Klaus Nomi e l’inesperibile di Rilke


Capita di imbattersi in video che pensi siano soliti.
Poi, noti che, a parte il poeta, il grande poeta che già conosci, esiste in quel video, una recitazione nella recitazione, una melodia che fa della recitazione e del testo della poesia un capolavoro di espressività, con in aggiunta un testo proprio. Mi riferisco a Rainer Maria Rilke e la sua “Esperienza della morte” e a Klaus Nomi che interpreta la “Cold Song”, tratta dal King Arthur di Henry Purcell.

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Meshes of the Afternoon


Meshes of the Afternoon, lavoro non-narrativo del 1943,  è stato definito un esempio di “trance film”, nel quale la protagonista appare in uno stato surreale  e la cinepresa è lo strumento capace di mettere a fuoco la sua soggettività.

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Realizzato da Maya Deren (1917–1961) in collaborazione col marito Alexander Hammid, questo cortometraggio compare dal 1990 nel National Film Registry, l’archivio di film preservati,  ed è quindi da considerare come “film culturalmente, storicamente o esteticamente significativo”.
Meshes of the Afternoon ha ispirato i primi film di Kenneth Anger, Stan Brakhage, e altri importanti produttori del cinema d’avanguardia. Nel cortometraggio,  girato da Hammid, importante produttore di documentari e cineoperatore in Europa, con pochissimi mezzi e usando una cinepresa Bolex 16mm di seconda mano, si fa un uso sorprendente di tecniche cinematografiche come il montaggio e gli scatti opachi, l’esposizione multipla, il taglio, la sovrapposizione, il rallentamento delle scene, l’uso di spazi discontinui, abbandonando le nozioni di spazio fisico e tempo, con l’abilità di volgere la visione delle cose come in un flusso di coscienza.

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La figura centrale in Meshes of the Afternoon è una giovane donna, interpretata da Deren, sulle tracce di una misteriosa figura che si allontana, entra nella propria casa e si addormenta. In seguito la scena si ripete tre volte, moltiplicando le figure della protagonista. La donna insegue ora un’inquietante figura coperta da un mantello, con uno specchio al posto del viso, mentre nel finale compare anche una figura maschile, interpretata da Hammid. Oggetti simbolici, come una chiave e un coltello, compaiono in tutto il film; gli eventi sono indeterminati e interrotti.  Deren ha spiegato che lei voleva” inserire nel film il sentimento che una persona prova  in conseguenza di un incidente, piuttosto che registrare l’incidente accuratamente”. La donna in armonia con il suo inconscio, è  intrappolata in una rete di sogni che si traducono in realtà. Nel film si sente l’influenza che la lettura del The tibetan book of Dead ha esercitato sulla Deren, tanto da  determinare molte delle scelte stilistiche di Meshes of the Afternoon, come la famosa figura in nero con il volto di specchio o la “doppia soggettiva” dello specchio con Hammid. Infatti, l’osservare il mondo attraverso la realtà filtrata dello specchio, realtà e sua rappresentazione, è nota pratica buddhista di depersonalizzazione.

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Deren  si allontana dalla trama per mostrarci il suo punto di vista:  “Un film dovrebbe essere come una poesia, una ferita profonda di immagini atta a scandagliare  un umore  o a mostrarci le stranezze del mondo che ci circonda” e sembra voler dar ragione a Orson Welles quando asseriva che: “Il cinema è un nastro di sogni”

Un film è così usato come mezzo artistico piuttosto che veicolo per stelle del cinema, o storie o azioni. Deren sembra voler rifarsi alla prima avanguardia europea di  produttori cinematografici come  Germaine Dulac,  il quale credeva che un film sembrava più ad una forma astratta piuttosto che emozionale di musica. L’indagine psicologica dell’inconscio femminile rigetta esplicitamente la forma lineare del teatro e della letteratura in favore del  modello non-narrativo offerto dalla pittura, dalla musica, dalla scultura e dalla poesia.

Ma chi è Maya Deren?

Maya Deren è il nome d’arte di Eleanora Derenkovskaja, nata a Kiev nel 1917, pochi mesi prima dello scoppio della rivoluzione d’Ottobre, in una famiglia ebrea benestante. Il padre era discepolo di Pavlov e svolgeva la sua attività di psichiatra in chiave comportamentista. Molti sono i rimandi psicoanalitici che affiorano nelle opere di Maya Deren che, lei stessa,  definisce influenze paterne.
I Derenkovskij lasciano l’Unione Sovietica per timore di rappresaglie antisemite e per le simpatie trotskijste del padre. Si trasferiscono negli Stati Uniti, dove ottennero la cittadinanza statunitense nel 1928, adottando il cognome di Deren.
Alla Syracuse University, Maya studia giornalismo e scienze politiche e da subito inizia a frequentare i movimenti socialisti newyorkesi, sviluppando forti convinzioni femministe, e ad interessarsi al surrealismo francese. Contemporaneamente, si dedica alla danza e più tardi alla pratica Vudù che con il tempo si trasformò in una vera e propria adesione ai principi spirituali di questa religione. Ad Haiti, Deren partecipa attivamente alle cerimonie e le viene assegnato uno spirito guida, identificato nella dea dell’amore, Erzulie.
Tornata a New York, Deren prese a condurre una vita piuttosto precaria e la sua morte prematura si suppone sia stata dovuta allo stato di debilitazione in cui si trovava. Infatti, pare che la Darren, prima della morte, versasse in una grave situazione economica e di denutrizione e prostrazione psicologica dovute alle difficoltà incontrate durante la produzione dei suoi film, nonchè all’uso di psicofarmaci e amfetamine di cui era diventata dipendente.

 

Enza Armiento

Viaggio attraverso l’amore delle donne


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Lo scorso otto marzo, il Liceo “A.G. Roncalli” di Manfredonia ha realizzato uno spettacolo dal titolo “Ti amo” e sottotitolo : “Viaggio attraverso l’amore delle donne”. In tale occasione si è voluto abbinare dolore e gioia, da “Posto occupato”, per quel “Ti amo da morire”, alla comunemente conosciuta “festa della donna”. Le due ricorrenze a testimoniare la funzione della memoria come richiesta di affermazione del diritto per tutte le donne, che diventino protagoniste attive e non prigioniere di amori malati.


Posto occupato, così come l’hanno definito gli ideatori del progetto “È un gesto concreto dedicato a tutte le donne vittime di violenza. Ciascuna di quelle donne, prima che un marito, un ex, un amante, uno sconosciuto decidesse di porre fine alla sua vita, occupava un posto a teatro, sul tram, a scuola, in metropolitana, nella società. Questo posto vogliamo riservarlo a loro, affinché la quotidianità non lo sommerga”
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Ti confesso Sylvia Plath


2Sylvia Plath è stata, di sicuro, una delle più grandi voci poetiche del novecento anglofono. Quando, all’età di trent’anni, decise di togliersi la vita, era già conosciuta nell’ambiente letterario e molti lettori vedevano nei suoi singolari versi il tentativo di mettere a nudo la propria disperazione, le emozioni violente, l’ossessione della morte.
Joyce Carol Oates così la definisce nel New York Times Book Review: “One of the most celebrated and controversial of postwar poets” (Una delle più controverse figure poetiche del dopoguerra)
Assieme ad Anne Sexton, Sylvia Plath contribuisce allo sviluppo del genere della poesia confessionale, iniziato da Robert Lowell e William De Witt Snodgrass, negli Stati Uniti, negli anni Cinquanta e Sessanta.
I poeti definiti confessionalisti si ispirano al proprio vissuto personale, spesso sede di loro traumi, e ne fanno centro di esplorazione, fonte di intensità per i loro testi.
Da loro discende l’arte del monologo drammatico di Florence Anthony, la cui visione poetica e i monologhi drammatici gelidi e taglienti hanno dato voce a emarginati, spesso poveri e abusati.
Subito dopo la sua morte, arrivano per la Plath i riconoscimenti critici, l’attenzione sempre più ampia e una sorte di culto, accanto ad una vera e propria caccia all’inedito.
3La campana di vetro”, The Bell Jar, pubblicato nel 1963 un mese prima della sua morte, e “Johnny Panic e la Bibbia dei Sogni”, sono tra le sue opere più importanti, benchè lei stessa fosse più concentrata a ricamarsi il ruolo di poetessa che di narratrice.
La campana di vetro”, scritta sotto lo pseudonimo di Victoria Lucas, è l’opera più matura dell’autrice. Fu pubblicata un mese prima della sua morte, quando la scrittrice preparò due fette di pane e burro e due tazze di latte per i bambini prima di sigillare porte e finestre e infilare la testa nel forno a gas. Tutte le altre opere sono postume, con l’eccezione della raccolta di versi The Colossus (Il Colosso), apparsa a Londra nel ’60 e a New York nel ’62.
Nella campana di vetro e in larga misura in tutta la sua poesia, la Plath esercita fin dall’inizio la capacità di analisi di sé, lo scandaglio di un’autocoscienza che la induce ad una continua esplorazione fondamentale e lucidamente tormentata. Certo, la sua indagine sulla natura e sull’individuo riflette un senso costante di solitudine e la minaccia reiterata dello estraniamento; nondimeno, la rappresentazione affonda nella realtà quotidiana.
E’ il caso dell’evocazione della fanciullezza e dell’adolescenza nelle sue varie facce. Si pensi a uno dei suoi racconti più significativi, Ocean 1212-W.
Il paesaggio della mia infanzia non è stato la terra ma la fine della terra: le mobili colline fredde e salate dell’atlantico. A volte penso che l’immagine del mare sia la cosa più netta e sicura che possiedo. la raccolgo, esule quale sono, come i sassi “portafortuna” di cui facevo collezione da piccola, viola con un anello bianco tutto intorno, o come il guscio blu di una cozza con l’interno iridato che sembra l’unghia di un angelo; e sotto l’onda del ricordo i colori diventano più intensi e splendenti, il mondo dell’inizio respira. il respiro, è questa la prima cosa. Qualcosa respira. sono io? È mia madre? no, è qualcos’altro, qualcosa di più vasto, più lontano, più grave, più stanco. dietro le palpebre chiuse, mi lascio galleggiare; sono un piccolo marinaio, che assaggia il tempo che farà: colpi di maglio contro il muro frangiflutti, una mitragliata di spruzzi sui valorosi gerani di mia madre, o l’ipnotico sciabordio di una pozza lasciata dalla marea, simile a uno specchio; ai bordi, l’acqua smuove pigramente, delicatamente, i sassolini di quarzo, una dama che accarezza i gioielli. poteva esserci un sibilo di pioggia contro il vetro della finestra, o un vento che sospirando suonava le assi della casa come tasti di un pianoforte. Io non mi lasciavo ingannare. Il pulsare materno del mare si faceva beffe di tali contraffazioni. Come una donna scaltra, molto nascondeva; aveva molte facce, molti veli, delicati, terribili. Parlava di miracoli e di lontananze; se sapeva corteggiare, sapeva anche uccidere.”
E più oltre:
Il respiro del mare, dunque. E poi, le sue luci. Che fosse un gigantesco radioso animale? perfino a occhi chiusi sentivo i riflessi luccicanti dei suoi specchi muoversi come ragni sulle palpebre. giacevo in una culla acquea, e bagliori marini, trovate le fessure degli avvolgibili verde scuro, giocavano e danzavano, oppure sostavano tremolando appena
Così, Ocean 1212-W rappresenta il rito di passaggio, dall’infanzia alla scoperta del sé, dall’esistenza alla poesia. L’incontro con l’oceano è il sigillo dell’infanzia, la morte del padre. Le onde, i movimenti marini, riflettono la dialettica padre-madre, la superano e traghettano la poetessa verso la sua identità di donna e poeta. La madre diviene il movimento dell’acqua, il padre il fondale che sostiene l’acqua, il punto stabile, il letto dove dormono senza pace gli annegati. 4
In Full Fathom Five,  il padre assume i connotati di un dio nascosto e marino:
Per miglia
si stendono i mannelli a raggiera
dei tuoi capelli sparsi, nelle cui matasse increspate
annodato, impigliato, sopravvive
l’antico mito di origini
inimmaginabili


…sebbene da quei segni di morte, sedimentati sul fondo, trae forza.

Dalla vita in giù, forse tu attorci
un unico viluppo labirintico
per radicarti a fondo tra falangi, tibie,
teschi

Ed ancora:

Come si aggrappano a noi sempre e ovunque, come
li abbiamo incrostati addosso questi morti!” – All the Dead Dears
I morti non hanno mai pace” direbbe Sylvia Plath “ riaccendono costantemente il loro dramma nei vivi
un dio gelido, un dio delle ombre
che sale dai suoi neri abissi” – Ouija

L’acqua, la mente, la rinascita che comporta l’oltrepassare la morte: la vittoria sull’immobilità. In quest’ottica ha grande importanza Poem for a Birthday, un poemetto diviso in sette sezioni, ambientato nel mese di ottobre, stagione della semina, dell’inverno che avanza, del buio, di ciò che verrà seppellito sotto la coltre del gelo e del freddo.

The month of flowering’s finished. The fruit’s in,
Eaten or rotten. I am all mouth.
October’s the month for storage.
The shed’s fusty as a mummy’s stomach:
Old tools, handles and rusty tusks.
I am at home here among the dead heads.

Il mese della fioritura è finito. Il frutto è colto
mangiato o marcito. Io sono tutta bocca.
e Ottobre, il mese dell’accumulo
Il capanno sa di muffa come lo stomaco di una mamma:
strumenti vecchi, maniglie e zanne.
Qui sono a casa tra le teste dei morti.

L’atmosfera annuncia il deperimento, le immagini teriomorfe e più in là:
Let me sit in a flowerpot,
The spiders won’t notice.
My heart is a stopped geranium.
If only the wind would leave my lungs alone.
………..
O the beauty of usage!
The orange pumpkins have no eyes.
These halls are full of women who think they are birds.

This is a dull school.
I am a root, a stone, an owl pellet,
Without dreams of any sort.

Fatemi sedere in un vaso
il ragno non se ne accorgerà
Il mio cuore è un geranio addormentato
se solo il vento non disturbasse i miei polmoni
……….
Oh, bellezza dell’usato
Le zucche non hanno occhi
Le sale piene di donne che si credono uccelli
Questa scuola è stupida
E io ne sono la radice, la pietra, il bolo del gufo
Senza più sogni di alcun tipo

 

L’unica preghiera è a sua madre:
Mother, you are the one mouth
I would be a tongue to. Mother of otherness
Eat me.

Madre, tu sei l’unica bocca
di cui vorrei essere lingua. Madre dell’alterità,
mangiami.

In questi versi abbiamo la dissacrazione dell’essere della poetessa, l’invito, rivolto alla madre, ad un atto di cannibalismo, un ritorno all’utero che protegge e nutre, al buio per una luce diversa (?)
La poesia di Sylvia Plath sa essere poesia alchemica e se qui troviamo la voglia di morte della materia, in altri versi non mancherà l’esistenza che si svela con il tempo e il sangue, mentre il tumulto della vita sarà inevitabile e al rosso dei tulipani si opporrà sempre un bianco, la resurrezione.

I tulipani sono troppo eccitabili, e’ inverno qui,
guarda quanto ogni cosa sia bianca, quieta e innevata.
Imparo la pace, mentre si posa quieta a me vicina
come la luce su questi muri bianchi, questo letto, queste mani.
Non sono nessuno; niente a che fare con le esplosioni.
Ho dato il mio nome e i vestiti alle infermiere
la mia storia all’anestesista e il mio corpo ai chirurghi.

Hanno appoggiato la mia testa tra cuscino e bordo del lenzuolo
come un occhio fra palpebre bianche che non si chiuderanno.
Stupida pupilla, di tutto deve fare incetta.
Le infermiere passano e ripassano, non disturbano,
passano come i gabbiani verso terra nelle loro cuffie bianche,
facendo cose con le mani, uguali l’una all’altra,
cosi’ che e’ impossibile dire quante siano.
……………
Non volevo fiori, volevo soltanto
sdraiarmi a palme in su completamente vuota.
Come si sia liberi, non avete idea quanto liberi –
la pace e’ cosi’ grande che abbaglia,
non chiede nulla, un’etichetta col nome, qualche bazzecola.
Con questa, alla fine, chiudono i morti; li immagino
masticarsela come un’ostia da Comunione.

I tulipani sono troppo rossi in primo luogo, mi feriscono.

Questa poesia, I Tulipani, fu ispirata dall’esperienza ospedaliera, conseguente ad un ricovero, che Sylvia Plath subì per essere sottoposta ad una brutta appendicectomia. La compose quasi a voler scrivere una lettera urgente. Da allora in poi tutte le sue poesie furono scritte in questo modo e il tempo che le restò da vivere non fu esagerato.
La perfezione sarebbe arrivata presto, troppo presto.

Nel suo ultimo testo testamento, Edge, orlo, limite, punto estremo e pericoloso di approdo, ma anche forse di un inizio diverso, di una rinascita perseguita in tutta la sua poesia ed ora urgente, la scelta improrogabile disperata: il suicidio.

La donna ora è perfetta
Il suo corpo

morto ha il sorriso della compiutezza,
l’illusione di una necessità greca

fluisce nei volumi della sua toga,
i suoi piedi

nudi sembrano dire:
Siamo arrivati fin qui, è finita.

I bambini morti si sono acciambellati,
ciascuno, bianco serpente,

presso la sua piccola brocca di latte, ora vuota.
Lei li ha raccolti

di nuovo nel suo corpo come i petali
di una rosa si chiudono quando il giardino

s’irrigidisce e sanguinano i profumi
dalle dolci gole profonde del fiore notturno.

La luna, spettatrice nel suo cappuccio d’osso,
non ha motivo di essere triste.

E’ abituata a queste cose.
I suoi neri crepitano e tirano.

Un suicidio annunciato in Lady Lazarus, poesia indirizzata ad una persona sconosciuta, forse a se stessa, il cui inizio dirompente non lascia spazio a interpretazioni, tanto brutale e diretta nel suo significato.

I have done it again – L’ho rifatto.

Una morte da cui risorge per poi considerarsi Lazarus “ a walking miracle” un miracolo ambulante. Ma chi è il nemico?

Via il drappo,
O mio nemico!
Faccio forse paura? –
Il naso, le occhiaie, la chiostra dei denti?
Il fiato puzzolente
In un giorno svanirà.

Presto, ben presto la carne
Che il sepolcro ha mangiato si sarà
Abituata a me
E io sarò una donna che sorride.
Non ho che trent’anni.
E come il gatto ho nove vite da morire.
Questa è la numero tre.

Lady Lazarus” non è una poesia confessionale scritta con l’intento di comunicare sentimenti deprimenti, ma è soprattutto una denuncia contro la potenza della figura maschile che usurpa la creatività delle donne e che lei contrasterà con la sua rinascita. Lady Lazarus sa che “Herr Doktor” reclamerà il suo corpo e i suoi resti, dopo averla condotta al suicidio, ma nonostante ciò lei risorgerà e mangerà uomini come fossero aria di vento.

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Eh sì, Herr Doktor.

Eh sì, Herr Nemico.

Sono il vostro opus magnum.

Sono il vostro gioiello,

Creatura d’oro puro

Che a uno strillo si liquefà.

Io mi rigiro e brucio.

Non crediate che io sottovaluti le vostre ansietà.

Cenere, cenere –

Voi attizzate e frugate.

Carne, ossa, non ne trovate –

Un pezzo di sapone,

Una fede nuziale,

Una protesi dentale.

Herr dio, Herr Lucifero,

Attento.

Attento.

Dalla cenere io rivengo

Con le mie rosse chiome

E mangio uomini come aria di vento.

L’immagine dell’olocausto: “Herr Dokter”, “Herr Enemy”,”Herr God”, “Herr Lucifer”, “Nazi lampshade”, “Jew linen”. Ma i tedeschi che ignorarono l’olocausto non sono diversi dalla folla

La folla sgranocchiante noccioline

Si accalca per vedere

Che mi sbendano mano e piede

Quasi un rimprovero ai crudeli umani che non si assumono l’infelicità l’uno dell’altro, un esplorare, un urlo di vita e non semplicemente un mostrare arte nella morte.

Londra, 11 febbraio 1963. Fine!

 

La poesia di Fernando Lena


fernando1Fernando Lena è nato a Comiso in Sicilia nel 1969. Diplomato all’istituto d’arte, vive e lavora nella stessa città. Ha pubblicato diversi libri di poesia, il primo risale al 1995 dal titolo “E’ vola via“, Libro italiano edizioni. Dopo alcune plaquet, a distanza di dieci anni, ha pubblicato prima una silloge ispirata da otto tele del pittore Piero Guccione (omaggio per i suoi settant’anni) edito dalla Archilibri di Comiso, poi con la medesima casa editrice, un libro più corposo: “Nel Rigore di una Memoria Infetta“, dal quale è stato tratto uno spettacolo itinerante dal titolo “La smorfia Crudele di un Bambino“. L’ultimo suo libro fa parte della collana del prestigioso cenacolo letterario di Pisa “I Quaderni Dell’Ussero“, un poemetto dal titolo “La Quiete dei Respiri Fondati” Edizioni Puntoacapo Editrice, recensito in blog come Compitu Re Vivi di Sebastiano Aglieco, Mosche in bottiglia di Giuseppe Grattacaso, Blanc de ta Nuque di Stefano Guglielmin ed altri. Suoi testi inediti sono risultati finalisti o hanno vinto premi come il Mario Luzi, premio Astrolabio, premio Torre Dell’Orologio, premio Tivoli Europa Giovani ecc.
Diverse sue poesie sono presenti in blog come Lirici Greci, Larosainpiù, Alle Volte di Leucade. Ha partecipato a diversi reading ed è stato ospite di festival come quello della “Follia” a Torino, “Congiunzioni” a Spinea (Ve), o al premio “La Balena Di Ghiaccio” a Capo D’Orlando. Attualmente ha in preparazione due libri: uno di arte, in collaborazione con un artista grafico e una raccolta poetica, in collaborazione con un altro poeta.

Fernando, come ti sei avvicinato alla poesia?


Il mio approccio con la poesia è avvenuto nel periodo in cui ho iniziato a frequentare l’istituto d’Arte di Comiso, ma più che poesie erano brevi prose intimiste ispirate dal mio amore per la musica che in quegli anni offrivano diversi generi che hanno influito sul mio modo di scrivere. Di pari passo alla scrittura è iniziato il mio viaggio con gli eccessi, culminato, qualche anno dopo, con l’esperienza dell’eroina. Quindi, anche quello che scrivevo era influenzato dal mio sguardo lisergico poco lucido. Quei testi, poi,  ho tradotto in canzoni per band di amici, ma non avevo ancora focalizzato la scrittura come vera passione che limitavo alla creazione di gioielli, essendo io un orafo. Dopo alcune vicissitudini e una esperienza come orafo a Valenza Po’, ho azzerato tutto per rimanere in vita, poiché l’eroina stava seppellendomi.

Come sei uscito dalla droga?

Devo la mia vita a Don Pierino Gelmini. Sono stato ospite della sua comunità per 30 mesi. In quel periodo ho iniziato a capire che la sola parola amica che avevo avuto in tutti quegli anni era il verso. Lì ho maturato inconsciamente quello che poi sarebbe divenuto un libro “La quiete dei respiri fondati“. Appena uscito dalla comunità ho avuto l’opportunità di instaurare un rapporto intellettuale con Gesualdo Bufalino e la cerchia di ragazzi che ruotavano attorno alla fondazione da lui creata. Bufalino è stata la persona che mi ha più spronato a leggere, ma dopo esperienze esistenziali e sentimentali sbagliate mi sono ritrovato nuovamente nel tunnel della dipendenza e, quindi, ho mollato gli interessi culturali, cercando nuovamente di rimanere a galla. Ancora una volta mi è venuta in aiuto la poesia. Da questa esperienza è scaturito il libro edito nel 2004, grazie all’interesse dell’editore Salvatore Schembari, unico vero giovane che sia stato in contatto con G. Bufalino.

Quale libro senti più rappresentare la tua maturità poetica?

Nel rigore di una memoria infetta” più che rappresentare, ha confermato la mia vocazione poetica anche grazie all’interesse della Fermenti Editrice, nella veste di Elio Pecora, e dopo essere arrivato secondo al “Premio Tivoli Europa Giovani” sponsorizzato dalla rivista Poesia (Crocetti). Lì avrei potuto finalmente allacciare rapporti con poeti diventati ora importanti e curatori dei migliori blog in circolazione, ma trascinato dall’ombra del mio passato sono stato inghiottito dalla noia e dai soliti eccessi. Solo dopo la morte di mio padre, esattamente 10 anni, facendo seguito ad una promessa, ho cambiato totalmente il mio modo di vivere, anche grazie anche ad un sostegno psicologico che negli anni ha influenzato anche la mia scrittura.

Quali sono stati i tuoi maestri?

I miei primi “maestri” sono stati i cantautori americani, ma anche i poeti francesi, i cosiddetti maudit, da loro ho imparato la musicalità. In seguito, la prosa poetica di G.Bufalino, P. Paolo Pasolini e il suo “Poeta delle ceneri”, la scuola poetica ” Linea Lombarda” e qui il mio grande amore per G. Raboni che leggo continuamente. La mia poesia anche se è scritta in un epicentro rurale, isolano, ha sempre risentito dell’ influenza metropolitana, forse perché ho sempre pensato che il mio futuro dovesse avere il suo epilogo nel nord Italia, ma purtroppo certe vicissitudini mi hanno costretto a sopravvivere in Sicilia, certo terra bellissima, ma per me che ho conosciuto parte delle sue spigolature violente e incivili starci è un continuo ripiegamento sul passato.

Da cosa scaturisce il poemetto “La quiete dei respiri fondati”?

Due anni fa, dopo essermi classificato finalista al “Premio astrolabio di Pisa”, ho conosciuto la prof.ssa Serofilli che mi ha proposto di far parte della collana dei quaderni dell’Ussero e, allora, in appena due mesi ho composto il poemetto “La quiete dei respiri fondati“, pubblicato dalla casa editrice Puntoacapo.
Gli inediti sotto riportati, vogliono costituire la parte terminale del poemetto. Tracciano il percorso poetico di un addio o diciamo l’altro sguardo di chi sta per lasciare il caos inevitabile di un manicomio. Sempre mantenendo la tensione tra il prosastico e l’epigrammatico l’azione è segnata da un’ alternanza di voci, dove la lucidità si confronta ininterrottamente con la schizofrenia.

QUASI UNO SPROLOGO
manicomio di Aversa,ore 20.00

Questa volta il mondo me lo lascio dietro,
dietro a mura altissime
Lascio il tempo coltivato a mais,
Le zolle ferree,il fischio degli irrigatori. A quest’ora le benzodiazepine
Tengono in ostaggio i pazienti
E niente trattiene il buio come i viali
Niente come le arterie
Riesce a farsi calpestare dai fantasmi
Ormai troppi per un massacro
Durato un grido.
Con te la follia è un sole in sovrappeso,
Una giornata che si spezza
Per la fragilità dei ricordi.
Con te i padiglioni
Sono dialoghi serrati dall’elettroschoc
E non dovrebbero chiamarla violenza
La scarica che riporta all’origine
L’odore molecolare delle bestie.
Noi apparteniamo
Alla luce sfumata del rito
Solo quando il grafico innalza
Le percentuali della dipendenza:
Fottuti masochisti
Ci siamo infettati per non curarci
Con un raggio di sole.
(Vuole nascondersi nella valigia Italo
Anche solo per vagare
Qualche ora nella civiltà dei semafori
Carlo si china per l’ultimo mozzicone
Dopo fumerà le arterie rinsecchite
Ma la malinconia in certe ore è fumo
Che tocca le nuvole
Per ricadere febbricizzante nelle celle..)

I

Adesso l’autunno
Riporta le vene sui viali
E puoi riprenderti i pomeriggi con l’amore,
La regola mortale del preservativo
Prima di scivolare nell’imperativo del dolore.
Forse piove oppure
Sono smottamenti del tuo godere
Le precipitazioni..però
Siamo corpi decisi da un fiato lucido..

II

I fuochi d’artificio
Sopra l’agonia d’Aversa stasera
Li sfioro con un respiro di certezze,
Non tremano le ossa anche se
L’aria scheletrica dell’autunno
Scarnifica la felicità.
Prima che la memoria diventi
L’unica foto di questi mesi
Fisso il prato..la follia calcistica
Dei pomeriggi domenicali,
In punta di piedi percorro il sonno della pietà,
Bagno la libertà
Nell’acqua oscura dei piatti da lavare,
Mi cerco nell’ambizione
Di questa disperazione via via
Concessa a un piccolo sogno:
Dio dovrebbe non esserci da queste parti
Ma le foglie hanno scritto nell’aria
L’undicesimo suo comandamento
“Onora la schizofrenia”.

III

Ernesto con i suoi vent’anni
Passati a fissare fughe inarrestabili
Qui è il guardiano eppure
Non pensa come tale
E respira da prigioniero
Dopo aver capito
Che nessuno spazio è infinito
Se gli occhi inforcano regole
Ormai vivere per incenerirsi
Lascia già in bocca l’amaro del presagio,
La pena redentiva del germoglio

IV

Elisa mi regala uno dei suoi disegni
Per un bambino che non ho
O per il bambino che dovrei essere
Se avessi avuto la forza
Di non abbandonare l’innocenza.
Credo che lei sia un po’ una veggente
Se ha visto nella mia tristezza
Un adolescente immobilizzato
Nello sguardo di un farmacista
Mentre l’urlo di una siringa
Annunciava un castigo durato una eternità:
Perché il grammo
Nell’attimo in cui si offre al caos
Azzera il tempo,i movimenti,
Quei colori sfaccettati di un’alba e di un tramonto.

V

Le notti in infermeria sono tutte uguali.
Dopo qualche urlo bloccato con una cintura
I corridoi stagnano come paludi,
La puzza di stantio stordisce perfino le zanzare,
Non c’è una presenza di libertà
A parte il peso chimico del sonno,
Lentamente così le menti
Diventano arcipelaghi taciti
E matteo incomincia a navigarci attorno,
Con un telecomando fissa mondi
Di una felicità estemporanea disarmante.
A volte poi si addormenta
Per esplodere nella schizofrenia improvvisa dell’alba.
Quando tutto ricomincia a morire
Un solo avvertimento di luce non esclude
La potenza di un futuro fatiscente.

VI

La notte scrive vite disordinate.
Tra gl’incubi delle pareti
Ogni creatura cerca la parola per il disgusto,
C’è chi l’attende dal viaggio
Melmoso di uno scarafaggio
O chi fissando la didascalia di un ragno:
Lei però rimane immobile,
Soffocata dalle catene
Non va oltre il digiuno
Di un paesaggio picchiato.

VII

Vivo..per quel poco che ti resta
Prendi la luna con il bicchiere,
Sorseggi i palazzi adombrati
Da un accendino e un filo di rovina,
Non sei tu quello che in erezione pretendeva
Un figlio in affitto?
Troppo marchiato nelle vene eri allora per comprendere
La grazia di un sogno indifeso.
Un albero e la voglia di sdradicarmi dalla tua vita
Non ricordi nient’altro
Mentre la luce d’autunno tra il verde
Era come adesso
Proporzionata alla speranza di guardare
Un metro d’asfalto..Vivi
Per quel poco che immaginiamo
Siamo figli di questa follia e allora:
Ridi come fanno loro nei giorni di sole
Quando tutto regge
Nella quiete dei respiri fondati.

Daniela Bedeski: De l’amor


Daniela Bedeski

Daniela Bedeski

Tieni alto il vessillo del sogno
perché il vascello notturno
Acque amare dovrà solcare

Molti conoscono Daniela Bedeski come voce solista della Camerata Mediolanense, gruppo con il quale ha collaborato per circa un ventennio, nonchè per il suo più recente lavoro “RosaRubea”. Molti conoscono la di lei spiccata sensibilità, la capacità di esprimere nelle sue performances un equilibro perfetto di poesia, arte performativa, visiva e musicale. Io ho avuto il piacere di incontrarla al Festival internazionale multimediale e performativo di poesia, scrittura, fotografia, videoarte di Spinea ed ho potuto apprezzare i suoi versi e la meravigliosa recitazione degli stessi: le mani, le braccia, l’espressione, la voce, musica e poesia.
Daniela consegue la Laurea in Lingue e Letterature Straniere e in seguito a un “long, immense et raisonné dérèglement de tous les sens”, comincia a studiare canto lirico con Antonella Gianese e Claudine Ansermet, specializzandosi nel repertorio barocco. Successivamente, segue master classes in canto barocco con la stessa Claudine Ansermet, con Lavinia Bertotti, Gloria Banditelli e Roberto Gini.
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Le donne di Edgar Allan Poe


Scrivere delle donne di Edgar Allan Poe è come entrare nel labirinto di Cnosso con il pericolo di perdersi. E’ necessario non aver paura del Minotauro, avere il coraggio di affrontare il male e come Teseo offrirsi in pasto a lui per ucciderlo. Ma, dal labirinto bisognerà pur uscire, bisognerà munirsi di un gomitolo rosso che ci aiuti a trovare la strada del ritorno: un filo di Arianna.
E allora iniziamo ad avventurarci, a srotolare il gomitolo per il ritorno. Coraggio!
Le donne di Poe incantano per la loro fragilità. Sono donne per la maggior parte malate, consunte dall’esistenza o imminenti alla non esistenza, simili alle donne che Poe aveva conosciuto in vita. La madre, Elizabeth Arnold Hopkins Poe, muore quando lui aveva due anni. La madre adottiva Maria Allan quando lui ne aveva venti.

virginia-clemm-poe-detail-by-thomas-sully-1344896621_b Virginia Clemm, la cugina tredicenne che Poe sposa , muore di tubercolosi. Continua a leggere