Si sta meglio quando ci si vuole stare! – Dario Rossi –


Gente, viviamo un tempo fatto di tante cose strane.
Sì, perché non è nemmeno più il ritornello sulla crisi che ormai ci impregna le orecchie da troppo. E non è nemmeno l’assenza di un lavoro che a questi poveri ragazzi li sta massacrando tutti; né, tanto meno, quella menata sui valori che non si hanno più o che si stava meglio quando si stava peggio. No no, io credo più semplicemente, che a questo mondo ormai succedono solo cose strane.

Detto questo, che ovviamente lascia il tempo che trova…

dario

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Eppure ci guardò in quel vaso di Pandora – Assia Wevill


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“mio carissimo Vatinka…
la prospettiva di ciò che mi attende è talmente cupa, che il vivere il resto della mia vita significherebbe più dolore di quello che potrei mai sopportare. È una vita di solitudine e di dipendenza. Dipendenza da una ragazza alla pari per le cure di Shura e dai miei datori di lavoro, un’agenzia pubblicitaria di terza categoria pronta a licenziarmi in caso di malattia. Nessun marito. Nessun padre per Shura. Ho spesso contemplato il suicidio, ma nel passato, la pena che questo ti avrebbe arrecato, e il crimine che avrei commesso nei confronti di Shura, mi hanno fatta desistere all’ultimo momento. Ho sognato di vivere con Ted e questo sogno è finito. I motivi ora non hanno più valore. Non ci potrebbe mai essere un altro uomo. Mai. Ti assicuro, carissimo Vatinka… non avresti potuto augurarmi altri trent’anni di questa vita, non credi?…. Grazie per tutto l’amore che mi hai sempre dimostrato. Ti ho amato tantissimo, non disperarti per me. Credimi, ho fatto la cosa più giusta… La vita sarebbe stata infinitamente, infinitamente peggiore. Ho vissuto abbastanza a lungo. È necessario capire quando non c’è più motivo per continuare… Ti prego, non pensare che la mia sia pazzia, che abbia fatto questo in un momento di pura follia. I conti sono semplici e tornano. E non avrei potuto abbandonare Shura lasciandola da sola. È troppo grande per essere adottata.
Arrivederci, Lonya, padre mio, mio protettore. Mi manchi moltissimo.
Arrivederci amatissimo papà.”

Trascina un materasso in cucina/ci mette a dormire sua figlia/sigilla porta e finestra/ingoia acqua di sonniferi/apre il gas poi il forno/aspetta la morte/la loro/insieme.

Era il 23 marzo 1969 e Assia lasciava due lettere a sigillare un suicidio, il suo. Una per suo padre e l’altra, che mai fu ritrovata, per Ted Hughes. Voglio raccontarvi questa storia, con tutto l’intimo senso che comporta. Non è per chiacchierare della vita di qualcuno fin troppo chiacchierato, nemmeno per impietosire quanti l’avranno pensata sempre e solo come colei che spinse “l’immensa” Sylvia Plath a morire dopo essersi scopata suo marito. Più semplicemente, voglio raccontarvi questa storia…

Una giovane donna cresceva a Tel Aviv figlia di un medico ebreo, in fuga come tanti dopo quella guerra di persecuzioni. Arrivò a Londra, tenendosi stretta tra le dita la fuga. Era piena di fascino, elegante, femminile. Di quelle donne che forse giustamente non dovrebbero invecchiare mai. Aveva sposato nel 1960 un canadese, più giovane di lei. Un uomo d’intelletto, un poeta, con il quale Assia si avvicinò ai caffè letterari, conobbe altri poeti, sfamò il suo bisogno di mondanità. Era un’estroversa e lui era David Wevill. I due – come capita alle migliori famiglie – affittarono una casa a Chalcot Road, da una coppia di proprietari che avevano deciso di trasferirsi nel Devon.

sylvia e ted piccolo

Tra casualità, cortesia, gesti dapprima formali e poi amicali David e Assia/Sylvia e Ted iniziarono a frequentarsi. Finché il destino fece il resto. Almeno così direbbe Hughes, convinto sostenitore della fatalità. Io credo piuttosto che successe quello che succede a tante vite. Ted forse stanco dall’impegno di una donna vittima di se stessa trovò in Assia l’aria mentre stava soffocando o magari, semplicemente sfamò ancora di più il suo bisogno di essere a tutti i costi indispensabile per qualcuno. Era successo per Sylvia – per assurdo anche dopo la sua morte – ora succedeva ad Assia. Hughes dal profilo di squalo. Il marito e poi l’amante. Poeta rampante della sua generazione inglese e discretamente piacente.

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Spesso ho letto di lui. Innamorato della vita. Spesso ho letto di lei. Sylvia che scelse di evaporare nel gas e “Sembrava un’invalida, tanto era priva di protezioni interiori”. Questa storia di loro è stata raccontata tante volte. E Assia? Dov’è quella donna che chiese di esser sepolta in un cimitero di campagna e invece fu cremata insieme a sua figlia? Sparsa chissà dove da quel padre/uomo/amore assente. Quasi a volerne negare anche l’ultimo desiderio.

“Non la trovammo noi – fu lei che ci trovò.
Ci scovò a fiuto. Il Destino che portava
ci scovò
e ci riunì, ingredienti inerti
per il suo esperimento.
La Favola che portava
requisì te, me e lei,
marionette per la sua rappresentazione.”

Vissero da amanti Assia e Ted e dopo la morte di quella moglie che gli lasciava due figli, andarono a vivere nella casa acquistata nel Devon. In quella piccola comunità fatta di giudizi iniziarono le insicurezze e il loro sordo tonfo nella testa di una donna che in fondo non era mai stata scelta. Assia cresceva i figli di Sylvia, dopo aver abortito un figlio suo. Assia si inventava moglie senza però esserlo, la divorava quel confronto di forzata assenza. “Sylvia mi sta crescendo dentro, enorme, magnifica. E io mi sto seccando, rimpicciolendo. Entrambi [Sylvia e Ted] mi finiscono a morsi. Si nutrono di me”

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Nacque Alexandra Tatiana Eloise nel 1965, figlia loro. Finalmente Ted e Assia esistevano in qualcosa di grande, condividevano due occhi che tutti chiamavano “Shura”. Ma nemmeno in questo che sembrava un gesto d’amore Assia si pacificò. Forse perché ormai ossessionata o forse perché quell’uomo per il quale viveva continuava ad esistere ovunque meno che al suo fianco: “Prima di tutto il resto c’è Sylvia, e dopo di lei, il Grande Schema, il Genio, i suoi bambini, e l’immobilità del sole, i milioni di falchi e pesci, e l’ombra della notte che io non posso vedere, né sentire…”

Vivevano in quella casa senza appartenenza e l’ostilità di tutti era chiara. I genitori di Ted non le volevano nemmeno parlare, e certo lui non si preoccupava di difenderla e di difenderli. Successe allora che l’incapace di responsabilità, quello impegnato a sfamare la creatività più che la vita vera invitò Assia ad andarsene. La caccio, come si caccia un chiodo dal muro. In pochi giorni lei e sua figlia si ritrovarono sole in una Londra con le fauci aperte. Divorate. Non aveva un lavoro, faticò per ritrovarne uno. Non aveva l’uomo che dannatamente amava. Era piena di disperazione Assia…

“Ti scrivo dall’esofago, dalla mia gola e dalla mia enorme, sempre aperta ferita. Scrivo alle tue mani grandi, alla pura bellezza all’interno dei tuoi polsi, ai tuoi occhi dei momenti felici. Non ti scrivo dal cervello, ma da sotto il mio esofago. Voglio sapere se vuoi riparare le cose fra noi perché mi ami ancora, perché senti ancora quella forza primitiva che ci unisce…. o se mi vuoi solo come istitutrice per aiutarti a crescere i tuoi figli. Ho ancora la forte speranza che ci si possa costruire una vita felice, piena d’amore. So di amarti ancora con la mia testa, e il mio corpo e la mia vita, mio adorato Ted. Apriti, apriti a me come facevi un tempo. E insieme a te fiorirò di nuovo, e potrò prendermi cura di te, darti tutto quello che ho… Fino ad oggi, tutti, tranne te, hanno dettato legge sulla nostra vita. Abbiamo bisogno di stare per conto nostro… Sento così tanto amore per te, per la tua parte migliore. Ti ammiro e ho paura di te, del potere che eserciti su di me. Nessun altro uomo ha avuto tanto potere sulla donna che è in me. Contraccambia questo mio amore e, se non ne sei capace, allora dimmelo, lasciami andare con quel poco di pace che saprò salvare.”

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Io non so se esistano vittime e carnefici, né so quale sia stato intimamente il reale vivere dei protagonisti di questa assurda storia, però so che lei tra di loro è quella che più mi ha commosso. Non era una poetessa Assia, non riusciva a maledirsi in una vita così tanto da nutrirsi di pianto. So solo che lei in qualche modo mi trema dentro. Io donna. Finì in quel giorno di marzo, carnefice/vittima di se stessa consapevolmente…  e la penso sorridere mentre sceglie il gas, ancora una volta come Sylvia, la penso scrivere in quella lettera mai ritrovata a Ted senza: più amore ne odio.

“FERMATI, GUARDA E ASCOLTA” – Elsa Schiaparelli


Sono nata tra i fili e l’odore inconfondibile dell’olio delle macchine da tessitura. Da piccola sperimentavo, giocando, su manichini nudi, li vestivo di stoffe cucendole solo di spilli e disegnandole di gessi. Inventavo ricami e forme nel laboratorio di mia mamma – senza attitudine ne desiderio di essere una stilista ma solo per gioco – costretta ad occupare il tempo che mi restava tra la scuola e il catechismo mentre intorno a me quelle mani di donne realizzavano vestiti veri.  Intere collezioni commissionate o singoli completi su misura per corpi “deformi” o anche “troppo in forma” di donne decise a spendere abbastanza per lusingarsi, magari solo per distrarsi. Insomma, la moda c’è sempre stata nella mia vita, è sempre stata un interesse preciso, indotto dalla genetica forse o solo educato dalla presenza di chi quel mestiere sapeva proprio farlo. Crescendo ho acquisito il gusto e la coscienza delle proporzioni, capito l’importanza di ogni abbinamento, accettato (non senza fatica) quello che il mio corpo poteva permettersi e quello che proprio invece non doveva contemplare. Soprattutto da adulta, ho capito l’importanza della Signora Moda nella nostra società, quanto rappresenti la storia e i suoi innumerevoli girotondi.
La moda è specchio della realtà che ci circonda ed è stata arte eccelsa nelle mani di menti sensazionali e brillanti.

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“un abito non è solo stoffa: un abito è un pensiero”

Mai citazione fu più vera! La scriveva una donna eccezionale, che ha fatto della moda la sua vita attraversando lo storico e da esso prendendo come si dovrebbe sempre per creare, inventato un colore, esprimendo posizioni personali e pensieri unici nelle sue collezioni, collaborando con personaggi di sensazionale spessore artistico, rivisitando il ruolo della donna negli abiti e dunque nel suo tempo, vincendo lotte e perdendo poi tutto senza però mai più oscurarsi d’importanza. C’era il tempo tra le due Guerre, la moda di quel tempo e due donne che seppero crearla: Gabrielle Bonheur Chanel e Elsa Schiaparelli. Elsa nacque nel 1890, figlia del benessere e di tutte le obbligate limitazioni che questo comporta, l’arte fu subito un’amica con cui camminare a braccetto…

“Avevo un pensiero fisso in testa: salvarmi dalla monotonia della vita di salotto e dall’ipocrisia borghese. Per le mie idee d’avanguardia venivo considerata una folle

Pubblicò a ventun’anni una raccolta di poesie, che fu anche apprezzata ma che comunque turbò l’aristocratico perbenismo della sua famiglia, tanto che per non correre rischi con questa figlia “folle”scelse di esiliarla in un convento svizzero. Ma giustamente, l’animale in gabbia si ribella. Elsa fece un lungo sciopero della fame contro la forzata reclusione finché non le fu accordato il trasferimento a Londra. Nella capitale inglese conobbe quello che poi divenne “sciaguratamente” marito e padre dell’unica sua figlia Gogo (mi fa sorridere l’assonanza di questo nome con quello della sua antagonista per eccellenza Coco). Questo insieme di tre, prima di sfasciarsi, si trasferì a New York dove poi Elsa rimase sola e con Gogo molto malata.  Non le rimaneva che tentare la sopravvivenza usando quella caparbietà scaltra che solo certe donne possono avere. Questo lei fece. A New York conobbe e frequentò gli artisti d’avanguardia dadaista, Man Ray, Baron De Meyer, Alfred Stieglitz e Marcel Duchamp, e nel 1922 ospitata dai coniugi Picabia, si trasferì a Parigi.
Madre/donna/ creativa

elsa ok

A Parigi un incontro illuminò il suo destino…

“Un giorno accompagnai una amica americana ricca nel piccolo hotel straripante di colori che Poiret aveva in Faubourg Saint-Honorè. Era la prima volta che entravo in una Maison de Couture. E mentre la mia amica sceglieva degli abiti, mi guardai intorno abbagliata. Silenziosamente provai dei vestiti e, dimenticando completamente dove mi trovavo, passeggiai, molto contenta di me, davanti allo specchio. Misi un mantello dal taglio ampio e largo, che sembrava fosse stato fatto per me. Era di velluto d’arredamento nero con grosse bande lucenti, doppiato in crepe de Chine blu vivo. Era magnifico. – Perché non lo acquistate, signorina? Si direbbe fatto per voi. – Il grande Poiret in persona mi guardava e io sentii lo choc delle nostre due personalità. – Non posso, risposi. E’ certamente troppo caro, e quando potrei metterlo? – Non vi preoccupate del denaro, riprese […]. E poi, voi potreste portare qualsiasi cosa in qualsiasi posto. – Poi con un affascinante saluto me lo offrì. Nelle mie stanze scure, il mantello somigliava a una luce del cielo.”

Era iniziata l’avventura di Schiap, soprannome affibbiatole per semplificare quel cognome fin troppo italiano e divenuto poi il suo vero nome d’arte. Nel 1927 venne presentata la sua prima collezione, si trattava di maglieria ispirata al Futurismo e a Poiret. Un golf fu la porta che si spalancò sulla moda. Realizzato con un particolare punto a maglia bicolore, che Elsa modificò creandoci sopra i più disparati disegni. L’idea del golf trompe-l’oeil fu premiatissima, il primo lo indossò lei stessa poi liberò la sua fantasia e nel tempo di un giro sul posto tutte le signore alla moda avevano un maglione trompe-l’oeil.

maglione trompe-l’oeil

Indossava personalmente le collezioni più stravaganti, l’abito era un’azione concreta sulla sua epoca e sulla cultura delle donne. Il vestito diventava comunicazione interpersonale. Nei primi anni trenta la produzione di Schiap crebbe assieme al suo coraggio. Rischiava. Si sentiva un’artista e proprio per questo fecondava di senso ogni sua creazione. Stabilì una silhouette femminile capace di rappresentare la donna che stava emergendo, decisa a creare abiti in grado di proteggerla dai contrattacchi del maschio, contro il quale era ormai viva una sfida di superiorità. Creava gli abiti e loro creavano una rivoluzione sociale. Aveva vissuto e subito il fallimento del suo matrimonio ed era rimasta sola con una figlia da crescere, per tutto questo la “sua” donna – diffidando degli uomini – doveva essere un universo autonomo. Ideava per la “nuova” donna degli anni trenta vestiti con imbottiture, dalle linee dritte e verticali e dalle spalle larghe e squadrate, pulsanti di decori che fossero  femminilità ma irrinunciabile armatura.

giacche schiap

Ingrandì nel trentuno la sua Maison, ogni settore aveva un responsabile e vantava ormai una serie di collaborazioni. Questa coraggiosa donna ce l’aveva fatta! Nel 1935 Elsa scelse di non limitare più la sua produzione agli abiti; voleva proporre alle clienti tutto. Abiti, accessori, profumi Schiapparelli. Sfogò liberamente la sua teatralità sfruttando l’intuizione che lei per prima ebbe, quella di creare nella sfilata lo spettacolo, la proposta, l’aspettativa. In poco tempo la sua boutique fu famosa per la nuova formula di pret a porter. Proporre taglie standard e abiti pronti, accessori solo da provare e scegliere. Sperimentava Schiap e si divertiva, creava, provocava. A Copenaghen un giorno, passeggiando al mercato del pesce, vide donne sedute sui canali con in testa cappelli fatti con fogli di giornali ripiegati. Tornata a Parigi ritagliò articoli che parlavano di lei e li mise insieme per farci stampare seta e cotone. Era il 1935 e quella stoffa stampata divenne la sua nuova collezione… la chiamò:  “FERMATI, GUARDA E ASCOLTA”.
Voleva l’individualismo Schiap, anche osando contro l’alta moda.  Era sempre presente il contatto avuto anni prima con gli artisti Dada e i Surrealisti. Nel 1936 sull’azione creativa di Elsa fu forte la presenza di due importantissimi artisti del surrealismo: Cocteau e Dalì con i quali cercò di proporre un parallelismo tra linguaggio del corpo e abiti.

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Dalì disegnò per Schiap un tailleur su cui furono cucite delle bocche che nell’immaginario dell’artista rappresentavano l’organo genitale femminile, con il tailleur fu presentato un cappello a forma di scarpa proposto come simbolo fallico. Attraverso questi accostamenti il capo poteva esprimere autenticamente qualcosa che fino a quel momento si era invece voluto celare.  Comunicazione dall’interno verso l’esterno passando attraverso l’abito.

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Restando alla comunicazione nel 1937,   Schiap creò il profumo “Shocking” e con esso tra genio e naturalezza nacque quello che sarà per sempre il rosa shocking…

“Nacque la bottiglia di profumo a forma di donna […] il colore d’un tratto mi si palesò davanti agli occhi: brillante, impossibile, sfrontato, piacevole, pieno d’energia, come tutta la luce, tutti gli uccelli e tutti i pesci del mondo messi insieme, un colore proveniente dalla Cina e dal Perù, non occidentale; puro e non diluito. Così chiamai il profumo Shocking. La presentazione sarebbe stata Shocking e la maggior parte degli accessori e degli abiti, sarebbero stati shocking. […] Il colore shocking si impose per sempre come un classico.”

profumo

Nel trentotto la ricerca di questa sensazionale donna cambiò ancora una volta, si rese conto che la concettualizzazione di Dalì le stava ormai stretta e che la strada da percorrere doveva essere ancora più “surreale, ancora più libera. Vestiti come pagine bianche da riempire. Si ispirò a quello che era stato l’esempio di Duchamp e dei suoi ready-made. La collezione “circus” del 1938 fu la massima espressione di tutte le sue ricerche, la sfilata fu davvero uno spettacolo fatto da acrobati tra capi che erano ormai gioielli.

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Poi venne la seconda guerra mondiale e tutto quello che una guerra fa… questa storia la lascio così, come avesse ancora l’orlo da cucire. E’ stato bello raccontarvi di lei, chiamarla per nome come fosse un’amica, sorridere e in qualche modo invidiarla. Come spesso mi capita di invidiare certe donne che stimo e che per me diventano esempio da seguire, bellezza a cui tendere.

“Il vestito perfetto che resiste alla moda e alla vita è solo uno: il vestito della libertà”

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Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio… LINO BANKSY


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Chissà se quella mente geniale che è Banksy nel ’98, quando organizzò l’enorme raduno dei graffitari “Walls On Fire”,  lo avrebbe invitato… io dico di sì!
Allora, capiamoci… volevo parlarvi di uno degli artisti che più mi ha divertito da non ricordo nemmeno quanto. Lui, che ha scelto un’icona del cinema italiano, ritrovando quel gusto “sano” che può avere il trash unendolo alle opere geniali dello street artist più importante di questo momento. Creando un binomio che ha del sensazionale a mio parere.

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La dissacrazione dentro la dissacrazione, il sorriso ad alleggerire ogni intesa concettuale troppo importante, la simpatia di quel faccione barese che ha allietato persone e persone nelle sue commedie all’italiana, unita all’importanza dell’opera di un sovversivo come Banksy.

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L’artista di cui vi sto parlando, con il sorriso fisso sulle labbra, è un “artista di streda”  e si chiama (ovviamente) Lino Banksy.

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Girando per Roma trovate dei suoi attraenti stencil e questo “usare” l’arte per canzonare, in un certo modo, l’esasperato bisogno di significare a tutti i costi io trovo sia un suo tratto distintivo e di forte impatto. Giocare con gli spazi urbani, come ogni buono street artist, ma giocarci soprattutto per indurre a una benedétta risata deliziando gli occhi di chi guarda e anche, soprattutto, il suo spirito.

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Ha giocato talmente bene sulla sua pagina Facebook questo ragazzo, che s’è già portato a casa 10.700 like, si è imposto da perfetto sconosciuto ottenendo un suo pubblico di riscontro e un tam tam nel Web di tutto rispetto.

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« Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio, ego me baptizzo contro il malocchio. Puh! Puh!
E con il peperoncino e un po’ d’insaléta mi protegge la Madonna dell’Incoronéta;
con l’olio, il sale, e l’aceto mi protegge la Madonna dello Sterpeto;
corrrrrno di bue, latte screméto, proteggi questa chésa dall’innominéto. »

Buona fortuna Lino Banksy.
Fan page: https://www.facebook.com/pages/Lino-Banksy/178010072231035?fref=ts

COSI’ OSAVANO LE NOSTRE IDEE


prima

Mercoledì 15 maggio  

Roberta…
ore 5.45: In strada, considerando l’ora non è nemmeno molto freddo. Certo è sempre strano svegliarsi quando tutti dormono e percorrere vie conosciute semivuote. Ma appena arrivata in stazione l’idea romantica dell’alba in solitudine mi abbandona, orde di umani già frenetici popolano la stazione di Tivoli.  Da qui parto per Roma e da Roma parto per Torino, nemmeno troppo giro in fondo.

ore 7.05: Entro in un bar della stazione Tiburtina, che tutta nuova sa di ordinato ma non è certo bella. Prendo un caffè, le sigarette, esco sul piazzale, controllo i treni e cerco il mio “Italo 9914”. Binario 12. E’ancora presto ma decido lo stesso di trascinare me e il trolley verso il binario, poi sigaretta.

ore 7.55: Il treno è preciso come il ciclo mestruale di una venticinquenne, occupo il mio posto, il numero 40 della carrozza 10, chiedo ad un “forzuto” giovane di aiutarmi a tirar su la valigia (che dai non ho caricato come se partissi per 5 mesi!). Mi siedo, mi guardo intorno e penso sarebbe bello un po’ dormire.

ore 09.44: Nulla, non si dorme. Provo e riprovo, inviperita perchè il cristiano accanto a me ha solo dovuto poggiare le chiappe sul sedile per cantare immediatamente l’Aida. Io non riesco, nulla. Così leggo, scrivo, guardo fuori, vado in bagno (che su questi treni si chiude ermeticamente e ti mette un ansia che quasi non ti scappa più), torno al mio posto e realizzo.  Realizzo che sto andando ad uno degli eventi più importanti di sempre in campo editoriale. Un “io c’ero” che già so ricorderò per sempre. Okay, mancano ancora due ore, non serve masticare ansie!

Adriana…
Ore 9.00: Suona la sveglia ma io fingo di non sentirla come mia abitudine. Alla fine decido di elevare comunque il mio corpo in un luogo altrove, ovvero verso il bagno. Mi lavo, ebbene sì, per un’occasione così importante. Accendo il cellulare e vedo se le mie compagne di viaggio sono sane e salve: una sì, l’altra, Roberta, non so ma non mi preoccupo, so che lei può farcela.

Ore 10.30: Che faccio? Mi avvio anche io verso Torino? Sarà un viaggio estenuante ma bisogna farlo, il dovere prima del piacere. Dopo ben circa mezz’ora sono alla stazione della Metropolitana di Torino e dopo circa altri dieci minuti sono a Torino. Breve ma intenso, si dice.

Ore 12,10: Suona il telefono. Ho tratto la frase da una canzone. E’ Roberta, è arrivata. La aspettiamo al fondo delle scale mobili. La riconoscerò? In realtà non l’ho mai vista. Ok, vedo una ragazza con una valigia piccola ma tozza. Mi sorride. O è una malata mentale o è lei. O è entrambe.

INCOMINCIA L’AVVENTURA!

seconda

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Tutto quello successo dalle 12.10 – cioè il nostro arrivo/incontro – alle 10.00 del 16 maggio – cioè ufficiale apertura della 26° edizione del “salone del libro di Torino” – ve lo risparmiamo… non perché poco interessante ma perchè anche noi, quasi, preferiremmo non ricordarlo. Solo sappiate che abbiamo percorso chilometri sotto una impietosa pioggia battente, raggiunto il mastodontico lingotto bagnate e già malate, allestito il nostro stand tra ilarità e panico e finalmente cenato intorno alle 23 sfrante ma comunque molto soddisfatte!

quarta

terza

Giovedì 16 maggio

“Dove osano le idee” è lo slogan scelto per questa XXVI del Salone Internazionale del Libro di Torino e che a me è piaciuto tanto. Osano tutti qui al Lingotto Fiere; osano gli editori in un momento non certo semplice per questo settore,  osano gli autori nel loro scrivere vista la richiesta commerciale che ormai spesso verte su argomenti triti e ritriti, osano gli addetti ai lavori che popolano tacitamente un evento così grande –  quelle presenze di cui nessuno si accorge ma che smazzano questioni su questioni perché questo “baraccone di parole” funzioni perfettamente per almeno sei giorni – osano le persone che affrontano file lunghissime per esserci…
Dunque sì, osano davvero le idee qui, questo prima ancora di ogni polemica è un fatto certo!!

Si entra con netto anticipo rispetto ai visitatori; c’è uno stand da ritoccare nell’allestimento e i primi caffè da bere per portare a termine la giornata. Il Salone ha cambiato volto rispetto al giorno precedente, si è arredato di luci e moquette ed è pronto al via. L’atmosfera mi sembra quasi surreale e come una bambina davanti a dei nuovi giochi inspiro ed espiro profumo di libri. Ma se fino a ieri lì dentro mi sentivo un punto minuscolo in un mondo gigantesco ora mi sento parte integrante di quel mondo. Mi sento come se fossi a casa.

E’ trascorsa già metà giornata, c’è sempre da fare dentro questo posto; parli, ridi, fumi, bevi caffè, ti ricordi ad un certo punto di mangiare anche se poi mangi continuamente, ascolti le presentazioni continue in un luogo o in un altro, giri per gli stand e ti impregni di carta. Quando ho deciso di partecipare ero un po’ prevenuta lo ammetto, questa benedetta editoria che per noi autori a volte è un mondo così sconosciuto e nemico, non sapevo bene come prenderla. Poi, standoci nel mezzo, devo dire che molte mie negatività non hanno trovato riscontro, forse semplicemente perché a volte basta spostare il punto di vista. Il Salone è ben organizzato, puoi girarlo anche senza pianificarti e trovare tutto, i padiglioni ordinati e funzionali, i servizi sufficienti e puliti, lo spazio vitale ben distribuito e i colori perfettamente bilanciati.

quinta

Ed è già finita una giornata. Il tempo talvolta sembra passare lento, probabilmente a causa dei dolori ai piedi che iniziano a farsi sentire, e talvolta passa velocemente, troppo velocemente, perché ieri ancora tutto doveva aver inizio ed oggi sembra già troppo vicino alla fine. Potrei parlare dei primi curiosi, dei primi lettori, di un’affluenza ancora bassa – ma è solo Giovedì – e dei primi stand che sono riusciti ad attirare la mia attenzione. Potrei parlare delle prime presentazioni a cui ho volontariamente e no assistito, della pioggia che non ha dato tregua, del pranzo consumato ‘spiluccando’ a uno stand o all’altro l’aperitivo e così via. Parlerò di un Salone a cui non avevo mai partecipato e che già sento un po’ mio. Già, nello spazio Incubatore c’è una leggera aria di ‘cameratismo positivo’.

Dei piedi dolenti ha già scritto Adriana, questo sarebbe l’unico aspetto di cui vi parlerei stasera. Cos’è il salone del libro di Torino? Il mal di piedi! Siamo rientrate nell’appartamento stanche ma motivatissime, domani si prevede molta affluenza e noi affronteremo tutto con tipo 4 ore di sonno. Sì, la dura vita dell’editore!

Venerdì 17 Maggio

Il Lingotto Fiere di Torino si presenta come un ampio spazio dedicato a fiere e congressi: parcheggi, hotel, centri commerciali e quant’altro fanno da sfondo a quello che sembra già dall’esterno una grande luogo di scambio. Manca ancora un’ora all’entrata eppure il piazzale antistante è già piuttosto pieno di persone e studenti. E’ uso ormai consolidato che da Torino e provincia il Venerdì giungano scuole medie e superiori al Salone: questi ragazzi forse non saranno interessati, forse non saranno acquirenti o forse – senza pensarlo neanche loro – girovagando con gli amici troveranno comunque una lettura interessante per loro. Così al Salone del Libro di Torino ti capita anche di rimanere completamente assorbita da un’orda di bambini in età da Scuola Materna: loro guardano tutto e poi guardano te e nei loro occhi vedi un po’ di quel bambino sognante che è rimasto in te.

bambimi

sesta

La città che abbiamo percorso per arrivare al Lingotto è tutta al servizio di questo evento, negozi che pubblicizzano, mezzi pubblici che cambiano gli orari solo per questi giorni, tutta Torino che si muove per e con la fiera del libro. Hanno attrezzato un intero padiglione per le scuole, iniziative, giochi, volontà… questo mi fa credere ancora che la cultura può salvare molto e dovremmo badarci più spesso. Noi adulti di questo dovremmo sentire piena responsabilità. Non voglio raccontarvi di alcuna polemica, perché trovo sia inutile parlare sempre delle stesse cose; piuttosto voglio raccontarvi dell’Incubatore, che è lo spazio dedicato agli editori con meno di 24 mesi di vita ed è lo spazio che mi vede continuamente presente. Dentro l’Incubatore, accanto al nostro stand, due passi più avanti, ci sono libri voluti, progetti appena nati, intenzioni preziose, persone semplici che tentano una strada indipendente e non facile. Loro per me sono il salone del libro di Torino. Certo, per dovere di cronaca, devo anche dirvi che lo spettacolo esiste, pateticamente come esiste per questo nostro tempo di lustrini fasulli. I “pescecani” che ad ogni presentazione sfamano per due ore con buffet da prima comunione, o alcuni ospiti che hanno sfilato su quella moquette paralizzando tutto, manco fossero il papa che butta le scarpette rosse per puro diletto!

La cultura a volte è anche spettacolo: sarà forse triste da dirsi ma è vero. Così, mentre passeggi al ritorno dalla toilette improvvisamente ti ritrovi circondata da poliziotti e guardie del corpo e comprendi perché in molti si lamentano dei mass media. C’è un scrittore (?), giornalista (?), showman (?), ed intorno a lui presto si forma la calca: non ho mai letto nulla di suo perché tendenzialmente non leggo ciò che viaggia sull’onda della pubblicità. Mi fermo, lo guardo, e cerco di comprendere perché si sia formato quel capannello di persone. Non lo capisco, passo oltre.

Avrei voluto scrivervi qualcosa sul programma, cercare di raccontarvi quello che ci accade intorno ma prendendolo fisicamente in mano mi rendo conto che è un’impresa impossibile. Gli eventi sono continui: i laboratori, le presentazioni, gli incontri, le letture; chiunque può interessarsi a qualcosa mentre passeggia tra i libri e riuscire in un intento così ampio è una nota di merito organizzativa che esclude ogni eventuale accanimento sui contenuti. Almeno esclude il mio, per ora.

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Scopro con estremo piacere la vicinanza della cucina ai libri, lo scopro con piacere del mio palato che è già pronto a gustare tutto ciò che può. Ci troviamo davanti a ‘Casa Cook Book’, luogo in cui è possibile trovare libri su ogni tipo di cucina ma soprattutto luogo in cui è possibile trovare una cucina. Assaggio una bruschetta preparata da alcuni chef mentre Catena Fiorello legge un passaggio del suo libro, e pensare che non l’avevo riconosciuta. Ecco la differenza tra gli uomini al Salone del Libro: c’è chi è lì per il personaggio, c’è chi è lì per tutt’altro. Fosse anche solo per mangiare.

Sabato 19 Maggio

C’è un piazzale già gremito al nostro arrivo: quattro o cinque code si snodano lungo il parcheggio. Torno ad osservare la folla pochi minuti prima dell’apertura e noto che le code non esistono più: la folla sembra davvero quella in attesa dell’inizio di un concerto – anche La Stampa ha così intitolato il suo articolo in prima pagina. Il Salone del Libro non è solo uno spazio commerciale, come i più credono, o meglio non è solo quello: lo è certamente per i ‘grandi nomi’ e i ‘grandi editori’ – laddove la parola grande non sta ad indicare la loro portata culturale ma solo il loro immenso portafogli – ma non lo è per i medi e piccoli editori. La vendita conta ovviamente, sarebbe quasi irrisorio dire il contrario, ma c’è qualcosa che conta di più: la visibilità. Per tutte le opere, per tutti gli autori, per tutti i progetti, che non trovano spazio nelle grandi librerie d’Italia, il Salone di Torino rappresenta un punto di svolta: sono stati contati all’incirca 330mila visitatori, se anche solo un terzo ha visto te vuol dire che hai raggiunto un pubblico così vasto che altrove non avresti trovato. Oltre a tutto questo ci sono i rapporti, quelli con le altre realtà, con gli altri editori, con gli addetti ai lavori che possono sempre darti un consiglio e insegnarti qualcosa. A Torino ho scoperto che la competizione non esiste e che, se esiste, la si può trasformare in partecipazione e condivisione.

Cosa dovrei aggiungere? Adriana ha fatto un intervento così giusto ed è pur sempre sabato in fiera… siamo qui cerchiamo magari di vendere, ma prima di tutto è il ritmo di questo evento che ci rapisce completamente. Ti cercano al Salone del Libro e ti trovano anche, arrivano proposte continue; stampatori, autori, grafici, illustratori, agenti letterari, tutti qui a guardare e a farsi guardare, a muovere l’energia in questo spazio che mi piace pensare finisca in ogni singolo libro già stampato e in tutti i prossimi che da qui, assolutamente, si avranno.

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E’ davvero finita questa giornata? I miei occhi brillano ancora di curiosità anche solo al pensiero di tutto le persone a cui ho rivolto un breve saluto. La stanchezza inizia a prendere il sopravvento un po’ su tutti e anche la moquette mostra i primi segni di troppi passaggi. Il Salone è anche questo: qualcosa che si rompe e viene prontamente sostituito. Gli sguardi con il vicino di stand, una sedia lontana su cui riposarsi un breve attimo, un’occhiata alle scarpe della hostess addetta alla sala presentazioni che ieri aveva i tacchi e oggi non più. E nuovamente quella sensazione del troppo vicino e del troppo lontano: sono attimi, quelli in cui vorresti finalmente poter riposare e quelli in cui vorresti non andare più via.

Ed anche oggi a fine giornata quel bel senso di caos compiuto nella testa, alle 23 per le strade di Torino a cercare una cena da mangiare in fretta per allungare le ore di sonno che restano e che sono sempre troppo poche, prima di un altro giorno di fiera.

panino

Domenica 20 Maggio

Davvero al Salone del Libro non va più nessuno? Ho sentito qualcuno dirlo. Beh onestamente anche io trovo eccessivo il prezzo degli stand per gli editori ed eccessivo il costo del biglietto per i visitatori – che poi guardando il costo dell’abbonamento settimanale si riduce notevolmente – però sono certa di non aver mai visto un’affluenza di tale portata. La domenica a Torino mostra effettivamente questo: file umane infinite, passi svelti tra gli stand, code spropositate ai servizi igienici – solo in quelli riservati alle donne ovviamente – e così via. E poi ci sono io, che salto al secondo piano e guardo tutto dall’alto, e da lassù tutti sembrano formiche operose. E rimango incantata. Perché le persone sono tante e creano flussi di movimento continui. E rimango incantata perché purtroppo si celebra – quasi come se fosse un dovere – la fiera della mediocrità anche qui (vedi le urla rivolte al Sig. Saviano) eppure per ogni persona che acquista (pagando un biglietto) un libro di un autore/editore che potrebbe trovare ovunque, se ne trovano due che passeggiano incuriositi tra gli stand dei ‘minuscoli’, ‘invisibili’ editori – ma non per questo meno seri, professionali o interessanti. Inizio a sentirmi parte di un mondo dentro al quale non sapevo ancora d’essere.

decima

Oggi è un giorno pazzo in questa fiera, forse il giorno più pieno. Siamo a metà giornata ma sembrano già le 22. Non so dirvi quanta gente hanno visto i miei occhi, non lo so più sintetizzare. Tra gli stand iniziano sguardi di sostegno e complicità, della serie: “amico io ci sono! Non mollare, mancano ancora otto ore alla chiusura dai!”…e tu ricambi complice, prendi ancora un altro caffè, fumi ancora una sigaretta.

Sorridi agli ultimi curiosi, cerchi di scambiare un ‘buonasera’ con gli ultimi lettori che prendono in mano un libro dal tuo stand e vorresti quasi ringraziarli perché sono le dieci di sera e loro ancora decidono di informarsi su di te. Appena sono oltre il tuo stand di cinque passi,  avvisti la sedia più vicina e le corri incontro. Desideri solo lei.

Lunedì 21 Maggio

L’ultimo giorno di una lunghissima fiera equivale all’ultimo giorno di una gita scolastica, perché è così che noi viviamo queste situazioni: pochissime ore di sonno, tante ore di veglia – cosciente o meno – e tanta voglia di vivere tutto fino all’ultimo minuto. Vorrei tornare qui anche domani solo per vedere il retro del Salone, per rivedere quegli stessi posti oggi ancora così vissuti svuotarsi lentamente di tutto. Ed è già strano, verso sera, iniziare a vedere pile di scatole colme di libri nascoste dietro gli stand, pronti a essere smantellati.

Da domani inizieranno gli articoli sui numeri effettivi, le rassegne stampa sulle vendite, le critiche – non potrebbero mai mancare – e via dicendo. E’ vero, al Salone Internazionale del Libro di Torino gli ospiti sono scelti dalle grandi case editrici; è vero, al Salone i grandi editori prendono spazi considerevoli in ogni padiglione; è vero, al Salone spesso i grandi editori rischiano di offuscare l’immagine degli altri; è tutto vero. Ma è anche vero che è un’arte dei piccoli poter stare al loro fianco, senza sfigurare, anzi andando magari ad interessare il lettore/curioso medio, mostrando a lui titoli, opere e prodotti non meno degni.

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E poi c’è quel “grande” spazio di cui vi abbiamo detto all’inizio. C’è questo incubatore che ci ha ospitato più di ogni altro angolo di questa fiera, in cui gli autori meno conosciuti possono presentare le proprie opere. Uno spazio in cui il pubblico si trova di fronte realtà differenti da quelle che, volutamente, in questo nostro intervento non abbiamo nominato. Uno spazio in cui non importa se sei piccolo, medio o minuscolo… perché chi prende in mano un libro lo sfoglia semplicemente guidato da un qualche suo istinto e basta.
Potevamo raccontarvi della XXVI edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino in tanti modi, abbiamo deciso di farlo nel modo più semplice. Per noi è stata una crescita personale, una possibilità di conoscenza e confronto, un divertimento e questo è il senso di tutte le cose grandi.
Quindi senza ombra di dubbio, promossa questa manifestazione…
perché non può essere altrimenti tutte le volte che osano le idee!

Discussioni in/sensate: essere pene o vagina?


l'origine del mondo2

[L’origine du monde – Gustave Courbet 1866]

Maledetti social network.
Ti svegli un mattino, apri la posta – e già ti sembra strano aver ricevuto un messaggio – e trovi la tua amica che improvvisamente dice di sentirsi un pene. Inutile chiederle cosa intenda dire ma per educazione uno lo chiede comunque.
Così inizia questa storia.
E improvvisamente vieni catapultato in una riflessione socio – filosofica sull’essere pene o vagina. Già, perché non è più importante essere uomo o donna – basta con questo sessismo – ma è importante sapere se si è un pene o una vagina, laddove vagina non vuol dire donna e pene non vuol dire uomo.
Maledetti social network.
Quella stessa mattina ti ritrovi a chiedere pubblicamente se è meglio essere una vagina o un pene, e le donne votano per quest’ultimo:  si sa, le donne amano la comodità e vogliono finalmente fare pipì in tutti gli angoli della terra.
Ma la questione è ben più complessa.
Il mondo ora verrà nuovamente diviso e catalogato in base alla vostra natura più profonda: donne e uomini che voi siate pene o vagina fatevi avanti, questo articolo è per voi!

autostima

[Affresco di Priapo a Pompei]

Maledetti social network.
Una sera stai senza far niente d’importante e parlando della tua vita personale – che in questi giorni ristagna come l’acqua di un pozzo – un tuo amico prende e ti dice “mi sembri un cazzo!”.  Tu  ti fermi, rifletti, ci giri intorno e ti rendi conto che è esattamente quello il problema più grande della tua esistenza ora. Tu vivi come un pene, quando invece sarebbe bellissimo vivere come una vagina.
Provo a spiegarmi meglio: io cerco sempre di piacere agli altri perché così credo di potermi gratificare, tipico atteggiamento da pene che per sua “intima” natura deve far vedere che c’è – pensate a quante volte l’uomo stesso è costretto a toccarlo fosse anche per pratica sistemazione – sì, lui sempre deve far sentire che c’è.  Poi, io mi ergo per rappresentarmi.  Io trattengo, quello che sento secerne per poi liberarsi come una qualsiasi e banale eiaculazione. Sì, vivo troppo come un pene.
Maledetti social network.
Così la mattina dopo l’illuminante scoperta, mi sveglio ancora confusa da questa nuova consapevolezza e mando un messaggio – come per liberarmi da un peso – scrivo alla mia amica che mi sento, a torto e non a ragione, un pene.
Da questo inizia una discussione in/sensata tra me e lei, che prende forma e diventa una ricerca di verità. Non dobbiamo più pensarci uomini e donne ma peni o vagine.

La verità è che noi siamo due peni – non in senso figurato, in fondo non siamo neanche due brutte donnine, non proprio da buttare via – e non vogliamo più esserlo. Vogliamo essere vagine e questo nonostante sembri così semplice non ci viene per nulla naturale, anzi più cerchiamo di essere vagine più il nostro pene si ribella in noi. Non vogliamo più erigerci per farci valere, non vogliamo più tenere tutto in noi per poi eiaculare – spesso in momenti poco adatti – bensì vogliamo riprenderci ciò che è nostro ed essere capaci di dire ‘noi siamo vagine e le vagine non bussano mai due volte’. Per intenderci la vagina non suona neanche una volta: lei prende ciò che vuole semplicemente perché lo vuole, avvolta in quello che la mia amica definisce ‘sano egoismo’. E poi – diciamolo – la vagina ha un certo fascino, è insito in lei. Anatomicamente parlando: il pene è lì, c’è, ingombra, magari infastidisce; la vagina rimane sì chiusa in se stessa eppure ha tutta una sua forza.

TERZA

[LA FONTAINE (Jean de) – Charles EISEN illustrateur]

Ragioniamoci gente, da sempre al mondo esistono alcuni peni puri e alcune vagine pure. La Madonna era un pene puro, Gino Strada è un pene puro, Cleopatra era una vagina pura, Marylin Monroe – che abbiamo sempre creduto fosse esempio di femminilità per mille e mille motivi – ha sempre vissuto artificiosamente come un pene e non come una vagina, senza purezza perché involontariamente forzava una qualche sua naturalità per vivere in modo indotto e ovviamente insoddisfacente.
Analizzando questi aspetti, apparentemente banali, noi ci siamo rese conto che la nostra scoperta è proprio antropologicamente  da valutare, da capire, da affrontare.
Il cazzo fondamentalmente è altruista, chiede il permesso per entrare, è disposto a sacrificarsi, anche laddove si trova a dover godere senza dare godimento in cambio. Insomma la Madonna era pene sì, chi può essere più pene di una donna rimasta incinta senza volerlo? Contando che poi la notizia non l’ha sconvolta neanche così tanto. La vagina invece pensa per sé – e chi fa da sé fa per tre – Cleopatra ne è l’esempio lampante: la verità è che Cleopatra nonstante abbia avuto più uomini di Elisabeth Taylor – impresa difficile ma non impossibile – è sempre rimasta solo di se stessa, senza farsi possedere appieno, sempre per via di quel sano egoismo.

Non riduciamo questo discorso ai minimi termini, la questione è complessa: scegliamo di essere pene o vagina o semplicemente ci nasciamo? La trasformazione è possibile? Rendiamoci conto dei pro e dei contro: per quanto il pene potrebbe risultare come genere superiore, con svariati pregi annessi, è poi la vagina a scegliere anche per lui? La vagina lascia al cazzo la possibilità di credersi qualcuno, di contro lui – per non affaticarsi troppo, immaginiamo – non pone limiti ad alcuna provvidenza?
Donne pene, drizzatevi e diventate vagine!

Beh se non vi è invece congeniale esserlo – perché è soggettiva la scelta e forse naturale – restate pene. L’importante per noi, che abbiamo fin troppo abusato di questo spazio, era in realtà condividere… una scoperta o solo una personale volontà? Ha poca importanza, così come non importa che sia poi diventato – per noi che spesso siamo esagerate – un significato dell’esistere, un tendere a qualcosa, un emanciparsi, un divertirsi, un esistere nuovo. O semplicemente la verità finale è una e solo una: abbiamo giustificato noi stesse e il nostro modo d’essere, in una di quelle giornate in cui scopri precisamente che per “quel motivo” ti stai infinitamente sul culo!

Roberta&Adriana
che da questa “idiozia” sono diventate:

Le Papaye
(http://lepapaye.tumblr.com/)

Fame? No fame. TgsCrew Experiences e chiacchere. – II PARTE –


TGS

Ho visto muri e muri su cui un’identica sigla veniva ripetuta fino allo sfinimento, modificata tra sbaffi e grazie. Dunque non posso non chiedervi: cos’é questa “sconosciuta e misteriosa” TAG?
E: E’ il tuo alter-ego che ti veste e…
S: No, ma quello è il suo nome! L’alter-ego è Isaia Capobianchi…
E: Sì è vero, è anche una cosa brutta quando non la puoi esprimere come la tua vera identità…
S: …anche perché quando disegni non fai quello che fai tutti i giorni, ed è quella la vita vera.
E: Quando dipingi sei semplicemente te stesso e lì ti senti vivo. Roberta, comunque scrivi che Smoke13 non sa scrive’ co’ le bombolette!!
…ancora ridiamo, D. ci ha portato del vino e di tanto in tanto interviene, perché sta diventando sempre di più una gran bella chiacchierata…
S: Sì, è vero. Io non sono un calligrafo con le bombolette, non sono capace! Quello è il mio tallone d’achille.
E: …e il mio qual’è?
S: La pazienza di fare le sfumature (e per questo lo invidio eh) ma lo vedi che sta là e poi lascia stare, non gli va… si stufa proprio!
Perché fate quello che fate? Tra l’altro in un modo non propriamente convenzionale e faticoso.
E: Faccio quello che faccio perché è la cosa più personale che sento, non definendola. Come quando dici ad una persona “ti amo” e quella ti chiede “perché?” …non può esistere definizione. non c’è un perché!
S: …io lo faccio perché me lo hanno imposto!
…Francesco quando interviene è sempre uno spruzzo d’acqua fresca, ci fa scoppiare a ridere poi riprende…
S: …no, io faccio quello che mi emoziona, quindi lo faccio perché mi emoziona.

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Quanto dura una bomboletta?
S: Bah dipende da quanto la sbazzichi!
E: Il tempo di un’intervista…
S: …pure quindici anni…
E: …le bombelette rubate a Temafer di Chieti….
S: …ambè, io ce l’ho ancora!!
…ci interroghiamo sul da farsi, se mettere o meno il particolare di questa bravata… poi pensiamo che alla fine sono passati quindici anni.  Ma sappiate, comunque, che ne ometteremo delle altre; con i writers non si sta mai tranquilli…
Ma insomma, cosa sono i graffiti?
E: I graffiti sono una cosa strana, lo spray è l’immediatezza. E’ una sfida perché ha dei limiti tecnici, devi muoverti velocemente, soprattutto per Francesco che fa ritratti…
S: …lui è più immediato ma il mio ragionamento è più lungo, da quando tracci la linea a tutti colori e i passaggi tonali che usi…
…e questo con lo spray come lo fai?
S: …è una questione di dettagli, di proporzioni e tecnica; se sbagli anche solo un centimetro è la fine. Ormai io non schizzo nemmeno più, ho la foto e dalla foto vado direttamente sul muro.
E: Beh, consideriamo anche che Francesco s’è comprato un pc all’età di trentadue anni eh…
Ah ecco, questo scriviamolo! Rende benissimo diverse idee…
E: Lo spray a livello artistico è materico. E’ bello che si veda sia fatto a spray, in ogni disegno vedi lo spruzzo che compone l’immagine.

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Lo spazio su cui si lavora, in senso di grandezze, ha importanza?
S: E’ importante, cose che fai su piccoli spazi non puoi farle su un muro. Il muro è un’altra cosa. Ho fatto per un mio amico una piccola parete domestica…

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…e m’è piaciuto, ho scoperto un nuovo modo di miscelare i colori, ma non è stata la stessa potenza che mi dà un muro grande o lo spray stesso.
E: …già è troppo bello passare la tinta che prepara la murata!
S: …infatti il muro finito non è bello come quando lo inizi, le linee, le tracce che ti dai… ma la murata finita non ti dà la stessa sensazione di quando la vedi nascere… quasi fare la foto alla fine ti dà fastidio!
E: …quando tu riesci a fare la tua idea precisa, esattamente sul muro è come proiettare una visione…
S: …pensa che un mio amico, pochi giorni fa, mi ha chiesto se attaccavo un poster sul muro. Io l’ho ringraziato perché mi ha dato uno spunto per come fare tra quarant’anni! Questo perché molti non capiscono l’importanza del graffito, molti credono che la traccia sia il graffito finito…

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 …questa è una tecnica che ho inventato io, ma è solo l’inizio di quello che faccio poi sul muro!
…mi accendo un’altra sigaretta, Francesco decide che forse, dopo vent’anni, ricomincerà a fumare…
Quando avete cominciato voi?
E: Ufficialmente noi ci siamo fondati nel ’98. Era un bell’anno quel numero m’è sempre piaciuto!
S: Sì, sai 2000 che palle!
… la fissa che hanno i writer dei numeri…
Ma nel momento in cui non si decide più di “rubare” uno spazio, come si fa con le istituzioni?

E: Il graffito non viene visto come arte purtroppo…
Spesso l’arte non viene vista come arte…
E: …ma per la nostra arte è come fossero miopi, solo che per noi è più difficile, le istituzioni non ti danno spazi se non gli garantisci quello che farai. L’istituzione si sente sempre in diritto nel dirti come devi fare, questo solo perché il nostro lavoro sembra spaventi… parli con assessori e ti fanno riferimenti al mosaico…
S: …una volta abbiamo perso mesi perché volevamo ridipingere un parcheggio comunale e alla fine non ci siamo riusciti… ci siamo scontrati con una realtà ottusa, il disegno secondo loro addirittura distoglieva l’attenzione di chi guidava dentro al parcheggio, così capisci che ti trovi…
E: …hanno dei pregiudizi e il loro pregiudizio nasce dall’ignoranza sull’arte dei graffiti.
S: …quello che ammazza tutta questa creatività e che devi scontrarti con persone che usano solo un loro soggettivo metro di giudizio, questo non ti permette di fare niente, non sanno valorizzare l’arte. Degli artisti nazionali hanno decorato sia l’interno che l’esterno della Stazione FS di Nuovo Salario a Roma, scegliendo loro stessi i disegni, ma questo perché qualcuno ha riconosciuto il valore della loro arte.
E: …il paradosso è che noi abbiamo dipinto e partecipato più fuori la nostra città che dentro.
Questo per il senso di appartenenza che ha un writer del territorio è frustrante?
E: In parte sì, è frustrante.
S: Questa gente ammazza l’arte.
E: …comunque se il ruolo di un’istituzione è quello di fare da garante, noi certo non abbiamo mai trovato riscontro… e noi come molti altri abbiamo dovuto fare per conto nostro. Si spera che in futuro qualcosa si possa fare ma deve cambiare l’approccio. Anche perché noi siamo artisti e non siamo abituati a dover far fronte a queste cose, ed è un aspetto relazionale che ti costa sulla tua tranquillità.

Tu vorresti solo disegnare!

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Io stacco le mani dal pc, decidiamo che così può bastare…
Ci guardiamo nel bene tutti e dopo poco, da dentro ci ritroviamo di nuovo fuori.
Esta e Smoke13 mi riaccompagnano a casa ed io non posso fare altro che ringraziare questa città complice e loro.


Esta (Isaia Capobianchi)
Smoke13 (Francesco Spissu)
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