Il primitivismo delle forme. Intervista ad Andrea Fiorino


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Benvenuto su WSF Andrea

Andrea Fiorino come descriverebbe se stesso come artista e uomo?

Nel mio lavoro cerco di descrivere quello che sono

Come e quando nasce il tuo percorso artistico?

Nasce attraverso il disegno, ogni dipinto è accompagnato da una lunga serie di schizzi che realizzo su taccuini che porto sempre con me

Quali autori hanno maggiormente influenzato il tuo modo di fare arte?

Non c’e un autore in particolare , ci sono tanti piccoli dettagli che noto nelle opere di altri autori che mi affascinano e che in un certo senso cerco di metabolizzare e   inconsciamente riporto nel mio lavoro

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Dentro fuori.

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Cos’è per te una tua opera? Come la definiresti?

Un contenuto  che mi deve smuovere a livello intellettuale e emotivo.

Il 22 maggio del 2015 c’è stata la tua prima personale: “Lost paradise”, curata da Elisa Fusi presso la galleria Circoloquadro  di Milano. Cosa ti ha portato a ricreare il tuo personalissimo Paradiso perduto?

la volontà di rendere immagine un idea di mondo che avevo.

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Cadde dal cielo – Tecnica mista su cotone 220×160, 2016

A quale dipinto ti senti più legato e perché?

mi sento legato a tutti i lavori che realizzo; questa sensazione di legame la provo solo quanto li sto realizzando, nell’istante in cui termino un dipinto , svanisce.

Qual è il messaggio che desideri veicolare attraverso le tue opere?

Una sensazione di ambiguità e perturbante.

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Arte e denaro il connubio è possibile?

Si penso sia necessario , poiché permette la sopravvivenza fisica dell’artista

Puoi anticiparci qualcosa sulle tue future produzioni artistiche?

Per scaramanzia preferisco tenere per me i progetti futuri, ma presto faro una mostra fuori dall’italia

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Grazie Andrea

All images are copyright and are property to Andrea Fiorino

 

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La piratessa della poesia. Intervista a Vera Bonaccini


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Benvenuta su WSF Vera,

Grazie.

Quando nasce e si sviluppa in te la passione per la scrittura e quali sono stati i passaggi evolutivi che ti hanno condotta a scrivere poesie?

Credo che la passione per la scrittura, per quanto mi riguarda, sia una diretta conseguenza dell’amore per la lettura; una cosa del tipo: “Ehy ma i libri sono bellissimi! Amo i libri! Voglio scriverne uno!” e ci ho provato; da piccola, però, scrivevo solo racconti surreali che parlavano di gatti pirati spaziali che combattevano ingiustizie e inquinamento. La passione per la poesia, come per tutti, è arrivata con l’adolescenza, insieme alla convinzione di essere immortali e all’acne. Poco per volta ho capito che quello della poesia è il mio linguaggio personale e quindi eccomi qui a scrivere poesie, con buona pace dei gatti e dei pirati.

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Che cos’è per te la poesia ?

La poesia è un linguaggio e, quindi, citando Burroughs, in quanto linguaggio è un virus. La poesia, per me, è questo, un virus. Un’entità strisciante che ti si insinua sottopelle; la poesia deve contaminare, deve contagiare, deve lasciarti diverso da quel che eri prima di averci a che fare. Se la poesia non ti cambia è qualcosa di bello e interessante magari, ma certamente non è poesia.

Che colore hanno le “Cartoline da un paese in dismissione?”

Uhm, potrei dirti nero ma sarebbe troppo facile; diciamo che sono un insieme di colori che vanno dal grigio smog al rosso ciliegia passando dall’antracite dell’asfalto al bianco sospeso. In breve, hanno tutti i colori che si possono incontrare in una giornata no.

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“Facendo fiorire il cielo.” Vera Bonaccini

“Le stelle sono andate tutte al cinema?”

Ecco, questo libro invece ha il color bruno fumoso di un jazz club non troppo grande, in una sera piovosa di Novembre.

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Qual è la carica rivoluzionaria della poesia in una società negazionista come la nostra?

Come dicevo prima, la poesia per me è un virus. La poesia deve essere essa stessa rivoluzione. In caso contrario non ha alcun senso. Oggi si scrive molto e ci si confronta poco, è un peccato. Ci sarebbero tante cose da dire, tante cose da fare… viviamo in un momento storico estremamente complesso, in cui è necessario ridiscutere e rivedere da cima a fondo gli stili di vita che abbiamo portato avanti fino ad oggi, in cui la poesia e la cultura in generale dovrebbero essere rivalutate e riconsiderate proprio per l’intrinseco valore di rivolta e cambiamento sociale che portano con sé. La poesia è, per sua natura, anarchia allo stato puro, ma oggi spesso diventa, invece, la reiterazione sterile di uno status quo. I poeti oggi vivono su Instagram, non nelle piazze. L’hashtag #poetaitaliano è il nuovo “sciame poetico” della poesia di Rimbaud? Che tristezza! Penso ad altri periodi storici, alla Beat Generation, ad esempio, in cui gli autori si confrontavano, si mettevano in gioco, scrivevano gli uni degli altri, erano attenti e vitali e, così facendo, rendevano la poesia reale e potente. Oggi ognuno fa il suo, tranne rari e bellissimi casi, e la poesia per lo più è diventata un campo sterile, asservito all’ego e all’apparenza; è un peccato. La fortuna è che i virus mutano continuamente, quindi aspettiamo e vediamo in cosa si trasformerà prossimamente questo variabilissimo VirusPoesia.

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Una tua poesia è stata selezionata sarà presente nel Il patto di Vera Q. Come puoi dirci di più?

Posso dire che sono felicissima e onorata del fatto che Vera, mia adorata e malvagissima omonima, abbia scelto proprio la mia poesia per fungere da antipasto a quanto racconta ne Il Patto. Vera Q è una grande scrittrice ed una grandissima donna; i suoi sono tra i migliori libri che abbia letto negli ultimi tempi, ha uno stile davvero particolare e un’ironia estremamente cinica e sottile. Esagero se dico che la adoro?

“I ragazzi non vogliono smettere”, Nagasaki luna Park, Guadagnare soldi dal caos, Little town blues , a quale opera ti senti più legata e perché?

Beh, ovviamente e banalmente per quanto riguarda i libri scritti solo da me, direi che mi sento più legata a Little Town Blues, essendo l’opera più recente e quindi quella che, attualmente, mi rappresenta di più sia per quanto riguarda le tematiche affrontate sia per quanto riguarda lo stile utilizzato. Tra l’altro è uscita da poco la seconda edizione, che comprende alcune nuove poesie, e sta piacendo molto. Devo ammettere che è un libro che mi sta dando molte soddisfazioni.

Per quanto riguarda invece le opere collettive, quella a cui sono più legata è indubbiamente “Nagasaki Luna Park”, innanzitutto perché è veramente una bellissima antologia di racconti e poi perché è stata la mia prima pubblicazione insieme a Nucleo Negazioni, collettivo mutevole, mutageno e mutante di cui faccio parte fin dal principio.

La tua ultima fatica poetica è Little town blues, come lo descriveresti?

Little Town Blues è un’espressione derivata dalla canzone New York New York di Frank Sinatra e si può tradurre come “piccola depressione cittadina”. Il libro parla proprio di questo; delle piccole depressioni che derivano dal vivere in un posto piccolo: Pietra Ligure, la città in cui vivo che mi piace molto ma ha comunque dei limiti notevoli; l’Italia stessa che è, e resterà temo ancora per molto, un paese piccolo con una mentalità piccola e, infine, la realtà di alcuni collettivi letterari con cui ho avuto a che fare che, troppo spesso, invece di veicolare il cambiamento e la sperimentazione, tendono a preservare una sorta di conservatorismo di pensiero sia dal punto di vista stilistico, sia dal punto di vista umano, tendendo a dare spazio sempre e solo a certi “specifici” soggetti. Nonostante tale premessa non è un libro triste o rancoroso, anzi. È un libro indignato, al massimo.

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Fai parte del collettivo Nucleo negazioni redattrice della Rivista digitale “Bibbia d’Asfalto” e curatrice della collana Vertigini per Matisklo edizioni cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro la pirateria?

Assolutamente sì. Da grande farò il pirata, è destino! Nel frattempo, però, sto anche tentando di scrivere un romanzo e di preparare dei pancake vegani decenti.

Grazie Vera

Grazie a te

Vera Bonaccini Link:

http://www.matiskloedizioni.com/autori/verabonaccini.html

 

Polline e carne. Intervista a Inanna Trillis


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“TERRA MATER” di Vito Bongiorno

Benvenuta su WSF Giorgia!

Come e quando nasce il tuo percorso artistico?

Il mio percorso artistico è iniziato in maniera definita sei anni fa quando per la prima volta ho assistito ad un evento performativo a Roma ricordo che sono fell in love at once con la performance art. Prima avevo sperimentato altri modi for make art partendo dalle scrittura che resta anyway un perno importante per me. Credo che la poesia sia la forma d’arte maggiormente completa e complessa che ci sia. In pochi sono in grado di “approcciarvisi” e sono rari gli abili a farla. La poesia anche quando è concettuale non esclude mai l’estetica ne della forma che del contenuto, prevede l’uso armonico dei suoni per questo la traduzione in altre lingue in parte la distrugge, l’immagine che necessariamente o figurata o astratta nel sentito evoca e la scultura matematica che la deve costruire.

Dopo aver assaggiato un po’ di teatro amatoriale non ero del tutto soddisfatta mi mancava qualcosa.

La Performance art invece mi ha conquistata, l’uso del corpo nella sua interezza per poter comunicare, liberare amare eludere la coscienza e andare oltre trasfigurando anche il sé.

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G R A V I T – (0) Invocazione a Binah Shabbathai, Saturno


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Dimensioni: 18 x 18 x 23 cm circa
Tecnica: Scultura in ferramenta sospesa tramite fili.
(14 – 11 – 8 – 5 – 2 – 1 – 1 – 0 – 0; spazi fra le lettere del nome)

L’Invocazione a Binah è un’opera molto personale e di natura essenzialmente spirituale.
Binah (termine che significa comprensione in ebraico) è il terzo Sephirah dell’Albero della Vita, il glifo della Cabala che sta alla base di tutta la tradizione esoterica occidentale e che rappresenta il processo di emanazione dell’Universo da parte di Dio attraverso l’identificazione di dieci principi o ricettacoli di forza detti appunto Sephiroth. Una trattazione più esauriente dell’argomento sarebbe ovviamente impossibile e superflua in questa sede; basti dire che Kether, il Sephirah primordiale che rappresenta l’Unità Essenziale senza forma né attributi – qualcosa che potrebbe definirsi come l’idea in assoluto più trascendente di Dio, analogo per certi versi al Tao cinese – si scinde nella seconda fase del suo sviluppo nella coppia polarizzata Chokmah–Binah: il Positivo ed il Negativo cosmici, il Maschile ed il Femminile assoluti, il Dinamismo e la Staticità fondamentali; i pricipi taoisti di Yang e Yin.
Binah racchiude dunque in sé l’idea di Forma in opposizione a quella di Forza, della Materia come controparte essenziale (e, cosa fondamentale, altrettanto sacra e divina) dello Spirito: secondo la cosmogonia cabalistica, la manifestazione della forza attraverso il veicolo stabile della forma (detto altrimenti, l’incarnazione dello spirito) avviene soltanto quando si sia raggiunto un punto di equilibrio vivo, attivo, tra tensioni energetiche interagenti – stato che ho riprodotto nella mia opera, in cui la ferramenta è sospesa e tenuta in posizione da un preciso bilanciamento di gravità e magnetismo. Ho scelto di utilizzare prevalentemente questo materiale grezzo – ferramenta vecchia, arrugginita e polverosa – per richiamare sia fisicamente che concettualmente l’idea generale di forma come conseguenza di forze in equilibrio (da cui discende il concetto più particolare di materia come esito di energie mentali armonizzate) che è peculiare di Binah; gli elementi che le sono tradizionalmente attribuiti sono infatti Terra e Acqua, entrambi densi e ricettivi a differenza di Fuoco ed Aria, sostanze sì energiche ed evanescenti ma pericolosamente dispersive o addirittura violente se lasciate libere di vagare per l’Universo (o per la Mente) senza essere bilanciate dalle loro complementari – incanalate, dunque, e concentrate in un veicolo: questo il motivo della forma sferica, cava, che chiude e raccoglie – prototipo geometrico dell’utero archetipale della Grande Madre Cosmica, la cui natura è duale come sottolineato dal suo doppio appellativo: Binah è infatti detta sia Ama, l’Oscura Madre Sterile (la ferramenta compatta, dai toni spenti), che Aima, la Lucente Madre Fertile (i punti di luce dati da brillantini e lustrini). Essa è considerata datrice sia di Vita che di Morte, in quanto lo Spirito – la cui natura è imperitura – attraverso l’incarnazione raggiunge sì la sua pienezza evolutiva, ma diviene anche soggetto alla ciclicità vita-morte che è propria della natura corporea.

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La forma sferica nel contesto della mia opera è collegata anche all’immagine dell’uovo, l’Uovo Filosofico – lo strato inferiore, più spesso, in procinto di avvolgere completamente quello superiore nell’atto vivo di formazione del guscio, pronto a espandersi anche oltre la struttura in legno che lo sorregge – e a quella di un pianeta, Saturno (divinità corrispondente a Binah), del quale l’opera è mia personale astrazione. A ben dire, la mia creazione non è perfettamente sferica: se la si osserva con attenzione, si nota una leggera squadratura, come se fosse in atto una metamorfosi in cubo, figura geometrica associata nella Cabala al quarto Sephirah, Gedulah, il quale emana da Binah in uno stadio successivo dello sviluppo di quest’ultima: l’Albero della Vita, e come esso l’Universo manifesto e la Mente, non sono stati, bensì processi. Il divenire è proprietà di tutto ciò che si manifesta; l’Essere, solo dell’Assoluto che lo sottende.
Un ulteriore richiamo agli attributi di Binah è il colore Nero, associato al terzo Sephirah in quanto anch’esso onniricettivo. Fra la ferramenta ho inserito anche qualche conchiglia – come ho accennato in precedenza, l’Acqua è uno degli elementi di Binah, detta anche Marah, il Grande Mare, la culla primitiva e materna della vita.

Come ho detto, l’opera è strettamente personale: ho scelto coscienziosamente di concentrarmi su questo Sephirah e sui suoi attributi in quanto l’ultimo periodo della mia vita (e forse non solo quello) è stato eccessivamente sbilanciato verso tutto ciò che è mentale e teorico. Come sperato, la realizzazione di quest’opera si è rivelata essere la forma più intensa di meditazione a cui potessi aspirare.
Ora è qui nel mio atelier a ricordarmi costantemente di non “evaporare” nei miei pensieri, a tenermi ancorata a una parte di me che spesso tendo a trascurare.
Questa rude ferramenta produce un lieve e soave tintinnio quando un filo d’aria la smuove: allo stesso modo, lo Spirito fa rilucere e cantare la Materia – senza mai dimenticare che se non ci fosse la ferramenta, l’aria da sé non produrrebbe alcun suono.

(A quest’opera ne succederanno altre sempre sul tema della gravità.)

Ilenia Pecchini

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G R A V I T – (0)

Invocation to Binah
Shabbathai, Saturn

18 x 18 x 23 cm
Sculpture; ironware suspended by strings.

“Invocation to Binah” is a deeply personal and essentially spiritual artwork.
Binah (which means “comprehension” in Hebrew) is the third Sephirah of the Tree of Life, the cabbalistic glyph which underlies the whole western esoteric tradition and which represents the process of emanation of the Universe from God himself through the identification of ten principles or receptacles of forces called Sephiroth. It would be impossible in this context to be exhaustive about this incredible subject, so I’ll try to be short: Kether, the primordial Sephirah which symbolizes the Essential Unity with no shape nor attributes – something that could be described as the most trascendent possible idea of God, similar in some ways to the chinese Tao – in the second phase of its evolution splits itself into the polarized couple Chokmah-Binah: the cosmic Positive and Negative, the absolute Masculine and Feminine, the foundamental Dynamism and Stillness; the taoist principles of Yang and Yin.
So, Binah holds the idea of Shape in opposition to that of Force, of Matter as the essential (and, which is extremely important, equally sacred) opposite of Spirit: according to the cabbalistic cosmogony, the displaying of force through the steady vehicle of shape (in other words, the incarnation of the spirit) only occurs when it is reached a point of alive and active equilibrium in the interaction of energetic tensions – state that I reproduced in my artwork, in which the ironware is suspended and held in position by a precise balancing of gravity and magnetism. I chose to use this raw material – old and rusty ironware – to recall both physically and conceptually the general idea of form as a consequence of the equilibrium of forces (from which descends the most particular concept of matter as a result of harmonized mental energies) which is peculiar to Binah; the elements that are traditionally ascribed to this Sephirah are in fact Earth and Water, both dense and receptive unlike Fire and Air, energetic and evanescent substances that can become dangerously wasteful or even violent if let free to roam through the Universe (or through the Mind) without being balanced by their complementary ones – canalized, then, and concentrated in a vehicle: this is the reason why I chose the spherical shape, an hollow one, which encloses and gathers – a geometric prototype of the Great Cosmic Mother’s archetypal womb, which nature is twofold as underlined by her double appellation: in fact, Binah is both called Ama, the Dark Sterile Mother (the compact ironware, with its dull tones) and Aima, the Bright Fertile Mother (the spots of light given by glitters and tiny diamonds). She is considered to be the giver of both Life and Death, since the Spirit – which essence is imperishable – through the process of incarnation both achieves its evolutionary height and becomes subjected to the cycle of life-and-death which is typical of the physical nature.

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The spherical shape in the context of my artwork is also linked to the image of the egg, the Philosophical Egg – the lower layer, which is thicker, is about to completely envelop the upper one in the living process of formation of the shell, ready to expand even over the wooden structure which supports it – and to that of a planet, Saturn (who is also the god associated to Binah), of whom the artwork is my personal abstraction. Actually, my creation is not perfectly spherical: if you observe closely, you will notice a slight hint of squaring, as if the sphere was about to begin a metamorphosis into a cube, the geometric figure which stands for the fourth Sephirah, Gedulah, emanated from Binah in a subsequent stage of her evolution: the Tree of Life, and with it the whole displayed Universe and Mind, are not stages, but rather processes. To become is the propriety of everything which displays itself; to be, that of the Absolute which underpins it.
Another hint to Binah’s attributes is the colour Black, linked to the third Sephirah since they’re both omnireceptive. Between the ironware, I also put in a few shells – as I mentioned above, Water is one of Binah’s elements: she’s also called Marah, the Great Sea, the primitive and maternal cradle of life.

As I said before, this artwork is closely personal: I conscientiously chose to focus on this Sephirah and on her attributes because the last period of my life (and maybe not just that) has been exceedingly unbalanced towards everything that is mental, spiritual and theoretic. As I hoped, the creation of this artwork has revealed to be the most intense form of meditation I could aim to.
Now it is here in my atelier, constantly reminding me not to “evaporate” in my thoughts and helping me to give space to a part of me that I often tend to ignore.
This raw ironware makes a straight and gentle tinkling when a breath of air moves it: in the same way, the Spirit makes the Matter shine and sing – never forgetting that without ironware, the air itself would not make any sound.

(More artworks on the subject of gravity will be coming soon.)

Photo: Riccardo Pecchini

Ilenia Pecchini

(Christian Humouda)

 

Le Ceneri Postatomiche di Aster Endy


 

Valen Burzum

 

Benvenuta su WSF Flavia
Flavia Morra e Aster Endy, chi è l’una e chi è l’altra?
Ho creato Aster Endy per sentirmi più libera, non mi piace associare il mio nome a certi miei lavori. Se l’arte è anche espressione di parti di sé ascoste o inaccessibili agli sguardi altrui, allora mostrarle mi crea imbarazzo. Aster Endy è la screanzata, Flavia Morra è la scontrosa
Come e quando l’arte è entrata nella tua vita?
Da bambina sfogliavo i libri illustrati per ore, ho sempre osservato le forme, i volumi, le luci, credo che tutto sia nato da là. Non ricordo un solo periodo della mia vita in cui non abbia disegnato, mi calma, mi rilassa. Io non so se faccio arte, ma so per certo che mi diverto tantissimo a fare segni sulla carta, sostanzialmente questo mi basta

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L’essere un’autodidatta è stato per te un limite o una conquista?
Entrambe le cose, il tempo raddoppiato per riuscire a padroneggiare una tecnica o a capire l’anatomia è pieno di frustrazione e di rabbia, credo che ci siano poche cose che mi fanno infuriare più del non riuscire a rappresentare quello che ho in mente, però lavorare da sola, crescere da sola, ti rende libera dai punti di vista degli altri, puoi sviluppare uno stile più personale e puoi seguire le tue necessità e non le scadenze degli esami.

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Il disegno digitale cosa ha dato e cosa ha tolto al processo creativo?
Il digitale consente di risparmiare su colori e materiale, questo è un enorme vantaggio, indiscutibilmente, ti consente di evitare ogni errore, ma già questo non è del tutto positivo, toglie tensione, accortezza e cautela al processo, inoltre se hai tendenze ossessivo-compulsive come me, ti irretisce nell’idea vana di perfezione, puoi non uscirne più. Però è un ottimo strumento per esercitarti, sperimentare soluzioni strambe e incanalare la creatività all’interno di un’insieme di regole processuali rigide che ti disciplinano, siccome io sono indisciplinata posso dire che mi fa comodo

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Musica metal e classicismo pittorico stanno alla base della tua produzione artistica. Da cos’altro trai ispirazione per le tue illustrazioni e dipinti?
Dai cataloghi ikea, dalle fotografie delle modelle bellissime e dalle riviste di arredamento. Ma è la musica che più di tutto il resto mi spinge a prendere una matita in mano, per ogni brano che ascolto, e ne ascolto di continuo, sono decine le immagini che mi si affollano in mente, non è sempre piacevole, specialmente se sono in strada e non posso fermarle su carta. non c’è lavoro che non abbia una traccia musicale all’interno, scelgo la musica rispetto all’atmosfera che voglio ricreare, non potrei mai ascoltare musica leggera se sto disegnando qualcosa di tetro. Vabbè, non potrei mai ascoltare musica leggera in generale, ma questo è un altro discorso

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Come nasce tecnicamente un tuo lavoro?
Ascolto un brano, leggo una poesia, lascio che l’immagine salga da un qualche dirupo interno, guardo il foglio, lo guardo a lungo, molto a lungo, mi spazientisco, prendo la matita e comincio a scarabocchiare, sbaglio, cambio foglio, ricomincio a guardare e poi magicamente le linee vanno a formare qualcosa, qualcosa che non ha nulla a che fare con l’immagine salita dal dirupo interno. Tutto quello che ho fatto finora, anche i lavori meglio riusciti, non erano ciò che volevo disegnare, sono altro, da dove vengano io non lo so
La tua ultima illustrazione è diventata la copertina di “ceneri post atomiche”, come nasce e a cosa ti sei ispirata per la sua creazione?
Mi sono ispirata alla parola cenere che nell’ultimo anno mi sta perseguitando , alle rovine, ai forni crematori, alle esplosioni vulcaniche. volevo rendere l’idea di distruzione e di leggerezza dei fiocchi di cenere portati dal vento. Non ho pensato alla parola “postatomica” troppo lontana dalle circonvoluzioni grafiche che amo per poterla tenere in considerazione. E poi ho pensato a Prypiat e alle foreste che stanno riprendendosi il territorio.

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C’è una poesia in particolare che ti ha colpita?
Redenzione è quella che preferisco, ma ovviamente non ti dico perché, se vuoi saperlo domandalo a quella sfacciata di Aster

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Quanto è importante essere social per un artista oggi?
Per molti lo è, forse dovrebbe esserlo anche per me, ma sono una pessima promotrice di me stessa e poi sono pigra, stare sui social presuppone costanza e organizzazione, a me mancano entrambe

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L’arte è un’altra forma di masturbazione?

Oh sì, titilli la tua mente, ti dici che quello che senti è così importante da dover essere reso immortale dal foglio, ti autocompiaci e ti autocommiseri allo stesso tempo, diventi l’assolutore di te stesso e l’autoassoluzione è un orgasmo multiplo con sottofondo di sensi di colpa

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Cosa puoi anticiparci sui tuoi progetti futuri?
Sto lavorando ad una graphic novel (pare che si debba chiamare così perché fumetto fa meno figo) basata su fatti di cronaca legati alla scena black metal norvegese degli inizi degli anni ’90, mentre procedo cerco di resistere alla tentazione di illustrare tutte le poesie di antologia di spoon river, tutti i brani di burzum e tutti quelli dei Kent. Cerco anche di resistere alla tentazione di oltraggiare il mio paese natale con una serie di fotografie ritoccate piene di cose brutte.

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All images are copyright protected and are property to  Flavia Morra.

Grazie Flavia

Official site: https://www.behance.net/asterendy

Official site Ceneri postatomiche: http://www.amazon.it/Ceneri-postatomiche-VersiGuasti-Vol-5-ebook/dp/B01DFZGCVM

 

Christian Humouda

 

 

 

Sara Iayafly Spano


 

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Nata a Sassari nel 1983 e dopo il diploma in grafica pubblicitaria e fotografia, all’età di 20 anni, frequenta il corso triennale di fumetti alla scuola Internazionale di Comics a Roma. Dopo alcuni primi tentativi di pubblicazione su Skorpio e su una piccola casa editrice americana “Yaoi press”, viene successivamente presa come storyboard artist, colorkey artist, character design in Rainbow CGI per i film “Winx-il segreto” del regno perduto e “Winx-Magica” avventura e per “I Gladiatori di Roma”, dove affina le capacità di illustratrice, e colorista. Subito dopo collaborerà anche con Mondadori per la realizzazione di alcune cover di libi per ragazzi, tra cui la trilogia di “Robin” dove creerà l’intera grafica della saga. Contemporaneamente lavora ad alcuni progetti di fumetto come colorista per la casa editrice francese Glénat e inizia la sua attuale collaborazione con De Agostini per la creazione delle collezioni de “I Magiki”. Attualmente, oltre a continuare le collezioni dei Magiki per De Agostini, lavora come colorista per Disney America e Disney Pixar su fumetti e libri illustrati per ragazzi di film come Inside Out e Frozen, oltre a lavorare a progetti personali come autore di fumetti completo, ancora in corso d’opera.

Benvenuta su WSF Sara
Grazie, è un piacere e un onore poter essere intervistata da voi.

Come Iayafly descriverebbe Sara Spano. Come donna, madre e artista?

Non la capirebbe granché, perché Sara è estremamente contradditoria come donna. Potrebbe giudicarla scostante, ma anche estremamente disciplinata, o molto insicura di sé e a tratti molto consapevole dei suoi pregi. Sicuramente la descriverebbe come ancora in cerca del suo equilibrio interiore e inspiegabilmente altalenante nell’umore.
Come madre direbbe che è una continua sorpresa, perché Iayafly, da quel poco che sapeva, era a conoscenza del suo totale rifiuto di volere figli. Sara immaginava di non essere portata a fare la mamma e che i bambini in generale non le piacevano granché. Accudire prole era un concetto troppo lontano da lei, insensato. E invece Sara non solo ha avuto un bellissimo bimbo di nome Icaro, ma si è rivelata una madre attenta, innamorata di suo figlio, e a suo agio con questo ruolo così dolcemente irreversibile.
Come artista è un dilemma, riesce a campare modestamente bene con questa sua passione per il disegno, è orgogliosa di poter lavorare in aziende in cui da ragazza non avrebbe nemmeno sognato, è fiera del traguardo che ha raggiunto e la fiducia che molte aziende importanti continuano a darle. Ma sente di non stare ascoltando attentamente la sua voce interiore, la fanciullina che smaniava per i fumetti, che avrebbe voluto raccontare le sue storie. Vedi, io vorrei aiutarla a realizzare finalmente un progetto suo, ma deve trovare il coraggio o l’incoscenza di fregarsene se non piacerà al fitto e severo mondo della “critica”del fumetto, perché questo mondo, da quando ha iniziato a frequentare la scuola internazionale di comics, la terrorizza. Ma ce la farò a farle capire che questo salto lo deve fare, che deve attraversare la sua paura e liberarsi.

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Quando e come nasce il tuo percorso artistico?

Fin da quando ero molto piccola, non ho mai smesso di disegnare. Non avevo molti amici perché non ero molto brava nelle relazioni sociali. Quindi preferivo rimanere a disegnare a casa, perché la compagnia della mia fantasia mi divertiva davvero molto di più che cercare un confronto col mondo reale. Dicevano che avevo talento, ma credo che oltre ad una predisposizione di base ci voglia molta solitudine per coltivare qualsiasi talento. Ovviamente divoravo fumetti, ma non potevo permettermente tanti, riuscivo a comprarli solo raccimolando i soldi della merenda di scuola. Il fumetto che più mi ha fomentato l’ho letto a 14 anni, mi regalò alcuni numeri il figlio di mia madrina, si tratta di Alita di Yukito Kishiro ( titolo originale “Gunmm” la prima serie, il seguito l’ho particolarmente disprezzato, non lo considero parte della storia). Ho avuto sempre una predilizione per questo genere di manga cyberpunk particolarmente cruenti, quindi ho allargando i miei orizzonti sempre nei limiti delle mie disponibilità economiche, successivamente con Akira di Katsuhiro Otomo, e la sua trasposizione cinematografica. E da qui anche Ghost in the shell il film, che mi ha dato modo di “sbavare” su animazioni da paura, tanto da farmi balenare l’idea di intraprendere la carriera di animatore. Ma i corsi erano pochi e sopratutto inaccessibili per chi non ha molte risorse economiche di famiglia, quindi sono rimasta nei ranghi del fumetto, che comunque adoravo, ma che a conti fatti avrei potuto accedere al corso pagandomelo da sola con dei lavori estivi.

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Che cos’è per te il fumetto e l’illustrazione?

Sono il mio mondo, la mia lingua e il mio pane.

Cos’ha dato e cos’ha tolto la colorazione digitale?

Ha dato tempo in più per altro, perché è molto più veloce e economica del “tradizionale”. Ha tolto la disciplina che ci vuole per cimentarsi tecniche antiche, complicate e dai tempi estremamente lunghi. Ma non credo che la colorazione digitale sia “facile”, solo più veloce per chi ha imparato ad usarla.

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Quali autori hanno maggiormente influenzato il tuo percorso artistico?

C’è una lista infinita, da Claire Wendling a Barbara Canepa. Da Marko Djurdjevic a Otto Schmidt… ma sono solo alcuni che adoro e studio in continuazione…

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Da dove trai ispirazione nella creazione dei tuoi lavori?

Dipende dai lavori. Se sono lavori richiesti da un cliente ben definito di solito mi da lui la direzione con ispirazioni generali forniti come reference. Altrimenti sono film, musica, pippe mentali su situazioni varie che non riesco bene a definire.

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A quale progetto ti senti più legata e perchè?

Gengis Khan edito da Glénat, dove ho esordito come colorista. A rivederlo adesso ci trovo una concezione molto claudicante del colore, ci rimetterei mano mille volte. Ma è stata la prima volta che ho fatto un lavoro del genere e mi sento molto affezionata a questo progetto.

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Quanto ti ha arricchito l’esperienza presso il Rainbow CGI e che ricordo ne hai?

Non mi ha arricchito, è stata una vera e propria svolta. Dico solo che prima di allora non avevo idea di come si interagisse in un team di persone, come si potesse mandare avanti qualcosa come uno storyboard, colorkey e compositing. Tutte cose che ho imparato in questa azienda, che mi ha fatto proprio da genitore. Ho un ricordo meraviglioso, nonostante le notti insonni cercando di consegnare scene del film, dei sacrifici che abbiamo fatto tutti per riuscire a fare qualcosa che ancora l’Italia si sogna, creare film con l’animazione 3D. Ho lasciato proprio un pezzo di cuore in quell’azienda.

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Secondo Orozco il murales “è la forma più alta, logica, pura e forte di pittura, è anche la più disinteressata, perché non può essere convertita in oggetto di lucro personale né nascosta a beneficio di alcuni privilegiati. Essa è per il popolo, è per tutti.” Che cos’è stato per te dipingerlo?

Dipingere murales è stato per me in passato un modo per raccimolare dei soldi per la scuola di fumetto, li realizzavo nelle case di chi me li commissionava. Non posso nascondervi che è solo per questo motivo che mi ha fatto avvicinare a questa arte e mi è capitato poche volte da adolesciente di crearli sui muri in per strada. Mi affascinava parecchio come modo di espressione artistica, ma non ne sapevo abbastanza per arrogarmi il diritto di filosofeggiarci troppo su. Conoscevo personalmente chi lo faceva per espressione di rivolta popolare e di sfogo artistico “pubblico”, ma non sono mai entrata veramente in questo mondo. Poi è anche capitato di farlo per una scuola elementare, con circa 150 piccoli aiutanti (gli alunni). Mi sono divertita parecchio. Solo questo posso dire…mi dispiace!

Poco tempo fa James O’Barr in un’intervista ha detto: “se a 40 anni ti frega ancora di cosa succede agli X-Men, forse dovresti farti vedere da un bravo psicanalista”, qual è la tua opinione in merito?

Che a me fregherà cosa succede agli X-Men anche a 40 anni. Ma sono ben altri i motivi per cui mi serve un bravo psicanalista…

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Cosa apprezzi e cosa cambieresti dell’attuale sistema fumetto?

Apprezzo il calore e l’amicizia che si instaura tra colleghi. Ma parallelamente vorrei far sparire la cattiveriache invece ne dimostrano altri, per fortuna molto pochi, anche se possono essere la spinta per migliorare. la sfida. Ma se potesse sparire la cattiveria non piangerei calde lacrime. Ma è utopia. Nella pratica forse molti più editor con l’occhio lungo sul talento, e non solo sul curricuuim di un fumettista.

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Cosa puoi anticiparci sui tuoi fumetti ancora in corso d’opera?

Che ci saranno almeno due miei progetti a fumetto personali in futuro, uno di questi concreato con la mia dolce metà Davide La Rosa. Non posso dire altro.

Grazie Sara

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All images are copyright protected and are property to Sara Spano

Christian Humouda

Daniela Caruso model


 

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Daniela Caruso, fotomodella italiana con 7 anni di esperienza. Vanta alle spalle numerosi shooting con affermati fotografi italiani ed esteri, workshop, modelsharing, editoriali e adv a livello nazionale e internazionale.

 

Benvenuta su WSF Daniela

Come e quando nasce il tuo percorso artistico come modella?

Ciao a tutti, il mio percorso come modella nacque tanti anni fa per gioco, mi contattò un fotografo per fare delle foto e provai a fare per la prima volta da modella, mi divertii molto e da lì ho capii che avrei dovuto continuare.

 

Quanta teatralità si nasconde dietro ad uno scatto fotografico?

Molta, una modella deve recitare, interpretare il personaggio richiesto e lasciarsi trasportare dallo scatto.

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Cosa la modella apporta all’occhio del fotografo e viceversa?

Anzitutto per una buona riuscita di uno shooting deve esserci simbiosi tra modella e fotografo. Senza feeling dubito nel buon risultato fotografico.

Il termine foto grafia significa letteralmente, scrivere con la luce. Tu come lo descriveresti e che cos’è per te?

Certo, la luce per una foto valida è tutto, ma per me significa anche cogliere quell’attimo irripetibile, bloccare un ricordo.

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Newton asserisce che “una foto tecnicamente perfetta, è sicuramente una buona foto, ma l’attenzione eccessiva per il dettaglio può altresì creare una fotografia sterile.” Qual’è il ruolo della modella all’interno di questo difficile equilibrio?

Il ruolo più difficile di una modella è saper emozionare, guardare lo scatto è lasciarsi trasportare

 La vera bellezza è qualcosa che attacca, vince, ruba, e infine distrugge. (Yukio Mishima). Tu come la definiresti?

La bellezza per me è armonia, tende a collegarsi a un contenuto emozionale ed è un sentimento soggettivo.

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Che cos’è per te il corpo? 

Un’opera d’arte

 Mostrare il proprio corpo è un atto di libertà, uguaglianza, esibizionismo… Cosa?

Di libertà, mostrarsi senza paure, far apprezzare il corpo di donna non nella sua sessualità ma da un lato artistico, odio la volgarità

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Cosa dà e cosa toglie l’essere una modella?

Ormai siamo nel 2016, forse anni e anni fa una modella veniva vista come una poco di buono.

Come valuti l’uso/abuso del corpo femminile nella società di oggi?

La donna è sempre stata esibizionista ma negli ultimi anni trovo che stia un po abusando nel mostrarsi e apparire, soprattutto nei social.

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Quando una foto diventa volgare?

Quando è una foto fatta tanto per guardare una donna nuda, e purtroppo molte volte si vedono foto insensate e volgari, se il nudo non lo si sa posare è facile cadere nel volgare!

Ti sei mai sentita in qualche modo sfruttata, giudicata per il tipo di lavoro che hai scelto?

Per fortuna sono venuta sempre a contatto con persone intelligenti e che hanno capito che per me è un lavoro pulito e lo svolgo in maniera professionale

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Cosa puoi anticiparci sui tuoi progetti futuri?

Prossimamente farò un evento fotografico in Grecia, anzi ne approfitto per invitarvi a partecipare, se volete fotografarmi siete i benvenuti!

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Grazie Daniela

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Official site: http://carusodanielamodel.jimdo.com/

Christian Humouda