Contest: I racconti della Mezzanotte – II Edizione – “Poster” di Rosario Campanile


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Poster di Rosario Campanile

Non ho fame.
Mi agito, cammino, guardo in giro, mi sento attratto da quel cartellone pubblicitario che promette viaggi da sogno e pancia piena, scivolando sul parquet lucidato della nave a suon di valzer, e focalizzo che non so ballare.
O forse sì, il fatto è che non ho mai voluto provare, e nessuna ha mai desiderato intrecciare note e passi con me. Quindi, come si dice, di necessità, virtù.
Accendo una Chesterfield blu, e mi siedo sul muretto, quel cazzo di cartellone mi ha incantato, osservo i particolari: la grafica, sembra divertita persino lei; i colori dello sfondo, azzurro, blu, bianco, verde, manca solo la faccia di Berlusconi.

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Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Antonio Del Prete – “Lo scrittore”


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Lo scrittore di Antonio Del Prete

Non oso descrivere o raccontare gli strani avvenimenti e esseri che popolano i mie sogni da quando ho memoria, ma la cosa, che forse più mi spaventa, è che hanno un non so che di familiare, di rassicurante. Eppure non sono visioni di paesaggi o montagne splendenti, non sono ricostruzioni di antiche città in gloria, anzi, esseri orribili (forse antichi dei o antichi popoli di cui non si ha memoria?) popolano lande deserte e sconfinate nel caos più totale. Eppure mi consolano, mi rassicurano. Ora non sto qui a raccontarvi di ogni singolo avvenimento o delle emozioni e sensazioni che mi suscitano tali visioni, anche perché potrei essere definito malato dato che insinuano in me un tale senso di conforto, mi limiterò a narrare o meglio rivivere alcuni mie incubi o meglio dire sogni e le relative emozioni e conseguenze che hanno apportato alla mia vita terrena.

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Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Ilaria Pamio – “Cristo Nero”


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CRISTO NERO di Ilaria Pamio

C’era una volta…
in un paesino piuttosto lontano, una casetta piccola piccola con un grande portone di legno di rovere.
Le strade di questo paese erano tutte ciottolose e, tra le duecentocinquanta anime che lo abitavano, c’eravamo io e mia sorella.
Di giorno facevamo quello che fanno tutti i bambini: andavamo a scuola. In aula eravamo in venticinque e c’era un’unica classe elementare. Il pomeriggio giocavamo con altri bambini del vicinato, o talvolta, noi due soli.
La nostra maestra odorava di vecchia minestra. La pelle libera da trucco, vestiva con colori sciatti e quando raccoglieva i capelli in uno chignon, le si intravedeva un’unica ciocca grigia.
I bambini della classe avevano età differenti e, in base a quella, a fine mattinata ci venivano assegnati i compiti.
La mamma odorava sempre di sapone. Aveva i capelli lunghi, che spesso legava, perché le avrebbero dato fastidio se le fossero passati davanti agli occhi mentre cuciva. Faceva riparazioni per la nostra piccola comunità. Nostro padre aveva l’hobby per il legno. Preparava mobili e, di tanto in tanto, piccoli oggetti da mettere in casa.
Mio padre e mia madre si erano conosciuti in chiesa, ai tempi delle elementari. La mamma scostava di poco il foulard che teneva sulla testa, e girava lo sguardo verso la panca dei bambini, dove il papà le rimandava occhiatine complici. Si erano sposati senza nemmeno conoscere il calore dei loro corpi, pochi anni prima di essere maggiorenni.
L’alito del papà mi avvolgeva la testa mentre mi spingeva sull’altalena. Maria invece ne aveva la nausea quando le dava il bacio della buona notte.

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Tramonto lugubre di Andrea Mauri


Danilo Capua

Danilo Capua

Aspettavo il crepuscolo sulla poltrona di vimini davanti alla finestra. Seduto, con lo sguardo fisso al davanzale, intercettavo l’annacquarsi del tramonto tra il groviglio delle piante. Lasciavo le ante aperte perché nulla impedissealla luce violacea di impossessarsi della stanza. Rallentavo il respiro per non violare il silenzio. L’unico suono che accompagnava la sacralità del momento era lo sfrigolio della lampadina dell’abat-jour. Su quello non avevo poteri, ma in fondo rasserenava l’inquietudine di una giornata ormai finita. Il viola e l’arancio investivano la poltrona e invitavano allo spettacolo.
Un’ombra imprevista si formò all’orizzonte, un gruppo proteiforme che zigzagava nel cielo. Lo stridio propagatosi nello spazio oscurò il viola e l’arancio dell’orizzonte e la stanza piombò nel nulla. Una barriera lugubre di volatili senza direzione avanzava verso di me. Il richiamo di allarme di quegli uccelli spietati cancellò lo sfrigolio della lampadina dell’abat-jour, che si spense dallo spavento. Innumerevoli ali irregolari alzarono un vento che sradicò piante e infranse vetri. Rimasi impietrito sulla poltrona di vimini, quando l’onda mi investì. Non reagii, lasciai colpirmi da quel vortice inquieto. Tutto di me tremava, muscoli e nervi, corpo e anima. Quando il muro di uccelli oltrepassò la casa, osservai l’orizzonte. L’impronta nera di quell’onda micidiale si era stampata sulla linea tra cielo e terra. Non c’era null’altro che un davanzale divelto, una finestra in mille pezzi, un abat-jour abbattuto e io immerso nel vuoto di un buio artificiale.

La scala Jones di Domenico Caringella


ph Ernst Haas

ph Ernst Haas

A quell’ora la casa era ancora fredda e Jones, nel suo pigiama blu di ordinanza, si riscaldò alla fiammella azzurra del fornello della cucina, un attimo prima di metterci su la caffettiera.

Tre minuti più tardi, in un gesto d’amore fuori tempo massimo, portò il caffè a letto a chi, ormai ricambiata, da molto tempo non lo amava più.

Subito dopo, nel corridoio, abbracciò Jane, la figlia che amava dal primo istante in cui era venuta al mondo davanti a lui. A colazione sorrise a Beth che Jones, incapace di darsi una spiegazione logica, amava impercettibilmente meno di Jane. Si sarebbe tuffato tra gli squali per entrambe, ma solo per Jane senza il minimo dubbio; per Beth sarebbe incappato in una di quelle esitazioni che possono fare la differenza tra una tragedia imperdonabile e il sollievo, tra una storia terribile e un eroico pezzo di mitologia familiare.

Alle otto e mezza, in strada vide la donna che nel profondo del suo cuore e della sua testa aveva sempre amato, e che ignara gli accennò un saluto e un sorriso.

Mentre guidava gli telefonò la donna che lo amava più di ogni altra. Quando riattaccò, una mano sul volante e l’altra che riponeva il cellulare nel taschino della giacca, pensò che dopo tutti quegli anni la voce di sua madre suonava allo stesso modo.

In ufficio, mentre accendeva il terminale, guardò l’orologio sulla parete davanti a lui e calcolò le quattro ore che lo separavano dalla donna che amava adesso senza però riuscire a farlo come avrebbe davvero voluto.

Scriveva, le parole si materializzavano davanti a lui sullo schermo luminoso, e si chiese se si sentisse solo oppure no. Un dubbio che non lo assalì, ma semplicemente lo attraversò, in apparenza senza lasciare traccia.

di Domenico Caringella

Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Antonio Del Prete – “Il vecchio Will”


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Il vecchio Will di Antonio Del Prete

Era una sera come tante. Dei 10 tavoli all’interno del bar solo 3 erano occupati e al bancone, come al solito, c’erano solo il vecchio Will e la vecchia pazza che abita all’angolo. Il tempo passava lentamente tra una birra e doppio whiskey. A spezzare la monotonia ci pensava, ogni tanto Martin, sparando cazzate sul suo passato.

La nottata sembrava giungere alla sua conclusione. Erano solo le 11 di notte, ma già tutti erano abbastanza sbronzi. Più di tutti il vecchio Will che iniziava a provarci con insistenza con la vecchia pazza. Povero vecchio Will, era l’unica persona del bar per cui provavo un misto di pietà ed affetto. Fu il mio primo cliente quando anni fa aprii questo bar. All’inizio non era così, aveva una vita. Lavorava nello stabilimento della Ford fuori città, aveva una famiglia, una moglie e due bambini. Vestiva sempre con giacca e cravatta da mercato, ma la cosa per cui più andava fiero, era il suo orologio da taschino, un cimelio di famiglia tramandati da generazioni. Il suo declino iniziò quando lo stabilimento della Ford fuori città fu spostato nel sud del paese, lì la manodopera costa meno. Da quel giorno il vecchio Will non si rialzò più, iniziò a frequentare, quasi fosse una seconda casa, il mio bar. La moglie qualche mese dopo lo lasciò e portò con sé i figli, successivamente perse la casa. Ma la cosa che davvero lo distrusse, fu la perdita del suo orologio da taschino. Non gli fu rubato ne lo perse da ubriaco. Semplicemente lo dovette vendere per poter pagare 8 mesi di affitto anticipato in un monolocale vicino la ferrovia, 8 mesi di affitto che ormai erano quasi scaduti. Povero vecchio Will, a guardarlo ora, mentre striscia nel bagno sul retro con la vecchia pazza, non si direbbe che una volta avesse dignità.

Ormai era quasi mezzanotte, Martin e Rich se ne erano andati appena il vecchio Will e la pazza avevano iniziato a darci dentro. Le pareti sono sottili e si sentiva tutto. Stavo per mandar fuori anche il marinai seduto al terzo tavoli quando si aprì la porta del locale. Entrò uno strano individuo con un soprabito marroncino, aveva uno di quei cappelli stile vecchio west che non lasciava intravedere il viso. Da quel poco che si riusciva a scorgere da sotto quel cappello, direi che aveva una carnagione scura. Rimasi a fissare quell’uomo, non mi convinceva molto, non so perché ma non mi fidavo. Si sedette su uno degli sgabelli vicino al bancone.

– Un martini senza ghiaccio-

Disse con un tono di voce diverso da come l’avevo immaginato. Era fermo ma molto pacato.
Servii il martini all’individuo col soprabito, cercando di sbirciale sotto quel cappello. Gli unici particolari in più che notai furono la sua bocca e il suo naso. La bocca era stretta e molto sottile, il naso appuntito e abbastanza grosso. Sorseggiava beatamente il suo martini senza curarsi dei gemiti raccapriccianti che provenivano dal bagno sul retro.

Poco dopo i gemiti cessarono e il vecchio Will uscì dal bagno seguito dalla vecchia pazza. Rimanemmo solo noi quattro all’interno del bar, anche il marinaio era andato via, penso infastidito dai gemiti provenienti dal bagno sul retro.

Il vecchio Will si sedette su uno sgabello e ordinò una birra, la vecchia pazza pagò il conto è andò via
zoppicando.

L’uomo col soprabito aveva finito il suo martini, si accese una sigaretta, alzò lo sguardo e disse:

– Mi dia la birra migliore che ha. – il suo tono di voce cambiò, la pacatezza fu sostituita da un lieve accenno di allegria. Per cosa non lo so, forse il martini aveva fatto effetto.

– Mi dispiace ma abbiamo solo un tipo di birra qui. Se vuole l’allungo con un po’ di whiskey per renderla più forte- risposi.

Gli affari non andavano benissimo. Non avevo soldi per ordinare dei fusti di birra nuovi da quasi un mese. La scusa di allungare la birra col whiskey mi serviva per coprire il sapore disgustoso della birra stantia.

– Vada per la birra allungata al whiskey allora. Ma mi raccomando bella fredda e ne dia una anche al mio amico Will. – rispose.

Rimasi un attimo spaesato. Conoscevo il vecchio Will da anni, e non avevo mai visto quell’uomo con lui, e non mi risultava che Will avesse ancora degli amici dopo la sua decaduta.

Servii la birra allungata al vecchio Will e all’uomo col soprabito, che nel frattempo si erano spostati dal bancone a uno dei tavolini. Più volte con la scusa di lavare i tavolini vicini, ne approfittavo per origliare la conversazione, ma appresi poco e niente. Sentii il vecchio Will raccontare la sua storia e l’uomo col soprabito che rispondeva con tono quasi paterno. Mi misi dietro al bancone e accesi una sigaretta, cercando di capire qualcosa almeno dal labiale, niente.

La loro conversazione andava per le lunghe, ogni tanto vedevo il vecchio Will sgranare gli occhi.

Erano le 2 del mattino quando il vecchio Will si alzò dal tavolino. Si avvicinò al bancone e pagò il conto di entrambi. Lì vidi sul suo viso qualcosa che pensavo non avrei più visto. Il vecchio Will stava sorridendo. Erano anni che non sorrideva. I suoi occhi avevano acquisito una luminosità che non gli avevo mai visto. Mormorò alcune cose su un nuovo inizio e sull’orologio che aveva venduto, non gli diedi peso, era sbronzo. Uscì dal bar.

Guardai verso il tavolino dov’erano seduti. Era vuoto. Non avevo visto l’uomo uscire. Possibile? Neanche a questo diedi peso.

Da quella sera non vidi più il vecchio Will ne l’uomo col soprabito. Mi piace pensare che il vecchio Will abbia avuto la sua rivincita sul mondo, che ora sia di nuovo quell’uomo che anni fa passava nel mio bar con giacca e cravatta, sperando che qualcuno gli chiedesse l’ora, per mostrare, tutto orgoglioso, il suo prezioso orologio in oro.

PRIMO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/09/04/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-adriana-pedicini-un-viaggio-senza-fine/

SECONDO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/09/23/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rosario-campanile-maria/

TERZO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/10/14/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-luigi-pellini-la-notte-del-maiale/

QUARTO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/10/28/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-alba-gnazi-ti-aspettero-qui/

QUINTO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/11/20/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rita-simonitto-stazioni/

SESTO RACCONTO: https://wordsocialforum.com/2015/12/09/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-francesca-dono-la-cosa/

UNA CAPRESE AL CAFFE’ GRECO di Andrea Mauri – (di Emilia Barbato)


Uscito dall’ufficio mi perdo per le strade intorno a piazza di Spagna. Finisco sempre davanti alla pasticceria del Caffè Greco, quella con le vetrine antiche in legno decorato. I dolci sistemati in bella vista fanno riemergere ricordi di infanzia, quando mia nonna comprava un vassoio di paste, ma mi ordinava di mangiarne una sola. Le altre erano per lei. Da allora ho imparato a gustare i dolci con gli occhi. Li spio, li fisso. Rimango imbambolato davanti a glasse colorate, ghirigori vezzosi e gelatine tremolanti. Sprofondo in questo mondo soffice. Una vera cuccagna.
– Che gliene pare di questa vetrina? Facciamo un bell’effetto tutte insieme. Vero?
Controllo se alle spalle si sia avvicinato un cliente o qualcuno che voglia parlarmi all’orecchio. Invece via Condotti è deserta. Non so dove siano andati tutti. Spariti nel nulla.
– La vedo spesso venire qui. Non mi dà mai il tempo di parlarle. Deve essere parecchio timido.
Con la coda dell’occhio percepisco uno strano movimento tra le torte. Un tremolio che fa cadere lo zucchero a velo a terra. Allungo l’orecchio per capire se è colpa della metropolitana. Ha creato solo danni da quando la fanno passare da piazza di Spagna. Mi giro con decisione. Via Condotti è ancora deserta. Ma che strano che oggi non ci sia proprio nessuno in giro.
– Le piaccio?

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