Sprofondando all’interno – conversando di esoterismo con Claudio Marucchi


10502255_798093236910162_1661330995_nClaudio Marucchi (Torino, 1977)
Laureatosi in “Religioni e Filosofie dell’India e dell’Estremo Oriente” (Facoltà di Filosofia), con votazione 110/110, presso l’Università degli Studi di Torino, con una tesi di laurea sull’impiego rituale dello Sri-Yantra nel contesto tantrico Kaula. Pubblicazione del testo “Il Tantra dello Sri-Yantra – Il corpo umano reso divino”, ed Psiche 2, Torino (2009), con nota introduttiva del prof. Mario Piantelli, docente di Religioni e Filosofie dell’India e dell’Estremo Oriente a Torino. Il testo è stato presentato dall’autore in occasione del “Festival nazionale dell’India”, 2-3-4 ottobre 2009, Grugliasco (Torino); alla fiera esoterica nazionale “ESOTERIKA” presso Roma, il 7 febbraio 2010 e in diverse librerie, associazioni culturali, centri olistici e scuole di Yoga in Italia.
Pubblicazione del testo “Yoga Marg – la Via dello Yoga”, in collaborazione con Marco Russo, edito dall’Associazione Monginevro Cultura (Torino) all’inizio del 2010. Praticando Yoga con regolarità da 15 anni, ha affiancato Marco Russo, insegnante di Hatha Yoga, per introdurre ogni lezione con una breve spiegazione teorica dei contenuti filosofici e tecnici relativi alle pratiche. Dalle dispense che raccolgono queste lezioni è nato il libro.
Pubblicazione del testo “I Tarocchi e l’Albero della Vita”, edito da Psiche 2 (Torino) alla fine del 2010. Avvalendosi dei dipinti dell’artista inglese Susan Jameson, la presentazione del libro – presso il Teatro Alpha di Torino – è stata l’occasione per esporre, per la prima volta in Italia, alcuni dei quadri relativi alle lame dei Tarocchi che l’artista ha realizzato ispirata da visioni notturne. La seconda edizione del libro è stata ristampata nel 2013.
Pubblicazione del testo “Crux Christi Serpentis – Sulle tracce dei più intimi segreti delle Sacre Scritture”, edito da Atanòr (Roma) nel 2012. Seconda edizione prevista per il 2014.
Pubblicazione del testo “Erotismo e Spiritualità – Introduzione alla Liberazione attraverso il piacere”, edito da L’Età dell’Acquario (Torino) nel 2013.
Da alcuni anni organizza e tiene lezioni/seminari a carattere prettamente culturale, incentrati su tematiche filosofiche, mitologiche e simboliche, con particolare attenzione al confronto tra Oriente ed Occidente.

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La morte e la fanciulla – Necrofilia al femminile di Bizzarro Bazar


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Nella cultura occidentale, Eros e Thanatos sono interconnessi da sempre: il desiderio sessuale, che è esuberanza di vita, si rispecchia nel suo opposto, certo, ma talvolta vi coincide, trasfigurandosi. L’espressione francese la petite mort, usata per riferirsi all’orgasmo, fiorisce dall’idea che l’unione fisica sia una vera e propria fusione dei sensi – quindi annullamento dell’io e abbandono dell’identità singola. L’erotismo, scrive Bataille, “apre la strada alla morte. La morte apre la strada alla negazione delle nostre vite individuali”: per Foucault implica “l’esperienza della finitezza dell’essere, del limite e della trasgressione”, e nell’erotismo moderno le uniche forme di trasgressione ancora possibili sono quelle che vanno dal naturale al contro-naturale – verso la macchina, la bestia e il cadavere.

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La vicinanza di amore e morte è talmente presente nell’arte e nella letteratura (sopprattutto nell’800, si pensi al topos della “bella morta” che attraversa le opere dei preraffaelliti come di Poe, Baudelaire e dei romantici) che sorprende quanto invece le indagini psichiatriche sulla necrofilia siano, in confronto, rare e sporadiche.

Pur accettandone le versioni artistiche e in qualche modo mascherate dal simbolo, sembra quasi che il desiderio necrofilo fosse per gli studiosi il più orrendo e abominevole dei tabù: perfino Freud si rifiuta di parlarne approfonditamente e, dopo averlo menzionato in una sola frase, esclama: “Ma basta con questo tipo di orrore!” (La vita sessuale). Bisognerà aspettare il 1989 per il primo vero studio sull’argomento, ad opera di Rosman & Resnick, che analizzarono 122 casi e suddivisero questa parafilia in tre tipi: omicidio necrofilo, necrofilia regolare, e fantasia necrofila – distinguendoli ulteriormente dalla cosiddetta pseudonecrofilia (quando cioè l’atto necrofilo è opportunista o incidentale). Nel 2011 Aggrawal pubblica l’unica ricerca interdisciplinare davvero approfondita, Necrophilia: Forensic and Medicolegal Aspects, che suggerisce nuove e più dettagliate classificazioni.

Escludendo le derive più estreme (assassinio, mutilazioni, cannibalismo), nella maggioranza dei casi il necrofilo è una persona dalla bassa autostima, che ha provato il sesso tradizionale e ne è rimasto insoddisfatto o umiliato: la motivazione più comune che spinge il necrofilo a desiderare il contatto con i morti è il bisogno di un partner che non opponga resistenza e che non possa rifiutarlo. In altri casi, essendo stato esposto in giovane età al contatto con un morto, il terrore provato è stato trasformato in pulsione sessuale, come spesso accade nei feticismi. Seguendo la sua fissazione, il necrofilo ricerca occupazione in luoghi di lavoro che consentano un accesso più facile ai cadaveri, come ospedali o agenzie funebri. Non è raro che la necrofilia si sviluppi in direzione “romantica”, acquisendo cioè una componente di affetto reverenziale per la salma, che non viene semplicemente violata ma spesso accarezzata, confortata, come se fosse possibile donarle ancora gioia o piacere. Alcuni necrofili hanno espresso il loro disgusto per gli operatori funebri che mostrano poco rispetto per i morti: paradossalmente, nella loro fantasia, il cadavere non è un morto, e deve essere nuovamente umanizzato, “riportato in vita”, cioè considerato come una persona vera e propria.

Nella nostra immaginazione la figura del necrofilo è sempre maschile, e la sua “preda” una giovane e bella donna. Ma cosa accade quando la parte attiva è una donna, e il partner inerme e indifeso un uomo?

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Come nota Lisa Downing nel suo saggio sulla necrofilia nella letteratura francese dell’800, Desiring The Dead, il ripetuto focalizzarsi sulla penetrazione del cadavere negli scritti medici ha implicitamente relegato la necrofilia al regno della perversione maschile; pur essendo questa parafilia piuttosto rara (almeno stando alle statistiche forensi), la percentuale femminile si aggira attorno al 10-15% dei casi di cui siamo a conoscenza.

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Nel 1979 in California, all’età di 23 anni, Karen Greenlee era alla guida di un carro funebre: doveva consegnare una salma di un uomo di 33 anni al cimitero per il funerale. Decise invece di scappare con il morto, e venne trovata due giorni dopo, ancora in compagnia del cadavere. All’epoca non c’erano leggi in California contro la necrofilia, quindi la Greenlee venne denunciata per furto di autoveicolo e per disturbo di cerimonia funebre. Ma nella bara venne trovata una lettera in cui Karen dettagliava i suoi incontri erotici con altri 40 cadaveri maschili, e la donna fu bandita dalla professione. In seguito, la madre del morto che Karen aveva sequestrato la citò per danni morali ed emotivi, e la Greenlee venne condannata a un periodo di carcere, una multa e un forzato trattamento psichiatrico.

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Nel 1985, poco prima di ritirarsi a vita privata sotto nuovo nome, Karen Greenlee accettò di essere intervistata dal giornalista Jim Morton, in un articolo che diverrà noto con il titolo The Unrepentant Necrophile (“la necrofila impenitente”). Si tratta di un documento straordinario, per più di un motivo. Se inizialmente provava vergogna per i suoi desideri, all’epoca dell’intervista Karen sembra aver ormai accettato la sua condizione, e non è certo timida nel descrivere ciò che le piace:

il freddo, l’aura di morte, l’odore della morte, l’ambiente funerario… trovo l’odore della morte molto erotico. C’è odore e odore. Se prendi un corpo che ha galleggiato nella baia per due settimane, o una vittima di incendio, ecco, quello non mi attrae molto, ma un corpo imbalsamato di fresco è tutta un’altra cosa. C‘è anche questa attrazione per il sangue. Quando stai sopra a un corpo, tende a espellere sangue dalla bocca, mentre fai l’amore appassionatamente…

Nelle sue parole, il cadavere è oggetto d’amore e regala un’euforia particolare, quasi estatica; racconta inoltre di come si è introdotta di notte in obitori e tombe, e dice di essere stata sorpresa nell’atto più di una volta, senza conseguenze troppo gravi. Ma forse il momento più interessante è quando afferma che la domanda più comune che la riguarda è sempre la stessa: “come fa esattamente?”.

Per me non è un problema dire come lo faccio, ma chiunque abbia un po’ di esperienza sessuale non dovrebbe avere bisogno di chiederlo. La gente ha questo pregiudizio che ci debba per forza essere la penetrazione per la gratificazione sessuale, che è una stupidaggine! La parte più sensibile di una donna è comunque la parte frontale, e quella va stimolata. A parte questo, ci sono differenti aspetti dell’espressione sessuale: il contatto fisico, il 69, anche semplicemente tenersi per mano.

Il fatto che Karen Greenlee denunci la nozione fallocentrica e l’eccessiva importanza data alla penetrazione, è assolutamente in linea con la sua figura trasgressiva: questa donna infrange il tabù del sesso con i morti, e al tempo stesso inverte le gerarchie e i ruoli tradizionalmente femminili. Se n’è accorta Lena Wånggren, che nel suo saggio Death And Desire parla della necrofilia femminile come tragressione di genere: qui è la donna a “cacciare” e possedere, e il maschio diviene inerme e inanimato – l’esatto opposto della consueta figurazione che vede il maschio attivo e la femmina come passivo ricettacolo per la procreazione. La Greenlee non soltanto riduce il maschio a un oggetto, ma lo priva anche del mito del pene e della penetrazione.

In effetti, sembra che a suscitare scandalo sia proprio questo aspetto, ancor più che la necrofilia in sé: la Greenlee ricorda un fidanzato che, quando scoprì i suoi desideri, la schiaffeggiò e le disse che “non ero nemmeno una donna, e potevo andare a scoparmi i miei morti”. Ricorda anche uomini convinti di riuscire a “curarla”:

I ragazzi pensavano sempre che andassi alla ricerca di corpi morti perché mi mancava qualcosa, e che se fossi stata con loro mi avrebbero cambiato, e che loro erano quelli in grado di soddifarmi così tanto che non avrei più avuto bisogno dei cadaveri.

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La storia di Karen Greenlee ha ispirato nel 1992 il racconto We So Seldom Look On Love di Barbara Gowdy, da cui è stato in seguito tratto il film Kissed (1996) di Lynne Stopkewich. Entrambe le opere seguono piuttosto fedelmente la vicenda della Greenlee, e ne approfondiscono ulteriormente gli aspetti legati alla trasgressione dei comportamenti sessuali di genere.

“In nome di Eros”, la sessualità poetica di Cristina Tafuri


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Avvampami,
esplorami, perforami.
Annusami,
osservami, esplodimi.
Avvolgimi,
accarezzami, amami finalmente.
Amami con rabbia,
annaspa tra i pertugi del mio corpo,
come un animale fiuta il mio sesso e
poi placando l’onda
che maestosa si alzò
trova porto sicuro nella mia insenatura.

“In nome di Eros”, come tutte le pubblicazioni de l’Arca e l’Arco edizioni, non è solamente una raccolta di liriche, ma un’opera d’arte completa.

Le ventitre (che suona quasi come ventre) poesie di Cristina Tafuri sono infatti armonizzate da sette chine di Antonio Petti, da una copertina di Enzo Lauria, da una dedica di Sonia Tafuri e da una post-fazione di Vinz Notaro.

Già dalla prima lirica ci rendiamo conto della potenza “atomica” e sessuale dei versi che travolgono e incuriosiscono il lettore. Si tratta di un Eros pieno di odori, sapori e sensazioni che si sviluppano oltre il semplice piano fisico e sfiorano sfere mentali e oserei dire spirituali.
C’è una tendenza a trascendere la propria sessualità e a penetrare in quella dell’amante, infatti, Vinz Notaro nella sua post-fazione rende ben presente la perplessità del lettore che più volte torna a rileggere il nome dell’autrice per capirne l’identità: “Siamo dinanzi a un ardito apparentemente eterogeneo di prime persone differenti: se non fosse per il fatto che abbiamo già appreso che l’autore è una donna, probabilmente ci domanderemmo se di autore ce ne sia addirittura più di uno”.

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Le chine di Antonio Petti si estendono e si imprimono nel lettore, creando un sottile filo nero che lega tra di loro le poesie in modo stretto, incatenando il lettore fra le linee dei versi e le macchie della china.
Un percorso erotico che sfiora l’orgasmo ed afferra saldamente il piacere. Un viatico già tracciato, comunque, dalla splendida copertina di Enzo Lauria, che nella semplicità ha trovato la chiave di apertura e di chiusura del testo.

La poesia è “Avvampami”, pag. 20.

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Mater Dea Mater Vitae. Viaggio straordinario nell’esperienza femminile runica


Freya

La Dea Freya

Freya è una figura interessante all’interno del carismatico panteon norreno. Primo perché fa parte dei Vani ma viene effettivamente trattata come uno degli Asi e passa la maggior parte del tempo tra loro; secondo perché condivide il nome con il proprio fratello Freyr e Felice Vinci, nel suo testo “Omero nel Baltico” vede nella radice una correlazione con il nome di Afrodite. Nesso molto affascinante, soprattutto a causa del fatto che, a tutt’oggi, è ancora difficile riscattare l’etimologia esatta del nome della dea greca, e l’assonanza tra le radici fr, che a questo punto potrebbero essere di natura indoeuropea, allarga la gamma di possibilità sulle correlazioni tra le due divinità. In effetti, le somiglianze tra le dee non si fermano al nome. Freya è accostata al sesso, alla bellezza, all’idea di donna fertile e affascinante. Il suo cocchio era trainato da gatti (lo Skogkatt, i norvegesi delle foreste) e il suo sex appeal  innegabile, tanto che persino i giganti vorrebbero averla nei loro territori, per portare lustro alla propria specie. Freyr dal canto suo, era un uomo meravigliosamente splendido, e veniva raffigurato con un fallo enorme. E’ molto semplice rivedere nella coppia divina, vecchie deità legate al culto antico della fertilità. Interessante sarebbe studiarne lo sdoppiamento e farlo in linea con altri “fratelli famosi” come Apollo e Artemide (dato che l’Artemide greca è solo la punta dell’iceberg della dea lunare europea). Afrodite dal canto suo, detta molto spesso “callipigia” (‘dalle belle natiche’, non a caso, dato che l’uomo condivide con i primati l’antico ricordo dei glutei turigidi come richiamo della femmina pronta per l’accoppiamento. Nelle donne il gluteo rimane gonfio durante tutta la vita dopo lo sviluppo sessuale, a differenza delle sue lontane cugine che invece tendono a gonfiarlo soltanto durante il calore. Ecco molto banalmente spiegata la passione maschile per il fondoschiena e l’epiteto di Afrodite, dea del sesso, lo conferma a pieno titolo) è la divinità capace di accendere la passione negli uomini. E’ la sola dea a poter essere raffigurata completamente nuda ed è madre, di Eros e Anteros che sono versioni antropomorfe dell’amore. Essa è nata dalla spume del mare (anche qui è facile vedere oltre che nella conchiglia riferimenti al coito, ai genitali e all’esperienza dell’orgasmo)  e inebria gli uomini del piacere della carne. In antichità il sesso, sciolto da ridicoli tabù, faceva parte del comparto non solo religioso, ma anche semplicemente quotidiano. Era grazie all’amplesso che le donne potevano rimanere gravide e quindi portare avanti il genos (la specie nel senso di famiglia-clan) in modo ciclico, esattamente come faceva la natura, quando i campi venivano messi a frutto e davano raccolti. Ancora potremmo parlare di quanto entrambe le dee fossero desiderate a capricciose, ma per nostro interesse, ci sposteremo sulla grande differenza tra Freya e Afrodite: il Seiðr di cui traccia è rimasta all’interno delle Rune. Non a caso uno degli Aettir (divisione di otto in cui i 24 segni sono concettualmente divisi) è dedicato a Freya (anche se per come la vedo io, la divisione in gruppi di otto delle Rune è posticcia. La cosa interessante però da notare è che uno dei gruppi è comunque dedicato alla dea, e forse questo potrebbe essere un retaggio di antiche conoscenze). Ma partiamo dal principio. Il Seiðr è un’antica arte di connessione con le energie naturali. Molti l’accostano allo sciamanesimo, dato che prevedeva anche la capacità di mettersi in contatto con altri piani, tanto da allacciarsi a quello che oggi giorno definiremmo spiritismo, ed era praticato esclusivamente da donne, un elemento molto interessante questo, perché apre una dimensione nuova sulla vita della donna all’interno della struttura religiosa norrena. Del resto, la connessione tra la femmina e la sacralità della nascita e della morte è abbastanza evidente, ma questa comunione con l’invisibile lo era soprattutto per gli antichi, dato che le donne potevano ‘perdere sangue tutti i mesi’ senza morire, potevano rimanere incinta e partorire uomini. In epoca moderna tutto ciò, grazie alla scienza, è un meccanismo del tutto ovvio, ma quando l’essere umano ha iniziato a tracciare la sua vita, doveva apparire come una sorta di miracolo, dato che l’esperienza della caccia e della battaglia, ad esempio, avevano insegnato che una ferita con relativa perdita di sangue, portava indubbiamente alla morte, se non curata. Questa rete di idee ha senza dubbio sviluppato un sistema di credenze intorno alla figura femminile e al suo connubio con le forze ultraterrene e naturali (cosa che la ha resa strega nei secoli successivi). Il Seiðr, a mio avviso, appartiene a questo ambito, dato che tramite il suo utilizzo si poteva prevedere il futuro, lanciare maledizioni e proteggersi da tutto ciò che era negativo. SIiamo in sostanza parlando di magia, e per quanto le Rune siano state “scoperte” da Odino, sembra che il loro vero significato sia connesso al Seiðr e al femminile, e volendo fare un paragone con il mondo ellenico, la dea che subito salta all’occhio è Artemide ‘dal bell’arco’, di cui Afrodite potrebbe essere una volto precedentemente diviso. Tutto questo è rintracciabile all’interno del ciclo runico, e Berkana, indubbiamente, domina la scena, dato che presiede a tutto ciò che nasce e muore, ovvero alla trasformazione della vita, ed è strettamente connessa sia a Freya (tanto che con Tyr, forma la coppia uomo – donna) quanto alla capacità di connettersi al mondo naturale. Berkana è il Seiðr, nella sua forza di propulsione e creazione. Essa è infatti connessa alla gestazione, protegge i parti e supporta le donne in gravidanza, oltre a procurare gravidanze, ma soprattutto essa è la Betulla imperitura, che resiste anche al freddo agghiacciante, e rinasce anno dopo anno. E’ abbastanza evidente la connessione con i riti di morte e nascita, oltre che purificazione. Ma di questo ne parleremo in maniera più approfondita nel prossimo articolo.

Roberta Tibollo

Il glifo della Runa Berkana

Il glifo della Runa Berkana

Visioni di Maurizio Barraco


art

Nelle tue opere c’è una forma di malinconia che emerge forte. Parlacene.

Lo stato d’animo di una persona, viene rappresentata dallo sguardo, dagli occhi, quello che possiamo immaginare e, che forse vogliamo vedere, LA MALINCONIA E’ FORSE UNO STRANO MOMENTO.
Senza dubbio esiste questo stato nella mia arte tutta compresa la video art, gli occhi sono fortemente rappresentati da una vera identità, forse la malinconia BLOCCA questi occhi.
Si, è vero, la malinconia è una forma che trovi in molti miei dipinti, sono donne (e pochi uomini) in cui emergono forti disagi, forti passioni, sono donne forti (a volte anche per paura).
Sono pensieri, sono momenti, sono attimi, la MALINCONIA, può essere anche tristezza, non solo del passato o del ricordo, certamente di un amore, di una emozione, certamente di un piacere non avuto, anche ATTIMI DI INFELICITA’
DONNE CON MOLTA PASSIONE….CHE RICORDANO

Penso che attraverso queste figure, ognuno di noi uomo o donna che sia, PENSI, osservo io stesso cosa il nostro cervello possa ricordare.

La malinconia non è solo tristezza, ma è anche qualcosa che non abbiamo potuto fare.

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Quanto è importante per te il corpo?

Se intendiamo il corpo come potere di immagine e manipolazione di idee, per me, rispondo alla domanda, NO, NON E’ IMPORTANTE, ANZI, mi piace esaltare e trovare difetti di un corpo bello e armonioso per far capire che il corpo, SOLO IL CORPO, e’ la BOLGIA DEL CAOS TOTALE
Il corpo è la visione di oggi, del caos totale, in cui tutto troviamo tranne l’armonia della bellezza e delle idee
Non amo il corpo come atto di imposizione, amo il corpo nella forma d’arte pura, pensiero e immagine insieme, corpo come totale movimento della persona.
Il corpo nella sua illogica visione della luce, totalmente nudo e aperto, senza veli, come si direbbe oggi, nudo e crudo, ma insieme allo SGUARDO PASSIONARIO E INTENSO.
Lo spettatore guarda, come in privato due amanti si guardano
Due amici si guardano, due fratelli, e due sorelle si guardano, come mamma e papà guardano i propri figli, SENZA TABU’, LIBERI.
Il corpo è il nostro tabu piu forte, io lo rappresento libero, ognuno guarda ciò che vuole, o ciò che conosce perché è libero e deve essere libero di farlo.
La mai arte, anche se è molto difficile da spiegare, è per la visione DELLE PERSONE.

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Guardando le tue opere, la prima parola che mi viene in mente è “Carnale”. Tu che parole useresti per parlarci di te.

CARNALE, CARNALITA’, una sensazione che va al di la del sesso, è forse morbosità? Non saprei.
Certo è molto bello sentirselo dire che le mie opere sono carnali, perché significa, INTERIORITA’, quindi pensiero e riflessioni, ognuno si rappresenta ogni donna si rappresenta, con queste donne ogni donna si libera di se stessa.
Sinceramente mi sento libero, libero di non essere chiuso nel BUIO TOTALE, mi sento libero perché rispetto tutto quello che si chiama VITA E MORTE.
Essere carnali è essere interiormente FORTI, esternamente LIBERI.
C’E’ SEMPRE UN PRINCIPIO DI UTOPIA NELL’ARTE E NELL’ARTISTA.
IO SONO
RISPETTARE E’ LIBERTA
RISPETTARE E’ SEMPLICITA’
RISPETTARE E’ EDUCAZIONE
Ma capisco che a volte rispettare è semplicemente UTOPIA.
LA MIA VITA E’ IN CONTINUAEVOLUZIONE, NON SCINDE MAI, tra arte e vita privata o pubblica
Per me arte è vita, in perenne evoluzione si spera sempre, ma non significa avere o chiedere di piu o correre per avere sempre di piu.
Evoluzione del tempo, parlare con se stessi, e osservare tutto ciò che passa davanti ai nostri occhi
La vita è un filo nascosto, un filo forte ma si può spezzare in certi momenti, ma possiamo sempre legarlo….perchè questo filo è eterno.

2013-05-24 12.33.28

2013-05-10 20.21.01

Estemporanea in data 01.06.2013:

M.B: hai posto una domanda che di solito non rispondo mai, vuoi sapere di me.
A.T: Oh!
M.B: come persona, a me non piace molto parlare di me
A.T: si chi sei fuori dalla pittura, cosa ti piace fare, cosa non ti piace…
M.B: è giusto sapere alcune cose che hanno cambiato il mio modo di pensare
A.T: ti lascio carta bianca per parlarci di te, per far capire il tuo percorso.
M.B: il mio percorso è sempre in continua evoluzione. è come un frame. un dettaglio. nel tempo.
come ti scrissi, dopo tanto tempo fuori
sto vedendo il tempo cambiare. tempo che sono le persone
A.T: il tempo non è più a nostra disposizione. siamo noi a disposizione del tempo
M.B: si, il tempo ci ha sempre dato tutto
A.T: abbiamo gestito male il tempo. ed ora dobbiamo pagare pegno
M.B: ma noi siamo convinti che correndo piu veloci possiamo fare tutto, si, hai ragione sono d’accordo te
A.T: in parte si, ma è davvero una corsa contro il tempo. Ora
M.B: io penso che dobbiamo fare tutto con estrema regolarità. in ogni caso mi piace parlare del tempo, tutto
A.T: credo che sia una cosa che abbiamo perso. fretta – tutto di corsa – “presto che è tardi”
M.B: brava è cosi…e poi perché? per noi stessi e non in funzione di una società
A.T: sinceramente? non lo so. dovremmo pensare a noi. assolutamente a noi.
M.B: in funzione di una giusta società, forse si purtroppo siamo troppo materiali e questo ci frena
A.T: già!
M.B: l’arte invece è quel tempo che non finirà mai. buona o brutta che sia, non importa e non finirà mai, MAI
A.T: l’arte non deve finire mai. è una forma di parola che non devono toglierci.
M.B: sai. il pensiero è possibile manipolarlo, tutto è possibile manipolare, ma per fortuna il processo è molto lungo…l’essere umano si è sempre ribellato assolutamente sempre positivo. in funzione per la gente forse stiamo sprofondando ma ci risolleviamo e non parlo in termini economici, ci manca il sorriso
A.T: quello se ne è andato da molto tempo.2013-05-24 12.50.40

 

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Il femminile tra mito e logos – Tra femminile e femminile di Gabriella Laconi Vascellari – 2° parte


“…(si dice) del narciso su cui Kore sbigottita si precipitò. Ed ecco, mentre essa vuole strapparlo, la terra spalancarsi ed Aidoneo, salito fuori da quella sul cocchio ed avendola ghermita, portarla via sui cavalli.”[1]

Il mythologhema di Kore (fanciulla – pupilla) rapita da Ade e restituita alla madre, demetra, nell’attivazione di sovrassenso, quasi “fabula aperta”, apre a diversi logoi l’epos simbolico dell’eterna ierogamia dell’essere e del non essere.
Nel logos genetico e sanza fine della vita svela la forma che appare, scompare e riappare, come dire il ritorno ciclico del finito nell’infinito e di questo in quello nella stagione della rinascita.

Ade

Ade

Dice il tempo e le sue connessioni alle fasi lunari e vede Kore, tessitrice[2], incrociare i fili nelle unioni sessuali che ritualizzano l’incontro tra il mondo maschile dell’io e quello femminile, perpetuando della vita i fini suoi nuovi germogli. Vede Kore decidere del destino del mondo nell’interminabile rigenerarsi dal sacrificio della morte per un fine cosmogonico, che si realizza nell’acquisizione di una rinnovata natura. Da qui l’inevitabile richiamo alla famosa similitudine omerica cui inerisce un sentimento di malinconico rammarico per la sorte degli uomini, tutti destinati al non esser-ci, “quale la generazione delle foglie, tale anche quella degli uomini”[3]
Vi è ribadita l’universale necessità dell’assenza per la presenza, la morte del seme per la gemma che nasce ed è messa in risalto la persistente mistica fra l’uomo e la Natura. Del mithologhema i misteri elusini, ferita che si apre nell’intatta epidermide olimpica, rievocano – in una mimesis che relaziona gli dei agli uomini agli dei – i grandi motivi del rapimento, dello stupro, del matrimonio di morte, suggerendo, nelle valenze simboliche, prospettive psicologiche.
Della fascinazione sessuale non è sottaciuta, nei simboli – entrambi sacri al dio Ade, del narciso, dall’intenso profumo e dalla breve vita, e della melegrana, prolifica nei molti semi purpurei[4] – la funzione rilevante di impulso fecondo ad inverare nel finito il carattere di infinito dell’Eterno Femminile. Questo, come la Natura, ha il pregio di rinnovarsi, rimandendo essenzialmente se stesso in tempo senza vecchiaia, avvolto dalla presenza del divino. Nello stesso mithologhema, per immagini, si esprime il mistero tutto femminile dell’eterna coesistenza della Madre e della Figlia nella reciproca mutazione per la quale la vita è un necessario trascorrere dall’una all’altra, nel frutto e nel seme.
In quest’ottica “ingenua” (nel senso positivo del naturale) l’irruzione di Ade nel recinto sacro a Demetra, il rapimento di Kore e la ierogamia sacrificante che ne segue – parzialmente vanificata negli effetti dal ritorno periodico della Figlia alla Madre – fa risaltare, del maschile, l’alterità completiva rispetto al femminile, nel carattere di strumento fecondatore edonisticamente invasivo e trasformante.
Proprio questo carattere ne inaugura l’affermazione affettivo culturale nel ruolo di partner, quando egli non sia aratore d’un lontano campo che vede solo quando semina o miete.
In sintonia col simbolico che riconduce alla “Parola” prima delle parole, dicendo l’uomo oltre l’uomo e scoprendo sensi che non potrebbero essere detti altrimenti, la ierogamia dice il compito e l’apice di un’iniziazione all’esser-ci nei riti segreti e nella visione suprema del mistero di una vita e di una morte che si con-prendono.
In questa iniziazione, l’immersione nella notte (velamento) ed il ritorno alla luce (svelamento), risultano fortemente allusivi ai rituali che vogliono, nelle nozze con l’uomo, la donna velata e poi svelata; e, similmente, in quelle con la morte che, coi segni di una sacralità separante, rievoca, nella soggezione al tempo, il tramonto dell’adolescenza ed il graduale esaurisi nella filiazione.

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Di Kore si legge l’intimo e temporaneo desiderio del dominio conservativo della Madre, femminile ritenuto materiale, per un maschile spirituale che l’accompagni negli inevitabili azzardi dell’esser-ci, magari rendendola gravida di altro femminile o di altro maschile.
Una volta ingravidata, lei sente di dover ritornare “nobile seme” di Demetra, come dire Figlia di quel Femminile materno nel quale, fin dal suo iniziarsi all‘esser-ci, è incline a identificarsi, dileguando ogni ombra di timore e ripristinando, una una diade legata, l’indiscutibile superiorità genetica. Non si vuole dominata per sempre da un dio, per giunta leta-proiezione umana – donna soggiogata da uomo[5].
Dalla conclusione dello stesso mythos che vede Demetra donare all’uomo e non alla donna le spighe del grano, affidandogli senza riserve il sacro incarico di coltivare la vita, si evincerebbe per l’appunto uno spontaneo traferimento di potere, non insignificante preludio alla fallocrazia.
Quest’ultima, al di là della gestione patriarcale degli interessi comuni, farebbe risultare il femminile oggettuale in senso lato a meno che, senza snaturarsi, eso si affermi come Persona, adeguandosi all’hic et nunc del mondo e non certo relegando nelle tenebre il proprio io, come dire confinando nella oscurità dell’inconscio i suoi valori non solo conflittuali.
Tutto considerato, il femminile, guidando il maschile a farsi guidare, lo spinge ad un’esistenza che tende a sublimarsi nella cultura, superando l’inquietudine relazionale con la Madre ed emancipandosenenelle influenze transpersonali, a vantaggio di un’appropriata strutturazione egoica.
Per diventare autonoma coscienza, qualunque sia il segno sessuale, ci si dovrà sempre liberare da una lei che pure ha il destino di sperimentarsi in un lui che, soprattutto dai ruoli riconosciutigli nel sociale, ha maturato la propensione economica ad oggettivarsi, non legandosi più di tanto alle cose ed alle persone.
Dello stesso mythos, non è da meno il logos più ermetico che interpreta Kore (pupilla) come il riflesso che si distacca dall’orifizio dell’iride per tornarvi come immagine acquisita di un lui che si rispecchia in una lei o viceversa ad esprimere in questo approccio cognitivo un forte desiderio di possesso.
Questa per Dioniso, dalla duplice natura maschile e femminile, è realtà immediata. Per Apollo, cui è caro il seme e l’aratro, è conquista. Per gli uomini è Eros che, nato dall’unione ossimorica di Ricchezza e Povertà, determina felice compensazione nel reciproco desiderarsi ed aversi e non per una improvvisa esplosione sessuale propria del maschile così poco incline ai legami emotivi.

Dioniso

Dioniso

Apollo

Apollo

Eros

Eros

Appunto Eros, mediando tra immanente e trascendente quella energia per la quale domina il mondo, gestisce la sessualità come realtà biologico-culturale, fino a renderla determinante nei ruoli sociali e nelle regole etiche che, in un contesto maschilista, come nulla, diventano inibitorie se non denigratorie dell’espansività e della sessualità femminile.
Sta di fatto che l’energia erotica, così implicata nella complicità creatività dualistica e di segno contrario, pervade tutti i territori dell’esser-ci, animando un gioco il cui senso, sfuggendo all’ordine della ragione, risulta atopico.
Nè uomini nè dei ne sono esenti, non ugualmente le dee Artemide, Athena ed Estia, impersonando, del femminile, la natura libera,  selvaggia e ritrosa all’amore, la rinuncia a sé, nella competizione col maschile, la fedeltà oltre ogni divenire al sentimento non conflittuale, in un ambito ben protetto dai giochi enigmatici di Afrodite.

Athena

Athena

Eros, a buona ragione maschile e femminile come Dioniso, ha potere soprattutto nella capacità di mediare le opposizioni e, laddove lo siano, anche il maschile ed il femminile, concedendo ad ognuno dei due partner di ritrovare nell’altro ciò che di per sé ciascuno non ha. Mai sarebbe motivante una vaga risposta ad una aspettativa di reciproco piacere.
Amare è trascendere la dualità in un’unità che pure la con-prende, a riprova, peraltro, della forza e della debolezza di entrambi e della diversità qualitativa del desiderio: quello femminile più implicato nell’Eros e, quindi, più relazionale, anche nella consapevolezza del senso della vita contaminato dal non senso; quello maschile più egoista e conteso dal Logos, che lo allontana dall’inquietudine enigmatica dell’amore per la quiete d’un sapere epistematico.

Afrodite

Afrodite

Sta ad Afrodite – la dea “che fa nascere il desiderio”[6] – e scopre, nella pulsione sessuale, l’elemento unificante comune all’esistenza vegetale, animale, umana e divina – tutelare l’equilibrio erotico nel reciproco scambio: “…se non ti ama presto ti amerà”[7].In lei si dissimula la rivelazione della sessualità come trascendenza e sacro mistero.
Eros, deputato a gestire le risorse spirituali dell’amore non di meno deve potersi rispecchiare in qualcuno che ne ricambi il sentimento, cioè in un Anteros che non a caso il mythos dice suo fratello.
ci si può illudere di sperimentare, nell’autosufficienza, l’intenso piacere d’amore, presi e confusi dalla vaghezza del riflesso del proprio io che si enfatizza come altro da sé, rendendolo esclusivo nel desiderio e letale nel raggiungimento vanificante; si conferma così l’opportunità di un’autentica relazione erotica duale e di segno contrario.

articolo presente sulla rivista di cultura poetica, Erbafoglio, Anno X – n.19/20 – luglio 1997

[1] Papyrus Berolinensis 44.
[2] Cfr. F 182K; Porphirius, De antro numph.
[3] Hom., Il. Z.
[4] Cfr. Hom., Inno a Demetra.
[5] tutto ciò quasi a perpetuare quel matriarcato il cui declino è colto anche quale regressione femminile nell’acquiescente arrendevolezza al maschile.
[6] Cfr., Hom., Inno ad afrodite.
[7] Cfr., Saffo.

Prima Parte: https://wordsocialforum.com/2013/10/14/il-femminile-tra-mito-e-logos-la-grande-madre-dalla-nascita-al-ritorno-di-gabriella-laconi-vascellari/

Una discesa tra le righe con Barbara Coffani


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Barbara Polettini Coffani è nata a Mantova nel 1969. Il vero nome è Barbara Polettini; l’aggiunta del secondo cognome è dettata dall’intima esigenza di “dare voce” anche alla linea di sangue materno.
Laureata in lingue e letterature straniere, naturopata e psicologa in formazione, vive  a Verona dove lavora come insegnante e formatrice, in particolare con seminari di lavoro sul corpo. Si interessa da anni di ricerca su miti e archetipi, sciamanesimo ed antropologia.
Collabora con case editrici e con la rivista d’arte “Bacchanale”  ed è autrice de “La danza della luna”, “Mestruo, maternità, menopausa”, “Il sentiero delle amanti del Vento”, “Un thé con Eva e altri racconti” che include racconti come “La lupa”, “Un thè con Eva”, “Le sirene” e “La memoria del grano”; è autrice di “Symballo”, di prossima uscita per Atmosfera e de “Il veleno”; inoltre dei lavori teatrali “Le Sirene” e “Un thé con Eva”, tratti dai racconti omonimi, “Another kind of love” e “The temptress”.

Come ti sei avvicinata alla scrittura?

Mi raccontavo le favole, da piccola. Da bambina preferivo stare da sola, più che con gli altri bambini a giocare. Amavo andare in giardino con un libro e stare lì a leggere. Mi raccontavo favole da sola come se mi costruissi un mondo mio. Ciò mi rendeva molto più serena che frequentare gente (questo mi accade ancora tutt’ora). Nella solitudine, tra l’altro, ti crei sostanzialmente il mondo come lo vuoi tu.
Poi, stare sola è diventato necessario, così come scrivere tutti i miei pensieri; è diventato necessario ascoltare quello che avevo dentro: avevo un quaderno a righe con la copertina marrone, e lì scrivevo tutti i miei pensieri e le mie considerazioni. Scrivendo ho iniziato a sentire che stavo bene e alla fine non ho più potuto farne a meno.

Qual è il tuo pensiero riguardo la scrittura?

Da un po’ ho cominciato a dubitare di essere io ad inventare le storie. È come se esistessero già: è come quando ascolti la radio e devi cercare il canale dove si sente bene; in certi momenti due stazioni radio si sovrappongono: ecco, mi sento così quando comincio a scrivere. Perché è come se mi sintonizzassi sul canale dove c’è la storia. Quando la storia non è ancora ben delineata riesco a captare soltanto qualche frase, come quando per radio non hai trovato ancora la frequenza giusta. Passano magari settimane o anche mesi prima che riesca a ri-sintonizzarmi su quella frequenza. Poi ad un certo punto la trovi e “arriva giù tutto” come una cascata. Arriva lo scheletro della storia. A quel punto lì, ho bisogno di due o tre giorni per scrivere tutto, mi riferisco allo scheletro della storia, non alla sua rifinitura. Ma in quel momento comunque la matassa si sgroviglia. Per questo inizio a credere che le storie esistano già senza di me: io le faccio soltanto passare.
Da una storia all’altra cambio completamente, mi trasformo: cioè, in un racconto ho parlato di una strega, poi di Eva, poi di Maddalena: sono personalità troppo diverse (almeno che non siano varie voci di me che parlano) … Non lo so, anche per questo mi sembra strano che sia tutto dentro di me… Sta di fatto che la scrittura mi arriva in questo modo. Fra l’altro se inizio a scrivere riguardo ad un certo personaggio, poi entro nel suo mood ed inizio a comportarmi come quel personaggio, adottando atteggiamenti simili. È come se io venissi “presa” da quel personaggio, capito? Credo che sia qualcosa di simile a quando reciti sul palcoscenico.
Se mi conosci di persona e leggi ciò che compongo, ti rendi conto che appaio totalmente diversa da ciò che scrivo. Però la scrittura è un momento catartico, ed essendo solo io e il mio foglio, in intimità, mi permetto di non avere mediazioni o filtri. Quando sono da sola con il mio foglio bianco non ho censure, per questo è catartico, vado giù proprio fino in fondo senza preoccuparmi di cosa pensa chi legge, penso solo a stare in contatto con quel personaggio che mi parla. Se dovessi pensare alla reazione di chi legge, probabilmente non scriverei più niente.
La scrittura per me è una medicina, è purificatrice. Ti guarisce, ti … non so, mi fa star bene. E poi ogni volta è una specie di parto, perché quando arriva la storia ti sembra di “riempirti” tantissimo e poi cominci a scrivere e scrivi, scrivi, scrivi, finché non ti senti svuotata.

Come definiresti l’ispirazione?

È uno stato di grazia.
Non son convinta che sia qualcosa che nasce da dentro, per quel che mi riguarda credo che il mio “dono” sia una certa morbidezza, che mi rende ricettiva rispetto a ciò che arriva dall’esterno. Credo che l’ispirazione sia qualcosa che ti viene concessa, ma non so da dove arrivi… Quando mi arriva a volte mi viene anche la febbre. Di solito, un po’ di tempo prima che arrivi ho bisogno di stare come isolata dagli altri, da tutto. È come se dovessi preparami perché ti passa dentro qualcosa, ti prende qualcosa …
L’ispirazione è bellissima: è l’entusiasmo, dal greco en –theos, Dio dentro. È uno stato di grazia, quando arriva sei piena di tutto e stai … bene! Però puoi fare solamente quella cosa, infatti anche mio marito ed anche mia figlia sanno che in quel momento io non ci sono: per nessuno. Infatti anche loro si sono attrezzati e quando vedono che comincio ad essere “presa” da una storia, si organizzano con blocco e matita… Non si sa mai che “il parto” arrivi proprio quando stiamo pranzando o siamo per strada… Sai che io il cellulare lo odio, però lo porto sempre con me perché se non ho carta e penna, se mi viene qualcosa in mente mi mando un messaggino, altrimenti dimentico tutto.

Di seguito l’autrice espone il contenuto dei suoi libri e la loro storia.

Il sentiero delle amanti del Vento

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L’ho scritto tra i 18 e i 27 anni.
La protagonista, Rosa, è “nata” quando avevo 18 anni, ma tra l’idea e la realizzazione del romanzo ci sono stati tanti eventi, che non mi hanno permesso di scrivere; in quegli anni lì, ho vissuto come lontana dalla scrittura. Finché ad un certo punto la vita mi ha dato un grandissimo dispiacere. Lì, mi sono fermata. Mi sono chiusa in casa, ho ricominciato a parlare di Rosa e in 15 giorni ho raccontato di lei e della sua vita…
Rosa è una ragazza “diversa”: non è come le sue sorelle, non è come la gente del suo paese, è diversa anche nell’aspetto fisico. E cerca l’amicizia di una vecchia di nome Malvina, che vive da sola, isolata in un bosco, lontana dalla confusione del mondo. In realtà, quest’amicizia si trasforma in un apprendistato e Malvina insegnerà a Rosa a conoscere la natura, i suoi segreti e soprattutto a tirare fuori da se stessa quello che è. Le insegna a fare ciò che è venuta a fare al mondo.
È stato il primo libro che ho scritto: ricordo che l’ho mostrato alla mia insegnante di francese, quella che aveva fatto da relatrice alla mia tesi di laurea. Lei per me è stata un po’ come Malvina per Rosa: lo lesse, mi fece delle correzioni e mi disse che era scritto bene. Mi incoraggiò, in qualche modo. Lo tenni nel cassetto per alcuni di anni, poi lo ritirai fuori e lo auto-pubblicai.

“Perché vieni qui?”
Rosa attendeva da tempo questa domanda, ma benché ci avesse riflettuto spesso non era in grado di rispondere.
“Non so. Nessuno viene mai qui, oltre a me. Forse, sei stata tu a chiamarmi.”
Malvina posò il lavoro e la fissò intensamente con i suoi occhi indefinibili.
“Dici così perché pensi al nome che mi hanno dato.”
Queste parole punsero il cuore della giovane.
“No, Rosa. Io non ti ho mai chiamata. Tu mi hai cercata.”
Rosa la guardò, muta. La vecchia si pose un dito sulle labbra.
“Ascolta,” sussurrò, “il silenzio del bosco è fatto del canto degli uccelli e del fruscio del vento fra le foglie. La tua voce di bambina è come il cinguettio dei passeri, e la mia voce di vecchia è come il fruscio delle foglie. I nostri discorsi non disturbano il bosco, perché si armonizzano con le sue voci e con il suo silenzio. Ma quando voci e parole stridono spregevolmente fino a sovrastare le chiome dei pioppi, ecco, allora si compie un sacrilegio.”
La vecchia fece una pausa, poi si rivolse a Rosa con inaspettata dolcezza: “Se tu non venissi più qui, soffrirei molto.”

La danza della Luna

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L’ho scritto dopo che è nata mia figlia ed è collegato agli studi di naturopatia che stavo facendo in quel tempo.
In questo testo ho messo in relazione le fasi della vita della donna e le fasi lunari; volevo assimilare il ritmo femminile al ritmo lunare, per dare in qualche modo una specie di “calendario” da seguire per ricollegarsi alla propria natura… per imparare a sentirsi, anche ascoltando l’istinto… per imparare a rispettare i propri tempi e le proprie esigenze… quando una donna è in luna piena, è molto diversa da quando è in luna calante e anche le sue esigenze e quello che può dare e fare sono diversi…
Poi ho iniziato a studiare gli Archetipi e ho trovato altre relazioni tra le fasi lunari e alcuni archetipi; infine, studiando Naturopatia ho scoperto delle analogie tra erbe e fasi lunari e archetipi… Come naturopata, lavoro in maniera analogica e quindi ad esempio, ad una donna che ha dei disagi in una certa fase del suo ciclo, suggerirei dei rimedi specifici, “analogici” a quella fase e a quella fase lunare. È un po’ come portare una “fase della luna” nel corpo della donna. Quando parlo di ciclo non mi riferisco al ciclo mestruale, ma all’intero ciclo vitale.

Mestruo, maternità e menopausa

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Questo libro è nato dalla mia tesi di Naturopatia: qui ho preso in esame il simbolismo di tre momenti della vita di una donna (il mestruo, la maternità e la menopausa). Secondo me questi sono momenti molto ricchi, che possono portare consapevolezza e sapere. Solo che nella società moderna sono stati quasi trasformati in patologie e sono stati vuotati del loro reale significato e della loro effettiva forza. Se una donna ne riconosce il valore, ha accesso ad una sorta di impoteramento… è come se si riappropriasse di un antico sapere, e di parti di sé. Anche qui, in calce, ho messo un prontuario di rimedi naturali utili caso per caso.

Entrambi questi lavori appartengono ad una fase in cui stavo lavorando sul femminile. Mi hanno permesso di entrare in contatto con molti archetipi, ma mi sono anche resa conto che alla fine, la voce che parla è una sola ed è la voce della grande madre. Adesso sono in una fase diversa e infatti li ho ripresi in mano, ci sto di nuovo lavorando: sento che devo aggiungere cose nuove perché anche io sono cresciuta.

Symballo

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Questo libro è stato partorito nel periodo in cui studiavo la figura di Maddalena. Per me Maddalena è collegata alla figura della Torre dei tarocchi. Lei era nativa di Migdal Nunia (o Magdala, infatti è da lì che deriva “Magdalena”) e qui c’era una torre dove si essicava lo spratto blu, un pesce particolare molto apprezzato all’epoca. Quando ho letto questa storia della torre, la mia testa ha fatto un collegamento con l’arcano dei Tarocchi, anche se non credo c’entri nulla. Ho cominciato a collegare Maddalena -> Torre, Maddalena -> Tarocchi. Allora sono andata a vedere le figure dei Tarocchi in un mazzo un po’ particolare che mi aveva regalato mio padre (io non me ne intendo di Tarocchi, e mio padre ha trovato questo mazzo casualmente). Ci sono due carte, quella delle Stelle e quella della Papessa che mostrano personaggi simili a danzatrici orientali, molto sensuali e sontuose. È in questa sensualità e corposità che ho sentito e riconosciuto Maddalena, che fra l’altro non era neppure una prostituta, come comunemente si crede.
Dopo qualche giorno, è arrivata la storia. Ricordo che ero andata a fare una corsa ma dopo cinquecento metri sono dovuta tornare a casa a scrivere!
L’archetipo Maddalena qui è espresso dalla Cartomante, la narratrice della storia. Attraverso i tarocchi, e la lettura che ne dà, lei racconta le storie d’amore della protagonista e in effetti il libro è, di fondo, un viaggio, fatto attraverso i simboli dei Tarocchi, nelle emozioni collegate all’eros.
Secondo me la cornice è molto interessante …vuoi sapere anche il finale? (ci dice scherzando)
Il messaggio di fondo è comunque la riscoperta dell’amore fisico che spesso viene disprezzato, ma è uno dei pochi veri mezzi per conoscere l’altro. Un po’ come quello che è accaduto alla prostituta pentita, che, a differenza di tutti gli altri, Gesù ha accolto perché “ha molto amato”, e un po’ anche come accade a Maddalena, che pare fosse la sposa, mai riconosciuta, di Gesù, quindi una sorta di richiamo alla carnalità di Gesù, come dimostra anche il fatto che proprio lei ne ricompone il corpo, dopo la crocifissione, e il fatto che dopo i tre giorni proprio lei va al sepolcro a cercarne il “corpo”. Sono convinta che la reale e completa conoscenza dell’altro possa essere davvero possibile solo attraverso il contatto fisico.
Questo testo è in pubblicazione per Atmosfera, casa editrice di Mauro D’Angelo.

Ho perso il conto degli anni delle mie carte. Non so più se sono con me da secoli, o da millenni. La loro superficie è sbiadita, consunta dalle centinaia di tocchi delle mani che le hanno mescolate, alzate, girate e interrogate. Le figure sono quasi scomparse. Coloro che si rivolgono a me non capiscono come io possa interpretarle e comprenderle; a loro, le immagini appaiono indistinte e sfocate, a malapena riescono a leggere frammenti di un numero… Per tutti è così, ma non per me. Io vedo tutto.
L’arte dei tarocchi mi fu insegnata da un mago. In una notte di inizio inverno, dove il cielo era splendente di stelle mai viste, egli venne a bussare alla mia locanda insieme ad altri due compagni.
La mia locanda è sempre aperta a tutti i pellegrini, a tutti i passeggeri, ai viandanti, ai cercatori… A chi si mette in cerca di fede, di oro, di sogni… A nessuno chiudo la porta. Né il mio letto. Chi può mai sapere? A volte, sotto al mantello lacero di un mendicante può celarsi un dio.
Concedermi ad un uomo ogni volta diverso è un atto che perpetua il piacere: quando inizia il rituale del corteggiamento, quando la voce del mio amante si abbassa, il suo sguardo si fa più intenso, il suo volto si avvicina di più al mio… quando sfioriamo la soglia del primo bacio il tempo si ferma, ed è come se fossimo risucchiati l’uno verso l’energia dell’altro, e l’uno per l’altro diventiamo un abisso. In quel preciso istante, io tocco l’eternità. Mi coglie una vertigine. Come una vergine, “Ecco,” penso, “sta per baciarmi.” Conosco i gesti che seguiranno. Ma non conosco ancora lui, e così lo lascio andare avanti e mi stupisco ogni volta, nell’assaggiare la sua lingua. Così, questo è il suo sapore? Questo è il suo modo di amare? E’ così, quest’uomo che non conosco? E mi scosto da lui, lo guardo stupita con occhi nuovi. Nelle sue pupille vedo me stessa sempre giovane; accarezzo la sua pelle con lo sguardo e mi sembra che riverberi d’oro; prendo un attimo il respiro, e subito dopo ricominciamo. Voglio ancora gustare di lui. Solo a questo punto mi abbandono. Ed egli è già parte di me. […]
Sono passati tutti, da me, con i loro dubbi, le loro paure, le loro ossessioni e curiosità. In realtà, unica è la domanda che li accomuna: desiderano conoscere quale sorte li attende in amore. Aspirano ad un legame eterno, parlano di spirito e di anima gemella e non comprendono… Non comprendono che l’amore è nel corpo, e che al di fuori di questo non c’è altro che il fuoco del desiderio, che brucia spietato senza dare pace. Questo, è ciò che i preti chiamano l’inferno.

Il veleno

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Il veleno è la catarsi: lì ho davvero buttato fuori tutto quello che avevo dentro. Se in Symballo ho parlato di un femminile molto erotizzante quasi in funzione o comunque dipendente dal maschile, qui c’è stato un distacco dal maschile. Ma non un rifiuto. c’è una specie di “restituzione”, verso il maschile, di ciò che ha inquinato e fatto soffrire una donna: come a dire “riprenditi questa roba, non mi appartiene”..
È la storia dell’amicizia tra due donne. Una di loro, Dominique, un giorno si trova sull’orlo di un burrone, a meditare sul suicidio come unica soluzione ai suoi problemi. Prima di farlo, però, si rende conto che, pur avendo vissuto “male”, ha ancora la possibilità di “morire bene” e quindi decide di farlo accanto all’unica persone che l’ha realmente amata in vita sua. Allora si reca da Lyssa (fra l’altro ho scoperto dopo che per i greci è il nome del demone della Mania), pensando che sia l’unica persona che la può aiutare a mettere in atto il suo proposito.
Pensa che in quel periodo facevo lunghe passeggiate e ricordo che una volta sono arrivata su una sopraelevata. Si sentiva un vento fortissimo, così forte che quasi mi spostava. Guardando le cime delle piante che si muovevano sembrava di vedere un serpente enorme. Mi dissi: “ma questa è Lilith!”. Non so, naturalmente, se fosse proprio lei…di fatto che ho voluto parlarne, all’inizio del romanzo. È nata da lì l’idea del suicidio nel burrone. La scena iniziale è talmente forte, carica e distruttiva che qualcuno, dopo averla letta, se ne è sentito infastidito. C’è gente che leggendo mi ha detto: “tu devi farti curare” … il fatto è che si vorrebbe leggere e sentire solo di cose carine, ma ci sono anche cose brutte nella vita!
Quando le due amiche si ritrovano, Lyssa capisce subito l’intenzione di Dominique e le consiglia di provare a “buttare fuori tutto” fuori prima della morte, poiché dopo non potrà più farlo. Quindi Dominique inizia a scrivere delle lettere per i suoi amanti. Contemporaneamente, Lyssa cucina per lei e scrive una raccolta delle sue ricette. A parte aggiunge, inoltre, una variante “velenosa”, con ingredienti naturali mortali tipo l’aconito o la belladonna, e suggerisce a Lyssa, in maniera provocatoria, di proporle agli uomini che l’hanno fatta soffrire. Il libro diviene quindi una doppia raccolta di lettere: quelle in cui Dominique riversa il suo odio e quelle delle ricette di Lyssa, che sono una forma di amore e nutrimento.
Tra l’altro queste ricette sono tutte prese dalla mia famiglia: sono andata da mia madre e da una mia zia a chiedere come facevano le donne della mia famiglia a cucinare certi piatti. Questo tuffo nelle mie origini mantovane mi è piaciuto particolarmente.

Ultimamente cerco di uscire di casa spesso. Per muovermi, per camminare, per scaricare la tensione, per non pensare e per non impazzire, e perché ormai so, grazie alle mie numerose precedenti esperienze fallimentari, che meno sto in casa da sola, meglio è. Se non altro, non corro il rischio di fare telefonate indegne ed insulse, o di mandare sms lacrimevoli a gente a cui non importa nulla di me. Se non altro, cerco di non perdere quel po’ di dignità che mi è rimasta.
Ho trovato un sentiero che mi piace, appena fuori dalla città, in mezzo alla natura. L’ho scoperto qualche settimana fa, percorrendolo per caso in pausa pranzo, per non finire in uno dei soliti bar con colleghe con cui non ho niente da spartire, i cui discorsi sul capo e sull’ufficio non farebbero che peggiorare il mio stato d’animo. E’ diventato il mio sentiero-della-pausa-pranzo. Seguendolo sono arrivata fino a una collina, che sale e si conclude bruscamente con un precipizio. Fa un certo effetto, sia perché è appena fuori dalla città, ma sembra di essere fuori dal mondo; sia perché il burrone ti si apre davanti di colpo con un effetto mozzafiato, dopo un’ultima curva in salita. Tu cammini e cammini, e pensi che ci sia ancora un sacco di strada, e invece la strada finisce…
Così.
Sotto si stende un faggeto.
In quel punto tira sempre un vento molto forte. È il posto giusto per me. Appena sopra il vuoto. Se il vento spingesse solo un attimo di più, precipiterei, e non sarebbe stato possibile evitarlo.  Negli ultimi tempi mi sembra l’unico luogo dove riesco a respirare, l’unico dove c’è abbastanza aria per me. In tutti gli altri mi sento “stretta”, mi sento soffocare, sto male.
E’ stato lì, con tutto quel vento nel naso, che l’ho sentita. Ho capito che è arrivata nella mia vita. L’ho capito dalla forza, dalla potenza del desiderio che ho provato all’improvviso verso il mio ex. Non un desiderio amoroso, sano, bensì il desiderio di odiarlo, di arrabbiarmi con lui e di fargli del male. Se solo fossi capace di dare sfogo al marasma di emozioni che mi rivolta cuore, stomaco, e probabilmente anche cervello… beh, se solo potessi farlo, voi non stareste leggendo queste pagine. Avreste sentito parlare di me al telegiornale, il mio nome coinvolto in qualche torbido delitto passionale estivo. Mi sembra di sentire i titoli alla tv: “Insospettabile signora per  bene coinvolta in un truce assassinio: irriconoscibile il corpo del marito”, o cose del genere. Forse, nella mia personalità c’è un nucleo da serial-killer… Vorrei essere capace di desiderare di graffiarlo, morderlo, strapparlo a pezzi a dentate, lacerarlo e tagliarlo con un coltello da caccia… o con un falcetto, meglio ancora, minuto, affilato, maneggevole, adatto alle mie mani piccole, e lasciare le sue parti più tenere in balia dei corvi e delle bestie urbane… I coglioni, soprattutto, quei maledetti… Vorrei desiderare di farlo soffrire come ha fatto lui con me… Non so che gli farei… Ma non faccio nulla. Mi limito a guardare dritto in avanti, senza riuscire a provare nulla, eccetto un grandissimo dispiacere fisso e ingombrante, che mi pesa e mi gela il petto come un enorme blocco di ghiaccio nero.
Ecco perché Lilith. Lei è venuta per scuotermi, per spingermi a reagire, per portarmi dove prima d’ora non ho mai osato andare.
Sul bordo del precipizio ci sono altri faggi molto belli. Non vecchi, avranno forse venti,  trent’anni, sono snelli e flessuosi. Mi piace guardarne la cima, guardare come il vento scompiglia le foglie e come i rami più alti si piegano, al soffio… e mentre mi perdo in quel verde, mi accorgo che non si tratta di una corrente d’aria: è un lungo, potente respiro, a muoverli…
Lilith è qui.
La immagino come una grande donna cieca che si muove a tentoni nel buio, cercando… e d’improvviso le sue immense ali nere si aprono e si alza il vento…
Nella mia vita, lei ha il volto e le fattezze di Lyssa.

La memoria del grano

È l’ultimissima cosa che ho scritto. Uscirà prossimamente su Bacchanale. Ormai conosco i “sintomi” dell’ispirazione. Per scrivere “La memoria del grano” mi è venuto un gran mal di testa. Dopo, mi sono messa in ascolto e ho detto alla protagonista della mia futura storia: “Allora com’è che ti chiami tu? “Ma…”… “Ma…”… “Maddalena…?” No! Non ti chiami “Maddalena”! “Ma…” “Ma…” “Margherita”!”. Margherita è una mugnaia. Il suo problema è che ha delle cose da dire, perché non è mai stata ascoltata da nessuno e non si conosce tutta la verità su quello che le è accaduto, se ne conosce solo una parte. Lei chiede giustizia. Vuole che si sappia la verità.
…Devi sapere che mi regalarono “Il Vangelo di Aradia” diverso tempo fa, ma pensai che fosse un regalo assurdo per me e lo misi via senza leggerlo. Un giorno mio marito mi dice “andiamo al lago” e non avendo libri da portare presi questo libro dove in pratica c’è una specie di filastrocca che parla di “lucciole e del pane del re”. M’è venuto un brivido e mi son detta: “cavolo, ‘sta qua è una filastrocca che mi raccontava mia mamma quand’ero piccola!”. Allora comincio a leggere e da lì è nato anche il bisogno di fare qualche ricerca sui processi per stregoneria. Contemporaneamente parlavo con Ottavio Adriano Spinelli e gli raccontavo le cose che mi stavano succedendo durante la scrittura di questo testo, e lui poeticamente mi disse “eh cara, ti si sta risvegliando la memoria del grano”. È da qui che viene il titolo del testo.
Il racconto è strutturato sottoforma di verbale di processo. È il processo a Margherita, mugnaia denunciata dal marito per supposta stregoneria. Attraverso le risposte che lei dà all’inquisitore è possibile capire cosa accadeva durante i suoi convegni col demonio (che è presentato come un violinista). Quando lei lo sente suonare il violino, gli corre incontro. È un richiamo irresistibile. È interessante notare che anche se è sotto tortura, lei non soffre poiché il “violinista” la droga con delle erbe, alleviandole i dolori. Così rimane solo l’aspetto poetico, la narrazione dei convegni tra la mugnaia e il “violinista”.
Spero un giorno di riuscire a metterlo in forma di copione per una rappresentazione teatrale.

E tu, Margherita, piccola mia, riesci a sentirmi? Riesci a sentire la mia voce, nonostante sia passato tanto tempo e io sia troppo lontana? È difficile, lo so… La mia voce, nessuno la sente più… questo mi fa stare male, capisci? Nessuno sa più nulla di me, né sa quello che mi accadde… Le faville di me salirono nel buio e io entrai per sempre nel nulla, insieme alle altre faville… Nessuno mi aveva vista, nessuno mi aveva sentita, nessuno sapeva che ero passata di qui. Non era accaduto nulla. Nulla.
Certo, ora intuisci, forse, perché lo seguii… Lui era riuscito a sentirmi, come sono io, proprio come sono; in qualche modo mi aveva riconosciuta: come potevo non essere sua?
“E tu, che odore hai?” mi chiedeva a volte, quando prevaleva in lui la parte di bambino. Aveva un fiuto straordinario. Mi sentiva da lontano, da molto lontano. Allo stesso modo in cui io sentivo la sua musica quando mi suonava. Dico “mi suonava”, perché lui suonava esattamente quello che ero. Quel suono io non lo udivo con gli orecchi: lo sentivo in un altro modo, non saprei spiegare quale. Era come se il sangue cominciasse a scorrere più velocemente e io avessi all’improvviso bisogno di alzarmi in piedi, saltare, correre fuori… Mia madre mi guardava di sottecchi ma non diceva nulla; eppure, mi pare di ricordare il lampo di un sorriso, nei suo occhi chini sulla tela…
“Che ti ha preso, figlia?” mi diceva, “ti ha morso la madre del ragno?” Mi ronzavano le orecchie e mi girava la testa, mi mancava l’aria e mi veniva da piangere e dovevo correr via, fuori.
Lui mi ha sempre trovata.
C’erano momenti in cui pensava che fossi proprio uguale a lui: quando si lasciava rapire da questa illusione si inteneriva. Ma accadeva raramente.
Non era di questo mondo. Io invece sì. Ecco perché io sono morta e lui no.
Se sfogli gli atti del processo, se cerchi di ricostruire la mia storia, forse riuscirai a ricostruirne una parte, ma ti mancherà sempre la fine. E’ per questo che ti sto parlando… Il dolore che senti, questo male nel cuore e nella testa così forte che ti sembra di impazzire, sono io. È il mio silenzio, le parole che non hanno ascoltato, che non hanno sentito… Le cose che non hanno trascritto e che mi avrebbero salvata se loro avessero saputo veramente di cosa stavo parlando. E’ il mio silenzio a urlare, a fare male…
Lui era cattivo seme. Guardati, Margherita, da quegli esseri. La libertà che ti portano ha un sapore terribile che non ti lascia più. Tendevo costantemente a lui che non c’era mai, che quando venne mi oscurò, che non mi resse, che non mi governò perché lui è il contrario della Legge che tutti conosciamo… Chi mi affidò a lui non conosceva la pietà. Davvero, non sapeva cosa fosse… Al centro di me, dove non c’è più nulla, c’era, terribile, lui. Tutto quello che non mi disse, tutto quello che non faceva per me, tutto quello che non faceva con me, tutto quello che non può essere: questo, tutto questo fu il nostro non amore, il motivo della mia morte.
Fu un rogo. Ma non furono loro a bruciarmi. Fui io, a gettarmi tra le fiamme: avrei potuto dirgli di no e non l’ho fatto.


IL TEATRO

Le sirene

Questo testo è uscito in due parti, sui numeri Caos e Il cammino dell’eroe di Bacchanale. È la storia di Arianna: del suo abbandono da parte di Teseo e della sua rinascita grazie a Dioniso, che la trasforma in Dea. Qui è interessante, secondo me, la descrizione delle forme del dolore che può provare un essere umano quando viene abbandonato, lasciato, o respinto da chi ama. È nato come racconto, ma ora è un copione teatrale e sia gli attori maschili che femminili mi hanno detto di aver sofferto in egual misura durante la lettura e lo studio del copione, poiché è lancinante. Per scriverlo, sono andata fin dentro al dolore, quello proprio brutto, che porta alla follia, quel dolore che ti fa pregare di morire per non stare più male.

Per giorni e giorni e giorni, la mia casa è stata tra le labbra e il bicchiere, tra le corde e le dita, tra la mano e la guancia. Per giorni e giorni, ho vissuto per ciò che non avevo. Ho vissuto di desiderio ardente, e per me, desiderare era l’unica prova della mia esistenza. I petali dei papaveri rossi sono stati le falde della mia gonna, il loro lattice amaro la mia velenosa bevanda per non pensare. Ma come si può non pensare a ciò che è tatuato, marchiato a fuoco sull’anima? Non credo a chi dice che il dolore si dimentica. Non credeteci neppure voi. E’ falso.  Ci sono stati giorni in cui mi chiedevo se ero viva. Ora so che, in effetti, non lo ero. Ero una di quegli esseri di confine con un corpo, una forma e una parvenza umana, a cui degli umani manca l’anima. La mia anima era lontana da me, strappata chissà quando, così tanto tempo fa e in maniera così terribile che mi è impossibile ricordarlo. A volte il dolore è così forte da sbalzarti lontano, fuori da te, per non morirne. Non è detto che vi sia ritorno. Così, per sentirmi viva avevo bisogno degli altri. Avevo bisogno di avere sempre qualcuno, intorno, da legare a me, da ammaliare, da succhiare, e di nutrirmi dell’esistenza degli altri per essere ancorata alla realtà.[…]Il filo che teneva legata l’anima al corpo si è staccato, divenendo il cappio in cui strozziamo coloro che diciamo di amare, mentre li illudiamo che sia il filo da seguire per uscire da un tragico intrigo. Quelli come me affascinano gli umani. Di noi, li attrae la nostra capacità di andare oltre a ciò che è reale e definito. Non ha importanza come ci abbiano descritti, con i nomi più favolosi e gli aspetti più strani… Ciò che la gente ama, di noi, è la nostra non forma di creature di confine. Il nostro pericoloso sostare sul baratro, sul limite, sull’orlo dell’abisso, o del burrone

Un thè con Eva

O

Anche questo nasce come racconto ma poi l’ho adattato come copione teatrale. Ne è uscita una commedia molto glamour, molto effervescente, dal sapore “swing”. Infatti il mio sogno sarebbe di trasformarla in musical. Anche qui ho parlato di una amicizia al femminile, questa volta tra Eva (quella del mito cristiano) e una ragazza dei giorni d’oggi.
L’ispirazione mi è venuta un giorno che sono andata al lavoro ed ero un po’ a terra. Una mia collega vedendomi così giù, mi ha abbracciata e mi ha portata a prendere un caffè. Di quell’episodio ricordo la “morbidezza”, specialmente della voce della mia collega. Ho sentito una specie di forma di “cura”, da parte sua: un po’ come se un femminile “sano” (che nel racconto è il femminile originario, rappresentato da Eva) si stesse prendendo cura di un femminile “dolente” (la ragazza infelice). La causa di dolore è data dal fatto che la ragazza, assolutamente goffa e priva di fascino, è innamorata senza speranza. Ma Eva le insegna a scoprire la bellezza che ha dentro e a portarla fuori. È così che poi la ragazza diventa affascinante e conquista l’amore. Il messaggio che ho voluto dare qui, di fondo, è che sei bella non tanto quando rientri in determinati stereotipi, ma quando sei in armonia e in relazione con te stessa. Anzi, ancora una volta, quando fai ciò per cui sei venuta al mondo, quando fai ciò che sei.

“Sei triste, oggi.”
La voce di Eva era simile al ronzio delle api e profumava di miele. Mi accarezzò con le belle mani di colomba. Alzai gli occhi verso di lei e mi sembrava come sempre di guardare il sole, tanto era luminosa.
Il motivo della mia tristezza la turbò e cambiò di scatto umore.
“Dunque ti respinge?” disse, e le sue parole tuonarono nell’aria carica di elettricità come un temporale in arrivo.
Sa essere crudele e cupa come il peggiore dei temporali, la più terribile delle catastrofi.
Non c’è niente che possa offenderla più di un rifiuto verso l’amore.

“Peggio… Non mi guarda nemmeno.”
Eva tornò a sorridere, e sembrò che il sole fosse riapparso tra le nere nubi della tempesta. Anche il cielo di fuori si schiarì, oltre le tende che proteggevano, discrete, la vetrata, dal corso su cui si affacciava la pasticceria.
Assaggiò un pasticcino.
“Di che cosa mi hai detto che si occupa, tesoro?”
“E’ un chimico.”
Socchiuse gli occhi, mentre il bocconcino si scioglieva sulla lingua. Pensava alle mani del pasticcere e al suo profumo di vaniglia e biscotti. Quei “Morsi di cioccolato e mandorle” li aveva preparati la mattina stessa apposta per lei. Ogni tanto, ora, faceva capolino da dietro la tenda arancio che separava il locale dal laboratorio.
Eva sospirò.
“Ah, già… Nostra signora la “Scienza”… La più grande favola dopo la Bibbia…”
Anch’io sorrisi.
“Gli scienziati sono sempre insicuri. Vogliono controllare e verificare, verificare e controllare… Non si fidano mai. Non hanno trovato le prove della mia esistenza e questo, secondo loro, basterebbe a dimostrare che io non sono mai esistita! Cercano “le ossa”… ! Le ossa, capisci?”
Nel dirmi questo si infiammò e diventò più bella che mai.
“Ma guardami… Ti sembro uno scheletro, io?” Addentò un altro pasticcino, questa volta con aria contrita.
“E poi dicono che sono un’invenzione religiosa… Credimi cara, la religione avrebbe fatto volentieri a meno di me, se solo avesse potuto…”
“Beh, io non sono esattamente uno schianto di donna…” azzardai. “Perché un ragazzo così bello dovrebbe guardare proprio me? Andiamo, su, Eva, siamo realisti… Guardami… Sono brutta.”
“Questo non è un problema. Vedi, la Bellezza è raramente intuibile perché è pura. Solo eccezionalmente coincide con la grazia dell’intuizione e di un’apparizione. Nella maggior parte dei casi va appresa e mediata,  perché sono pochi coloro che hanno la capacità di percepirla appieno nell’immediato suo manifestarsi.”
“Ma che cos’è precisamente? In che cosa consiste?” chiesi io.
“E’ difficile da spiegare. La Bellezza non è qualcosa che si spiega, è qualcosa che si sente…” Rimase in silenzio per qualche istante.
All’improvviso di nuovo seria.
Grave.
Pallida.
Era davvero raro vederla così. Intuivo che, in risposta alla mia domanda, nel suo cuore passava ora qualcosa che la coinvolgeva profondamente.
“Sai che cosa è davvero Bellezza? Ciò che ti allontana dal dolore. Ciò che ti allontana dalla paura…” Giocherellò per qualche lungo istante con gli orli del tovagliolino, gli occhi bassi, un gomito appoggiato al tavolino e la mano premuta contro lo stomaco.
Un lungo istante durante il quale non riuscii a distogliere lo sguardo dal suo viso, toccata dall’intensità della sua espressione. Deve averlo conosciuto bene, il dolore. Deve aver conosciuto bene la paura, l’umiliazione, la vergogna, il rifiuto, la maldicenza, e tutte le cattiverie di cui noi esseri umani siamo capaci. Deve averne provate sulla sua pelle, questa donna bella e fine, e piena di calore, e così particolare e probabilmente così perfetta da essere stata creata come prototipo per tutte le altre.
Ma subito dopo era già “oltre”. Era una delle sue caratteristiche più belle: non si fermava mai troppo né per autocompiacersi né per autocompiangersi

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