Homo homini Virus, il contagioso romanzo di Ilaria Palomba


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Il nostro corpo è spesso un regno per entità biologiche centomila volte più piccole di una cellula: i vīrus (lat. tossina, veleno).
Sebbene inizialmente questo tipo di “veleno”sia stato considerato solo in termini patogeni, con il passare del tempo si è scoperto che i virus possono anche svolgere una funzione utile all’organismo.
Il titolo che Ilaria Palomba ha scelto per il suo libro è un richiamo all’espressione latina “Homo homini lupus” che in una letterale traduzione ricorda come l’uomo sia un lupo nei confronti del suo simile.
Nel romanzo a cui ci riferiamo l’uomo è un virus: può contaminare e sconvolgere la serenità illusoria in cui ognuno si rintana in questa epoca oscura. Tentiamo ostinatamente di sopravvivere, come se i comportamenti automatici e “necessari” (in termini sociali) possano renderci vivi, questa routine a cui ci siamo abituati in realtà ci ammazza: ci svuota.
Lo stare al di fuori ci annienta, “il talento scava dentro, e quando aspira all’esteriorità perde tutta la sua potenza iniziale” (v. pag. 27).

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Ascoltare con gli occhi – il NoirDesire di Flavio Di Nardo


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La fotografia di Flavio Di Nardo è un mezzo d’indagine dell’anima umana. Gli elementi centrali attorno cui si sviluppa la foto sono solitamente due: in primo luogo abbiamo l’interiorità denudata delle modelle lasciate libere di esprimersi – lontane dal mondo – tramite le contrazioni delle proprie carni, svelando i propri desideri; in secondo luogo entra in gioco il fotografo che modifica la propria flessibilità cercando di cogliere l’assoluta e pura bellezza dell’essere che si mostra ormai privo di carcassa.
Gli spazi nudi e crudi che fanno da contorno, si annientano in un profondo e infinito nero, che sotto le dolci carezze delle muse si lascia agitare parendo quasi un mare oscuro in frenetica agitazione. Questi vuoti di colore hanno la funzione di mantenere l’attenzione dell’osservatore sull’enigma centrale: la rilucente modella.
La soluzione al gioco si trova nell’opera completa e perfettamente coagulata. La prospettiva come chiave estetica di riscoperta: uno sguardo sui lembi umani che spesso trascuriamo o di cui ignoriamo l’affascinante bellezza, una reinterpretazione del linguaggio del corpo.

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L’universo discografico della 7d Media


Sono molte le case editrici e discografiche indipendenti che stanno sviluppandosi sempre più intorno a noi. Questo può essere positivo se consideriamo che pubblicare qualcosa oggi è relativamente più semplice se si ha un budget alle spalle, ma indubbiamente ciò causa anche la proliferazione di materiale davvero scadente che mai nessuno avrà intenzione di acquistare.

Abbiamo deciso di guardare più da vicino questa realtà, concentrandoci sull’universo della 7d Media, label americana nata dall’idea di Trey Gunn (fra le altre cose ex-chitarrista dei King Crimson). Il materiale che ci è stato inviato risulta di ottima qualità sia dal punto di vista musicale (con un sound ricercato e ben delineato) che da quello dell’artwork.

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Brontis Jodorowsky, un dialogo tra Teatro e Cinema


Il théatron, in greco antico è una parola che indica lo “spettacolo”. Il teatro è sempre stata una rappresentazione a beneficio del pubblico, un’opera visiva scagliata contro gli spettatori. È di solito il prodotto di una fusione di Arti, la cui più importante è sicuramente la recitazione, pratica che spinta agli estremi diveniva addirittura sacra presso molte culture.

Il cinema ha poi catturato quell’arte e l’ha posizionata sotto una cinepresa, in modo da immortalare e rivedere l’atto ogni qualvolta il pubblico ne avesse sentito il bisogno. Purtroppo questo ha anche favorito la produzione di materiale scadente, che ha aiutato l’avvento di attori e registi egocentrici e narcisisti, che hanno sfruttato il cinema per crearsi un’immagine commerciale.

Molti sono gli attori che hanno preferito sviluppare una carriera teatrale seria per accrescere la propria arte recitativa e poi si sono successivamente avvicinati al cinema. Brontis Jodorowsky ha eseguito un’orbita più o meno simile come vedremo dalla seguente intervista.

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La disubbidienza tra mondanità e iniziazione


Quando il nostro caporedattore ha proposto un articolo sulla disobbedienza per gli amici di Maintenant, ne sono stato inizialmente molto entusiasta. E ho subito accettato.
Ho poi pensato che non c’è migliore articolo che non sia in realtà “azione”, e l’opera di disobbedienza in questi termini poteva essere assolta non presentando l’articolo. Sì, su Words Social Forum siamo un po’ tutti degli “scoppiati”.

Ho preferito in questo caso però ob audire al mio desiderio più alto (anche se alterando i tempi di consegna), ovvero quello di esprimermi per una volta al riguardo. “Ubbidire” in base alla radice etimologica significa “prestare ascolto”, per estensione quindi ha assunto il significato di ottemperamento e rispetto di una norma.

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Phurpa – Il suono che purifica dalle profondità


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Nel 1990 a Mosca, guidati da Alexei Tegin, un gruppo di artisti e musicisti si avvicinava allo studio della musica rituale; l’obbiettivo era quello di allontanarsi dalla musica che stava spopolando in quel periodo e recuperare le radici musicali nelle antiche culture Egizie, Iraniane e Tibetane.
Nel 2003 la lineup definitiva del progetto assumerà il nome di “Phurpa”. I membri che compongono questo gruppo sono accomunati dalle individuali ricerche nelle liturgie Bon e Buddhiste.

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Il tipo di canto utilizzato (Gyer) e gli strumenti tipici della tradizione Bon generano un sound inconfondibile e differente da altri prodotti simili. I brani che possiamo ascoltare dai loro CD non sono semplici canzoni ma vere e proprie tracce sonore di rituali e di preghiere utilizzate dai monaci Tibetani.
L’armonia si diffonde a partire dal canto delle sillabe magiche (che cioè generano una modificazione sulla realtà) che compongono i mantra, e viene poi integrata dagli strumenti rituali che il Leader del gruppo più avanti ci esporrà. Non ci sono sintetizzatori e soprattutto non vengono usati strumenti che non abbiano componenti organiche (molti strumenti sono ricavati da ossa umane).
Il sound può risultare spesso oscuro ma il contenuto dei brani è sempre dei più puri, e forse, anche in questo, risiede l’affascinante bellezza di queste preghiere tradizionali Buddhiste.

Il 7 Giugno del 2014 è stato rilasciato, presso la Zoharum, la nuova raccolta dei Phurpa che porta come titolo “Mantras of Bon”.

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Prima di lasciarvi all’intervista credo sia d’obbligo concentrarci brevemente sulla corrente religiosa che prende il nome di Bon.

IL BUDDHISMO IN TIBET
In Tibet non esiste una parola che significa “Buddhismo” [1], o ci si definisce Chos-pa (coloro che seguono il Chos) o Bon-po (coloro che seguono il Bon). [2]

IL BÖN
Il Bon è una religione pre-Buddhista che si è sviluppata principalmente nel Tibet e nel Nepal (anche se è arrivata a contaminare alcune zone dell’India e della Cina). I Bonpo riconoscono nella propria religione tre fasi importanti.
La prima fase viene denominata Jola-bon (Bon manifesto). In questo periodo erano venerate divinità che rappresentavano i principi maschili e femminili, diffusi erano inoltre i culti delle Divinità locali. Il Sacrificio rituale era una pratica quasi consueta per propiziare la benevolenza delle divinità; per stringere un patto; per inaugurare o occupare una casa la prima volta. [3] Un altro elemento caratteristico era l’estasi oracolare.
Nella seconda fase Kyar-bon (Bon differente) il Bon-Chos subisce il contatto con l’India e con le tradizioni Buddhiste e Brahaminiche (v. Induismo). In questa fase l’escatologia, l’etica e la metafisica Bon risultano molto simili a quelle del Buddhismo e il profeta Senrab Mibo viene identificato come un’incarnazione del Buddha. Le divinità Induiste trovano posto nella dottrina del Bon-chos: vengono considerate come entità luminose che hanno la capacità di influenzare i fenomeni. Esempi classici sono l’adattamento della dottrina Tantrica della Shakti e il culto della Yoni, oppure “Il Dio della Montagna” che è una trasposizione di Rudra.[4]
Nella terza e ultima fase, chiamata Gyur-Bon (Bon trasformato), la religione viene accettata ed in parte assorbita dal Buddhismo. Il periodo corrisponde a quello della Prima Epoca del Buddhismo in Tibet. Da questo momento le divinità del Bon verranno assorbite e inglobate dal Buddhismo Tibetano.
Ancora oggi il Bon sopravvive in Tibet e in altri luoghi.

Le pratiche più importanti della Tradizione Bon coinvolgono i Chakra e quindi il Tantra. L’obbiettivo principale di questa pratica è di ottenere uno stato di beatitudine e di liberazione dalla condizione negativa (la “realtà” è un’illusione), assumendo il controllo della percezione e della cognizione.
A questo fine la ritualità Bon prevede la recitazione di specifici Mantra con un tipo di canto che viene definito tantrico: in questa direzione sono orientati i Phurpa.
Tra gli strumenti che vengono utilizzati in queste pratiche, il gruppo ha deciso di rendere onore ad uno in particolare: il Phurba.

IL PUGNALE RITUALE

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Esempi di Phurba usati dal gruppo durante le performance.

Il Phurba è un pugnale rituale utilizzato in varie correnti del Buddhismo Tibetano. Può essere costituito di elementi naturali come il legno o vari metalli. È formato verticalmente da una testa (che è solitamente quella di una divinità), da un manico e infine da una lama (di tre lati, a forma piramidale). La sua struttura è studiata per assorbire, trasformare e dirigere le energie negative. Il simbolismo del Phurba può essere interpretato in vari modi: la testa può rappresentare sia il capo dell’uomo che il mondo superiore nella costituzione sciamanica dell’universo; il manico rappresenta il busto e il mondo di mezzo; la lama rappresenta le gambe e il mondo inferiore. [5] L1050370Ma un pugnale rituale non è solo uno strumento o un immagine che simbolizza una determinata divinità (come avviene con la Croce nella religione Cristiana), bensì è un essere Divino che porta lo stesso nome: Phurpa. [6] La divinità e l’oggetto, quindi, combaciano perfettamente. Nella pratica il Phurba è un’arma usata contro i Demoni. I Demoni nel Buddhismo sono entità che rallentano il percorso spirituale dell’uomo impedendogli di raggiungere la Buddhità, ovvero, lo stato di Illuminazione. Apparentemente questo potrebbe essere in contrasto con la dottrina della “compassione” (che consiste nel non nuocere a nessun Essere Senziente), ma in realtà, il Demone viene “ucciso” per compassione, liberandolo dunque dalle sue qualità negative (infatti nei testi Tibetani la parola utilizzata è “sgrol” (liberare) e non “bsad” (uccidere)).[7]

Dopo questa essenziale introduzione, vi lascio all’intervista fatta al leader dei Phurpa: Alexei Tegin.

Come nascono i Phurpa?
Non ho inventato i Phurpa, li ho solo ereditati. Phurpa (il divino) rappresenta l’elemento dell’attività e dell’azione.
Tegin in Iraniano antico significa principe; Shenrab Miwo è il fondatore del Bon ed era nato nell’antica Iran. L’ho quindi semplicemente ricordato.

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Come registrate i vostri album?
Tutti gli album più recenti sono registrati da performance live. Non scriviamo musica, registriamo soltanto ciò che succede nella realtà. Questo a prova che nulla può essere migliorato. Penso che le registrazioni in studio siano una menzogna. La nostra prima registrazione era stata fatta in studio; poi ci siamo avvicinati alla celebrazione e l’abbiamo abbandonata. Ora con la richiesta di Stephen O’Malley abbiamo iniziato a scrivere canti rituali nello stile Gyer [8]. Le registrazioni vengono fatte con un magnetofono Brown. Vengono usati microfoni a nastro (ribbon).
Chi esegue il rito usa il Canone (Buddhista n.d.T.) [9] come strumento di massima effettività. Non c’è posto per l’improvvisazione perché non è l’interprete ma è la forza che detta la realizzazione.
Nell’essenza e nel principio del Bon c’è la forza. Questa forza si manifesta in modi differenti. Non ci sono transizioni, solo il potere detta la forma. La manifestazione arriva attraverso la forza ed è come entrare in contatto con lei.
Quindi chi realizza il rito non sceglie la forma, ma semplicemente mette in atto il lavoro.
L’esecutore del rito non apprezza il risultato (non lo considera neanche come una vittoria personale, una sua capacità o un punto d’arrivo) che deve essere concluso ed assoluto.

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Quali sono gli strumenti che usate e come?

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Nga: largo tamburo con doppio lato. Il diametro varia dai 50 cm ai 180 cm. Cantando si creano vibrazioni della voce a bassa frequenza. Spesso usiamo due tamburi che sono diversi di un semitono o di tre semitoni.

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Dung-chen: tromba tibetana in bronzo lunga dai 2 m ai 3 m, rappresentano la voce degli Yidam [10]. Vengono usate sempre in coppia.

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Bup e silnyen: piatti in bronzo.

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Shang: una campana appiattita.

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Poi anche rgya-ling: una specie di oboe.

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Kanling: un piffero ricavato da una tibia umana, usato per evocare.

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In che modo usate il canto?
Mentre cantiamo la nota varia in altezza, volume e timbro. Nello schema usato sono 15-17 semitoni. La melodia risuona all’unisono e si adatta meglio al canto recitativo. La configurazione ritmica recitativa è 5, 7, 9, 11.

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Dove e come ascoltare la vostra musica?
Il testo dei mantra è parte del Canone. La melodia arriva nel sogno. Quando puoi unire insieme un’intenzione molto importante, volontà e forza interiore, il suono materializza un luogo magico. La Musica Sacra è un altro mondo e quest’altro mondo può alterare la coscienza. Se decidi di cambiare, inizia ad ascoltare. Per noi il luogo non ha importanza, il suono cambia il luogo.
Gyer e Gyu-ke sono due tipi di canto. Gyu [si traduce come] Tantra, kye [si traduce come] cantare; penso che le radici di entrambi siano profondamente radicate nel passato. I suoni della voce magica sono messi in pratica dai tempi più antichi, e questi suoni cambiano la mente (con cui si altera la realtà). Nel Bon il suono di base è la principale via di manipolazione magica.

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Cosa puoi dirci riguardo al vostro album di più recente pubblicazione: “Mantras of Bon”?
In questo CD sono riportati insieme frammenti di performance live lungo gli anni, ed altre in cui canta Alissa Nicolai. Mi piace il fatto che noi siamo fissi e che non ci muoviamo.

Phurpa live at Extreme Rituals : A Schimpfluch Carnival: http://vimeo.com/59409081

NOTE
Per la traduzione di alcune parti dal Russo si ringrazia Carolina Miron.
[1] In occidente questo termine accomuna una serie di tradizioni che seguono l’insegnamento di Siddhārtha Gautama.
[2] Cfr. “The Nine Ways of Bon: Excerpts from Gzi-brjid” edito e tradotto da D.L. Snellgrove per London Oriental Series , Vol. 18, Oxford University Press 1968.
[3] Cfr. Omacanda Hāṇḍā, “Buddhist Western Himalaya: A politico-religious history”, ed. M.L. Gidwani, New Delhi, 2001; pag. 257 a seguire.
[4] Ibidem.
[5] Cfr. “Himalayan thunder nails” di Peggy Malnati, presente nella rivista “Sacred Hoop”, n° 41, 2003; pag. 12 a seguire.
[6] Cfr. Thomas Marcotty, “Dagger Blessing, The Tibetan Phurpa Cult: Reflections and Materials”, ed. B.R. Publishing Corporation, 1987, Delhi; pag. 29.
[7] Ibidem; pag. 5.
[8] Gyer è uno stile di canto.
[9] Alla richiesta di ulteriori chiarimenti riguardo alla parola “canone”, l’artista ci risponde così: “il Canone è una struttura immutabile, il più assoluto insieme di elementi che servono per arrivare allo scopo”. I Canoni Buddhisti principali sono tre: il Canone pāli (o Pāli Tipitaka), il Canone cinese (Dàzàng jīng), e il Canone tibetano (composto dal Kangyur e dal Tenjur).
[10] Gli Yidam sono esseri perfettamente realizzati ma non (necessariamente) dotati di reale esistenza. Sono oggetto di meditazione soprattutto nel Buddhismo Vajrayana, e hanno come fine quello di provocare un cambiamento nella coscienza del praticante.

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LINKS
http://www.phurpa.ru/
http://phurpa.bandcamp.com/
http://zoharum.bandcamp.com/album/mantras-of-b-n
http://www.discogs.com/marketplace?artist_id=1644117&ev=ab
https://www.youtube.com/channel/UCkTp8XHDA54ru1-LRhUdP5w
https://www.facebook.com/alexey.tegin

Sul sentiero dei Briganti – intervista a Valerio Minicillo


“Quale risorgimento?” è il titolo del Libro-CD pubblicato da Valerio Minicillo per la Caramanica Editore. Il testo si concentra su quello che all’epoca era chiamato il Regno delle Due Sicilie, ponendo una particolare attenzione anche al contesto musicale che fa da sottofondo a quel periodo.
Per inquadrare meglio il lavoro, lasciamo spazio all’autore.

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Come presenteresti il tuo lavoro?

Non è facile presentare un lavoro del genere perché è un’opera, anzi, una doppia opera, molto particolare e complessa. Innanzitutto parliamo di un disco e di un libro. Sono due lavori che vedevo molto bene insieme e che, quindi, ho deciso di unire in un unico superlavoro: uno musicale e uno letterario. Il disco, Eredi dei briganti, è composto da 10 brani ed è un album molto versatile, che spazia da un genere all’altro. Presenta, inoltre, sia brani d’autore che strumentali. Questione Meridionale, Se tornasse Ferdinando, Angelina Romano e La storia nascosta sono canzoni legate al contesto storico e a quello che accadde durante il cosiddetto “Risorgimento” (con un po’ di eccezione per l’ultimo brano che è fondamentalmente una canzone di speranza ed un inno al popolo di una terra straordinaria che un tempo si chiamava “Regno delle Due Sicilie”). Quanti ricordi ancora è una dedica e una delle canzoni a cui sono maggiormente legato tra tutte quelle che ho scritto finora (e sono tante: spero di pubblicarle tutte!). Se te ne vai via è una canzone d’amore. Via del Campo è un mio modesto omaggio a Fabrizio De André e ci tenevo a inserirla in questo disco. Infine, ci sono due brani strumentali che sono Suono di un’alba (che suono col mio sax) e il Medley delle Due Sicilie (un medley delle melodie rivisitate di Questione Meridionale, Se tornasse Ferdinando e Angelina Romano che è caratterizzato da quello che forse è stato il mio più grande lavoro di arrangiamento fatto finora e che dura più di 8 minuti!).
Il libro, che presenta dei bellissimi interventi di Pino Aprile, Lino Patruno e Francesco D’Episcopo, riporta gli aspetti principali della storia del Regno delle Due Sicilie (dove cerco di far riflettere il lettore in particolar modo nella parte del periodo borbonico), alcune riflessioni personali, estese anche al contesto musicale, e persino un capitolo di poesie da me scritte. Credo, ad ogni modo, che la migliore presentazione del mio lavoro sia, semplicemente, leggere il libro e ascoltare il disco o, come hanno fatto in tanti, leggere il libro con in sottofondo il disco.

Come nasce il “concept” del tuo album?

Un disco nasce sempre dalla voglia di comunicare. La musica permette di fare questo. A livello emotivo, la musica ha un potere enorme e se usata bene può ottenere risultati importanti. Ad esempio, so di persone che sono venute a conoscenza di ciò che ha dovuto subire il Regno delle Due Sicilie grazie alle mie canzoni e, grazie al suono coinvolgente a sostegno delle già coinvolgenti parole dei testi, hanno avuto un’emozione e una presa di coscienza importanti. C’è chi mi scrive che quando ascolta Questione Meridionale riceve una spinta di energia pazzesca, così come c’è chi dice di emozionarsi fino a piangere all’ascolto di Angelina Romano (altra canzone tra quelle che considero tra le più belle che ho scritto). Ho sempre amato scrivere per comunicare. Scrivo da sempre: in classe, nei momenti di pausa, gli altri giocavano al “fantacalcio” e io scrivevo versi. In Conservatorio, gli altri suonavano le loro lezioni e io, assentandomi di nascosto, me ne andavo nella stanza dove c’era il pianoforte a coda e componevo. Ma mi piace scrivere anche per vivere in un mondo tutto mio: ad esempio ho scritto diversi racconti e romanzi (che probabilmente pubblicherò) e inventare personaggi, luoghi e situazioni mi permette di avere a che fare con quei personaggi, stare in quei luoghi e vivere quelle situazioni. Nel caso specifico di un album, è tutta una questione di amore per la musica e condivisione delle mie emozioni con gli altri. Quando questo avviene vuol dire che c’è soprattutto voglia di comunicazione ed il disco nasce da qui.


Come sarebbero potute andare diversamente le cose?

Se l’Italia andava fatta, andava fatta in un modo certamente diverso. Un conto è unire dei territori e metterli tutti sotto l’entità “Italia” garantendo rispetto reciproco tra popoli, culture e storie diverse; un altro è vedere un Regno (in questo caso quello sabaudo) che si allarga inglobando altre realtà territoriali. È stata fatta la seconda cosa e da lì è nata una nuova realtà basata su equilibri ben definiti in cui la parte meridionale di questa nuova “creatura” fosse la parte debole. La parte forte, per essere tale, ha sempre bisogno di una parte debole e quest’ultima parte fu assegnata al Sud. Se ci si fa caso, somiglia un po’ a quanto è successo oggi con l’Europa: si unisce tutto e si creano parti deboli e parti forti. L’Italia è diventata, a sua volta, parte debole d’Europa. La storia si ripete.

Pensi che il Sud possa ancora riprendersi? 

Secondo me sì, ma ci vorrà del tempo. Il fatto che potesse nascere una nuova consapevolezza sembrava fantascienza, eppure è successo. Se è stato possibile questo, che non è cosa da poco, vuol dire che sono possibili anche altri traguardi. Non tutti quelli che fanno musica (anzi, quasi nessuno) sfruttano il loro lavoro per parlare di argomenti importanti: io l’ho fatto e ci ho messo il nome e la faccia. Questo potevo fare e questo ho fatto. Ognuno, con le sue competenze, deve fare la sua parte. Tanti politici meridionali sono riusciti ad arrivare nei palazzi del potere che conta, ma cosa è stato fatto di concreto per tutto il territorio che una volta era il Regno delle Due Sicilie? Perché, ad esempio, c’è questo ritardo pazzesco in tema di infrastrutture? Perché alcune regioni, di fatto, è come se non ci fossero per la politica nazionale? Immaginiamo cosa potrebbe essere tutto il Centro-Sud soltanto con una buona politica di infrastrutture. Solo con quella. È un fatto di mentalità. Per molti, però la situazione è la seguente: il Sud non è importante, quindi niente infrastrutture né politiche di sviluppo. Non è così. Il Sud è importante eccome! Un’altra cosa: l’evoluzione passa soprattutto per l’arte e la cultura. Troppi giovani cadono nelle distrazioni come alcuni strani programmi televisivi (che sono quasi un’offesa al dono gratuito dell’intelletto umano) o nel calcio (che spesso smette di essere una semplice passione come tante e sfocia nel fanatismo, smettendo di essere uno sport e diventando quasi una situazione politica, come se fosse una cosa primaria: le cose primarie sono altre!). Si parlasse meno di queste distrazioni e si cominciasse ad avere passione e tifo da stadio per gli aspetti storici del Centro-Sud, per la sua cultura. Si faccia tifo per il territorio e si lascino perdere le distrazioni, che non solo non portano a nessun risultato concreto ma garantiscono la continuazione degli assetti che abbiamo. Il buon De André, proprio in Via del Campo che è presente sul mio disco, diceva: “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Io dico: dalle distrazioni non nasce niente, dalla cultura nasce il cambiamento.

IMG_3567“Valerio Minicillo Nasce a Pontecorvo il 10 agosto 1985. A nove anni entra al Conservatorio di musica “Licinio Refice” di Frosinone. Affianca agli studi di sax quelli di pianoforte e comincia a dedicarsi autonomamente all’arte della composizione. Il 3 luglio 2001 si diploma brillantemente in sax, a sedici anni. Cresce l’interesse verso il jazz e la composizione e il 12 marzo 2007 ottiene il Diploma di Laurea di 2° livello in sax, nella Disciplina Musicale “Musica moderna e per lo spettacolo”, con votazione 110/110 e Lode, discutendo una Tesi di analisi improvvisativa e compositiva su John Coltrane. Nel febbraio del 2008 ottiene, infine, il Diploma di Jazz. Grazie alla passione per la musica dei Beatles e di John Lennon, ma anche per la musica d’autore italiana, soprattutto quella di Fabrizio De André, parallelamente agli studi in Conservatorio scrive canzoni fin dall’adolescenza. Dopo esser venuto a conoscenza, grazie a Mons. Vincenzo Tavernese, della grande storia, ancora poco nota, del Regno delle Due Sicilie, scrive la canzone “Questione Meridionale”, destinata a diventare un inno meridionalista che apre diversi convegni ed eventi organizzati in diverse città italiane e incentrati sul Risorgimento. Nel 2013 esce la sua pubblicazione caratterizzata da un lavoro musicale, l’album “Eredi dei briganti”, ed uno letterario, il libro “Quale Risorgimento? – Riflessioni Meridionaliste”, con interventi di Pino Aprile, Lino Patruno e Francesco D’Episcopo.”

Scheda sul sito dell’editore: http://www.caramanicaeditore.it/catalogo/schedalibro.asp?id=324
Contatti: infovaleriominicillo@gmail.com