Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Josephine Cardin


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Nata a Santo Domingo, Repubblica Dominicana, Josephine Cardin è una fotografa delle belle arti che è cresciuta nel sud della Florida e che ora vive e lavora a Rochester, NY.

Attualmente, Cardin sta sviluppando il suo lavoro di fotografia figurativa contemporanea, ispirandosi alla musica, la danza e alle tematiche umane della solitudine,dell’ isolamento,del la paura e della trasformazione. Sempre un artista in qualche modo, Cardin ha cominciato come una ballerina, prima di perseguire una formazionedi arti tradizionali e infine concentrarsi completamente sull’arte dal 2010.

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Prospettive. Omaggio di parole a Joel-Peter Witkin.


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Nato da padre ebreo e madre cattolica, è fratello gemello del pittore Jerome Witkin. Ha frequentato la scuola di Saint Cecilia di Brooklyn, ed ha continuato poi nella Grover Cleveland High School. Tra il 1961 e 1964 lavorò come fotografo di guerra durante la Guerra del Vietnam. Nel 1967 decise di lavorare come fotografo libero professionista, e divenne fotografo ufficiale presso la City Walls Inc. . Successivamente decise di proseguire gli studi alla Cooper Union di New York specializzandosi in scultura. Infine la Columbia University gli ha concesso una borsa di studio che gli ha permesso di concludere gli studi presso l’Università del Nuovo Messico di Albuquerque.
Witkin ha sostenuto in più interviste che le sue visioni, le sue ricerca di significato e bellezza siano state causate da un episodio a cui ha assistito quando era ancora bambino: un incidente d’auto avvenuto di fronte a casa sua in cui una bambina è stata decapitata.
“Successe di Domenica quando mia madre, io e il mio fratello gemello stavamo scendendo le scale del palazzo in cui abitavamo. Stavamo andando in chiesa. Mentre camminavamo lungo il corridoio verso l’ingresso del palazzo, abbiamo sentito uno schianto incredibile insieme ad urla e grida in cerca di aiuto. L’incidente ha coinvolto tre vetture, tutte e tre con famiglie complete dentro. In qualche modo, nella confusione, non stavo più tenendo la mano di mia madre. Nel punto in cui mi trovavo sul marciapiede, ho potuto vedere qualcosa che rotolava da una delle auto rovesciate. Si fermò sul marciapiede dove mi trovavo. Era la testa di una bambina. Mi chinai a toccare il viso, per parlargli – ma prima che potessi toccare qualcuno mi ha portato via”.
Hanno probabilmente influito le opere dei grandi artisti pittori del passato, come dimostra “Gods of Earth and Heaven” rappresentante la Nascita di Venere del Botticelli vista e distorta dal suo punto di vista, lo stesso vale per “Queer saint”, che ricorda molto il martirio di San Sebastiano. Numerose fotografie rappresentano santi, crocifissi, martiri appartenenti al cristianesimo. Il tema persistente è quello della morte, con l’ utilizzo di figure distorte e deformi, a volte con la presenza di protesi o in simbiosi con macchine.
I soggetti fotografati sono quasi sempre i cosiddetti freak, burattini, e spesso sono veri e propri cadaveri, o parti di essi, manipolati e sistemati nel set fotografico dallo stesso artista. Il più famoso esempio è forse Glassman.

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IL PRINCIPE DI PALAGONIA CONTEMPLA UNA FOTO DI JOEL PETER WITKIN (ANACRONISMI) di Antonio Devicienti

“Ecco, cara amica, guardate:
quest’artista figlio, mi dicono, delle Colonie d’Oltremare,
ha visto
non il deforme non lo strano né l’orrido né il patologico
(lo credano pure gl’ingenui e i superficiali)
bensì il connubio – non l’ammettono i più –
d’umano e d’animale
di sogno e di veglia.
Questa tecnica sublime
(leggo chiàmasi scrivere con la luce)
s’insinua nel buio della nostra anima,
affisa pupille di coraggiosa indagine ben dentro quel ch’è l’
inconfessabile – l’
inconfessato.
Gentile amica, un corpo nudo,
una bianca maschera, il pene eretto d’uno stallone
trattenuto da corregge di cuoio
e la mano della dama, quella
mano desiderosa e sincera,
irrompono nell’illusa quiete d’animi di sempliciotti.
Così la sconvolgono.
E so di capi mozzati adagiati su piatti da portata,
d’androgine veneri, di centaure musicanti,
d’arti umani ma artificiali …
Se guardo ai mostri (mostri?) di tufo
che vegliano il mio giardino
e agli specchi deformanti nella villa
mi persuado: ecco, ho trovato un fratello nell’arte”.

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Omaggio a Garcia Lorca: Canzoni create di Manuel Paolino


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Canzone della morte e degli organetti

Cominciando da qualunque più antica luce
capace di accecare,
caddi nel creato pozzo non d’acqua ma di vento
come la chitarra di Diego.

Ed ecco fucilate di suoni:

sonoro osso grigio di corde dal tallone spuntato
ai buchi d’un nero abissale,
coi proiettili nel pugno pronto
a lanciare lungo il cammino di Granada.

Soldati eseguono la guerra incivile;
giallo giullare balla con gli occhi lontano,
gli organetti cantano dall’eterne fessure;
si chiude il sipario.

Burattinai muovono l’ultimo accordo;
fili svenenti di corvo gitano.

*

Quello che Lorca non disse

Lo specchio
si raccoglie
come una conchiglia di luce
nelle tenebre.

Chi sarai domani?
Su quale acqua – nuovo –
ti formerai?
In quali riflessi si poseranno
la tua anima, e il tuo cuore –
se ne conservi uno?
Cadrai come Narciso?… Oppure no?

(…)

Guarda, guarda quell’uccello giallo!
Ay, ay.
Lasciala stare!
Ay, ay, ay.
Lascia in pace – ay –
la Poesia!
Ay, ay attento!…

Lo specchio
si desta
come la piuma di un cigno
sopra la radice di una rosa.

*

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Inediti di Luca Bresciani


Lettera alla vita

Alla fine tutto va messo alla prova: le idee, i propositi, quel che si crede di aver capito e i progressi che si pensa di aver fatto. E il banco di questa prova è uno solo: la propria vita. A che serve essere stati seduti sui talloni per ore a meditare se non si è con questo diventati migliori, un po’ più distaccati dalle cose del mondo, dai desideri dei sensi, dai bisogni del corpo? A che vale predicare la non violenza se si continua a profittare del violento sistema dell’economia di mercato? A che serve aver riflettuto sulla vita e sulla morte se poi, dinanzi a una situazione drammatica, non si fa quel che si è detto tante volte bisognerebbe fare e si finisce invece per ricadere nel vecchio, condizionato modo di reagire?

Tiziano Terzani

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Cara vita maledetta
ecco questa lettera amputata
che inverte il ciclo della bellezza
rinnegando le sue ali di farfalla.

Voglio tornare a fare ribrezzo
strisciando negli accenti di fango
con cui le domande del mondo
elemosinano verità e coraggio.

E’ l’odio che mi terrorizza.

La malattia della misericordia.

Queste nuove amicizie
che non hanno bisogno di pelle
per tatuarsi con lo stesso ago
l’ultimo per sempre dell’infinito.

**

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Prospettive. Omaggio di parole a Michael Kenna


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Michael Kenna, nato nel 1953, è un fotografo inglese noto per i suoi bianco e nero, insoliti, paesaggi con luce eterea fotografati all’alba o di notte, con esposizioni di fino a 10 ore.

***

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Silente
dopo un lungo cammino
rinasci.

Fiorisce intorno a te
silenziosamente la vita.

Con i tuoi rami
brami vittoria

Amore per la solitudine,
gioia per la comprensione
di un nuovo io.

Un nuovo essere che impedisce a te,
grande creatura,
di morire.

Amore, vita e solitudine?
Il sospiro ti dice: “apprezza”.

Tra i tuoi rami il desiderio cresce,
abbonda la voglia di scoperta,
vette indistinte
formano disegni nel cielo,
chiari e vivaci.

Tienili accesi
con le fibre ottiche della tua mente.

Di Angelica D’Alessandri

***

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TESTO E INTESSERE di Antonio Devicienti

L’occhio è quello della fotocamera Hasselblad: aracne intesse (lenta, elegantissima) tramatura di luce e silenzio.
Il testo sacro, tessitura di segni e di sillabe che le labbra appena pronunciano, ha un moto levissimo di lettura (e d’onda).
Lo spazio tra lo specchio imponderabile intessuto da aracne (è tessuto di fibre e di vuoto tra le fibre) e il bianco tessuto della carta lascia danzare la figlia dell’aria e la scrittura dei cercatori di stelle (che con polso di poeti dipinsero le parole interroganti. Trepidanti).
Pellegrino-e-viaggiatore il fotografo tende la sua ciotola-fotocamera per ricevere in elemosina il riso bianchissimo della mattinata tessuta di sguardo, tramata di stupescente inapparenza.

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Contest: I racconti della Mezzanotte – II Edizione – “Poster” di Rosario Campanile


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Poster di Rosario Campanile

Non ho fame.
Mi agito, cammino, guardo in giro, mi sento attratto da quel cartellone pubblicitario che promette viaggi da sogno e pancia piena, scivolando sul parquet lucidato della nave a suon di valzer, e focalizzo che non so ballare.
O forse sì, il fatto è che non ho mai voluto provare, e nessuna ha mai desiderato intrecciare note e passi con me. Quindi, come si dice, di necessità, virtù.
Accendo una Chesterfield blu, e mi siedo sul muretto, quel cazzo di cartellone mi ha incantato, osservo i particolari: la grafica, sembra divertita persino lei; i colori dello sfondo, azzurro, blu, bianco, verde, manca solo la faccia di Berlusconi.

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Inediti di Francesco Paolo Intini


PER CASA

Mi scaldi il cuore
così.
Io che non volevo poeti morti per la casa
Ora ne ho una che non m’abbandona.

Un invito, una mano che m’accarezza:
Sarò tua madre qui, accoccolata non vedrai il quadro
Di quella lì, triste e nuda ai piedi del letto,
troppo americana per sederti accanto.

Me ne starò come una madre del Sud a guardarti le mani,
toccare le labbra per vedere le ferite, il tumore pronunciato.

Poi.
C’è sempre il riccio nei capelli, le guance tonde, il soffio:
-Ero sola lo sai?

Occorre un miracolo di Cristo per metterci la luce
Qualcosa che rialzi dal tappeto lo sguardo.
Un miracolo, che altro?

Non sono la moglie che aspetta lo sposo
Né lo sposo che torna all’improvviso.

La cornice forse la consumazione
Il tarlo che
ti ama.

***

BELLA COMPAGNA

Sempre con questi spazi vuoti
Cosa vuoi che sia? Da consumarci lo stomaco, dico
E tenerla dentro come l’amaro finale.

Dicono sia compagna. La bella dei poeti non conosce fermate
Si sale solo, alle stazioni, per incontrare qualcuno nei corridoi stretti, senza aprire il finestrino, fumargli accanto.
Tasi, scadenze, RCAuto invece riempiono i predellini
Fogli sparsi, liane antiche s’attorcigliano ai piedi

Vorrei fuggire non seguire almeno il verso del treno
Sperimentare un’angoscia in meno.

Quella invece è la prima classe. Troppo spazio, bagagli a vista senza nessun contatto, oro che luccica sul biglietto:
Si sta mortalmente male in prima classe
non vale sperimentare la spalliera comoda e
L’hostess a disposizione come il giorno delle nozze il maitre.

E poi nacqui in terza classe e sono portato per respirare fumo
Tenermi stretto il cartone, costruire teatri di fiammiferi
Accenderli prima di salire e litigare per un angolo di sedile
O al contrario mettermi in una mischia a separare contraddizioni
Una alla volta come chiodi in un piede e pugni che arrivano in faccia
Senza intenzione. Bravi ragazzi del Sud, senza dubbio.

***

RETROSCENA DI UN VOLO DI CORVO SULLA MIA VERANDA

Dov’è il suicida?

Le sue cento mani toccavano il nervo fragile
Uno si ribellò al comando di stringere
Un altro si ruppe nel tiro

Avete mai visto l’indice?

Duro dittatoriale con pretese teologiche
E ripicche per come si mettono le cose in ritirata

Ah Cesare non è stato all’altezza della situazione!
Doveva un rimorso alla vecchiaia
Un altro alla supremazia del ferro sul genio
E poi nei libri non si può dondolare come sull’albero

Il pino è ospitale,
Conosce un tipo recente di dondolamento
Tecnologia moderna sul gas di città
Ironia funebre sulla bocca di una pigna, sbava resina lo sai?
Uno che alla luce preferisce lo sguardo velenoso di processionaria

Due allodole si sono sciolte,
sgomitolate le ali sul pino di fronte
Ogni molecola di metano conosce questa storia

M’impressiona il suo miglio verde
M’impressiona il verso che non prese il destino
Il corvo che salta sulla mia veranda

***

SINDROME CINESE

Continuavo a dirmi di questa salita e di quell’altra
Su un tram senza passeggeri o con un pubblico
Scartavetrato come mummia e poggiato sui sedili
Di acciaio.
Mentre l’oscura mano si aggrappava al verso del vento
Mentre…

Chi ha diviso il calore dal mio fiato?
Chi ha voluto che solidificassi sull’asfalto?

Partorisco colpe di appartenenza
Squadro il mio sguardo per adattarlo al fumo

Occhiali e grasso sul plutonio

Il grande magazzino è aperto a quest’ora?
C’è una fermata per il fuso sotto pelle?

***

NECESSITÀ

Le motivazioni di fondo non mi prendono -tritolo bagnato?-
Ed io piccola talpa esco ed entro dalla fossa di argilla.
Cosa dovrei fare? Accendermi una sedia elettrica,
tirarmi una fune nell’impiccatoio della cronaca?

Ah, la necessità televisiva gioca come parche!

Non gioco la mia cecità sul mercato dello splendore
i raggi gamma, la vanità di un incendiario di templi.
Mi consegno all’ oscuro mangiatore
di radici. Digerisco infinitamente.

***

IN DUE SU UN RAMO

Schema fisso come la sufficienza di
Dio

In due per tenermi fuori

Ok, andrò alla posta
-Sotto la camicia
membrane di pipistrello-

È la stagione di segare rami
Questa
Non di piumaggi fuori testa

Dovrei rivedere alcuni schemi
Trovare extracorrenti

se qualcuna genera il futuro
come un’onda anomala

una malignità che sta male
su un ramo di pino

***

IL GATTO DI SAN PIO

Devi essere uno di quei gatti che non chiedono
Nulla alle statue. Ce ne sarebbe invece.
Ti prendono i prati, uccidono le margherite

Non sai nemmeno di farti male
se riposi su certi asfalti.

Impossibile variabile la tua verginità
Colpa del sognare.

Eppure provo a modellizzarti. Barba e piedi
al posto di vibrisse e zampe.
Sulle ordinate l’alternarsi delle stagioni.

Ma vedi allora cosa appare:
un’equazione che sta in piedi se lasci
il cuore fuori.

Sufficiente però
a predire agguati di leopardo

sciabole che strappano carni fraterne
ed un riposo dolce seduti alla scrivania.

***

LA VETTA ( punto critico)

Non c’è modo. Se avessi solo velocità e livella
Sarebbe facile.

Ma ora il pianto di colombo
Pesa come piombo sul balcone.
Volerà. Anch’io se avrò il modo.

Rifletto, mi sdoppio.
Il pino di fronte, la fabbrica di rami e aghi
Chiude i battenti. Dice: maggio è alle porte
Le mie pigne vagano nel buio,
cercano altri mercati per l’Europa.

Non credo ai sortilegi
Non credo soprattutto al buio, ci sono conti che non tornano.

Poi. Il bisogno è fuoco della coscienza

Tremare invece è una forza.
Incredibile il suo tenermi in forma
La tenuta della memoria
Dove raccogliere la luce in più,
sovrabbondanza di carne e pioggia.

Talvolta percorre gli occhi come strade di montagna
Le umilia, schiaccia vipere tra i sassi
Si siede a gustare la mancanza d’ossigeno, la fine precisa
Delle rette senza salita.

***

FUORI FEBBRE

La mano è motivata. Un accenno di balletto sul lenzuolo.
Cosa c’è ancora e cosa se n’è andato nei colpi di tosse.
Il peso del bicchiere è rimasto, i versi per decostruire

E in effetti il concetto euclideo non è ancora sostenibile:
ci sarà la correzione dei compiti ma una linea di quel tempo
è ancora onda sulla camicia asciutta
così domani precede l’oggi

dalla finestra un gatto annuncia la questione
dei pesi e dei volumi, intende dire
che c’è il vento, una chitarra in mezzo ai pini,
fondamento per sostenere nuvole e disperdere le rondini:

-se volessero gli scambiatori sono già rinforzati
Nessuna fessura questa volta
Una ventola giocattolo dei rondinini
O una vite nel beccuccio prima della colazione

Due quinti si ritengono dita
All’appello c’è qualcosa che non torna
Un ennesimo modo per ribellarsi
e riaffermare la democrazia

Una malattia della contemporaneità, credo io,
non un contorcersi del polso

Una specie d’influenza con uno strascico nei polmoni
Un altro nel Mediterraneo
Come un difetto di linguaggio che si rivela nella tosse
e nessuno, nemmeno Plank ha mai raccolto

***

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