Oscar 2016 – Finalmente!


Sì, è il caso di dirlo: Finalmente! Non solo perché Leonardo di Caprio ha vinto il suo strameritato (e attesissimo) Oscar, ma perché anche il nostro geniale Ennio Morricone ha finalmente vinto la sua statuetta, conquistando tutti con il suo dolcissimo discorso di ringraziamento in italiano dedicando il premio alla moglie.

È stata, questa degli Oscar, una lunga notte piena di soddisfazioni, abbracci, risate, ma anche e sopratutto polemiche: Chris Rock, il presentatore della serata, furioso come una iena, comincia con un discorso velenosissimo sul fatto che non ci sono attori di colore fra le nomination più importanti. Un discorso, questo, a cui un europeo può rispondere che semplicemente hanno candidato i più bravi senza badare al colore della pelle, ma per gli afroamericani la storia è leggermente diversa: le discriminazioni in America sono ancora fortissime in ogni ambito e, se per noi dall’altra parte dell’oceano non sembra una tragedia, per gli americani bistrattati lo è eccome. Specialmente pensando che di attori meritevoli ce n’erano, specialmente Idris Elba, fenomenale in “Beast of No Nation”, che non è stato minimamente preso in considerazione.

L’Academy ha ben pensato di prendere Chris Rock a presentare la serata per compensare questa mancanza, e Chris Rock l’ha presa come una buona scusa per far pentire a tutti i presenti in sala di essere nati e fargliela pagare per ogni nomination negata ad una persona di colore fin dalla notte dei tempi, anche prima che venissero inventati gli Oscar. Esagero? Un tantino. Il discorso iniziale è di una cattiveria quasi inaudita, che il pubblico accoglie con un sorriso forzato, ma ci sta, e tanto. Specialmente quando propone una nomination per tutti gli afroamericani freddati dalla polizia mentre andavano innocentemente in giro, magari verso un cinema per guardare un film di bianchi. Sarebbe stato epico, poi ha degenerato. Sul palco accade di tutto: boyscout rigorosamente afroamericane che vendono biscotti durante la serata, video e tributi al mese della Storia Nera americana, presentatori quasi tutti neri (possibilmente di sesso femminile), interviste per strada al pubblico afroamericano. Gelo in sala. Lì lo spettatore medio non americano capisce che in America stanno messi effettivamente malissimo.

Dopo una serata fra momenti stucchevoli in grado di far rimpiangere Sanremo, arriva il tenerissimo momento di Morricone che, dopo molte nomination a vuoto per le migliori musiche e un solo Oscar alla carriera, finalmente vince la sua statuetta. Fa tenerezza, è visibilmente commosso, e con la voce rotta dall’emozione dedica il premio a sua moglie Maria, in italiano, con l’interprete a fianco che traduce. Mi aspettavo un salutino ai Subsonica, ma sono stata delusa. Un altro momento di grande impatto emotivo è l’esibizione di Lady Gaga su un argomento forte e delicato come quello dello stupro, portando egregiamente il lavoro a casa cantando la bellissima “Til it happens to you” e facendo commuovere mezza sala.

Si fanno le cinque del mattino, il pubblico freme: per mantenere alti gli ascolti quest’anno avrebbero voluto mettere la premiazione per il miglior attore proprio alla fine, anche dopo il miglior film, cosa che sarebbe stata un tantino esagerata, ma hanno desistito in nome della tradizione e il responso che ha tenuto sul fiato per mesi il popolo di internet è il penultimo ad arrivare: Leo vincerà? Non vincerà? Sarà deluso anche quest’anno? Sbroccherà in pubblico? Strapperà le sedie e le lancerà sul palco? I pronostici che circolano in rete sono i più disparati e Julianne Moore, che dovrà annunciare il vincitore (sapendo bene che ogni secondo di suspense potrebbe causare una strage di fiati sospesi nei cinque continenti), apre la busta e con un sorrisino da Gioconda subito annuncia quello che tutti stavano aspettando: Leonardo di Caprio ha vinto un Oscar, la maledizione Di Caprio è finita, il mondo può tornare a respirare. Leo si trattiene stoicamente dallo strappare la statuetta di mano a Julianne e mandare tutti affanculo e fa un elegantissimo importante discorso sul cambiamento climatico, dimostrando per l’ennesima volta di essere un signore.

Ps. Mad Max ha vinto quasi tutto, tranne il miglior film che è andato al Caso Spotlight, Iñárritu ha vinto l’Oscar alla regia per il secondo anno di fila; tutte cose molto importanti, ma ieri notte il mondo si è fermato solo per Leo, che ora può tornare ad essere un attore normale e non un fenomeno mediatico. Evviva, evviva. Buonanotte.

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Macbeth di Justin Kurzel


set_macbeth_michael_fassbender_marion_cotillard.jpgIl mito di re Macbeth torna al cinema in una nuova versione filmica, riadattata ai nostri giorni. La tragedia breve di Shakespeare rivive nei visi e nelle movenze di Michel Fassbender e Marillon Cotillard, perfetti interpreti di un dramma umano, che unisce l’eroismo epico alla più lucida e folle brama di potere.

La trama si snoda seguendo il percorso già solcato da Shakespeare e narra del valoroso guerriero Macbeth, che dopo aver riportato un’eroica quanto insperata vittoria contro il traditore Macdonwald acquista una gloria inaspettata e sofferta.

Le figure fondamentali che profetizzano la sua ascesa al potere sono le tre streghe, (le norne della tradizione norrena) che dal momento della loro apparizione sussurrano nell’aria sporca le loro predizioni. Parole enigmatiche e bellissime che narrano di fasti infiniti e gloria eterna. Tre donne sfregiate e ambigue, che appaiono come visioni nella mente traumatizzata del protagonista e di Banquo.

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E’ un’opera ibrida quella presentata da Justin Kurzel, un misto quasi perfetto tra la rappresentazione moderna di un medioevo violento ambientato in spazi filmici teatralmente classici. I dialoghi tra i personaggi seppur ridotti, non sono stati totalmente modificati e mantengono immutata la carica innovativa delle figure retoriche da cui hanno origine.

Lady Macbeth è l’emblema della madre sterile, la peccatrice universale che seduce ed induce il suo uomo al regicidio. Una figura spietata e crudele che crolla e si spegne sotto il peso folle dei suoi stessi crimini.

Macbeth è il perfetto “eroe barocco” che ondeggia tra la precarietà e l’incertezza dell’essere. Corrotto e spinto da una donna crudele, ambiziosa e perfida agisce cedendo e perdendosi nella più spietata sete di potere al trono di Scozia. Sotto la spinta della moglie, l’uomo si disumanizza a tal punto da perdere ogni forma di pietas.

Una particolare menzione va alla fotografia accuratamente sulfurea, dove i personaggi si muovono come tante pedine dentro ad una scacchiera predestinata, sotto un cielo mai solare, ma avvolto da una cortina impalpabile e nebbiosa: simbolico presagio di morte imminente.

Un’opera questa che in parte ricalca la tragedia del teatro greco, ma lascia la sacralità del coro alla lirica epica.

Un film che nasce nella polvere e si conclude nella cenere, lasciando spazio ad un effimero quanto lontano perdono.

Christian Humouda

Fuori Menù 14: quando il cinema si mette ai fornelli


Cucina è tutto ciò che supera l’obbligo del cibo. È la cura nella scelta, la preparazione, la trasformazione dei cibi in modo che risultino seducenti per i sensi.

Heinz Beck, L’ingrediente segreto, 2009

Da sempre c’è un rapporto d’amore e odio tra cinema e cucina, due arti che sul grande schermo trovano hanno sempre trovato uno spazio notevole, sia per creare matrimoni indissolubili che per guerre all’ultimo sangue.
Perché davanti alla macchina da presa il cibo si trasforma, diventando ottimo carburante per passioni travolgenti ma anche per litigi furibondi, paragonabili ad un film di Tarantino.

Questo Fuori Menù è il primo che dedicherò alla cucina, quella cucina mostrata nel cinema, dove il cibo è il mezzo, farmaco, per non soccombere…dunque buon viaggio!

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Uno dei primi film che ho incontrato sulla mia strada è Il pranzo di Babette, un film del 1987, sceneggiato e diretto da Gabriel Axel, tratto dall’omonimo racconto di Karen Blixen, vincitore dell’Oscar al miglior film straniero.
Dove due anziane sorelle Martina e Philippa, figlie di un pastore protestante, decano e guida spirituale del posto, dopo la sua morte hanno ereditato la direzione della locale comunità religiosa respingendo le proposte di matrimonio e continuando a vivere una vita semplice e frugale, per aiutare i compaesani in difficoltà. Fino al giorno in cui, davanti alla loro porta si presenta la stremata parigina, Babette Hersant, sfuggita alla repressione della Comune di Parigi, durante la quale il generale Galliffet le ha fatto uccidere il figlio e il marito. Babette viene accolta dalle anziane signorine grazie alla lettera di Achille Papin, un vecchio corteggiatore di una delle due, e si guadagna l’ospitalità facendo da governante e contribuendo all’attività di beneficenza.

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UN JAMES BOND E’ PER SEMPRE


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« Il mio nome è Bond… James Bond »

Il mitico James Bond aka 007, l’agente segreto al servizio di Sua Maestà. Colui che possedeva la licenza di uccidere, indicata proprio dal doppio zero.
A novembre uscirà il ventiquattresimo film di questa interminabile saga del personaggio nato dalla penna di Ian Fleming, il viaggio comincia nel lontano 1962, bello, impossibile e irriverente.
007 entra da ben 53 anni nelle nostre case, invecchiando bene e senza perdere mai mordente.
Un particolare forse poco noto è che anni fa, la nipote dello scrittore, Kate Grimmond, disse che inizialmente il cognome di James non era Bond, ma Secretan e sinceramente sono molto contenta che Fleming mutò il cognome.

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“Lucy” e “Limitless”: quando la genialità è la nuova immortalità. Un elogio alla lentezza.



Le droghe hanno sempre avuto un fascino particolare sull’uomo: che si tratti di alcolici, sostanze sintetiche, medicinali o piante, non c’è nulla che non sia stato provato in nome dell’”andare oltre”. Che sia per svago, intrattenimento, fuga o desiderio di trascendenza, l’uomo ha sempre fatto affidamento su sostanze esterne da sé per raggiungere nuove e alte vette di creatività o coscienza della propria essenza. Nel mondo dell’arte e degli artisti la droga viene quasi vista come una seconda pelle almeno nel 90% dei casi. “Bisogna” drogarsi per essere creativi e raggiungere lo stato di grazia della divina ispirazione; la musa si può incontrare solo in un trip allucinogeno.

Penso alle fumerie d’oppio, ai “paradisi artificiali” di Baudelaire, all’alcolismo di Bukowski, a Burroughs e ai suoi romanzi scritti sotto effetto di eroina, a Keith Richards e a qualunque sostanza abbia assunto nella sua vita. Sono grandi e rari esempi di artisti che forse, nel connubio con la droga, hanno trovato la loro essenza. Il problema è che la loro dipendenza viene vista come un’elemento imprescindibile della loro scrittura. Va da sé che l’aspirante scrittore, musicista o pittore, se mira ai livelli di un artista a sé affine e notoriamente drogato, vedrà la sostanza usata dal suo modello come un elemento imprescindibile per produrre a sua volta. Ma l’effetto è solo momentaneo; la “normalità”, la propria temuta condizione di lucida mediocrità, prima o poi torna, e con essa una temuta mancanza di ispirazione che richiama un’altra dose. Qualunque sia la sostanza, qualunque sia la condizione da voler raggiungere e quella da evitare, l’importante è andare “oltre”.

Parto con questa premessa per definire una riflessione a cui mi hanno portato due film visionati di recente: “Limitless” e il più recente “Lucy”. Entrambi hanno un punto in comune: due personaggi a loro modo un po’ svampiti, sbandati, senza scopo, e il loro casuale incontro con una droga in grado di aumentare al 100% le loro capacità cerebrali. Entrambi si basano sulla teoria (ormai confutata) che l’essere umano usi solo il 10% del proprio cervello e che un aumento di tale percentuale porterebbe al raggiungimento di picchi di genialità altrimenti inimmaginabili. In “Limitless” il protagonista si limita a sfruttare a proprio vantaggio l’uso di questa droga fino all’inevitabile svolta dovuta al fatto di stare per finire le proprie dosi, in “Lucy” la protagonista riesce ad attraversare il tempo e lo spazio per portare nuove consapevolezze all’umanità.

L’importante è la base di entrambe le storie, il sogno di ogni artista: una sostanza che porti alla genialità. Un tempo la ricerca della genialità era perseguita solo al fine del raggiungimento di un altro desiderio, quello di immortalità (realizzato alla fine di “Lucy”) che in tempi recenti può essere spiegato in un terzo film, “In Time”, dove il tempo è l’unica moneta di scambio e dove si ha la possibilità di restare giovani e belli per sempre, se si è abbastanza ricchi da poterselo permettere. Ma la ricerca dell’immortalità, che per l’artista si può tradurre nella fama o nel perdurare nel tempo della propria opera, oggi si sta trasformando nel desiderio di una genialità senza fondo, di un’illimitata energia cerebrale che possa portarci una conoscenza senza limiti. L’immortalità sarebbe una conseguenza, ma non è più il fine. Il fine è “abbuffarsi”, ingurgitare quanta più cultura possibile.

Credo sia un cambio di tendenza dovuto alla grande quantità di informazioni che subiamo ogni giorno, alla bulimia di letture che ci aggrediscono costantemente con la nostra incapacità di portarle a termine, alla necessità di essere sempre aggiornati, all’imperversare di corsi sulla lettura veloce e sulla promozione della cultura “fast” che possa portare a grandi risultati in poco tempo. Oggi tutti vogliono essere tutto, fare tutto, sapere tutto, potersi specializzare in ogni campo al meglio. Essere i migliori in tutto e sopratutto mostrare la propria conoscenza planetaria. Ma da soli non si va bene, non si basta: la propria condizione di essere umano, limitato in ogni cosa, è troppo misera per essere accettata. La genialità, più della fama, è diventata il nuovo modo di distinguersi.

Penso sia questo cambio di mentalità il vero difetto del nuovo millennio: tante informazioni, tante conoscenze, tante nuove alte vette a cui aspirare, e nessuno che abbia il tempo per decidere un sentiero e percorrerlo. Si corre troppo, primeggiando in velocità, quando si sa che è sempre stata cattiva consigliera e pessima compagna di studi. L’unico modo per fare di sé stessi un’infaticabile macchina sforna-opere d’arte è il NON voler fare di sé stessi una macchina. La produttività va lasciata alla tecnologia. L’unica cosa che rende un essere umano tale è il rifugiarsi nella lentezza, nel ricordo, nella meditazione e nel pensiero. Non esiste il talento veloce, il “come diventare quello che vuoi in dieci mosse” o l’impegno di un mese. Per costruirsi ci vuole talento, sì, ma anche pazienza e tenacia, costanza e forza. Bisogna imparare a rallentare, se si vuole eccellere nel proprio campo. Tutto il resto è solo un niente raffazzonato.

 

Daniela Montella

The Counselor, Shining, Harry Potter: ovvero perché gli scrittori dovrebbero stare ben lontani dal cinema (e lasciar fare a quelli che ne sanno di più)


Si parla sempre più spesso di film tratti da libri, tanto che ormai il connubio cinema/letteratura sembra diventato una realtà indiscutibile, quasi la norma; è, ormai, quasi più normale vedere un film tratto da un libro che un film originale tratto soltanto dalla fantasia dello sceneggiatore.

Ma questo connubio, che spesso si rivela una grande risorsa, ha anche molti aspetti negativi: ad esempio, il pubblico tende spesso a vedere solo il film senza leggere il libro, tralasciando quello che la versione letteraria di una storia potrebbe dare a livello di emozioni e sviluppo della creatività.
Un’altra cosa che il connubio cinema/letteratura fa è contribuire, giorno dopo giorno e film dopo film, a confondere i ruoli dello scrittore, narratore letterario, e dello sceneggiatore/regista, narratori cinematografici (con mezzi diversi); si tende a confonderli, mischiandoli insieme in un gran pastone di narratori, senza rendersi conto delle grandi differenze che intercorrono fra la narrazione cinematografica e quella letteraria, con conseguenze più o meno disastrose.

L’esempio migliore per definire il “disastro” di cui sto parlando è l’imbarazzante film del 2013 “The Counselor – Il Procuratore”. Sulla carta era tutto perfetto: regia di Ridley Scott, un cast di stelle del calibro di Javier Bardem, Penelope Cruz, Cameron Diaz, Michael Fassbender, Brad Pitt, Bruno Ganz e – udite udite – uno scrittore del calibro di Cormac McCarthy alla sceneggiatura. Cormac McCarthy, insomma! Non stiamo parlando di uno scrittore qualunque ma dell’autore di Meridiano di Sangue, di Non è un paese per vecchi, ma sopratutto del bellissimo The Road, vincitore del premio Pulitzer. Con delle premesse così, uno come minimo si aspetta il capolavoro del millennio. Poi va al cinema, vede il film, e gli viene voglia di compiere atti di vandalismo in sala. “The Counselor” è un film di una bruttezza così palese, e narrato così male, da vergognarsi di averlo visto. L’unica cosa che si salva, e si salva appena, è la bella prova d’attrice di Cameron Diaz. E il fatto che con queste premesse si salvi solo Cameron Diaz la dice lunga su tutto il resto.

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Gone Girl: l’amore bugiardo, approfittatore e nichilista di David Fincher


“Con la curiosità di un bambino mi immagino di aprirle il cranio, srotolarle il cervello e frugarci dentro, per catturare i suoi pensieri. A cosa pensi, Amy? Come ti senti? Chi sei veramente? Che cosa ci siamo fatti? Cosa ci faremo?”

Amy è scomparsa: la classica donna bella, bionda, benvoluta da tutti, la “fidanzatina d’America”, non c’è più e il marito non si dispera abbastanza. Non solo era un fedifrago e un fannullone che viveva alle sue spalle ma, invece di disperarsi, sorride alle telecamere. E non c’è niente di più sospetto di un marito che non si dispera. Le donne lo odiano, lo attaccano, evitano il suo sguardo, gli danno dello stronzo; le giornaliste/crociate dei diritti femminili non gli danno pace.

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