Fuori Menù 11: la cucina maledetta – le vie en rose – Paris/Brest e la moda parigina


france

Casa dolce casa oserei dire, la Francia per me è un prezioso scrigno, ammetto che non ho mai visto un centimetro di questa meraviglia, ma prima o poi accadrà e se il destino vuole magari ci vado a vivere – un desiderio che mi vive dentro da tanti troppi anni ormai.

Questo Fuori Menù nasce dopo aver letto un bellissimo libro, una sorta di diarioricettario di Alice B. Toklas (consigliatomi da Federica Galetto), mentre la lettura andava spedita sono incappata in due bellissime ricette, due ricette dei miei amati poeti maledetti, Mallarmè e Baudelaire e dunque mi è sembrato logico farne un articolo – percorrendo ciò che amo della Francia, cioè non tutto, ma una buona parte.

Parto allora dalla parte culinaria…e conseguentemente poetica.

I biscotti di Baudelaire (ottimi per le giornate di pioggia)

E’ il cibo del paradiso… dei paradisi artificiali di Baudelaire. Un dolce che potrebbe animare una riunione del Bridge club. In Marocco dicono che serva a tener lontani i raffreddori durante gli inverni umidi, ed è più efficace se lo si accompagna con grandi tazze di té caldo alla menta. Bisogna rilassarsi e aspettare allegramente di piombare in uno stato di dolce euforia e scrosci di risate, sogni estatici ed estensione della personalità a diversi livelli diversi livelli simultanei. Se vi lascerete andare, potrete provare quasi tutto quello che provò santa Teresa.
Prendere 1 cucchiaino di grani di pepe nero, 1 noce moscata intera, 4 stecche di cannella, i cucchiaino di coriandolo. Polverizzate tutte le spezie in un mortaio. Prendete una manciata di datteri senza nocciolo, una di fichi secchi, una di mandorle e arachidi sguasciate: tritate la frutta e mescolatela assieme. Polverizzate un mazzetto di cannabis sativa. Mescolate una tazza di zucchero a un grosso panetto di burro. Aggiungetelo alla frutta. Preparate un rotolo e tagliatelo a pezzi, oppure formate palline grosse come una noce.
Bisogna far attenzione a non mangiarne troppo. Due pezzetti a testa Basteranno.
Può darsi che il reperimento della cannabis presenti qualche difficoltà, ma la varietà conosciuta col nome cannabis sativa cresce comunemente in Europa, Asia e alcune parti dell’Africa, anche se spesso non la si riconosce; viene anche coltivata e serve per fabbricare corde. In America la sua parente stretta, la cannabis indica, si trova perfino coltivata in vaso sui davanzoli delle finestre, anche se la coltivazione viene scoraggiata in tutti i modi. Bisogna raccoglierla e seccarla appena ha fatto i semi e quando la pianta è ancora verde.

baudelaire fotografato da Nadar
Inno alla Bellezza di Charles Baudelaire

Vieni dal ciel profondo o l’abisso t’esprime,
Bellezza? Dal tuo sguardo infernale e divino
piovono senza scelta il beneficio e il crimine,
e in questo ti si può apparentare al vino.

Hai dentro gli occhi l’alba e l’occaso, ed esali
profumi come a sera un nembo repentino;
sono un filtro i tuoi baci, e la tua bocca è un calice
che disanima il prode e rincuora il bambino.

Sorgi dal nero baratro o discendi dagli astri?
Segue il Destino, docile come un cane, i tuoi panni;
tu semini a casaccio le fortune e i disastri;
e governi su tutto, e di nulla t’affanni.

Bellezza, tu cammini sui morti che deridi;
leggiadro fra i tuoi vezzi spicca l’Orrore, mentre,
pendulo fra i più cari ciondoli, l’Omicidio
ti ballonzola allegro sull’orgoglioso ventre.

Torcia, vola al tuo lume la falena accecata,
crepita, arde e loda il fuoco onde soccombe!
Quando si china e spasima l’amante sull’amata,
pare un morente che carezzi la sua tomba.

Venga tu dall’inferno o dal cielo, che importa,
Bellezza, mostro immane, mostro candido e fosco,
se il tuo piede, il tuo sguardo, il tuo riso la porta
m’aprono a un Infinito che amo e non conosco?

Arcangelo o Sirena, da Satana o da Dio,
che importa, se tu, o fata dagli occhi di velluto,
luce, profumo, musica, unico bene mio,
rendi più dolce il mondo, meno triste il minuto?

Quest’altra ricetta è una creazione di Stephane, lui la chiama marmellata, ma è un dolce meraviglioso.

Marmellata di cocco

Nessuno che entri in un negozio, prenda dal banco una noce di cocco e se la comperi sa poi cosa farsene. Per i parigini questo frutto che viene da lontano, fra melograni, arance o ananas, rimane una curiosità inutilizzabile. Ma ecco una squisitezza tra le più delicate, della quale il cocco costituisce il principale ingrediente, originario delle isole e delle loro coste. Mettere 2 tazze di zucchero e mezza tazza d’acqua in un bollitore di rame e far bollire fino a quando si formerà il petit boulé, aggiungere la noce di cotto grattugiiata e mescolare con una spatola di legno. Dopo 15 minuti mettere 2 uova in un altro bollitore, versarci il cocco mescolando sempre nello stesso senso. Profumare di vaniglia, cannella o acqua di fiori d’arancio, rimettere sul fuoco per 5 minuti e, dopo aver lasciato freddare per altri 5, versarlo in un compotier e servire freddo.

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Brindisi di Stéphane Mallarmé

Nulla, una schiuma, vergine verso
solo a indicare la coppa;
così al largo si tuffa una frotta
di sirene, taluna riversa.
Noi navighiamo, o miei diversi
amici, io di già sulla poppa
voi sulla prora fastosa che fende
il flutto di lampi e d’inverni;
una bella ebbrezza mi spinge
né temo il suo beccheggiare
in piedi a far questo brindisi
solitudine, stella, scogliera
a tutto quello che valse
il bianco affanno della nostra vela.

(le due ricette sono prese da “I biscotti di Baudelaire”, Alice B. Toklas, Bollati&Bordighieri, 2013)

Dopo aver mescolato la cucina e la poesia, e direi che sono proprio un bel connubio, innaffierei il tutto con un Bordeaux…

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Il Bordeaux è uno dei vini francesi maggiormente conosciuti ed apprezzati in tutto il mondo.
Viene prodotto nei dintorni della città di Bordeaux, nel dipartimento della Gironda, nelle terre situate lungo i fiumi Garonna e Dordogna. I vini Bordeaux sono rossi, bianchi secchi o liquorosi, o rosé.
Le vigne sembrano essere presenti nel bordolese fin dall’antichità: i notai di Burdigala (Bordeaux) avrebbero deciso di creare i propri vigneti a causa dei prezzi elevati dei vini italiani e narbonesi, importati dai negozianti romani.
Nel XII secolo, l’Aquitania diventa un ducato inglese in seguito al matrimonio di Eleonora d’Aquitania con Henri Plantagenêt, conte di Angiò e re di Inghilterra sotto il nome di Enrico II. Il commercio vinicolo si sviluppa.
Nel XIII secolo, il re di Francia conquista La Rochelle, porto esportatore di vini bordolesi; conseguentemente, Bordeaux diventa un porto esportatore di vini privilegiato a destinazione britannica. Il re d’Inghilterra concede quindi importanti privilegi fiscali ai negozianti bordolesi: i vigneti si estendono verso le zone di Libourne. All’epoca, il vino, ottenuto miscelando uve di colore diverso, era chiaro, da cui il nome usato in Francia e Inghilterra di claret.
A partire dal XVI secolo i vitigni iniziano ad assumere una struttura simile a quella dei filari presente oggi.
Nel XVII secolo gli uomini d’affari olandesi causano un’importante mutazione nel commercio europeo, che vede l’espansione di nuove bevande quali la cioccolata, il caffè o il tè, assieme a nuove birre e al gin. Gli olandesi incoraggiano la produzione di vini che prediligono, quali i vini bianchi dolci o scuri, non solo nel bordolese ma a Cahors e nella penisola iberica (ad esempio, i primi vini di Porto). Il Bordeaux deve fare fronte a numerosi concorrenti.
La famiglia bordolese Pontiac sceglie quindi di migliorare la qualità della coltivazione del suo vino: il territorio e le vigne sono curate, i vini vengono messi in barrique nuove e di quercia. Approfittando di un albergo di sua proprietà a Londra, la famiglia Pontiac fa conoscere i suoi vini in Inghilterra, che sono così apprezzati che finiscono per essere venduti più cari degli altri Bordeaux. Anche gli altri negozianti seguono quindi questa strada, che si rivela vincente: i vigneti si estendono ulteriormente fino al Médoc e al Sauternes, e nelle regioni di Blaye e Bourg. Vengono creati i grandi vigneti del Médoc ed i grand cru bordolesi.
Durante il Secondo Impero francese i grandi vini rossi di Saint-Émilion, Fronsac e Pomerol diventano i vini di prima qualità della produzione bordolese.

Non può mancare il dolce, prima di ascoltare la cara Edith Piaf…i Paris – Brest, qualcosa legato alla storia dei trasporti francesi.

Il Paris-Brest è un dessert della cucina francese, fatto di pasta choux e crema di cioccolato o fragole e/o frutti di bosco.
Questo dolce è stato creato da un pasticciere di Maisons-Laffitte, Louis Durand, nel 1891 per commemorare la corsa ciclistica Parigi-Brest-Parigi.La sua forma circolare infatti rappresenta una ruota. Divenne popolare fra i ciclisti della corsa Paris-Brest, in parte per via del suo largo apporto energetico, ed in seguito si diffuse nelle pasticcerie di tutta la Francia.

paris-brest alle fragole

Ingredienti:

75 g Burro
200 g Farina
200 g Fragole
60 g Mandorle Pralinate
400 g Panna Montata
qb Sale
4 n Uova
qb Zucchero A Velo

Preparazione:

200 g di farina,

4 uova,

75 g di burro,

400 g di panna fresca,

60 g di mandorle pralinate,

200 g di fragole,

zucchero a velo,

sale.

Versa 2 dl di acqua in una casseruolina, unisci 1 pizzico di sale e il burro morbido a pezzettini. Metti sul fuoco, porta il liquido a bollore, poi togli dal fuoco; butta nell’acqua la farina tutta in una volta, mescolando energicamente con un cucchiaio di legno per evitare che si formino grumi. Rimetti la casseruola su fuoco basso e fai cuocere, sempre mescolando, finche l’impasto formera una palla e si stacchera dalle pareti della casseruola, sfrigolando. Trasferisci l’impasto in una terrina e lascialo raffreddare, poi incorpora le uova, uno alla volta.
Metti il composto in una tasca per dolci con bocchetta larga e liscia e spremilo sulla placca rivestita con carta da forno, formando un anello di 20 cm di diametro. Poi fai un secondo anello all’interno del primo (ben vicino) e un terzo a cavallo  dei primi due.
Metti la placca in forno caldo a 180? e cuoci la ciambella per circa 30 minuti. Lasciala raffreddare, poi tagliala a meta orizzontalmente e farciscila con la panna, prima montata con 2 cucchiai di zucchero a velo, le fragole dimezzate e le mandorle. Spolverizzala di zucchero a velo e servila.

Coco Chanel

Coco Chanel

La moda parigina raggiunge il suo culmine nonostante la rivalità con le altre capitali europee, Londra – Milano – New York, a Parigi la moda è tutta un’altra cosa. Qui hanno mosso i primi passi le più grandi firme della moda internazionale, Chanel, Gaultier, e tanti altri, hanno trovato a Parigi il proprio modo d’essere. Hanno tratto ispirazione dai suoi colori, quelli di Montmartre o del Quartiere Latino, quelli spirituali della Parigi letteraria o quelli che lega Parigi e il cinema.
La moda a Parigi è di fatto nata con le grandi corti francesi, quando il re Sole o Maria Antonietta dettavano legge in ogni senso. Di grande tendenza fu il cosiddetto Cul de Paris, la moda della gonna lunga a fondo schiena sporgente (le donne dell’epoca si servivano di una sorta di attrezzo chiamato Tournure per mettere in mostra il proprio ‘posteriore’).
Nel XX secolo si confermano le grandi tendenze della moda, quelle che guardano al cambiamento sociale, alla lotta per le pari opportunità, ai nuovi modi d’espressione di una società sempre più in movimento. I costumi femminili si arricchiscono di nuove battaglie, tipo quella che pone fine alla tortura del busto. Nascono le grandi case della moda: la Maison Callot (1825), delle celebri sorelle Callot, o la Maison Jacques Doucet, per citarne alcune.
Madeleine Vionnet, una delle più grandi stiliste francesi, aprì la propria casa d’alta moda nel 1912, dando avvio ad una rivoluzione nel mondo degli stilisti. Da Vionnet a Coco Chanel. Non si tralasciano grandi stilisti come Pual Poiret, Christian Dior, Yves Saint Laurent, Pierre Cardin, o anche il famoso coccodrillo di René Lacoste, che fu un tennista francese, la cui casa d’abbigliamento venne fondata nel 1933. Grandi nomi che trovarono in Parigi la musa ispiratrice della propria arte.

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A Parigi tutto fa moda, il Carrousel du Louvre ben quattro volte l’anno preannuncia i colori sgargianti di quelle che saranno le collezioni delle prossime stagioni, comunicando al mondo intero cosa portare (e come portare) nelle strade della città. La capitale dell’eleganza non si sente affatto minacciata da nessuno, pronta a creare sempre nuove tendenze e nomi d’alta moda. Seguiamone i trend nelle nostre pagine legate ai Festival ed eventi in Francia o notizie sulla Francia.

Joyce e Nazim, il coraggio della parola


Joyce Lussu

Joyce Lussu

– Traducendo Hikmet, non sentivo affatto il bisogno di mettermi a studiare la lingua turca, la letteratura turca, la storia turca e quella ottomana e arabo-persiana, e di sedermi a tavolino, tra una grammatica e un dizionario, a fare opera di filologia. Sarebbe stato un passo indietro sul complesso colloquio che mi consentiva di partecipare al meccanismo di una costruzione poetica, all’intrecciarsi dei motivi concreti: perché quella parola, perché quella immagine, perché quel concetto, perché quell’atteggiamento mentale o emotivo. La traduzione mi costava così poco sforzo, che ne fui preoccupata, e mi sottoposi all’esame di filologi e di persone di cultura che conoscevano egualmente bene il turco e l’italiano. Mi rassicurarono sulla fedeltà del mio testo, e andai avanti tranquillamente, nonostante le osservazioni che mi venivano da ogni parte. “Traduci Hikmet? Allora conosci il turco”. “Non so una parola di turco”. “Ma allora come puoi pensare di tradurre…” ecc. ecc.-

Questo, raccontato dalla sua stessa voce, è solo un volto di Joyce Lussu e del suo coraggio, mentre racconta la sua determinata volontà,  sfida e slancio, curiosità, infinita pazienza nel decifrare versi a lei sconosciuti perché scritti in una lingua affascinante ma misteriosa. Tradurre il grande Poeta Hikmet, si rivela essere per lei, nella sua totale mancanza di conoscenza della lingua turca, un’avventura emotiva ad ampio spettro e non solo esercizio di lingua e grammatica. Da qui, il merito di averci portato per prima i testi di Hikmet in traduzione italiana, facendoli conoscere all’ampio pubblico. Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti, coniugata Belluigi e poi Lussu, più nota con lo pseudonimo di Joyce Lussu (Firenze, 8 maggio 1912 – Roma, 4 novembre 1998) è stata  una scrittrice, traduttrice, poetessa italiana, medaglia d’argento al valor militare, capitano nelle brigate Giustizia e Libertà, sorella di Max Salvadori e seconda moglie del politico e scrittore Emilio Lussu. Ma Joyce era molto più di una donna, molto più di una scrittrice e traduttrice finissima. La sua vita, sempre caratterizzata da una fortissima porzione di coraggio,  attraversò gli anni del nazismo collezionando eventi degni di un romanzo, senza mai lasciar spazio all’indifferenza e alla paura, viaggiando in tutta Europa, dalla Francia alla Spagna, Portogallo, Svizzera, Inghilterra,  teatro di rischiose missioni e passaggi oltre confine, falsificazioni di documenti, corsi di guerriglia durante l’occupazione nazista. Ambasciatrice di pace, giovanissima studiosa di filosofia ad Heidelberg con Karl Jaspers, Promotrice dell’Unione Donne Italiane, militò per qualche tempo nel PSI e nel 1948 fece parte della direzione nazionale del partito, preferendo poi tuttavia tornare ad occuparsi di attività culturali e politiche autonome, insofferente a vincoli e condizionamenti d’apparato. Laureata in Lettere alla Sorbona di Parigi e in Filologia a Lisbona, viaggiò dunque molto nel corso della vita, coronando così il destino della formazione cosmopolita ereditata dalla sua famiglia d’origine. Tradusse molti poeti viventi, spesso provenienti dalla cultura orale: albanesi, curdi, vietnamiti, dell’Angola, del Mozambico, afroamericani, eschimesi, aborigeni australiani, racchiudendo in ogni traduzione la meravigliosa avventura umana e letteraria in cui la comunicazione derivò non dalla conoscenza filologica di grammatiche e sintassi, quasi sempre inesistenti, ma dal rapporto diretto poeta con poeta, dalle lingue di mediazione, dai gesti, dai suoni, dal dolore cupo di sofferenze antiche ed ingiuste. La sua traduzione delle poesie del turco Nazim Hikmet (Salonicco, 20 novembre 1902–Mosca, 3 giugno 1963), a tutt’oggi tra le più lette in Italia, è un esempio eccellente per tutte  (“Hikmet è un poeta molto traducibile. Forse tutti i poeti sono molto traducibili, se si conoscono profondamente”). Lo incontra a Stoccolma al Congresso internazionale per la pace, quando le viene presentato nella pronuncia turca europeizzata in Naasm Hhikhmet con una “a” lunghissima e molte aspirazioni. Ne è affascinata. Nasce tra loro una grande amicizia che permetterà la conoscenza del poeta turco in Italia tramite, in particolare, gli ormai famosissimi versi d’amore come quelli de Il più bello dei mari (Il più bello dei mari/ è quello che non navigammo./ Il più bello dei nostri figli/ non è ancora cresciuto./ I più belli dei nostri giorni/ non li abbiamo ancora vissuti./ E quello/ che vorrei dirti di più bello/ non te l’ho ancora detto). Joyce Lussu tradurrà oltre 7000 versi di questo poeta turco, perseguitato dal governo filo hitleriano, che starà ben 17 anni in carcere. A lei si deve la raccolta italiana, Paesaggi umani.

– In realtà, non ho mai studiato il turco perché non ho mai avuto intenzione di diventare un’esperta di poesia turca. Mi interessava Hikmet, col quale mi intendevo benissimo senza parlare la sua lingua, come m’interessano altri poeti in varie parti del mondo, indipendentemente dalla filologia e dalla storia della letteratura del loro Paese –

Joyce Lussu e Nazim Hikmet

Joyce Lussu e Nazim Hikmet

Di Hikmet, rammenta la sorprendente capacità comunicativa, la bella presenza fisica dall’aria fra il rustico e il principesco. Nel loro incontro a Stoccolma, avvenuto per puro caso e poi fortemente voluto da Joyce stessa, da subito ebbero un rapporto di coinvolgimento emotivo totale. Hikmet, che non parlava bene nessun’altra lingua al di fuori del turco ma comunicava in un francese personalissimo che sembrava ignorare grammatica e sintassi, raccontava e spiegava storie e concetti che arrivavano sempre al punto cruciale in modo chiaro e inequivocabile. Quando non riusciva ad esprimere al meglio qualcosa che voleva dire allora iniziava a gesticolare con le sue belle mani eleganti, o ad utilizzare parole appartenenti ad altri idiomi, fino a che ritrovava la giusta via di comunicazione e Joyce poteva così comprenderlo a fondo. La sua filosofia era quella di adoperare sempre parole semplici, concrete, prese dal quotidiano che anche un analfabeta avrebbe potuto comprendere. Dopo la prima conversazione con lui, “amabile e curioso” lo definì lei, in cui egli le spiegò che viveva a Mosca e aveva un figlio di nove anni mai conosciuto perché trattenuto in ostaggio insieme alla madre dal governo fascista del suo Paese, Joyce si documentò su di lui e sulla sua attività di rivoluzionario e letteraria leggendo diverse traduzioni di sue poesie e commedie in lingue accessibili. E le venne un gran desiderio di tradurlo. Gli disse dunque che amava le sue poesie. In tutta risposta Hikmet esordì con un: “Se ti piacciono, perché non le traduci in italiano? “. Iniziò così l’avventura. Nel salone dell’albergo, Hikmet  estrasse dalla tasca un foglio sgualcito e prese a recitare una sua poesia in turco ma scritta in caratteri latini. Joyce rimase ammaliata dalla dolcezza della lingua turca, ricca di vocali e liquide e dalla forza recitativa del poeta. Ma soprattutto rimase sconcertata dalla facilità con cui ogni parola, ogni idea fluissero senza difficoltà alcuna dalla mente dell’uomo alla sua, non lasciando mai spazi di dubbio sui concetti espressi ed il loro vero significato. Joyce si convinse che per tradurre un poeta non era quindi necessario conoscere la grammatica della lingua in cui si esprimeva ma era invece fondamentale stabilire un’affinità emotiva, possedere interessi in comune che avrebbero fornito la stessa cifra interpretativa della realtà. Entrò così nella vita di Hikmet, nei quartieri di Costantinopoli e Smirne, nei villaggi dell’Anatolia, tra i suoi amici e i suoi nemici. Lui le permise di vedere con chiarezza i paesaggi, sentire i suoni, cogliere i colori, ascoltare le voci. Attraversando le varie lingue parlate da Hikmet, che conosceva in modo alquanto approssimativo e fantasioso il russo, l’arabo e il francese, giunse nel suo mondo orientale e penetrò la lingua turca. Questo le diede la possibilità di sentirsi un tutt’uno con lui,  che si sottoponeva di buon grado e graziosamente ai suoi interrogatori. Fortemente legato alla sua terra ma allo stesso tempo cittadino del mondo, in ogni angolo della Terra vi fosse stato un essere umano che lottasse per conquistare la sua dignità, Hikmet era presente, in spirito, entusiasmo, coraggio, dimenticando chi fosse, da dove venisse, le sue origini per immedesimarsi nei bisogni, nelle lotte altrui.

“Penso” diceva Hikmet “che la Poesia debba essere innanzi tutto utile, utile a tutta l’umanità, utile a una classe, a un popolo, a una sola persona; utile a una causa, utile all’orecchio. Voglio essere capito e letto dal maggior numero possibile di persone, ai più vari livelli di cultura, nei più diversi stati d’animo, dalle prossime generazioni. Voglio essere traducibile per le nazioni più diverse”.

Joyce Lussu e Hikmet a Stoccolma nel 1958

Joyce Lussu e Hikmet a Stoccolma nel 1958

Hikmet amava molto l’Italia che visitò più volte e Joyce Lussu lo invitò a Roma, per proseguire il lavoro di traduzione. La loro amicizia, fra una traduzione e l’altra, fu messa alla prova spesso dal temperamento irrequieto e singolare del poeta. Infatti, quando Joyce ritenne non solo opportuno ma doveroso mostrargli le bellezze architettoniche e artistiche romane facendogli da guida, egli le rimproverò di avergli rovinato tutto spiegando con dovizia di particolari la città di Roma, come una sterile guida turistica avrebbe fatto. Alla replica stizzita di Joyce, egli affermò con convinzione che del Rinascimento e degli antichi romani non gli importava nulla, che era un “barbaro” venuto dall’Asia e che del mondo classico di cui sono nutriti gli occidentali non sapeva che farsene. Non avrebbe più potuto guardare Roma con occhi diversi da quelli che gli aveva prestato Joyce, infarciti di date e spiegazioni. Joyce, nonostante il senso di colpa e la preoccupazione per averlo tanto turbato, continuò a stargli accanto durante il suo soggiorno promettendogli solennemente che mai più una sola data o nome sarebbero usciti dalle sue labbra. A tavola, davanti ad un piatto di melanzane in un ristorantino romano, continuarono le ostilità che non sfociarono però in litigio vero e proprio, in particolare quando Hikmet la provocò fortemente paragonando le melanzane d’Anatolia con quelle degli orti romani a mortificazione di queste ultime. Tuttavia Joyce fece molto più che sopportare le isterie e i capricci di Hikmet. Aiutò la moglie ed il figlio a lasciare la Turchia, in una rocambolesca fuga verso Varsavia, cosa di cui Hikmet le fu eternamente grato. Si incontrarono l’ultima volta a Parigi, e al solito litigarono per questo e per quello. Ma erano litigi ormai diventati familiari, l’affetto fra i due era tale che niente li avrebbe separati se non la morte del poeta che sopraggiunse per un infarto folgorante a Mosca, al numero 6 della via Pesciànaya, il 3 giugno del ’63, verso le nove del mattino.

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Federica Galetto

 Citazioni tratte da Tradurre poesia (ed. Robin, 1998)

Un incantevole Aprile


Josie Lawrence interpreta Lottie Wilkins

Josie Lawrence interpreta Lottie Wilkins

“Non avete mai visto le cose come una specie di flash prima che accadano?”. Così, esordisce Lotty Wilkins [(“Wil)-Kins”, somiglia alla minuscola coda  di un carlino arrotolata in punta)] nel rivolgersi  a Rose, donna dal volto di Madonna delusa. E scende la pioggia dietro i vetri del Nightingale Woman’s Club, oltre le visioni dei finestrini d’un mezzo pubblico, sulle strade invase di traffico e nebbia. Cappelli calcati sulla fronte, lunghi cappotti di lana scura, una fitta fra costole e cuore, cene con il contrappunto del permesso per “diventare”e l’omologazione (“Certe volte penso che conservi una copia di tutto ciò che dice” – Lotty Wilkins riferendosi al marito, con scoramento). Si rapprendono le immagini, le speranze (“Devi smetterla di comperare fiori. Noi non siamo ricchi, non possediamo né titoli né azioni. Cosa ne sarebbe di te Lotty, se domani io finissi sotto un tram? Continueresti a comperare fiori? – il marito Mellersh Wilkins). Il coraggio di uscire da schemi preconfezionati e imposti dalla morale imperante, la pazienza di cercare dentro se stessi il volo più alto verso una Bellezza negata dalle convenzioni e dal quotidiano. In “Un incantevole Aprile” c’è il salto di qualità verso ciò che ognuno potrebbe riconoscere come Poesia, senza neppure saperlo. E non lo sa Lotty, non lo sa Rose,  nè  lo sanno gli altri protagonisti. Che sarà proprio così.  In fondo, il riconoscere in un giorno uggioso la Bellezza è un viaggio che protende verso la perfezione dell’essere, è la genesi del riscoprire all’ improvviso ciò che si è sempre stati, ciò che si è sempre desiderato. Le anime di donne e uomini così diversi eppur tanto simili raccontano ciò che potrebbe accadere se ognuno di noi abbandonasse le proprie difese per cullarsi in un liquido amniotico primordiale, in cui la scoperta delle radici umane si completa e manifesta attraversando gli elementi naturali e i corpi, le menti, le stagioni.

Il riuscire ad esternare il desiderio ardente di creare una bolla di Bellezza per costruire un nuovo sentiero nella Vita, è il dono che questo film ci porge. Così, laddove la solitudine diventa una sublimazione dell’essere vergini di fronte al mistero dell’esistenza, l’entusiasmo, dedicato all’azzerare un percorso praticato quotidianamente senza gioia, incarna la magica propensione al sostare senza timore presso se stessi in un’ottica di delizia, libera dal sacrificio mortificante dell’apparire senza davvero essere. Fra i muri di costrizione, crepe lunghe e profonde iniziano a segnare il Tempo. E se giungere alla Bellezza è arduo, se far pace con il mondo è come attraversare una notte buia e tempestosa, il nuovo giorno giunge spalancando la luce del nuovo inizio. Il non detto si svela assumendo forma e consistenza.

Muovendosi poco alla volta. Ecco la Poesia lenta nel manifestarsi e aprirsi in ogni dettaglio o colore della nuova realtà, ecco la Poesia scorrere senza parole segnando la via, ecco la Poesia che come collo di cigno guarda dentro le acque torbide e vede il futuro. E l’amore, che regna sovrano sui percorsi degli uomini si siede e guarda, lasciandosi sorprendere dai piccoli moti di un sospiro. O dal guizzare veloce e impavido di una lucertola sui sassi. Le scoperte dell’oro sui pendii scoscesi, a picco sul mare di smeraldo, rimangono dentro le vertebre come ghinee riposte per il Tempo a venire. Che la Poesia viene, lenta, assorta, vestita di Grazia. Aggirandosi. In Coraggio e Possibilità. (“Se si desidera qualcosa ardentemente, accade” – Lotty Wilkins a Rose Aburthnot).

Federica Galetto

Miranda Richardson e Josie Lawrence  interpretano rispettivamente Rose Abuthnot e Lottie Wilkins

Miranda Richardson e Josie Lawrence interpretano rispettivamente Rose Aburthnot e Lottie Wilkins

N.d.A.: Questo articolo è basato su libere impressioni tratte dalla visione del film “Un incantevole Aprile” (Enchanted April) del (1992) diretto da Mike Newell, tratto da un romanzo di Elizabeth von Arnim del 1922, nel quale si racconta la vicenda di quattro signore londinesi che lasciano la loro piovosa città per trascorrere un periodo di vacanza in Italia, sulla Riviera ligure di levante. La signora Arburthnot e la signora Wilkins, che frequentano lo stesso club femminile ma non hanno mai scambiato una parola fra di loro, fanno reciproca conoscenza dopo aver letto entrambe su di un giornale un annuncio economico in cui si offriva in affitto un castello in Italia. Le due signore scoprono di essere accomunate dalla tristezza per aver contratto entrambe un matrimonio deludente e dal desiderio di trascorrere un periodo di riposo in una località soleggiata e piena di fiori. Non essendo ricche, le due donne decidono di cercare altre compagne disposte a dividere le spese; con riluttanza accettano di portare con loro la signora Fisher, una signora anziana e sussiegosa, e Lady Caroline Dester, una giovane donna graziosa e brillante desiderosa di allontanarsi dalla soffocante società mondana in cui è immersa in Inghilterra. Il romanzo di Elizabeth Von Arnim The enchanted april, tradotto in italiano nel 1928 col titolo Incanto di aprile e nel 1993 col titolo Un incantevole aprile, era ambientato in località di cui venivano date solo indicazioni geografiche sommarie (Londra e San Salvatore). Ne venne tratto un film con lo stesso titolo già nel 1935, diretto da Harry Beaumont, protagonisti Ann HardingKatharine Alexander e Frank Morgan. Dopo il film diretto da Newell (1992), nel 2003 fu rappresentata a Broadway una riduzione teatrale ad opera di Matthew Barber, mentre nel marzo 2010 è stato rappresentato al Chelsea Studios di New York un musical, tratto sempre dal romanzo della Arnim, con musiche di Richard B. Evans e testi di Charles Leipart. Il film è stato girato nel Castello Brown di Portofino dove la romanziera trascorse un periodo di vacanza nel 1920; all’epoca il castello apparteneva ad un proprietario inglese.

Il film di Newell ha ottenuto due Golden Globe nel 1993:

TRINE SØNDERGAARD


Strude SeriesSerie Strude

Strude Series
Serie Strude

Trine Søndergaard nasce nel 1972 ed è una fotografa/artista visiva danese. Vive e lavora a Copenaghen. Nel 1996 si diploma alla Fatamorgana, la Scuola Danese di Arte fotografica. Il suo lavoro si contraddistingue per precisione e sensibilità, qualità che coesistono con un rigoroso interrogarsi sul mezzo fotografico, i suoi limiti e ciò che costituisce un’immagine. Colmi di significati e parca emozione, i suoi lavori sono altamente acclamati per l’ intensità visuale della nostra percezione della realtà. Nel 2000 ha ricevuto il Premio Albert Renger Patzsch e da allora ha poi ancora ricevuto numerose sovvenzioni, borse di studio e riconoscimenti che comprendono anche una borsa di studio-lavoro per tre anni offertale da The Danish Arts Foundation. Trine ha esposto le sue opere in diverse mostre personali e collettive in patria e all’estero. Il suo lavoro è presente nelle maggiori collezioni pubbliche e private come per es. al MUSAC Museo de Arte Contemporáneo de Castilla y Leon, Spagna, The Museum of Fine Arts, Houston, USA; The Hasselblad Foundation, Sweden; The Israel Museum, Jerusalem; and The Danish Arts Foundation, Denmark. Le sono inoltre state commissionate opere da musei e istituzioni culturali.  

Trine Søndergaard (b. 1972) is a Danish photography based visual artist. Søndergaard lives and works in  Copenhagen, Denmark. In 1996 she graduated from Fatamorgana, The Danish School of Art Photography. Trine Søndergaard’s work is marked by a precision and a sensibility that co-exists with a rigorous interrogation of the medium of photography, its boundaries and what constitutes an image. Layered with meaning and quiet emotion, her works are highly acclaimed for their visual intensification of our perception of reality. In 2000 she received the Albert Renger Patzsch Award and has since then received numerous grants and fellowships, including a three-year working grant from The Danish Arts Foundation. Trine Søndergaard has exhibited in numerous solo and group exhibitions in Denmark and abroad. Søndergaard’s works is represented in major public and private collections for instance at MUSAC Museo de Arte Contemporáneo de Castilla y Leon, Spain; The Museum of Fine Arts, Houston, USA; The Hasselblad Foundation, Sweden; The Israel Museum, Jerusalem; and The Danish Arts Foundation, Denmark. In addition, she has completed public commissions for both museums and cultural institutions. 

§

Qual’è stata la prima fotografia che hai scattato?

Ho avuto la mia prima macchina fotografica quando frequentavo la quarta elementare. Era una piccola Kodak rettangolare portatile, del tipo molto popolare negli anni ’80. Fotografavo quello che mi stava intorno, i miei amici e gli animali domestici. Più tardi la fotografia divenne più un metodo per investigare il mondo, piuttosto che solo un modo di registrare ciò che vedevo. E crescendo, quando iniziai a frequentare la scuola superiore e d’arte e fotografia (Danish School of Art and Photography), Fatamorgana, scoprii che potevo anche esprimere qualcosa con le mie immagini.

What was the first picture you took?

I got my first camera when I was in 4th grade. It was a small, rectangular pocket Kodak – the kind that was popular back in the 1980s. I photographed what was around me – my friends and pets. Later photography became more of a method to investigate the world, rather than only a way to register what I saw. And when I got older and went to folk high school and the Danish school of art photography, Fatamorgana, I discovered that I could also express something with my images.

Come descriveresti il tuo stile?

A dire il vero non riesco a collegare la parola stile al mio lavoro. Potrei avere uno stile, ma quando lavoro sono più interessata all’investigare un soggetto specifico o uno stato mentale, ecco dov’è riposta la mia attenzione. I miei primi lavori erano altamente aggressivi ed espressivi. Oggi le mie immagini sono meno dirette e più introverse perchè sono interessata al silenzio, alla calma interiore e ai segreti.

How would you describe your style?

I don’t really connect the word style with my work. I might have a style, but when I’m working I’m more interested in investigating a specific subject or state of mind  – that’s where my focus lies. My early works were highly confrontational and expressive. Today my images are less direct and more introvert, because I’m interested in stillness, inner calm and secrets.

Hai un soggetto preferito?

I miei soggetti preferiti come fotografa sono le stanze e i ritratti. Non mi stanco mai di guardare la gente. Proprio come noi non smettiamo mai di scrutare la nostra immagine riflessa cercando di capire noi stessi e il processo d’invecchiamento a cui siamo sottoposti  che costantemente ci cambia. Il mio lavoro con i ritratti è più incentrato sulla ricognizione e sulla comprensione piuttosto che sull’individuo ritratto.

Do you have a favourite subject?

My favourite subjects as a photographer are rooms and portraits. I never get tired of looking at people. Just like we never stop scrutinising our own reflection – trying to understand ourselves and the ageing process we’re all subject to and that constantly changes us. My work with portraits is more about recognition and realisation than the individual in the image.

Strude SeriesSerie Strude

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Cosa fa di una immagine una buona immagine?

Non esiste una formula prestabilita. Il teorico francese Roland Barthes parla di una buona fotografia quando c’è un punto, un punto distinto che catturi o trattenga lo sguardo dello spettatore. E mentre questo è vero, una buona immagine è spesso una combinazione di diversi fattori: un’idea, capacità tecniche, ciò che vedi e fissi nel fotogramma. E’ spesso un processo che non puoi controllare completamente. Io penso molto prima di scattare una foto. Ci sono già troppe immagini nel mondo, quindi cerco di non scattarne troppe a mia volta. Faccio solo gli scatti che ritengo necessari.

What creates a good image?

There’s no set formula. The French theorist Roland Barthes talks about a good photograph having a punctum – a distinct point that captures or retains the spectator’s gaze. And whilst that’s true,  a good image is often a combination of several factors: an idea, technical skill, what you see and frame. It’s often a process you can’t totally control. But I do think for a long time before I take a photograph. There are already way too many images in the world, so I try not to take too many. I only take the pictures I find necessary.

Ti ispiri a qualche modello?

Non ce n’è uno in particolare ma ci sono diversi artisti di diversi periodi storici nella storia dell’arte che mi hanno ispirato nel corso degli anni. E naturalmente ci sono intere serie di nomi nella storia della fotografia. Piuttosto che in un solo individuo, direi che traggo ispirazione da un’intera serie di fonti e impressioni: arte, films, letteratura, dibattiti sociali etc.

Do you have a role model?

There’s not one individual I could single out, but there are several artists from different periods of art history have inspired me over the years. And of course there are a whole series of names from the history of photography. Rather than one individual, I’d say I find my inspiration in a whole series of sources and impressions – art, film, literature, social debates, etc.

Interiors

Interiors

Cosa ti ha ispirato a realizzare la serie di Interni?

Il luogo mi ha letteralmente affascinata. Il castello era chiuso a chiave e sbarrato, le stanze inaccessibili. Quell’atmosfera è stata uno stimolo a lavorare con quel tipo di spazio. Gli interni erano rimasti inutilizzati per molti anni. Senza scopo, stavano solo aspettando in una sorta di gap spazio temporale. Non per sempre, naturalmente. Nonostante si possa anche percepire questo.

What inspired you to make the Interior series?

The place really just fascinated me. The manor house was locked and bolted, the rooms inaccessible. The atmosphere there made me want to work with that kind of space. The interiors have stood unused for so many years. They have no purpose – they’re just waiting in a kind of time warp. Not forever, of course. Although it can feel that way.

Cosa vuoi comunicare con queste immagini?

Come i miei ritratti, gli interni si distaccano dal mondo. Si rivolgono allo stesso spazio mentale dei ritratti. Ci sono calma e  spazio da intuire, immaginare. Diverse stanze hanno molte porte, entrate e uscite, grandi superfici che rendono i motivi semplici e aperti all’interpretazione.

What do you want to tell with these images?

Like my portraits, the interiors turn away from the world. They address the same mental space as the portraits.  There’s a calmness and the space to sense. Several of the rooms have many doors, entrances and exits, large expanses that make the motifs simple and open to interpretation.

Interiors

Interiors

I tuoi primi lavori si focalizzano sulle persone e sulla natura. Qual è la differenza tra il fotografare esseri viventi e oggetti inanimati?

Non c’è una grande differenza, ma naturalmente io vengo coinvolta in modo diverso quando fotografo le persone perchè ho bisogno di  comunicare con loro e di dirigerle. Negli anni ho lavorato con l’interazione fra le due forme. Come artista non ho un repertorio fisso di generi o soggetti, ripeto. Sono libera di scegliere, a seconda di dove mi portano le mie inclinazioni e le mie idee.

Your earlier works focus on people and nature. What’s the difference between photographing living and static subjects?

There’s not a big difference, but of course I get involved in a different way when I photograph people because I need to communicate and direct them. Over the years I’ve worked with the interaction between the two forms. As an artist I don’t have a fixed catalogue of genres or subjects I repeat. I’m free to choose, depending on where my ideas and inclinations take me.

TRINE SØNDERGAARDguld

Guldnakke

Guldnakke

Le tue immagini, in questa serie e nei primi lavori, possiedono una  qualità che si potrebbe definire “sommessa”. E’ una scelta consapevole?

Quando iniziai a fotografare, il mio lavoro era basato sulla tradizione documentaristica. Volevo scattare immagini dinamiche e che allo stesso tempo raccontassero diverse storie. Solo più tardi mi sono concessa di essere “noiosa”. Mi sentivo piuttosto interdetta nello scattare immagini che fossero così pacate. Non mi sento più così. Ora lavoro consapevolmente testando i confini dell’immagine, vedendo quanto questo possa essere si tranquillo ma senza che si perdano vita e magia visuale.

Your images, both in this series and earlier works, have a certain hushed quality. Is this a conscious choice?

When I started photographing my work was based on the documentary tradition. I wanted to make dynamic images that told several stories at once. Later I gave myself permission to be ‘boring’. It felt almost forbidden to make images that were so muted. I don’t feel that way anymore. Now I work consciously with testing the boundaries of the image – seeing how quiet it can be without losing its life and visual magic.

http://www.trinesondergaard.com/

http://www.brucesilverstein.com/index.php

http://www.martinasbaek.com/

Intervista: Gitte Broeng per TRINE SØNDERGAARD

Traduzione dal danese di Jane Rowley

Traduzione italiana di Federica Galetto

Elsa Von Freytag Loringhoven: the dada protopunk poet (1874–1927)


Elsa von Freytag-Loringhoven – “the only figure
of our generation who deserves the epithet
extraordinary“
Margaret Anderson, Editor of the Little Review
baroness

« Non posso entrare in un bordello, voglio dedicarmi all’arte »  – Elsa Von Freytag Loringhoven –

 «La baronessa non è futurista: lei è il futuro».  – Marcel Duchamp –

«La baronessa era come Gesù Cristo e Shakespeare fusi in un tutt’uno» Berenice Abbott

«Con gesto regale, aprì i lembi dell’ impermeabile scarlatto. Era in piedi davanti a me, nuda o quasi. Sopra i capezzoli aveva due minuscole lattine di pomodoro legate da un cordino verde dietro la schiena. Tra le due lattine pendeva una piccolissima uccelliera con dentro un canarino vivo e desolato. Un braccio era coperto dal polso alla spalla da anelli di celluloide per tende, che poi confessò di aver rubato nel reparto di arredamento dei grandi magazzini Wanamaker. Si tolse il cappello che era stato decorato in modo grazioso e appariscente con carote dorate, barbabietole e altri ortaggi…»  George Biddle , 1921

 “ Era vestita di rosso, un kilt scozzese appena sotto il ginocchio, una giacca bolero con maniche ai gomiti e le braccia coperte da una quantità di dieci-cento bracciali colorati in  argento, oro e  in bronzo, verdi e gialli. Indossava alte ghette bianche con una fascia decorativa per mobili intrecciata treccia intorno al petto. Appesi al suo busto c’erano due teiere. Sulla sua testa portava  un nero O’Shanter tam di velluto con una piuma e cucchiai vari, tra cui  lunghi cucchiai da gelato. Aveva enormi orecchini d’argento opachi e sulle sue mani portava molti anelli. I suoi capelli avevano un colore simile a quello di un cavallo baio. (Guerra dei miei anni Trenta, New York: Covici, Friede, 1930)

“ Indossa un secchio per carbone come cappello, una grattugia per verdure come spilla, lunghi cucchiai da gelato per orecchini e due teiere al posto del reggiseno. Così ornata indossava spesso un vecchio cappotto di pelliccia, o semplicemente una coperta messicana. (Life between Surrealists  New York: Holt, Rinehart e Winston, 1962)”

In uno dei suoi quaderni personali, la baronessa aveva elencato ciò che portava in visita all’ambasciata francese a Berlino:

” Indossavo  una grande  torta di compleanno sulla mia testa con 50 candele accese fiammeggianti, mi sentivo proprio così coraggiosa e irresistibile! Sulle  mie orecchie avevo orecchini fatti con prugne secche . Inoltre avevo messo  più francobolli come marchi di bellezza sulle mie guance dipinte color smeraldo e le mie ciglia erano fatte di penne dorate porcospino; questo per  civetteria nei confronti del  console. Inoltre portavo  alcune corde di fichi secchi intorno al mio collo per dargli modo di succhiarli al mio ingresso all’ambasciata.”

Djuna Barnes dà della baronessa una fotografia  in “Come gli abitanti del villaggio si divertono”  articolo  apparso a New York nel 1916:

” Esce da un taxi con settanta cavigliere tintinnanti color  nero e viola ai suoi piedi secolari, una busta per lettere di spedizione all’estero e un francobollo posato sulla guancia, una parrucca color d’oro e porpora ricavata dai fili di un grosso cavo che un tempo serviva per ormeggiare le imbarcazioni provenienti dal lontano Chatay, metafora di un sempre perpetuo ritorno a lei come un porto e  sgargianti pantaloni rossi ;  sembra un alieno umano antico su cui sono state scritte tutte le follie di una generazione passata. “

 

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Nevrastenica, cleptomane, omofoba nonostante la sua bisessualità, antisemita nonostante l’amicizia con moltissimi amici ebrei, delirante, giocosamente oscena , dissacrante, spregiudicata. Impossibile ricordare l’esistenza di un’altra personalità dell’epoca che potesse solo vagamente assomigliarle  nel suo proporsi  anche come poeta ,performer, artista . Elsa Von Freytag Loringhoven , la baronessa dal nome impronunciabile, viene a tutto tondo celebrata oggi come la regina del Dada. Lei, la rivoluzione sessuale ed artistica l’aveva fatta già ai primi del 900′.  E’ stata  un’artista appassionata , furiosa con il linguaggio e la vita , un’artista autentica che  lontana dalla volontà di assumere buffi atteggiamenti di ribellione , ha prodotto e lasciato a noi  un lavoro fin troppo intimo ed indimenticabile. Un’artista che anticipa di ben settanta anni i movimenti punk londinesi, la body-art, il design, i collage , scultura e le installazioni fatte con oggetti rubati o trovati per strada nella spazzatura.  La sua poesia si legge come un potente  monologo con se stessa , un flusso di pensieri rabbioso , tempestoso , spietato, radicale in cui spesso ci si ritrova a sorridere per come scimmiotta il linguaggio del profeta-poeta ed i politici del suo tempo  o a rimanere totalmente disarmati  per come vede la figura di Dio che dissacra dipingendolo come un ” cuore di lupo dalla brama di diseccare tessuti “.Poesia la sua anche erotica in cui spesso parla di  eiaculazione, orgasmi e sesso orale.  Poesia passionale e appassionata  che da un certo punto in avanti riflette anche la sua  paura per la morte . Ci troviamo così spesso davanti a poesie che esprimono un tentativo rabbioso e malinconico di dominare questa paura , di lottare  con la sua anima inquieta che chiama ” animale di ghisa ” , ” rospo dorato ” , la sua mente creativa e volitiva che chiama ” cathedral “. Poesia accompagnata da schizzi e disegni , poesia che spesso viene rappresentata graficamente.

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Una vita estrema , intensa , libera ma anche dolorosa , con i suoi matrimoni improvvisati , gli inseguimenti della polizia per i suoi furti continui , le nottate passate nelle balere a recitare poesie con i marinai, i suoi spettacoli porno e l’ estrema povertà . E’ stata una figura d’avanguardia sulla scena artistica di New York dell’epoca in cui è stata la musa di Man Ray, amica di Marcel Duchamp , William Carlos William ed Ezra Pound ad ognuno dei quali , come riportano i giornali dell’epoca non mancò di fare avances sessuali. Una delle riviste più  alternative del tempo ” The Little Review ” consideravano Elsa Von Freytag Loringhoven una delle più importanti artiste del loro tempo. Gestita da una coppia lesbica molto chic , non mancavano mai di pubblicare le sue bizzarre ed incomprensibili poesie insieme alle puntate dell’Ulisse di Joyce con conseguenti sequestri e multe.  La sua biografa Irene Gammel in Body Sweats,  sostiene che il famoso orinatoio di Duchamp fosse proprio di Elsa Von Freytag Loringhoven.  Tradurre e riassumere il lavoro di Elsa Von freytag Loringhoven non è stata facile impresa. Il suo linguaggio poetico  non è solo contaminato da termini tedeschi essendo proprio il tedesco la sua lingua madre , ma anche  dal suo coniare neologismi spesso incomprensibili. Ecco che quando  si stanca di parole esistenti crea parole nuove come ” Kissambused ” , ” Phalluspistol ” ” Spinsterlollipop “.  E daltronde nel fare tanta fatica per  tradurla , ci ha dato conforto la parola del suo editore ” E’ come se scrivesse da una cavità della lingua inglese che nessuno ha mai aperto “. Estremamente litigiosa, caustica, umorale, bizzarra e imprevedibile ne fecero di lei una figura incantatoria ma anche evitata. Traducendola non mancano invettive e critica sarcastica nei confronti di altri artisti . In una delle sue poesie  ” Graveyard Sourraunding Nunnery ”  prende in giro Marcel Duchamp chiamandolo Marcel Dushit :

“Graveyard Surrounding Nunnery”

When I was
Young — foolish —
I loved Marcel Dushit
He behaved mulish —
(A quit.)

Cimitero che circonda un convento

Quando ero giovane — stupida —
Amavo Marcel Dushit
Era testardo —
( L’ho Piantato!)

O ancora in una delle lettere alle editrici di The Little Review leggiamo un’invettiva spaventosa contro l’ipocrisia e l’America , per lei totalmente fuori da ogni cultura :

Hypocrisy stored up through ages !
Rembrandt hypocrite——Shakespeare——Goethe !

……………………………………………………

 Agh——pah ! Carlos Williams——you wobbly-legged business satchel-carrying little louse !

Remembrandt , Shakespeare, Goethe sono degli ipocriti, William Carlos William viene dipinto come un ” portaborse pidocchietto “. Il legato letterario della baronessa Elsa Von Freytag Loringhoven fu ereditato dalla sua migliore amica e amante Djuna Barnes , la quale sebbene volesse farne un’opera unica biografica non realizzò mai il progetto. Attualmente il libro più completo esistente su questa artista è Body Sweats di Irene Gammel ; testo di circa 400 meravigliose pagine di poesia e disegni  da cui sono tratte notizie e testi riportati in questo articolo.  Testo celebrato dal New York Times come il miglior libro d’arte del 2011. 

Ecco come dipinge un temporale a Palermo:

 

Palermo

Down city presses eve deep —
Netted bubble beads ascend
Amethyst cap. Rainsteep —
Pearlskies stand.

Down city presses eve deep —
Lilac mistspew tastes singed.
Bellhens tinweep —
Chastizes lanes — hushtinged.

Down white city press deep
Blanketarms. At western seam —
From smoketopazes yellow peep —
Velveteen mountain brain flaunts dream.

Palermo

Una notte plumbea serra la città —
Gocce come bolle intrappolate
risalgono la volta d’ametista —
Pioggia esorbitante —
vegliano cieli di perla .

Una notte cupa serra la città —
Un banco di nebbia lilla sa di bruciato
Campanucce di latta piagnucolano —
Castiga viottoli —  silenzio sporcato .

Una coltre di rami ammantano
la città bianca. Sulla sponda occidentale —
Dalla foschia spuntano gialli topazi—
un levigato cervello possente sventola un sogno.

Traduzione italiana : Bianca Cecchini C. ( Mezzanotte )

O come dipinge le sue uscite notturne :

APPALLING HEART 

The Little Review, 7 (September-December 1920)

City stir——wind on eardrum——
dancewind : herbstained——
flowerstained——silken——rustling——
tripping——swishing——frolicking——
courtesing——careening——brushing——
flowing——lying down——bending——
teasing——kissing : treearms——grass——
limbs——lips.
City stir on eardrum—— .
In night lonely
peers—— :
moon——riding !
pale——with beauty aghast—
too exalted to share !
in space blue——rides she away from mine chest——
illumined strangely——
appalling sister !

Herbstained——flowerstained——
shellscented——seafaring——
foresthunting——junglewise——
desert gazing——
rides heart from chest——
lashing with beauty——
afleet——
across chimney——
tinfoil river——
to meet——
another’s dark heart——

Bless mine feet !

Cuore agghiacciante

Turbinio di città —— vento su timpani ——
danza di vento: d’erba macchiata ——
macchia di fiori——seta fluente —— frusciante——
dal passo leggero—— sibilante —— amoreggiando ——
amor gentile —— aerodinamico —— che sfiora——
che scorre —— distendendosi —— curvando anse ——
provocante —— baciando: le braccia degli alberi —— l’erba
gambe braccia —— le labbra.
Turbine di città sui timpani ——
nella notte solitari
simili ——:
luna —— amazzone!
pallida —— di bellezza atterrita
troppo elevata da condividere!
nello spazio che è blu —— va cavalcando via dal mio
il mio petto ——
illuminata stranamente ——
agghiacciante sorella!

Macchiato d’erba—— macchia di fiori——
dal profumo di gusci —— navigante ——
a caccia per foreste —— come in una jungla ——
sguardo fisso al deserto ——
il cuore s’allontana dal petto ——
con sferzante bellezza ——
via di fretta ——
al di là del comignolo ——
fiume argentato ——
per incontrare ——
d’un altro cuore il buio ——

Benedite i miei, i miei piedi!

Traduzione italiana :  Stefania Paluzzi -Bianca Cecchini C.

Fruit don’t fall far

From Daddy sprung my inborn ribaldry.
His crudeness destined me to be the same.
A seedlet, flowered from a shitty heap,
I came, the crowning glory of his aim.
From Mother I inherited ennui,
The leg irons of the queendom I once rattled.
But I won’t let such chains imprison me.
And there is just no telling what this brat’ll…!
This marriage thing? We snub our nose at it.
What’s pearl turns piss, what’s classy breeds what’s smutty.
But like it? Lump it? Neither’s exigent.
And I’m the end result of all that fucking.
Do what you will! This world’s your oyster, Pet.
But be forewarned.
The sea might drown you yet.

Un frutto non cade lontano

Da un padre molle la mia volgarità innata.
La sua crudezza mi ha destinata ad essere uguale
Un seme abbandonato, fiorito da un mucchio di merda
Sono nata a coronamento del suo scopo.
Da mamma ho ereditato la noia
Per una volta ho scosso le gambe di legno di un regno.
Ma io non lascerò che queste catene mi imprigionino.
E non c’è niente da dire su cosa questa donnaccia farà!
Il matrimonio un affare?
Sottomettiamo il nostro istinto a questo.
Quale perla diventa piscia, quale razza di classe
quale sporca.
Essere così?
Generalizzare vero?
Non essere nemmeno esigenti.
E io sarei il risultato finale di tutto ciò,
che cazzo !
Fai quello che vuoi!
Questo mondo è la tua ostrica, bambina!
Ma sìì prevenuta.
Il mare potrebbe annegarti ancora.

Traduzione italiana : Bianca Cecchini C.

from Mine Soul Singeth

He is hidden like the hidden toad – – – hidden animal – cave-
animal – chiseled animal – animal of shadow! – – goldrimmed
pupils narrowing in light – blinking – thinking dark dreams!
Hidden – lightshy – skinpale – does not perish in flame – I remem-
ber old witchword;
Jewels hidden in its head – – – hidden – hidden – hidden animal!
Splendid – proud – majestic – immobile – – – when it feeds it
moveth swift like thought!

Dalla mia anima che canta

E’ irrivelata come un rospo rintanato —— —— —— animale occultato ——
animale celato —— animale cesellato —— animale d’ ombra! —— pupille d’oro
bordate che si restingono alla luce —— lampeggiando  ——immaginando sogni oscuri!
Eclissato—— restio alla luce —— dalla pelle pallida —— non muore tra le fiamme —— ricordo —— vecchia parola di strega;
Gemme preziose nascoste nella sua testa  —— —— ——arcano —— irrivelato —— animale occulto !
Splendido——  orgoglioso  —— maestoso —— immobile—— —— ——  quando si nutre
si muove veloce come il pensiero!

Traduzione italiana : Bianca Cecchini C. – Mezzanotte –

Astride

Saddling
Up
From
Fir
Nightbrimmed ⎯
Clinkstirrupchink!
Silverbugle
Copperrimmed ⎯
Keening ⎯
Heathbound
Roves
Moon
Pink ⎯
Straddling
Neighing
Stallion :
“HUEESSUEESSUEESSSOOO
HYEEEEEE PRUSH
HEE HEE HEEEEEEAAA
OCHKZPNJRPRRRR

/     \
HÜÜ            HÜÜÜÜÜÜ
HÜ-HÜ!”
Aflush
Brink
Through
Foggy
Bog
They
Slink ⎯
Sink
Into
Throbb
Bated.
Hush
Falls ⎯
Stiffling ⎯
Shill
Crickets
Shrill ⎯
Bullfrog
Squalls
Inflated
Bark
Riding
Moon’s
Mica –
Groin ⎯
Strident!

Hark!

Stallion
Whinny’s
In
Thickets.

A cavalcioni

Sellando un cavallo
Dall’abete
Traboccante notte ——
Tintinnio della staffa!
Corno d’argento
Montato in rame ——
Bramando Confine di brughiera
Vagabondaggi
Luna Rosa ——
Cavalcando
Nitrendo
Stallone:

“HUEESSUEESSUEESSSOOO
HYEEEEEE
PRUSH
HEE HEE
HEEEEEEAAA
OCHKZPNJRPRRRR

/ \

HÜÜ HÜÜÜÜÜÜ

HÜ-HÜ!”

Un impeto
Bordo
Attraverso
Nebbioso
Palude
Si
Muovono furtivi ——
Affondare
Dentro il rimbombo
Col fiato sospeso
Il silenzio
cade irrigidendosi
Grilli Imbonitori stridono ——
Rana
Toro
Grida
Corteccia
Gonfia
Cavalcando
Mica di luna ——
Inguine ——
Stridente!
Ascoltate!
Il nitrito
dello stallone
nel boschetto.

Traduzione : Federica Galetto

Forgotten_1923

Moonstone

Lake——palegreen——shrouded——
skylake——clouded——shrouded——
yearning——blackblue——
sickness of heart——
pomgranate hue——
sickness of longing——
——! you !
In cloud——nay——ach——shroud——
nay——ach——shroud—— !
of——breast——
sickness of longing
gulps
pomegranate hue
from heart in chest——
palegreen lake in chest !
—— you !

 

Pietradiluna
Lago — pallidoverde — velato
lago di cielo oscurato —disteso velo funebre —desiderio  blu-in-nero
malattia del cuore — color melograno —
malato ——  voglioso —
ebbene, tu !
In nuvola — anzi perdiana velo
anzi perdio sudario — !
del petto —
la voglia di desiderio
inghiotte
tinta di melograno —
lago pallidoverde in petto !
—        ebbene tu!

Heart (Dance of Shiva)

Around me hovers presence that thou art,
secretely atmosphere draws cloudy——dense——
perfume athwart mine cheekbone swings intense——smile on mine lip——
I kiss thee——
with mine heart !
Ja——with mine heart——
that can perform fine tricks
since it is housed with wizzardry and art—— !
soul——how enchanted art thou——
by such heart ! !
Ho !——lover far——

Cuore ( Danza di Shiva )
Mi ronza intorno presenza che tu sei, aria segreta
che disegna di nuvole —denso —il profumo
obliquo al mio zigomo oscilla intenso —
sorriso sulle labbra
te bacio te – con il mio cuore!
Sì — con il mio cuore —
che sa esibirsi in giochi raffinati
sì che adibito ad arte per  magia e talento — !
anima —come sei  incantata
da un cuore così!
oh!— amante  lontano—

Traduzione : StefaniaPaluzzi

Wheels_are_Growing_1921

Hell’s Wisdom

<All wisdom is profoundly trivial>
Love is gravitation

My “Derangement” dwells in absence – as – under circumstances existing – normally – it
should be present.
It maintains in circumstance –
There I leave it.
My being in senses right is normal height.
It being uncommon – presents strange – as genius does – uncompanioned.
Victim of circumstance I am not – as I am no dweller in
For me – to be touched – touchably – by circumstance – normal
To vacuous spectres of substance past – should so be abnormal – as to cause revulsion
degree –
Provoking instant insanity – whence I am protected by radius of spiritual emanation

To circumstance I am immaterial – as is circumstance to me.
Diametricaly opposed – alone we leave each other – charmed aloft
Lone I – enhanced shrouded earth – by own atmosphere mine self’s own self – out-of
circumstance cosmic star – volve revolve – evolve -I do – by starshaped pride stygmatized
outcast from circumstanced press – presssure – I am.

Social insanity – cosmic sanity – visible flesh – I am not present.
Cosmic resident .
That means :
Responsibility sublime
Capacity to measure.
Bliss – damnation – alternating until equilibrium attainment
Sway
Balance
Scalefix.

Solution perfect of two in one.
2: 1.
Two in one is nil.
2 : 1 = 

Urstate sublimatedly
Lifted sublime by blood sacrificial power flux :
Radiance suffusion.
Light equals light:
Motion – rise
Impulse. Motion –
Top sun – it

Scalefix.

Matter at ever higher level put
Until cristal state –
Graded circle:

One and all is circle
1 + X = 

All in one is nil.
X : 1 =

Nil is allsum
  =X
Allsum is in nil
X =

Life conquered – emotion solved
Measureless limitless urfigure
Assembled.
Circle
Navel
Nil.

Betwixt :
Swing –
Wheel
Scale
Until:
Shot
Middle
Spot
Hit – :
Radiance
Adash.

La saggezza dell’inferno

<Tutta la saggezza è profondamente banale>
L’amore è gravitazione

Il mio “squilibrio” risiede  nell’assenza —— sebbene ——  sotto circostanze esistenti —— normalmente  —— dovrebbe manifestarsi.
Si sostenta in questa condizione  ——
Lì lo lascio.

Essere nelle mie piene facoltà rappresenta una comune altezza.  Essendo inusuale —— appare strana  —— così come quello di un genio solitario.
Non sono vittima del contingente  —— così come io dentro non vi risiedo.

Per  me —— essere toccata —— in grado di toccare —— questo stato di cose ——  è normale.
Per  fantasmi privi di sostanza  —— dovrebbe  quindi essere così anomala —— da causare un grado di repulsione ——
Provocando un’ istantanea follia —— da cui invece io sono protetta da un raggio di emanazione spirituale.

Per condizione io sono immateriale —— così come il contingente per me.
Diametralmente opposti —— da soli ci lasciamo l’un  l’altro —— Io solitaria —— affascinante in alto —— terra velata accresciuta  —— dalla nostra comune atmosfera  ognuno per se stesso ——  al di fuori del contingente io  stella cosmica —— giro  rigiro —— evolvo ——  agisco ——    grazie al criticato orgoglio a forma di stella liberato dalla  stretta del contingente —— dalla pressione ——    io esisto.

Insanità sociale —— sanità mentale cosmica —— carne visibile —— io non sono presente.
Abitante cosmica.
Ciò significa:
Responsabilità sublime
Capacità di misura.
Beatitudine —— dannazione —— che si alternano fino al raggiungimento dell’equilibrio
Ondeggiano

Si equilibrano
Scalano altezze

Soluzione perfetta di due in uno.
2: 1.
Due diviso uno è zero.
2: 1 = 

Stato di sublimazione
Sublime potenza di flusso sollevato dal sangue sacrificale:
Soffusione che splende.

Luce eguaglia luce:
Moto —— crescita
Impulso. Azione ——
raggiungimento dell’apice del sole –

Scalata.

La questione posta ad un livello sempre più alto
Fino allo stato di cristallizzazione ——
natura del nulla:

Uno e tutto è nulla
1 + X =

 Tutto in uno è il nulla.
X: 1 =
 

Il nulla è somma completa
X =

La somma completa è nel nulla
X =: 

Vita conquistata —— emozione spiegata
Smisurata iperfigura illimitata
che si riunisce.
Cerchio
Ombelico
Nulla

In mezzo a:

Altalena  ——
Ruota
Scala
Fino a:
Colpo centro
punto
urto—— :
Splendore
tratto.

 

 Traduzione italiana : Bianca Cecchini C.

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Note BIOGRAFICHE di Anna Chiara Cimoli presente su enciclopediadelle donne.it

Elsa Von Freytag Loringhoven – Swinemunde (Pomerania) 1874 – Parigi 1927

Nata nel 1874 a Swinemunde, in Pomerania, Elsa si trasferisce a vent’anni a Berlino rifiutandosi di vivere con un padre violento, accusato di aver trasmesso alla madre la sifilide e di averne causato la follia. Qui, grazie al suo fascino ambiguo e alla spregiudicatezza, lavora nello spettacolo di tableaux-vivants di Henry de Vry, una sorta di vaudeville di moda all’epoca, e poi in quello di Richard Schulz al Zentral Theater. Gli spettacoli sono per lei occasione per mettersi in mostra, per conoscere uomini che la aiutino a far fronte alla povertà e insieme siano oggetto di una sistematica e compulsiva sperimentazione erotica, e infine per verificare la sua identità bisessuale con le colleghe chorus girls. La relazione con l’artista Melchior Lechter proietta Elsa nel circolo del carismatico poeta Stefan George, strappandola allo squallore dei bassifondi e facendo di lei, tutt’a un tratto, una musa, avvolta in velluti e ornata di gioielli, in perfetto stile nietzchiano. Il romanzo Fanny Essler, scritto in gran parte da Elsa nel 1905 e firmato da uno dei suoi mariti, sarà una forma di critica satirica – non priva di aspetti vendicativi – del circolo di George.
Dopo due anni trascorsi in Italia, alla svolta del secolo Elsa si trasferisce a Dachau, dove conosce l’architetto August Endell, suo primo marito, esponente di uno Jugendstil molto personale ispirato a elementi organici e ricco di riferimenti spirituali. Nel 1901 la coppia torna a Berlino, dove l’architetto ottiene progetti importanti soprattutto nell’ambito della progettazione di teatri, caffè e luoghi di ritrovo. Due anni dopo Elsa si innamora di un amico di Endell, il traduttore e scrittore Felix Paul Greve. Il ménage à trois si interrompe durante un viaggio nel Sud Italia, quando Elsa e Felix continuano, da soli, alla volta di Palermo. Poco dopo, Greve viene richiamato in Germania e arrestato con l’accusa di frode; scontata la pena, nel 1904, lui ed Elsa vagabondano per diverse città, componendo a quattro mani poesie firmate con lo pseudonimo Fanny Essler, per tornare a Berlino nel 1906. Un colpo di scena smuove ora le acque: Greve, inscenando un finto suicidio per sottrarsi ai creditori, parte alla volta del Canada, dove si ribattezza Frederick Philip Grove e inizia una seconda vita. Quando Elsa – complice del finto suicidio – lo raggiunge, si trasferiscono in una fattoria nel Kentucky; ma la vita da agricoltori non fa per loro: Greve/Grove lascia Else (che rivendicherà gran parte della produzione letteraria dell’ex-marito), la quale subito fa rotta verso la grande città, questa volta Cincinnati, dove lavora come modella.
Dopo molto vagare, il sipario si alza ora su New York, e in particolare sul Greenwich Village, il cuore pulsante dell’esperienza dada. Qui, nel 1913, Elsa conosce e sposa il barone Leo von Freytag-Loringhoven, ricco ma evanescente rampollo di una famiglia tedesca con cui vive una stagione spumeggiante abitando al Ritz e conducendo un’intensa vita mondana. Allo scoppiare della guerra Leo parte alla volta della Germania per non tornarne più: si suicida, infatti, secondo quello che Elsa definirà «il gesto più coraggioso della sua vita».
Ed ecco la baronessa ormai non più giovane, con tre matrimoni e molti colpi di scena alle spalle, bisessuale, sempre più eccentrica nel modo di presentarsi (come quando si rasa il cranio o si adorna con oggetti pescati nei cassonetti della spazzatura) e, pare, affetta da incurabile cleptomania. La sua fama si deve soprattutto alle performance che in quegli anni inscena, seminuda o vestita di lattine, nei luoghi più inconsueti, fra cui bettole mal frequentate o strade e piazze newyorkesi. Le poesie che Elsa sottopone alle più avanzate riviste letterarie dell’epoca («Little Review», «Transition», «Liberator», «Transatlantic Review», su cui pubblica grazie a Ernest Hemingway, e altre) riscuotono un certo interesse. Alcune di esse sono dedicate al folle (e non ricambiato) amore di quella stagione, quello per Marcel Duchamp, che di lei disse: «La baronessa non è una futurista: lei è il futuro». Duchamp e Man Ray coinvolgono Elsa in un video, intitolato The Baroness shaves Her Public Hair (La baronessa si rade i peli pubici), di cui purtroppo sopravvivono solo pochi fotogrammi. La vicinanza all’ambiente dada è testimoniata anche dai ready-made confezionati da Elsa a partire da materiali poveri e di scarto, come l’irriverente God, del 1917: nient’altro che un tubo piegato, dall’evidente allusione sessuale, montato su un piedistallo in legno.Nel 1923 Elsa torna a Berlino dove, diseredata dal padre e ridotta in estrema povertà, finisce per vendere giornali sul Kurfűstendamm e per trascorrere un periodo in una clinica psichiatrica, sempre implorando i vecchi conoscenti, fra cui Peggy Guggenheim, di prestarle del denaro. È Djuna Barnes, una delle amiche più fedeli, a pagare l’affitto dell’appartamento parigino in cui la baronessa si trasferisce nel 1926. Qui, in rue Barrault, muore nel 1927, soffocata dal gas lasciato aperto. Disattenzione o suicidio? Djuna Barnes lavorò per diversi anni a una biografia dell’amica, che non condusse mai a termine: su Elsa è così calato un silenzio rotto solo in anni recenti, quando la critica si è accorta di lei. Dai nuovi studi è emersa la figura di un’artista indipendente, fonte di ispirazione per molti, e non certo di un’epigona: lo dimostrano i versi moderni e graffianti fitti di riferimenti sessuali, le sculture piene di personalità e ironia (il vaporoso Ritratto di Marcel Duchamp in cui un assemblage di piume fluttua entro una coppa di vetro), la volontà di fare del suo corpo un’opera d’arte anticipando di almeno quarant’anni la performance art, e perfino, nella radicalità delle scelte espressive e nella rilettura del concetto di femminilità, il punk. Berenice Abbott, la pioniera della fotografia statunitense, di lei disse: «La baronessa era come Gesù Cristo e Shakespeare fusi in un tutt’uno».

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NOTA : Le traduzioni qui riportate per la prima volta  in lingua italiana sono ad esclusiva di WSF. Qualsiasi riproduzione dell’articolo o delle traduzioni stesse deve essere autorizzato dall’ admin del presente sito e dai rispettivi autori.

Fonti bibbliografiche :
1. http://www.lib.umd.edu/dcr/collections/EvFL-class/
2. Body Sweats – the uncensored writings of Elsa Von Freytag Loringhoven  di Irene Gammel e Suzanne Zelazo

ARTICOLO di Mezzanotte

L’uomo che fotografava i fiocchi di neve


SnowflakeSi chiamava Wilson Bentley, ed è diventato famoso non solo come fotografo ma soprattutto come fotografo di genere molto particolare. In un’epoca in cui anche in America le macchine fotografiche erano costosissime e oggetti considerati “strani” dai più, Bentley un giorno chiese espressamente ai suoi genitori di ricevere in regalo una fotocamera; era il 1883 e lui appena diciassettenne. Due anni dopo, il 15 gennaio 1885, diventò l’unico ad aver fotografato un fiocco di neve. Inizialmente, la gente dubitò dell’autenticità dei suoi scatti ma nel tempo divenne famoso e i suoi sforzi vennero riconosciuti, diventando noto a tutti come Snowflake Bentley. Il suo libro Snow Christals, venne pubblicato nel 1931. Nel corso della sua vita, Bentley scattò più di 5000 fotografie di cristalli di neve e il suo libro ne contiene molte. Per quanto questo testo sia oggi fuori stampa nella versione con copertina rigida, una versione a copertina morbida, economica, contenente le stesse foto originali e mozzafiato è ancora disponibile. Edita da Dover Pictorial Archive, il libro si può acquistare su Amazon a poco meno di 10 dollari. Questa storia, davvero molto romantica e degna di nota spinge a domandarsi cosa fu a spingere il giovane Wilson ad innamorarsi dei fiocchi di neve. O forse sarebbe più lecito domandarsi se fu proprio l’amore per la fotografia, quell’arte nuova e altamente attraente che in quell’epoca rappresentava la diversità più estrema, a condurlo sulla scia dei cristalli di ghiaccio. Una sensibilità acuta, un gusto spasmodico per la bellezza unica che un fiocco di neve contiene, hanno trascinato Bentley, per una vita intera, alla scoperta dell’unicità di ogni fiocco. Perchè non esiste un solo fiocco di neve uguale all’altro.

Wilson “Snowflake” Bentley al lavoro

Wilson “Snowflake” Bentley al lavoro

Lavorava al freddo, raccogliendo i fiocchi di neve caduti su una tavola scura, per poi trasferirli velocemente al microscopio e infine fotografarli prima che potessero sciogliersi. La sua tecnica viene usata ancora oggi. Chiamava i fiocchi “snow blossoms” (fiori di neve)  o ” miracles of little beauty” (miracoli di piccola bellezza).

snowflakes

La meraviglia era senz’altro qualcosa di cui Bentley non amava fare senza. E sapeva, nella sua mente da scienziato- artista- poeta, che le cose non sono mai come sembrano apparire ai nostri occhi. La sua speciale “vista” lo aveva portato a considerare la Bellezza e la Vita su piani strettamente legati e comunicanti, la segretezza insita nei fiocchi di neve, fra le loro punte aguzze e curve dolci lo attraevano fino a volerne comprendere l’essenza più intima. Il mondo è davvero sempre stato colmo di esseri umani che cercavano la Poesia e la Bellezza, la Gioia della Vita, la scoperta esaltante della creazione originaria. Non solo guerre, non solo violenze, non solo contrasti e brutture dunque, ma anche tantissime meraviglie che mi piace portare alla luce. Questa è una di quelle.

Tutte le immagini sono foto originali scattate da Wilson Bentley e oggi di pubblico dominio.

Livia Signorini


Atlante, 2005 - collage su carta geografica, resinacm 23x33

Livia Signorini vive e lavora tra Roma e Milano. Collagista di livello, specialità a cui si dedica da molti anni, ha esposto in diverse gallerie nazionali e internazionali.  Nel 2012  ha illustrato per Tara books la ristampa del libro di Charles Dickens “Pictures from Italy”. Questo importante lavoro artistico le ha dato modo di esercitare al meglio la sua capacità di “narratrice per immagini”, qualità che la contraddistingue, così come il paziente e certosino amore di ricerca per immagini insolite e antiche. Ho acciuffato per un soffio Livia Signorini, in procinto di partire per Parigi; lei, scusandosi per la brevità delle risposte perché molto di fretta, ha comunque accettato gentilmente di rispondere alle domande della mia intervista. Le immagini relative al testo di Dickens sono rigorosamente  strette nel copyright che appartiene a Tara Books. Al fondo dell’articolo ho però indicato il link di Amazon dove è possibile acquistarlo o  concedersi una Preview del libro e di alcune bellissime illustrazioni. A seguire anche il link al sito personale di Livia e della casa editrice Tara Books. Enjoy.

Copertina di Pictures from Italy - Tara Books 2012

Copertina di Pictures from Italy – Tara Books 2012

Salve Lidia, grazie di essere qui. Come è avvenuto il suo incontro con il Collage come forma d’Arte e cosa rappresenta per lei questa scelta?

È un incontro dell’infanzia: mia nonna ne faceva di bellissimi, decorativi, su temi cromatici. Poi ho cominciato a interessarmene e ad apprezzare quelli di grandi artisti, molto diversi tra loro, come Switters o Ray Johnson. E’ un’arte molto onirica; come in sogno si tratta di associare forme o soggetti all’apparenza diversi tra loro ma in realtà uniti da un legame sottile.

Lei ha realizzato le illustrazioni della riedizione del libro di Charles Dickens  “Pictures from Italy”curata da Tara Books, un lavoro molto ampio, composto da undici tavole a colori e bianco/nero in cui ci racconta con i suoi collages le impressioni Dickensiane del viaggio che compì nel Bel Paese nel 1841, in giovanissima età. Vuole parlarcene?

Nel leggere il viaggio di Dickens, quando mi è stato proposto, ho avuto la sensazione di una visione molto a volo d’uccello, anche se particolareggiata, dell’Italia. Ho quindi cominciato ad immaginare delle carte geografiche, magari antiche ma non troppo, su cui svolgere le illustrazioni. Per il resto ho seguito le impressioni più forti ricevute da ogni descrizione di città: l’uccellino del Colosseo, le montagne oltre il Duomo, Venezia notturna, il Vesuvio innevato. Ho fatto un lungo lavoro di ricerca sulle immagini da collagiare:  sono tutte rare e antiche, pescate in diversi mercati o da antiquari di libri, e poi adattate attraverso un lungo lavoro di fotocopiatura e photoshop.

Storia 1, 2009, collage, cm 300 ca.

Storia 1, 2009, collage, cm 300 ca.

Cosa ha significato per lei illustrare un autore così noto e amato in tutto il mondo e quanto ha influito sulla creazione del suo lavoro in termini di sensibilità artistica e affinità intellettuale?

E’ stata una grandissima avventura e sfida, e un onore, non c’è altro da dire.

Ho avuto modo di vedere sul suo sito i suoi collages di grandi dimensioni; alcuni superano anche i quattro metri. Perché  la scelta di una così grande dimensione e quale messaggio “narrativo” intende comunicare tramite essi?

I grandi collage raccontano delle complicate storie oniriche e hanno quindi bisogno di un lungo percorso. Una di queste storie è stata anche poi scritta – a collage finito – quindi potrei dire “interpretata”, dallo scrittore Giovanni Nucci.

Film 1, 2008, collage, cm 300 ca.

Film 1, 2008, collage, cm 300 ca.

Quale è la nota di unicità che la tecnica del Collage è in grado di comunicare rapportata ad altre forme artistiche?

A me interessa la profondità che si riesce ad ottenere e mi diverte sempre combinare associare mischiare immagini diverse, stampe con vecchie foto, cartoline e miei disegni. Ottenere una sorta di piatta tridimensionalità che la pittura non è in grado di restituire.

Federica Galetto

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Amazon

http://www.amazon.com/Pictures-Italy-Charles-Dickens/dp/9380340168/?tag=braipick-20

Tara Books

http://www.tarabooks.com/

Livia Signorini

http://www.liviasignorini.net/index.htm

Immagini di Livia Signorini e Tara Books ©