«Sul bordo tagliente della gioia» – Poesie di Eleonora Rimolo (con una nota di lettura di Gabriella Sica)


Parole di cenere e di fuoco

Smisurata Eleonora, avvinghiata al fuso che è per lei la poesia, impazzita d’estremo, Eleonora-Aurora «dalle dita di prosa» squaderna «ardite acrobazie», osa «sillabe di vaticinio», maneggia con notevole maestria «questa lingua che vaga / pronunciando il suo infinito» sotto un cielo torvo, «sciame malato di sussurri» nello spazio pagano puntellato di perdite e rovine. Ma chi è Eleonora Rimolo, questo nome che vorrei anagrammare ma che già così offre incistato un solenne annuncio: rimo. E non c’è dubbio che in questo modo presenta subito il suo assertivo biglietto da visita. Audace e diretta nelle poesie come nelle parole, che mi arrivano prima via facebook e poi sul filo del telefono. A vederla sul social più diffuso nel suo felice stato di bella giovinezza di venticinquenne, sorridente e graziosa, a immaginarla nel suo paese, in provincia di Salerno, dove pure le orme degli antichi non sono scomparse, non ci si crede davvero che scriva poesie tanto perentorie in cui gesti della vita più semplice e quotidiana si trasformano nei sommovimenti ardimentosi di una giovane donna e delle Altre amiche, già icone maestose e vibranti di «inquietudini solenni». Si viene rapiti ma si pensa ancora a una qualche occasionale o casuale felice espressione. E invece no. Non c’è nelle poesie di Eleonora solo un notevole empito giovanile e un evidente immaginifico talento naturale ma, a ben leggere, si scorge la filigrana di un’accorta ed esperta fattura formale, sapiente intelaiatura di una poesia cruda e impietosa, come drappo lacerato steso sulla scena imperitura e tragica del mondo antico, che non si incenerisce neanche nel nostro rattrappito arido tempo, ma anzi trova nuovo visionario vigore. Che quel drappo si stenda su qualche cosa di terribile vissuto di persona e celato con rigore, una sorta di interdetto che agisce vivacemente per via psichica o onirica, lo possiamo immaginare, se scrive del corpo come «brandelli / di ossa e scarti / di epidermide» e tanta è l’urgenza emotiva. Eppure è una questione che non ci riguarda troppo nel suo io singolare, io che è peraltro ben celato in una cascata ritmica e metaforica, sull’orlo del barocco, a volte oscura e contorta, a volte più limpida. E così scorre come in un torrente tumultuoso il «cianotico presente» che investe cose e versi frantumando ogni unità in questo libretto (passato nel frattempo ai tagli di una severa lima), che prova a medicare una «sacra frantumazione», a espellere dalle parole, siano “fogne” o “scrigni”, il male. In questo torrente rimbalzano tuttavia schegge-coaguli di pensiero-illuminazione che brillano come diamanti e che sono la vera forza di questa poesia. Pian piano vengo a sapere che Eleonora ha studiato lettere classiche ed è una dottoranda (che si prepara a compilare una tesi sulla fanciulla Lidia, dagli antichi ai giorni nostri, per finire guarda caso su Giovanna Sicari, con un occhio di riguardo per Milo De Angelis, maestro già ben individuato). E non solo è una ragazza appassionata di Saffo e Callimaco, di Virgilio e Orazio, e sa maneggiare i versi con gran disinvoltura, ma ha fatto già il doppio salto mortale di intravedere le loro parole niente affatto morte, e anzi sbalzate nel futuro, ricche e vivide di vita. Parole di fuoco o di cenere, che è poi la stessa cosa, con mirabile maestria e fantasia inanellate ad aggettivi altrettanto accesi. Non basta a Eleonora fiutare, presagire e immaginare con l’acutezza degli occhi, e neppure sperimentare con il corpo, ma si azzarda pure a rilanciare e a raccogliere frutti, come già accadde a qualche antica fanciulla. Una volta entrata con la moneta sotto la lingua nel mondo degli inferi, come gli antichi, scivola giù sotto dove scorrazza trasformata in Ofelia o Ifigenia o Lidia o chissà quale delle altre fanciulle in fiore e con violenza impari recise! E una chimera sola la sorregge, che una madre mediterranea possa essere la salvezza, la «culla d’acqua» nella «campagna inabissata », come scrive in una delle ultime poesie dal potente attacco: «Ai miei dèi chiedo solo che non sottraggano / la fonte alla sete…», «perché non sembri prosciugata / la madre corrente, la suprema viandante». Infatti è lei, la madre, la figura archetipica dello scorrere umano (secondo Eleonora e noi), risonanza ed eco delle fanciulle spezzate, primaria forza madre e tellurica che scuote questi versi e s’inerpica per sillabe e parole, sanando nostalgia e orfanezza. Allora intravedo una possibilità: che Eleonora sia una di quelle vedette che di tanto in tanto sorgono qua e là per riaccendere la torcia della poesia che ovunque nel mondo si va spegnendo o anche soltanto per essere semplicemente un’erede, tra tanti «diseredati della parola», che lotta con il corpo e la parola perché quella torcia non si spenga nel buio piatto e nero della modernità, perché tra una torre e l’altra che si alza dalla terra rasa, a distanza di secoli e chilometri, corrano gridi e richiami in codice simili a quelli che si scambiano le vedette da un fortino all’altro o qualche usignolo in volo. In questo concerto di voci che si parlano magnificamente da lontano non è azzardato pensare che Eleonora conosca molto bene, tra i padri e le madri possibili, Amelia Rosselli o Eugenio Montale, e chissà magari Pietro Tripodo, con cui gareggia quanto a acume filologico.
Poi vengo a sapere che in casa ha già una libreria a se stante solo per la poesia, realizzata sgombrando i ripiani da bambole e pupazzi. E ogni residuo dubbio sulla vocazione di questa ragazza dalla voce argentina cade nel sapere che a sei anni, appena ha imparato a conoscere le lettere dell’alfabeto, ha confezionato a puntino un facsimile di libro di poesia con tutti i crismi del caso e un titolo elementare e già necessario: Quaderno delle poesie scritte da me. Il talento c’è e c’è pure una buona dimestichezza con la poesia. Anomalie era il titolo iniziale per questo libro che insiste sull’assenza di ogni malia nella nostra epoca. E, come lei stessa mi dice, voleva sottolineare sia l’irregolarità dei versi che si stringono e si allungano come al suono di una fisarmonica e sia l’irregolarità abnorme e oscura del fato che infrange e spezza il corso naturale delle cose. Alla fine, la temeraria Eleonora si attesta, momentaneamente, «sul bordo tagliente della gioia», perché «oggi la gioia / scorre dai tornanti della gola». Con il suo bel piglio ardente annuncia «io invoco, io convoco». E noi non possiamo non seguirla in quell’idea che è sempre stata la nostra: «lasciatemi fare l’umano e capire». Noi facciamo tanti auguri alla gioia che, come «un fuoco sotto la cenere», la lettura della sua poesia dispensa a piene mani, nella speranza che si tratti di una poesia giovane che possa restare tale nel tempo.

Prefazione a “Temeraria gioia” di Gabriella Sica

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