Giovani Propettive. Omaggio di parole a Jone Reed.


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In un casolare remoto tutto stette qui
di tempestati cristalli e scricchiolii
sparsi i sensi di cognizioni tutti rappresi nel rimmel
sulle ginocchia, alcova,
dove si frantuma e rimesta
Volevo dimostrare cosa vuol dire avercela
senza averla, ma,
non più solo quel rumore suono frr brulichio
strusciare stupendo
l’ogiva con le sue consuetudini , e mi vedi lo so
Sono fatta di balsa, ottima per i sogni,
pure neri
e fisarmonica
ed i flessibili che mi hanno segato le caviglie
Questa è la nuova fisica
spasmo io porto, come tumefazione di un mondo
troppo descrittivo
Aver la figa da uomini è di contrabbando
Quattro sigari, tre whisky, due cose da dire
Si piega lo spazio ed il tempo se ne fugge sulla posa
di qualcosa
E chi mai me la rapì non fosti tu
nemmeno io, che immagino e sovvengo
Vado al crocevia per cui si deve sentire un enorme suono
e,conta e,senti e, nega, ho (Aristotele) tra le gambe
Suono l’universo affinché si disgreghi e si faccia casa
e mi si fotta chi mi da contro
Porto sfrigolii che Dea consegna come fossero miei
Qui si fanno sintassi
E che se vadano troppo lontano i bigotti ed i porci
Ho detto virgola
E lo avresti dovuto capire
da quello che non ho detto
Piegami al muro,
Con vetuste libertà
ti spiegherò la pittura libera

Di Alessandro Bertacco

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Giovani Prospettive. Omaggio di Parole a Christopher McKenney


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***

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Nella impossibilità e nella non volontà di parlarvi, mi rivolgo a voi, uomini devastanti che avete fatto della mia vita un calvario.
Le lodi all’amore, le gioie sfrenate del sesso, la dolcezza d’amore filiale, la rassegnazione ad un penoso matrimonio hanno forgiato una marionetta, la cui testa troneggia nel bronzo in vita eterna.
Ho pagato la mia breve libertà a nervi spezzati ed emorragie affettive. Mi sono tramutata in una larga vagina dalla quale il sano ed il malato hanno attinto a loro piacimento.
Sono una stella, una stella spenta ed intristita e grigia, pazza d’amore e di mille sperma, folle di vendetta e di riscatto.
Non mi nominate, non mi invocate, vi prego.
Sono la reietta, la peccatrice, la demente.
Onorate il mio unico vero reale sincero atto di coraggio. Mi sono sottratta a voi e alla vostra cupidigia, ai miei diavoli e ai miei desideri.
E così vi lascio, a marcire tra le lenzuola sudate, impregnate dei vostri malsani odori.

Di Annalisa Fiorio Boscia

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CERNIERA di Chiara Baldini

La settimana del dovere è una valigia
che si annega nel pasto d’asfalto.
Mi ci rinchiudo, contorsionista condanna
ad alitare il buio in un grumo
tra vesti e intimo di vecchio bucato.
L’anima liquida ha la forma del flacone
e rotola appena: fa di beauty-case Casa.
Il fiato è tirato come un filo di ferro,
nella cerniera una gogna, quando s’indenta.

E tutto si compie, ogni volta si serra.

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Omaggio_Mckenney_Urlo

URLO di Chiara Baldini

Il mio urlo è uno spillo ingoiato.
Sono l’intingolo del non vissuto,
dagherrotipo di una non famiglia.
Urlo rabbia fin dentro le feci
perché m’hai tutta spremuta in carne,
fuori. E la carne riprendo nel pugno
sognando l’urlo, la nocca e lo scontro.
Poi mi accuccio, nel mio contrappasso
sputo e reinghiotto lo spillo.

Poesie tratte da “Prugne sulla pelle”, Samuele Editore, 2016

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In del bosc
mirant à la llumera
come un rottame che non sa volare
incrostato di ruggine

tourbillonando si avvita
formicolare di cieli
riflesso vaso vagale
esondazione di fremiti

Si cercano le vene
quasi soffi di vita
l’inferno è fatto d’aghi
non si attende la luce

Gli alberi pali elettrici
fiamme di sodio
precipitare in cielo
da un banale torpore

Qui si sognano boschi di castagni
e il vidore nei ronchi
sul marciapiede cupo di cemento
insozzato dai cani

di Guido Mura

***

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ACCUSA di Izabella Teresa Kostka

Mi incontrerai come una madre,
culla sanguinante del rampollo mancante,
guardiana delle grida degli innocenti
dispersi tra le tombe senza dimora.

Sarò la tua sposa distesa sull’ara,
statua – ritratto della perdizione,
non chiamerai invano il mio nome
scolpito su una costola di un Dio minore.

Dal mio sguardo morirai
come il vile carnefice avvinghiato ai piedi.

***

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MATER NOSTRA EST di Izabella Teresa Kostka

Come una vigna matura pregno il tuo grembo,
l’ombelico del mondo gravido di allegria,
turgidi e candidi i seni – succosi frutti maturi,
accogliente dimora per le piccole labbra.

Sorridi
ignorando le grida del Male,
d’Immenso s’illumina il tuo viso,
nella Natura ritrovi la pace
quell’essenza primordiale del Sacro Creato.

Sei una corolla sfavillante di puro amore
incarnato nel germoglio sbocciato dal ventre,
ovunque tu viva su questa Terra
rappresenti il nucleo dell’Universo.

Mater Nostra di qualsiasi fede
sia benedetto il tuo nome!

***

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Si attendeva
il ritorno a casa
della notte
con già pronte
cento domande
di cristallo infrangibile
a l’espèttoro.
si guardava
navigare i violini
gioiosi diluvi
di brevettate vedove
all’insaputa
di fedi incagliate
le finestre
che ti fanno pensare
all’ammirazione
per nebbie distratte
dal rovistare del tasso
tra le insanguinate sponde
di lacerate labbra
tana di lupi
nei mattini di tormenta
al bosco grigiastro
che non vuole invecchiare
allo svolazzo
tra secche di gomma
ascoltando Chopin
si dimena
la polvere incisa
nell’ortografia di una lingua
che fa girare la testa
ad ali sfiancate
impeto di nere porte
infagottate parole
di poeti scaduti
tra fiamme inadatte
a sfornare il pane.

Di Luca Gamberini

***

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Se tu mi dessi
tutti i cieli che conosci
i nembi sarebbero pellicola di tempeste
e tutti i diluvi
si stamperebbero
asciutti
sulla terraferma del mio volto
come io fossi Amazzonia
in contrasto agli astri
foresta intricata
tangente alle tue altitudini

Di Mariella Buscemi

***

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Nulla sanno dell’innesto
che fanno i nostri gambicini
ai rami
e della fotosintesi generata
dalle cime secolari e innevate,
tanto da portarci
dentro
le stalattiti appuntite
di tutte le generazioni
miste alle viscere.
Rido.
Al gelo della mia postazione.
Ho la certezza intessuta al nome
E la scoperta del piccolo e autentico
A stampella del vacillare.
La minaccia salta in aria.
ed io,
ad osservarne il triste volo.
Da qui, è Luce.
Ho la certezza intessuta al Nome.

Di Mariella Buscemi

***

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la visione
è oltre la cinta screpolata
oltre la pietra,
immobile, nonostante il crepitio
che il vento traccia
sulle venature sottili delle mani.
le scritture nodose sussurrano
ai sognanti l’alterità
la perfezione delle cortecce
i presagi che il bianco ricama
sulla terra
il capo panìco velato
senza volto

di Mirella Crapanzano

***

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ci sono passata tante volte nello stesso inverno , come un random di memorie che che si apliano lentamente nei passi fatti a piedi nudi in quella terra dove ogni cosa mi ricordava casa , pur non avendome mai avuta una .
e ci sono tornata tante altre volte in quella terra , nonostante fosse sempre lo stesso gelido inverno , senza lamenti moderati e disperazioni che dalla fame mi mangiavano la pelle .
se tutto questo non porta il nome del mio mancato essere , della mia addomesticata afflissione al dolore , allora chi sono io ?
da dove vengo se non da quegli inverni che mi hanno tenuta in vita abbastanza a lungo da non voler più subire la carezza della luce del sole .
forse è questo che sono io , una persona sola che si ripete in se stessa come in un riflesso .
un’anima mancata senza ombra , senza orma , senza esistenza , se non quella dispersa in un tempo curvo nel suo termine .

di Rosaria Iuliucci

***

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(e tu vorresti titolarmi?) di Alessandro Bertacco

No, e senti il blu, assieme
lanciato al cielo
(e non devi dimezzarti)
Ni, e senti il mondo, corallino
antropofago, ci rigenereremo
specchiandoci come ci avessero mostrato
due alici diverse, qualche paio di cose proibite
E si, e si che ed lì che tutto muore
quel fetente che non si è fatto favola
.
E più cado e più sento
questo è il budino esoterico della vita
Cristo quando le hai rese serie
E più volo, e dovevo stare
al suggerire della realtà
E più tutto mi muove
.
mi protraggo fino ad invadere
le terre che sono boschi attorno alla vostra aurea
e dico ciao allo spettro
.
Siamo alla spiaggia della realtà,
e siamo tutti di nuovo strani e normali
della alla luce che mai è banale
.
Che poi
Che poi
che tanto l’altro l’hanno raccontato
Ed il terzo mondo è questione ancora più seria
al chiamarla questione individuale
falsamente che qui ed ora sia stata rappresentata
germinare è la via di mezzo tra morire e nascere
in foto vi fotto cose invisibili

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Josephine Cardin


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Nata a Santo Domingo, Repubblica Dominicana, Josephine Cardin è una fotografa delle belle arti che è cresciuta nel sud della Florida e che ora vive e lavora a Rochester, NY.

Attualmente, Cardin sta sviluppando il suo lavoro di fotografia figurativa contemporanea, ispirandosi alla musica, la danza e alle tematiche umane della solitudine,dell’ isolamento,del la paura e della trasformazione. Sempre un artista in qualche modo, Cardin ha cominciato come una ballerina, prima di perseguire una formazionedi arti tradizionali e infine concentrarsi completamente sull’arte dal 2010.

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Prospettive. Omaggio di parole a Joel-Peter Witkin.


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Nato da padre ebreo e madre cattolica, è fratello gemello del pittore Jerome Witkin. Ha frequentato la scuola di Saint Cecilia di Brooklyn, ed ha continuato poi nella Grover Cleveland High School. Tra il 1961 e 1964 lavorò come fotografo di guerra durante la Guerra del Vietnam. Nel 1967 decise di lavorare come fotografo libero professionista, e divenne fotografo ufficiale presso la City Walls Inc. . Successivamente decise di proseguire gli studi alla Cooper Union di New York specializzandosi in scultura. Infine la Columbia University gli ha concesso una borsa di studio che gli ha permesso di concludere gli studi presso l’Università del Nuovo Messico di Albuquerque.
Witkin ha sostenuto in più interviste che le sue visioni, le sue ricerca di significato e bellezza siano state causate da un episodio a cui ha assistito quando era ancora bambino: un incidente d’auto avvenuto di fronte a casa sua in cui una bambina è stata decapitata.
“Successe di Domenica quando mia madre, io e il mio fratello gemello stavamo scendendo le scale del palazzo in cui abitavamo. Stavamo andando in chiesa. Mentre camminavamo lungo il corridoio verso l’ingresso del palazzo, abbiamo sentito uno schianto incredibile insieme ad urla e grida in cerca di aiuto. L’incidente ha coinvolto tre vetture, tutte e tre con famiglie complete dentro. In qualche modo, nella confusione, non stavo più tenendo la mano di mia madre. Nel punto in cui mi trovavo sul marciapiede, ho potuto vedere qualcosa che rotolava da una delle auto rovesciate. Si fermò sul marciapiede dove mi trovavo. Era la testa di una bambina. Mi chinai a toccare il viso, per parlargli – ma prima che potessi toccare qualcuno mi ha portato via”.
Hanno probabilmente influito le opere dei grandi artisti pittori del passato, come dimostra “Gods of Earth and Heaven” rappresentante la Nascita di Venere del Botticelli vista e distorta dal suo punto di vista, lo stesso vale per “Queer saint”, che ricorda molto il martirio di San Sebastiano. Numerose fotografie rappresentano santi, crocifissi, martiri appartenenti al cristianesimo. Il tema persistente è quello della morte, con l’ utilizzo di figure distorte e deformi, a volte con la presenza di protesi o in simbiosi con macchine.
I soggetti fotografati sono quasi sempre i cosiddetti freak, burattini, e spesso sono veri e propri cadaveri, o parti di essi, manipolati e sistemati nel set fotografico dallo stesso artista. Il più famoso esempio è forse Glassman.

***

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IL PRINCIPE DI PALAGONIA CONTEMPLA UNA FOTO DI JOEL PETER WITKIN (ANACRONISMI) di Antonio Devicienti

“Ecco, cara amica, guardate:
quest’artista figlio, mi dicono, delle Colonie d’Oltremare,
ha visto
non il deforme non lo strano né l’orrido né il patologico
(lo credano pure gl’ingenui e i superficiali)
bensì il connubio – non l’ammettono i più –
d’umano e d’animale
di sogno e di veglia.
Questa tecnica sublime
(leggo chiàmasi scrivere con la luce)
s’insinua nel buio della nostra anima,
affisa pupille di coraggiosa indagine ben dentro quel ch’è l’
inconfessabile – l’
inconfessato.
Gentile amica, un corpo nudo,
una bianca maschera, il pene eretto d’uno stallone
trattenuto da corregge di cuoio
e la mano della dama, quella
mano desiderosa e sincera,
irrompono nell’illusa quiete d’animi di sempliciotti.
Così la sconvolgono.
E so di capi mozzati adagiati su piatti da portata,
d’androgine veneri, di centaure musicanti,
d’arti umani ma artificiali …
Se guardo ai mostri (mostri?) di tufo
che vegliano il mio giardino
e agli specchi deformanti nella villa
mi persuado: ecco, ho trovato un fratello nell’arte”.

***

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Giovani Prospettive. Omaggio di Parole a Sarah Ann Loreth.


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Sarah Ann Loreth è una fotografa d’arte che crea provocanti pensieri, attraverso la cattura d’immagini che riflettono i suoi sentimenti più intimi. Lei sviluppa fotografie emotive che raccontano una storia per chiunque le stia guardando.

***

sono parola che vaga
mentre il bosco canta
e dentro si sporge la notte
quando lo spazio ignora il fuoco
che si fa inverno e ci scivola addosso

e mi faccio sconosciuta con questo bianco
che placidamente mi offre
un passato che scricchiola oltre la fine

di Antonella Taravella

***

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TROVARE UNA STRADA VERSO CASA di Antonio Devicienti

Che cos’è una casa?
Lo spazio dello sguardo condiviso in tre, l’esigenza politica che qui si faccia comunità di pensieri e d’intenti, un battello ormai inservibile e che non si può tornare indietro e che bisogna accendere un fuoco, cuocervi il pane, vegliare l’operosità dei giorni.

Casa è
l’acqua da condividere in tre, la soglia d’alberi benigni, ancora andare, ma in tre, perché casa è nello sguardo comune,

casa vorrebbe meditante solitudine, ma anche il chiamarsi delle voci dalla veranda e dalle rotte erratiche della biblioteca.

E andando, sempre andando si fa casa, così come si fa giorno per rotazione naturale del continente attorno al suo perno di luce e l’esigenza culturale di stare insieme, usare parole, aprire lo sguardo, gli sguardi.

***

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Prospettive. Omaggio di parole a Francesco Malavolta


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Francesco Malavolta è un fotogiornalista. Dal 1994 collabora con varie agenzie fotografiche nazionali ed internazionali, con organizzazioni umanitarie quali l’UNHCR e l’OIM. Dal 2011 documenta, per conto dell’Agenzia dell’Unione Europea “Frontex”, quel che accade lungo i confini marittimi e terrestri del Continente. Da subito orienta quasi totalmente i suoi lavori sulle frontiere e di conseguenza sul flusso migratorio dei popoli, in particolare su quello proveniente dal mare. Segue le vicende dall’immigrazione fin dall’inizio degli anni Novanta, dai tempi del grande esodo dall’Albania. Semplice e rigoroso il suo metodo di lavoro: studiare, documentarsi, prepararsi a ogni servizio come se fosse il primo. Non dare mai niente per scontato. E “disarticolare” con le immagini l’idea che le migrazioni siano una specie di fenomeno idraulico: un “flusso” dove gli individui, il loro nome, la loro identità, e il loro sguardo, non esistono più.

***

*Zeitgeist è un termine intraducibile della lingua tedesca che indica lo spirito, l’anima di una determinata epoca e che si riflette nella cultura, nella letteratura e nelle arti in generale. Questo lemma intraducibile sembra il più appropriato per raccontare il senso dei 20 anni di carriera di Francesco Malavolta che coi suoi scatti racconta lo spirito del nostro tempo.
Il suo lavoro di ricerca e vivida testimonianza si snoda a partire dagli sbarchi sulle coste pugliesi degli albanesi in fuga dalla dittatura e prosegue fino ai giorni nostri su vari scenari: Macedonia, Serbia, Grecia, Italia. Nei suoi scatti troviamo una umanità dolente che continua a lottare senza soccombere alle ingiuste umiliazioni cui viene esposta, una umanità caparbia che un passo alla volta guadagna centimetri di libertà, quegli stessi centimetri che sommati diventano chilometri e che lui non esita a percorrere insieme ai viaggiatori delle sue foto.
I suoi scatti sono pervasi da una religiosità che oltrepassa la singola religione codificata per abbracciare la Vita stessa, tutta intera, nelle sue poliedriche manifestazioni: una madre che costruisce un salvagente di polistirolo attorno alla figlia, una coppia che si ritrova dopo un naufragio, un padre disperato con un figlio in lacrime, un anziano con un bastone che arriva a toccare le coste greche. Per quanto tumultuose e movimentate siano le scene riprese, dai suoi scatti affiora il silenzio di chi rimane attonito di fronte al miracolo della Vita che nasce e ri/nasce toccando terra. Un silenzio che è insieme profondo rispetto e compassione, nel senso più strettamente etimologico del termine, per questi popoli in movimento di cui reca testimonianza documentando lo spirito di una epoca -la nostra- che sembra essere rimasta senz’anima.
“Pure quando consideriamo la storia come un simile mattatoio, in cui sono state condotte al sacrificio la fortuna dei popoli, la sapienza degli stati e la virtù degli individui, il pensiero giunge di necessità anche a chiedersi in vantaggio di chi, e di qual finalità ultima siano stati compiuti così enormi sacrifici”
(Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia)*

Di MariaGrazia Patania
Direttrice e creatrice del Collettivo Antigone

***

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“Miliardi a tener le ali sospese.
Chi non ha mai sognato di volar via come una farfalla?”

Di Yacob Founiy

***

Omaggio Malavolta MG Patania

Deve Esserci nel mio corpo
Un punto in cui si annida tutto il dolore del mondo.
Una frattura da cui passa il vento
Ed entra la pioggia.
Un lago salato dove annega la gioia.
Le mie costole rimbalzano del pianto dell’uomo picchiato
E tremano della donna violata.
Tutto è finzione.
Eppure questo mio dolore è reale.

di MariaGrazia Patania

***

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natività – versi di Angela Greco

*

C’è del sacro in questa salvezza d’umanità
chesenza sorriso guarda la notte
e tra le braccia
– in un attimo caravaggesco –
al domani.

Nell’anticipo di apocalisse sulla sponda opposta
fauci di drago sputano sulla quotidianità
abbandonata d’un fiato e d’un battito
per tentare l’approdo
tra i miracoli del baratto con la sorte.

Attorno alla Madre
si stringe l’ostinazione di sopravvivere.
Nell’affanno della riva
una sedia attende il ritorno
arrugginendo di lacrime e silenzio.

(inedito)

***

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Fare un passo di lato
uscire dal percorso
infrangere il tracciato
se cadiamo è la morte
ma poi cos’è la morte?
assenza di pensiero e sensazioni
tornare al dio-natura
liberi finalmente
perché ci fa paura?

Acqua culla di sogni
acqua les bras ouverts
abbandono affrancato da emozioni
acqua lieve assassina
Nulla è rimasto versi di Prevert
e sonetti d’amore di Neruda
non c’è poesia nel male
inviolabile e nuda
fatale e cristallina

L’agonia della luce
si fa certezza
nell’anno della falce
una lunga amarezza
l’oscuro si rivela
Anche i miti ci lasciano
veleggiano nel buio
anche Londra l’Europa
persino Bud ci lascia

Svelta cala la tela
rotta da un colpo d’ascia
al cupo limitare dell’inverno
e tanti troppi arrivano
trascinati da un canto che seduce
un’illusione di sopravvivenza
e – forse – di conquista in un disegno
coltivato dal cielo o dall’inferno
con rigida coerenza

di Guido Mura

***

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PROMESSE FALSE di Angelica D’Alessandri

Si guardava intorno per comprendere il suo destino:
non era più una questione di vita o di morte, ma di felicità.
In quel momento pensava: “Posso veramente ricominciare una nuova vita da qui”.
I guizzi del mare sotto di lui erano l’unica consolazione in quel momento.
Aveva sempre pensato che il mare era come un altro mondo, a sua volta vivo, e in quel caso era la via della salvezza.
Una scialuppa di salvataggio si avvicinò alla nave stracolma, e il suo cuore si riempì di gioia.
Una felicità inusuale, forse insulsa.
Un bambino in fuga.
Dopo ore di interminabile attesa li portarono tutti in un edificio.
Niente privacy, niente gioco. Tenuti come bestie.
Rimase lì, i suoi occhi sognavano quelle acque turchesi.

***

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-Non so come tornarci dagli occhi di spalle
con filo spinato
commozione è la larghezza dell’acqua
se metti memoria alle ali
un sorriso di grano sottobraccio
ci vedremo nodo a testa in giù
-un uomo quando vede una donna negli occhi
apre ai chicchi
prima di saltare la memoria
se per caso hai agitato le acque di coltelli
due pugni di resina dagli alberi
e hai fotografato i sopravvissuti
le lodi alla serenità
saranno ali fatte di un giorno solo
per l’intera linea degli occhi
e gli scatti del respiro profondamente
farli diventare immune all’assenza
Cerchi un giorno in particolare?
Ti dipingerò così tante volte con quel giorno e la selva
lo so, non si vede l’errore mentre sbatto le ali alla luce
il bianco è la danza dell’acqua quando ama
e taglia legna
Amore, sì, sulla luna c’è senza ombra di dubbio respiro
uno strato eterno tuo e mio d’aria
e poi grotte grovigli carri armati

di ANILA HANXHARI

***

Spesso si salpa già morti, la speranza non sempre è in grado di annientare tutti i ricordi, spesso inseguo ciò che tu hai e non apprezzi, forse mi basterebbe ciò che getti via ad ogni tramonto, forse, non so. Ho sentito dire che c’è la televisione, è lì che ho visto per la prima e unica volta il mare, ho sentito dire che ci sono abiti diversi per ogni nuova occasione e mi hanno raccontato che non si muore di fame, che c’è una cura adeguata per ogni male, che si vive di originali abitudini, che se infrangi le regole c’è sempre qualcuno pronto a difenderti. Io, che non ho mai visto il mare, ora vedo solo mare, mare dappertutto, mi sento solo come quando camminavo tra le disperate e impaurite strade, con la differenza che qui non puoi gemere o gridare, devi stare muto e pregare, anche se non hai un Dio, anche se il sudore freddo dell’onda lunga ti secca l’anima. La nave si è allontanata dalla costa come fa un ubriaco quando abbandona l’osteria, che sa di aver una casa, ma non sa dove. Il mio corpo è una ciurma di fragili ossa dagli occhi immobili e la stella che cade non è mai la mia, vorrei qualcuno mi svegliasse.

Di Luca Gamberini

***

fm

-sul mare intatto- di Francesca Dono

sul mare intatto
___dimenticare
è un obbligo_ dovuto alla nebbia che di noi si nutre.
________Sta qui la feluca a vegliare l’aria.
La velocità della luce. In alto
_ dentro la bianca giovinezza .
-Gradazioni di colori-
Passano lanette azzurre.
________Pende un filo. Impassibile
tra il buio e la soglia della guerra.
_ Si colma di tutte le cose
senza grazia. Secondo il libro dei dannati.
_____ |Chen fu l’inquieto. Scivolato nell’abisso|.
———- Thomas l’immigrato. Entrato da un tetto senza stelle.
{…Mi distendo fino al davanzale del vicino.
Pareti ristrette. Dorothy seduta ad un tavolo sterile.
Ha conosciuto la deriva. Tutto avvenne
per continuare.

Intanto apro l’orizzonte per spingere
il dovere dei pesci.
Nuotare indenne._____
Pensare in stanze di petali.
Stanza dopo stanza. La chiave.
< Dice: spazio e prendere e portare>.
Talvolta anche Erich giunge. Ci amiamo.
Poi donne e neri
si spingono nel nostro Vietnam.
La massa è saziata. Disserrano dai lacci negli stivali.
Grigi cementi .
Vibrando.
E l’oriente stordisce.
Una voce che scava nel tempo.

***

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LIBERTÀ di Izabella Teresa Kostka

Me la sognavo,
profumata di terra del solleone
tra i cespugli di timo e le bianche scogliere,
lontana dalle grida dei vigliacchi scafisti
erranti sulla riva come un branco di iene.

La sognavo,
sul barcone affollato di ombre,
coperto a strati di rifiuti umani,
aggrappato al buio agli scarti di vita
dissetato soltanto con agro sudore.

Incidevo sulla pelle il suo nome
usando il sangue come inchiostro.

L i b e r t à !

L’ ho trovata all’alba,
abbracciando la Morte,
naufragando sperduto tra i flutti del mare.

***

VIAGGIO di Marino Santalucia

Invece del ritorno
prenoto un orologio che finga le ore
che mi prenda la mano
per non dimenticare.

Il chiasso delle onde
è voce a cui non si sfugge
ed io naufrago
dentro me.

***

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ERI MIO FIGLIO di Izabella Teresa Kostka

Eri mio figlio.

Sul paffuto visino non portavi sorriso
sfrattato dalla smorfia di puro terrore,
le tue piccole mani sporche di fango
m’abbracciavano ferite con scheggiate unghie.

Non hai più madre,
è rimasta a terra
calpestata dalla folla di esodati,
con l’ultimo sospiro t’ha avvolto per sempre
affidandoti allo spirito dell’ingenua speranza.

Eri mio figlio,
un cucciolo umano
dalla pelle lacerata dagli spari e dal sole,
l’immagine eterna dell’innocenza
umiliata dall’odio, dal disprezzo, dalla rabbia.

Un ritratto squarciante di sofferenza,
immortalato da uno scatto
per accusare il Mondo.

***

poveri cristi

Poveri cristi di Roberto Marzano

Echi di passi nei pressi di foschi preludi
una scarpa mostruosa che bracca sicura
crude prede sbranando a morsi la strada
la tomaia che affligge e il laccio che strozza
mentre il tacco calpesta crudele le teste
noci secche in frantumi di fango, di bile
non c’è cura o rimedio all’assedio che avanza…

L’incedere zoppo di quei poveri cristi
incatenati agli incroci a guardare sgomenti
piedi sfatti incatramati di ghiaia e di sangue
freddi raggi di soli malati che calano ciechi
un torpore letale di fame che torce la pancia
come cala improvvisa la notte coprendo
di una grandine bruta l’asfalto fumante.

Si farà grosso spreco d’acquaragia ai confini
per cancellare quei colpi di pennello indigesto
si farà strage di crani e di braccia bambine
roteando manganelli di pietra a sgranare rosari
d’occhi stanchi trafitti da ombre spalancate nel buio…

***

WESTERN bALKAN Francesco Malavolta

IL DOLORE DEL MONDO di Laura Pezzolla

Tra le colline
di granelli spessi
incrocio carovane
di migranti
non possono far male
le cadute
se inciampo e annaspo
tra le dune in corsa
vulnerabile al vento
alle tempeste
al tempo che rovescia
le scorie dei miraggi.

Tornando con giudizio
alla vita di sempre
imparo l’arte
dello scomparire
mi rannicchio dentro
l’occhio del ciclone
abbasso la testa
abbraccio le ginocchia
disattivo i muscoli

sopravvivo nel silenzio
ignorando la folla
ma il dolore del mondo
penetra la pelle
buca fossili
di madreperla
si fa grumo legnoso
che non scioglie
e viaggia nelle vene
dentro un overdose
di tristezza.

***

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Storie incompiute di Maria Allo

In un lungo viaggio l’orizzonte diviene viatico .
Strappato alla corrosione del tempo e alla gloria della memoria
L’orizzonte diviene terra calpestata sopra onde scisse
Il vento si porta via le parole e respira quell’amore
Che racconta il mare misurando il silenzio
E pietrifica goccia a goccia l’attesa di altri cieli.
Ricerca di mani nell’incresparsi dentro le parole
Ma sulla rotta impietosamente
Si sfalda tra le vene la speranza di ritrovarsi
Solo occhi rossi e sgomento tutti inermi
Senza passato né futuro
In agguato solo un fottuto naufragio
Come punto d’arrivo
Eppure lo sguardo attende una mano
con una distanza ancora da colmare
in un mare al vertice del cielo non lontano dal cuore

***

a

c

d

Ecatombe: Mediterraneo rosso di Mariella Buscemi

E fiori sui fondali
tingersi di cupo
screziarsi di rosso
in settecento petali d’amello
e dei pistilli
da polline a cenere
il cuore si fa stiva

Ché migrare verso la speranza
fosse Cielo?
_Nell’abisso

Tratta di morte
nell’acque rosse
a rievocare Nilo
sì che s’abbatte come piaga
tra i corpi ammassati si piega

| In-coscienza dis-umana |

Mas-sacro

***

Immagine

Venite la di Romeo Raja

Come una foto
un niente di un soffio fermato
dopo che in posa
imbroglia un fotografo e un attimo,
le nostre coscienze
mentre.

***

Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Mirjam Appelhof


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Mirjam Appelhof artista che nasce e vive nei Paesi Bassi.
Ha iniziato a lavorare con la fotografia per tradurre i sentimenti interiori, immagini che la riflettono.
Le sue immagini non sono mai ferme, dice che il movimento continua nel tempo.
Per creare usa Photoshop, ma anche ama dipingere sulle sue immagini o utilizzare materiali diversi.

***

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