A PROPOSITO DI FABER: STORIA DI UN IMPIEGATO SESSANTOTTINO O STORIA SEMPRE ATTUALE? di Francesco Paolo Intini


Non era nello stile degli anni ‘60 e ‘70 accontentarsi di qualcosa ed il maggio francese soffiavaancora sulla scena mondiale quando questo disco veniva concepito. Per molti quel vento era la soluzione dei mali che affliggevano il vecchio mondo uscito vittorioso dal conflitto mondiale, ma non per questo sanato nelle ingiustizie sociali. La spinta propulsiva veniva dagli inizi del secolo, quando in Russia si era affermata la Rivoluzione bolscevica econ essa il pensiero marxista, era diventato realtà.

1-I CUCCIOLI DEL MAGGIO:

CANZONE DEL MAGGIO accoglie la lotta di classe come un dato di fatto. C’è un mondo borghese da una parte che non vuole cambiare nulla e si affida alle pantere della polizia, al potere della televisione di distorcere le verità e tranquillizzare le coscienze, dall’altra una massa di studenti che bussa alle porte di ognuno e ripete:
…per quanto voi vi crediate assolti \siete per sempre coinvolti…

E’ il clima dei tempi, la bufera che investe ogni angolo della società per raggiungere le singole persone chiuse nei propri individualismi. A tutte oppone la stessa soluzione di un momento collettivo del cambiamento. La sua forza, espressa a partire dall’INTRODUZIONE, consiste nell’essere cuccioli e dunque esenti da colpe generazionali che si traduce nel bisogno di crescere in una società a misura d’uomo, senza deviazioni e compromessi. L’altra classe in fondo non è che lo stesso albero e tutto sommato ciò che avviene è un ritorcersi dei figli contro i padri che li hanno messo al mondo con l’imprinting della ribellione. Il dado è tratto e niente sarà come prima.
Da questo punto di vista il maggio francese è davvero la primavera della storia moderna che ha visto il suo lunghissimo inverno nel periodo 1914-1945.
La gente dell’epoca però fa fatica a riconoscere in quel bisogno di cambiamento la negatività sottesa al benessere promesso e diffuso dallo sviluppo economico e dalla pubblicità del dopoguerra.In questo clima si inserisce l’impiegato. La sua figura è l’esatta rappresentazione della contraddizione tra vecchio e nuovo, tra bisogno di cambiamento e conservazione.
…e io la faccia usata dal buonsenso\ ripeto “non vogliamoci del male”\e non mi sento normale\e mi sorprendo ancora\a misurarmi su di loro\e adesso è tardi, adesso torno al lavoro…

2-LA TENTAZIONE

Per risolversi ha bisogno di una scintilla. Non è facile abbandonare il non essere del condizionamento, dell’omologazione e dell’anonimato e passare al protagonismo. C’è Raskolnikov in questa stessa dimensione, un incontro che avviene a livello onirico. L’io chiamato a questa missione è quello individualista che ha di mira la distruzione dei miti immediatamente riconoscibili, ma niente esaltazioni napoleonicheproprie del personaggio letterario, soltanto un ritrovarsi con le mani sporche nel fare qualcosa- come per liberarsi da una corazza, da un vissuto che condiziona troppo-e assecondare una tentazione della pelle.
E’ questo il clima che si respira ne: LA BOMBA IN TESTA. Sente che i giovani stanno facendo la cosa giusta, ma lui è legato al lavoro, alle rotaie verso casa, alla conta inutile dei denti dei francobolli al dovere verso il benessere e non è facile rimanere nella normalità per intraprendere la via della anormalità perché lì c’ è il coraggio e lo strappo irreversibile e da quest’altra parte il buonsenso del “non vogliamoci del male”. Ci pensano i sogni a ricordargli l’odio che si nasconde dietro la maschera indossata per nascondere la repulsione profonda nei confronti del conformismo e dell’ipocrisia, della macchina vincente in ogni dove della società (arte, politica famiglia). Tutto ciò si riconosce nelle icone, (Cristo, Maria, Nelson, Dante, La statua della libertà, la Famiglia) del BALLO IN MASCHERA messo a soqquadro dal suo attentato. La devastazione della bomba ha l’effetto di mostrare il volto fragile della società, l’ossatura artificiosa dei personaggi, ciascuno nella sua recita quotidiana a cominciare da padre e madre che rappresentano l’ultimo freno al bisogno di libertà.
…e adesso puoi togliermi i piedi dal collo\amico che mi hai insegnato il “come si fa”\se no ti porto indietro di qualche minuto\ti metto a conversare, ti ci metto seduto\tra Nelson e la statua della Pietà,\ al ballo mascherato della celebrità…

Sebbene non sia chiaro dal testo l’identità di quest’amico, non mi stupirei di trovarci lo stesso Nobel, inventore della dinamite, che nell’incipit espone a Cristo l’alternativa alla sua bontà. Fatto sta che adesso l’impiegato ha imparato la lezione col risultato di trovarsi nudo di fronte alla sua coscienza.

3- IL GIUDICE ED IL POTERE

Ma chi è il giudice che nel sogno successivo mostra il suo indice puntato senza decidere tra condanna e assoluzione? Che senso ha chiedere all’imputato:
“Vuoi essere assolto o condannato?”
Può stare un giudice dalla parte dell’imputato? Una partecipazione dell’imputato all’esito del giudizio è sì una contraddizione, ma riflette quella tra Super-Io e Io, cioè tra istanze morali e coscienza, quello che ognuno può sperimentare quando è avvolto dai sensi di colpa. Prima ancora che nella società è nell’intimità più profonda che bisogna abbattere qualcosa e questo è il legame tra quello che chiama
“una coscienza al fosforo piantato tra l’aorta e l’intenzione”
e l’oscuro Potere che affonda le radici nella società borghese come nella famiglia e dunque è in grado di governare l’individuo in ogni sua azione e pensiero. Nella risoluzione di questo conflitto, nella capacità di resistere alla furia delle colpe, sta la chiave per poter andare avanti sul piano delle azioni. Cosa non facile, dal momento che questo giudice mostra il suo volto buono (ma lo è veramente?) nel dare la possibilità di ritorno nella norma. L’occasione è descritta nella canzone del padre, dove il giudice offre all’imputato il posto occupato nella società dal suo genitore come premio per aver tolto di mezzo delle icone ingombranti, mettendo a servizio del potere stesso unasua tentazione profonda. Diventare il proprio padre dopo averlo uccisoha comunque il senso di un riscatto nei confronti della colpa perpetrata contro la collettiva.

4- EDIPO

Ma è il percorso di Edipo a rivelarsi mistificatore, un sogno per rimanere nei sogni. La sua donna è anche sua madre e suo figlio è lui stesso” il meno voluto” destinato a finire in un percorso di hashish e ad inciampare negli stracci dell’infantilismo di un giogo familiare che è anche gioco di potere.
L’impiegato legge qui la sua miseria sociale, il destino di chi al massimo può aspettarsi “una valigia di ciondoli\ un foglio di via” da un commissario corrotto e capisce di essere stato ingannato dal giudice che da una parte gli offriva la via del riscatto e dall’altra lo faceva partecipe di un gioco senza via d’uscita reale se non la fuga da reietto, peggiore di quella a cui aveva rinunciato e anche di quella di “Berto, figlio della lavandaia, compagno di scuola, preferisce contare sulle antenne dei grilli” il cui rifiuto nei confronti della cultura e della religione si era tradotto in un farsi piovere addosso, senza nessun futuro.
E’ questa la molla che lo fa svegliare e ad un’alternativa di reietto (in quanti modi si ripete lo stesso schema di asservimento da parte del potere?) preferirela ribellione individuale.Il Potere costituito si svela ingannevole, proteiforme e capace di assumere anche “ il volto di una donna che pago” pur di affermarsi sull’individuo.

5- IL SOVVERSIVO ed il CASO

Da questo momento è senza protezione di buon senso, il suo movente è una vendetta personale nei confronti del Potere. Anche lo spunto della primavera è lontana. Il vento di liberazione ha innescato l’azione del libertario, l’individuo contro il suo disagio di natura anarchica.
Eccolo dunque a recitare il ruolo già visto nella storia degli attentatori personali, i Princip del secolo precedente che colpivano re e regine, innescando guerre planetarie.
La sua bomba è di questa natura, contro la pervasività di un Potere presente nella sua persona e nella società, capace di assolvere da ogni colpa, se si sta dalla sua parte e di far compiere il delitto più atroce pur di affermarsi e conservarsi:
…assoluzione e delitto \lo stesso movente…
È in quest’idea che procede a compiere un attentato contro il Parlamento. Nella maschera di Joker\bombarolo c’è tutta l’esaltazione di chi sente di aver capito ciò che gli altri, vale a dire
…intellettuali d’oggi idioti di domani… \profeti molto acrobati della rivoluzione\ oggi farà da me senza lezione…
non hanno capito cioè che è nelle possibilità di ognuno giocare d’anticipo concentrando il pensiero rivoluzionario nell’azione distruttiva
…ridatemi il cervello che basta alle mie mani…
contro obiettivi precisi, come anticipato dal sogno del ballo in maschera.
La possibilità del fallimento non è contemplata in questo gioco dove tutto e il contrario di tutto è potere e lotta per esso. Ma non è così.
Nel prendersi gioco della rivoluzione il Caso e con esso l’Errore entrano potentemente in scena riportando l’impiegato con i piedi per terra. Il potere del caso ha lo stesso machiavellico senso che impedisce al Valentino di prendere l’iniziativa alla morte del padre. Una banale febbre lo attanaglia a letto mentre gli altri decidono la successione ad Alessandro VI e con essa il suo destino.
A saltare in aria non è il parlamento ma un’edicola, dimostrando che anche il caso è da quell’altra parte, quanto basta al suo nemico per acciuffarlo e sbatterlo in galera coprendolo di macabro ridicolo.
Adesso non resta che prendere atto della sua radicale impotenza. Su di lui si verserà la giustizia borghese che ne squalificherà l’opera con l’effetto di consegnarlo ad una solitudine senza conforto né giustificazione.
Per giunta non ci sarà alcuna Sonia a confortarlo, ad aspettarlo e magari a convertirlo.

6- LA SUA DONNA

È’ ancora una volta alla luce della pervasività del potere che va interpretata “ VERRANNO A CHIEDERTI DEL NOSTRO AMORE”… L’effetto devastante della bomba è sul rapporto d’amore con questa donna che si rivela una mascherata dietro la quale ognuno giocava a nascondere sé stesso. Se a lei importa solo di mostrarsi bella e normale ma non di essere una persona libera
…farsi scegliere o finalmente sceglierai…
è perchè il potere opera nella più profonda intimità, imponendo ipocrisia e conformismo laddove doveva esserci amore e comunione di fini e affetti.
“ Verranno a chiederti …” è una canzone disperata, senza via d’uscita se non quella dell’incomunicabilità, dell’impossibilità di un cambiamento reciproco ed infine della solitudine in cui si viene a trovare il singolo, non appena metta in crisi il fondamento borghese della famiglia.
Ma è anche una grande poesia di amore, di uno dei due che conosce la verità dell’altra, vede la sua maschera sociale asservita al condizionamento e allo sfruttamento del potere fino allo svuotamento della personalità e si addolora per quella radicale difficoltà a distaccarsene finalmente con un atto di libertà:
…Ma senza che gli altri ne sappiano niente\ dimmi senza un programma dimmi come ci si sente\continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito\farai l’amore per amore\o per avercelo garantito…

La filosofia che oppone ad una vita vissuta all’insegna del “dove un attimo vale un altro” si fonda sulla valore di essere sé stessi e fare le cose che si amano per amore, nella consapevolezza che non val la pena lasciare la propria facoltà di scegliere nelle mani altrui.
A lui che è stato sé stesso per un attimo adesso però si spalancano le porte della galera. La macchina trionfante è quella del potere costituito. Ma chi vince la partita?

7-LA PARTITA FINALE

La galera è sì il non luogo, ma ancheil posto dove i rapporti sociali si semplificano: il potere vive col suo vero volto di oppressore mentre il sovvertitore vive la sua irriducibilità a far parte del sistema come un seme che germoglia in una terra fertile e pronta a coglierne il messaggio. Da questo punto di vista la rinuncia all’ora della libertà del singolo diventa presto la rinuncia di molti per assumere l’aspetto di rivolta collettiva e quindi in grado di giocare efficacemente un ruolo politico.La stessa canzone del maggio che coinvolgeva la coscienza di ognuno ora è intonata da questa zolla di sovversione collettiva che, come un focolaio acceso da un vento favorevole, promette di incendiare il mondo.
Se c’è un messaggio che arriva ai giorni nostri non è tanto questa radicale inimicizia nei confronti del potere costituito, che accomuna quasi occasionalmente l’impiegato all’ irriducibilità dei ciompi e a tutti gli Spartacus della storia ma soprattutto questo riflettere sulle condizioni al contorno deldisagio esistenziale. In altri termini arriva da questa opera chela contraddizione tra bisogno di essere sé stessi e condizionamento esterno, passa attraverso due poteri che non si riconoscono a vicenda. Uno dei due, il più forte è in grado di inglobare tutti gli altri essendo in ogni luogo-compresa la coscienza individuale-dal momento che sostituisce quel Dio morto per sempre di nietzchiana memoria e passato in giudicato ma come questi capace di provvedere a tutto:
… una volta un giudice come me\ giudicò chi gli aveva dettato la legge:\ prima cambiarono il giudice\e subito dopo\ la legge…
All’altro, il più debole,rimane la consapevolezza che quando il giudice afferma:
…tu sei il potere, vuoi essere assolto o condannato?..
Sta mentendo conscio del fatto che esaltare l’individuo, illudendolo di avere in mano la possibilità di auto assolversi è la maniera più semplice di disarmare e tenere sotto controllo la distruttività e trasformarla in asservimento.
Tutto ciò raccontato con un linguaggio poetico, fatto di metafore e figure straordinariamente efficaci, capaci di sostenersi e conservare il loro fascino misterioso fino ai giorni nostri.

Note:

Le citazioni inserite nell’opera sono tratte da “Storia di un impiegato” (1973) album musicale (Produttori Associati\ Ricordi) a cura di R. Danè, testi di F. De Andrè, G. Bentivoglio e R. Danè, con musiche di F. De Andrè e N. Piovani

La cognizione della musica di Claudio Fasoli di Angela Greco


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Inner sounds. Nell’orbita del jazz e della musica libera” di Claudio Fasoli è un libro che racconta l’essenza di un artista apprezzato in tutto il mondo; descrive la scena della musica creativa internazionale e i suoi segreti, le collaborazioni e le riflessioni di un musicista che ha sempre avuto una grande capacità di rinnovarsi, di continuare con curiosità a percorrere nuove strade. Un libro denso di testimonianze e di vita, suonata al ritmo dello spirito del tempo, alla ricerca della libertà espressiva: dagli anni della formazione veneziana alle esperienze nella vivace scena bolognese degli anni sessanta, dalla nascita dei mitici Perigeo alle jam session milanesi al Capolinea, dal laboratorio sperimentale del jazz-rock ai festival giovanili all’epoca delle contestazioni, fino ad arrivare al ruolo decisivo della cognizione e dell’insegnamento degli spazi improvvisativi.
Claudio Fasoli, sassofonista, compositore, docente e membro del Perigeo, uno dei più celebri gruppi di sperimentazione jazz-rock, ha collaborato tra gli altri con Lee Konitz, Mick Goodrick, Manfred Schoof, Kenny Wheeler, Mario Brunello e Giorgio Gaslini; insegna ai Seminari internazionali di jazz a Siena e alla Civica scuola di jazz di Milano. “Fasoli è uno dei più lungimiranti e perspicaci compositori in circolazione, oltre che solista dallo stile personalissimo e riconoscibile”, scrivono sul “Dizionario del jazz” di Philippe Carles, André Clergeat, Jean-Luois Comolli. E il musicologo Stefano Zenni aggiunge: “La disposizione di forme e colori è, nella musica di Claudio Fasoli, inestricabile dalla composizione, dalla pianificazione armonica, melodica, contrappuntistica. In questa visione sobria e profonda, Fasoli ha raggiunto esiti di grande originalità, che lo staccano da altre esperienze del jazz contemporaneo e fanno di lui una delle voci più singolari della musica di ricerca”. Opinioni confermate anche nelle introduzioni, del filosofo Massimo Donà, del musicologo Carlo Boccadoro, di Franco Caroni, fondatore di Siena Jazz, ma anche dagli interventi di molti musicisti e critici.

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I MIGLIORI DISCHI DEL 2016 a cura di Antonio Bianchetti


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Tutti gli anni lo ripeto, come consuetudine, queste sono sostanzialmente le mie scelte, derivate dai miei acquisti, variegate poi dal mio stato d’animo. Infatti, noterete dei generi musicali diversi, ma che coesistono perché l’emozione profondissima emanata dalle loro tracce, non ha eguali con qualsiasi altra bellezza. Alla fine un genere solo mi stanca, e pur mantenendo un equilibrio di fondo, preferisco alternare coloriture diverse per sentirmi vivo, sempre pronto a soddisfare i miei molteplici stati d’animo.
La musica che viene incisa e buttata sul mercato di questi anni 2000 è di un’enormità produttiva sconsiderata, la quale finisce per confondere le idee degli appassionati e non solo. Io preferisco distillare quelle poche energie creative vere, nate non da una banalità ricorrente o addirittura asfissiante, ma dalle idee autentiche generate dalla passione e dalla voglia di suonare, e in senso più ampio dalla voglia di vivere. Sentirsi artisti, è anche questo.
Poi come sempre succede, quando l’istinto prende il sopravvento sulla ragione, tante scelte sono frutto di emotività disparate, ma che poi alla fine, riflettendoci sopra, non sono poi così errate dal contesto iniziale e col senno di poi, risultano giuste. Ecco per esempio che per un esperto attento, tra le mie scelte ho escluso il celebratissimo album di Nick Cave: “SkeletonTree”, di cui mi sono ripromesso di parlarne in un apposito post.
Concludendo vi lascio la mia lista senza nessuna classifica preordinata: 20 dischi, tutti a pari merito, di cui seguono le schede per ognuno.

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“Terra di nessuno”, ovvero per i quindici anni ci si deve passare di Sergio Pasquandrea


Non so se magari è la mezza età. Forse sì, forse no, chi può dirlo. Però, per esempio. qualche tempo fa mi è capitato, quasi per caso, di ascoltare su YouTube il primo, omonimo disco degli Stone Roses. Che è del 1989, quindi all’epoca avevo quattordici anni. Ora, nel 1989 io tutto ascoltavo tranne che gli Stone Roses. Ero uno snob spaventoso, adoravo la musica classica, con brevi sortite nel cantautorato e qualche primo, timido interesse per il jazz (non so se avete presente che cosa significhi cercare di ascoltare jazz in un paesino della provincia pugliese, in era pre-internet, pre-YouTube, pre-filesharing, pre-Amazon, addirittura pre-cd; ecco, prima o poi dovrò scrivere anche di questo). Comunque, degli Stone Roses a malapena conosco il nome, e la loro musica non fa affatto parte, ma manco di striscio, dei miri ricordi d’adolescenza. E, a dirla tutta, gli anni Ottanta li ho sempre considerati il buco nero della nostra storia recente, la fetida cloaca dove marciva tutto il liquame che poi è tracimato negli ultimi venti o venticinque anni. Però, per venire al dunque, ascoltando gli Stone Roses mi veniva uno strano magone, che non era nostalgia, ma piuttosto rimpianto per un altro me stesso. Il me dei quindici-vent’anni, quell’età tremenda in cui si vede tutto e non si capisce nulla, in cui si assorbe tutto come spugne, ci si impregna con una rapidità e un’intensità dolorose (per dire: a quindici anni mi sono letto tutti gli “Ossi di Seppia”, senza capirci quasi nulla, ma imparando tutto a memoria, piantandomi dentro schegge che ancor oggi riaffiorano).

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Lo strano odore del jazz – Riflessioni intorno a “Infanticide” di Caterina Palazzi (Sergio Pasquandrea)


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Capita che qualcuno mi chieda: che cosa mi consiglieresti per cominciare ad ascoltare il jazz?
E io in genere rispondo: dipende.
Il jazz è una galassia, per non dire un intero universo, quindi il punto è trovare la giusta porta d’ingresso, da dove cominciare ad esplorarlo.
Sostanzialmente, tutto dipende dalla persona, dai suoi gusti e dal suo retroterra culturale. A uno che ascolta i Black Sabbath, non consiglierei Louis Armstrong (anche se non è detto: conosco una persona, fanatica di black metal, che adora Louis), mentre un appassionato di Battisti non lo farei cominciare da Anthony Braxton.
Io, che ero sempre stato attratto dal jazz, me ne sono davvero innamorato quando ho scoperto Bill Evans. E ci credo: ascoltavo la musica classica, adoravo Debussy, Ravel, che guardacaso sono proprio le sue ascendenze musicali.
Ci pensavo di recente, mentre ascoltavo “Infanticide”, l’ultimo disco dei Sudoku Killer di Caterina Palazzi, uscito a gennaio di quest’anno.

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Francesco Dezio, Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta – Storie di provincia e di altri mali, Stilo 2014 di Teresa Giannotta


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Francesco Dezio, l’autore di Nicola Rubino è entrato in fabbrica (Feltrinelli 2004), primo esempio di romanzo ‘operaio’ del terzo millennio, è tornato in libreria dopo una lunga assenza, con un libro completamente diverso: Qualcuno è uscito vivo dagli anni Ottanta (Bari 2014, Stilo editrice, pp. 120, € 12).
Sulla musica di più di 70 formazioni di ogni continente (famosissime o quasi sconosciute) si raccontano otto storie di vita precaria, sfruttamento, disamore o disoccupazione, male di vivere o malavita. Le storie sono ambientate tra Altamura (città natale dell’autore), Santeramo, Sansevero, Bari, Molfetta, Lecce e sono raccontate in forma di monologo, come uno sfogo irruento, appassionato eppure comico, in prima persona (con vizi e cadenze dell’oralità ed uno stile che ricorda quello di Paolo Nori): Led Zeppelin, AC/DC, Clash, Oasis, Diaframma, Rolling Stones, Gang, Pink Floyd, Underage, Arab Strap, Ramones, Ultravox, Sex Pistols, Orda, Not Moving, Lingomania, Chain Reaction, CCCP, Litfiba, Afterhours, Cure, Died Pretty, Negative Disarcore, Joy Division, Church, Delgados, Rich Fisch in Hand, Boohoos, Simple Minds, Doors, U2, Velvet Underground, Yumi Yumi, Bis, Mando Diao, Libertines, Strokes, Stooges… e molti altri (nell’ultima pagina del libro si può scaricare la playlist con i brani più amati da Dezio).

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