Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Francesca Dono – “La cosa”


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La cosa di Francesca Dono

C’era ancora quella sera ,sottile ed uguale come tutte le altre notti , gli altri giorni solitari ,in quella grande casa, dove il silenzio respirava ovunque;persino ora ,a primavera inoltrata, dove i fruscii delle foglie restavano muti ,inghiottiti dagli stessi platani. Dietro la casa ,una specie di piano lambiva il piccolo stagno che poi biforcava e si dirigeva dritto
verso il viale, tra il ponte di legno e il vecchio mulino. Ad Anne quell’edificio non le era mai piaciuto:era un po’ anomalo, dalla posizione piuttosto infelice,appena dietro la periferia della grande città, verso la fine del naviglio grande, inchiodato dopo un paese sperduto di provincia, nel pavese, verso la bassa del Po.
Ne’ troppo a Sud e neanche troppo ad Ovest rispetto al grande fiume.
Vivere nella dimensione del niente le procurava un senso di fastidio, di intolleranza nei confronti della gente ,del posto,soprattutto le impediva di godere in pieno la convivenza con Andrea.
Una come lei, nata e cresciuta nel cemento , aveva il bisogno di respirare tra lo smog el’asfalto incatramato, di ritrovarsi e di essere quello che era in mezzo al caos della metropoli ,cosi per quel contatto di sfregamento, corpo a corpo con tutta la guerriglia urbana quando a strattoni e senza guardarsi in faccia, lottava per il centimetro di spazio e poi i treni e uno e l’altro insiemi di crocevia sotto i grandi tunnel neri dei passanti razionalizzati a velocità estreme per non arrivare mai tardi e mai troppo presto.
A questo Anne era legata, era questo il meccanismo in cui si autorizzava ad autenticare se stessa, gli altri ed il mondo.
L’avevano scovata tramite l’agenzia immobiliare “Il cerchio”, ormai erano mesi che ruzzolavano piedi e gambe e ad ogni strada di quartiere nella ricerca affannata di un appartamento economico, senza avere l’obbligo di dover essere grande ma che potesse incontrare il loro gusto, l’aspetto dignitoso di unacasa linda ovvero un decoroso insieme logistico per la loro vita di città.
-Guardi che magnificenza- L’addetto dell’agenzia insisteva con la voce baritonale, rivolgendo le mani sulle pareti ocra.
-Guardi la luminosità, ilpassaggio delle travi snelle sul tetto alle finestre. Mai viste così insolite-.
Anne era tesa, con indifferenza ascoltava la solfa articolata della descrizione planimetrica e pregiata dell’edificio . -Perché’ erano andati a finire in quella zona , in culo ai lupi e fuori dall’Universo?- Pensò con lieve malinconia,- Perché?- continuò senza mai smettere di guardare le scale antistanti la porta della cucina. Dove portavano? In cantina? In un posto effimero e intollerabile?
-Tesoro , sussurrò Andrea- non possiamo permetterci altro, non in città, almeno in questo momento; dove troveremo una casa a questo prezzo e così grande? – Cosa c’è laggiù sotto la scala?-
Chiese Anne ,facendo scivolare la voce tra il concitato ed un mezzo singhiozzo- -Probabilmente la cantina- rispose il signore dell’agenzia con un po’ di perplessità.
-Non ho le chiavi- aggiunse. Anne era come inebetita, trascinata da una da una corrente senza ragione, in un crescendo arcaico, terrificante.
Varcò i primi due gradini, non si vedeva il fondo.
C’era buio e uno strano odorenell’aria che le fece arricciare le narici, era un fetore penetrante che stordiva persino il petto Cominciò a tremare, stranamente, una sensazione di fastidio. Pochi secondi , fulmineo come mezzo lamento, vide un guizzo d’ombra che scivolava dalla balaustra.
Si voltò verso Andrea- Hai visto?-
-Cosa?-le rispose- Quell’ombra tra le scale ,ora-
– Continuò Anne ,sussurrando per non farsi sentire dall’addetto.
-Amore, con tutte queste finestre semiaperte e lealtre chiuse, è normale intravedere un certo gioco di ombre sulle pareti o tra le cose.
– Anne si strinse le spalle mentre Andrea si accordava sul “modus operandi” ed i dettagli del contratto – Era fatta – Si sarebbero trasferiti in una decina di giorni.
Lei sapeva che niente avrebbe potuto far tornare indietro Andrea da quella decisione.- Si ,era fatta, avrebbero cominciato insieme?- Si chiese in silenzio con una lacrima persa sulla camicetta blu e un pensiero lugubre.
Lanciò un ultimo sguardo indietro e fece in tempo a vedere la cosa affacciarsi dal parapetto dilungarsi prima di rifulgere e pulsare sino a filtrare lunga e sottile dentro la porta d’ingresso .
Anne allungò il collo sul divano, come tutte le sere – Ho perso il conto-
Pensò bivaccando con la testa sul cuscino a fiori ed i lunghi capelli neri dentro un punto fisso–Da quando si erano trasferiti ,quel riflesso tra la balaustra e la porta della cantina aveva decisamente cambiato aspetto, diventando levigato o scarno o ancora sinuoso, a tratti più intenso e piccolo,a volte manifestandosi per ogni direzione, appesantito con diverse escrescenze, come un serpentefino ad ogni anfratto della casa. Spesso restava sospeso nel buio, fisso, ad aspettare cosa?
Aveva perso il conto ,ormai dei giorni in cui l’agente immobiliare le aveva telefonato.
– Signorina Anne?- lei non l’aveva riconosciuto- Buongiorno signorina, scusi l’orario, ma le volevo comunicare che a breve le consegnerò anche la chiave della cantina, veramente non riesco a trovarla da nessuna parte,
stia tranquilla,le farò una copia quanto prima-
Anne non ebbe il tempo nemmeno di replicare, sentii’ appena il click del telefono e lei abbandonarsi in mille congetture , miliardi di dubbi. Quella chiave non la voleva, non voleva la casa e quella specie di cosa che sgattaiolava dal tetto al pavimento,che compariva in pochi secondi e nel momento in cui Andrea non era presente.
Ne aveva parlato con lui, – Ti dico che l’altra sera, per un attimo, l’ho vista dietro il divano, come se volesse saltarmi addosso da un momento all’altro e quando la focalizzo in un posto preciso mi penetra e l’aria intorno diventa gelida, morta ed a me s’insinua , crudele, scioccante–
Deglutì ,continuando a martoriare le pellicine delle unghie- Poi, poi ci sono dei rumori, li sento , infilati da dietro la porta della cantina, ogni volta un gemito oppure una specie di litania farfugliata .
-Oh, ti prego Andrea, ti giuro, credimi,non sono paranoie, andiamo via, portami lontano da qui.-
Lo guardò implorando la sua comprensione con la voce incrinata, cercando di fargli capire il suo disagio, la sua angoscia , la paura che le saliva dal bacino , che l’assaliva tutte le volte, in completa solitudine,un labirinto di nebbia, dove non capiva chi fosse realmente, dove una specie di cantilena la offriva dozzinale ad una flotta di esseri evanescenti che sorgevano martellando implacabili le sue tempie.In quei giorni il desiderio di fuggire raggiungeva proporzioni inimmaginabili. Era capace di restare a fissare per ore quella buca che portava le scale fino alla porta chiusa, ipnotizzata dall’alone scuro che emanava con un tutto, un non luogo che sembrava irreale, fuori dal tempo, indefinito.
Quella sera Andrea fu particolarmente affettuoso,
-Anne- le bisbigliò dolcemente- So bene che la città ti manca e che questo non e ‘il nostro posto ideale, così fuori mano e isolato da tutto .
-Ce ne andremo presto , te lo prometto-
Lei annuì – Quella cosa è strana-
Proseguì con un sospiro pieno di lacrime.
-Si è proprio strana, io non so bene cosa sia è insolita, un cumulo assurdo di sensazioni funeste che mi strisciano nel buio –
E poi- continuò agitandosi,
-E poi,sembra non voglia più mollarmi-
-Amore, ascolta! Purtroppo domani inizia il Congresso e devo andare presto al lavoro. Se ci addormentiamo ora poi domani mattina potremo fare colazione con calma, visto che già abbiamo saltato la cena.-
Andrea l’abbracciò, le sistemò la coperta’ fino alle spalle, dolcemente.
Qualche minuto ed il torpore prese il sopravvento sulla stanchezza di Andrea.
Anne era così infelice, vuota come un guscio di noce a cui avevano estratto il gheriglio.
–Imbecille, sono un imbecille- pensò, nonostante le rassicurazioni del suo compagno. Ma dietro l’esile luce che apostrofava d’azzurro i capelli di Andrea,le sembrò di scorgere quella cosa che si aggirava nella penombra , pronta ad entrare ed uscire a suo piacimento nella sua mente, come tante altre volte, un’ossessione.
Stava tremando dal freddo , si tiro’ un lembo della coperta quando la scorse sul petto di Andrea , ruotava nella massa orbitale attorno al giro di se stessa.
Si voltò lentamente verso il compagno, un soffio d’aria gelida le colpì il viso – Andrea, Andrea, – lo chiamò soffocando l’urlo dentro le labbra incavate, la cosa si gonfiava e si sgonfiava allo stesso tempo.
Poi, s’infilò dal suo pulsare, sotto la coperta , sul corpo di Andrea che giaceva immobile come un cadavere.
Gli vide una smorfia sul viso mentre il resto del corpo veniva stretto intorno a fili di bava verdastri che fuoriuscivano anchedalla testata del letto.
– Dove mi trovo? Non mi avrai maledetta assassina-
Gridò Anne restando paralizzata.
Il movimento fu fulmineo,la strana cosa le piombò sul ventre attaccandosi come una sanguisuga , lei voleva urlare, urlare ma scoprì di non essere in grado di emettere alcun suono.
Si toccò la gola, era fredda come il corpo . Non riusciva a vedere nessun passaggio di luce.
Il peso della cosa premeva addosso , mentre il cuore sussultava ad ogni pressione con la consapevolezza che ormai non c’era più nulla da fare per la sua vita ,qualcuno era intento a legarle i polsi, ad incollare il suo corpo con il liquido bavoso , attentamente,tra il materasso e il lenzuolo così darendere impossibile qualsiasi postura arbitraria.
Gli occhi di Anne si gettavano veloci sulle pareti, in basso e in alto senza
Nessuna speranza di respiro.
Lei cercò di fissare la cosa sperandodi cogliere anche solo una pallida traccia di umanità nella sua figura che si muoveva a sigillare ogni brandello di vita.
-Mio Dio, fa che non sia spietata! Perché, perché’ io?-
Il fiato della donna si fece mozzo,il peso le impediva qualsiasi movimento libero. il sibilo che sentiva di più era quello del suo stesso respiro che si faceva strada al buio, nel tocco della morte che le indicava una tomba da raggiungere.
Poi , l’eco lontano, indistinto in una cantilena che sembrava antica , una voce quasi stridula, di bambina, fuoriuscita dalla spaccatura della caverna più lontana.
-Oro per me- ripeteva- io so che c’è, grande tesoro al mio re, oro per me io so che c’è,ma io lo divoro per te. –
Il terrore di Anne aveva preso ormai tutto il suo essere,sentiva che stava per cedere.
Capiva che quella cosa stava entrando dentro di lei, la stava strappando alla vita per trascinarla oltre il buio. Ora, con la voce di bambina affondava i suoi artigli per possedere la sua anima. Anne stava abbandonando il Mondo.
Un mondo che sembrava non fosse mai esistito. Tutto scivolava via sul niente sotto un ghigno potente, demoniaco, ormai unico posto più vicino a lei ed era completamente sola.
Una morsa di dolorela travolse in una manciata di secondi, vide la sua pelle scivolare come un vestito sul pavimento, simile ad una natura morta dipinta con la buccia dell’arancia che ricade verso il basso.
-Oh Dio: un minuto che è un minuto? La pelle , anche la pelle vuoi? Che cosa? Tutta ,ancora? Lasciami in pace, fammi morire allora!-
Anne , gemette con l’ultimo filo di voce.
Anche la nebbia aprì il suo varco, l’apertura della botola dentro il baratro più nero forse in quel fondo la cosa avrebbe creato bambole letali, involucri vuoti completamente a suo comando o semplicemente il banchetto delle sue membra per il cannibalismo più terribile?
-Anne , tesoro –
La mano di Andrea era calda sul braccio umido di lei.
-Amore, stanotte farneticavi, hai avuto un incubo? Ok, ok va bene , va bene, un buon caffè e via. Per te, dopo, la corsa fino al vecchio mulino ed a me la noia del Congresso.
Andrea aveva voltato il viso per baciarla prima di scendere dal letto ma lei aveva sollevato una mano per allontanarne il gesto , poi la vide sollevarsi a fatica , la schiena girata verso la parete vuota .
-Tesoro , tesoro- le bisbigliò, quasi incredulo per la staticità del collo di Anne.
–Forza, dai! Amore.-
Lei girò prima la testa, poi lo guardò inarcando lievemente le sopracciglia
– Cristo ! Anne, i tuoi occhi! –
Lei, con la voce da bambina e le dita affusolate sul ventre perfettamente grosso cominciò a cantilenare
– Oro, oro per me, io so che c’è, grande tesoro al mio re-
Una creatura grossolana, un automa che non accennava a spegnersi, gettata dentro la spirale acre, della distruzione.
– Oro per me, io so che c’è , ma io lo divoro per te –continuava –
Una risata satanica, mentre l’avanzare di un abisso invisibile che pareva scavare le pareti della casa affondava la voce infantile di Anne su una linea vuota, inghiottita da un male disarticolato portandola via dalla coscienza echeggiando lontano.

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Potete leggere qui i racconti pubblicati fino ad oggi

PRIMO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/09/04/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-adriana-pedicini-un-viaggio-senza-fine/

SECONDO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/09/23/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rosario-campanile-maria/

TERZO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/10/02/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-anna-laura-morello-amerika-amerika/

QUARTO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/10/14/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-luigi-pellini-la-notte-del-maiale/

QUINTO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/10/28/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-alba-gnazi-ti-aspettero-qui/

SESTO RACCONTO:https://wordsocialforum.com/2015/11/20/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rita-simonitto-stazioni/

Prospettive: Omaggio di parole a Stanley Kubrick


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Aveva solo 16 anni, ma nei suoi scatti mostrava già quell’espressività che l’avrebbe reso uno dei registi più famosi del ventesimo secolo. Stanley Kubrick ha sviluppato la passione per la fotografia da ragazzo, collaborando con la rivista americana Look dal 1945 al 1950.

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Friday should be in love – Inedito di Alessandro Gabriele


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Sono dunque qui sotto da un’oretta appena, parcheggiati in seconda fila, adesso li vedi un po’ sfibrati ma non è che sia successo nulla. Tutta la sera c’è voluta per metterli così, un piede perno tra il freno e la frizione, lui, allampanato, allungato, ex-allupato ormai a quest’ora, come se la tensione vitale residua premesse per puntare il corpo, farlo apparire saldo nel buio come una piuma rilassata in un cassetto di cose sognate, più che altro.
Avresti voglia di parlare un po’ di lei, invece, questo lui pensa in seconda persona, ben sapendo che i pensieri delle tre sono rischiosi come telepatie in mano a un drappello di voyeuristi ciclotimici. Fai una carrellata intorno e scopri palazzi alti e stretti, un sonno asinino di stanze che guardano storto, come se la nullafacenza tipica con cui osservi la vita in finestra si stia solo riposando un attimo.
Ma non va male, non va male affatto, non vi credete.
Lui dice, ridice, in prima e in seconda, ma parla niente. Ha dei ricordi di sé in altri momenti fermi che non hai voglia di decidere nemmeno il prossimo respiro. Gli sembra che in sostanza ognuno si incarti in un millefoglie di eccezioni e ritardi, di complicanze messe in conto, di anticipi di dolore e cadute fisse in un mondo vaporoso e rallentato, come prima di confermare un Invio irrevocabile.
Non va male affatto, però. Ci sono quelli senza lavoro, allora, poveracci.
Così loro due si tengono il silenzio, non c’è nessuno che li legga e questo li fa sentire come un’onda del mare delle infinite cose di cui non occorre prendersi cura. E continuano a stare parcheggiati in seconda fila anche non ce ne sarebbe alcun bisogno, la strada che scende è piena di infilate tra macchine a pettine dove starebbero più comodi, più esclusivi, anche perdendo quell’insensata visibilità manifesta che un po’ li minaccia.
Questo tocca a lei intuirlo, poi a provare a dirselo pure, col linguaggio che sa: ma insomma, che diavolo vai a pensare, tra tutto il pensabile.
Sente freddo all’attaccatura delle cosce dove stringono le calze buone, ci mancherebbe pure una cistite in conto. E’ meglio che se ne stia zitta, zitta secca e con le gambe strette, senza nemmeno fantasie, e metterci sopra al massimo un sospiro ogni tanto, qualcosa che possa sempre venir comodo, ci dovesse essere un poi.
L’indicibile li protegge come una grande sacca anti-erogena. Stanno bene insieme in questa specie di preservativo dialettico, non crediate, stanno come avvolti nella carta stagnola delle proprie intime dolcezze, senza patire quel pensiero stomachevole delle caramelle vecchie nei supermercati, quelle che hanno già subito diverse estati addosso e si riducono a un orribile appiccicaticcio intorno alla confezione.
Così la mano che provasse a scartarle non saprebbe più come togliere quella sugna dal bordo infido delle dita. Così altrove, per un po’ di tempo, eviterebbe di stringere altre mani per la vergogna di insozzarle, e non sono proprio questi i tempi da essere scortesi del resto, non scherziamo. Basta che fosse una mano che conta a Tokio e tu ti ritroveresti a New York senza lavoro, e con la cazzo di farfalla che sbatte le ali su per la calza a rete potresti solo farci una tempesta di marchette, in qualche locale fuori giro dell’Upper East Side.
E allora ragazzi, andiamo! Che vogliamo fare?
Una cosa incredibile che hanno sentito chiaramente entrambe: “Andiamo! che vogliamo fare?”.
Una pressione esplicita, in un qualche dialetto colloquiale interno, ognuno per sé. Sono cose che vengono da zone che non ci appartengono, o forse si, le domande retoriche e i dialoghi interni cui reagiamo sempre puntualmente invece, radiocomandati da una centrale operativa socializzata, occulta.
Radiocomandi, onde elettriche, fotocellule, spettri di potenza, a lui piacerebbe ricominciare la vita da zero con roba come questa. Come non avesse già un peso di identità precedenti a pretendere sulla spalla, e anche i lavori, i lavori, e presentarsi agli altri sempre con sti cazzo di lavori in pugno alle feste, come se prima di mangiare ci fosse sempre da scazzottarsi di maniera, per definirsi.
Prendi loro due, in fondo stanno ancora al livello di una sola sera possibile, giocano a “non voglio saper nulla del tuo passato” come in un astruso rompicapo francese, lui potrebbe pure raccontarlo e lei potrebbe berla, anche affascinarsi, un esperto di apparecchiature elettroniche, forse eccitarsi, mostrare magari una via non faticosa per far saltare il banco, senza i soliti imbarazzi della forma del tipo: scegliere chi dei due e come si butterà addosso all’altro, e scartare vestiti complicati senza dare l’idea di volerli stropicciare, mostrare l’intimo che nemmeno ricordi bene quale hai messo, e far scattare chiusure, inumidire fessure, dire quello che viene di sporco, convergere dove pensi che finirai immancabilmente, se non fai attenzione.
Sono cose che si vedono nei film: un mezzo psicopatico depresso sfrattato da casa per more bancarie faceva diventare matti i nuovi inquilini agendo da un laptop il sistema domotico che aveva progettato e installato lui stesso. Oppure un altro film dozzinale in cui lei cede tipicamente di schianto, non ha nemmeno aperto bene il portone di casa che ti prende a calci le scarpe e si sfila le calze, mugola già un po’, e fa uscire prestidigitandosi in un soffio il vestito dalla testa, e di corsa lui dietro la spinge sul divano con una tempra da vecchio John Wayne che deve entrarci sempre. Insomma, sei su un canale locale e non è che puoi pretendere, ma comunque non guasta mai, il vecchio pistolero, e in definitiva ci casca sempre, lei.
Ecco ci siamo, le tre e mezza di notte e pure delle fantasie loro due, come di ogni altra cosa smarrita, stanno per perdere il filo.
Guarda adesso come a lei si illumini bene il volto grazie ad un Android che riverbera da una patacca di sette pollici che tiene in grembo. Ascoltiamo la prima parola assoluta che muove nella notte parcheggiata in seconda, come le si impenna un tono di caverna trasalita mentre pronuncia secca il verbo: “Messaggino!”
Dio, no. E invece si. Lui è pure contento di aver cominciato qualcosa, lei. Si gode di un senso finalmente ineluttabile di eventi che montano. Dietro la macchina arriva sbuffando un camion della spazzatura, lampeggia arancione nell’attitudine pesante del buio, come un sole fetente che erutta malamente a giro.
La faccia di lei diventa azzurrina wazzup, poi diventa giallo mondezza, poi di nuovo azzurrina light friendly, ma tutto per frazioni di secondo appena.
Ora lui se ne esce dicendo: “Ehi, ci dobbiamo muovere.”
Lei lo prega: “Aspetta un attimo, dai, che è la Betty e la devo rassicurare un po’.”
Lui del resto: “Ma cosa dobbiamo aspettare, scusa, non puoi tenerti la Betty appesa mentre faccio manovra?”
E lei: “Nooo, maddai. Ma che problema c’è?”
Indovinate un po’ lui, sempre più piatto: “C’è la nettezza urbana che ci lampeggia, penso che devono passare, diobono.”
Che poi cazzi e mazzi, dopotutto, è sicuro comunque che lei cederà, alla fine, si farà infilare, lui è certo che non ci sarebbe bisogno nemmeno di salire a casa, lei lo farebbe tranquillamente in macchina godendo sommariamente anche di più, in proporzione. Ora, non è che capisca molto, in genere, solo questa schiumetta animale che gli pare intuito, talvolta, e non è che si possa considerare che son tutte più o meno uguali quelle con cui si trova in seconda in macchina, di notte, tra il venerdì e il sabato mattina.
Dice lei, infine: “Hai risolto con laa cosa…la nettezza?”
C’è un grosso tipo in tuta arancio e grigio fosforescente fuori che sbraccia contro il finestrino. Lui lo guarda come guarderebbe un extraterrestre agitato, nel senso che: come ti rivolgeresti a uno che sclera perchè si sente inculato da un incarico che le alte sfere gli hanno fatto credere importante e lui ci è cascato, avrebbe potuto dire di no ma c’è cascato invece, vaffanculo?
Pensa lei, invece, che ciò che vuol sapere la Betty non è che glie lo possa raccontare ora, vivaddio, ci deve riflettere, ci si pensa sopra a cose così. La realtà si costruisce gentilmente, come il Lego con i bambini, diosanto. E quindi vediamo: la verità non si può dire, nemmeno una mezza tacca allusiva, non conviene affatto, bisogna controllarne due di livelli di significato poi, scherzi. La realtà è molto meglio inventarla di sana pianta!
“Dunque cara, quel che è successo ieri notte e che lui s’è accostato vicino a una macchia di cespugli, sotto casa, faceva tutto il carino nel solito modo, e sai una cosa…a me l’idea di tutti quei minuetti dei complimenti e del farsi aprire le porte e salire a casa, scusarsi, fare due secondi d’ordine, prendere da bere, mettere la musica, accendere l’Inverter poi girarsi coi bicchieri in mano, vedere lui spallato che non guarda altro che un punto, fosse la gioia poi, no, invece è un punto d’indecisione estrema perchè si gioca a casa mia e lui non vuole fare la figura del coglione, così non sa se deve bere tranquillo e iniziare con i complimenti slavati oppure far versare le grappe per terra e saltarmi addosso perchè crede che a me piaccia così, drasticamente, in fondo.”
Intanto fuori dalla macchina il fosforescente agitato ha mollato due pugni niente male sul finestrino, e lui sta pensando se si può permettere adesso di spostarsi con la macchina o se sia troppo tardi. Nello specifico, se lei si riterrebbe offesa dal suo poco maschio tralasciare questa roba qua che, scusate, è un po’ una provocazione, magari è meglio che scenda e l’affronti, che cazzo.
“Scusa cara, sta pensando lei, una seccatura, rieccomi da te. Dunque ti stavo dicendo che alla fine mi son fatta due conti e mi son detta ma senti, ma perchè no, poi! Se ne sentono certe in giro..così gli ho fatto capire, sdraiando il sedile, lui ha sorriso e mi si è avventato addosso, una furia, credimi, sca-te-na-too! Eh si, certo, ti pare che non vuoi sapere i dettagli tu, proprio tu, e fattelo dire, dai: troiona che non sei altraa!”
Lui ormai, fuori di sé e della macchina, sta facendo a pugni col netturbino agitato. Volano bestemmie, minacce, cartoni, spruzzi di sangue, ma nel casotto delle luci lampeggianti sparate a giro non è che si capisca molto bene la faccenda, ad essere sinceri.
Così lei si sposta al volante, s’aggiusta la gonna, chiude la portiera che adesso ha un freddo bestia tra le chiappe e sente una prima fitta di cistite. Allora riaccende il condizionatore anche se è troppo tardi ormai, c’è una luna gigantesca tra i palazzi e tutto l’arancio stroboscopico che dà una vaga nausea, mette in moto subito, senza pensarci, e se ne va.

di Alessandro Gabriele

http://www.edizionismasher.it/alessandrogabriele.html

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Il Cerchio : un racconto di Domenico Caringella


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“The screen door slams, Mary’s dress waves

 Like a vision she dances across the porch as the radio plays…” 

(Thunder Road, Bruce Springsteen)

Gli si mostrò per quello che era. Un cerchio.

Un cerchio perfetto, aggiunse dentro di sé.

L’asfalto e le miglia che scorrevano sotto l’ultimo camion che l’aveva raccattato, il verde che si faceva deserto, i cartelli con le indicazioni dai nomi che non segnalavano solo posti ma riportavano anche sensazioni e fatti, erano stati solo segni, presagi, avvertimenti; il paese, identico a come l’aveva lasciato, una promessa. E il 731 di Lancaster Drive la luce, la fine del cammino, l’ultimo tratto del compasso che incontrava il primo.

La sabbia nella clessidra ricominciava a scorrere esattamente dietro quel cancello, lungo il percorso ad ostacoli che portava sino alla porta di ingresso: l’erba malata del giardino, il vecchio pneumatico ancora appeso con una catena all’albero, i tre scalini che issavano sul porticato.

Ritrovarsi lì era stata una specie di sorpresa. E anche un obbligo, un impegno rispettato.

Cal sedette sulla panchina che si trovata dall’altra parte della strada, sotto il vecchio albero, con il cappello sulle ginocchia e Bogart accucciato ai suoi piedi stanchi come le sue scarpe squinternate. Trascorse la prima ora a riappropriarsi dell’immagine di quella che era stata casa sua e del tempo che era gli sfuggito di mano. Restò; e attese.

Quando la donna uscì sul porticato, ebbe la visione della sua veste estiva, semplice, celeste, che ondeggiava e del movimento lento, distratto che fece il suo corpo mentre si piegava a raccogliere il giornale e un cuscino che il vento doveva aver fatto cadere dal dondolo; dovette sembrargli una danza, perché Cal accennò un sorriso. Delle due cose a cui pensò, la prima fu Springsteen che cantava Thunder Road; la seconda che non bastavano le ciocche che adesso non mandavano più magnifici riflessi di rame e di tramonti appena nati e il corpo più pesante a confonderlo. Era lei, proprio lei. Come l’ultima volta. O quasi.

Lesse nei gesti di Becky e in quel modo che gli parve nuovo di passarsi la mano tra i capelli, stanchezza o solitudine. Doveva essersi rassegnata da un bel pezzo a fare a meno di lui, della sua gentilezza a volte inopportuna, dei suoi slanci inventati sul momento che attentavano alla noia e al definitivo, ma sapeva di essere ancora dentro di lei come lei era piantata dentro di lui.

La donna aveva guardato dalla sua parte, ma non aveva interrotto la danza ed era uscita di scena subito dopo, rientrando.

Probabilmente non lo aveva riconosciuto. Normale, si disse Cal. Lui sì che era cambiato da quando lei lo chiamava il signor “Tuttostile”. Si toccò sopra il labbro per rendersi conto dei baffi, che allora non c’erano e abbassò lo sguardo sulle scarpe consumate, quelle che aveva rubato all’assiderato fuori da un dormitorio da qualche parte, a Philadelphia, sì, e che camminavano ogni giorno con lui da quasi tre anni, più o meno da quando quel bastardo dall’andatura grottesca e dal pelo incasinato di Bogart, il nome era scritto sulla medaglietta, aveva iniziato a seguirlo. Quel cane gli faceva da compagnia e da terapia, ma non gli voleva davvero bene dopotutto.

Solo allora tornò la solita fitta. Quella che lo attraversava da parte a parte all’improvviso e che lo faceva tornare con i piedi per terra ogni volta che riusciva ad allontanarsi dal dolore. Scomparve quando dalla Chevy bianca scese la ragazza. Doveva essere al college adesso. Gli sembrò la copia perfetta di quella che era Becky prima di trasformarsi nel dolce fantasma che aveva visto poco prima sul portico. Aveva parcheggiato sullo stesso lato della strada dove si trovava Cal e per tornare a casa dovette passargli davanti. Sorrise. E anche se lo fece al cane e non a lui, Cal comprese che era per qualcosa come quella che aveva completato l’orbita, la parabola e che il caso non aveva avuto nulla a che fare con ognuno dei posti in cui si era trovato a sopravvivere negli ultimi undici anni. Sarah lo oltrepassò. Non si voltò, superò il cancello e scomparve anche lei in casa.

Cal aspettò qualche minuto. Poi si alzò, con un una fiducia patetica ed eroica tentò di rassettarsi l’abito lacero, si risistemò il cappello in testa e si diresse verso il 731. L’ultimo viaggio fu interrotto dall’uomo che usciva in quel momento dalla casa seguito da un saluto allegro, e che attraversata la via entrava nella Chevy di Sarah, metteva in moto e si allontanava piano. Il pensiero che ora ci fosse qualcuno al posto suo, con sua moglie e sua figlia, lo fermò. Esattamente ad un numero da casa sua. E anche se non rimase troppo sorpreso, né dispiaciuto, la fitta tornò. Per farla andare via, Cal Williams dovette fermare la donna di mezza età che stava per entrare al n° 730, convincerla a restare un attimo con l’ultimo sorriso tenero che gli rimaneva, un osso che aveva messo da parte chissà quanto tempo prima, e chiedere.

La donna gli disse che quando era arrivata lì dieci anni prima, la casa al 731 era già vuota. Le avevano raccontato che il proprietario, un tale mr. Williams, era sparito da un giorno all’altro, dopo l’incidente in cui erano morte la moglie e la figlia Sarah.

– Quelli che ci vivono adesso, i Rivers, l’hanno presa in affitto due o tre anni fa. Bella famiglia – concluse la donna.

Tutto gli si mostrò per quello che era. Un cerchio.

Un cerchio perfetto, aggiunse dentro di sé.

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Venerdì Santo di Valeria Raimondi


Adele Ceraudo

Adele Ceraudo

Era venerdì. Venerdì Santo. Se ne stava dimenticando. Strano. Quando aveva deciso di perdere la memoria era certa non avrebbe perso la cognizione del tempo, la consapevolezza dello spazio o le sensazioni del corpo.
Dal mattino, forse da ieri o da prima, tentava di comunicare con lui:-Rispondi, rispondi, forza rispondi! Invece niente, muto il telefono tra le sue mani. Trascinava quel peso da sola. Desiderava ci fosse qualcuno con lei,
magari alto e robusto, forte abbastanza da non farla sbuffare e sudare per guadagnare pochi centimetri dal divano alla porta, ma chi altri avrebbe potuto esserci? Qualcuno. Sapeva di pensare a qualcuno, ma a
chi? A chi aveva lasciato gli appunti, i files, le prove dell’esistenza dell’altra, non lo ricordava. Nemmeno ricordava di averci più pensato da allora.

“Cristo”, pensò Maddalena. Ecco, proprio lui: era Cristo che moriva quel giorno. Ma il Cristo agonizzante, quello sulla croce, non c’entrava nulla con lei; quest’altro Cristo, quello che giaceva ora in salotto, forse.

Maddalena. Si girava ogni volta che la chiamavano. Prima no. Da qualche tempo invece…Lei era Angela, o in qualche modo lo era stata prima, ma prima di cosa? Dopo quando? Comunque non sapeva dire da quanto, ma tutti ad un certo punto iniziarono a chiamarla con l’altro suo nome: Maddalena. Solo per sua madre rimase Angela, Angelina la chiamava, ma si confondevano i ricordi, sbiadiva l’immagine di quella madre malata, diafana, lontana. Talvolta riusciva a pensarla ma più spesso ricordava solo quella parola: Mamma.
I medici un giorno le avevano chiesto di iniziare da qualsiasi cosa, anche una sola parola poteva essere importante, dissero. Cercavano una traccia, non erano pronti a quel mistero, e lei: -Mamma, ricordava qualcosa certo, Mamma, ripeteva. -Troppo generico, rispondevano i medici: quella parola non forniva sufficienti informazioni! Ognuno avrebbe potuto citarla, nel bene o nel male: chiunque siamo o siamo diventati, tutti possiamo dire di essere nati un giorno!
Le apparteneva però un secondo nome, Maddalena, ereditato da una lontana zia che aveva cresciuto la mamma quando sua madre, in attesa dell’ennesimo figlio, ve la mandò a balia.

-Non si può stare fermi a pensare, il filo dei ricordi porta troppo lontano, si disse Maddalena, in un luogo sconfinato e deserto come la luna. Lei al contrario non poteva smarrirsi, doveva restare almeno per un po’ qui, ora. Doveva agire, prendere una decisione. Portare fuori quel corpo prima di tutto, liberarsene, poi ricominciare a fare… cosa? Se lo sarebbe inventato dopo cosa fare. Si consolò pensando che talvolta può essere leggero non avere un passato. Significa poter scegliere lentamente, di volta in volta, su due piedi, significa quasi essere liberi…

Non è che non ricordasse nulla: ricordava molte cose Maddalena. Gli attimi perfetti per esempio, come li chiamava lei. Non quelli belli, quelli perfetti. Tragici e bellissimi, come scene di un film, come una
bella pagina di romanzo. Ma tutto può diventare letteratura infine, tutto si può fotografare, ritrarre, narrare. O no? Ciò che nomini finisce per esistere. -Non è vero, le parole sono solo parole, disse ad alta voce Maddalena (o forse lo aveva detto Angela, prima?) Solo parole, cioè aria che vibra, suoni, un gioco di fiato e labbra. Cosa possono fare le parole e cosa mai possono cambiare? Eppure si può costruire un castello con le parole; una corte, un regno di cui si è unici assoluti sovrani, un presepe in cui via via disporre i pastori, il bue, le comparse, i portatori di regali, da completare col muschio, la stella, il finto cielo. Non si finirebbe mai. Non si finisce mai. Chi dice stop? Maddalena aveva memoria degli attimi perfetti. Ad esempio ricordava il fumo azzurro salire lentamente verso la capotte quando aveva pronunciato la frase, quella perfetta, la più bella, quella definitiva, che sarebbe rimasta ferma per sempre: la chiave del regno, la porta del castello. Solamente, ora non ricordava cosa disse esattamente; neppure in generale; neppure l’argomento. Ricordava il fumo azzurro di sigaretta, la solennità della parola detta al buio, il pezzo che la radio mandava e qualcuno che ascoltava la sua parola. Era lì solo per questo. Accadde di sera, dopo la scuola, sì, ne era certa. Riaccompagnava a casa qualcuno, come sempre. Ma come era quel sempre? Valeva ancora? Era inesatto il sempre ora, poteva essere come il mai stato prima. -Per sempre non è nulla, per sempre sono solo parole, si disse. Anche altro ricordava. Per esempio le cornici dei quadri, le colonne sonore, i panorami, i contorni, le sfumature e le emozioni ma un po’sfuggenti queste, un po’ smarrite, ecco. In ogni caso adesso aveva troppo da fare per indugiare in tali pensieri.

Si riscosse. Sarebbe toccato a lei quel lavoro: doveva spostare il corpo da lì. L’unico che avrebbe potuto aiutarla era lui, il salvatore, ma da qualche giorno non rispondeva, forse da qualche ora o minuto, comunque non rispondeva. L’indomani in ogni caso avrebbe chiamato il ragazzo del piano di sotto, per sistemare, ripulire un po’. Come sempre sarebbe stato disponibile. Era di casa, quasi un amico. Come si chiamava? Quando pensava a lui Maddalena sorrideva: non era semplice affetto, piuttosto le ricordava qualcosa, una sensazione.
La sua vita a un certo punto si era inceppata come un disco che si incanta su una nota. La sua vita era saltata una volta e continuava a saltare: aveva spalancato quella porta e non poteva più richiuderla. Se ne rimaneva lì, sulla soglia. Tutto ciò che stava al di là la porta, superata di un passo la soglia, sarebbe saltato in aria. Dinamite, era dinamite! Boom! Il salvatore aveva cercato di analizzare, scoprire, elaborare, ricostruire… cosa? Cosa voleva ricucire? Lei sapeva perfettamente che una parte non sarebbe vissuta senza l’altra, che quelle due erano inscindibili e che se una moriva l’altra non avrebbe mai preso il suo posto.
Bruscamente tornò alla realtà. Suonavano alla porta ora, stavano suonando! Cazzo, chi poteva essere? Chi a quell’ora di quel venerdì? Era uno di loro, i discepoli, o era qualche nuovo nemico, uno di quelli che stavano dall’altra parte? Quale parte? L’altra, da questa stava solo lei. Maddalena sbirciò nuovamente il corpo disteso sul pavimento. Lasciò squillare il campanello e lasciò che bussassero, insistentemente. Non avrebbe aperto a nessuno, nessuno! Perché non aveva niente da dire, nulla da spiegare: lei non fingeva mai. Quale verità poteva fingere? Bisognava supporre esistesse una verità.
Il suo salvatore amava ripetere che non è tutto uguale, non tutto è sullo stesso piano, anzi si deve imparare a collocare ogni cosa al proprio posto: -Dare il giusto valore alle cose, le ricordava ogni volta! Alzava le spalle lei. Il giusto valore? Bisognava prima costruirla una scala di valori. Distinguere: lei non poteva, poiché tutto, anche quello che poco a poco acquisiva importanza, che pareva ergersi definitivamente al di sopra di ogni altra cosa, d’improvviso ricadeva, si afflosciava come un soufflé tolto dal forno. Lei non sceglieva mai. Tutto si mescolava appiattendosi, confondendosi: come poteva giudicare, scegliere, distinguere?

Adesso però doveva spostarsi da lì. E lui con lei. Doveva cercare un sepolcro e chiuderlo per bene, che i discepoli non riuscissero a trovarlo, a resuscitarlo! Non l’aveva ancora guardato con attenzione, non voleva guardarlo: non lo conosceva, dopotutto. Si era permesso di varcare la soglia, di entrare nel regno che lei difendeva con le unghie: la sua tana, la sua salvezza. Bene, adesso non l’avrebbe più disturbata. Angela avrebbe usato una mano pietosa, lei no. Era un lusso la pietà oramai: non avendo pietà per sé, non poteva averne per nessuno. Anche la pietà presuppone un passato, un senso di colpa più o meno consapevole. Al
contrario, Maddalena era sempre nell’attimo presente e dunque non aveva nulla da farsi perdonare. Angela invece aveva pietas, anche troppa. Ricordava che un tempo Angela aveva accarezzato l’erba di un prato e abbracciato a destra e a manca amici, nemici, tutti: grondava dolore e lo sentiva sulla propria pelle e su quella degli altri. Forte lo sentiva quel dolore che era quasi amore, una strana euforia che le provocava improvvise compulsioni d’affetto: era con loro, come loro, come tutti. Era tutto. Lo era stata per lungo tempo, troppo, e finì per essere nessuno: il soufflè che si sgonfia una volta tolto dal forno. Poteva solo vivere a rilento e fare, per non ferirsi, una cosa per volta. E poiché le parole non la soccorrevano e non nominavano più le cose, queste si confondevano, e lei doveva andare piano, molto piano: doveva nominarle con lentezza e convinzione. Doveva rallentare per proteggersi da quel movimento vorticoso, dal turbinìo che sopraggiungeva insieme a emozioni, colori, odori e tutto; un vortice che procurava uno strappo, un urlo dentro. Doveva rallentare per continuare a vivere, per non farsi portare via; così, a forza di rallentare si era come fermata in un vacuo immemore presente dove si incontravano e arenavano intenzioni e stagioni: sempre qui e sempre adesso.

Lo guardò meglio: il corpo non più giovane ma atletico, faceva pensare a una persona sportiva. Aveva muscoli piuttosto evidenti sulle gambe abbronzate, ma le mani, molto belle, ben curate, erano quelle di un intellettuale, uno studioso forse. Uno abituato a pensare, a parlare. Le ricordava qualcuno, non sapeva chi. Era un ricordo che nasceva già sbiadito, come il racconto di un ricordo di qualcun altro, una fotografia sul mobile di un salotto non suo. Era un bell’uomo, del genere distinto. Peccato ora fosse un po’ scomposto, un po’ abbandonato; troppo molle, ecco. E peccato quel fil di sangue sulla tempia destra…
Doveva ripulirlo almeno un po’, povero cristo. Forse l’aveva già incontrato nelsuo luogo segreto, si disse. Il luogo segreto di Angela era una stanzetta, nient’altro che una piccola stanza calda, con odore di cucina, un divanetto basso e un tavolo di formìca rossa. E lei stava lì con mani piccole e impacciate, a contare cucchiai e affettare del pane. Qualcuno con voce dolce le narrava una storia. Quel luogo era reale e lì poteva rifugiarsi in qualsiasi momento. Angela si fermò in quel posto per un po’, poi sempre più a lungo, e infine, quando volle riprendere la via del ritorno, si perse. Allora tornò sui suoi passi e restò lì per sempre.

Maddalena invece iniziò a vagare, a cercare… cosa? Non ricordava. Il suo curatore, come Cristo aveva i discepoli, un gruppo di devoti che bevevano dalle sue labbra, si nutrivano delle sue parole, sempre pronti ad attirarne l’attenzione, a piangere per farsi consolare, a voltargli le spalle quando si congedavano. Lui pareva non accorgersene: tollerante, sorridente, soccorrevole, equamente indifferente. Ma lei li vedeva per gli avvoltoi che erano: uomini e donne deboli, pronti a tradirlo; parassiti che speravano di succhiargli un poco di carisma, di calma, di forza. Angela aveva iniziato a frequentare quel gruppo due anni prima, quando lo strappo ancora doleva e la vita reale, se così si può dire, ancora pesava nei suoi giorni. Era consapevole dell’isolamento via via più fitto, della paura di incontrare gente e comunicare, della fatica di ricordare… Inizialmente quelle del gruppo le erano sembrate brave persone: poteva raccontarsi, lasciarsi andare. E lui l’avrebbe protetta!

Ma da quanto Maddalena non lo vedeva? L’aveva cercato per giorni o per ore, non ricordava… Certo era un uomo molto occupato: aveva i figli e quel lavoro così impegnativo; il poco tempo libero dedicato con passione al tennis.
Ma non starà pensando ancora a quella! La puttana, che lo tormenta, lo insidia. Perché certamente lei ha perso la testa per lui. Maddalena se n’era ben accorta! Quella puttana con un nome che avrebbe tratto in inganno chiunque, un nome semplice, innocente, soave. Quella, la sua prediletta, era chiaro! Tutti avevano capito che aveva un debole per lei, la falsa e schifosa che scodinzolava, se lo mangiava con gli occhi, lo voleva tutto per sé. Perché lui, per lei era tutto. Anche il salvatore aveva ammesso che la cose stavano così, l’aveva ammesso quel giorno, forse l’ultima volta che si erano visti.
– Ma, come si può amare una così?, si chiedeva Maddalena. -Come si può amare quell’avanzo di donna, quel tormento, quella piaga vivente? Forse come si ama un cucciolo neonato e sporco ma con meno tenerezza o come si ama chi dipende completamente da noi: non può esserci corrispondenza, passione, non con quel tipo d’amore; una così poteva solo fare pena, una pena grande. Certo di questo ne soffriva la frignona, la povera crista, l’angelica, l’angelo. Angela. Un nome così è un imbroglio. Un nome così fornisce un alibi. Sempre!
Maddalena di Angela si ricordava. Era bella ma lontana, quasi indifferente, arrogante da quella sua distanza. Niente la toccava davvero. Era là in cima, su una nuvola, come un angelo appunto. Quanto l’aveva odiata! Prima no, solo da un certo momento in poi: quando iniziò a comportarsi come fosse l’unica al mondo, quando si moltiplicarono le telefonate al cellulare di lui e i pedinamenti per controllarne i movimenti, studiarne le abitudini.
Maddalena dopotutto era molto grata a quell’uomo. Doveva eliminare Angela, neutralizzarla, farla sparire. Doveva liberarlo, salvare il salvatore! Ad un certo punto i discepoli scomparvero. Restarono lui, lei e quell’altra. Allora prese definitivamente la decisione. Un bel giorno Angela non si presentò all’incontro settimanale, né quella volta né le successive. Nessuno si stupì, forse perché coi suoi modi gentili, remissivi, con la testa sempre un po’ china come un cane in attesa della carezza, era davvero così inconsistente che neppure la sua assenza si notava. Forse. -Angela fatta fuori, sparita, e lui finalmente libero, pensavaMaddalena. E quello? Sulle prime parve sollevato, per un po’ disse che andava tutto bene, lo disse veramente! Poi un giorno ecco che riprese a nominarla, timidamente, solo talvolta. Poi sempre più spesso, sempre in sua presenza come se le importasse, come se la riguardasse! Sembrava rimpiangerla.Come poteva essere così ingrato? Sulle prime stentò a crederlo, ma lui le parlava di Angela, ogni volta! Infine chiese a Maddalena di incontrarsi per colloqui individuali, così li chiamava, e lei si illuse. -Maddalena va bene, facciamo progressi, ha fatto bene a mettere da parte Angela, a dimenticarsene per un po’, disse. –Dimenticarsene? Quella non esiste, non più, finita, fatta fuori!, protestava Maddalena. -Attenzione, la rimproverava il salvatore, attenzione alle parole, le parole costruiscono mondi e i mondi diventano come giganti e possono catturarci, ingoiarci! Poco alla volta dobbiamo permettere ad Angela di tornare! Ecco: la rimpiange, la vuole, vuole che torni!
Non può essere, non lo può permettere. Non lo permetterà.

Maddalena si trova tra le mani una pistola. Si sente calma, serena come mai prima. Lo chiama. Dice di sentirsi male e che Angela è tornata. Lo attende senza fretta. Carica lentamente la pistola. Forse beve
qualcosa, forse strappa qualche foto. Forse. Per un attimo ricorda tutto, tutto quello che è importante ricordare. Poi più nulla.
Il campanello squilla, lei apre la porta.
E’ lui.

Era venerdì. Venerdì Santo. Se ne stava dimenticando.
Cristo, pensò Maddalena. Chissà perché.

Prospettive. I fotografi che hanno fatto la storia della fotografia: Man Ray – Omaggio di parole


1

2

Malinconia

Stava ferma.
Ferma immobile, addossata alla porta della cucina, reggendosi con la maniglia d’ottone e il cardine centrale.
Respirava col naso trattenendo l’aria nelle narici, quindi la espelleva di getto per farne entrare di più – e ancora sembrava poca, sembrava debole e pullulante di scorie, di moschini, di frammenti di carta.
Il cuore le martellava sotto la cassa toracica. Colpiva i polmoni e lo sterno. Si sfracellava dentro le vene, insieme al bollore del suo stesso sangue.
Sentiva una lastra di metallo sugli occhi, tra la fronte e gli zigomi , che le ottundeva la vista e rendeva difficoltosa la concentrazione.
Quando trovò la sicurezza necessaria, lasciò andare uno dei due sostegni:le dita, che prima erano aggrappate al cardine, sfiorarono il solco molle alla base del collo, quindi scivolarono verso il basso – seno pancia fianco –  risucchiate dal braccio e dal vuoto.
Uno spezzettato binario cremisi, il passaggio delle dita sulla pelle: ma lei non lo notò.
Spostò il peso del corpo in avanti, sul piede sinistro, scarpa numero 36. La caviglia sembrava dissociata dal resto dell’arto; il ginocchio pulsava e tremava come una lucertola nella sabbia.
Unì all’altro il piede destro. Calzava scarpette da ginnastica nere con le bande bianche, cerate di gomma, leggerissime, puzzolenti di sudore e scarto, dozzinali come il resto del vestiario – come quella maglietta bucherellata ad arte acquistata su un banco fuori dalla metro; come quei  jeans neri che, per quanto li lavasse , odoravano sempre di tintura; come quella colonna spuria di braccialetti tintinnanti che le sfiorava il gomito. Per risparmiare, aveva colorato da sé i capelli e li aveva tagliati appena al di sopra delle spalle – ricordava che, mentre le forbici scomparivano tra le sue chiome piene e con uno scatto secco le disossavano, lei aveva osservato con un distacco quasi surreale le ciocche corvine piovere sul lavandino sporco, sui suoi piedi ingolfati in quelle scarpette.
Il riflesso del vetro in penombra le rimandò un’immagine improvvisa e sconosciuta che la fece sussultare. Poi si vide, e si riconobbe, e si sentì ridicola, si sentì nuova, inappropriata e zigzagante – sorrise al vetro cosparso di lucciole e fumo – sorrise alla striscia sulla guancia,  magnifica di vissuti nascosti, eccitante, viola – sorrise alla consapevolezza di viversi e guardarsi attraverso un vetro .
Con la lingua umettò l’esterno delle labbra secche. Avvertì la pesantezza dell’alito data dallo stomaco vuoto e dalla tensione che aveva accumulato.
Lasciò la porta: poteva permetterselo, ora.
Poteva perfino accendere una luce e farsi una doccia.
Cambiare quegli sporchi vestiti economici con altri puliti vestiti economici. Abiti che non sapevano cosa fosse successo agli altri. Abiti vergini e logori, profumati di fuliggine e borotalco.
Scalciò lentamente le scarpe, senza scioglierne i lacci ; rimase ipnotizzata per pochi istanti dal vermiglio che punteggiava le suole color marrone chiaro.
Si tolse i jeans e la maglietta, tremò al contatto con le mani gelide, incrostate di liquido scuro. Rimase in biancheria intima. Senza accendere una sola luce andò nel bagno, aprì l’acqua della doccia, entrò, si lasciò inondare di ghiaccio prima e di bollore fumante poi.
Il cubicolo si riempì del sentore metallico del fango, dello sterco dei cani, di qualcos’altro.
Si deterse il viso, le cosce, l’addome, la testa – più e più e più volte. L’acqua diveniva spesso  tiepida, poi d’improvviso spruzzava saliva bollente. La sua unica reazione era quella di continuare a strofinarsi.
Quando uscì, i piedini smaltati incontrarono le mattonelle gelide. Spinse con un dito l’interruttore a lato dello specchio: un perplesso giallo graffiò le pareti grigie, il suo visetto magro e pallido.
Si asciugò con lentezza, senza cessare di osservarsi nello specchio. Ora era pulita e disinfettata: poteva guardarsi ancor meglio, poteva scrutarsi, rimirarsi, accoccolarsi nella sua pelle, incontrarsi in una carezza. Poteva pettinarsi – a lungo, a lungo – abbagliare di nero il nero degli occhi, tatuare con ombre cinesi il neon della pelle, essere il suo braccio, essere la spazzola che scalava i nodi tra i capelli, essere le ciocche che si scomponevano libere sulle spalle.
Quando finì di pettinarsi, posò la spazzola sulla mensola e urtò un flaconcino color ambra, pieno a metà di pillole oblunghe, che ondeggiò brevemente e poi si fermò. Un’espressione di timore e sfida le attraversò i lineamenti: la chiostra bianca dei denti si esibì in un sorriso storto e acerbo.
Spense la luce, lasciò la stanza.
Nuda e asciutta, redenta dalla doccia, raggiunse l’armadio e indossò una camicia da notte con i risvolti di pizzo e i bottoncini di madreperla, appartenuta a sua nonna anni e anni prima.
Ora era morta, la nonna, morta come la mamma e il papà, e lei era sola – sola sola sola, sola come il sole, come un’ape regina,  come un guerriero in trincea, come uno specchio e una spazzola, come un muro e un’ombra, come la sete che le gorgogliava tra i denti e in gola e tormento, tormento, la sete – bere, meglio bere, bere adesso e sola – e un brindisi a chi non c’era – o bruciava nell’armadio  – o si nascondeva tra le radici di un salice.
Tenendo l’impolverata bottiglia di whiskey con una mano, accese la televisione, tolse l’audio – non notò che il film era muto -, allungò le gambe magre e corte sul divano e accese una sigaretta.
D’improvviso, l’odore metallico che aveva infestato il bagno arrivò con una zaffata che le afferrò gola e ossa.
Colse con la coda dell’occhio un’ombra sulla parete: un movimento circospetto: il deragliare felpato di passi a ridosso del divano. Si sentì gelare. La sigaretta implose in se stessa.
Restò ferma, con gli occhi sbarrati.
– Come hai fatto a seguirmi? – chiese, con la voce rantolante di terrore e trepidazione.
– Hai una casa a prova di brina e di sole, Malinconia. –
– Come hai fatto a entrare? – insistette.
– Hai una casa dove la pioggia semina ginestre e pareti di nuvole senza tramonti-
Lei tirò su le gambe, si sfregò i polpacci con furia, e di nuovo gridò, bisbigliando:
-Vattene, ti dico. Vai via. – (Voce color whiskey, catene di ovatta sulla lingua – parlare: lusso e abominio – lo sai, no?)
– Ti appartengo come il cane appartiene al suo guinzaglio. –
Lei sciolse gambe, braccia e voce; il terrore le chiazzò d’umido il mento e le cosce – ma la scaldò :
– Facciamo l’amore, allora.-
– Non posso. Ti amo troppo per insultarti col mio sesso. Per farmi insultare da te. Voglio solo sorriderti di odio e orrore, sapendoti uccidere senza che tu te ne accorga.-
Lei si agitò. Il divano pullulava di serpenti e pozzanghere, il divano la cacciava.
– Vuoi un tè? O un uovo fritto, magari? –

Silenzio. Troppa fine, troppo inizio nel silenzio.

4

3

– Non voleremo più stringendo in bocca la paura.-

Lei si rilassò, udendo di nuovo la sua voce. Voleva fare conversazione, cambiare discorso e tono, tempo e possibilità. Invece sprofondò nelle proprie parole – ‘L’ottimismo è vigliacco’: chi lo diceva? La mamma?La nonna?- :
– Cos’hai negli occhi? Cos’hai in bocca? Cos’hai tra le gambe?-
– La brama di rimorso e potenza. Ti desidero, Malinconia.  Perdimi, preferisco non averti accanto.-
– Sei tu che mi vieni a cercare. –
Il silenzio echeggiò tra i due contendenti, che si fronteggiavano senza vedersi.
Altro tempo incalcolabile. Quindi l’intruso mormorò, quasi divertito:
– A chi è toccato, oggi? –
Lei alzò gli occhi al cielo.  Quello era il suo territorio, in fondo.
– Quisquilie. – Bevve una lunga sorsata di whiskey, senza smettere di guardarlo. Lui la osservava in silenzio.
– Dormi con me, qui sul tappeto. – La invitò, andando più vicino.
Lei mosse un passo –  col corpo, con la voce:
– Voglio che tu entri in me. Voglio sentirti fino in fondo. –
– Come ogni volta. Sei un’oscena, strabiliante creatura. Devo attraversarti. Voglio che tu sia la mia nebbia. –
Il coltello affondò nella gola bianca. Lei inarcò la schiena e sorrise. L’eruzione di sangue che spillò sulla camicia della nonna fece da contraltare al nitore della lama, all’oscurità interrotta dai chiaroscuri del film muto.

Ogni mattina, ogni volta la stessa scena, Malinconia.
Tu chiudi la porta con un piede, ti siedi,  accavalli le gambe.
Parli senza sosta per ore, inanellando le tue fantasie di sesso e morte come se ti potessero davvero liberare.
Sei in questo posto da quindici anni e io … io resto qui solo per te, per ascoltare questi sogni ad occhi aperti, queste ricostruzioni surreali in cui per difenderti ci uccidi tutti – tutti- e poi torni a casa, la tua casa sotto al salice; la casa dove a quindici anni hai massacrato la tua famiglia; dove, dopo averli squartati uno a uno -mamma papà nonna-  hai fumato erba e bevuto, sola, fino al pomeriggio del giorno dopo, quando hai deciso di dare fuoco a quello che avevi intorno a cominciare dai tuoi e magari per finire con te se non fossero arrivati i vigili del fuoco, se non fosse arrivato quel vigile che ti ha tirata via dal divano e che ora vorresti ti uccidesse
Come se, Malinconia …
Come se la morte data da chi ti ha salvato fosse la giusta redenzione;  come se la morte dopo il sesso – quel sesso che tu non conosci, Malinconia, perché non hai mai incontrato nessuno con cui valesse la pena davvero, perché sei entrata qui troppo presto, anima scellerata; perché non ti interessava né  ti interessa sentire addosso l’amore e il desiderio di un’altra persona, perché quel che a te interessava  era solo
È solo.
Poter parlare per ore e ore e giorni e anni dei tuoi sogni di amore e di morte, di acqua e di sangue, in una litania che non conosce assoluzione né soluzione e che mi dà la speranza di poter, un giorno, aiutarti  –  o forse di aiutarmi, di vedermi per quel che sono e temo; che mi dà la speranza di poter, un giorno, svellere tutte le ipocrisie con cui mi abboffo e che mal digerisco—-
—-di poter, un giorno, farti conoscere le meraviglie che nemmeno immagini, amandoti come un medico non può amare la sua paziente – il cielo il sesso il mare il prato baciarti soffocarti stringerti annullarti dissolverti —
di poter, un giorno
diventare —
come te .

Alba Gnazi 12.11.11- 3.03.13

1968-sonia

L’ho fatto, si…non chiedermi come, non lo so, sento l’odore del sangue rappreso che ingessa le mie dita e ferma i pensieri su di te, sacrificio del vizio e ossessione, ti piaceva. Oddio…l’ho fatto si, crollo sulle ginocchia, pancia stretta tra le braccia e bocca di grida, sforzi di paura e della nostra cena. Sento ancora il peso del tuo corpo, della stretta sui fianchi (lividi) il sapore addosso. Forza – mi dico – trova il coraggio di ri-alzarti, stai dritta e ancora per gioco mi appendo al supplizio della ruota, ricordi? Non guardarmi, lo so che vorresti vedere i miei occhi, se hanno paura del freddo respiro e ti rispondo: no. Non ho paura della tua carne (ormai ghiaccio) e neanche di chi busserà alla porta e mi porterà via da qui, da questa stanza-performance-d’artista, pennellate e schizzi di umori, corde e sculture (le tue) che ora ti hanno tradito, come me. E’ tutta colpa del peso, cardiomegalia che ha invaso il petto fino a stringerlo, soffocarlo e non c’è più spazio per niente, neanche per le parole: solo voci, morte del sentimento. Ora sono libera, non odiarmi e non avere quell’aria stupita di chi non ha capito, perché il dolore, i vuoti e le partenze, l’abbraccio respinto di ieri sono stati la sentenza, la tua fine. Rido di te, che credevi di essere il “per sempre” e ora non sei più nulla: inanimato (ma l’hai mai avuta un’anima?) carne in putrefazione- materia inerme- cibo della terra .

Sonia Lambertini

manraywsfpallaracci

come giacere
tra un mondo appena nato e il silenzio
delle autocombustioni
sento propagarsi l’arco che
da me a me
resiste

forse è un cedimento
rovinoso di rossori
o un ritrovamento di labbra
tra le screpolature midollose dei non
ritorni
quest’odore di arterie che rifluisce- pezzi
di ricambio per gli stravasi di cocci-
e mi assicura
la spasmodica tregua dalla neutralità fatale
nel tratto bicefalo in cui io
quasi viva
quasi morente
quasi
esisto

Sylvia Pallaracci

Man Ray 1934 illustrazione per L'amour fou di Andre' Breton

Man Ray 1934 illustrazione per L’amour fou di Andre’ Breton

amour fou di Claudia Zironi

Aderire, inventare la tua bellezza, strusciarmi,
inebriarmi di un casto bacio sulla guancia, penare,
pendere dalle tue labbra, appendermi, suonare
a festa e poi suonare a morto, sospendermi,
studiare l’estetica del ventre, sospirare, indovinare
ciò che rende corto il tuo respiro, poi fare
come il cane innamorato: annusare il tuo arrivo,
rispolverare i miti greci e la sinologia, attendere
con stupore o palpitare, per una parola, per ore

Immagine2

mi raddoppi l’animale
nel territorio del sottopelle
la scappatoia è una discesa
anatomica, una sboccata
di bianca esagerata
che sfiamma il fuoco
dell’ora esatta in cui
curva sul mio inferno
ti sgoli di luce

di Enzo Moretti

Prosa Giovane: Daniele Baron – Il Diario di Hermes


Maia Flore

Maia Flore

giorno n. I (neve)

il silenzio intorno e le orme a sporcare l’immacolato bianco: mi ha sempre fatto pensare tutta questa neve, non l’ho mai trovata riposante: il buio più cupo, più refrattario alla luce, terreno nero sepolto di pietre sorde, come il cielo in una notte senza stelle, a tratti affiorante, lancia occhiate torve sotto quel candore – qualche cosa si nasconde a rammentare la cenere del consumato ribollire della natura in fiore – gli scheletri delle piante evocano quel silenzio, fatto più di parole soffocate e di non saper dire piuttosto che di placida contemplazione – eppure in quell’ingoiare cotone avverto la violenza dell’ineluttabile processo di morte e di rinascita e mi sento di poter abbracciare la terra, mi annullo, come l’ombra a mezzogiorno aderisco totalmente al mio corpo disperso in mezzo a quel freddo marmo grezzo…

[…]

giorno n. III (equazioni lineari)

piede che schiaccia il petto e pesa dolce sul cuore, accolto poi nei suoi capelli biondi sparsi, profumati come grano = miele succhiato attraverso il suolo come nettare nel tentativo di strisciare come un serpente ai suoi piedi sacri, per quanto sudici (equazione orizzontale dell’amore passionale e divino)
ano che espelle l’ombra viva dell’anima, tutto ciò che non vogliamo sapere e subodoriamo = occhio che contempla il sole, per esserne accecato, spuntato in cima al capo come un osceno e beffardo buco dello spirito, a volte gonfio come un fallo, occhio pineale, erutta come un vulcano tutto ciò che forma il non-sapere (equazione verticale di Bataille)
accecamento per troppo vedere, nei campi di grano colpo di pistola e corvi che improvvisano una danza estiva = notte cimitero di stelle, grido in fondo a nere cantine umide, ratti sonnambuli rosicchiano idee chiare e distinte e istinti fermentano sotto forma di sogni in botti d’infanzia (equazione del veggente)
vene gonfie alle tempie riscaldate dal sole, ciondolo d’oro al suo collo nascosto nel profumo del seno, luccicante richiamo per gazze sempre in calore e tranquillamente affacciate alla violenza animale e cieca, moneta per comprarsi il lusso, al di là di ogni regola e di ogni invidia = putrefazione e materia fecale, acque sporche del pozzo nella cui freschezza amiamo in pieno giorno inumarci, cadavere sotto la luce della luna, argenteo riverbero delle acque salmastre di un porto ignoto (equazione alchemica)
IO = DIO (equazione della potenza)
sé = altro (equazione del divenire)
x è l’incognita del de-siderare, fiume che ci attraversa e ci disperde come particelle nel mondo, acqua nell’acqua, terra nella terra, fuoco nel fuoco, aria nell’aria…

 […]

 giorno n. V (a-capo)

nel testo sogno di interpretare e scrivere l’a-capo come assenza di capo o senza-capo e non come andare a capo nei due modi ammessi: come lirico passaggio (a-capo poetico), o come interruzione necessaria e logica al discorso, punto a capo (a-capo prosaico):
fine non evocata e giustificata dal principio
principio che non contiene alcuna armonica fine
improvvisa impensata interruzione.
E andare a capo senza accorgersi che
lo si è fatto
e farlo senza
necessità
a-capo significa: dare in pasto ai lupi il sapere accumulato, sentire l’eccitazione nascere da eserciti di idee in marcia senza comando, il loro solletico per tutto il corpo suscita erezioni meditate, il loro brulincante avanzare orgasmi di senso, il loro fermentare piacevoli deiezioni di sofismi cupi:
nubi, onde, tori, torri,
monte che s’ammantano di luce
sgualcite pagine di un diario: cartello stradale
mentre un mantello d’ambra mi ricopre come un sudario
il Battista ritrovato in un vagone letto durante il passaggio in galleria
danza con il capo sopra il vassoio
felice offerta di questo viaggio illuminato
per quanto notturno
occorre decentrare il volto come il cuore, volgerlo a sinistra, cercare l’ombra in cui giacere là dove non si trova: in pieno sole, nell’arsura dell’occhio divino – alzare le braccia verso il cielo per strapparne brandelli, alla cieca, dilaniare avidi l’azzurro come carne cruda di carcassa ancora calda (eleganti avvoltoi sanno lodare la ferocia – impariamo dalla loro pazienza nel volteggiare!):
c’è del nero oltre lo strappo ricucito della volta celeste, ferita di dio:
ecco la soglia!
è necessario de-capitare
il grano è maturo…

Andy Prokhwanderlust

Andy Prokhwanderlust

giorno n. VI (doppio ovvero i gemelli)

si comunica con il proprio Altro attraverso lo specchio in frantumi in una stanza vuota senza porte e senza finestre; i molteplici pezzi dell’immagine che ci sta davanti, nostro riflesso, rappresentano l’urlo ibernato dell’impossibilità di comunicare…
Immaginiamo che ogni pensiero, che ogni sentimento, che ogni espressione del nostro viso, che ogni singola fibra del nostro corpo, di notte venga rubato da un Altro che sia del tutto simile a noi – tutto ciò che con certezza pensavamo ci appartenesse, di diritto, nostra proprietà privata e intima, ci viene con altrettanto diritto portato via da questo ladro silenzioso e a nulla valgono la legge, a nulla l’autorità, a nulla le resistenze, non c’è nessuno che possa vedere e denunciare il fatto: quell’Altro appare identico a me e nessuno può contestargli di avere sottratto ingiustamente qualche cosa, poiché in fondo quell’Altro sono Io.
E’ il mio gemello identico: è specchio delle mie azioni, ripete meccanicamente ogni mio gesto, di proposito nello stesso modo, una frazione di tempo infinitesimale dopo, ma del tutto impercettibile dall’esterno e dagli altri, come l’aggiunta di un’eco alla mia voce – a chi non è capitato di provare questa sensazione: per la prima volta ha udito la propria voce registrata e gli è sembrata diversa, meno dolce, più metallica, quasi contraffatta, come la voce di un altro, e si è vergognato di avere pensato di parlare in un modo e invece di essere stato udito dagli altri sempre in un altro modo? Proprio questa è la sensazione che la presenza silenziosa dell’Altro porta con sé – possiamo non accorgecene mai, ma quando la intuiamo non ci abbandona più, come un’ombra che ci segue, la nostra ombra sempre attaccata al corpo, assenza di luce che si anima e che agisce al nostro posto e a nostra insaputa, quando vogliamo riposare (salvo poi venirci a narrare tutto con dovizia sadica di particolari, bisbigliando fastidiosamente nell’orecchio e prolungando così la nostra veglia).
Il nostro gemello è il retropensiero che ci smentisce dicendo l’opposto quando affermiamo qualche cosa come principio. Quando noi diciamo: “No”, lui dice: “Sì”, quando aneliamo alla luce, lui volge i propri occhi verso la tenebra, quando affermiamo di qualcosa che è bianco, lui intende nero; quando ci allontaniamo da una situazione spiacevole, lui ci si avvicina pericolosamente, quando decidiamo di sorvolare su qualcosa, lui interpreta il volo come un lasciare la scia di lumaca-aeroplano sul cielo…
A volte il mio gemello può interpretare i miei oscuri istinti meglio di quanto possa fare io e metterli in atto al mio posto: a nulla varrà allora tentare di rinnegarlo, di staccarmi dal cordone ombelicale che ci lega, a nulla varrà dire: “Io sono diverso, non sono lui”, solo perché non ho portato a realizzazione ciò che ho desiderato: ci penserà lui, mi guarderà di nascosto con i suoi occhi duri e con un ghigno che ben conosco, mentre si avvia a fare ciò che non riesco a fare. Quando affonderà la lama nel petto della vittima, quando sentirà il caldo sangue bagnargli le labbra, penserà a me, suo debole compagno da guidare sempre e da cui non si può separare mai, sua condanna e suo unico amore.
L’Altro cerca di cullarti in visioni consolatrici, dipingendoti diverso da ciò che sei, ma tu sai che l’immaginazione nasconde la rugosa realtà: ti dice che sei re in un castello, mentre fredde catene ti fermano i polsi e sbarre rigano il cielo; quando per miracolo potrai guardarti da fuori, con lo sguardo dell’Altro, ti vedrai simile ad uno scarafaggio che incespica stupidamente, muovendo le zampette in modo incontrollabile, come lo scarabeo e la sua palla di sterco, ostinato nel fare il contrario di ciò che ora ti pare ragionevole.
Ma la consapevolezza e il distacco durano poco: non ci si sbarazza facilmente del proprio gemello-altro che ci ingoia come un cannibale.
Ogni tanto ti chiedi se lui non sia in fondo altri che te stesso ma, per così dire, forgiato, plasmato, dallo sguardo delle altre persone: la tua passeggiata per strada, il tuo viso, la tua pettinatura, il tuo volto, le tue mani, tutto te stesso, anche la tua figura vista da dietro, la tua nuca, la tua schiena, tutto ti arriva filtrato dallo sguardo degli altri. A questo punto, ti dici: “Ecco! Gli altri mi rivelano ciò che sono per loro, in pubblico. La folla è lo specchio in cui mi vedo finalmente, ma, in fondo, io non sono così!” e ti piace rassicurarti al pensiero che nella tua tana sei al sicuro da quell’immagine pubblica falsa, dall’Altro che sei in piazza, che nei tuoi cunicoli puoi custodire e sottrarre a sguardi invidiosi e minacciosi, tesori e prede… Attento! Attento che quell’Altro non penetri di nascosto nel tuo nascondiglio e non ti faccia l’agguato alle spalle per usurpare il cantuccio dove pensavi non albergasse il pericolo! Sei proprio sicuro di custodire tesori, o si tratta soltanto di escrementi?
Sconcertato e esausto, dopo questo gioco di maschere, vorresti finalmente avere la pace che si raggiunge nel sonno e pensi di affogare l’Altro o nell’azione o rinnovando l’esercizio millenario del “Conosci te stesso”; vorresti che il tuo amato gemello (che ti aspetta a casa, che accende per te la stufa, che per te affila i coltelli) sparisse o non fosse mai esistito e pensi di sbarazzartene o con un gesto pubblico plateale oppure con la conoscenza esatta di te…
Tutto ciò è vano: una volta instaurato il gioco di specchi e la moltiplicazione dei punti di vista, l’unica speranza è vagare nel labirinto tenendo a bada le voci che lo percorrono, cercando l’uscita.
Occorrerebbe, lo sappiamo, risalire a prima della separazione, a prima del concepimento mostruoso dei gemelli, nell’utero…

[…]

giorno n. VIII (estasi)

“fa’ del tuo corpo il tempio che io sarò autorizzato a profanare, renditi preziosa al mondo al solo scopo di abbassarti davanti a me:
bocca aperta quando dici spirito – io intendo carne
occhi celesti quando contemplate il cielo – io so che sognate l’abisso
mani delicate e dita sottili, strumento preciso di lavoro e studio, accarezzate libri sacri  – io so in quali lordure vi sporcherete
viso serio e fine, serenamente affacciato a sorrisi di circostanza – io so dell’osceno abbandono, dello scompiglio, del rossore che si compiace di sé
voce flautata e intelligente sguardo, che sa mettere tutte le cose in ordine – io presento inarticolati gemiti, simili a preghiere soffocate, ed il roteare delle pupille perse nel bianco, come boa nel mare per immersi pensieri subaquei
capelli sempre riuniti in geometrie precise – vi vedo già sparsi ad accogliermi come un mare odoroso
andatura graziosa e incedere orgoglioso nella postura eretta – io immagino l’eccitante ritorno al quattrozampe animale
vorrei che il tuo pensiero più indicibile venisse ad alta voce declamato dall’altoparlante di una stazione come l’annuncio di un treno in arrivo o in partenza
vorrei che qualche cosa nel momento dell’abbandono al rapimento della frenesia mi ricordasse il tuo contegno dolce, misurato, musicale, della vita di tutti i giorni: un tuo abito, una tua espressione, un lampo negli occhi, un minimo dettaglio ancora intatto per quanto ormai isolato
e parimenti vorrei che, mentre ci troviamo in pubblico, io indovini da un tuo sguardo, o da un sorriso, qualche cosa che solo io posso sapere, che solo a me svelasti allora, quando eri persa”
quando ci incontreremo, so che non sarò più io,
avrò abbandonato me stesso,
sarò fuori – là dove sarai…

giorno n. IX (nigredo)

nessuna corrente magnetica tira i miei pensieri che ristagnano come acquitrino
e riluce il giorno in paesi che ignoro, mentre qui la notte si è fatta perenne,
senza magnificenza di aurore boreali…
e non penso e dunque non sono
nei recessi del mio corpo fermentano sordi i cattivi istinti: hanno  fessure e
antri ciechi e pioggia all’eccesso per lussureggiare come piante in foreste tropicali
un’insana atmosfera come un ronzio cupo tutto ghermisce, ricamando trapunte di febbre
il nero corteggia il verde turgido della vegetazione cieca, divenendone linfa
colonne verghe di una cattedrale limacciosa
guardano in su
senza speranza di veder luce, tanto è fitta la cupola,
e creano l’abside vulva, dove il seme sparso abbondante germina lo spazio per  l’assunzione pluviale
attraverso l’abbassamento infinito…
e radici s’infittiscono e annegano nella terra ogni segno chiaro e distinto,
marce radici – ebbre d’acqua,
soffocanti ramificate ripetizioni di ripetizioni…
e germogli immemori proliferano
sulla putrefazione precoce di ciò che nacque sempre rasente il suolo
demente abortito agonizzante fin dall’origine…
Cosa posso essere, se essere devo?
Ragno – segretamente laborioso –
che suscita ribrezzo solo a chi non si capacita
dell’inconcepibile osceno del creato –
intesso i fili delle voci che si avvitano nel mio cranio, come spifferi che gracchiano tra le orbite vuote del mio teschio,
come filamenti luccicanti di stelle che tramano nel buio
intesso, intesso, un invisibile ordito – buono solo per filtrare polvere, pare…
e affamato rimango privo di prede
intesso, intesso, ancora convinto del possibile miracolo –
ma per ora sto immoto inespressivo come una maschera di scena, abbandonata
dietro le quinte, risparmio i movimenti
guardandomi da fuori al rallentatore della noia
e sognando l’arsura silenziosa del deserto al meriggio,
la sua matematica precisione nel sottrarre liquidi e vitalità,
gioco a fare il morto
attendendo che una farfalla spensierata
nell’orrore del mio respiro intrappoli la sua gioia
e non penso e dunque non sono…

Elena Oganesyan

Elena Oganesyan

giorno n. X (putrefactio)

di ogni forma presagire la de-com-po-si-zio-ne
l’informe carezza al solvente, mai doma nel palese recesso
alla superficie cieca di una radura aperta e sommersa
e fitta ampia veduta murata
il segno del marcire fruttato, dolce come occhi gonfi
leccati dal mosto, fin nel rosseggiare dell’alba:
denti guasti nella bocca del mattino
moltitudine e deserto della mente
menzogna detta a fin di realtà
rabbocca il sogno – gusto di tappo:
sappiamo – fin dentro le ossa: fin nel midollo
fin nello sporco prezioso brillare – che tutto ciò che si dona
è in pura perdita…
“leva l’ombra – ti prego!”
geme la pupilla contratta dal sole penetrante
mentre dalla ferita nera del tramonto stuprato
germoglia il seme in falde terrose di gonna…
ma il cappotto – abitudine di un vecchio stepposo quasi inanimato –
giochi di polvere, polvere di giochi: chiasmo meccanico –
allo scheletro attaccapanni che lo imgobbisce
lasciato appeso durante l’estate
cocciuta memoria che sogna il marmo  –
il cappotto è l’anima assente
di pietra vorrebbe la propria statua
e la dimora
ma ora la scia di infantile trionfo s’alza:
mi risveglio in lacrime ebbre di rugiada al
fendente del gallo:
lacera l’aria:
annuncia
la fine
di ogni
speranza
e l’eccitante                 agonia                della
bellezza…

giorno n. XI (attesa)

«Chi credete di ingannare? In fondo voi sperate che qualche cosa venga  sottratto all’oblio. Che l’azione appianatrice del tempo lasci svettare qualche prezioso ricordo. Voi sapete che tutto è destinato a finire e fingete di averne piena contezza. Vi compiacete addirittura nell’enumerare le cose periture. Ma tutto ciò è artefatto: è evidente che vi illudete, che il vostro cinismo è simulato, che dietro il paravento della lucità si nasconde l’illusione di salvezza, che il vostro protestare e animarvi indignati contro ogni illusione è ipocrita. Altrimenti cosa fareste?! Avreste maggiore riguardo per ciò che si perde? Vivreste appieno? E’ evidente: voi volgete lo sguardo altrove e siete pronti al sacrificio pur di avere la certezza di un salvacondotto per l’al-di-là»
attendendo si vive
è vita l’attesa
probabilmente disattesa:
è attendere
ciò che per sempre non si saprà:
macchia cieca
luce dietro palpebre di morto
sciogli il nodo
accogli nel grembo le mie lacrime
io non è più
nemmeno un dio traduce in parola
il torto pesare del mondo
e il volo di libellula dello sguardo senza volto
mentre l’ala fa da àncora
alla rinascita in controluce
non giudicare ciò che rasente nasce –
il terreno meglio accarezza chi si piega senza umiltà,
chi sporca la grazia superba nel fango
bruco –
non potenza di farfalla
ma essere perfetto in sé
solo per chi ama l’opaco
divenire sempre lo stesso
del presente scevro di peso e di traino

(innocenza)

fumoso fermo-immagine come un racconto di guerra di nonno
cento pensieri foderati di nubi
come zucchero filato appiccicosi e lievi
inondavano cuscini
con gorgoglìo di risa e frescura –
bagnare il letto era un segreto amaro
come risvegliarsi colpevoli e
stare là in eterno rovello
se ancora in sogno si fosse
o se strappasse la rugosa realtà
necessaria tuttavia
una confessione
“tutto s’aggiusta” pensavi
e presto giunse l’irrimediabile come un ritornello
inopinato accadere e avanzare di ogni stagione

(esperienza)

divina impostura è ciò che si dà senza soluzione
all’ansia matematica di sapere:
si fa beffe del nostro affannarci
e piccoli restiamo di fronte al mistero:
il mai saputo che mai si saprà
è tutto ciò che c’è da sapere!
tragedia della nostra condizione:
si risolve in gioco di parole –
solo il balsamo del silenzio
è esatto nel non dire lo scandalo
della nostra dimora
fessura a cui avvicinare l’occhio
solo per essere inondati dall’erezione cieca
di luce in crepe di terra arsa
come pelle vista da vicino
istoriata …
ne aspiro l’odore
amo affogare ebbro
nell’abbandono a mondi
di nebulose di corpo
e dalle stelle
distoglier lo sguardo…

Biografia:

db

Daniele Baron, nato a Pinerolo nel 1976, vive in provincia di Torino. Dopo una prima formazione principalmente scientifica, i suoi interessi volgono verso un ambito artistico e letterario. Le sue passioni si concretizzano soprattutto nella pittura e nella scrittura. Nel 2004 si laurea con lode in Filosofia Teoretica presso l’Università degli Studi di Torino con una tesi su Jean-Paul Sartre, intitolata “La morale dell’autenticità”. Dopo gli studi, trova lavoro come impiegato presso un Comune. Nel frattempo continua l’attività di ricerca in ambito filosofico appuntando il suo interesse in particolar modo sulla filosofia francese contemporanea, sull’esistenzialismo e infine sul pensiero di G. Bataille. Insieme sviluppa il desiderio di elaborare un personale percorso di ricerca teoretica per una filosofia del divenire.
Tiene un blog personale: http://barondaniele.blogspot.it  e collabora alla rivista di filosofia on-line “Filosofia e nuovi sentieri”: https://filosofiaenuovisentieri.wordpress.com .