La voce del cuore – I versi sensibili di Iole Natoli di Angela Greco


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Sono poesie amorose quelle raccolte in “Il cuore ritrova il battito” di Iole Natoli, parlano di emozioni e memorie, che descrivono il rapporto con l’altro diverso da sé. Amore, quindi, come atto di totale abbandono e apertura all’altro. Amore che queste poesie non sublimano, ma raccontano e fanno corpo, erotismo, attesa, orgasmo, separazione. Un cuore affamato palpita, insegue, lacrima, combatte, vive, ama, si lascia andare. E scrive. Diciannove poesie d’amore e di lotta. Dedicate agli uomini e alle donne che hanno coraggio, vivono e amano.

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VERSO|| DOPPIO|| SENSO – 2 – di Silvia Rosa


[Sorella follia ha un conto aperto col futuro, per questo semina con un pugno di spilli gli occhi di visioni d’altre vite da non vivere mai. Del passato inscritto nelle vertebre piega tutti i giornifin dall’inizio, fino a renderli minuscoli e infiniti insieme, ombre livide che strisciano addosso, una mappa del tesoro da decifrare – impossibile – per ritrovarsi al punto di partenza, quando l’alba appena accesa era un lusso. Sorella follia ha la bocca chiusa, ma a tratti la voce le sgattaiola via senza fare una piega e scende lungo il corpo cieca, scende fino ai piedi e oltre e corre tutto intorno finché le mani non la ritrovano, e ingoiandola a forza la strozzanonel silenzio di una stanza vuota. Sorella follia ha un vestitino bianco cucito di pazienza e di fil di ferro arrugginito, un confine invalicabilericamato punto a croce sulle balzespampanateal vento, e poiin tasca uno scampolo di vene e paura, per asciugarsi il sudore quando c’è troppo caldo e fuori le rose gelano. Sorella follia ha tante figlie quanti sono i dolori del mondo, bellissime e algide, con i capelli intrecciati di rami e di stelle, che osservano immobili dietro un vetro scheggiato ilfranare del tempo e quando fa buio diventano un canto, che nessuno ricorda a memoria.]

S.R.

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Prospettive. Omaggio di parole a Duane Michals.


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Duane Michals (McKeesport, 18 febbraio 1932) è un fotografo statunitense.
Dalla metà degli anni sessanta del XX secolo, Michals affianca alla propria attività commerciale un lavoro personale rivolto all’esplorazione dell’emotività umana, del mondo interiore, attraverso varie forme di manipolazione del linguaggio fotografico quali sequenze narrative, esposizioni multiple ed interventi manuali di tipo pittorico e grafico.

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di Alberto Mori

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“L’Ombra del tuo Essere” di Rosaria Iuliucci

L’ombra dei venti al posto delle tue mani
ed il senso del mio essere si fà nebbia in balia di te
fino a riempirmi gli occhi di quel nero che avanza nel desiderio
e si fa leccare senza aprirmi la bocca .
Affamato il corpo si inarca alla tua imprecisa forma
come fossi un manto di tenebra bipolare
che nell’andare vorace dentro , divora
e nel tornare alla foce , ama
come un lupo la sua preda
come un lupo la sua fame .

L’ombra del tuo essere mi tampona leggera
con le mani fino a raggiungere l’oltre che smania .
Non mi bagna il ventre e non arriva a voce questa tua illusione ,
questa tua ombra imprecisa di vento mi sguarnisce
freddo come una lama che stenta ad incidere
ma che accarezza poco prima della morte
il rimedio alla follia nato poco prima della furia
nell’ovale del mio gemere che come fiore sboccia doloso .

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Josephine Cardin


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Nata a Santo Domingo, Repubblica Dominicana, Josephine Cardin è una fotografa delle belle arti che è cresciuta nel sud della Florida e che ora vive e lavora a Rochester, NY.

Attualmente, Cardin sta sviluppando il suo lavoro di fotografia figurativa contemporanea, ispirandosi alla musica, la danza e alle tematiche umane della solitudine,dell’ isolamento,del la paura e della trasformazione. Sempre un artista in qualche modo, Cardin ha cominciato come una ballerina, prima di perseguire una formazionedi arti tradizionali e infine concentrarsi completamente sull’arte dal 2010.

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VERSO|| DOPPIO|| SENSO – 1 – di Silvia Rosa


[Ma chi aspetti, donna mia, ragazza fiore all’occhiello dei tuoi anni spampanati via dal buio secco degli addii?Hai messo su radici serpi che legano i capelli a terra in un groviglio di non ancorae i polsi immobili stretti allo stesso desiderio biascicato inutile, hai perso la contadei giorni, che in un presente appiccicoso di paure ricomincia sempre dalla fine, da quando gli occhi hanno incontrato il rovescio della luna, ma da dove mi scrivi, sorella mia, e perché attendi ancora una risposta da te stessa, muta?]

da “CARTOLINE DEL TROPICO CON DONNE”, di JORGE ENRIQUE ADOUM(in “L’amore disinterrato e altre poesie”, traduzione di Raffaella Marzano, Multimedia 2002)

I.

Di spalle al mare, arrabbiate con il mare,
guardano passare lento il pomeriggio che spazza via la domenica
che spazza la polvere che ha lasciato la settimana barcollando.
Giovani, troppo, se ne andarono i maschi a cercare lavoro.
“Bah, pretesto per andarsene” dicono con una pena oceana.
Ancora le rattrista la pioggia nelle ciglia
esososospirano crepuscolari di memoria e nubilato.
“Tornerò, mi disse. Gli dissi: Perché se vuoi andartene.
Però lo aspettavamo il mio corpo e io,
forse io solamente”.
Davvero
nessuno le lambisce la schiena con gli occhi,
nessuno le vede il sesso con una lingua miope
e solo il vento asciuga con sabbia fra le gambe
la loro saliva di mare? Non lascia il sabato
morsi di uomini sulle loro spalle
che le proverebbero oggi accoppiate?/
“Mai?
“Giammaimaipiù?”
A un tratto due si guardano, imbruniscono
e tremano. Si scoprono amabili e, brumose
intuiscono, celebrazione liturgica simmetrica,
l’amore allo specchio fra due vergini.

III.

Le piacevano gli uomini, sanamente, e a loro la birra.
Per questo aprì l’unico bar del paese (una tavola e tre sedie
che teneva nella sala) sul lato della strada, frequentato
dai solitari che parlano tra loro sull’orlo della domenica.
(Gli altri giorni i cani, le galline e i maiali
si rotolano sotto i mobili e un avvoltoio a volte
si abbatte sulla tavola e fissa lì il suo territorio.)
La musica della sua radio rumorosa tra le mosche
arriva a dire che giorno è al carbonaio e alla sua signora
e guarisce il balbuziente dal canto della messa.
I marinai la cercano per sentire un’altra volta un’altra voce,
roca di acquavite e femmina, alla quale attraccano
dopo il viaggio con silenzio di iodio.
Chiede con insistenza di due volte
vedova e senza vedovanza (esageratamente vedova),
e senza capire la geografia orale delle spiegazioni,
dove sono i paesaggi delle cartoline
che qualcuno le mandava. (Le spillava alla porta
con il testo verso l’alto perché le notizie
le piacevano più delle fotografie.)
Chiede dell’uomo che doveva tornare
una domenica sera (da quindici mesi ormai),
che si portò l’orologio del marito (fermo all’ora
in cui fu ucciso da uno sparo) affinché lo riparassero
laggiù lontano disse, dove ci sono buoni orologiai disse,
e i suoi orecchini come pegno che sarebbe tornato
a metterglieli di nuovo (cerimonia nuziale?)
“con queste stesse mani che ti hanno amato ieri notte”
e portarsela in uno di quei paesi perché ridesse.
Chiede perché non è tornato né è tornato
a mandarle cartoline. Dove sta. Perché non viene.
(Se da qui si vede che il mare è piatto che scusa
ha.) Ditegli di venire. Che lui sa
che gli orecchini lo disturberanno all’ora di coricarsi
e che se non si è potuto riparare l’orologio non importa.
In fondo servì solo due volte quando segnò l’ora
in cui qualcuno se ne andava per sempre.

IV.

Lui verrà questa notte, clandestino. E non è
cospirazione con se stessi ciò che tenta
ogni amante contro l’altro? Non è cospirazione
alla sua età, quella di lei, fra lenzuola e ombre?

L’ho vista guardarsi nuda, e un po’ alla volta, che è più triste,
studiarsi diligentemente il corpo zebrato dal sole dietro le persiane,
attestandosi ancora adatta alle occupazioni notturne
se solo potesse levarsi le macchie dei colpi,
il passaggio dei parti e gli altri errori
e far sì che lui non le sentisse al tatto la tristezza
che la imbruttisce come un taglio nel ventre.

E poi, tutto come le altre volte, lo stesso
uragano di un altro maschio nello stesso letto,
presagi di un futuro che la volta scorsa
le durò solo fino a quando terminò di svestirsi,
il ricordo di una carezza sotto il cuscino
con cui tiene il conto dei suoi anni da sola,
calendario di prigioniero sui muri?

Fa male ricominciare una conversazione dopo aver
perso la parola.
Fa male resuscitare nello specchio ed accettarsi.
Fa male lasciar cadere di nuovo i bottoni della blusa
per riconoscere la strada di ritorno dal letto.

(…)

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Inediti di Ilaria Pamio: – Assolo per Joel-Peter Witkin


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CAMMINA CAMMINA

“Cammina cammina
sciocca bambina imbellettata
col girello d’acciaio fiorito
e il pizzo consunto.
Non li vedi?
Tutt’intorno a te
ridono, sbellicandosi a terra
e anche il pittore s’è fermato.
L’unico è un uomo
immobile sull’uscio
non parla, pensa:
sì, ma chissà a che cosa”

(lila Ria, 16 ottobre 2016)

*

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IL CAPPELLO

“Andai al matrimonio
col mio cappello migliore.
Tutti mi guardavano
la pelle dai fianchi
strabordava.
Indossavo le mie calze
d’acciaio fino
e, sebbene avessi scordato lo smalto,
me ne fregavo!
Avevo pur sempre una cosa
per cui tutti m’invidiavano:
il mio bellissimo cappello”

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Franca Alaimo su “La pietà del bianco” di Antonella Taravella – Carteggi Letterari Le edizioni, 2016


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“La pietà del bianco” di Antonella Taravella si coagula attorno ai due campi semantici del bianco (la luce, la neve, il pallore, l’infanzia) e il nero (il buio, la notte, il vuoto, l’assenza, il dolore, i corvi). Li attraversa trasversalmente la morte, poiché essa può appartenere all’uno e all’altro, se e quando dal disordine della lacerazione si trasforma in occasione di canto.
Il centro dell’ispirazione è la figura materna, della quale il testo d’apertura (una dedica in versi) dice: Per questa parte di me/ che vive ancora i tuoi occhi/ per questo sentiero che non smette di fiorire; e la seconda strofa del testo di chiusura: tutto il tempo che mi resta/ ti farò altare/ bianco che terrifica il vento/ e pregherò le cose di farsi neve; s’individua, dunque, a fine lettura, una struttura circolare entro cui la memoria ha il ruolo di catalizzare i ricordi e consegnarli alla poesia.
Quest’ultima assume su di sé la funzione di creare le più straordinarie giunture fra l’assenza fisica della madre e la presenza ostinatamente affettuosa della memoria, fra le figure del dolore, gli angoli ed i precipizi degli inferi, e gli itinerari dematerializzanti e trasfiguranti della parola. Per questo motivo uno dei termini più ricorrenti all’interno di questa silloge è “bocca”, il cui vuoto o buio o grido viene riempito e superato dall’irrompere della luce, dal suo sgorgo vittorioso.
La parola raggiunge, così, per la sua capacità di innalzare il dolore su un altare, di fare sacro l’evento incomprensibile della morte, la sua massima astrazione nel bianco della neve, rito di cancellazione delle cose del mondo, di purificazione, di rifondazione (come nella bellissima silloge di Yves Bonnefoy: Quel che fu senza luce. Inizio e fine della neve, che probabilmente è da indicare come il punto di riferimento più importante per la Taravella).
La poesia di Antonella Taravella si muove entro spazi ora d’introversione, ora di visionarietà: ne consegue un oscillamento fra la necessità di piccole tane protettive e calde (gusci, cappotti, mani, conchiglie) e quella di un’apertura verso ampi spazi d’aria e l’immenso, che mettono in campo una sensibilità stupefatta e lacerata.
La brevità spesso enigmatica, l’anti-convenzionalità dell’aggettivazione, l’ubbidienza alla sonorità dei significanti piuttosto che alla chiarezza del significato, fanno di questa poesia una sorta di rito arcano, i cui bagliori di bellezza seducono il lettore e fanno dei testi della Taravella quasi degli esercizi estetici aperti a interpretazioni infinite. Credo, infatti, che la mia sia soltanto una di esse.

Franca Alaimo