Fantasmi e sbuffi intervista a Monia Themonia de Lauretis


 

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Ghosts 

Benvenuta su WSF Monia,

 

Come e quando nasce il tuo percorso artistico?

 

da quando disegnavo cavalli sulle porte di casa per la somma felicità dei miei genitori 🙂 quindi direi da sempre…

 

Chi o cosa ha influenzato il tuo modo di creare?

 

mi piacerebbe dire tutto e niente, tutti e nessuno… ho sempre avuto la tendenza ad assorbire una pluralità di fonti d’ispirazione e a rielabolarle nella maniera a me più naturale, con cocciutaggine e libertà, incurante dei modelli e anche della discutibilità dei risultati… ovvio che potrei fare una lista lunghissima di artisti che ho assorbito di più anche come attitudine e approccio all’arte… da david bowie a egon schiele, da michael ackermann a wim wenders… passando per una miriade di artisti semisconosciuti e incazzati neri 😀

Tra le tematiche dei tuoi lavori pittorici e fotografici ci sono sempre rimandi all’eros, alla morte e (se così vogliamo dire) alla ricerca “dell’altrove”. Per questo ti chiedo dove e da cosa trai ispirazione per le tue opere?

io sono morbosamente interessata alle devianze, agli aspetti più intimi e “inconfessabili” della natura umana, alle paure, ai segreti, al nascosto… quindi la sfera dell’eros è sicuramente una delle fonti primarie vista la primordialità/bestialità che contiene e i numerosi taboo che la riguardano. idem per la morte, da sempre argomento cruciale…

indago me stessa, ed empaticamente cerco di calarmi nelle viscere e nei baratri altrui…

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Quali sono i baratri che hai visto e di cui ti senti parlare e quanto hanno influenzato il tuo modo di creare?

Non ho chissà quale affascinante esperienza alle spalle… mi faccio accompagnare dalla mente mentre leggo, mentre parlo con la gente, mentre osservo. Problemi mentali, paure, devianze, malattie, superstizione, violenza, criminalità, banalità, ridicolo, grottesco, morte… direi che sono tutti temi immancabili, qualsiasi cosa io faccia.

Ghosts, Blowjobs, Exposing the Sickness, In between, Sistema Morboso… a quale progetto ti senti più legata e perché?

Tendenzialmente sempre all’ultima cosa fatta o a quella in corso 🙂 è come se una cosa, una volta finita, o anche solo concepita, già mi suoni vecchia, superata… vabbé a parte questo pensiero estremo… fra questi nominati ce ne sono almeno un paio perennemente aperti e in evoluzione, come Ghosts e In Between, senza dimenticare la mia eterna passione per la Street Photography che è un progetto di vita ormai 🙂

Ricollegandomi alla domanda precedente. Come nascono le figure di ghosts, questi fantasmi quasi per nulla erotici, ma allo stesso tempo sensuali?

Ho sempre cercato di immaginare scene di vita accadute in posti ora abbandonati… le presenze che hanno abitato luoghi… e ovviamente i miei fantasmi non sono di nobildonne con abiti d’epoca.

I miei sono nudi, squallidamente normali, con tutti i loro difetti. Grassi, magri, storpi, volgari, pensierosi, colti in atti segreti, innominabili, “sporchi”… reali, pesanti. Memorie incancellabili.

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Cosa desiderano veicolare i tuoi lavori? Qual’è il messaggio dietro al colore e al B/N?

A me interessa far arrivare impressioni e sensazioni, non ci sono necessariamente messaggi chiarissimi o morali della favola dietro. Ci sono sicuramente delle idee, e se arrivano anche quelle… beh… benissimo.

Per me il colore è molto importante, adoro il colore anche se non si direbbe dalla generale oscurità che pervade le mie cose… ma lo utilizzo solo quando ha un ruolo determinante, altrimenti, specie per la street photography, risulta spesso irrilevante e anche di disturbo.

Che cos’è per te il corpo?

E’ triste se dico un peso? E’ come un vincolo. Non una gabbia… ma di sicuro un forte condizionamento.

Puoi anticiparci qualcosa sulle tue future produzioni artistiche?

Ehhhh….. metto sempre troppa carne al fuoco… sempre messa troppa carne al fuoco!

Ecco perchè alla fine fra musica, arti visive e compagnia bella non ho mai sviluppato bene una cosa… risultato: tante cose ma fatte male!

Negli ultimi anni mi sono imposta di concentrarmi sulla fotografia ma ovviamente già sto buttando dentro addirittura un tentativo di cortometraggio… comunque direi il prossimo progetto in “uscita” è fotografico e si intitola Lazarus, un lavoraccio sulla morte e sulla dimenticanza che porto avanti da un anno e mezzo fra alti e bassi… è estremamente impegnativo a livello emotivo e spesso lo devo accantonare per riprendere fiato…

All images are copyright protected and are property to Monia Themonia De Lauretis

Christian Humouda

Official Flickr: https://www.flickr.com/photos/themonia/sets

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Daria Endresen


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Daria Endresen è una fotografa, artista digitale e modella, nata ad Oslo in Norvegia. Lei trae la sua ispirazione dalle sue storie personali. Come riferimento per le sue immagini, cita spesso Frida Kahlo: “Dipingo autoritratti perché sono così spesso da sola, perché io sono la persona che conosco meglio”. Attenta e sensibile, Daria crea paesaggi da sogno surreale, annegati in atmosfera gelida, carica di dolore e mistero. I suoi lavori sono stati presentati in numerose pubblicazioni sia in Europa che all’estero.

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E così si ritrovò nella foresta.

Subiva cambi di gravità

Con movimenti flessuosi alzava le foglie, le scuoteva.
Loro volteggiavano, fluttuavano nel vento
Nella danza rabbiosa tutto le tornava incontro.

Poi il vortice svanì, e con lei i volteggi.

Come pulviscoli le foglie le si posavano sui rami, e nascevano. Rinascevano mille volte come polvere dorata, bucavano i germogli per creare nuove parti di lei. Verdi estensioni del suo essere.

Si accorse del benessere che provava nell’accudire, dell’amore che donava nel guardarle crescere.

E come una sinusoide infinita, ricominciò a danzare.

Di Angelica D’Alessandri

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Selfie e la disperata ricerca del giudizio di Leonardo Renzi


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Partiamo da una banalità, che bisogna tener costantemente presente: il selfie non è solo un autoscatto, ma un autoscatto pensato per essere postato sui social network. Questa ovvietà lo apparenta strettamente alla tradizione ritrattistica e poi fotografica ottocentesca, di cui è la diretta evoluzione. Il selfie è quindi un’immagine di sé pubblica, una maschera sociale autoprodotta, e come tale la vorrei analizzare.
Il ritratto fotografico nasce contemporaneamente alla fotografia, e contende alla pittura ad olio il privilegio di ritrarre le classi agiate (siano esse aristocratiche o borghesi) per produrne un’immagine pubblica, che incarni l’opulenza e l’eccellenza morale del soggetto o dei soggetti ritratti, fornendo così un’immagine idealizzata, un biglietto da visita adatto ad introdurre il pubblico nella sfera della maschera ritratta. Come per il ritratto pittorico, quello fotografico richiedeva ore di posa al soggetto, un operatore esperto e formato da studi classici, e rispondeva a schemi estremamente rigidi, mutuati dalla tradizione ritrattistica nobiliare, ma soprattutto era un prodotto unico, non essendo ancora stato inventato il negativo, che permetterà la potenzialmente infinita riproducibilità dello scatto. Con l’invenzione del negativo, e poi della macchinetta Kodak, verrà dapprima eliminata l’unicità del ritratto, e poi verrà eliminato l’operatore, il terzo che con il suo sapere accademico garantiva il rispetto di uno standard qualitativo dello scatto. L’innovazione produce un ovvio tracollo dei prezzi e delle qualità dei ritratti fotografici, rendendoli accessibili a tutte le tasche e le classi sociali, ma non per questo si modificherà la rigidità delle pose assunte dal soggetto fotografato, anche se ci sarà un progressivo spostamento dall’estetica della ritrattistica a nobiliare a quella sempre più diffusa dell’intimismo borghese.

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Prospettive. I fotografi che hanno fatto la storia della fotografia: Franz Fiedler


Franz Fielder

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Franz Fiedler nasce il 17 febbraio 1885 a Prostějov, (Austria-Ungheria) e muore il 5 febbraio 1956, a Dresda.

Fiedler nasce a Prostějov, nei pressi di Olomouc in Moravia, allievo di Hugo Erfurth. E’ stato considerato come un eccentrico durante il suo apprendistato a Pilsen ed ha lavorato nel 1905 e poi nel 1912 con Rudof Dührkoop ad Amburgo e nel periodo 1908-1911 con Hugo Erfurth a Dresda. Durante l’Esposizione mondiale del 1911 tenuta a Torino vince il primo premio e nel 1913 farà pure una personale a Praga.
E’ appartenuto alla cerchia di Jaroslav Hašek e Egon Erwin Kisch e nel 1916 sposò Erna Hauswald a Dresda, dove ha aveva uno studio a Sedanstraße 7.

Dal 1919 e con la coincidenza con la sua amicizia con Madame d’Ora ( Dora Kallmus , di Vienna, che poi si trasferì a Parigi ) ha iniziato a lavorare con una × 9 12 folding e nel’24 divenne uno dei primi fotografi professionisti ad utilizzare una Leica . Nel’25 espande il suo studio, prendendo parte alla mostra “Film und Foto” di Stoccarda.

La pubblicazione sulla città di Dresda , concepita nello spirito di Die Neue Sachlichkeit, è una delle prime opere illustrate realizzate secondo i nuovi principi della fotografia, segnando l’ennesima svolta al suo lavoro. Per la stessa serie di pubblicazioni, edito da Adolf Behne , appartiene ‘a Berlino in Bildern’, tale lavoro è stato oggetto di una mostra alla fine dell’anno (2006/7) nel Berlinischen Galerie .

Lo studio di Fiedler è stato distrutto il 13 febbraio 1945. Tutto ciò che è rimasto è una scatola con fotografie per la mostra, depositata presso la sua famiglia a Moravia . Dopo il ’45 non aveva un vero e proprio proprio studio e si guadagnò da vivere nella DDR come autore di libri sulla fotografia. Anneliese Kretschmer è una delle sue allieve.

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La sessuale ironia di Sandra Torralba


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Basta vedere pochi scatti di Sandra Torralba per rimanerne ammaliati e incuriositi.
Folgorati dalla genialità dei simboli e del modo in cui vengono espressi, la sua ironia ci trasporta foto dopo foto a scoprire la sessuale chiave di lettura del suo mondo e di ciò che la circonda.
Una sessualità pura, nella sua essenza più schietta: un corpo nudo, privato di perversione, ma incuriosito dal mondo pornografico di cui ne studia le tecniche e l’avanzare.
Ma l’ironia di Sandra Torralba può esplorare qualsiasi mondo, e così la “caduta di un sogno” o una morte può trasformarsi in un elemento “piacevole”, dandoci una possibilità di crescita e rendendo possibile il “viverlo in modo diverso”.
I suoi lavori sono il prodotto di una precedente carriera da psicologa e psicoterapeuta (poi abbandonata per la fotografia) che vanta alcuni diplomi tra cui quello in Terapia Sessuale e quello in Counsuelling umanistico; un curriculum che si esprime e valorizza la foto attraverso elementi che la arricchiscono e la rendono quasi “universale”.

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Cos’è la fotografia per Sandra Torralba?

Per me la fotografia è un modo per fare i conti con la vita e comprenderla, una passione, una professione, un’arte, un piacere, uno sbocco e un dono. Rende la mia vita semplice, felice, piena e in generale più bella.

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Quando è iniziato questo tuo percorso e come si è evoluto nel tempo?

Scatto foto da quando ne ho memoria. Facevo film fotografici con i miei amici da quando avevo 10 anni. Ma non avrei mai pensato che la cosa non sarebbe terminata ed avrebbe impegnato la mia vita. Pensavo di voler essere una scrittrice. Ho sviluppato una carriera in psicologia e psicoterapia, è stata la mia professione per 4 anni, poi la misi in secondo piano. Non era ancora il 2008 quando mio marito ed io tornammo in Spagna, dove decisi di sospendere tutto e permisi alla fotografia di trasformare la mia vita.

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Nel 2009 hai pubblicato una raccolta intitolata “Visionarios”, qual è il tuo rapporto con la Fede e la Spiritualità?

Non sono una persona religiosa. Sono scettica nei riguardi della fede e della spiritualità, anche se sono rispettosa e comprensiva nei riguardi di queste dimensioni umane, posso solo essere cinica riguardo le mie sensazioni in proposito.

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Nel 2008 con “sleeping people” hai voluto descrivere la sensazione di essere solo un “osservatore” della vita… come descriveresti questa sensazione oggi?

Ci sono momenti nelle nostre vite in cui noi siamo dei passeggeri. Non sempre consci; la vediamo andare, intrappolati nelle routine e nei doveri, progettando per il futuro, seguendo un piano e lasciando sfuggire il tempo fra le nostre dita. Questo intendo quando dico “il presente è quello che lasciamo andare mentre progettiamo il futuro”.
Non c’è nulla che può essere fatto nei riguardo del tempo che sfugge, ma credo che esserne consapevoli dia significato alle nostre vite, tutti i giorni. Non ho bisogno di essere tutti i giorni eccezionale, non credo che la felicità sia uno stato costante di esistenza: credo che un momento felice al giorno o un piccolo pensiero possa rendere un giorno vissuto. Non riguarda l’essere tiranneggiati dal fare il più della nostra esistenza, riguarda solo la consapevolezza che la vita finisce, e non avremo nessun giorno indietro.

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Pensi che questa indifferenza si viva anche nei confronti della sessualità?

In un certo senso può darsi. Prendi la pornografia, c’è una vastità di prodotti porno che arrivano all’osservatore senza alcun auto-criticismo, interrogativo o riflessione. Questo sta succedendo in tutto il mondo dell’audio-video. Da un certo punto di vista ciò è meraviglioso, soprattutto per l’immensa proliferazione di materiale e per la democratizzazione del mondo audiovisivo. Tutti ora possono esprimere se stessi attraverso il mondo audiovisivo: ed è precisamente questo il motivo per cui più auto-criticismo e un approccio critico sono necessari. Il consumo passivo, indifferente e/o la semplice accettazione di ciò che ci viene scaraventato contro è un problema.

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Come nacque l’idea per “self-portait”?

Ci sono diversi motivi che mi spinsero a realizzare degli autoritratti.
Per prima cosa per motivi pratici: è più facile esplorare una sola persona e usare una sola persona come modella, sempre disponibile, sempre volenterosa…
Inoltre, da psicoterapeuta, usavo me stessa in primo luogo per iniziare ad esplorarmi: solo quando le emozioni e i pensieri sono puliti la riflessione può estendersi agli altri.
In secondo luogo, il mio messaggio è abbastanza personale (non autobiografico, ma personale). Non ha senso per me usare qualcun altro per incorporare il mio messaggio, eccetto alcune serie recenti, dove uso mio figlio e mia nonna: sono parte di me, e io sono una parte di loro.

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Come descriveresti “The Downfall of the dream”?

“The downfall of the dream” partì con la storia di un sogno umano e su come i fallimenti della vita portano alla deriva. È come se traessero godimento da un sapore che hanno già provato: i protagonisti di queste azioni continuano a desiderare, continuano a sognare. Ma le memorie e i sogni sono spesso sfocati, e con il tempo divengono consapevoli del proprio decesso. Questa è la farsa degli espedienti dall’esistenza: non c’è vita senza morte come non c’è sogno senza la sua caduta.

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“Estranged Sex” è uno dei tuoi lavori più influenti. Da cosa nasce l’idea e come vivi il mondo della sessualità?

Estranged sex è partito come un esercizio. Sebbene io abbia iniziato a fotografare rivolgendomi a tematiche sessuali, era solo un tipo di esercizio che seguiva la prima immagine della serie. Il compito era quello di fare un autoritratto sessuale. “Sarà facile”, pensavo. Ed infatti feci 4 autoritratti totalmente differenti.
Nella prima che inizia la serie volli parlare di come le donne dovrebbero vedere i porno hardcore e su come non era necessario restare nel softcore. Volevo solo esprimere il fatto che loro possono, che qualcuno lo fa, e per questo ho interpretato una donna che guarda un film hardcore dove c’è del sesso anale. Ma questo era troppo semplice e non del tutto interessante o comunque originale. Credevo ci fosse stata la possibilità che alcune donne l’avessero vista diversamente. Quindi mi chiesi come avrei potuto creare una foto che contenesse del porno ma che non volesse essere un chiaro “fai l’affare”. Pensai che se avessi rappresentato solo un’osservatrice come una ragazza che guarda un porno, sarebbe stato solo quello, una ragazza che guarda il porno senza incoraggiare un pensiero che avrebbe indotto qualcosa. Ma se avessi presentato un’immagine imbarazzante, contenente porno e sessualità ma allo stesso tempo strana e non eccitante, un’immagine che conteneva tutti gli ingredienti (una ragazza bagnata, un po’ di carne, porno nel computer), e, non solo un lavoro tranquillo in termini di eccitazione… avrei probabilmente catturato l’attenzione dell’osservatore e avrei iniziato una conversazione.
Non era un’aspirazione, solo una conversazione riguardo il porno e dove ci collochiamo nei suoi riguardi. E questo è come nacque la serie con il concetto di “estranged” (allontanare n.d.T.) che ha il significato di qualcosa che usiamo per chiuderci e conoscerci, e (la sessualità) non è altro (come pensiamo che sia: genere, identità…).

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Cosa senti di dovere fotografare?

Sento il bisogno di dover fotografare tematiche che mi sono care o molti dei pensieri del mondo psicologico ed emozionale. Ci sono temi politici, che riguardano tutto il mondo e occupano molti dei miei pensieri ma non sono capace di racchiuderli in una fotografia.
Ho l’impressione di essere umoristica, sebbene alcune delle mie serie appaiano tristi e oscure (v. “the downfall of the dream”). “Estranged sex”, “the ideal man”, “sleepy people” sono basate sull’humour.

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Credi ci sia una grande differenza tra la sessualità di un tempo e quella moderna?

Non lo so. Voglio dire, ci sono differenze ovvie nelle leggi, regole, su cosa è visto normale e su cosa non lo è, su cosa è ammesso e cosa non lo è. Potrebbe sembrare di trovarsi in un circolo continuo dove alcune cose tornano indietro e avanzano (per menzionare qualcosa pensa ad esempio all’aumento dell’omofobia in questi giorni). Ma comunque non so come le persone facevano esperienza con i propri corpi e la propria sessualità 100 anni fa o 2000 anni fa. Ipotizzo che ci sia sempre stato un grande piacere e come sempre una grande repressione e un controllo sociale compulsivo su questo argomento. Quindi in questo senso penso che gli uomini abbiano fatto sempre le stesse cose.

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Con estranged sex ti sei avvicinata anche al mondo della video-art…

Molte delle mie serie contengono spezzoni di video-art, nella forma di “making of” dei pezzi d’Arte. Ma come tutto in “estranged sex”, la produzione è diventata più complessa, rifinita ed elaborata rispetto alle altre serie.
Il Video è più complicato; e diventa ancora più difficile e complicato per me rispetto alla fotografia, soprattutto senza alcun capitale e supporto per attuare le mie idee. Ma ho alcuni stralci video che produrrò il prossimo anno e che credo saranno di una estrema bellezza e di una penetrante sofferenza.
Non credo che i video e la fotografia vadano mano nella mano o che l’una si evolva nell’altra, o che uno scarseggia e l’altro può soddisfare maggiormente. Sono diversi canali d’espressione e io vedo soltanto l’uno o l’altro nella mia mente.

[Estranged Sex XVII- The Making of: http://vimeo.com/16216767%5D

Pensi sia necessario assecondare i propri impulsi sessuali?

Bene, credo che siamo esseri sociali e quindi uno debba seguire i propri bisogni il più possibile senza urtare o attentare contro la libertà dell’altro.
Credo che ognuno debba essere educato liberamente e con amore, rispettando la natura umana e il corpo, e quindi dopo si debba esplorare la di lui – o la di lei – sessualità con minore repressione e con meno ostacoli: ciò è diverso dal dire che tutto è consentito.

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Cosa comporta il making of di un tuo set?

Stanno crescendo in complessità e organizzazione. Ho iniziato da sola e ora è raro non avere un truccatore, un assistente, un proprietario di location, e infine 4-5 modelli. Io devo fare la scenografia, la direzione artistica, della luce e della fotografia, ma è d’aiuto avere alcune persone che mi danno una mano.

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Pensi che l’ironia sia un buon metodo per comunicare dei messaggi?

Penso che l’humor sia un buon mezzo per comunicare messaggi. Humor e neutralità. Ambedue in accordo nell’osservatore, per pensare liberamente, senza essere influenzati e senza la densa aura del giudizio morale.

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Qual è la foto a cui ti senti più legata?

Non credo ce ne sia una in particolare. Sono legata a molte foto, specialmente quelle più personali che contengono i miei unici amori o che comunicano qualcosa in cui io credo profondamente o che supporto.
Adoro “Downfall of the Dream 06” (quella con mia nonna) soprattutto per il tempo che abbiamo speso insieme per crearla, la sua complicità ed innocenza. Poi amo “The hope’s Crevice 01” con mia nonna e mio figlio, per la stessa ragione. Molte immagini mi permettono di godere ed affrontare i periodi di malattia e morte, trasformando qualcosa di triste e doloroso in una meravigliosa esperienza.
Oltre queste, amo le foto in cui compaiono mio marito e mia madre per l’onestà che noi tutti ci mettiamo e per la loro costante dedizione e l’incondizionato supporto.

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LINKS
http://www.sandratorralba.com
http://www.sandra-torralba.blogspot.com
http://www.facebook.com/pages/Sandra-Torralba/169765809755544

Il corpo sa tutto – Intervista alla fotografa Andrea Laroux


“Il corpo umano non è che una tenaglia posta sopra un mantice e una casseruola, il tutto fissato su due trampoli”

Samuel Butler

 

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Corpi, nient’altro che involucri di ciò che realmente siamo, mostrati in un impeto forse di rabbia o, forse, di tenerezza. Comunque sbattuti in faccia, come la peggiore delle verità.

Custodi inconsapevoli delle nostre ansie, infine, dei nostri destini.
Eleganti, flessuosi e senza vergogna a dimostrare che oltre c’è altro e mentre l’umano sentire si concentra su un ideale futile di bellezza, la realtà è fatta di corpi\anime che gridano la loro esistenza e che senza vergogna chiedono, nella loro quieta santità, non pietà, non compassione.
Mi sono imbattuto per caso in questi scatti della fotografa Andrea Laroux, la loro forza, il loro voler rompere gli schemi, l’espressionismo dei corpi mi ha stregato.
Difficile davanti ad un lavoro del genere mantenere un’imparzialità che alla lunga risulterebbe quantomeno ingenua.
E’ un lavoro che fa riflettere, porta alla luce angosce, ansie, fa sorgere dei dubbi che è poi ciò che l’arte tutta dovrebbe fare.

 

Lasciamo però all’autrice il compito di spiegare meglio il progetto:

“Il corpo sa tutto è il titolo che hai dato al tuo progetto, Andrea, ci racconti da dove nasce e qual è il suo scopo?”

Il titolo si rifà ad un libro di Banana Yoshimoto, scrittrice che amo,in grado di parlare di tematiche impegnative in maniera impalpabile e delicata.
Credo molto in questo modo di fare arte, che siano libri, poesie, fotografie o film.Personalmente mi piace lasciare spazio agli altri, non rinchiudere gli spettatori in vincoli, ma dare loro solo una traccia da cui poi tirare fuori qualcosa di diverso e personale. Lo scopo dell’arte è quello della catarsi; liberarsi, poter godere di emozioni forti,viaggiare con la mente. Se creiamo dei contorni troppo definiti, magari si, offriamo un buon prodotto, ma permettiamo poca espressione a chi ne fruisce.
Non è solo l’artista a doversi esprimere, ma anche il pubblico. Il progetto, un po’ come tutti i precedenti, nasce da un’immagine mentale.
Amo molto Botero, la morbidezza delle forme ed i colori.. Ho provato, con i miei mezzi, prendendo spunto da questo tipo di pittura a creare un progetto sul corpo.
Non è un progetto con ideologie femministe, né sullo sfruttamento del corpo della donna,anzi, ho ritratto un corpo di donna perché mi piaceva molto la modella.

E’ un progetto sull’uomo, mammifero ed essere sociale; tematica immensa e,a mio avviso, come ogni tematica complessa, difficilissima da analizzare nel profondo.
Le foto ci parlano di come il corpo si esprime, anche quando non vorrebbe dire nulla.Questa la tematica del progetto; ognuno poi interpreta a modo suo.

 

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Cosa rappresenta, per te, il corpo?

Il corpo, è per me unico mezzo di espressione. Che sia umano o animale.
Il corpo è vita, morte, gioia e sofferenza, Insomma è tutto.

 

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Si legge fra le righe una certa rabbia, un certo impegno che non fatico a definire “civile”, puoi spiegarci cosa hai provato durante le sessioni fotografiche?

 La tua domanda, conferma ciò che ho scritto in risposta prima.

Tu ci vedi rabbia tra le righe, a te le mie immagini hanno trasmesso questa emozione.Ha funzionato allora. Se avessi immortalo momenti più specifici, come ad esempio un pianto, quasi certamente ci avresti visto tristezza.

Cerco sempre, anche nei progetti più concreti,come questo, di creare, per quanto possibile, immagini oniriche, insomma, cerco un po’ di mettervi le ali e di farvi volare dove volete.

 

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Donatella D’Angelo: quando il corpo è una voce d’ascoltare


La vita è un continuo scoprire, ed è così che Donatella ed io ci siamo conosciute, amici in comune, un progetto che ci ha trovate vicine ed affiatate e così il cerchio si chiude.
E Donatella non è solo visiva, ma anche poetica, era da tempo che avevo intenzione di ospitare Donatella su WSF, ed ora ve la presento.

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Parlami un po’ di te, chi sei e cosa vorresti essere.

Cosa vorrei essere non te lo so dire, so a mala pena cosa sono al tempo presente, figurati al futuro, quindi meglio che mi concentri sul presente. Oggi come oggi non posso che provare a essere altro che me stessa cercando di raccontarmi artisticamente attraverso il mio bagaglio di esperienze positive e negative. Come hai detto tu la vita è un continuo scoprire ed è così anche per me. La libera espressione, il lasciare uscire immagini e parole dalla pancia senza pormi troppe domande mi da proprio l’opportunità di scoprirmi, conoscermi e trovarmi ogni giorno un po’ diversa. Ho sempre lavorato con le immagini di altri, nascendo lavorativamente come grafica, fino a quando, a un certo punto della mia vita, non mi sono ritrovata ad assecondare l’esigenza di crearne delle mie che dessero un senso al mio stare al mondo.

Angels #1

Angels #1

Il tuo corpo è la parte della tua voce che non dice, sbaglio a vederci questo?

Hai visto giusto. Ci sono momenti per parlare e momenti per riflettere, le fotografie sono il momento per riflettere in silenzio. Io credo nel corpo come linguaggio,un trait d’union tra il visibile e l’invisibile. Un qualcosa di permeabile che permette la comunicazione tra il dentro e il fuori, che protegge l’interiorità e allo stesso tempo consente di esprimerla.
Abbiamo tutti un vissuto da elaborare, il femminile fa parte del mio, e la femminilità è agita nel corpo. La maggior parte degli scatti di ricerca sono, appunto, autobiografici. Un modo raccolto di raccontarsi e di raccontare il proprio mondo, quasi un’autoanalisi; perché secondo me il corpo, relegato nell’intimità della coppia o soggetto a costrizioni morali, vissuto come resistenza politica o banalizzato dai media, ha persola sua valenza di essere semplicemente corpo. Io provo a viverlo,invece,in tutta la sua naturalità, non solo come contenitore e non solo come elemento estetico. Cercando nei miei scatti di svincolarlo da un’erotizzazione e un narcisismo che in questa società trovo ormai quasi forzati.
Poi, inevitabilmente, a seconda di come ci si pone di fronte all’argomento, le immagini possono acquisire una carica più o meno sensuale, ma io lavoro sempre cercando di evitare accuratamente la volgarizzazione e la banalizzazione del corpo a oggetto.

Angels #2

Angels #2

l'amore e mortalità della carne #3

l’amore e mortalità della carne #3

Ti senti donna-artista, in continua ricerca?

Se vuoi fare dell’arte la tua vita, e intendo arte come ricerca di una verità, devi fare in modo che questa ricerca rientri nella tua quotidianità, diventi la tua filosofia. Devi offrirti al mondo con onestà e umiltà, se no sei solo un prodotto. Una cara amica ultimamente mi ha definito “sperimentale per natura”, credo sia una definizione abbastanza corretta e che sottolinei la curiosità che mi spinge ad andare sempre avanti, a provare, a cadere e rialzarmi, cercare strade nuove e a non dare nulla per scontato.

l'amore e mortalità della carne #7

l’amore e mortalità della carne #7

Trovi la tua fotografia come salvifica? Trovi che sia una ri-partenza dal buio?

La scelta di lavorare, non solo, ma soprattutto, con il mio corpo nudo, in un percorso che definirei autobiografico, non è casuale. Ci sono eventi che fanno da spartiacque tra una vita prima e una vita dopo. Ci sono decisioni che una volta prese ti hanno già cambiato il corso delle cose, senza che tu te ne sia accorta ed è solo questione, poi, di seguire la corrente. Corrente che comunque era già in me e che chiedeva solo di uscire allo scoperto. Ho vissuto questo momento come una vera e propria liberazione, un venire al mondo una seconda volta. Cito un caro amico e critico d’arte che si è occupato recentemente di uno studio approfondito sull’autoritratto in fotografia, Giorgio Bonomi: “È evidente che in questa odierna società, sempre più spersonalizzata e basata sull’immateriale, il percorso di riappropriazione non può che partire da se stessi e dal proprio corpo”.Ecco, per me stata una necessità dovuta proprio al bisogno di una riconciliazione con me stessa e la mia identità.
Ho passato anni di chiusura, dovuti alla mia storia personale, e ora, che ho ritrovato il coraggio di aprirmi, posso affermare che, sì, l’arte (in generale, e non solo per me) può essere salvifica. Non in senso semplicemente terapeutico, ma proprio come ricerca di un modo di vivere, un percorso di crescita per imparare a sentire la meraviglia della vita di ogni giorno.

Alcune tue fotografie sono accompagnate da versi poetici, cosa pensi della poesia, oggi? E chi leggi?

Credo che la poesia sia il modo di scrivere più vicino alla fotografia perché coglie l’attimo esattamente come un’immagine,anzi è l’emozione stessa dell’immagine tramutata in versi, quindi spesso mi viene naturale accostare un lavoro fotografico a dei pensieri poetici. A volte li uso proprio come titoli di una serie di immagini.
Nonostante faccia uso della scrittura come mezzo espressivo personale da sempre, l’affacciarmi al mondo della poesia (sia come scrittura sia come lettrice) è piuttosto recente, coincide con il momento della riappropriazione di un senso del sé che in passato avevo completamente trascurato. Fotografia e scrittura,però,nella mia vita corrono su due binari paralleli, la scrittura cronologicamente è arrivata prima della fotografia, ma si è svelata dopo, ed è la mia parte più intima di elaborazione delle emozioni, degli eventi o più semplicemente dei pensieri che affollano la mia vita interiore.
Ora come ora mi sto concentrando sulla lettura, oltre ad alcuni testi fondamentali, di autori contemporanei, soprattutto donne. Ho proprio qui con me una piccola lista di autrici, consigliatami qualche giorno fa da un caro amico poeta, delle quali mi sto accingendo a leggere i testi: Anna Maria Farabbi, Antonella Anedda, Elisa Biagini, per nominarne solo alcune.

Progetti ed eventi futuri?

Sicuramente il progetto principale è quello di continuare con la mia ricerca personale, cosa di cui non potrei comunque fare a meno, continuando a creare emozione. Questo vale sia per la fotografia sia per la scrittura. In questi ultimi tempi ho avuto la fortuna di incontrare e di conoscere molte persone (tra cui anche il collettivo WSF – con la Poetica del corpo, il Festivart della follia e altri progetti a venire) con le quali sto valutando una possibilità di collaborazione per creare eventi di arte e letteratura con scadenze periodiche, visto che le idee non mancano e penso che sia giusto andare nella direzione della condivisione e della circolazione di queste idee. Le arti in movimento. Poi ci sono in programma alcune mostre, pubblicazioni e qualche sorpresa, insomma tanta carne al fuoco. Sento che questo sarà un anno positivo!

Los Respiros del Alma #1 Donatella D'Angelo & Josè Lasheras

Los Respiros del Alma #1
Donatella D’Angelo & Josè Lasheras

Los respiros Del Alma #5 Donatella D'Angelo&Josè Lasheras

Los respiros Del Alma #5
Donatella D’Angelo&Josè Lasheras

Poesie Inedite:

Cristo nudo

Scivola via il vertice della vita
spezzato e sbriciolato
sul tavolo dell’ultima cena
come il corpo di un Cristo
nudo fino all’osso
crocifisso a un pieno di sorrisi
e vulnerabili tristezze
compresso tra il proscenio e la ribalta.

E noi, ridicoli, ridiamo
credendoci immortali tra i mortali.

*****
Ci sta più di una vita sul palmo della mano

Quando uscirai dal mondo
camminando lento
con il mento verso il cielo

non piangerò lacrime
ma polvere di stelle

ci sta più di una vita
sul palmo della mano
e la luna scesa in terra.

*****

Viaggio

Siamo linee che iniziano
e finiscono
ad un certo punto s’intersecano
s’ingarbugliano e si srotolano
in quel tempo di nulla
fatto di pelle e vento e sassi tondi
e mani giunte in preghiera

siamo acidi e vipere
e passioni in erba
sciolte nel pensiero

siamo catene legate a ossa
in crescita
e sangue che sgorga vivo
da arterie aperte
tra vulcani spenti e umori mattutini
sillabe tra il sublime e l’infernale
in viaggio, senza un futuro certo.

****

La fine

Qualche farfalla e semi di girasole
non resta altro
oltre a pensieri tritati fini
e l’ingordigia del possesso.

Di carne. Di sangue.

Quella è la porta vattene
oppure entra e chiudila alle spalle
ma fai silenzio.

Al di fuori (del sé) #3 (presentato al FestivArt della follia)

Al di fuori (del sé) #3
(presentato al FestivArt della follia)

Donatella D’Angelo Illustrations: http://donatelladangelo.wix.com/illustrations

Donatella D’Angelo Photography: http://donatelladangelo.wix.com/photography