Sprofondando all’interno – conversando di esoterismo con Claudio Marucchi


10502255_798093236910162_1661330995_nClaudio Marucchi (Torino, 1977)
Laureatosi in “Religioni e Filosofie dell’India e dell’Estremo Oriente” (Facoltà di Filosofia), con votazione 110/110, presso l’Università degli Studi di Torino, con una tesi di laurea sull’impiego rituale dello Sri-Yantra nel contesto tantrico Kaula. Pubblicazione del testo “Il Tantra dello Sri-Yantra – Il corpo umano reso divino”, ed Psiche 2, Torino (2009), con nota introduttiva del prof. Mario Piantelli, docente di Religioni e Filosofie dell’India e dell’Estremo Oriente a Torino. Il testo è stato presentato dall’autore in occasione del “Festival nazionale dell’India”, 2-3-4 ottobre 2009, Grugliasco (Torino); alla fiera esoterica nazionale “ESOTERIKA” presso Roma, il 7 febbraio 2010 e in diverse librerie, associazioni culturali, centri olistici e scuole di Yoga in Italia.
Pubblicazione del testo “Yoga Marg – la Via dello Yoga”, in collaborazione con Marco Russo, edito dall’Associazione Monginevro Cultura (Torino) all’inizio del 2010. Praticando Yoga con regolarità da 15 anni, ha affiancato Marco Russo, insegnante di Hatha Yoga, per introdurre ogni lezione con una breve spiegazione teorica dei contenuti filosofici e tecnici relativi alle pratiche. Dalle dispense che raccolgono queste lezioni è nato il libro.
Pubblicazione del testo “I Tarocchi e l’Albero della Vita”, edito da Psiche 2 (Torino) alla fine del 2010. Avvalendosi dei dipinti dell’artista inglese Susan Jameson, la presentazione del libro – presso il Teatro Alpha di Torino – è stata l’occasione per esporre, per la prima volta in Italia, alcuni dei quadri relativi alle lame dei Tarocchi che l’artista ha realizzato ispirata da visioni notturne. La seconda edizione del libro è stata ristampata nel 2013.
Pubblicazione del testo “Crux Christi Serpentis – Sulle tracce dei più intimi segreti delle Sacre Scritture”, edito da Atanòr (Roma) nel 2012. Seconda edizione prevista per il 2014.
Pubblicazione del testo “Erotismo e Spiritualità – Introduzione alla Liberazione attraverso il piacere”, edito da L’Età dell’Acquario (Torino) nel 2013.
Da alcuni anni organizza e tiene lezioni/seminari a carattere prettamente culturale, incentrati su tematiche filosofiche, mitologiche e simboliche, con particolare attenzione al confronto tra Oriente ed Occidente.

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“In nome di Eros”, la sessualità poetica di Cristina Tafuri


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Avvampami,
esplorami, perforami.
Annusami,
osservami, esplodimi.
Avvolgimi,
accarezzami, amami finalmente.
Amami con rabbia,
annaspa tra i pertugi del mio corpo,
come un animale fiuta il mio sesso e
poi placando l’onda
che maestosa si alzò
trova porto sicuro nella mia insenatura.

“In nome di Eros”, come tutte le pubblicazioni de l’Arca e l’Arco edizioni, non è solamente una raccolta di liriche, ma un’opera d’arte completa.

Le ventitre (che suona quasi come ventre) poesie di Cristina Tafuri sono infatti armonizzate da sette chine di Antonio Petti, da una copertina di Enzo Lauria, da una dedica di Sonia Tafuri e da una post-fazione di Vinz Notaro.

Già dalla prima lirica ci rendiamo conto della potenza “atomica” e sessuale dei versi che travolgono e incuriosiscono il lettore. Si tratta di un Eros pieno di odori, sapori e sensazioni che si sviluppano oltre il semplice piano fisico e sfiorano sfere mentali e oserei dire spirituali.
C’è una tendenza a trascendere la propria sessualità e a penetrare in quella dell’amante, infatti, Vinz Notaro nella sua post-fazione rende ben presente la perplessità del lettore che più volte torna a rileggere il nome dell’autrice per capirne l’identità: “Siamo dinanzi a un ardito apparentemente eterogeneo di prime persone differenti: se non fosse per il fatto che abbiamo già appreso che l’autore è una donna, probabilmente ci domanderemmo se di autore ce ne sia addirittura più di uno”.

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Le chine di Antonio Petti si estendono e si imprimono nel lettore, creando un sottile filo nero che lega tra di loro le poesie in modo stretto, incatenando il lettore fra le linee dei versi e le macchie della china.
Un percorso erotico che sfiora l’orgasmo ed afferra saldamente il piacere. Un viatico già tracciato, comunque, dalla splendida copertina di Enzo Lauria, che nella semplicità ha trovato la chiave di apertura e di chiusura del testo.

La poesia è “Avvampami”, pag. 20.

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Intrauterine di Alex Gallo


Ciò che potrebbe apparire talvolta dissacrante, trova nella fotografia di Alex Gallo una sacralità ormai assopita e abortita. Le sue foto si imprimono e si avvinghiano all’osservatore che dopo poco risulta risucchiato all’interno di un mondo tanto surreale quanto crudo e reale. La nudità delle Muse e il modo “sincero” in cui viene proposta la foto ne naturalizza il contenuto “sbattendoci” sotto gli occhi ciò che dovremmo essere ma che spesso rifiutiamo: un prodotto dell’eterno ciclo della rinascita dal ventre della madre.
L’Artista infatti riguardo all’ultima selezione che l’ha tenuto impegnato e che ha intitolato MACRO SACRED scrive: “questa fotografia è INTRAUTERINA, sprofonda nei meandri del cervello e del nostro animo più recondito, frastorna la nostra mente, sconvolge ma anche ci emoziona, fa ritornare attaccati all’utero materno. Io personalmente la trovo si nuda e cruda, ma ha molto del romanticismo quindi affettuosa, tenera, nuovamente materna”. Simbolismo, Romanticismo puro e fisico, Surrealismo: “un reportage di divina potenza, erotico, istintivo, sovversivo e immortale, carnale e molesto”.
La Donna è un elemento quasi costantemente presente nelle sue opere talvolta estremizzata nella sua sessualità, un nudo che non solo vuole esprimere il Bello Ideale delle forme e della Natura, ma che vuole essere chiave per penetrare nella sua Arte e nell’essenza stessa della donna. La Donna-Musa non è quindi uno strumento, ma è semplicemente espressione di se stessa.
Il valore intrinseco è aumentato grazie ai significativi dettagli sparsi (e talvolta nascosti) nella scena, che racchiudono spesso, insieme al titolo, una chiave di lettura addirittura iniziatica. Questo grazie soprattutto all’occhio del Fotografo-Artista che ammaestra e coglie la meravigliosa “foto” che si svela tra giochi di luci ed ombre: qui sta la bravura nel saper vedere ed udire dove altri non giungono. Lo spettatore è quindi ancora una volta catapultato all’interno dello scatto che immortala (nel senso più alto del termine) un’idea, espressione pura del proprio Daimon: una foto che non si ferma all’immagine proiettata da uno schermo, ma diviene di volta in volta manifesto per un’Arte che muta e cresce insieme all’Artista.

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Come definiresti l’Arte fotografica?

In fotografia bisogna avere un equilibrato senso del dovere e amore per il soggetto fotografato. Il senso del dovere porta ad impegnarsi per prestare attenzione costantemente, l’amore porta a caricarsi di passione ed a realizzare immagini uniche. Inizialmente questo. Successivamente, è l’interpretazione di un Fenomeno Soprannaturale.

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Qual è la critica che fai ai fotografi tuoi contemporanei?

Posso dire solo che cerco di esser recettivo, di fare da canale per permettermi di distillare l’essenza del soggetto immortalato, tutto ciò che desta il mio interesse.

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© Alex Gallo (31)

Pensi di essere compreso e valorizzato in questo paese?

…guarda, è troppo facile esprimere un giudizio negativo di questi tempi sul nostro paese, si rischierebbe di cadere nella faciloneria e nella facile ironia, di sicuro non è un paese che dia valenza all’arte e alla cultura, purtroppo, anche per questo vedo necessario, quanto inevitabile, un’arte violenta che destrutturi, la massificazione.
Amo Parigi, i paesi bassi, i paesi nordici.

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Come mai hai scelto “RevoltMasked” come “titolo” per la tua Arte?

Lo decisi 10 anni or sono, frequentavo ancora l’Accademia Belle Arti di Brera, mi piaceva il nome, suonava bene, e poi allora ero più rivoluzionario (da qui revolt), la mia fotografia aveva un’impronta diversa, si cresce ci si evolve, tra l’altro analizzando la frase nella sua struttura è presente un errore, ma a volte il non rispettar le regole è più divertente, mentre l’esser troppo precettistico porta ad una depressione post-ieronale, basta possedere del buon equilibrio decentrato.

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© Alex Gallo (25)

Come mai parlare di “ritocchi” ti fa rabbrividire?

Riguardo i ritocchi scusami ma io si, rabbrividisco sempre quando ne sento parlare e quando li accostano cosi facilmente alla Fotografia.
E’ come defecare sull’Essenza.
Credo che l’Artista quando Fotografa debba essere essenzialmente un occhio che assorbe ciò’ che la luce illumina e ci mostra, così come lui la percepisce l’illusione della visione, riconoscendo il divino e l’inesprimibile dentro dì essa e accostandovisi con rispetto e umiltà’. Perciò’ non concepisco e aborro tutto ciò’ che è artificio mistificante e che è, esattamente ciò’ che è opposto alla mia ricerca artistica e al mio intento espressivo. Un Fotografo si limita semplicemente a saper guardare, guarda dove altri non vedono, sente dove altri non odono, e sa con umiltà, educare la luce.

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Cosa è sacro e cosa è dissacrante per Alex Gallo?

Sacro è il bambino che risiede all’interno delle cose, il proprio Genio è sacro, diversamente, dissacrante è abortire Quel bambino.

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Nella tua fotografia la Donna è un elemento costante, che valore le dai?

Primario, una forza sacra e dissacratoria, la Donna è tutto per me, genitrice, dea, malefica tentatrice.
«L’inno a Iside» penso che la riassuma splendidamente.

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Il simbolismo Esoterico è facilmente evincibile dalle tuo foto e spesso riesce a penetrare nello spettatore portandolo ad una comprensione intima ma probabilmente non afferrabile consciamente. C’è un messaggio iniziatico a cui tieni particolarmente e a cui dedichi gran parte della tua Arte?

Si, la Ierogamia ovvero il matrimonio alchemico.
Un concetto al quale mi rifaccio costantemente.
Questa citazione sul Simbolismo riprende totalmente la mia filosofia: “Una parola o un’immagine è simbolica quando implica qualcosa che sta al di lá del suo significato ovvio ed immediato. Essa possiede un aspetto più ampio, “inconscio” che non è mai definito con precisione o compiutamente spiegato. Nè si può sperare di definirlo o spiegarlo. Quando la mente esplora il simbolo, essa viene portata in contatto con idee che stanno al di là delle capacità razionali”. (tratto da “L’uomo e i suoi simboli” di Carl Gustav Jung)

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Credi che questo matrimonio alchemico venga consumato anche dal Fotografo e dalla sua Musa durante il set?

Assolutamente, io personalmente penso che sia inevitabile; per tematiche cosi importanti difatti si scelgono solo Muse Iniziate, che abbiano un «potere» o perlomeno una alta conoscenza su argomentazioni di tale portata.
Tra l’altro è prettamente la mia metodologia. Quando un soggetto decide di lavorare con me, proviamo a creare un’esperienza unica che ci mette completamente a nudo, il mio obiettivo è quello di arrivare a carpire e mostrare in foto la loro bellezza dell’anima e dell’animale.

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Che ti aspetti da uno spettatore ignorante in materia?

Mi aspetto senz’altro un incontro lungo e difficile, con post-emicrania.

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Qual è il concetto più frainteso della tua Arte?

Tutto può essere frainteso, soprattutto riguardo la mia personale visione verso l’erotismo, la pornografia o quando si viaggia su tematiche sacre ed occulte, spesso la gente tende a ridurre e sporcare sempre tutto, quando in realtà dietro, risiede un immenso universo complesso, poetico quanto istintivo.
Dopo tutto è comprensibile questo loro deviato pensiero, probabilmente provo anche del piacere a farmi «fraintendere».
Inoltre penso che, il mondo dell’Arte, abbia un valore intrinseco ed estrinseco, totalmente soggettivo. Unica cosa veramente oggettiva è l’espellimento degli orpelli dalle mie immagini, viscerali e cangianti, che vanno ad alterare la visione soggettiva dell’Arte.

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Quale tra le tue foto è quella a cui ti senti più legato?

A quasi tutte sono particolarmente legato, questo è un mio grande difetto, l’ho sempre avuto, difatti nel fare scelte sono sempre alquanto indeciso, ho delle gravi difficoltà a sceglierne una, rispetto ad un’altra, per me sono tutte amanti.

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© Alex Gallo (1)

C’è qualcuno che ti senti di ringraziare?

Colgo l’occasione per ringraziare, tutte le modelle che mi stanno particolarmente vicine, e perché no… anche le difficili e le spocchiose, quelle che non si vogliono togliere le mutande (fortunatamente per me sono poche!), quelle con le mutande color carne e le finte decadenti. Infine le mie Muse, coloro, che da anni ormai, per amore della mia arte rischiano il tutto per tutto, si addentrano e si lasciano addentrare corpo e anima, come un caleidoscopio, che liberamente mi fanno girare, osservando come un bambino curioso, i loro colori che mutano, come il colore del sangue, delle lacrime, degli orgasmi, delle gioie e delle pazzie. A Sandra e Rain.

Modelli citati nelle immagini:
Sandra Saltamontes de la luz
Rain D Annunzio
Selene V.
Violet
Raffaella T.
Corinne
Antonio B.
Deborah
Antonietta
James Emilio

foto copertina AGAssecondo il mio piacere a svelare e illuminare i lati complessi e spesso oscuri della natura umana; attraverso una fotografia, diabolica, cruda, reale e urtante.
Le mie visioni fondono, la perversione con la purezza e l’innocenza con l’inquietudine;
visioni cangianti a volte confusionali e assolutamente impopolari, che sottolineano l’assurdità della realtà e l’oggettività nella fotografia; mi diverto con essa riprendendo solo la verità delle cose, difatti le mie immagini smuovono emozioni e provocano sentimenti contrastanti.
Per me non esiste un unico canone di bellezza, il mio occhio rileva la bellezza erotica in persone, contesti e situazioni non accessibili a tutti.
Quando un soggetto decide di lavorare con me, proviamo a creare un’esperienza unica che ci mette completamente «a nudo», il mio obiettivo è quello di arrivare a carpire e mostrare in foto la loro bellezza dell’anima e dell’animale.

SITE: http://www.revoltmasked.com
MACRO SACRED: http://www.revoltmasked.com/muse

Quando l’erotismo ha davvero bisogno di un restyling sintattico-grammaticale


La copertina del libro

Esasperazione. “Io, però…” (Arduino Sacco Editore)  riduce l’eros a questo, in una prova decisamente mal riuscita per  Rosa Santoro, che si confronta con le perversioni di Margherita, la sua “femme fatale”, la milf protagonista di questa “piccola” storia. Un libro noioso, difficile da leggere in cui lo stesso personaggio principale (sul quale s’ innerva l’intera vicenda), alle prese con le sue fantasmagoriche  voglie erotiche, finisce con lo spersonalizzarsi e perdere completamente ogni aggancio con la realtà (oltre che possibile connessione con il lettore), fino a riempirsi di una vuotezza assurda, paralizzante. Il problema è la cattiva scrittura, troppo pesante e pericolosamente fuorviante. Scorrendo le pagine, le parole sembrano accostate tra loro in modo quasi  casuale alle volte, tanto sono gonfie ed elusive. Danno l’impressione che l’autrice le abbia collocate più che altro “per fare scena”, in un’idea di letteratura in cui la tensione poetica è sostanzialmente nulla, barocca. E questa è una grave pecca, soprattutto per un romanzo erotico in cui il lettore vuole sentirsi al centro della scena. Margherita invece è impenetrabile. Ci racconta di lei per oltre 100 pagine, ma la cattiva gestione del lessico e dell’impianto scenico non ci permettono di andare oltre il raccontino osceno. Più volte bisogna, infatti, rileggere alcuni passaggi (tra risatine sommesse  per le scenette improbabili) per tracciare una linea contingua fra gli eventi. “Io, però…” è un pacchetto “tutto compreso” di moderna banalità letteraria, nel quale si nota, in una sorta di deja vu, la scia di lavori commerciali d’ oltreoceano (la sola differenza sta nella pubblicità compulsiva delle grandi case editrici), il tutto rivestito e condito da un alone di misteriosa “ars poetica del contrasto”, talmente ermetica da rivelarsi aria. La trama come da copione, prevede una bella, famelica donna e tanti uomini che le girano intorno, e le descrizioni dei loro rapporti sessuali. Chiunque abbia letto de Sade o Marguerite Duras, sa che quando si scrive di erotismo lo si può fare sostanzialmente in due modi: o con brutale efficienza o con nostalgico “non detto”. Qualunque strada si scelga, occorre imbastire con naturale talento, un progetto comunicativo che sappia destare la curiosità, il sentimentalismo o l’eros stesso del lettore; cosa che purtroppo nel lavoro della Santoro non avviene perché la sua milf non comunica. Margherita beve sesso fino alla noia, senza alcun tipo di obiezione, tratta la sua “figa” come un alcolizzato tratta la sua bottiglia di birra. Bando ai moralismi, l’idea poteva anche funzionare, ma purtroppo la difficile scrittura non permette neanche di raccogliere brandelli di umana realtà in questo personaggio, che gioca a fare la Salomè di un universo poetico inesistente.  Pornografia usa e getta, a consumo personale, fino a giungere all’escalation delle ultime pagine, quando all’improvviso le cose sembrano mutare e rivelarci un personaggio “nuovo”.  Al che, sorge spontanea una domanda: “che cosa Rosa Santoro desiderava trasmettere con il suo libro?”, sempre che qualcosa si desiderasse trasmettere. Purtroppo il quesito rimane senza alcuna risposta e la nostra Margherita non può fare altro che guardarci al di la di un vetro di plexiglass, dietro cui la sua creatrice, involontariamente, la ha confinata, in un labirinto improbabile.

Scatto dell'autrice

Scatto dell’autrice

“Non amo descrivermi, mi schifo dentro”