VERSO|| DOPPIO|| SENSO – 3 – di Silvia Rosa


[Ci sono giorni da rosicchiare come pane duro, dal bordo annerito dell’alba lungo la crosta delle assenze ‒ una dopo l’altra ‒ che rintoccano le ore ad ogni ora fino a notte, in un boccone che raschia voce e lascia segno tra le palpebre, umide. Ci sono giorni come mattoncini freddi d’acqua, in questa nostra casa che ha l’eco del tuo odore e alle finestre tende candide di nuvola, che spiovono piano rigando guance per i sentieri in cui hai lasciato briciole di baci, prima di restare sulle labbra una promessa di lievito e di miele, e quel terrore autentico di perdersi fuori da una porta senza più cardini e dai tuoi pensieri chiusi a chiave tra una serratura arrugginita e svuotate le mie mani, le dita di mollica da buttare ai pesci.]

S.R.

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UN GIORNO SBAGLIATO

Ottanta centoventi duecento metri quadri
non esiste una casa che possa contenere troppo a lungo
due persone che si amano
se a volte non si lasciano le finestre aperte

e l’affetto è come un pezzo di pane
dimenticato sul tavolo di sera
alla mattina sembra identico a ieri
ma si è indurito dentro

come sempre quando qualche cosa mi consuma
volevo parlare di case e di pane e invece
ho parlato di noi

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SOLSTIZIO

Ho messo da parte per te
un’ora di giugno quando sui vetri
la trasparenza non ha conosciuto la brina
né il freddo che gela l’acqua e
rende il metallo così indifferente al tatto

ora puoi
levare il maglione di lana
lasciare la tua catenina
che oscilli a filo di pelle
e guidi il mio sguardo che cerca
tra i tuoi seni un punto
per attecchire e
farsi lucido

come un monile d’oro

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TEMPO INCERTO E RANCORE

Un momento non c’è niente e
un momento dopo precipitano gocce grosse e
pesanti come offese come quando mi hai gridato
che nell’animo ho un seme di violenza
e poi non hai capito non volevo dire questo

possiamo fare pace ma le nubi
sono scure dappertutto come pachidermi
e non ho mai sentito il cielo
che si scusa per un temporale
ci si bagna ci si asciuga
ma dopo si ricorda che si è stati male

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VIENE BUIO PRESTO

Il tavolo con i piatti sporchi della cena
una bottiglia di vino bevuta a metà
per darci un po’ di svagatezza
e io penso a quando ci promettevamo
di restare insieme per sempre
abbiamo mentito
l’eternità non esiste
amare è un verbo che ha senso soltanto al presente
così prima che tu possa sparecchiare
allungo la mano per stringere la tua
come i bambini che non vogliono dormire
perché hanno paura
di non svegliarsi più

**

* Testi di FRANCESCO TOMADA, da “NON SI PUÒ IMPORRE IL COLORE AD UNA ROSA” (Carteggi Letterari Edizioni, 2016)
* Immagini di LAURA MAKABRESKU (http://lauramakabresku.blogspot.it/)

SSRI – inedito di Simona Di Profio


«Che cos’è un essere vivente?
Un essere vivente è un individuo che nasce, cresce, si riproduce e muore.»

 

So osservarmi delicata
I riflussi congeniti di nomenclature classificanti ma veritiere
Colgo sottili, le patine
Traslucide s’incrinano ove non Vuoi traspaia
E nella forma, l’indistinzione è omaggio

 

Laura Makabresku

Laura Makabresku

 

La lastra liquida riflette passi veloci, biancomarino, quando la marea decade e la luna remore del giorno mi tange quel poco, troppo, bastante per rendermi fragile: non so. Ignoro.
E sono sere che passo fra cera e matite senza osare abusarne. Eppure vorrei, ma mi trattiene affetto. Qualcosa che sporca ancora, vischio sensibile che trama contro le ossa deboli carcandole d’irrisolutezze ripide. Comincia con un fischio prolungato, gli arti si anestetizzano e sento il bisogno impellente di scappare in bagno. So che non ho niente da espellere.
Non ce la faccio più a cadere dopo inaspettati capogiri.
Le favole senza ritorno le ha ricamate l’infanzia pietosa e candida con dita carboniche.
Quando la guardo fa tutto più male.
Quando la guardo non so respirare.
Mi ostino a farlo, ed ostinatamente la vista si chiude astringendo passi. Rendendoli fermi.  Volubili. Frali.
Se solo potessi arrecare alle pagine dei troppi diari lasciati a metà, dentro quadretti di prima elementare, un ritratto più consono a quello che norma fiducerebbe… normativamente dovrei ritenermi forse colpevole dell’auto-abuso, una masochista sensibilità mono aulata, mono direzionata.
E in fin dei conti sadica.
Eccello in corse immobili;  cosa che non richiama più il contatto; distoglie. Annienta.
Non solo me.  Temo che mi obblighino a ricercare la carne. Commestibilmente. Passiva e attiva, al bivio, minacciata di tubi catodici per epilessie apparenti, reflussi o ulcere da qualificare in merito a ticket dai costi efferati e omicidi e  stillicidi organici inflaconati.  Brandiscono convulsamente perdite d’identità a cui mi sottrarrei soltanto scegliendo di massificarmi in una mole ragionevole,  almeno per apparire  membro del  mio sesso, tratteggiata e curvilinea, accettabilmente donna con quanto ne consegue mensilmente. E’ un male, invece, che voglio accentuare. Perché è male rispettabile. Non potrei ammettermi in diverso modo: una fittizia concidentia oppisitorum, iporcrita ma simmetrica, nel nome del Padre e del Figlio.
Sebbene a me manchi il coraggio per ferire e fendere, non ce ne vuole, è inevitabile.
Qualcuno ci rimette sempre.
Qualcuno che di me colga una parziale purezza, qualcuno che voglia che quello preservi. Potremmo avere un fine, tendendo confluenti e complementarmente; eppure mi basta il tremore di un cero. L’anatomia del marmo. Mi salva l’acume incolore dei pastelli accesi per ritrovare accessi,  trascendermi di nuovo.  Stuprarmi mentalmente in empirismi volontari.
Libero arbitrio, dopotutto e dopo tutto.
Non solo questo: qualcosa che vada anche oltre all’intelletto consapevole, qualcosa oltre le mani, il dolore e la gioia concepiti ormai omozigoti. Senza recriminarmi attimi. Senza  me stessa, e concludendo:
Senza.
Laura Makabresku

Laura Makabresku

 

Mi siedo, prendo fiato. La cera della candela sfrigola sulla punta della matita con delicate ali di fumo profuso, dalla variegatura acre e pungente che mi trafigge gli occhi costringendomi a stringere le palpebre nell’oscurità di questa stanza madida di ombre. Di bambole e Peluches. In ogni dove.
Bambole.
Tendo il polso piano,scostando i lembi delle maniche in cotone, concessore incoraggiante,  carezzevolmente. Gli angeli a cullarmi sono qui riuniti, intonatori al Kyrie, mentre offro alla grafite la parte interna della pelle. Dov’è più pallida. Dove rigagnoli bluastri diramano con eleganza perpetuandosi nelle mie dita sottilissime, dietro le nocche sporgentissime che tremano al contatto e si contraggono.
Umorali e caustici nel coito del contatto, essi arridono pungolando l’aria con il respiro flebile e frusciante, confessori verecondi.
Male per male, solvente.
Ego Me Absolvo.
Gli occhi socchiusi, le ciglia, sigillo. Resistendo all’immediato stimolo che deterrebbe la purezza supplizievole. Dalla bellezza folgorante,  di una violenza questa volta consenziente ed ancestrale.
Gli Angeli mi toccano con più vigore fra le cosce tese. Quando più e più volte infliggo godimento all’anima.
Quando l’amore di Dio eroga perfetto invisibili tracciati al lapis dei santissimi disegni in un orgasmo di passione.
Ginocchia, l’una contro l’altra. Velata e liqueforme la nudità opalina. Regalare al compensato della scrivania da cameretta libagioni vive a pentimento. Ora è un altare.
E quando poi, nell’acqua fredda la pelle sulle ustioni si solleva e gonfia in cinque piccole meduse opache sotto il getto congelato, leggerissime; quando poi la carne, resa sobria, resta accesa; quando nel fatuo impeto abrasivo dell’asciugamano bianco, lo spirito pentecostale del poco derma esposto,eroso,si eleva nitido e focale a ricordarmi quanto poco vale la mia pena nei confronti di quanto sono causa… allora, e solo allora,

 prego.

 

Laura Makabresku

Laura Makabresku

Mattino.
L’aria sussurra al mio corpo il freddo distacco da un letto in cui sentire il mio odore ristagnare. Come un lenzuolo, un sudario di moderna leggerezza, velata, tenue.
Indosso questo pigiama verde, in pile. Plastica morbida sul corpo torpido. Torbido: non riesco a vedermi al di la delle pupille infiorescenti macchie e tintinnii lucenti e fitti, acuminati, mentre le mani cercano nel lavandino correttivi di plastica anch’essi, per le miopie celate.
Non sono più me stessa, né anelo esserlo ancora. Più semplicemente denoterei una leggerezza appesantita dal supporre, quando “supposizioni” è un estetismo inutile davanti alle certezze.
Il caffè tracima e macchia, con quell’odore di bruciata infanzia onnipresente, mai paga d’appartenermi placida e soffusa, arpeggiata fra le ciglia rotte dall’ennesimo pianto. L’ennesimo rigetto d’anima.
Confesso paure mai dette e tremo giudizi mai attribuitimi, se non da me medesima.
Sento ancora il sapore: tuorlo grumoso e germico dell’asma cumulata e condensata dai singhiozzi trattenuti. E mai, mai come ieri, inginocchiata e fedele alla mia vita tanto breve quanto un rifiuto compostabile ho invocato Angeli migliori di un gorgo di sciacquone.
Ho masturbato la gola provando un trepido e fugace piacere nel figurarmi stesa anch’ io in una cassa, magari bianca, sicuramente compianta.
Amata infine.
Poi le dita macchiate di sangue. La repulsione immediata di un piccolo quadrato di carta igienica gettata sul pavimento. I riflessi delle gocce di qualche schizzo di urina mal centrata e la paura sparsa, ben distribuita in vivida punteggiatura porporina e accesa sulle piastrelle di ceramica. Unita a un utero spogliato, a-mestruale.
E violentarmi ancora, e ancora.
Non ricavarne un solo zampillio di vomito.
Con unghie tumide ed ematiche. Con la voglia di un rapido effetto delle sin troppo poche compresse sgranocchiate come caramelle amare. Con mia madre alle spalle a incitarmi, come un’amante instancabile ed estatica. Con mia sorella stravolta come avevo dimenticato potesse esserlo, inascoltata per un cosi prolungato arco di tempo.
Agnello. Infante al parto. Di primo vagito.
Brillante, un rubino.
Il passo di mio zio sui vetri rotti, contro il granito. Il suo insultarmi bestemmiando, sfuma tutto quanto.
E zar di coltri raffinate e Stige in libagioni cristalline al frangersi.
Poi la luce. Poi il sollievo. Poi gli abbracci. E infine, il sonno.
Pulcher, sepolcro.  D’assenze di sogni. Di fine dei giorni.

 

Mattino.

 

Ero tornata all’obitorio e non mi sembrava vero niente: un ammasso bidimensionale, quinte spoglie di un teatro di cartone.  I corpi sembravano sorridermi tutti, increspando appena appena le labbra cianotiche. Le persone intorno agitate come fantocci senza senso.
Mi angoscia tantissimo il mondo fuori, non lo capisco. La realtà consiste in un meccanismo fatto di gesti orribili in refrain e non ha senso. E’ elettrico, tutto.
Sì, tutti elettrici.
La colpa è un conto da saldare a cui non posso sottrarmi e nemmeno voi potreste, se vedeste.  Io so di essere un coagulo di morbidi budelli laidi, pieni di cadaveri ed è per questo che devo punirmi.
E poi, quando mi guardo allo specchio, non sono io.  Sono deforme, credimi, tremendamente pingue e deforme e trovo rivoltante quel che c’è sotto la pelle, dentro.
Mi fanno schifo gli organi, vorrei riuscire a vomitarli via per sentirmi pulita.
Quando lui morì, mia nonna si mise a lavorare il pesce che avevano comprato per Natale. Era sudicio, verdastro. Ma lei prendeva la forbice e mentre piangeva e chiamava il suo bambino che non c’era, piano piano, il lercio andava via e lei si calmava. Ecco: io vorrei essere spanciata, come i pesci. Potrei così cacciare quel gonfiore putrescente. Invece nessuno può aiutarmi, neppure se morissi: sarebbe morire con lo schifo dentro. E poi dovrei marcire e piangerebbero e io forse resterei lo stesso. Cosciente, al freddo. O forse no. In ogni caso marcirei; non è una soluzione.
Pensaci.
Noi, che cosa siamo? Siamo mangiatori di cadaveri. Mangiamo i cadaveri delle piante, degli animali e siamo destinati a diventare cadaveri. Il fulcro è questo, la verità è questa. Siamo cadaveri azionati da un sistema osceno che da ignari ci aziona attraverso l’assassinio, la necessità di uccidere, sempre.
Sempre.
Per nutrirci di morte in nome della vernice, dello smalto, della pelle: della bellezza. Quella che chiamiamo vita e che è solo un impulso elettrico di morte, che finisce con la morte e non si riaccende.
Mai più.

 

Laura Makabresku

Laura Makabresku

 

«Il finale non cambia.  Alla fin fine le cose accadono e accadono quelle in cui, ragionando, ti imbatti magari solo per sbaglio, per un gusto di sollucchero drammatico. Come a cercare il significato di un significante troppo abusato e vuoto.»

 

Prima o poi, tutti i vuoti vengono colmati.