Intervista a Sureeyapon Sri-ampai in arte MENOEVIL


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Benvenuto su Words Social Forum, Sureeyapon Sri-ampai!

Welcome Words Social Forum, Sureeyapon Sri-ampai!

Parlaci di te, presentati ai lettori di WSF.

Ciao. Mi chiamo Sureeyapon Sri-ampai (Bangkok, Thailandia 1976) Sono un artista visivo specializzato in fotografia d’arte. Ho iniziato a fare fotografia quando avevo 15 anni e nel 1994, ho deciso di studiare fotografia e prendendo il B.F.A (fotografia) presso l’Università Rangsit. Ho tenuto diverse mostre dal 1996 ad oggi. Incluse mostre come singolo, mostra collettive e come artista ospite. E mi son ripromesso di dedicare la mia vita alla fotografia.

Tell us about yourself, presented to the WSF readers.

Hello. My names Sureeyapon Sri-ampai (b. Bangkok, Thailand 1976) I’m a visual artist specialized in fine art photography. I started out doing photography when I was 15. In 1994, I decided to study in photography and received B.F.A (photography) degree from Rangsit University, and held several exhibitions during 1996 to present. Included solo works / group exhibition / guest artist. And promising myself to devote my life to photography.

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La Grande Madre – Palazzo Reale Milano 2015


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Inno a Iside

Perche’ io sono la prima e l’ultima,
Io sono la venerata e la disprezzata,
Io sono la prostituta e la santa,
Io sono la sposa e la vergine,
Io sono la mamma e la figlia,
Io sono le braccia di mia madre,
Io sono la sterile, eppure sono numerosi i miei figli.
Io sono la donna sposata e la nubile,
Io sono colei che da’ la luce e colei che non ha mai procreato,
Io sono la consolazione dei dolori del parto.
Io sono la sposa e lo sposo,
E fu il mio uomo che mi creo’.
Io sono la madre di mio padre,
Io sono la sorella di mio marito,
Ed egli è il mio figliolo respinto.
Rispettatemi sempre,
Poiché io sono la scandalosa e la magnifica.

La splendida cornice milanese di Palazzo Reale ospita “La grande Madre”, una mostra totalmente al femminile ideata e prodotta dalla Fondazione Trussardi.

Lo scopo dell’allestimento è quello di ripercorrere attraverso le 138 opere di artisti nazionali e internazionali, la condizione della donna nel suo ruolo essenziale di genitrice e madre. Le installazioni distribuite nelle trenta sale dedicate, raccontano l’evoluzione storico-culturale della figura femminile nella società di ieri e di oggi. Un percorso ambivalente quanto spesso distorto che esprime attraverso accezioni piuttosto forti il contrasto emozionale tra l’accettazione e la negazione della maternità.

Il percorso tematico proposto dalla mostra porta a suddividere, scandendoli, i diversi periodi storici dell’emancipazione. Gertrude Kasabier e Alice Guy-Blachè artiste a cavallo tra Ottocento e Novecento mostrano attraverso i propri lavori filmici e fotografici la gioia della maternità e l’accettazione più o meno volontaria del proprio ruolo.

Le immagini accompagnano lo sguardo verso “l’Abakan red I” di Magdalena Abakanowicz. Un tessuto rosso dalla forma a cuore che porta al centro una cicatrice evidente, simbolo spartiacque tra passato e futuro.

Un viaggio allo stesso tempo emblematico ed emozionale che si dipana e divide in un percorso tematico creato ad arte per destabilizzare le normali convinzioni e svelare nuove consapevolezze.

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Copyright photo Christian Humouda

Le linee somatiche delle antiche divinità si sovrappongono a quelle delle donne moderne, mentre sullo sfondo appare la terra e i suoi frutti simbolo di fertilità.

L’avvento della ragione, Freud e la sua psicoanalisi si scontrano con le opere modernissime di Lucio Fontana. La rivoluzione femminista degli anni sessanta e la rivendicazione di una più libera sessualità sfocia nel manifesto futurista di Marinetti che definisce la lussuria come: “la ricerca carnale dell’ignoto”. E ancora l’istallazione gigantesca e vivissima di Jeff Koons che si contrappone alla performance di “me and my mother” dell’islandese Ragnar Kjartansson fino ad arrivare alla cerva ferita dipinta da Frida Khalo.

L’unione tra antico e moderno è ancora evidente nel fazzoletto indossato dalle madri di Plaza de Mayo e il muro di Yoko Ono, che vanno a sovrapporre l’emozione di un condiviso quanto diverso ricordo.

E’ questa la grande madre, la dea suprema dispensatrice d’amore e di psicosi, la grande vagina che si storce scandalosa e candida nella parola mamma.

Christian Humouda

Carne, anima e gomma. Intervista a Ophelia Queen


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Hi,
Ophelia Queen calls the creator of a body devoid of belonging, experiences through photography and performance art inspired by the greatest artists born with Body art, such as Marina Abramovic. It follows the valuable combination between the death of the beauty of a body and the force of a queen regnant who is expressed through the movement of the image. His troubled and confrontational cry you amplify before the commodification of “woman” wearing not the status repeatedly belong.

(Ophelia Queen si definisce la creatrice di un corpo privo di appartenza, sperimenta attraverso l’arte fotografica e performativa ispirandosi ai più grandi artisti nati con la Body art, quali Marina Abramovic. Ne deriva il prezioso connubbio tra la morte della bellezza di un corpo e la forza di una Regina regnante che viene espressa attraverso il movimento dell’immagine. Il suo grido tormentato e conflittuale si amplifica dinanzi a la mercificazione della “donna” che indossa ripetutamente status che non le appartengono)

(http://opheliaqueen.tumblr.com/)

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Benvenuta su Words Social Forum Ophelia!

Come e quando nasce il tuo percorso artistico Ofelia?

Nascita…. non ricordo una data precisa, Amo l’arte dal primo giorno della mia vita, dai tempi dell’asilo di cui conservo ancora i primi progetti artistici. Seriamente mi sono avvicinata all’attività di grafica pubblicitaria intorno ai 15 anni…durante il periodo scolastico. Frequentavo abitualmente Mostre D’arte, e come sfida, pur non avendo scuole artistiche ho iniziato ad esercitare presso uno studio a seguito di un unico colloquio.

Quali autori hanno maggiormente influenzato il tuo modo di creare?

L’influenza è quotidiana, tutto viene assorbito e impresso, qualsiasi suono, immagine, gusto, odore.
In primis mi ero appassionata del Futurismo, Espressionismo e Surrealismo, Amo da sempre Salvador Dalì, Munch, il movimento del Die Brucke , Dix.
A seguire mi sono interessata anche ad altre forme d’arte quali la Body Art e all’arte asiatica cinematografica con annessa la filosofia dello shibari che vede come mia prima fonte Araki e il cinema d’essai.

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Una delle artiste contemporanee di spicco della body art è senza dubbio Gina Pane che definiva le sue performance e il suo corpo in questa maniera: “Vivere il proprio corpo vuol dire allo stesso modo scoprire sia la propria debolezza, sia la tragica ed impietosa schiavitù delle proprie manchevolezze, della propria usura e della propria precarietà. Inoltre, questo significa prendere coscienza dei propri fantasmi che non sono nient’altro che il riflesso dei miti creati dalla società… il corpo (la sua gestualità) è una scrittura a tutto tondo, un sistema di segni che rappresentano, che traducono la ricerca infinita dell’Altro.”

Che cos’è per te il corpo?

Attraverso la Body Art ho imparato ad utilizzare ed esprimere attraverso il corpo, apprezzare l’utilizzo del silenzio e delle pause, facendo in modo che il pubblico, orientato sulla frenesia del movimento, riesca a concentrare il proprio essere nel disorientamento del “non fare”.
Ho avuto il piacere di incontrare Franko B, artista in continua evoluzione artistica. La mia mamma artistica è senza dubbio Marina Abramovic.
Il mio corpo è stato vissuto in toto, dalla sua drammaticità e fragilità al desiderio di incisione attraverso anche un solo sguardo. Diventa arma per poter trasmettere e difendere.
Inizialmente schiava dei canoni estetici, ho avuto la presunzione di addomesticarlo in funzione della bellezza. Nudo completamente senza riserve e senza doppi sensi, gli abiti li ho sempre percepiti come una costrizione sociale.

Aktion with Maciej Biberstein www.saatchionline.com/MaciejBiberstein www.saatchionline.com/MaciejBiberstein - Fertility - Milan-Italy Ph © Andrea Minoia

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“Dell’erotismo si può dire che è l’approvazione della vita fin dentro alla morte.”
Bataille

Che cosa c’è di concettualmente e visivamente erotico nel tuo modo di esibirti/posare?

Per erotismo intendo qualcosa di più ampio di un corpo nudo, un esserci attraverso l’espressione massima della femminilità (nel mio caso). Ho sempre scelto di essere trasformista e multi personalità, ricerco l’androginia nel gesto e la femminilità in uno sguardo, una mano, un modo di essere che non venga vissuto come volgare. Ma che cos’è la volgarità? Volgarità è amplificare ciò che anche nella quotidianità si allontana da Le Plaisir in senso ampio. Piacere è guardare, osservare ricercare fino al midollo qualcosa che senti tuo e che riscopri. Gioire di un’immagine come di una rappresentazione del corpo.

Qual’è il messaggio che desideri veicolare attraverso le tue performance?

Catturare senza dubbio! Disturbare, fare in modo che l’occhio che guarda non distolga la propria emozione dall’azione.

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Hydroponic Woman

Ph©Ph Fabrizio Ceciliani – alias dott.dulcamara

http://dottdulcamara.wordpress.com/

MUA: Ophelia Queen

Resources shortage, atmospheric pollution, food contamination, genetic illnesses…
I have created a superior being able to perfectly adapt himself and to overcome all the environmental limits, able to feed himself only of light and rain water. A perfect being.

L’arte è per te più santa o puttana?

L’Arte oggi purtroppo è spesso vendita, assecondazione, piegamento a 90 gradi!
Accomodare, entrare in una scatola di regole noiose, soffocare, adeguamento.
Artista è colui che non soffre per avere riconoscimenti e gode della propria opera nascosta agli occhi superbi di coloro che ne violano un significato profondo.

La “tua” città Torino, quanto ti ha influenzato nella creazione del tuo essere/esistere?

La mia città è carica di messaggi e poesia. La mia vita qui, anche professionale ha inciso notevolmente sulla libertà ed espressione artistica. Dolori, rabbia, paure sempre in agguato dinanzi a muri irti da persone alienate e omologate.

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+ Alma +

(tribute of Santa Sangre)

Performance

Ph:Tiziano Ornaghi

Bondager: Cordine Club

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Quanto è difficile essere “entità libere” nell’Italia di oggi?

Essere liberi è costruire un mondo parallelo a quello che ti disgusta. Non ne farei una questione geografica, pur prediligendo aree più rigorose e ordinate come la Germania o il Giappone. Libero è colui che condizionatamente al sistema trova il coraggio di essere se stesso, anche se questo spesso se non sempre comporta isolamento e derisione.

Tra i tuoi mille interessi troviamo anche le “dolls”, che per tua stessa ammissione nascono per rappresentare temi sociali. Puoi parlarcene più approfonditamente?

Le mie bambole sono da circa una decina d’anni l’involucro dei miei segreti.
Mi sono avvicinata a loro sin da bambina, ma attualmente lavoro principalmente con le Blythe Doll confezionando delle OOAK, letteralmente One Of A Kind, bambole in cui l’artista esprime se stesso e si riserva dal crearne un duplicato. Un modello unico per intenderci.
Le mie Blythe hanno sempre un significato sociale, esaminano in miniatura i disagi e gli eventi che attraversano la vita di una Donna.
Al momento ho creato due collezioni :
“The History Of Humanity”, esaminando gli eventi più importanti che la Storia dell’uomo ha catapultato contro di se. Temi trattati sono stati l’Inquisizione, La pena di morte, la Shoah, il disagio Psichiatrico, la malattia tumorale, e altri ancora.
“Feelings and emotions”, riguarda invece lo studio approfondito delle emozioni primarie e secondarie di Paul Ekman.
Nascono dal mio animo e NON sono commissionate. Non riuscirei mai a creare qualcosa che mi è imposto da altri.
Nascono e vivono con me, le vedo muoversi e animarsi tra le mie mani attraverso un lavoro preciso di scultura e painting associato al lavoro tecnico di impianto dei capelli utilizzando fibre naturali.
Hanno un proprio nome ed una personalità differente l’una dall’altra. In loro creo set specifici immortalati fotograficamente per amplificarne il tema trattato.
Sono la mia attuale passione che mi porterò dentro per il resto della vita.
Alcune di loro hanno trovato una nuova casa altre rimangono con il proprio Geppetto!

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Puoi anticiparci qualcosa sui tuoi futuri progetti?

Progetti futuri? Non so nemmeno se sarò in questo mondo domani!

All images and materials are copyright protected and are property to Ophelia Queen

Grazie Ophelia!
Grazie !

My photo link:

http://opheliaqueen.carbonmade.com/

http://www.flickr.com/people/sissixx/

http://opheliaqueen.deviantart.com/

http://www.magazout.com/it/artist-a-z/mo-performers/ophelia-queen.html

http://opheliaqueen.wordpress.com/

http://opheliaqueen.tumblr.com/

My video performance:

http://vimeo.com/66390660

http://vimeo.com/51681615

http://vimeo.com/66401605

Christian Humouda

Le fotografie da sogno di Diana Debord


Protagonista dell’intervista è Diana Debord, nata a Novara nel 1984, fotografa d’arte autodidatta, particolarmente legata alle ambientazioni oniriche e al surrealismo.
La cura e i colori l’avvicinano ai Preraffeilliti, come pure le figure femminili così eteree. Interessata alla neurologia dei sogni hanno sviluppato in lei uno stile fra il simbolista e il surreale dove c’è una ricerca dell’ego e della follia, della morte e della confessione al mondo naturale.
Il suo intento è quello di raccontare frammenti di sogni, allo stesso modo noi li ricordiamo al mattino.

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Poesia Visiva: dal colpo di dadi di Mallarmè all’esperienza grafica-poetica di Bertollo


Certi incontri aprono porte – orizzonti che non hanno niente di piccolo e segreto, ma al contrario sono interi continenti da esplorare anche solo con curiosità, quel nuovo che avanza,ma che tanto nuovo non è, che in parte ti spinge al saperne, per scoprire quello che ci circonda ed è evoluto, così capisci che la poesia visiva non è proprio una pratica così giovane, ma ci sono i primi accenni nel Medioevo – ma anche in età greca-romana e precedentemente ancora – sono attestati esempi produttivi ‘verbo-visiva’.
Fino ad arrivare al Rinascimento, al Barocco e poi nel Settecento dove troviamo tantissimi esempi di integrazione ‘verbo-visiva’, (Della Porta, Rabelais, Raimondo De Sangro ecc.) mentre,dall’Ottocento, con nomi come Bernowinus, Scotus, Maurus, Da Fiore ed il fenomeno non solo s’allarga, ma acquista anche la consapevolezza, giungendo ad autori come Mallarmé , con quel suo testo conosciuto da pochi, “Un coup de dés n’abolira jamais le Hasard”[Un colpo di dadi mai abolirà  il caso], dove il versificare non è nella canonica forma di lettura e impostazione, ma si disloca in spazi – gradini – a destra/sinistra o al centro della pagina, creando suggestioni ed emozioni e poi Apollinaire, (altri nomi Kassak, Breton, Tzara, Picabia, Van Doesburg, Balla, Morgenstern ecc) unanimemente considerati i veri fondatori delle ricerche ‘verbo-visive’ prodotte durante il Novecento.
Dagli inizi‘dada-futuristi’, fino ad alcune personalità isolate, è un fiorire di ricerche ed il fenomeno è di ampiezza planetaria: spicca il contributo meso-sud americano, ma si distingue anche l’Europa, mentre, a partire dagli anni Sessanta, sarà proprio l’Italia che fiorirà una stagione d’interessantissime proposte sul tema.
In particolare, tre i centri produttivi, Firenze, Genova e Napoli, che nell’ambito delle ricerche ‘verbo-visive’ forniranno contributi veramente decisivi.
Imprevedibile nel suo aspetto con la rottura visibile del sintattico e del sistema graficotradizionale, il poema riprendeva il dialogo sospeso trent’anni prima in “Igitur” con un punto interrogativo, risolvendo il dubbio metafisico di allora con una radicale negazione.
La sua influenza sulla produzione poetica posteriore, francese e europea fu grandissima, ispirò i dadaisti, i futuristi, gli ermetisti italiani e i ‘poeti visivi’ del dopoguerra. I futuristi hanno imparato da Mallarmé l’uso delle interlinee, dei corpi tipografici e di altri espedienti tecnici. Gli ermetisti hanno appreso il valore del silenzio come cassa di risonanza attorno alla voce, cioè gli spazi bianchi attorno alle parole scritte. I ‘poeti visivi’ hanno spinto queste conseguenze fino a ridurre la poesia a puro segno, figura, a un messaggio che non può più essere letto.

Apollinaire

Apollinaire

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Stephane Mallarmé

Il Fenomeno della “Poesia Visiva”  nasce all’interno della Letteratura cosidetta “sperimentale” per un’urgente necessità di uscire dallo spazio chiuso della pagina stampata e di confrontarsi con il mondo (quello del linguaggio, soprattutto) per svelarne la sua totale accademicità, il suo status reazionario, la sua tendenza a stabilire le regole e confini inattaccabili. La “Poesia Visiva” era ed è anarchia e rivoluzionaria, ironica e bastarda, trasgressiva e infedele.

Mi stupisce che a distanza di quarant’anni nessun studioso abbia ancora avuto il coraggio di affondare il coltello nella piaga, la penna sul foglio, il dito sulla macchina da scrivere o la tastiera del personal computer, per tentare un’analisi minima del più importante movimento culturale dopo la seconda guerra mondiale.

La “poesia visiva” è un fenomeno di “arte totale”. Il “Poeta visivo” circola impunito tra le varie discipline maneggiandole a suo piacimento; se ne va “da un’arte all’altra” con estrema indifferenza; è scrittore, editore, produttore, attore, performer, cantante, filmaker e talvolta anche pittore e scultore. E’ stato ed è critico d’arte per se stesso e per i suoi amici; gli piacciono il vino, le donne e il convivio. E’ “naturalmente” eterosessuale. Non ha paura della morte perchè, come scrive Bory, “crede incessantemente nell’eternità”.

Nononostante quarant’anni di difficoltà economiche e di isolamento istituzionale, i Poeti Visivi Migliori ( I “Sommi Capi”) sono ancora quasi tutti presenti all’appello (dove siete Paul de Vree, Seichi Niikuni, Kitasono Katue?) e sempre più desiderosi di caratterizzare l’inizio del XXI° secolo.
Ancora e sempre “Viva la Poesia Visiva ! ” dunque che, come dice Gianni Bertini in un suo scritto del 1972. è la “Poesia dei Vivi”.

P.S. La Poesia Visiva ha quarant’anni e se li porta bene. I suoi autori sono giovani rampanti o vecchietti arzilli. Di morto c’è ben poco a parte qualche amico.
Abbiamo già battuto la durata del Futurismo: 35 anni tra il 1909 e il 1944.
Stiamo battendo tutti i record possibili per un movimento di avanguardia e neoavanguardia. Riusciremo a battere la longevità dell’Impero Ottomano? Quarant’anni di insuccessi non sono pochi.
Ma l’insuccesso è la nostra felicità.

(tratto da Poesia Visiva Volume I/II – Ottobre 1992) Sarenco, La Poesia Visiva per Sommi Capi

Nanni Balestrini

Nanni Balestrini

Marinetti

Marinetti

Associare immagini e parole è più familiare nella contemporaneità ma anche nelle avanguardie, specialmente nella visione futurista di libertà totale, al di là di ogni limite pragmatico, dei processi mentali di libera associazione di idee. Partendo da qui, la poesia visiva trova nella rivoluzione tipografica e nel libero uso dei caratteri tipografici stessi un mezzo di espressione efficace per la visualità della parola.

Il Futurismo si fa anticipatore di questo nei tre scritti elaborati da Filippo Tommaso Marinetti tra il 1912 e il 1914 che teorizzano la tecnica delle ‘parole in libertà’. Si prevede, la distruzione della sintassi e la disposizione casuale dei sostantivi unitamente all’utilizzo del verbo all’infinito al fine di fornire un senso di continuità con il lettore.
L’onomatopea, figura retorica che vuole riprodurre il rumore così come viene avvertito, diventa chiave espressiva del paroliberismo.

Arrivando ad una rivolta verso la compostezza della pagina che vede l’impiego di diversi colori e caratteri e corpi tipografici. Come modello c’è il volume marinettiamo Zung tumb tuuum edito Edizione Futuriste milanesi nel 1914, il cui titolo tramite onomatopea vuole riprodurre il rumore di un obice, arma da fuoco di grosso calibro, usata durante il conflitto bulgaro-turco cui Marinetti nel 1912 partecipa.

«[lo] stile analogico è […] padrone assoluto di tuta la materia e della sua intensa vita. / […] Per avviluppare e cogliere tutto ciò che vi è di più fuggevole e di più inafferrabile nella materia, bisogna formare delle strette reti d’immagini […] lanciate nel mare misterioso dei fenomeni. […]/ Noi inventeremo ciò che io chiamo l’immaginazione senza fili» (Filippo Tommaso Marinetti, Manifesto tecnico della letteratura futurista, Milano, Direzione del Moviemnto Futurista, 1912, pp. 48-49, 53).

Giancarlo Pavanello - 2009

Giancarlo Pavanello – 2009

In Italia la Poesia Visiva nacque all’interno delle riflessioni intellettuali e culturali delineate, ma a livello più concreto si può generalizzare ripercorrendo le tappe fondamentali delle dispute estetiche e artistico/linguistiche dalle sperimentazioni linguistiche e poetiche de “I Novissimi” del “Gruppo 63” e del “Gruppo 70”.

Tra gli anni 80 e gli anni 90 si crea un’area di ricerca che sperimenta tra scrittura, visualità e nuovi media, sviluppando in modo molto differenziato temi del Futurismo, della poesia concreta, della poesia sonora e visiva. La produzione è varia e spazia dal video analogico a quello digitale, dalla computer grafica all’elaborazione digitale acustica, all’installazione. Nasceranno la videopoesia, la computer poetry, CD ROM di poesia e vari ambienti interattivi e ipermediali, anche on line.

Armando Bertollo

Armando Bertollo

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Le pagine di scrittura e segni che Bertollo organizza con grande senso dello spazio, intensa lucidità mentale e profonda capacità di significazione visiva, si inscrivono direttamente e perfettamente all’interno di quella mappa progettuale che si richiama ai concetti di poesia totale: teorizzata, indagata e praticata, con entusiasmo e lucidità, da Adriano Spatola. Una poesia di ricerca contemporanea che in Bertollo ha tanto più valore perché egli vi inserisce delle cellule di linearità pensante che indicano (ma non obbligano) un percorso: uno fra i tanti che si rendono possibili al lettore. Siamo quindi di fronte non solo a una poesia, ma a un’opera complessa che mette in campo, in primo luogo, la percezione della vista come “possibilità di lettura, ma non ancora capacità “; poi la voce (anche quella silenziosa di chi legge per sé), dove “vista e voce giocano con la loro influenza”; e, a un altro livello, il pensiero che ne sostiene la significazione e l’impianto globale in una “esperienza individuale che può diventare esperienza del linguaggio”; infine la segnicità pura che sembra urtare l’equilibrio, quando invece Io tiene stabilmente instabile “con il ritmo e il respiro, che discendono dal primo punto come eco”. L’autore, quindi, si affida a parole delineate e aggrappate a linee che divergono o convergono, vanno a zig zag, tratteggiano e si spezzano e sembrano proporre dei percorsi mentali in varie direzioni, che il lettore può decidere di seguire subito o in un secondo tempo, scegliendo in modo autonomo la propria via.
Il testo è allora disponibile ad affermare e afferrare un senso anche doloroso, non solo estetico, perché “si nasce da una ferita” e “ci si deve porre con la disponibilità di esserne i custodi”. Ed è sorprendente come, all’interno di questa sperimentazione totale, Bertollo attivi e incorpori tra le sue forme visive e sonore, nello spazio bianco della pagina (più che mai importante), l’accoglienza di un senso etico/poetico abitato da una lettura pensante, mai degradato a utilità, mai bloccato o afferrato o violato da un unico significato, iniziale o finale che sia. Il senso è sempre (ed ecco il “teatro” del titolo) re-interpretato e riconosciuto. Bertollo lo dice esplicitamente: “… gli elementi segnici e sonori si attivano, diventano Teatrino, esibizione della loro forma”: orma e ombra dell’esperienza. E infatti, la spazialità sonora, che si fa parola aperta, concede a chi legge le flessioni di un andamento che si trasforma (nella terza parte del testo) in un dialogo tra due corpi astratti, all’interno di stralci di realtà strappati e rimessi in scena. C’è, alla fine, una necessità di ricerca, nel mutamento poetico, tesa a fare di ogni scelta, di ogni sguardo sull’opera, una vertigine.

postfazione di Giorgio Bonacini a “Il Teatrino della scrittura” di Armando Bertollo

Prospettive. I fotografi che hanno fatto la storia della fotografia: Man Ray – Omaggio di parole


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Malinconia

Stava ferma.
Ferma immobile, addossata alla porta della cucina, reggendosi con la maniglia d’ottone e il cardine centrale.
Respirava col naso trattenendo l’aria nelle narici, quindi la espelleva di getto per farne entrare di più – e ancora sembrava poca, sembrava debole e pullulante di scorie, di moschini, di frammenti di carta.
Il cuore le martellava sotto la cassa toracica. Colpiva i polmoni e lo sterno. Si sfracellava dentro le vene, insieme al bollore del suo stesso sangue.
Sentiva una lastra di metallo sugli occhi, tra la fronte e gli zigomi , che le ottundeva la vista e rendeva difficoltosa la concentrazione.
Quando trovò la sicurezza necessaria, lasciò andare uno dei due sostegni:le dita, che prima erano aggrappate al cardine, sfiorarono il solco molle alla base del collo, quindi scivolarono verso il basso – seno pancia fianco –  risucchiate dal braccio e dal vuoto.
Uno spezzettato binario cremisi, il passaggio delle dita sulla pelle: ma lei non lo notò.
Spostò il peso del corpo in avanti, sul piede sinistro, scarpa numero 36. La caviglia sembrava dissociata dal resto dell’arto; il ginocchio pulsava e tremava come una lucertola nella sabbia.
Unì all’altro il piede destro. Calzava scarpette da ginnastica nere con le bande bianche, cerate di gomma, leggerissime, puzzolenti di sudore e scarto, dozzinali come il resto del vestiario – come quella maglietta bucherellata ad arte acquistata su un banco fuori dalla metro; come quei  jeans neri che, per quanto li lavasse , odoravano sempre di tintura; come quella colonna spuria di braccialetti tintinnanti che le sfiorava il gomito. Per risparmiare, aveva colorato da sé i capelli e li aveva tagliati appena al di sopra delle spalle – ricordava che, mentre le forbici scomparivano tra le sue chiome piene e con uno scatto secco le disossavano, lei aveva osservato con un distacco quasi surreale le ciocche corvine piovere sul lavandino sporco, sui suoi piedi ingolfati in quelle scarpette.
Il riflesso del vetro in penombra le rimandò un’immagine improvvisa e sconosciuta che la fece sussultare. Poi si vide, e si riconobbe, e si sentì ridicola, si sentì nuova, inappropriata e zigzagante – sorrise al vetro cosparso di lucciole e fumo – sorrise alla striscia sulla guancia,  magnifica di vissuti nascosti, eccitante, viola – sorrise alla consapevolezza di viversi e guardarsi attraverso un vetro .
Con la lingua umettò l’esterno delle labbra secche. Avvertì la pesantezza dell’alito data dallo stomaco vuoto e dalla tensione che aveva accumulato.
Lasciò la porta: poteva permetterselo, ora.
Poteva perfino accendere una luce e farsi una doccia.
Cambiare quegli sporchi vestiti economici con altri puliti vestiti economici. Abiti che non sapevano cosa fosse successo agli altri. Abiti vergini e logori, profumati di fuliggine e borotalco.
Scalciò lentamente le scarpe, senza scioglierne i lacci ; rimase ipnotizzata per pochi istanti dal vermiglio che punteggiava le suole color marrone chiaro.
Si tolse i jeans e la maglietta, tremò al contatto con le mani gelide, incrostate di liquido scuro. Rimase in biancheria intima. Senza accendere una sola luce andò nel bagno, aprì l’acqua della doccia, entrò, si lasciò inondare di ghiaccio prima e di bollore fumante poi.
Il cubicolo si riempì del sentore metallico del fango, dello sterco dei cani, di qualcos’altro.
Si deterse il viso, le cosce, l’addome, la testa – più e più e più volte. L’acqua diveniva spesso  tiepida, poi d’improvviso spruzzava saliva bollente. La sua unica reazione era quella di continuare a strofinarsi.
Quando uscì, i piedini smaltati incontrarono le mattonelle gelide. Spinse con un dito l’interruttore a lato dello specchio: un perplesso giallo graffiò le pareti grigie, il suo visetto magro e pallido.
Si asciugò con lentezza, senza cessare di osservarsi nello specchio. Ora era pulita e disinfettata: poteva guardarsi ancor meglio, poteva scrutarsi, rimirarsi, accoccolarsi nella sua pelle, incontrarsi in una carezza. Poteva pettinarsi – a lungo, a lungo – abbagliare di nero il nero degli occhi, tatuare con ombre cinesi il neon della pelle, essere il suo braccio, essere la spazzola che scalava i nodi tra i capelli, essere le ciocche che si scomponevano libere sulle spalle.
Quando finì di pettinarsi, posò la spazzola sulla mensola e urtò un flaconcino color ambra, pieno a metà di pillole oblunghe, che ondeggiò brevemente e poi si fermò. Un’espressione di timore e sfida le attraversò i lineamenti: la chiostra bianca dei denti si esibì in un sorriso storto e acerbo.
Spense la luce, lasciò la stanza.
Nuda e asciutta, redenta dalla doccia, raggiunse l’armadio e indossò una camicia da notte con i risvolti di pizzo e i bottoncini di madreperla, appartenuta a sua nonna anni e anni prima.
Ora era morta, la nonna, morta come la mamma e il papà, e lei era sola – sola sola sola, sola come il sole, come un’ape regina,  come un guerriero in trincea, come uno specchio e una spazzola, come un muro e un’ombra, come la sete che le gorgogliava tra i denti e in gola e tormento, tormento, la sete – bere, meglio bere, bere adesso e sola – e un brindisi a chi non c’era – o bruciava nell’armadio  – o si nascondeva tra le radici di un salice.
Tenendo l’impolverata bottiglia di whiskey con una mano, accese la televisione, tolse l’audio – non notò che il film era muto -, allungò le gambe magre e corte sul divano e accese una sigaretta.
D’improvviso, l’odore metallico che aveva infestato il bagno arrivò con una zaffata che le afferrò gola e ossa.
Colse con la coda dell’occhio un’ombra sulla parete: un movimento circospetto: il deragliare felpato di passi a ridosso del divano. Si sentì gelare. La sigaretta implose in se stessa.
Restò ferma, con gli occhi sbarrati.
– Come hai fatto a seguirmi? – chiese, con la voce rantolante di terrore e trepidazione.
– Hai una casa a prova di brina e di sole, Malinconia. –
– Come hai fatto a entrare? – insistette.
– Hai una casa dove la pioggia semina ginestre e pareti di nuvole senza tramonti-
Lei tirò su le gambe, si sfregò i polpacci con furia, e di nuovo gridò, bisbigliando:
-Vattene, ti dico. Vai via. – (Voce color whiskey, catene di ovatta sulla lingua – parlare: lusso e abominio – lo sai, no?)
– Ti appartengo come il cane appartiene al suo guinzaglio. –
Lei sciolse gambe, braccia e voce; il terrore le chiazzò d’umido il mento e le cosce – ma la scaldò :
– Facciamo l’amore, allora.-
– Non posso. Ti amo troppo per insultarti col mio sesso. Per farmi insultare da te. Voglio solo sorriderti di odio e orrore, sapendoti uccidere senza che tu te ne accorga.-
Lei si agitò. Il divano pullulava di serpenti e pozzanghere, il divano la cacciava.
– Vuoi un tè? O un uovo fritto, magari? –

Silenzio. Troppa fine, troppo inizio nel silenzio.

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– Non voleremo più stringendo in bocca la paura.-

Lei si rilassò, udendo di nuovo la sua voce. Voleva fare conversazione, cambiare discorso e tono, tempo e possibilità. Invece sprofondò nelle proprie parole – ‘L’ottimismo è vigliacco’: chi lo diceva? La mamma?La nonna?- :
– Cos’hai negli occhi? Cos’hai in bocca? Cos’hai tra le gambe?-
– La brama di rimorso e potenza. Ti desidero, Malinconia.  Perdimi, preferisco non averti accanto.-
– Sei tu che mi vieni a cercare. –
Il silenzio echeggiò tra i due contendenti, che si fronteggiavano senza vedersi.
Altro tempo incalcolabile. Quindi l’intruso mormorò, quasi divertito:
– A chi è toccato, oggi? –
Lei alzò gli occhi al cielo.  Quello era il suo territorio, in fondo.
– Quisquilie. – Bevve una lunga sorsata di whiskey, senza smettere di guardarlo. Lui la osservava in silenzio.
– Dormi con me, qui sul tappeto. – La invitò, andando più vicino.
Lei mosse un passo –  col corpo, con la voce:
– Voglio che tu entri in me. Voglio sentirti fino in fondo. –
– Come ogni volta. Sei un’oscena, strabiliante creatura. Devo attraversarti. Voglio che tu sia la mia nebbia. –
Il coltello affondò nella gola bianca. Lei inarcò la schiena e sorrise. L’eruzione di sangue che spillò sulla camicia della nonna fece da contraltare al nitore della lama, all’oscurità interrotta dai chiaroscuri del film muto.

Ogni mattina, ogni volta la stessa scena, Malinconia.
Tu chiudi la porta con un piede, ti siedi,  accavalli le gambe.
Parli senza sosta per ore, inanellando le tue fantasie di sesso e morte come se ti potessero davvero liberare.
Sei in questo posto da quindici anni e io … io resto qui solo per te, per ascoltare questi sogni ad occhi aperti, queste ricostruzioni surreali in cui per difenderti ci uccidi tutti – tutti- e poi torni a casa, la tua casa sotto al salice; la casa dove a quindici anni hai massacrato la tua famiglia; dove, dopo averli squartati uno a uno -mamma papà nonna-  hai fumato erba e bevuto, sola, fino al pomeriggio del giorno dopo, quando hai deciso di dare fuoco a quello che avevi intorno a cominciare dai tuoi e magari per finire con te se non fossero arrivati i vigili del fuoco, se non fosse arrivato quel vigile che ti ha tirata via dal divano e che ora vorresti ti uccidesse
Come se, Malinconia …
Come se la morte data da chi ti ha salvato fosse la giusta redenzione;  come se la morte dopo il sesso – quel sesso che tu non conosci, Malinconia, perché non hai mai incontrato nessuno con cui valesse la pena davvero, perché sei entrata qui troppo presto, anima scellerata; perché non ti interessava né  ti interessa sentire addosso l’amore e il desiderio di un’altra persona, perché quel che a te interessava  era solo
È solo.
Poter parlare per ore e ore e giorni e anni dei tuoi sogni di amore e di morte, di acqua e di sangue, in una litania che non conosce assoluzione né soluzione e che mi dà la speranza di poter, un giorno, aiutarti  –  o forse di aiutarmi, di vedermi per quel che sono e temo; che mi dà la speranza di poter, un giorno, svellere tutte le ipocrisie con cui mi abboffo e che mal digerisco—-
—-di poter, un giorno, farti conoscere le meraviglie che nemmeno immagini, amandoti come un medico non può amare la sua paziente – il cielo il sesso il mare il prato baciarti soffocarti stringerti annullarti dissolverti —
di poter, un giorno
diventare —
come te .

Alba Gnazi 12.11.11- 3.03.13

1968-sonia

L’ho fatto, si…non chiedermi come, non lo so, sento l’odore del sangue rappreso che ingessa le mie dita e ferma i pensieri su di te, sacrificio del vizio e ossessione, ti piaceva. Oddio…l’ho fatto si, crollo sulle ginocchia, pancia stretta tra le braccia e bocca di grida, sforzi di paura e della nostra cena. Sento ancora il peso del tuo corpo, della stretta sui fianchi (lividi) il sapore addosso. Forza – mi dico – trova il coraggio di ri-alzarti, stai dritta e ancora per gioco mi appendo al supplizio della ruota, ricordi? Non guardarmi, lo so che vorresti vedere i miei occhi, se hanno paura del freddo respiro e ti rispondo: no. Non ho paura della tua carne (ormai ghiaccio) e neanche di chi busserà alla porta e mi porterà via da qui, da questa stanza-performance-d’artista, pennellate e schizzi di umori, corde e sculture (le tue) che ora ti hanno tradito, come me. E’ tutta colpa del peso, cardiomegalia che ha invaso il petto fino a stringerlo, soffocarlo e non c’è più spazio per niente, neanche per le parole: solo voci, morte del sentimento. Ora sono libera, non odiarmi e non avere quell’aria stupita di chi non ha capito, perché il dolore, i vuoti e le partenze, l’abbraccio respinto di ieri sono stati la sentenza, la tua fine. Rido di te, che credevi di essere il “per sempre” e ora non sei più nulla: inanimato (ma l’hai mai avuta un’anima?) carne in putrefazione- materia inerme- cibo della terra .

Sonia Lambertini

manraywsfpallaracci

come giacere
tra un mondo appena nato e il silenzio
delle autocombustioni
sento propagarsi l’arco che
da me a me
resiste

forse è un cedimento
rovinoso di rossori
o un ritrovamento di labbra
tra le screpolature midollose dei non
ritorni
quest’odore di arterie che rifluisce- pezzi
di ricambio per gli stravasi di cocci-
e mi assicura
la spasmodica tregua dalla neutralità fatale
nel tratto bicefalo in cui io
quasi viva
quasi morente
quasi
esisto

Sylvia Pallaracci

Man Ray 1934 illustrazione per L'amour fou di Andre' Breton

Man Ray 1934 illustrazione per L’amour fou di Andre’ Breton

amour fou di Claudia Zironi

Aderire, inventare la tua bellezza, strusciarmi,
inebriarmi di un casto bacio sulla guancia, penare,
pendere dalle tue labbra, appendermi, suonare
a festa e poi suonare a morto, sospendermi,
studiare l’estetica del ventre, sospirare, indovinare
ciò che rende corto il tuo respiro, poi fare
come il cane innamorato: annusare il tuo arrivo,
rispolverare i miti greci e la sinologia, attendere
con stupore o palpitare, per una parola, per ore

Immagine2

mi raddoppi l’animale
nel territorio del sottopelle
la scappatoia è una discesa
anatomica, una sboccata
di bianca esagerata
che sfiamma il fuoco
dell’ora esatta in cui
curva sul mio inferno
ti sgoli di luce

di Enzo Moretti

Prospettive: “L’Occhio di Parigi” – Brassai


4x5 originalQuesta è la storia di Brassai, un nottambulo che, nella grande insonnia della Parigi degli anni 30, decise di fotografare quel che accadeva di notte per le Rue. Il suo vero nome era Gyula Halasz, figlio di un docente di letteratura ungherese e di madre armena, nacque in Transilvania, tra le fredde e boscose montagne di Brasov, insieme al Novecento, nel 1899. Studiò a Budapest pittura e scultura, prima di essere chiamato, giovanissimo, nell’esercito Austroungarico per combattere la Prima Guerra Mondiale. Archiviata la Grande Guerra e dopo una breve parentesi a Berlino, nel 1925 emigrò verso il fronte opposto: Parigi. Una città ancora orgogliosa della Bella Epoque, che aveva sventato una invasione ed era pure sopravvissuta ai bombardamenti tedeschi. Fiera e vittoriosa, era adagiata in un tempo sospeso, a cullare nelle sue brasserie, nell’arrondissement di Montparnasse, gli artisti del surrealismo.

Una città illuminata, dove già da molti anni i lampioni non erano più una novità, dove cominciava a risuonare nei vivaci e ambigui locali notturni qualche nota jazz, migrata da oltreoceano nella terzaclasse di una nave arrugginita. Una città  dove partivano deboli i primi segnali televisivi e venivano addiruttura installati i semafori. Brassai, pionere della fotografia notturna, ci ha lasciato una testimonianza unica di queste strade della notte parigina, ed era difficile, all’epoca,  spiegare a qualcuno che uscivi di notte per fare delle foto…Figuriamoci riuscire a farlo diventare un lavoro e un’arte. All’inizio fu infatti vittima di diverse disavventure come scippi, aggressioni e più volte, per scappare, mandò in mille pezzi la macchina fotografica, ma piano piano imparò a muoversi disinvolto e sicuro, tra le vie secondarie e oscure della Bella Paris, come uno di quei signorotti usciti dal balletto, o quel ladruncolo o quel pappone che andava fotografando dopo il tramonto.  La notte di Parigi era tutt’altro che dormiente, animata da prostitute, clochard, amanti, operai al lavoro, forze dell’ordine e gangster, ed i suoi occhi stranieri avevano fatto un patto con questi nottambuli:  inquadrarli tutti nell’eternità.

“Sono stato ispirato a diventare un fotografo, dal mio desiderio di tradurre tutte le cose che mi incantarono, nella Parigi notturna che stavo scoprendo”

E fu proprio a Montparnasse che ampliò le sue conoscenze artistiche fino a trovare lavoro come fotogiornalista presso la rivista Minotaure (avamposto del surrealismo) , dove illustrò un articolo di Salvador Dalì dal titolo: “La bellezza terrificante e commestibile dell’architettura dell’Art Nouveau” e si affermò in breve tempo come  ritrattista ufficiale degli artisti legati alla rivista come Breton, Dalì, Giacometti, Picasso, ecc (in basso)

Senza nome

Era il 1933, stesso anno in cui pubblicò una raccolta di foto, scattate nei suoi viaggi al termine della notte con la sua Voigtlander Bergheil: “PARIS DE NUIT” che gli fece guadagnare il soprannome “L’occhio di Parigi” e destò l’interesse di molti artisti dell’epoca. Un occhio ungherese, immigrato e vinto. A guardarle una ad una,  non sembra difficile capirne il perché.

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“Parigi è come una puttana. Da lontano pare incantevole, non vedi l’ora di averla tra le braccia. E cinque minuti dopo ti senti vuoto, schifato di te stesso. Ti senti truffato.”

Diceva contemporaneamente il suo amico e scrittore Henri Miller, appena trasferitosi a Parigi, in Tropico del Cancro.

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“Mi piacciono gli esseri viventi; mi piace la vita, ma preferisco catturarla in modo che la foto non si muova.”

Lo scopo della fotografia di Brassai è quello di intensificare la vita in qualsiasi forma essa si presenti davanti ai nostri occhi, per quanto depravata, nascosta ed inaccettabile essa ci possa sembrare. Una dichiarazione d’amore alle infinite realtà soggettive, che influenzerà i flash di un certo tipo di fotografia fino ai giorni nostri.
“La Fotografia, nel nostro tempo, ci lascia una pesante responsabilità. Mentre stiamo giocando nei nostri studi coi vasi di fiori rotti, con le arance, mentre studiamo i nudi e le nature morte, un giorno sappiamo che saremo chiamati a pagarne il conto: la vita sta passando davanti ai nostri occhi senza essere guardata”

11 - La Môme bijou

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“Per me la fotografia deve suggerire, non insistere o spiegare”

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14 - Kiki

“Tutto quello che volevo esprimere era la realtà, perché nulla è più surreale”

Nonostante le frequentazioni surrealiste, Brassai mantenne sempre una certa distanza critica dal movimento e dai suoi automatismi.  Distanza che si conferma nelle sue foto, dove due sono gli elementi principali e intrinsechi che si occupano di creare delle visioni del reale nel reale, come degli spazi rubati, dei riflessi, delle duplicazioni:

1) la luce notturna artificiale, libera o distorta dalla nebbia, una specie di occhio di bue che cade sulla scena realizzandola, senza inventare nulla

2) gli specchi, con il loro inquadrare fisso e inopportuno l’inesistente

Il soggetto deve restare la realtà e il genio al massimo deve avere la pazienza di catturarla e ritagliarla, aspettando i lunghi tempi di esposizione in notturna, mai riplasmarla o esasperarla. Un vero e proprio realismo poetico.

“Il surrealismo delle mie immagini non è altro che il reale reso fantastico da una visione particolare”.

1 Brassai

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Brassai - No 27 of Paris After Dark, 1933_phixr

Quando nel 1940 l’esercito tedesco occupò Parigi, Brassai inzialmente fuggito a Sud,  tornò in città per recuperare e salvare i negativi che aveva nascosto, ma il divieto di scattare foto in pubblico imposto dall’esercito occupante, lo spinse verso altre forme di espressione come la poesia, il disegno e la scultura, già praticati prima dell’arrivo a Parigi. Solo con la Liberazione, nel 1945, tornò alla fotografia proseguendo il percorso già intrapreso, ma forse, la guerra, quelle notti giovanili, curiose ed affamate, le aveva offuscate.

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“Dopo venti anni si può iniziare a essere sicuri di ciò che la fotocamera farà”

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Nella sua continua ricerca di forme di espressione figurativa, nel 1956 arrivò addirittura un successo cinematografico: fu premiato il suo film “Tant qu’il y aura des bêtes” (As long as there are beasts) a Cannes come il più originale e fu menzionato, ovviamente, anche per la fotografia. Oltretutto va ricordato che Brassai scrisse ben 17 libri, il più tradotto:  “Conversazioni con Picasso” nel 1964. Considerato uno dei più grandi fotografi del ‘900, ottenne il primo riconoscimento a Parigi nel 1974 come Cavaliere all’Ordine delle Arti e della Letteratura e dopo quttro anni vinse il Grand Prix National de la Photographie. Morì dieci anni dopo e fu seppellito a Montparnasse, luogo dove nacque la sua prima foto.