondo con l’imprinting della ribellione. Il dado è tratto e niente sarà come prima.
Da questo punto di vista il maggio francese è davvero la primavera della storia moderna che ha visto il suo lunghissimo inverno nel periodo 1914-1945.
La gente dell’epoca però fa fatica a riconoscere in quel bisogno di cambiamento la negatività sottesa al benessere promesso e diffuso dallo sviluppo economico e dalla pubblicità del dopoguerra.In questo clima si inserisce l’impiegato. La sua figura è l’esatta rappresentazione della contraddizione tra vecchio e nuovo, tra bisogno di cambiamento e conservazione.
…e io la faccia usata dal buonsenso\ ripeto “non vogliamoci del male”\e non mi sento normale\e mi sorprendo ancora\a misurarmi su di loro\e adesso è tardi, adesso torno al lavoro…

2-LA TENTAZIONE

Per risolversi ha bisogno di una scintilla. Non è facile abbandonare il non essere del condizionamento, dell’omologazione e dell’anonimato e passare al protagonismo. C’è Raskolnikov in questa stessa dimensione, un incontro che avviene a livello onirico. L’io chiamato a questa missione è quello individualista che ha di mira la distruzione dei miti immediatamente riconoscibili, ma niente esaltazioni napoleonicheproprie del personaggio letterario, soltanto un ritrovarsi con le mani sporche nel fare qualcosa- come per liberarsi da una corazza, da un vissuto che condiziona troppo-e assecondare una tentazione della pelle.
E’ questo il clima che si respira ne: LA BOMBA IN TESTA. Sente che i giovani stanno facendo la cosa giusta, ma lui è legato al lavoro, alle rotaie verso casa, alla conta inutile dei denti dei francobolli al dovere verso il benessere e non è facile rimanere nella normalità per intraprendere la via della anormalità perché lì c’ è il coraggio e lo strappo irreversibile e da quest’altra parte il buonsenso del “non vogliamoci del male”. Ci pensano i sogni a ricordargli l’odio che si nasconde dietro la maschera indossata per nascondere la repulsione profonda nei confronti del conformismo e dell’ipocrisia, della macchina vincente in ogni dove della società (arte, politica famiglia). Tutto ciò si riconosce nelle icone, (Cristo, Maria, Nelson, Dante, La statua della libertà, la Famiglia) del BALLO IN MASCHERA messo a soqquadro dal suo attentato. La devastazione della bomba ha l’effetto di mostrare il volto fragile della società, l’ossatura artificiosa dei personaggi, ciascuno nella sua recita quotidiana a cominciare da padre e madre che rappresentano l’ultimo freno al bisogno di libertà.
…e adesso puoi togliermi i piedi dal collo\amico che mi hai insegnato il “come si fa”\se no ti porto indietro di qualche minuto\ti metto a conversare, ti ci metto seduto\tra Nelson e la statua della Pietà,\ al ballo mascherato della celebrità…

Sebbene non sia chiaro dal testo l’identità di quest’amico, non mi stupirei di trovarci lo stesso Nobel, inventore della dinamite, che nell’incipit espone a Cristo l’alternativa alla sua bontà. Fatto sta che adesso l’impiegato ha imparato la lezione col risultato di trovarsi nudo di fronte alla sua coscienza.

3- IL GIUDICE ED IL POTERE

Ma chi è il giudice che nel sogno successivo mostra il suo indice puntato senza decidere tra condanna e assoluzione? Che senso ha chiedere all’imputato:
“Vuoi essere assolto o condannato?”
Può stare un giudice dalla parte dell’imputato? Una partecipazione dell’imputato all’esito del giudizio è sì una contraddizione, ma riflette quella tra Super-Io e Io, cioè tra istanze morali e coscienza, quello che ognuno può sperimentare quando è avvolto dai sensi di colpa. Prima ancora che nella società è nell’intimità più profonda che bisogna abbattere qualcosa e questo è il legame tra quello che chiama
“una coscienza al fosforo piantato tra l’aorta e l’intenzione”
e l’oscuro Potere che affonda le radici nella società borghese come nella famiglia e dunque è in grado di governare l’individuo in ogni sua azione e pensiero. Nella risoluzione di questo conflitto, nella capacità di resistere alla furia delle colpe, sta la chiave per poter andare avanti sul piano delle azioni. Cosa non facile, dal momento che questo giudice mostra il suo volto buono (ma lo è veramente?) nel dare la possibilità di ritorno nella norma. L’occasione è descritta nella canzone del padre, dove il giudice offre all’imputato il posto occupato nella società dal suo genitore come premio per aver tolto di mezzo delle icone ingombranti, mettendo a servizio del potere stesso unasua tentazione profonda. Diventare il proprio padre dopo averlo uccisoha comunque il senso di un riscatto nei confronti della colpa perpetrata contro la collettiva.

4- EDIPO

Ma è il percorso di Edipo a rivelarsi mistificatore, un sogno per rimanere nei sogni. La sua donna è anche sua madre e suo figlio è lui stesso” il meno voluto” destinato a finire in un percorso di hashish e ad inciampare negli stracci dell’infantilismo di un giogo familiare che è anche gioco di potere.
L’impiegato legge qui la sua miseria sociale, il destino di chi al massimo può aspettarsi “una valigia di ciondoli\ un foglio di via” da un commissario corrotto e capisce di essere stato ingannato dal giudice che da una parte gli offriva la via del riscatto e dall’altra lo faceva partecipe di un gioco senza via d’uscita reale se non la fuga da reietto, peggiore di quella a cui aveva rinunciato e anche di quella di “Berto, figlio della lavandaia, compagno di scuola, preferisce contare sulle antenne dei grilli” il cui rifiuto nei confronti della cultura e della religione si era tradotto in un farsi piovere addosso, senza nessun futuro.
E’ questa la molla che lo fa svegliare e ad un’alternativa di reietto (in quanti modi si ripete lo stesso schema di asservimento da parte del potere?) preferirela ribellione individuale.Il Potere costituito si svela ingannevole, proteiforme e capace di assumere anche “ il volto di una donna che pago” pur di affermarsi sull’individuo.

5- IL SOVVERSIVO ed il CASO

Da questo momento è senza protezione di buon senso, il suo movente è una vendetta personale nei confronti del Potere. Anche lo spunto della primavera è lontana. Il vento di liberazione ha innescato l’azione del libertario, l’individuo contro il suo disagio di natura anarchica.
Eccolo dunque a recitare il ruolo già visto nella storia degli attentatori personali, i Princip del secolo precedente che colpivano re e regine, innescando guerre planetarie.
La sua bomba è di questa natura, contro la pervasività di un Potere presente nella sua persona e nella società, capace di assolvere da ogni colpa, se si sta dalla sua parte e di far compiere il delitto più atroce pur di affermarsi e conservarsi:
…assoluzione e delitto \lo stesso movente…
È in quest’idea che procede a compiere un attentato contro il Parlamento. Nella maschera di Joker\bombarolo c’è tutta l’esaltazione di chi sente di aver capito ciò che gli altri, vale a dire
…intellettuali d’oggi idioti di domani… \profeti molto acrobati della rivoluzione\ oggi farà da me senza lezione…
non hanno capito cioè che è nelle possibilità di ognuno giocare d’anticipo concentrando il pensiero rivoluzionario nell’azione distruttiva
…ridatemi il cervello che basta alle mie mani…
contro obiettivi precisi, come anticipato dal sogno del ballo in maschera.
La possibilità del fallimento non è contemplata in questo gioco dove tutto e il contrario di tutto è potere e lotta per esso. Ma non è così.
Nel prendersi gioco della rivoluzione il Caso e con esso l’Errore entrano potentemente in scena riportando l’impiegato con i piedi per terra. Il potere del caso ha lo stesso machiavellico senso che impedisce al Valentino di prendere l’iniziativa alla morte del padre. Una banale febbre lo attanaglia a letto mentre gli altri decidono la successione ad Alessandro VI e con essa il suo destino.
A saltare in aria non è il parlamento ma un’edicola, dimostrando che anche il caso è da quell’altra parte, quanto basta al suo nemico per acciuffarlo e sbatterlo in galera coprendolo di macabro ridicolo.
Adesso non resta che prendere atto della sua radicale impotenza. Su di lui si verserà la giustizia borghese che ne squalificherà l’opera con l’effetto di consegnarlo ad una solitudine senza conforto né giustificazione.
Per giunta non ci sarà alcuna Sonia a confortarlo, ad aspettarlo e magari a convertirlo.

6- LA SUA DONNA

È’ ancora una volta alla luce della pervasività del potere che va interpretata “ VERRANNO A CHIEDERTI DEL NOSTRO AMORE”… L’effetto devastante della bomba è sul rapporto d’amore con questa donna che si rivela una mascherata dietro la quale ognuno giocava a nascondere sé stesso. Se a lei importa solo di mostrarsi bella e normale ma non di essere una persona libera
…farsi scegliere o finalmente sceglierai…
è perchè il potere opera nella più profonda intimità, imponendo ipocrisia e conformismo laddove doveva esserci amore e comunione di fini e affetti.
“ Verranno a chiederti …” è una canzone disperata, senza via d’uscita se non quella dell’incomunicabilità, dell’impossibilità di un cambiamento reciproco ed infine della solitudine in cui si viene a trovare il singolo, non appena metta in crisi il fondamento borghese della famiglia.
Ma è anche una grande poesia di amore, di uno dei due che conosce la verità dell’altra, vede la sua maschera sociale asservita al condizionamento e allo sfruttamento del potere fino allo svuotamento della personalità e si addolora per quella radicale difficoltà a distaccarsene finalmente con un atto di libertà:
…Ma senza che gli altri ne sappiano niente\ dimmi senza un programma dimmi come ci si sente\continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito\farai l’amore per amore\o per avercelo garantito…

La filosofia che oppone ad una vita vissuta all’insegna del “dove un attimo vale un altro” si fonda sulla valore di essere sé stessi e fare le cose che si amano per amore, nella consapevolezza che non val la pena lasciare la propria facoltà di scegliere nelle mani altrui.
A lui che è stato sé stesso per un attimo adesso però si spalancano le porte della galera. La macchina trionfante è quella del potere costituito. Ma chi vince la partita?

7-LA PARTITA FINALE

La galera è sì il non luogo, ma ancheil posto dove i rapporti sociali si semplificano: il potere vive col suo vero volto di oppressore mentre il sovvertitore vive la sua irriducibilità a far parte del sistema come un seme che germoglia in una terra fertile e pronta a coglierne il messaggio. Da questo punto di vista la rinuncia all’ora della libertà del singolo diventa presto la rinuncia di molti per assumere l’aspetto di rivolta collettiva e quindi in grado di giocare efficacemente un ruolo politico.La stessa canzone del maggio che coinvolgeva la coscienza di ognuno ora è intonata da questa zolla di sovversione collettiva che, come un focolaio acceso da un vento favorevole, promette di incendiare il mondo.
Se c’è un messaggio che arriva ai giorni nostri non è tanto questa radicale inimicizia nei confronti del potere costituito, che accomuna quasi occasionalmente l’impiegato all’ irriducibilità dei ciompi e a tutti gli Spartacus della storia ma soprattutto questo riflettere sulle condizioni al contorno deldisagio esistenziale. In altri termini arriva da questa opera chela contraddizione tra bisogno di essere sé stessi e condizionamento esterno, passa attraverso due poteri che non si riconoscono a vicenda. Uno dei due, il più forte è in grado di inglobare tutti gli altri essendo in ogni luogo-compresa la coscienza individuale-dal momento che sostituisce quel Dio morto per sempre di nietzchiana memoria e passato in giudicato ma come questi capace di provvedere a tutto:
… una volta un giudice come me\ giudicò chi gli aveva dettato la legge:\ prima cambiarono il giudice\e subito dopo\ la legge…
All’altro, il più debole,rimane la consapevolezza che quando il giudice afferma:
…tu sei il potere, vuoi essere assolto o condannato?..
Sta mentendo conscio del fatto che esaltare l’individuo, illudendolo di avere in mano la possibilità di auto assolversi è la maniera più semplice di disarmare e tenere sotto controllo la distruttività e trasformarla in asservimento.
Tutto ciò raccontato con un linguaggio poetico, fatto di metafore e figure straordinariamente efficaci, capaci di sostenersi e conservare il loro fascino misterioso fino ai giorni nostri.

Note:

Le citazioni inserite nell’opera sono tratte da “Storia di un impiegato” (1973) album musicale (Produttori Associati\ Ricordi) a cura di R. Danè, testi di F. De Andrè, G. Bentivoglio e R. Danè, con musiche di F. De Andrè e N. Piovani