Confini. Il dove della Poesia Italiana: Maria Luisa Spaziani


Maria Luisa Spaziani

Entro in questo amore come una cattedrale

Entro in questo amore come in una cattedrale,
come in un ventre oscuro di balena.
Mi risucchia un’eco di mare, e dalle grandi volte
scende un corale antico che è fuso alla mia voce.

Tu, scelto a caso dalla sorte, ora sei l’unico,
il padre, il figlio, l’angelo e il demonio.
Mi immergo a fondo in te, il più essenziale abbraccio,
e le tue labbra restano evanescenti sogni.

Prima di entrare nella grande navata,
vivevo lieta, ero contenta di poco.
Ma il tuo fascio di luce, come un’immensa spada,
relega nel nulla tutto quanto non sei.

***

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Confini. Il dove della Poesia Italiana: Daria Menicanti


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Vivere è non sapere le ragioni.
Dopo un silenzio da contarsi a mesi
o anni, questa sera
ho una cena ridente affollata.
Al vino amaro si riscalda, a belle
donne, alle rose alte la cena.
Seduta accanto a lui, commensale adulato,
mi sento al sole. Affilo le mie spade
per la prima apertura di guardia.
Vivere è tutti i giorni cominciare.

***

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Confini. Il Dove della Poesia Italiana: Edoardo Sanguineti


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SIAMO TUTTI POLITICI (E ANIMALI)

Siamo tutti politici (e animali):
premesso questo, posso dirti che
odio i politici odiosi: (e ti risparmio anche soltanto un parco abbozzo di
[catalogo
esemplificativo e ragionato): (puoi sceglierti da te cognomi e nomi, e sparare
nel mucchio): (e sceglierti i perché, caso per caso)
ma, per semplificare,
ti aggiungo che, se è vero che, per me (come dico e ridico) è politica tutto,
a questo mondo, non è poi tutto, invece, la politica: (e questo mi definisce,
sempre per me, i politici odiosi, e il mio perché:
amo, così, quella grande
[politica
che è viva nei gesti della vita quotidiana, nelle parole quotidiane (come ciao,
pane, fica, grazie mille): (come quelle che ti trovi graffite dentro i cessi,
spraiate sopra i muri, tra uno slogan e un altro, abbasso, viva):
(e poi,
lo so che non si dice, ma, alla fine, mi sono odiosi e uomini e animali):

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Confini: Il dove della Poesia Italiana. – Ada Negri –


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Notturno Nuziale

Quando tu venisti, una notte, verso il suo letto, al buio,
e le dicesti, piano, già sopra di lei: Non ti vedo, non ti sento.
E la ghermisti con artiglio d’aquila, e tutta la costringesti nella tua forza
riplasmandola in te con tal furore ch’ella perdette il senso d’esistere.
E uno solo in due bocche fu il rantolo e misto fu il sangue e fu il ritmo perfetto,
e dal balcone aperto la notte guardava con l’occhio d’una sola stella
rossastra,
e il sonno che seguì parve la morte, e immoti come cadaveri
la tristezza dell’ombra vi vegliò sino all’alba.

***

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Confini. Il Dove della Poesia Italiana: Enrico Fracassi


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Enrico Fracassi è nato a Roma nel 1902 e morto suicida a Marano dei Marsi nel 1924. Le sue poesie furono fatte conoscere da Enrico Falqui che le pubblicò in parte in rivista e, nel 1948, in un libro edito da Scheiwiller. Ammirate da Ungaretti, antologizzate negli anni Cinquanta da Anceschi e Spagnoletti, le poesie di Fracassi sono state già pubblicate nella Collana Tarsie delle Edizioni Il Labirinto.

***

VII

Settembre e la sera declinano: dalle giunture
le membra mi s’allontanano; resti tu sola.
Cadavere sopra cadavere; la Terra è morta
sulla spoglia dell’estate riversa.
Il mandorlo, con i suoi rami
carichi, assiste.
Io penso che questo sia
il paese di là dalla terra favoleggiato
eguale, immutabile, fermo,
d’un colore calmo,
d’un profilo nitido.
Le vene più non mi battono; il sangue dal cuore
più non fluisce; le zolle sono aderenti
alle mie ossa; disteso lungo i solchi
seguo le gemine onde, la passione e l’oblio,
configurarsi e confuse scorrere dalla luce,
ristagnare in un bacino opaco.

***

Il veleno più sottile è questa bellezza diffusa.
Come uno scolaro in vacanza, aspiri voluttuosamente, gridi di piacere,
ti getti supino sull’erba, faccia a faccia contro il cielo.
Quanto più limpida è l’aria, tanto più s’aduggia il mio spirito.
È la Natura un quadro senza figure, che noi non sapremmo animare.

***

Il Sogno col suo lento respiro, il corpo
di fiamma allungato sulle mie
gambe, sul petto, caldo peso leggero
m’immobilizza: docile subisco
il suo dominio, sono il suo dolce
complice il suo compare il mite animale
che aspetta – sono la cuccia del Sogno,
che alla fine si muove a lenti colpi
di coda annuncia il ritorno alla vita:
mobile rossa nuvola riprende
forma di gatto annuvolato e
annoiato che si stende e tenero prova
sulla mia carne l’artiglio affilato.

***

Una reliquia del cielo, stillante
celesti acque: per questo lo abbiamo
sollevato da terra, troncato ramo
ai piedi della quercia, dopo il rapido
uragano, uscendo dalle calde stanze:
folto di foglie fradice e domani
inaridite o marcite, ora sul tavolo
il nocchiuto tralcio luccica tra altri
fatui splendori recisi da mani
umane: anemoni, viole, narcisi,
nasturzi: tagli di terra e cielo qui
riuniti per decorarci e dire – che cosa?
Una quercia ha perduto un ramo; un ragno
l’ombra, il riparo, cui non sa ancora
rinunciare e corre come impazzito ancora
ricorre a quella maceria che non ha
più vita propria – ma non è solo materia
che marcirà: lustro trofeo e contorta
corona ai caduti e a se stesso: docile
modello per questa natura morta.

***

Poesia, mia paziente giardiniera,
taglia sfoltisci metti ordine
nel groviglio dei pensieri, in questo
gran disordine dove ogni pensiero
si ripete si perde come in un assedio
di erbe che si fanno presto sterpi
tra loro soffocandosi serpentine
e solo il dispetto, tra serpi e spine,
velenoso verdeggia; anche nei sogni
le ortiche invadono la casa, i ragni
fanno il nido nel mio letto: e tu, presto,
riprendi tutto – ragni erbe serpi,
sotto la tua paziente tutela,
mia poesia, perfetta giardiniera.

Confini. Il dove della Poesia Italiana: Margherita Guidacci


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Da Nerosuite (1970)

Clinica neurologica
Qui giunto molte cose o pellegrino
puoi domandarti ma una sola importa:
E’ l’ultima casa dei vivi
o la prima dei morti?

***

LA MADRE PAZZA

Noi con gli stracci smessi del passato
ci costruiamo un presente.
Come una bambola piena di segatura
lo stringiamo al petto,
teneramente lo culliamo.
Così la madre pazza, mia vicina,
parla con un fanciullo
da molto tempo sparito in mezzo ai fiori,
e intanto volta indignata le spalle
all’uomo grigio, flaccido ed affranto
che quel fanciullo è diventato
e che la supplica invano
di riconoscerlo.

***

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Confini. Il dove della Poesia Italiana: Salvatore Quasimodo


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Vicolo

Mi richiama talvolta la tua voce,
e non so che cieli ed acque
mi si svegliano dentro:
una rete di sole che si smaglia
sui tuoi muri ch’erano a sera
un dondolio di lampade
dalle botteghe tarde
piene di vento e di tristezza.

Altro tempo: un telaio batteva nel cortile
E s’udiva la notte un pianto
Di cuccioli e di bambini.

Vicolo: una croce di case
Che si chiamano piano,
e non sanno ch’ è paura
di restare sole nel buio.

***

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