Giovani Prospettive. Omaggio di parole ad Emanuela Cau


Cau

Emanuela Cau, artista dalle mille sfaccettature apre le porte della sua abitazione a Quartu per la sua prima intervista video e si racconta. Definirla “fotografa” è riduttivo: ha studiato tecniche di scrittura e regia cinematografica, realizzato cortometraggi, video teatrali e musicali. Le sue foto sono autoritratti, sembrano quadri.

***

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Emanuela Emanuele Emanuela . di Alessandro Bertacco

Cosa è la vita, se non fossimo qui a cercarsi
E
io pago le rate tu paghi le rate noi paghiamo le rate
O
Finiamo tutti nei campi,
tu hai rubato altre anime diverse dalle mie
A sentirsi sciogliersi le dita su qualcosa di troppo astratto
A
vedere troppo grano del mondo andato, dico andato
A fare le ballerine impotenti
N
.finimmo tutte le bocche e le vocali
e ci trovammo a leccare l’arcobaleno

*

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O mar é mundo que te habita, ondas de revelação lavam-me a alma. Uma avalanche de emoções, banhadas com a espuma de uma história construída pelos silêncios – tão intensos como tu. E regas-me com o perfume de um entardecer dos sonhos de viver, num grito ávido de ser. Envolta num mistério de véus (re)inventas-te a cada momento, para me contares o segredo que transparece – em gotas de criação. Sinto-as correr os meus olhos. Abro o coração para as metáforas que agarras a tudo o que fazes teu. Sabes que cada concha pode adornar os meus cabelos, enquanto sorrio os teus receios e estendo os braços para os amar. Sim. Eu amo de olhos fechados. Respirei a brisa que me sussurrou o enigma do que apenas se pode sentir – sem recear. E fazes-me forte quando acarinho o teu sorriso desenhado pela areia que beija os teus pés, em noites de luar – tu és o verbo criar.

Claudia Ferreira

*

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Tra le tue gambe
onde silenziose
la mia nave.
Trascinati da una fermezza
surreale,
siamo il volto dei bimbi
nascosti:
tra le velature
tra le trame
tra i vorrei.
Siamo lo scrigno di ogni cuore,
di ogni maledetto cuore
che trema, come pirati che cercano il proprio volto
da chiamare tesoro
ed io, capitano di questa nave fantasma
senza equipaggio,
protettrice di cuori tremanti e muti.
Che lo sappiamo…
il gioco è la nostra cura,
ed ogni nostra azione
il nostro destino,
e m’accompagni in questa
surreale bonaccia verso
un volto celato,
che chissà,
potrò un giorno chiamare tesoro.

Di Anrose Thotas

*

Autoportrait di Emanuela Cau

IL NIDO di Laura Pezzola

“[…] perché allora l’enigma/ se io come te
sono vento e polvere?” (Adonis)

Seguivo la treccia dei capelli

il respiro si placava tra la folla
e nella mano che stringevo
crescevano gli anni

tu eri il nido – io l’ implume
dal becco spalancato

– le ali spunteranno – mi dicevi

così a volte
sono piuma contro il vento
e navigo – l’utero fecondo
delle stelle.

*

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I miei mari interiori s’aprono e si chiudono con spasmi di mente innamorata gridano sas janas golpeando con lunghissimi capelli onde sepolte nei millenni undae nigrae quae volitantes furentes su sé stesse s’abbattono nigredo d’opra che si cerca e si vuole luce senza chiarìa parola senza suono la morte collassa nella nascita e la nascita nella morte il mio mare nero splende di buio chiama il mio nome ch’è l’invisibile impronunciabile – ma che è.

Di Antonio Devicienti

*

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altrove di Rosaria Iuliucci

a volte credo / a volte
che questa voce che mi chiama possa essere vera
che possa nascere dalle viscere di un’esistenza accaduta
e portarmi con essa con la testa sott’aria
in quel posto dove .il. tutto può accadere
e posso accadere anche io
leggera / come una lacrima incosciente sul volto
ed essere dolce / come un ultimo bacio
o come il tratto rugoso dimenticato dal tempo
nascosto dalle carezze / dove non si è osato più amare

a volte credo /
a volte ci credo anche io che un’altro .luogo. possa venirmi a prendere
chiudendomi gli occhi e tenendomi l’anima ferma e pronta [ all’impatto ]

*

Insicuri – indecisi
nei colori sfumati
assorti in una macchia
tra pensieri irrisolti

lacerando lo spazio
vomitiamo meteore
di luce in volo
ansiosamente celeri

imprecisa la rotta
si dissolve smaniosa
di rivelarsi cenere
di fuochi evanescenti

di Guido Mura

*

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Nuova Luna di Rosaria Iuliucci

potrei cambiar tempo
e mutare d’essenza illuminata
nel percorso di luna
che sul mio corpo in fuga si cela
come un verbo amabile e desiderato
comprese le memorie legate
spogliate finemente
di un inizio che gela e salda
come solo il caso del tuo ritorno sa fare
ed il riso distratto del tuo vantarmi
sa dire

potrei mutare di tempo irriverente
e nel tornare al passato giacere
e plasmare il mio dolore
che ti fa scultore
della sua amata pietra
affine alla sembianza
come impronta di neve
etereo avverarsi d’illuso
che non sempre vota allo svolgersi
dell’esser poi di carne
o di quel che si è

*

cau

Eri brava a fare poesia
un talento indifeso
ti bastava guardarmi
dove non ero, confondermi
con i tuoi desideri, mentre
contavo mosche sui vetri.
Eri brava ma non eri tu
nemmeno noi ora si può
comprendere il significato
di questi abbandonati versi
come a vegliare un morto
autenticare una firma falsa.
Eri brava e forse ora
sei ancora meglio di
ciò che sei. Nei tuoi occhi
nuovi progetti di schiene
diritte e un dolore che non si
spezza, declive allo specchio.

Di Luca Gamberini

*

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Cercavo di riprendere il senso di me
Senza te
Senza te che sei diventato altro
Lasciandomi qua
Separata e mancante
E ho aperto me stessa
per poterti riconoscere
Nella nuova forma
E poterti raccontare dell’amore e dei mondi
che sempre riempirai

Di Rossana Corti

*

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L’art révèle, célèbre ou consacre l’image du corps que chaque civilisation invente. Ou plutôt, l’image du corps ne s’invente pas : elle jaillit, elle se détache comme un fruit ou un fils du corps du monde. L’image du corps est le double de celle du cosmos, la réponse humaine à l’archétype universel non humain. Chaque civilisation a vu le corps d’une façon distincte parce que chacune avait une vision différente du monde. Corps et monde se caressent ou se déchirent, se reflètent ou se nient , Les photos d’Emanuela Cau sorient a ce monde a cet autre monde , , merci a elle de nous transporter dans son univers , Déesse des Méditerranéens des temps modernes …

L’arte rivela, celebra o consacra l’immagine del corpo che ogni civiltà inventa. O meglio, l’immagine del corpo non si inventa: scaturisce, si prende come un frutto o un figlio del corpo del mondo. L’immagine del corpo è il doppio di quella del cosmo, la risposta umana all’archetipo universale non umano. Ogni civiltà ha visto il corpo in un modo diverso perché ognuno aveva una visione diversa del mondo. Corpo e Mondo si accarezzano o si strappano , si riflettono o si negano . le immagini di Emanuela Cau sorridono a questo mondo, grazie a lei per trasportarci nel suo universo, Dea del Mediterraneo dei tempi moderni …
Di Vincent Kristou

*

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regna rossa la luna e la carne
semina addosso fantasmi
e scorre cambiando pareti
fessure liquide indimenticate

[mentre desidero questo letto
con la sagoma che respira
ancora
i nostri nomi
convessi]

di Antonella Taravella

*

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Te lo dirò come lo sento, anche se l’istante e me stessa faccio fatica a recuperarmi in così poco tempo, sento silenzio, muto silenzio, labbra cucite di rosso e nero che ti circonda ti abbraccia – rami nodi fili nei tuoi capelli fino a disegnare la tela dove ti immagini e vivi di colori e nodi
dove cuci legami di seta, muta. Legami.

di Michela Gorini

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VERSO|| DOPPIO|| SENSO – 5 – di Silvia Rosa


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E se poi l’amore fosse solo il bianco che sta di sentinella quando gli occhi si fissano in amplessi di realtà ingombrante, la mano occupata troppo a fare il mondo, la testa con il tarlo del futuro che rimbomba il vuoto dentro e una lancetta svelta per cappello a oscurare l’orizzonte.
Bisognerebbe invece avere amore sotto i denti e corpi impastati nel silenzio lasciati a lievitare giorni interi, toccarsi dove il bianco si fa luce e poi crescere in case di vento senza finestre e porte, stare ad aspettarsi, stare nella notte come fosse l’ultima frontiera, stretti, fino all’inizio del tempo.

Silvia Rosa

*

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LAMPIONI

L’aspetto della discesa è cambiato, sembra di passare da un’altra parte
per ciò che vedevo che più non vedo, l’aria che il sale ispessisce rivela
che qualche corsa rilasciava argento, tra i lampioni così meno malati
dove lì sotto hai imparato la grazia, di uno sguardo in penombra
[innamorato
che tra le labbra si accoglie la lingua, che la saliva segna a vita il
[vento.

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TENTATIVI

Tutto è così distante e ho perso il punto, qualche discreta catena di
[brezza
non finisce di stringere le aiuole, poteva sembrare la prima volta
per come i petali erano sorpresi, vorresti toccare quello che vedi
poi sparire coperto di mattino, svanisce come riprendi a pensare
il tentativo di renderti inutile, alcuni sistemi includono il sonoro.

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DAVANZALE

Ti ricordo insensata d’allegria, dispersa tardi nei giorni in odori
più nessuno alla finestra che suda, il davanzale che si lega alle guance
il contrasto fresco dove allungarti, sembrava un abbraccio al quartiere
[al mondo
alla parte più distante uno sguardo, bastava e avanzava ad avvicinare
l’infinito tenace a trattenerlo, legarlo ancorato alle poche nuvole.

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PUNTI

Sembra semplice come cade l’acqua, quasi farfuglia nella stessa
[lingua
che hai nella testa nei giorni tremendi, quando il palato è sordo e
[arroventato
si sta zitti per non fare più male, i lati piacevoli nelle sterpaglie
spostate dal vento come capelli, sono gli stessi che affollano i sogni
che intralciano nel raggiungere il punto, quello su cui se ti siedi
[rifuggi.

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CUSTODI

Un’isola non nasconde mai nulla, le cose perse ritornano a galla
ti avrei fatta felice certo fiera, se smettevo di rovesciare i banchi
ribellarmi e lasciare buchi bianchi, senza sapere bene per che cosa
m’innamoravo della catechista, la volevo come angelo custode
spariva dalla finestra dell’aula, e vedevo solo il cielo appesantirsi.

Testi di MAURIZIO MANZO, tratti da “Rizomi e altre gramigne” (Zona Editrice, 2016)
Immagini di JAMIE HEIDEN (http://jheidenphoto.net/)

Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Deborah Sheedy


Deborah-Sheedy

***

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dall’altra parte del freddo
e costantemente da sola
_perchè anche la più palese delle verità mi distanzia
come un veleno che si fa prima dolce
e poi postumo di un abbordo al silenzio

allora cosa accade dall’altra parte
mentre tutto il niente mi risale dentro
e a malapena lo avverto
_abile nel trattenermi in bocca
la friabile amarezza
di un assolo di pianto dilaniato
che mai trova fine se non nell’ultima via

è sempre dall’altra parte del freddo
che io sopravvivo
_perchè faccio della mia insesistenza
l’insistenza dal giusto distacco
come l’azzardo del vuoto che mi avvolge da lontano

di Rosaria Iuliucci

***

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E su dai basta, dai
abbastanza dammi 40 rintocchi,
dammi la spina
e poi ti muoio, e poi ti stupisco
mi metterò le campane sul
concetto che non morirò
mai
io già morta, allora vedi
che non mi capisci
stavo sotto il porticato
a portare danze dai
retrogusti più inaspettati.

Gradisco il declino
inteso come forma di
conoscenza
non dovetti vederti
ma poi mi stamparono
l’ubiquità della bellezza e
fu caos

Di Alessandro Bertacco

***

Immagine

Attraccano ricordi nella dispersione dell’io

Intinto il volto
Nel vuoto della memoria

Emerge in sentimenti d’addio
Il calore del tuo sorriso.

Di Angelica D’Alessandri

***

LE PAROLE TACIUTE di Izabella Teresa Kostka

I segreti feriscono come coltelli
– sanguinanti schegge della memoria,
letali sorrisi dipinti sui volti
oscurati dall’ombra della propria vergogna.

Putrefatti rifiuti della coscienza
soffocati di giorno dall’apparenze.

Le stigmate eterne dei sensi di colpa.

Poesia tratta da “Le schegge” 2017.

***

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Di spalle di Antonio Devicienti

Di spalle come la Venere di Velázquez
come i coniugi Arnolfini nello specchio alla parete
come Dublino quando ci si arriva in treno:

di spalle come i granelli di polvere o le
gocce di pioggia fermàti sulla pellicola
come la sgranatura dell’immagine dopo la stampa
come il necessario interrogarsi sulle verità del volto ch’è nascosto:

di spalle nello sgranarsi delle vertebre lungo la schiena
nell’andanza commossa della luce ch’è carezza –
di spalle come l’attesa, il velato, il taciuto.

***

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Siede intenta quieta
lo sguardo è sorgente
le vesti preziosi decori
d’interiorità nostalgia.

E’ sorella madre
o Persefone
la danza fra il buio e la luce

Il contorno netto delle piante
piedi nudi le sue nude foglie
humus
fra il passo e la sua radice.
E’ un canto vivido
non sa
se è lei a intonarlo
o il bosco che la canta.

Di Luisella Pisottu

***

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La danza di Guido Mura

E danzare e danzare
quasi perdendo coerenza
decorticando la fibra
scarnificando movenze

solo scintille di luce
che stellano la notte
ermetica incombente
includente astronave

notte notte che ingoia
il dolore e il rimpianto
lo spasimo e il supplizio
ora tutto precipita

il pensiero precipita
imbrattato dal tempo
ma residua nell’aria
il ricordo di un gesto

***

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POST MORTEM (vendetta) di Izabella Teresa Kostka

Verrò a te
coi seni tinti di sangue vermiglio
versato di notte su un bianco lenzuolo,
distesa accanto al tuo “corpo – sposo”
come una bambola smembrata da crudeli forbici.

Verrò a te
in ogni notte oscura
tagliando il buio con l’ultimo grido,
sarò una croce del tuo cammino,
l’asfissiante profumo del gelsomino.

Tornerò a te
e non conoscerai mai la pace eterna.

Poesia Tratta da “Le Schegge” 2017

***

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La Porta che dorme di Jonathan Varani

Bacio
il primo sguardo
del giorno
quando i muri sono gabbie
stese in petto

lascio
la battaglia dell’alba
spegnersi tra le spade
del sole
e attendo la cenere del corpo

il canto mesto delle lacrime

perché è assenza malata
la porta che dorme
e non conosce il verso
delle tue dita.

***

La Parola si svela.

È ancora fresca la neve sull’erba
e che appaia disciolta
è artificio
ché i battiti sono chicchi di frumento
– che non si arda il campo! –
tra i perimetri delle mie storie
cronologie lente
dramma del tempo
dracma in contanti per ogni pena

Mi svelo.
Appena soffocata
concentrata sulla pazienza
convertita e fedele
sotto patina in difesa

di Mariella Buscemi

***

Giovani Prospettive. Omaggio di Parole a Christopher McKenney


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***

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Nella impossibilità e nella non volontà di parlarvi, mi rivolgo a voi, uomini devastanti che avete fatto della mia vita un calvario.
Le lodi all’amore, le gioie sfrenate del sesso, la dolcezza d’amore filiale, la rassegnazione ad un penoso matrimonio hanno forgiato una marionetta, la cui testa troneggia nel bronzo in vita eterna.
Ho pagato la mia breve libertà a nervi spezzati ed emorragie affettive. Mi sono tramutata in una larga vagina dalla quale il sano ed il malato hanno attinto a loro piacimento.
Sono una stella, una stella spenta ed intristita e grigia, pazza d’amore e di mille sperma, folle di vendetta e di riscatto.
Non mi nominate, non mi invocate, vi prego.
Sono la reietta, la peccatrice, la demente.
Onorate il mio unico vero reale sincero atto di coraggio. Mi sono sottratta a voi e alla vostra cupidigia, ai miei diavoli e ai miei desideri.
E così vi lascio, a marcire tra le lenzuola sudate, impregnate dei vostri malsani odori.

Di Annalisa Fiorio Boscia

***

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CERNIERA di Chiara Baldini

La settimana del dovere è una valigia
che si annega nel pasto d’asfalto.
Mi ci rinchiudo, contorsionista condanna
ad alitare il buio in un grumo
tra vesti e intimo di vecchio bucato.
L’anima liquida ha la forma del flacone
e rotola appena: fa di beauty-case Casa.
Il fiato è tirato come un filo di ferro,
nella cerniera una gogna, quando s’indenta.

E tutto si compie, ogni volta si serra.

***

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URLO di Chiara Baldini

Il mio urlo è uno spillo ingoiato.
Sono l’intingolo del non vissuto,
dagherrotipo di una non famiglia.
Urlo rabbia fin dentro le feci
perché m’hai tutta spremuta in carne,
fuori. E la carne riprendo nel pugno
sognando l’urlo, la nocca e lo scontro.
Poi mi accuccio, nel mio contrappasso
sputo e reinghiotto lo spillo.

Poesie tratte da “Prugne sulla pelle”, Samuele Editore, 2016

***

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In del bosc
mirant à la llumera
come un rottame che non sa volare
incrostato di ruggine

tourbillonando si avvita
formicolare di cieli
riflesso vaso vagale
esondazione di fremiti

Si cercano le vene
quasi soffi di vita
l’inferno è fatto d’aghi
non si attende la luce

Gli alberi pali elettrici
fiamme di sodio
precipitare in cielo
da un banale torpore

Qui si sognano boschi di castagni
e il vidore nei ronchi
sul marciapiede cupo di cemento
insozzato dai cani

di Guido Mura

***

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ACCUSA di Izabella Teresa Kostka

Mi incontrerai come una madre,
culla sanguinante del rampollo mancante,
guardiana delle grida degli innocenti
dispersi tra le tombe senza dimora.

Sarò la tua sposa distesa sull’ara,
statua – ritratto della perdizione,
non chiamerai invano il mio nome
scolpito su una costola di un Dio minore.

Dal mio sguardo morirai
come il vile carnefice avvinghiato ai piedi.

***

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MATER NOSTRA EST di Izabella Teresa Kostka

Come una vigna matura pregno il tuo grembo,
l’ombelico del mondo gravido di allegria,
turgidi e candidi i seni – succosi frutti maturi,
accogliente dimora per le piccole labbra.

Sorridi
ignorando le grida del Male,
d’Immenso s’illumina il tuo viso,
nella Natura ritrovi la pace
quell’essenza primordiale del Sacro Creato.

Sei una corolla sfavillante di puro amore
incarnato nel germoglio sbocciato dal ventre,
ovunque tu viva su questa Terra
rappresenti il nucleo dell’Universo.

Mater Nostra di qualsiasi fede
sia benedetto il tuo nome!

***

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Si attendeva
il ritorno a casa
della notte
con già pronte
cento domande
di cristallo infrangibile
a l’espèttoro.
si guardava
navigare i violini
gioiosi diluvi
di brevettate vedove
all’insaputa
di fedi incagliate
le finestre
che ti fanno pensare
all’ammirazione
per nebbie distratte
dal rovistare del tasso
tra le insanguinate sponde
di lacerate labbra
tana di lupi
nei mattini di tormenta
al bosco grigiastro
che non vuole invecchiare
allo svolazzo
tra secche di gomma
ascoltando Chopin
si dimena
la polvere incisa
nell’ortografia di una lingua
che fa girare la testa
ad ali sfiancate
impeto di nere porte
infagottate parole
di poeti scaduti
tra fiamme inadatte
a sfornare il pane.

Di Luca Gamberini

***

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Se tu mi dessi
tutti i cieli che conosci
i nembi sarebbero pellicola di tempeste
e tutti i diluvi
si stamperebbero
asciutti
sulla terraferma del mio volto
come io fossi Amazzonia
in contrasto agli astri
foresta intricata
tangente alle tue altitudini

Di Mariella Buscemi

***

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Nulla sanno dell’innesto
che fanno i nostri gambicini
ai rami
e della fotosintesi generata
dalle cime secolari e innevate,
tanto da portarci
dentro
le stalattiti appuntite
di tutte le generazioni
miste alle viscere.
Rido.
Al gelo della mia postazione.
Ho la certezza intessuta al nome
E la scoperta del piccolo e autentico
A stampella del vacillare.
La minaccia salta in aria.
ed io,
ad osservarne il triste volo.
Da qui, è Luce.
Ho la certezza intessuta al Nome.

Di Mariella Buscemi

***

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la visione
è oltre la cinta screpolata
oltre la pietra,
immobile, nonostante il crepitio
che il vento traccia
sulle venature sottili delle mani.
le scritture nodose sussurrano
ai sognanti l’alterità
la perfezione delle cortecce
i presagi che il bianco ricama
sulla terra
il capo panìco velato
senza volto

di Mirella Crapanzano

***

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ci sono passata tante volte nello stesso inverno , come un random di memorie che che si apliano lentamente nei passi fatti a piedi nudi in quella terra dove ogni cosa mi ricordava casa , pur non avendome mai avuta una .
e ci sono tornata tante altre volte in quella terra , nonostante fosse sempre lo stesso gelido inverno , senza lamenti moderati e disperazioni che dalla fame mi mangiavano la pelle .
se tutto questo non porta il nome del mio mancato essere , della mia addomesticata afflissione al dolore , allora chi sono io ?
da dove vengo se non da quegli inverni che mi hanno tenuta in vita abbastanza a lungo da non voler più subire la carezza della luce del sole .
forse è questo che sono io , una persona sola che si ripete in se stessa come in un riflesso .
un’anima mancata senza ombra , senza orma , senza esistenza , se non quella dispersa in un tempo curvo nel suo termine .

di Rosaria Iuliucci

***

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(e tu vorresti titolarmi?) di Alessandro Bertacco

No, e senti il blu, assieme
lanciato al cielo
(e non devi dimezzarti)
Ni, e senti il mondo, corallino
antropofago, ci rigenereremo
specchiandoci come ci avessero mostrato
due alici diverse, qualche paio di cose proibite
E si, e si che ed lì che tutto muore
quel fetente che non si è fatto favola
.
E più cado e più sento
questo è il budino esoterico della vita
Cristo quando le hai rese serie
E più volo, e dovevo stare
al suggerire della realtà
E più tutto mi muove
.
mi protraggo fino ad invadere
le terre che sono boschi attorno alla vostra aurea
e dico ciao allo spettro
.
Siamo alla spiaggia della realtà,
e siamo tutti di nuovo strani e normali
della alla luce che mai è banale
.
Che poi
Che poi
che tanto l’altro l’hanno raccontato
Ed il terzo mondo è questione ancora più seria
al chiamarla questione individuale
falsamente che qui ed ora sia stata rappresentata
germinare è la via di mezzo tra morire e nascere
in foto vi fotto cose invisibili

***

La cognizione della musica di Claudio Fasoli di Angela Greco


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Inner sounds. Nell’orbita del jazz e della musica libera” di Claudio Fasoli è un libro che racconta l’essenza di un artista apprezzato in tutto il mondo; descrive la scena della musica creativa internazionale e i suoi segreti, le collaborazioni e le riflessioni di un musicista che ha sempre avuto una grande capacità di rinnovarsi, di continuare con curiosità a percorrere nuove strade. Un libro denso di testimonianze e di vita, suonata al ritmo dello spirito del tempo, alla ricerca della libertà espressiva: dagli anni della formazione veneziana alle esperienze nella vivace scena bolognese degli anni sessanta, dalla nascita dei mitici Perigeo alle jam session milanesi al Capolinea, dal laboratorio sperimentale del jazz-rock ai festival giovanili all’epoca delle contestazioni, fino ad arrivare al ruolo decisivo della cognizione e dell’insegnamento degli spazi improvvisativi.
Claudio Fasoli, sassofonista, compositore, docente e membro del Perigeo, uno dei più celebri gruppi di sperimentazione jazz-rock, ha collaborato tra gli altri con Lee Konitz, Mick Goodrick, Manfred Schoof, Kenny Wheeler, Mario Brunello e Giorgio Gaslini; insegna ai Seminari internazionali di jazz a Siena e alla Civica scuola di jazz di Milano. “Fasoli è uno dei più lungimiranti e perspicaci compositori in circolazione, oltre che solista dallo stile personalissimo e riconoscibile”, scrivono sul “Dizionario del jazz” di Philippe Carles, André Clergeat, Jean-Luois Comolli. E il musicologo Stefano Zenni aggiunge: “La disposizione di forme e colori è, nella musica di Claudio Fasoli, inestricabile dalla composizione, dalla pianificazione armonica, melodica, contrappuntistica. In questa visione sobria e profonda, Fasoli ha raggiunto esiti di grande originalità, che lo staccano da altre esperienze del jazz contemporaneo e fanno di lui una delle voci più singolari della musica di ricerca”. Opinioni confermate anche nelle introduzioni, del filosofo Massimo Donà, del musicologo Carlo Boccadoro, di Franco Caroni, fondatore di Siena Jazz, ma anche dagli interventi di molti musicisti e critici.

Continua a leggere

I MIGLIORI DISCHI DEL 2016 a cura di Antonio Bianchetti


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Tutti gli anni lo ripeto, come consuetudine, queste sono sostanzialmente le mie scelte, derivate dai miei acquisti, variegate poi dal mio stato d’animo. Infatti, noterete dei generi musicali diversi, ma che coesistono perché l’emozione profondissima emanata dalle loro tracce, non ha eguali con qualsiasi altra bellezza. Alla fine un genere solo mi stanca, e pur mantenendo un equilibrio di fondo, preferisco alternare coloriture diverse per sentirmi vivo, sempre pronto a soddisfare i miei molteplici stati d’animo.
La musica che viene incisa e buttata sul mercato di questi anni 2000 è di un’enormità produttiva sconsiderata, la quale finisce per confondere le idee degli appassionati e non solo. Io preferisco distillare quelle poche energie creative vere, nate non da una banalità ricorrente o addirittura asfissiante, ma dalle idee autentiche generate dalla passione e dalla voglia di suonare, e in senso più ampio dalla voglia di vivere. Sentirsi artisti, è anche questo.
Poi come sempre succede, quando l’istinto prende il sopravvento sulla ragione, tante scelte sono frutto di emotività disparate, ma che poi alla fine, riflettendoci sopra, non sono poi così errate dal contesto iniziale e col senno di poi, risultano giuste. Ecco per esempio che per un esperto attento, tra le mie scelte ho escluso il celebratissimo album di Nick Cave: “SkeletonTree”, di cui mi sono ripromesso di parlarne in un apposito post.
Concludendo vi lascio la mia lista senza nessuna classifica preordinata: 20 dischi, tutti a pari merito, di cui seguono le schede per ognuno.

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VERSO|| DOPPIO|| SENSO – 2 – di Silvia Rosa


[Sorella follia ha un conto aperto col futuro, per questo semina con un pugno di spilli gli occhi di visioni d’altre vite da non vivere mai. Del passato inscritto nelle vertebre piega tutti i giornifin dall’inizio, fino a renderli minuscoli e infiniti insieme, ombre livide che strisciano addosso, una mappa del tesoro da decifrare – impossibile – per ritrovarsi al punto di partenza, quando l’alba appena accesa era un lusso. Sorella follia ha la bocca chiusa, ma a tratti la voce le sgattaiola via senza fare una piega e scende lungo il corpo cieca, scende fino ai piedi e oltre e corre tutto intorno finché le mani non la ritrovano, e ingoiandola a forza la strozzanonel silenzio di una stanza vuota. Sorella follia ha un vestitino bianco cucito di pazienza e di fil di ferro arrugginito, un confine invalicabilericamato punto a croce sulle balzespampanateal vento, e poiin tasca uno scampolo di vene e paura, per asciugarsi il sudore quando c’è troppo caldo e fuori le rose gelano. Sorella follia ha tante figlie quanti sono i dolori del mondo, bellissime e algide, con i capelli intrecciati di rami e di stelle, che osservano immobili dietro un vetro scheggiato ilfranare del tempo e quando fa buio diventano un canto, che nessuno ricorda a memoria.]

S.R.

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