Le sette aquile silenziose


Le sette aquile

opera di Chiara Scarfò (2012-2017)

 

Il volo è da sempre sinonimo di libertà, rottura delle convenzioni e ricongiunzione dell’uomo con la grande energia cosmica che nei secoli si frantuma e riproduce in altrettante immagini di Dio.

L’opera di Chiara Scarfò nasce proprio da qui, da una fine, dall’addio della forma fisica di un’amica che ha portato la sua visione del mondo a modificarsi coprendo con un velo trasparente gli oggetti. E’ proprio nella fissità dell’addio che precede il dolore che la voce sconosciuta e familiare dell’aquila chiede di scavare oltre le apparenze. In quel confine che accompagna nel sogno e aiuta a ritrovare la Struttura del Silenzio.

L’opera si basa su due elementi distanti e vicini allo stesso tempo. Una poesia scritta il giorno precedente al compleanno di Donata e l’acqua, elemento ricorrente nella produzione artistica della performer. Il simbolo universale del movimento si accompagna alle movenze del corpo che fluttua su una collina bagnata dai raggi del sole. Ma facciamo un passo indietro alla ricerca delle origini dell’opera. Scendiamo in quello spazio in cui tutto si crea e allo stesso tempo si distrugge, laggiù nella dimensione incorporea del sogno: “mi trovavo in una spiaggia molto grande, vasta, dopo il tramonto quando la luce scende e il buio illumina le ombre. Ero immersa nell’acqua solo fino a metà. Potevo vedermi chiaramente dal di fuori. Mi muovevo lentamente proprio come in un rito del profondo. Voltavo lo sguardo al cielo, sulla mia sinistra. Alzavo un braccio verso l’alto e chiamavo la forza delle 7 aquile, senza pronunciare una sola parola. E questa giungeva a me, dal cielo, una dopo l’altra arrivavano posandosi sulla mia schiena con la sinuosità dell’onda, partendo dal basso la prima aquila mi venne ad abbracciare intorno alle anche con le sue ali, poi la seconda un po’  sopra e via così fino all’ultima la più grande che veniva a posarsi sulle mie spalle avvolgendomi di tutto il suo calore…prima un’ala poi l’altra morbidamente come in una danza divina. Ho assistito a questa magia durante tutto il sogno e quando mi sono svegliata l’opera esisteva già.”

© Chiara scarfò, La Forza delle 7 Aquile, 2012

Un’opera quella di Chiara Scarfò complessa e spigolosa come le linee di metallo che le corrono sulla schiena. Come un simbolo di potenza cosmica. L’aquila infatti, è l’unico animale che può librarsi in volo e vedere il sole. La regina degli uccelli però, è anche un simbolo cristologico. La sua funzione di psicopompa si è evoluta dalla leggenda di Etana che diventa per le prime comunità cristiane la rappresentazione del Cristo salvatore.

Altresì importante è la posizione in cui viene collocata l’opera ovvero sulla colonna vertebrale. Il luogo  fisico che mantiene in equilibrio il corpo e la riappropriazione del sé. Un percorso questo iniziato nel 2012 e sviluppatosi ancora oggi in mutazioni che smussano l’io, come le onde del mare uno scoglio. La struttura metallica che avvolge la schiena di Chiara quindi è una rappresentazione di forza, l’energia silenziosa del ricordo  che si tramuta in potenza senza chiedere. Il vigore dell’amore appunto, A-mors, senza morte o fine. Il corpo diventa il pilastro dunque della rinascita non solo fisica ma anche intellettuale e universale. Un viaggio che ricollega l’uomo alla materia oscura dell’universo che ritorna anche nella magia del numero 7. Sette infatti, sono i chakra che si aprono verso la conoscenza sconosciuta del mondo. Perché l’artista è colui che cerca se stesso e crea la sua via verso la luce della consapevolezza. Quello che segue e si concretizza nella parte finale (pur rimanendo incompleto) è un nuovo saluto al sole, una riappropriazione del corpo che urla finalmente: “vivi e spegniti con fierezza.”

 

Scolpirò piume d’argento su forme marmoree.

Spunteranno lamine affusolate, armi taglienti per difendermi da statue bronzee di antichi guerrieri,

impenetrabili sguardi e sentimenti appuntiti.

Mai sarà esposta questa scultura, ma neanche perduta o dimenticata.

Verrà scalfita dal tempo, lacerata dall’indifferenza,

ma rimarrà sempre la sua struttura sottile.

Non ne sarete mai a conoscenza perché non si vede, né si tocca

la freschezza eterna.

 

Chiara Scarfò – 20/04/1996

© Chiara scarfò, La Forza delle 7 Aquile, 2012

© Chiara scarfò, La Forza delle 7 Aquile, 2012

All images are copyright protected © Chiara Scarfò, all rights reserved

 

Official site: http://www.chiarascarfo.com/

Christian Humouda 10/10/2017

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ILLUSELFISMO – LA FRUSTRAZIONE ANATOMICA DELL’HOMO SELFIE


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Foto di WSF

“Io sono la forma – la cui conoscenza – è illusione” (da Petrolio, Pier Paolo Pasolini)

AVVERTENZE: L’articolo che segue non è un articolo, è una selfie alla selfie. Qualcosa di estremamente inutile ed utile allo stesso tempo. Pertanto si consiglia il pubblico che dovesse ritenersi senza selfie, di scagliare la prima posa, prima di continuare.

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Ascoltare con gli occhi – il NoirDesire di Flavio Di Nardo


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La fotografia di Flavio Di Nardo è un mezzo d’indagine dell’anima umana. Gli elementi centrali attorno cui si sviluppa la foto sono solitamente due: in primo luogo abbiamo l’interiorità denudata delle modelle lasciate libere di esprimersi – lontane dal mondo – tramite le contrazioni delle proprie carni, svelando i propri desideri; in secondo luogo entra in gioco il fotografo che modifica la propria flessibilità cercando di cogliere l’assoluta e pura bellezza dell’essere che si mostra ormai privo di carcassa.
Gli spazi nudi e crudi che fanno da contorno, si annientano in un profondo e infinito nero, che sotto le dolci carezze delle muse si lascia agitare parendo quasi un mare oscuro in frenetica agitazione. Questi vuoti di colore hanno la funzione di mantenere l’attenzione dell’osservatore sull’enigma centrale: la rilucente modella.
La soluzione al gioco si trova nell’opera completa e perfettamente coagulata. La prospettiva come chiave estetica di riscoperta: uno sguardo sui lembi umani che spesso trascuriamo o di cui ignoriamo l’affascinante bellezza, una reinterpretazione del linguaggio del corpo.

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La sessuale ironia di Sandra Torralba


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Basta vedere pochi scatti di Sandra Torralba per rimanerne ammaliati e incuriositi.
Folgorati dalla genialità dei simboli e del modo in cui vengono espressi, la sua ironia ci trasporta foto dopo foto a scoprire la sessuale chiave di lettura del suo mondo e di ciò che la circonda.
Una sessualità pura, nella sua essenza più schietta: un corpo nudo, privato di perversione, ma incuriosito dal mondo pornografico di cui ne studia le tecniche e l’avanzare.
Ma l’ironia di Sandra Torralba può esplorare qualsiasi mondo, e così la “caduta di un sogno” o una morte può trasformarsi in un elemento “piacevole”, dandoci una possibilità di crescita e rendendo possibile il “viverlo in modo diverso”.
I suoi lavori sono il prodotto di una precedente carriera da psicologa e psicoterapeuta (poi abbandonata per la fotografia) che vanta alcuni diplomi tra cui quello in Terapia Sessuale e quello in Counsuelling umanistico; un curriculum che si esprime e valorizza la foto attraverso elementi che la arricchiscono e la rendono quasi “universale”.

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Cos’è la fotografia per Sandra Torralba?

Per me la fotografia è un modo per fare i conti con la vita e comprenderla, una passione, una professione, un’arte, un piacere, uno sbocco e un dono. Rende la mia vita semplice, felice, piena e in generale più bella.

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Quando è iniziato questo tuo percorso e come si è evoluto nel tempo?

Scatto foto da quando ne ho memoria. Facevo film fotografici con i miei amici da quando avevo 10 anni. Ma non avrei mai pensato che la cosa non sarebbe terminata ed avrebbe impegnato la mia vita. Pensavo di voler essere una scrittrice. Ho sviluppato una carriera in psicologia e psicoterapia, è stata la mia professione per 4 anni, poi la misi in secondo piano. Non era ancora il 2008 quando mio marito ed io tornammo in Spagna, dove decisi di sospendere tutto e permisi alla fotografia di trasformare la mia vita.

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Nel 2009 hai pubblicato una raccolta intitolata “Visionarios”, qual è il tuo rapporto con la Fede e la Spiritualità?

Non sono una persona religiosa. Sono scettica nei riguardi della fede e della spiritualità, anche se sono rispettosa e comprensiva nei riguardi di queste dimensioni umane, posso solo essere cinica riguardo le mie sensazioni in proposito.

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Nel 2008 con “sleeping people” hai voluto descrivere la sensazione di essere solo un “osservatore” della vita… come descriveresti questa sensazione oggi?

Ci sono momenti nelle nostre vite in cui noi siamo dei passeggeri. Non sempre consci; la vediamo andare, intrappolati nelle routine e nei doveri, progettando per il futuro, seguendo un piano e lasciando sfuggire il tempo fra le nostre dita. Questo intendo quando dico “il presente è quello che lasciamo andare mentre progettiamo il futuro”.
Non c’è nulla che può essere fatto nei riguardo del tempo che sfugge, ma credo che esserne consapevoli dia significato alle nostre vite, tutti i giorni. Non ho bisogno di essere tutti i giorni eccezionale, non credo che la felicità sia uno stato costante di esistenza: credo che un momento felice al giorno o un piccolo pensiero possa rendere un giorno vissuto. Non riguarda l’essere tiranneggiati dal fare il più della nostra esistenza, riguarda solo la consapevolezza che la vita finisce, e non avremo nessun giorno indietro.

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Pensi che questa indifferenza si viva anche nei confronti della sessualità?

In un certo senso può darsi. Prendi la pornografia, c’è una vastità di prodotti porno che arrivano all’osservatore senza alcun auto-criticismo, interrogativo o riflessione. Questo sta succedendo in tutto il mondo dell’audio-video. Da un certo punto di vista ciò è meraviglioso, soprattutto per l’immensa proliferazione di materiale e per la democratizzazione del mondo audiovisivo. Tutti ora possono esprimere se stessi attraverso il mondo audiovisivo: ed è precisamente questo il motivo per cui più auto-criticismo e un approccio critico sono necessari. Il consumo passivo, indifferente e/o la semplice accettazione di ciò che ci viene scaraventato contro è un problema.

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Come nacque l’idea per “self-portait”?

Ci sono diversi motivi che mi spinsero a realizzare degli autoritratti.
Per prima cosa per motivi pratici: è più facile esplorare una sola persona e usare una sola persona come modella, sempre disponibile, sempre volenterosa…
Inoltre, da psicoterapeuta, usavo me stessa in primo luogo per iniziare ad esplorarmi: solo quando le emozioni e i pensieri sono puliti la riflessione può estendersi agli altri.
In secondo luogo, il mio messaggio è abbastanza personale (non autobiografico, ma personale). Non ha senso per me usare qualcun altro per incorporare il mio messaggio, eccetto alcune serie recenti, dove uso mio figlio e mia nonna: sono parte di me, e io sono una parte di loro.

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Come descriveresti “The Downfall of the dream”?

“The downfall of the dream” partì con la storia di un sogno umano e su come i fallimenti della vita portano alla deriva. È come se traessero godimento da un sapore che hanno già provato: i protagonisti di queste azioni continuano a desiderare, continuano a sognare. Ma le memorie e i sogni sono spesso sfocati, e con il tempo divengono consapevoli del proprio decesso. Questa è la farsa degli espedienti dall’esistenza: non c’è vita senza morte come non c’è sogno senza la sua caduta.

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“Estranged Sex” è uno dei tuoi lavori più influenti. Da cosa nasce l’idea e come vivi il mondo della sessualità?

Estranged sex è partito come un esercizio. Sebbene io abbia iniziato a fotografare rivolgendomi a tematiche sessuali, era solo un tipo di esercizio che seguiva la prima immagine della serie. Il compito era quello di fare un autoritratto sessuale. “Sarà facile”, pensavo. Ed infatti feci 4 autoritratti totalmente differenti.
Nella prima che inizia la serie volli parlare di come le donne dovrebbero vedere i porno hardcore e su come non era necessario restare nel softcore. Volevo solo esprimere il fatto che loro possono, che qualcuno lo fa, e per questo ho interpretato una donna che guarda un film hardcore dove c’è del sesso anale. Ma questo era troppo semplice e non del tutto interessante o comunque originale. Credevo ci fosse stata la possibilità che alcune donne l’avessero vista diversamente. Quindi mi chiesi come avrei potuto creare una foto che contenesse del porno ma che non volesse essere un chiaro “fai l’affare”. Pensai che se avessi rappresentato solo un’osservatrice come una ragazza che guarda un porno, sarebbe stato solo quello, una ragazza che guarda il porno senza incoraggiare un pensiero che avrebbe indotto qualcosa. Ma se avessi presentato un’immagine imbarazzante, contenente porno e sessualità ma allo stesso tempo strana e non eccitante, un’immagine che conteneva tutti gli ingredienti (una ragazza bagnata, un po’ di carne, porno nel computer), e, non solo un lavoro tranquillo in termini di eccitazione… avrei probabilmente catturato l’attenzione dell’osservatore e avrei iniziato una conversazione.
Non era un’aspirazione, solo una conversazione riguardo il porno e dove ci collochiamo nei suoi riguardi. E questo è come nacque la serie con il concetto di “estranged” (allontanare n.d.T.) che ha il significato di qualcosa che usiamo per chiuderci e conoscerci, e (la sessualità) non è altro (come pensiamo che sia: genere, identità…).

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Cosa senti di dovere fotografare?

Sento il bisogno di dover fotografare tematiche che mi sono care o molti dei pensieri del mondo psicologico ed emozionale. Ci sono temi politici, che riguardano tutto il mondo e occupano molti dei miei pensieri ma non sono capace di racchiuderli in una fotografia.
Ho l’impressione di essere umoristica, sebbene alcune delle mie serie appaiano tristi e oscure (v. “the downfall of the dream”). “Estranged sex”, “the ideal man”, “sleepy people” sono basate sull’humour.

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Credi ci sia una grande differenza tra la sessualità di un tempo e quella moderna?

Non lo so. Voglio dire, ci sono differenze ovvie nelle leggi, regole, su cosa è visto normale e su cosa non lo è, su cosa è ammesso e cosa non lo è. Potrebbe sembrare di trovarsi in un circolo continuo dove alcune cose tornano indietro e avanzano (per menzionare qualcosa pensa ad esempio all’aumento dell’omofobia in questi giorni). Ma comunque non so come le persone facevano esperienza con i propri corpi e la propria sessualità 100 anni fa o 2000 anni fa. Ipotizzo che ci sia sempre stato un grande piacere e come sempre una grande repressione e un controllo sociale compulsivo su questo argomento. Quindi in questo senso penso che gli uomini abbiano fatto sempre le stesse cose.

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Con estranged sex ti sei avvicinata anche al mondo della video-art…

Molte delle mie serie contengono spezzoni di video-art, nella forma di “making of” dei pezzi d’Arte. Ma come tutto in “estranged sex”, la produzione è diventata più complessa, rifinita ed elaborata rispetto alle altre serie.
Il Video è più complicato; e diventa ancora più difficile e complicato per me rispetto alla fotografia, soprattutto senza alcun capitale e supporto per attuare le mie idee. Ma ho alcuni stralci video che produrrò il prossimo anno e che credo saranno di una estrema bellezza e di una penetrante sofferenza.
Non credo che i video e la fotografia vadano mano nella mano o che l’una si evolva nell’altra, o che uno scarseggia e l’altro può soddisfare maggiormente. Sono diversi canali d’espressione e io vedo soltanto l’uno o l’altro nella mia mente.

[Estranged Sex XVII- The Making of: http://vimeo.com/16216767%5D

Pensi sia necessario assecondare i propri impulsi sessuali?

Bene, credo che siamo esseri sociali e quindi uno debba seguire i propri bisogni il più possibile senza urtare o attentare contro la libertà dell’altro.
Credo che ognuno debba essere educato liberamente e con amore, rispettando la natura umana e il corpo, e quindi dopo si debba esplorare la di lui – o la di lei – sessualità con minore repressione e con meno ostacoli: ciò è diverso dal dire che tutto è consentito.

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Cosa comporta il making of di un tuo set?

Stanno crescendo in complessità e organizzazione. Ho iniziato da sola e ora è raro non avere un truccatore, un assistente, un proprietario di location, e infine 4-5 modelli. Io devo fare la scenografia, la direzione artistica, della luce e della fotografia, ma è d’aiuto avere alcune persone che mi danno una mano.

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Pensi che l’ironia sia un buon metodo per comunicare dei messaggi?

Penso che l’humor sia un buon mezzo per comunicare messaggi. Humor e neutralità. Ambedue in accordo nell’osservatore, per pensare liberamente, senza essere influenzati e senza la densa aura del giudizio morale.

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Qual è la foto a cui ti senti più legata?

Non credo ce ne sia una in particolare. Sono legata a molte foto, specialmente quelle più personali che contengono i miei unici amori o che comunicano qualcosa in cui io credo profondamente o che supporto.
Adoro “Downfall of the Dream 06” (quella con mia nonna) soprattutto per il tempo che abbiamo speso insieme per crearla, la sua complicità ed innocenza. Poi amo “The hope’s Crevice 01” con mia nonna e mio figlio, per la stessa ragione. Molte immagini mi permettono di godere ed affrontare i periodi di malattia e morte, trasformando qualcosa di triste e doloroso in una meravigliosa esperienza.
Oltre queste, amo le foto in cui compaiono mio marito e mia madre per l’onestà che noi tutti ci mettiamo e per la loro costante dedizione e l’incondizionato supporto.

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LINKS
http://www.sandratorralba.com
http://www.sandra-torralba.blogspot.com
http://www.facebook.com/pages/Sandra-Torralba/169765809755544

Visioni di Sebastiano Cautiero


Cos’è per te la fotografia?

La fotografia, tra i vari linguaggi dell’arte, è apparentemente quello più immediato, questo non vuole dire che sia semplice o banale. Ho trovato nella fotografia la possibilità di rappresentare non solo ciò che mi circonda ma anche ciò che immagino; facendo di essa il mio strumento d’espressione e soprattutto di sfogo.

Come ti sei avvicinato al mondo della fotografia?

 Sono stato da sempre attratto da questa forma d’arte, e così a 15 anni decisi di iscrivermi ad un Istituto di fotografia. L’approfondimento delle varie tecniche, dall’ analogico al digitale, ha fatto sì che la mia non restasse solo una passione , ma che diventasse un vero lavoro ed un perfetto  strumento d’espressione.  Negli anni ho sempre cercato di realizzare varie collaborazioni, di fatto sono entrato a far parte di un associazione di artisti : “MAGMART”, di cui fanno parte fotografi e videomaker, DJ, musicisti, tra i quali Daniele Fùrest, Manuela Russo, Raffaele “Dubolik” De Mato e tanti altri. Questo team si occupa della creazione e della produzione di lavori degli artisti che ne fanno parte, dalle fotografie, ai video, agli eventi.

In base a cosa scegli i tuoi soggetti?

Spesso la scelta di un soggetto è relativa alla situazione in cui mi trovo, da ciò che voglio immortalare, e questo dipende molto dal mio stato d’animo di quel momento. Gli “ingredienti” principali che utilizzo, tenerezza sofferenza armonia uniti naturalmente alla tecnica, vanno poi a completare l’ immagine che mi ero prefisso di creare.

L’artista ci ha “donato” il suo progetto intitolato Natural Harmony che descrive in questo modo:

Il progetto “Natural Harmony” ha l’obiettivo di fondere la fotografia alla musica, attraverso l’utilizzo di luce naturale e morbida accompagnata dalla ricercatezza delle location e dell’abbigliamento dei soggetti.

Photographer: Sebastiano Cautiero
Models: Sophia Chotyrdok, Alessio Zanfardino
Make Up: Maria Elena Aprea
Assistants: Alessandro Matera, Andrea Nocerino, Alessandro Castiello

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Mi presento, mi chiamo Sebastiano Cautiero e sono un fotografo, ho iniziato a coltivare la mia passione per la fotografia nel 2006 quando mi iscrissi all’istituto professionale di Fotografia. Nei primi anni di studio mi sono appassiona alla fotografia analogica approfondendo anche le tecniche di sviluppo e stampa, per poi passare allo studio del digitale. Nel contempo ho sempre affiancato alla fotografia la mia passione per la musica e per il cinema.

Pagina Facebook: https://www.facebook.com/pages/Sebastiano-Cautiero-Photographer/260086590790635
Link Flickr: http://www.flickr.com/photos/60505102@N02/

Visioni di Chiara Vittorini


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Come hai iniziato a dedicarti alla fotografia?

Mio padre. E’ sempre stata una sua passione scattare. Fin da piccola ho amato la fotografia e le sue foto … man mano che crescevo mi avvicinavo sempre di più alle luci,alle ombre,ai paesaggi prima e ai ritratti poi. E’ stato lui a regalarmi la prima compatta, e dopo la reflex. Mi aiuta in consigli e un suo parere è per me molto importante.

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Cos’è per te una foto?

Una foto. Beh la parola fotografia vuol dire scrivere con la luce. Ed è proprio così. Mi piace rappresentare la realtà con i miei occhi e trasmetterla a chi osserva. Comunicare con gli esseri umani attraverso la realtà che vedono ogni giorno ma che magari non vedono con i miei stessi occhi. La fotografia mi unisce al mondo.

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Quali sono i tuoi soggetti preferiti?

Non ho soggetti preferiti,amo scattare qualsiasi cosa catturi la mia attenzione. Un po’ come il fanciullino di Pascoli,penso che molte realtà vengano assorbite nel quotidiano,perdendo magari la loro singolare bellezza. Così mi esercito spesso a conservare la mia fantasia e infantilità ricercando particolarità del reale e riproducendole in vari modi.

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C’è una foto a cui sei particolarmente legata? 

Quasi tutte le mie fotografie per me sono speciali,perchè mi ricordano un pensiero,un particolare periodo della mia vita. Una a cui sono molto affezionata è questa che io chiamo “Donna” perchè nello sguardo leggo molto di me. Mi ispira pazienza,rassegnazione ma al tempo stesso tanta vitalità,forza e coraggio. Caratteristiche tipiche di noi donne a mio parere.

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Quali sono i messaggi che vuoi comunicare con le tue foto?

Ogni fotografia ha il suo messaggio. Comunica più che altro il mio stato d’animo,i miei pensieri e riflessioni di quel preciso momento. Molte sono ritratti di donne,mi affascinano i loro sguardi e ciò che mi trasmettono.

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Di seguito i link per seguire Chiara Vittorini (prima foto).

http://www.chiaravittorini.blogspot.it/
http://500px.com/ChiaraVittorini
http://ask.fm/ChiaraVittorini
http://www.facebook.com/chiara.vittorini
http://www.facebook.com/pages/Chiara-Vittorini/174387506040695?ref=ts&fref=ts

Billy & Hells


Billy & Hells, al secolo Anke Linz & Andreas Oettinger, coppia di fotografi berlinesi dal gusto eclettico

Lavorano insieme da più di vent’anni e hanno uno spiccato senso del colore applicato alla forma. Neo-Eclettici, Post-Raffaelliti, Contemporary-Ramage, i loro scatti parlano lingue differenti, raccontano l’Oriente come l’Occidente in un taglio fotografico a “portrait”

Scrivono con le immagini storie staticamente contemporanee di Bellezza e Verità

Disegnano sui corpi le linee essenziali delle Origini, di luoghi-non luoghi metropolitani e pseudo-commerciali

Confondono tra le foglie milioni di pensieri e giochi di luce del quotidiano e del sogno

con l’innocenza di chi non ha vissuto e la verve di chi sa farlo

Piegano l’inquadratura al petto, nel centro

e lasciano libere le vie della comunicazione mediatica e del fashion-victim style

Talvolta ritraggono i silenzi

ma non dimenticano la leggerezza (in)sostenibile dell’essere energia creativa al servizio delle proporzioni e della raffinata discrezione

Studio

Studio

http://www.billyundhells.de/

Anke Linz & Andreas Oettinger  si incontrano verso la metà degli anni 80 e scoprono il loro comune interesse per la fotografia. Dopo seguiranno dieci anni erratici, con esperienze di assistenza tecnica, lavoro sul campo, 15 diverse location e 17 camere oscure.

Icone: Diane Arbus, Arthur Fellig, Lucas Cranach, Irvin Penn, Richard Avedon e molti altri

Nei primi anni 90 disegnano, progettano e realizzano uno studio portatile a luce diurna per scattare fotografie alla gente.

Dal 1995 lavorano per riviste e agenzie con il nome di Billy & Hells.

2003 First Art contact with the group exhibition “Dream Worlds”, for Camerawork in Berlin

2004 “Tabea“ Leica Gallerie Tokyo, Japan 2005-2007 Group exhibitions for Lumas Germany, France, Swiss

2006 “Billy & Hells” Department Store in Berlin

2007 “Dona,etcètera“ Fundacion Foto Colectionia, Barcelona, Spain, Group Exhibition

2007 “Taylor Wessing Portrait Prize“ National Portrait Gallerie London

2008 “Wild West” Gallerie Utrecht Galerie Utrecht

2008 “Sisters of Mercy“ Gallerie Utrecht in Amsterdam

2009 “Der Eigene Raum”  Gallerie Utrecht

2009 “Sisters of Mercy“ Luxemburg

2010 “18 Seconds“ Gallerie Utrecht in Amsterdam

2010 “Best of Billy & Hells“ Gallerie Utrecht in Amsterdam

2011 “In Between“ Gallerie Utrecht in Amsterdam

2012 “The Astronauts wife“ Gallerie Utrecht in Amsterdam