VERSO|| DOPPIO|| SENSO – 4 – di Silvia Rosa


NERA

Gli occhi in punto
in questo mezzo giorno
di precisa assenza,
ti guardo ripetuta in una foto
che rincorre la tua vita intera:
sempre nera la maschera
che indossi per ricordare
il lutto ‒ quando da bambina
hai mancato per un soffio l’appiglio
confortante dell’attesa, quel treno
spoglio, le mani che parlano
la tua stessa lingua nella forma
che il codice genetico detta
ai tuoi silenzi

ma io lo so che nonostante tutto
sei la stessa in ogni dove per
sempre quell’anima piccina
turchese e zucchero, nascosta
dentro un’armatura nera
in questa mezza notte bucata
al centro, il tempo che si inceppa
parallelo alla corsa decisa
delle tue parole, spalle al vento,
è il credito che tieni in pugno
nera impronta di un addio.

Silvia Rosa

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Ricordi l’inverno passato?

Venivi a coprirmi nella notte
sul rosario d’ossa che cinge il petto.

Ora un uccello azzurro vi ha posato il nido
grida un nome
a gocce alterne morbide infuocate
grida
nella cicatrice che unisce le solitudini
sul filo nero che ricuce
un punto dopo l’altro
la tempesta.

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Alta e verticale sto
come una roccia a picco sul mare
e nulla scompone
questa assenza orizzontale.

Alta e verticale sto
a sorvegliare pinne e abissi
quella sovranità feroce che danza
nutrendo piedi uncini e radici.

Alta e verticale sto
a setacciare pietre lucide
nella tempesta di boe e cefali
che si incrociano dentro me
in una guerra silenziosa.

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Ci sono stanze dove nessuno attende
e solitudini negli angoli appese ai muri
e uomini in piedi sulla soglia
con donne lì accanto a denti stretti
provate dalla stessa urgenza.

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È un atto di fede
questo svegliarsi nel mondo
e praticare la notte

un miracolo che attende
lo sgravare delle ore e dell’acqua
nelle porte senza chiave, che timide
risiedono, incavate nelle stelle
lì, dove il silenzio ci definisce
e con esso, il buio.

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*

Testi di KSENJA LAGINJA, tratti da “PRATICARE LA NOTTE” (Ladolfi Editore, 2015)

Immagini di KRISTAMAS KLOUSCH (http://kristamas.net/home.html)

Le sfumature dell’anima di Ksenja Laginja


Ksenja by Giulio De Paoli

“Giulio De Paoli ph” 2015

Benvenuta su Words Social forum Ksenja

“La tua carriera artistica nasce sul tavolo da disegno, ma come sei passata dalle linee rette del  tecnigrafo a quelle morbide e sfumate dei tuoi lavori?”

Innanzitutto ti ringrazio, Christian, per questo splendido invito e ringrazio WSF, cara creatura, per l’ennesima ospitalità. Non ho mai vissuto passaggi e paesaggi così netti dacché ricordi. Sono partita dalle linee fluide per approdare al rigoroso silenzio della linea retta, poi tutte queste sfumature si sono sovrapposte in prospettive, assonometrie e ogni confine è caduto. Ho mischiato rette e sfumature perché entrambe mi compongono da sempre e continuo a seguire questo percorso. La linea, l’architettura sono il tutto, questi elementi sono rintracciabili ovunque e in queste terre tutto è possibile. Amo le linee rigorose, le figure geometriche, i tagli, le ferite e amo la fluidità della carne e dei liquidi biologici; tutto è rappresentabile e sviscerabile, anche le emozioni.

E credo non esistano confini precisi tra queste due visioni, o almeno mi piace pensare ciò.

“La contaminazione intesa come invasione di uno spazio da un corpo estraneo è particolarmente presente nei tuoi lavori. L’impressione che traspare dalla lettura dei tuoi testi poetici e dalle tue illustrazioni è una volontà di non isolamento nei confronti del nuovo, cosa apportano questi corpi estranei al tuo modo di creare?”

Questi corpi di carta, inchiostro, pixel e idee, rappresentano l’incontro dell’Io con ciò che vedo e vivo ogni giorno. L’isolamento non mi serve, se non nell’attimo in cui rappresento tutto ciò. Lì sono da sola. Ed è una fase delicata in cui mi chiudo per limare e asciugare tutta questa complessità di intenti. In ogni cosa che faccio cerco la semplicità. Non amo scrivere in “maniera complessa” perché non amo chiudermi di fronte alle persone, ed è bello quando chi ti ascolta, vede o legge di te, riesce a entrarci dentro, a sentire qualcosa. Nel disegno mi muovo sempre attraverso le visioni, ma in modo un po’ differente: qui posso lasciar fuoriuscire il nero che non riesco o non voglio incanalare nella scrittura. Questi corpi “estranei” arricchiscono il mio mondo, sono i figli prediletti che mi completano.

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Prospettive. Omaggio di parole a Veronika Gilkovà


Veronika Gilková è una fotografa slovacca che ha studi di psicologia.
Ha cominciato a concentrarsi sulla fotografia durante i suoi ultimi anni di studio. Le sue foto sono principalmente ritratti dall’atmosfera da sogno e sono presentati in numerose riviste di arte e stile di vita.

Immagine

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non chiedermi della superficie
la pelle canta ma tu
non puoi sentire aspetta
la crepa
– porta scavata nel tempo
è l’inatteso profondo

Maria Luisa Giaquinto

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Poesie di Ksenja Laginja


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Nasciamo per sottrazione

Nasciamo per sottrazione
e nella vita procediamo
sottraendo – sempre
fra le incognite dove tutto scorre.

 

 ****

Ho sempre vissuto nelle pietre

Ho sempre vissuto nelle pietre
sul fiume ancorato a queste mura
nella sconfitta arresa di lotte alterne armate
estese agli angoli
sui punti intrecciati delle braccia
come costellazioni arrese alla notte.
Nella tasca più nascosta
conservo la ruvidezza di te
del fiume raccolto in noi
e l’odore di grano e cotone in fiore
mentre il sapone porta via
la terra strappata alle unghie
e ogni altro sé.

 

****

 

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Fame: riflessioni e dintorni su Knut Hamsun


« A quel tempo ero affamato e andavo in giro per Christiania, quella strana città che nessuno lascia senza portarne i segni… »

Hamsun Knut_foto cover by Ksenja LaginjaUn libro color petrolio, edito da Adelphi, in copertina l’opera di Lyonel Feininger: un uomo solitario attraversa un ponte, dietro di lui una città in lontananza; un’indicazione prima di iniziare a sfogliar le pagine dello spartiacque che – a tempi alterni – siamo portarti a varcare, a prendere per mano. E lì, su quel ponte, inizia la storia del giovane scrittore protagonista dell’opera di Hamsun, nella stagione dove tutto scolora e trapassa, sulle pareti di una soffitta i cui muri sono lettere/letture spiegate nella campagna silenziosa, punto privilegiato d’osservazione.

Hamsun ci racconta la storia di una città, Christiania (conservò questo nome dal 1624 al 1878, per acquisire successivamente il nome odierno: Oslo) tra le pagine di un libro che già dal titolo si pone come indicatore; ma non fatevi fuorviare, la fame non è solo quella legata alla biologia. La fame, da puro riferimento fisico, innalza su di noi straordinari vessilli per condurci in territori nuovi – altri – che appartengono al puro senso d’esistenza. In un tempo dove l’essere Artisti, ieri come oggi, non garantisce sussistenza ma – al contrario – rincorse contro il tempo mai magnanimo, in cui la vita ruota su di noi in quel continuo ferirci che stordisce anche i più forti. Pochi gli eletti che assurgono a tale condizione, pochi i dichiaranti. Quasi fosse una vergogna vivere facendo qualcosa che non combacia perfettamente oppure costeggia l’inclinazione verso cui siamo votati. Ma nella creazione non v’è vergogna, non deve esserci. Noi siamo ciò che siamo e questa bellezza – qualunque essa sia, da qualsiasi posto provenga – non passa inosservata. E se la scrittura o l’arte vi possiede non fatene un vanto, prendetela per ciò che è – bellezza mista al tormento. Binomio spesso inevitabile. Non sarete superiori, ma semplicemente creature. Come il nostro eroe, quello che scorre per Christiania senza cappotto o panciotto, con le scarpe bucate e la fame nel cuore, felice di aver venduto l’articolo che lo porterà a vivere qualche giorno di sereno calore a cavallo tra la pazzia e il delirio lucido di un uomo che speranza più non ha, e che attanagliato dalla fame sarà pronto a risorgere il giorno dopo. L’uomo innamorato vicino al fienile. L’uomo che rincorre un sogno. Lo vedete anche voi?

Oh sì, il nostro eroe – e da questo punto lo chiamerò così, che un po’ di lui a mio avviso c’è in ognuno di noi. Chi di voi non ha patito la Fame in ogni sua forma?

Hamsun Knut_foto by Ksenja Laginja

Spiegare un’opera in poche parole è compito assai delicato, e in ordine sparso di idee vi racconterò, seppur brevemente, come tutto iniziò.
Lessi questo libro mentre tutto scivolava via – e con questo intendo tutto il microcosmo che chiamiamo vita – schiantandosi sulle spalle come se il peso di un’enorme creatura nero vestita non mollasse la presa. La fame mi attanagliava allo stesso modo di cui Hamsun rivestiva quelle pagine di parole e volti in fiamme, di disperazione straziante e gioia proverbiale. Presa dalla febbrile lettura, una pagina dopo l’altra, imboccai queste parole:

« E intorno a me covava sempre la stessa oscurità, quella stessa eternità nera e imperscrutabile, contro la quale si inalberavano i miei pensieri incapaci di afferrarla. Con che cosa potevo paragonarla? Feci sforzi disperati per trovare una parola abbastanza grande per definire quel buio, una parola così crudelmente nera da annerire la mia bocca quando l’avessi pronunciata. »

(da “Fame”, pp. 71, traduzione di Ervino Pocar, Adelphi Edizioni, 2002)

Uno strepitoso universo di fuochi artificiali, e la fame, quella dannata spina nel fianco in grado di togliere il respiro, e lui – il nostro eroe – così vicino, eppure così lontano. Un istante in cui il tempo può annullarsi, per tornare lì – in quelle strade – a cercare insieme a lui una parola così crudelmente nera da stravolgere ogni singolo mondo, novella flaneur come il nostro errabondo scrittore, in folle ricerca. Rileggendo questa frase mi è tornata alla mente una citazione di Jack Kerouac che in poche e semplici parole descrive questo universo:

Perché per me l’unica gente possibile sono i pazzi, quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, quelli che mai sbadigliano o dicono un luogo comune, ma bruciano, bruciano, bruciano, come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno Oooohhh!

(Jack Kerouac, “On the road”)

Fame (in norvegese: Sult) venne pubblicato nel lontano 1890 e oggi al solo nominar codesto tempo tutto appare così diverso e incerto. Ma in realtà nulla è cambiato. Giovani poeti e artisti si sono affacciati sulla vita, alle miserie e alle sue bellezze, in cui l’unica cosa davvero mutata – tranne l’uomo e la natura – sono i costumi. Da allora questo libro ne ha fatta di strada e non c’è antichità nel suo linguaggio ma fresca effervescenza, indicatrice di una scrittura che scorre con la potenza della parola che si fa richiamo e canto disperato e allo stesso tempo tragicomica disavventura. E poi lei, Ylajali, di cui non racconterò nulla, per ora. Una piccola sorpresa per voi.

A Christiania, nella notte pungente affilata su un ponte, c’è un uomo teso, solitario, amabile. È lui –

Il nostro eroe – al culmine della disperazione – guarderà con occhi diversi la città che fino ad allora lo aveva cresciuto e tenuto a bada in quella fame sempre accesa, monito che le cose non succedono mai per caso, che ogni evento è collegato e per ognuno di noi – presto o tardi – qualcosa tornerà a splendere. E quella bellezza sarà accecante, indimenticabile.

Vi dirò una cosa. Se non avete letto questo libro correte fuori di casa e non badate a socchiudere l’uscio, correte a più non posso, non fermatevi a nessun angolo ma continuate a correre e dopo aver stretto le sue pagine tra le mani tornate a casa con il cuore in gola e l’aria di questo inverno che brucia dentro. Siate affamati di voi stessi, degli altri e di ciò che avete intorno, di queste pagine, di questo libro. Nulla sarà più uguale. E la bellezza un giorno busserà dalla città che vi ha cresciuto da buona matrigna qual è, consapevoli che tutto cambia e infine che ogni cosa ha il suo tempo. Anche la fame.

Colazione Poetica a Crema con il Collettivo WSF


Tra gli esperimenti più curiosi dell’edizione in corso di ArtShot c’era Pane burro e poesia. La colazione poetica con gli autori del collettivo WSF, un collettivo nato all’interno del sito del Words Social Forum – Centro Sociale dell’Arte.
La colazione poetica è stata indubbiamente un’idea ben riuscita per animo e luogo, i ragazzi dell’Artshot quest’anno hanno regalato uno scorcio indimenticabile, intrecciando la poesia in un unico ramo, una tavolata imbandita d’ogni vizio mattutino ha chiuso il cerchio su una domenica per noi magica e dunque il collettivo WSF ringrazia l’Artshot, Il nodo dei desideri e Crema e infine, ringrazio anche le voci che si sono susseguite:
Fosca Massucco, Andrea Lucheroni, Sebastiano Adernò e Ksenja Laginja. Esperimento da ripetere.

Collettivo WSF

Collettivo WSF

La splendida cornice offertaci dai ragazzi dell’organizzazione dell’ArtShot di Crema di quest’anno, ha creato una splendida magia/sintonia fra noi – un legame che andava ben oltre al semplice conoscerci, anche le poesie scelte in qualche modo si legavano perfettamente fra loro, l’idea si è dimostrata azzeccatissima, un susseguirsi, microfono permettendo, senza interruzioni – quasi che la parola si trasformasse in qualcosa che ruscellava, liquida e calma ma allo stesso tempo impetuosa.

Qui di seguito le foto di Alberto Mori, che immortala i protagonisti durante la lettura, intervallate da un testo simbolico di ognuno di noi…di seguito ci saranno i video di Sebastiano Adernò, buona lettura e buona visione.

Andrea Lucheroni

Andrea Lucheroni

[15]

L’acqua
un attimo prima
di chiamarsi cascata
riflette la sua personale
scelta di dissolversi, con l’occhio
di mulinello orientato al vecchio letto di pietra,
di cui seguirà la forma, anche un attimo dopo, cadendo,
come si addice ad un fiume che scorre nel divenire,
dissolverà solo l’illusione della scelta
con gli occhi serrati e disorientati
nell’ultimo respiro soffocato,
dal suo piccolo vuoto,
al prossimo salto.

Fosca Massucco

Fosca Massucco

**

Io a Firenze ci andavo per le gatte e per la bici.
Scendevo dal taxi pervasa
da un’aura di pensieri profondi
che davvero non facevo – ma tu li immaginavi
e me li spiegavi, tra i ceci e la salvia del giardino.
Ci andavo per le gatte rosse
e per le bici sul Monte Morello,
nei dicembre di luce trasversa e gemme
immobili – ero infinitamente bella
e spesso sbronza. Falsamente colti
un po’ arguti, gareggiavamo a parole e ricordi
lungo le colline fiesolane – finendo ad ascoltare Sclavis.
Io a Firenze ci andavo per le fusa delle gatte
e la bici nel gelo – mica per il jazz

Ksenja Laginja

Ksenja Laginja

Ksenja Laginja

Ksenja Laginja

“Cattedrale”

Con le dita – a sgranare le lenzuola
sotto la cattedrale dei miei fianchi
tra le fessure umide, nelle braccia aperte
lungo il mare di pelle che unisce
un cespuglio dopo l’altro
i nostri peli di radura.

Uno scorrere di unghie
a tracciare limiti irrisolvibili
sulle spalle che sono lingua, e bocca
denti bianchi sui piedi attorcigliati.

Un lento scivolare
da un lenzuolo all’altro
un grano dopo l’altro
in punta di lingua
nell’assenza di saliva
dove riposano i tuoi fianchi.

Sebastiano Adernò

Sebastiano Adernò

[CENTRO DIURNO]

precari
in equilibrio sotto il tappo
sulla filettatura di un barattolo
tenendo a mente
le frasi di un matto
con il cielo sulle gambe
ritagliamo rombi
per farne aquiloni

malati, per sogni o lagune
di mattino e pattume
come marionette, recisa la flebo
collassiamo all’indietro

siamo numeri primi, indivisibili
smacco delle categorie
e le nostre palpebre,
questo luogo trascurato dalle mappe
ci rendono incomprensibili
come postille
scritte in una lingua
ancora da inventare

alcuni giorni
seduti sulla cruna di un ago
come su un’altalena
con le gambe a penzoloni
da statuto
si fuma
carichi d’impegno
limando un progetto di fuga
basato
su una scala avambracci e caviglie

Antonella Taravella

Antonella Taravella

**

strabuzzare ferri d’avampassi anneriti dalla cenere
l’arredarsi un passato con la cipria cotta
nei mestoli dell’inverno
resiste l’abbraccio in questo aggiungerci
e la mano scorre le cifre – abbottonate ai capelli
alla fine si schiarisce l’azzurro
in una boccata di miele
quante cose ci siamo detti
mentre la pioggia ci faceva come una tasca dove scaldarci

il verso disegnato – nero di un sorriso allunato

Alcuni video:

Fosca Massucco

Antonella Taravella – Andrea Lucheroni – Fosca Massucco

FUORI RETE – WSF a Crema per “CRISI”


WORD SOCIAL FORUM

partecipa alla manifestazione Crisi

con le poesie dei suoi “non redattori”.

CRISI

Sabato 15 e Domenica 16 Settembre 2012

Porticato Comunale di Piazza Duomo Crema (Cr)

Poesia A Strappo Illustrazioni A Strappo Reading dei poeti

Performance Poesia e Musica Poetry Rap Live Performance

 http://www.calameo.com/read/0016504982dc53d0928b0

(c) WSF

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