Le sette aquile silenziose


Le sette aquile

opera di Chiara Scarfò (2012-2017)

 

Il volo è da sempre sinonimo di libertà, rottura delle convenzioni e ricongiunzione dell’uomo con la grande energia cosmica che nei secoli si frantuma e riproduce in altrettante immagini di Dio.

L’opera di Chiara Scarfò nasce proprio da qui, da una fine, dall’addio della forma fisica di un’amica che ha portato la sua visione del mondo a modificarsi coprendo con un velo trasparente gli oggetti. E’ proprio nella fissità dell’addio che precede il dolore che la voce sconosciuta e familiare dell’aquila chiede di scavare oltre le apparenze. In quel confine che accompagna nel sogno e aiuta a ritrovare la Struttura del Silenzio.

L’opera si basa su due elementi distanti e vicini allo stesso tempo. Una poesia scritta il giorno precedente al compleanno di Donata e l’acqua, elemento ricorrente nella produzione artistica della performer. Il simbolo universale del movimento si accompagna alle movenze del corpo che fluttua su una collina bagnata dai raggi del sole. Ma facciamo un passo indietro alla ricerca delle origini dell’opera. Scendiamo in quello spazio in cui tutto si crea e allo stesso tempo si distrugge, laggiù nella dimensione incorporea del sogno: “mi trovavo in una spiaggia molto grande, vasta, dopo il tramonto quando la luce scende e il buio illumina le ombre. Ero immersa nell’acqua solo fino a metà. Potevo vedermi chiaramente dal di fuori. Mi muovevo lentamente proprio come in un rito del profondo. Voltavo lo sguardo al cielo, sulla mia sinistra. Alzavo un braccio verso l’alto e chiamavo la forza delle 7 aquile, senza pronunciare una sola parola. E questa giungeva a me, dal cielo, una dopo l’altra arrivavano posandosi sulla mia schiena con la sinuosità dell’onda, partendo dal basso la prima aquila mi venne ad abbracciare intorno alle anche con le sue ali, poi la seconda un po’  sopra e via così fino all’ultima la più grande che veniva a posarsi sulle mie spalle avvolgendomi di tutto il suo calore…prima un’ala poi l’altra morbidamente come in una danza divina. Ho assistito a questa magia durante tutto il sogno e quando mi sono svegliata l’opera esisteva già.”

© Chiara scarfò, La Forza delle 7 Aquile, 2012

Un’opera quella di Chiara Scarfò complessa e spigolosa come le linee di metallo che le corrono sulla schiena. Come un simbolo di potenza cosmica. L’aquila infatti, è l’unico animale che può librarsi in volo e vedere il sole. La regina degli uccelli però, è anche un simbolo cristologico. La sua funzione di psicopompa si è evoluta dalla leggenda di Etana che diventa per le prime comunità cristiane la rappresentazione del Cristo salvatore.

Altresì importante è la posizione in cui viene collocata l’opera ovvero sulla colonna vertebrale. Il luogo  fisico che mantiene in equilibrio il corpo e la riappropriazione del sé. Un percorso questo iniziato nel 2012 e sviluppatosi ancora oggi in mutazioni che smussano l’io, come le onde del mare uno scoglio. La struttura metallica che avvolge la schiena di Chiara quindi è una rappresentazione di forza, l’energia silenziosa del ricordo  che si tramuta in potenza senza chiedere. Il vigore dell’amore appunto, A-mors, senza morte o fine. Il corpo diventa il pilastro dunque della rinascita non solo fisica ma anche intellettuale e universale. Un viaggio che ricollega l’uomo alla materia oscura dell’universo che ritorna anche nella magia del numero 7. Sette infatti, sono i chakra che si aprono verso la conoscenza sconosciuta del mondo. Perché l’artista è colui che cerca se stesso e crea la sua via verso la luce della consapevolezza. Quello che segue e si concretizza nella parte finale (pur rimanendo incompleto) è un nuovo saluto al sole, una riappropriazione del corpo che urla finalmente: “vivi e spegniti con fierezza.”

 

Scolpirò piume d’argento su forme marmoree.

Spunteranno lamine affusolate, armi taglienti per difendermi da statue bronzee di antichi guerrieri,

impenetrabili sguardi e sentimenti appuntiti.

Mai sarà esposta questa scultura, ma neanche perduta o dimenticata.

Verrà scalfita dal tempo, lacerata dall’indifferenza,

ma rimarrà sempre la sua struttura sottile.

Non ne sarete mai a conoscenza perché non si vede, né si tocca

la freschezza eterna.

 

Chiara Scarfò – 20/04/1996

© Chiara scarfò, La Forza delle 7 Aquile, 2012

© Chiara scarfò, La Forza delle 7 Aquile, 2012

All images are copyright protected © Chiara Scarfò, all rights reserved

 

Official site: http://www.chiarascarfo.com/

Christian Humouda 10/10/2017

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Fantasmi e sbuffi intervista a Monia Themonia de Lauretis


 

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Ghosts 

Benvenuta su WSF Monia,

 

Come e quando nasce il tuo percorso artistico?

 

da quando disegnavo cavalli sulle porte di casa per la somma felicità dei miei genitori 🙂 quindi direi da sempre…

 

Chi o cosa ha influenzato il tuo modo di creare?

 

mi piacerebbe dire tutto e niente, tutti e nessuno… ho sempre avuto la tendenza ad assorbire una pluralità di fonti d’ispirazione e a rielabolarle nella maniera a me più naturale, con cocciutaggine e libertà, incurante dei modelli e anche della discutibilità dei risultati… ovvio che potrei fare una lista lunghissima di artisti che ho assorbito di più anche come attitudine e approccio all’arte… da david bowie a egon schiele, da michael ackermann a wim wenders… passando per una miriade di artisti semisconosciuti e incazzati neri 😀

Tra le tematiche dei tuoi lavori pittorici e fotografici ci sono sempre rimandi all’eros, alla morte e (se così vogliamo dire) alla ricerca “dell’altrove”. Per questo ti chiedo dove e da cosa trai ispirazione per le tue opere?

io sono morbosamente interessata alle devianze, agli aspetti più intimi e “inconfessabili” della natura umana, alle paure, ai segreti, al nascosto… quindi la sfera dell’eros è sicuramente una delle fonti primarie vista la primordialità/bestialità che contiene e i numerosi taboo che la riguardano. idem per la morte, da sempre argomento cruciale…

indago me stessa, ed empaticamente cerco di calarmi nelle viscere e nei baratri altrui…

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Quali sono i baratri che hai visto e di cui ti senti parlare e quanto hanno influenzato il tuo modo di creare?

Non ho chissà quale affascinante esperienza alle spalle… mi faccio accompagnare dalla mente mentre leggo, mentre parlo con la gente, mentre osservo. Problemi mentali, paure, devianze, malattie, superstizione, violenza, criminalità, banalità, ridicolo, grottesco, morte… direi che sono tutti temi immancabili, qualsiasi cosa io faccia.

Ghosts, Blowjobs, Exposing the Sickness, In between, Sistema Morboso… a quale progetto ti senti più legata e perché?

Tendenzialmente sempre all’ultima cosa fatta o a quella in corso 🙂 è come se una cosa, una volta finita, o anche solo concepita, già mi suoni vecchia, superata… vabbé a parte questo pensiero estremo… fra questi nominati ce ne sono almeno un paio perennemente aperti e in evoluzione, come Ghosts e In Between, senza dimenticare la mia eterna passione per la Street Photography che è un progetto di vita ormai 🙂

Ricollegandomi alla domanda precedente. Come nascono le figure di ghosts, questi fantasmi quasi per nulla erotici, ma allo stesso tempo sensuali?

Ho sempre cercato di immaginare scene di vita accadute in posti ora abbandonati… le presenze che hanno abitato luoghi… e ovviamente i miei fantasmi non sono di nobildonne con abiti d’epoca.

I miei sono nudi, squallidamente normali, con tutti i loro difetti. Grassi, magri, storpi, volgari, pensierosi, colti in atti segreti, innominabili, “sporchi”… reali, pesanti. Memorie incancellabili.

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Cosa desiderano veicolare i tuoi lavori? Qual’è il messaggio dietro al colore e al B/N?

A me interessa far arrivare impressioni e sensazioni, non ci sono necessariamente messaggi chiarissimi o morali della favola dietro. Ci sono sicuramente delle idee, e se arrivano anche quelle… beh… benissimo.

Per me il colore è molto importante, adoro il colore anche se non si direbbe dalla generale oscurità che pervade le mie cose… ma lo utilizzo solo quando ha un ruolo determinante, altrimenti, specie per la street photography, risulta spesso irrilevante e anche di disturbo.

Che cos’è per te il corpo?

E’ triste se dico un peso? E’ come un vincolo. Non una gabbia… ma di sicuro un forte condizionamento.

Puoi anticiparci qualcosa sulle tue future produzioni artistiche?

Ehhhh….. metto sempre troppa carne al fuoco… sempre messa troppa carne al fuoco!

Ecco perchè alla fine fra musica, arti visive e compagnia bella non ho mai sviluppato bene una cosa… risultato: tante cose ma fatte male!

Negli ultimi anni mi sono imposta di concentrarmi sulla fotografia ma ovviamente già sto buttando dentro addirittura un tentativo di cortometraggio… comunque direi il prossimo progetto in “uscita” è fotografico e si intitola Lazarus, un lavoraccio sulla morte e sulla dimenticanza che porto avanti da un anno e mezzo fra alti e bassi… è estremamente impegnativo a livello emotivo e spesso lo devo accantonare per riprendere fiato…

All images are copyright protected and are property to Monia Themonia De Lauretis

Christian Humouda

Official Flickr: https://www.flickr.com/photos/themonia/sets

Il primitivismo delle forme. Intervista ad Andrea Fiorino


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Benvenuto su WSF Andrea

Andrea Fiorino come descriverebbe se stesso come artista e uomo?

Nel mio lavoro cerco di descrivere quello che sono

Come e quando nasce il tuo percorso artistico?

Nasce attraverso il disegno, ogni dipinto è accompagnato da una lunga serie di schizzi che realizzo su taccuini che porto sempre con me

Quali autori hanno maggiormente influenzato il tuo modo di fare arte?

Non c’e un autore in particolare , ci sono tanti piccoli dettagli che noto nelle opere di altri autori che mi affascinano e che in un certo senso cerco di metabolizzare e   inconsciamente riporto nel mio lavoro

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Dentro fuori.

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Cos’è per te una tua opera? Come la definiresti?

Un contenuto  che mi deve smuovere a livello intellettuale e emotivo.

Il 22 maggio del 2015 c’è stata la tua prima personale: “Lost paradise”, curata da Elisa Fusi presso la galleria Circoloquadro  di Milano. Cosa ti ha portato a ricreare il tuo personalissimo Paradiso perduto?

la volontà di rendere immagine un idea di mondo che avevo.

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Cadde dal cielo – Tecnica mista su cotone 220×160, 2016

A quale dipinto ti senti più legato e perché?

mi sento legato a tutti i lavori che realizzo; questa sensazione di legame la provo solo quanto li sto realizzando, nell’istante in cui termino un dipinto , svanisce.

Qual è il messaggio che desideri veicolare attraverso le tue opere?

Una sensazione di ambiguità e perturbante.

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Arte e denaro il connubio è possibile?

Si penso sia necessario , poiché permette la sopravvivenza fisica dell’artista

Puoi anticiparci qualcosa sulle tue future produzioni artistiche?

Per scaramanzia preferisco tenere per me i progetti futuri, ma presto faro una mostra fuori dall’italia

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Grazie Andrea

All images are copyright and are property to Andrea Fiorino

 

Official Istagramhttps://www.instagram.com/andreafiorino/

Official Tumblrhttp://andrea-fiorino.tumblr.com

La piratessa della poesia. Intervista a Vera Bonaccini


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Benvenuta su WSF Vera,

Grazie.

Quando nasce e si sviluppa in te la passione per la scrittura e quali sono stati i passaggi evolutivi che ti hanno condotta a scrivere poesie?

Credo che la passione per la scrittura, per quanto mi riguarda, sia una diretta conseguenza dell’amore per la lettura; una cosa del tipo: “Ehy ma i libri sono bellissimi! Amo i libri! Voglio scriverne uno!” e ci ho provato; da piccola, però, scrivevo solo racconti surreali che parlavano di gatti pirati spaziali che combattevano ingiustizie e inquinamento. La passione per la poesia, come per tutti, è arrivata con l’adolescenza, insieme alla convinzione di essere immortali e all’acne. Poco per volta ho capito che quello della poesia è il mio linguaggio personale e quindi eccomi qui a scrivere poesie, con buona pace dei gatti e dei pirati.

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Che cos’è per te la poesia ?

La poesia è un linguaggio e, quindi, citando Burroughs, in quanto linguaggio è un virus. La poesia, per me, è questo, un virus. Un’entità strisciante che ti si insinua sottopelle; la poesia deve contaminare, deve contagiare, deve lasciarti diverso da quel che eri prima di averci a che fare. Se la poesia non ti cambia è qualcosa di bello e interessante magari, ma certamente non è poesia.

Che colore hanno le “Cartoline da un paese in dismissione?”

Uhm, potrei dirti nero ma sarebbe troppo facile; diciamo che sono un insieme di colori che vanno dal grigio smog al rosso ciliegia passando dall’antracite dell’asfalto al bianco sospeso. In breve, hanno tutti i colori che si possono incontrare in una giornata no.

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“Facendo fiorire il cielo.” Vera Bonaccini

“Le stelle sono andate tutte al cinema?”

Ecco, questo libro invece ha il color bruno fumoso di un jazz club non troppo grande, in una sera piovosa di Novembre.

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Qual è la carica rivoluzionaria della poesia in una società negazionista come la nostra?

Come dicevo prima, la poesia per me è un virus. La poesia deve essere essa stessa rivoluzione. In caso contrario non ha alcun senso. Oggi si scrive molto e ci si confronta poco, è un peccato. Ci sarebbero tante cose da dire, tante cose da fare… viviamo in un momento storico estremamente complesso, in cui è necessario ridiscutere e rivedere da cima a fondo gli stili di vita che abbiamo portato avanti fino ad oggi, in cui la poesia e la cultura in generale dovrebbero essere rivalutate e riconsiderate proprio per l’intrinseco valore di rivolta e cambiamento sociale che portano con sé. La poesia è, per sua natura, anarchia allo stato puro, ma oggi spesso diventa, invece, la reiterazione sterile di uno status quo. I poeti oggi vivono su Instagram, non nelle piazze. L’hashtag #poetaitaliano è il nuovo “sciame poetico” della poesia di Rimbaud? Che tristezza! Penso ad altri periodi storici, alla Beat Generation, ad esempio, in cui gli autori si confrontavano, si mettevano in gioco, scrivevano gli uni degli altri, erano attenti e vitali e, così facendo, rendevano la poesia reale e potente. Oggi ognuno fa il suo, tranne rari e bellissimi casi, e la poesia per lo più è diventata un campo sterile, asservito all’ego e all’apparenza; è un peccato. La fortuna è che i virus mutano continuamente, quindi aspettiamo e vediamo in cosa si trasformerà prossimamente questo variabilissimo VirusPoesia.

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Una tua poesia è stata selezionata sarà presente nel Il patto di Vera Q. Come puoi dirci di più?

Posso dire che sono felicissima e onorata del fatto che Vera, mia adorata e malvagissima omonima, abbia scelto proprio la mia poesia per fungere da antipasto a quanto racconta ne Il Patto. Vera Q è una grande scrittrice ed una grandissima donna; i suoi sono tra i migliori libri che abbia letto negli ultimi tempi, ha uno stile davvero particolare e un’ironia estremamente cinica e sottile. Esagero se dico che la adoro?

“I ragazzi non vogliono smettere”, Nagasaki luna Park, Guadagnare soldi dal caos, Little town blues , a quale opera ti senti più legata e perché?

Beh, ovviamente e banalmente per quanto riguarda i libri scritti solo da me, direi che mi sento più legata a Little Town Blues, essendo l’opera più recente e quindi quella che, attualmente, mi rappresenta di più sia per quanto riguarda le tematiche affrontate sia per quanto riguarda lo stile utilizzato. Tra l’altro è uscita da poco la seconda edizione, che comprende alcune nuove poesie, e sta piacendo molto. Devo ammettere che è un libro che mi sta dando molte soddisfazioni.

Per quanto riguarda invece le opere collettive, quella a cui sono più legata è indubbiamente “Nagasaki Luna Park”, innanzitutto perché è veramente una bellissima antologia di racconti e poi perché è stata la mia prima pubblicazione insieme a Nucleo Negazioni, collettivo mutevole, mutageno e mutante di cui faccio parte fin dal principio.

La tua ultima fatica poetica è Little town blues, come lo descriveresti?

Little Town Blues è un’espressione derivata dalla canzone New York New York di Frank Sinatra e si può tradurre come “piccola depressione cittadina”. Il libro parla proprio di questo; delle piccole depressioni che derivano dal vivere in un posto piccolo: Pietra Ligure, la città in cui vivo che mi piace molto ma ha comunque dei limiti notevoli; l’Italia stessa che è, e resterà temo ancora per molto, un paese piccolo con una mentalità piccola e, infine, la realtà di alcuni collettivi letterari con cui ho avuto a che fare che, troppo spesso, invece di veicolare il cambiamento e la sperimentazione, tendono a preservare una sorta di conservatorismo di pensiero sia dal punto di vista stilistico, sia dal punto di vista umano, tendendo a dare spazio sempre e solo a certi “specifici” soggetti. Nonostante tale premessa non è un libro triste o rancoroso, anzi. È un libro indignato, al massimo.

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Fai parte del collettivo Nucleo negazioni redattrice della Rivista digitale “Bibbia d’Asfalto” e curatrice della collana Vertigini per Matisklo edizioni cosa ci dobbiamo aspettare dal futuro la pirateria?

Assolutamente sì. Da grande farò il pirata, è destino! Nel frattempo, però, sto anche tentando di scrivere un romanzo e di preparare dei pancake vegani decenti.

Grazie Vera

Grazie a te

Vera Bonaccini Link:

http://www.matiskloedizioni.com/autori/verabonaccini.html

 

Polline e carne. Intervista a Inanna Trillis


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“TERRA MATER” di Vito Bongiorno

Benvenuta su WSF Giorgia!

Come e quando nasce il tuo percorso artistico?

Il mio percorso artistico è iniziato in maniera definita sei anni fa quando per la prima volta ho assistito ad un evento performativo a Roma ricordo che sono fell in love at once con la performance art. Prima avevo sperimentato altri modi for make art partendo dalle scrittura che resta anyway un perno importante per me. Credo che la poesia sia la forma d’arte maggiormente completa e complessa che ci sia. In pochi sono in grado di “approcciarvisi” e sono rari gli abili a farla. La poesia anche quando è concettuale non esclude mai l’estetica ne della forma che del contenuto, prevede l’uso armonico dei suoni per questo la traduzione in altre lingue in parte la distrugge, l’immagine che necessariamente o figurata o astratta nel sentito evoca e la scultura matematica che la deve costruire.

Dopo aver assaggiato un po’ di teatro amatoriale non ero del tutto soddisfatta mi mancava qualcosa.

La Performance art invece mi ha conquistata, l’uso del corpo nella sua interezza per poter comunicare, liberare amare eludere la coscienza e andare oltre trasfigurando anche il sé.

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G R A V I T – (0) Invocazione a Binah Shabbathai, Saturno


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Dimensioni: 18 x 18 x 23 cm circa
Tecnica: Scultura in ferramenta sospesa tramite fili.
(14 – 11 – 8 – 5 – 2 – 1 – 1 – 0 – 0; spazi fra le lettere del nome)

L’Invocazione a Binah è un’opera molto personale e di natura essenzialmente spirituale.
Binah (termine che significa comprensione in ebraico) è il terzo Sephirah dell’Albero della Vita, il glifo della Cabala che sta alla base di tutta la tradizione esoterica occidentale e che rappresenta il processo di emanazione dell’Universo da parte di Dio attraverso l’identificazione di dieci principi o ricettacoli di forza detti appunto Sephiroth. Una trattazione più esauriente dell’argomento sarebbe ovviamente impossibile e superflua in questa sede; basti dire che Kether, il Sephirah primordiale che rappresenta l’Unità Essenziale senza forma né attributi – qualcosa che potrebbe definirsi come l’idea in assoluto più trascendente di Dio, analogo per certi versi al Tao cinese – si scinde nella seconda fase del suo sviluppo nella coppia polarizzata Chokmah–Binah: il Positivo ed il Negativo cosmici, il Maschile ed il Femminile assoluti, il Dinamismo e la Staticità fondamentali; i pricipi taoisti di Yang e Yin.
Binah racchiude dunque in sé l’idea di Forma in opposizione a quella di Forza, della Materia come controparte essenziale (e, cosa fondamentale, altrettanto sacra e divina) dello Spirito: secondo la cosmogonia cabalistica, la manifestazione della forza attraverso il veicolo stabile della forma (detto altrimenti, l’incarnazione dello spirito) avviene soltanto quando si sia raggiunto un punto di equilibrio vivo, attivo, tra tensioni energetiche interagenti – stato che ho riprodotto nella mia opera, in cui la ferramenta è sospesa e tenuta in posizione da un preciso bilanciamento di gravità e magnetismo. Ho scelto di utilizzare prevalentemente questo materiale grezzo – ferramenta vecchia, arrugginita e polverosa – per richiamare sia fisicamente che concettualmente l’idea generale di forma come conseguenza di forze in equilibrio (da cui discende il concetto più particolare di materia come esito di energie mentali armonizzate) che è peculiare di Binah; gli elementi che le sono tradizionalmente attribuiti sono infatti Terra e Acqua, entrambi densi e ricettivi a differenza di Fuoco ed Aria, sostanze sì energiche ed evanescenti ma pericolosamente dispersive o addirittura violente se lasciate libere di vagare per l’Universo (o per la Mente) senza essere bilanciate dalle loro complementari – incanalate, dunque, e concentrate in un veicolo: questo il motivo della forma sferica, cava, che chiude e raccoglie – prototipo geometrico dell’utero archetipale della Grande Madre Cosmica, la cui natura è duale come sottolineato dal suo doppio appellativo: Binah è infatti detta sia Ama, l’Oscura Madre Sterile (la ferramenta compatta, dai toni spenti), che Aima, la Lucente Madre Fertile (i punti di luce dati da brillantini e lustrini). Essa è considerata datrice sia di Vita che di Morte, in quanto lo Spirito – la cui natura è imperitura – attraverso l’incarnazione raggiunge sì la sua pienezza evolutiva, ma diviene anche soggetto alla ciclicità vita-morte che è propria della natura corporea.

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La forma sferica nel contesto della mia opera è collegata anche all’immagine dell’uovo, l’Uovo Filosofico – lo strato inferiore, più spesso, in procinto di avvolgere completamente quello superiore nell’atto vivo di formazione del guscio, pronto a espandersi anche oltre la struttura in legno che lo sorregge – e a quella di un pianeta, Saturno (divinità corrispondente a Binah), del quale l’opera è mia personale astrazione. A ben dire, la mia creazione non è perfettamente sferica: se la si osserva con attenzione, si nota una leggera squadratura, come se fosse in atto una metamorfosi in cubo, figura geometrica associata nella Cabala al quarto Sephirah, Gedulah, il quale emana da Binah in uno stadio successivo dello sviluppo di quest’ultima: l’Albero della Vita, e come esso l’Universo manifesto e la Mente, non sono stati, bensì processi. Il divenire è proprietà di tutto ciò che si manifesta; l’Essere, solo dell’Assoluto che lo sottende.
Un ulteriore richiamo agli attributi di Binah è il colore Nero, associato al terzo Sephirah in quanto anch’esso onniricettivo. Fra la ferramenta ho inserito anche qualche conchiglia – come ho accennato in precedenza, l’Acqua è uno degli elementi di Binah, detta anche Marah, il Grande Mare, la culla primitiva e materna della vita.

Come ho detto, l’opera è strettamente personale: ho scelto coscienziosamente di concentrarmi su questo Sephirah e sui suoi attributi in quanto l’ultimo periodo della mia vita (e forse non solo quello) è stato eccessivamente sbilanciato verso tutto ciò che è mentale e teorico. Come sperato, la realizzazione di quest’opera si è rivelata essere la forma più intensa di meditazione a cui potessi aspirare.
Ora è qui nel mio atelier a ricordarmi costantemente di non “evaporare” nei miei pensieri, a tenermi ancorata a una parte di me che spesso tendo a trascurare.
Questa rude ferramenta produce un lieve e soave tintinnio quando un filo d’aria la smuove: allo stesso modo, lo Spirito fa rilucere e cantare la Materia – senza mai dimenticare che se non ci fosse la ferramenta, l’aria da sé non produrrebbe alcun suono.

(A quest’opera ne succederanno altre sempre sul tema della gravità.)

Ilenia Pecchini

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G R A V I T – (0)

Invocation to Binah
Shabbathai, Saturn

18 x 18 x 23 cm
Sculpture; ironware suspended by strings.

“Invocation to Binah” is a deeply personal and essentially spiritual artwork.
Binah (which means “comprehension” in Hebrew) is the third Sephirah of the Tree of Life, the cabbalistic glyph which underlies the whole western esoteric tradition and which represents the process of emanation of the Universe from God himself through the identification of ten principles or receptacles of forces called Sephiroth. It would be impossible in this context to be exhaustive about this incredible subject, so I’ll try to be short: Kether, the primordial Sephirah which symbolizes the Essential Unity with no shape nor attributes – something that could be described as the most trascendent possible idea of God, similar in some ways to the chinese Tao – in the second phase of its evolution splits itself into the polarized couple Chokmah-Binah: the cosmic Positive and Negative, the absolute Masculine and Feminine, the foundamental Dynamism and Stillness; the taoist principles of Yang and Yin.
So, Binah holds the idea of Shape in opposition to that of Force, of Matter as the essential (and, which is extremely important, equally sacred) opposite of Spirit: according to the cabbalistic cosmogony, the displaying of force through the steady vehicle of shape (in other words, the incarnation of the spirit) only occurs when it is reached a point of alive and active equilibrium in the interaction of energetic tensions – state that I reproduced in my artwork, in which the ironware is suspended and held in position by a precise balancing of gravity and magnetism. I chose to use this raw material – old and rusty ironware – to recall both physically and conceptually the general idea of form as a consequence of the equilibrium of forces (from which descends the most particular concept of matter as a result of harmonized mental energies) which is peculiar to Binah; the elements that are traditionally ascribed to this Sephirah are in fact Earth and Water, both dense and receptive unlike Fire and Air, energetic and evanescent substances that can become dangerously wasteful or even violent if let free to roam through the Universe (or through the Mind) without being balanced by their complementary ones – canalized, then, and concentrated in a vehicle: this is the reason why I chose the spherical shape, an hollow one, which encloses and gathers – a geometric prototype of the Great Cosmic Mother’s archetypal womb, which nature is twofold as underlined by her double appellation: in fact, Binah is both called Ama, the Dark Sterile Mother (the compact ironware, with its dull tones) and Aima, the Bright Fertile Mother (the spots of light given by glitters and tiny diamonds). She is considered to be the giver of both Life and Death, since the Spirit – which essence is imperishable – through the process of incarnation both achieves its evolutionary height and becomes subjected to the cycle of life-and-death which is typical of the physical nature.

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The spherical shape in the context of my artwork is also linked to the image of the egg, the Philosophical Egg – the lower layer, which is thicker, is about to completely envelop the upper one in the living process of formation of the shell, ready to expand even over the wooden structure which supports it – and to that of a planet, Saturn (who is also the god associated to Binah), of whom the artwork is my personal abstraction. Actually, my creation is not perfectly spherical: if you observe closely, you will notice a slight hint of squaring, as if the sphere was about to begin a metamorphosis into a cube, the geometric figure which stands for the fourth Sephirah, Gedulah, emanated from Binah in a subsequent stage of her evolution: the Tree of Life, and with it the whole displayed Universe and Mind, are not stages, but rather processes. To become is the propriety of everything which displays itself; to be, that of the Absolute which underpins it.
Another hint to Binah’s attributes is the colour Black, linked to the third Sephirah since they’re both omnireceptive. Between the ironware, I also put in a few shells – as I mentioned above, Water is one of Binah’s elements: she’s also called Marah, the Great Sea, the primitive and maternal cradle of life.

As I said before, this artwork is closely personal: I conscientiously chose to focus on this Sephirah and on her attributes because the last period of my life (and maybe not just that) has been exceedingly unbalanced towards everything that is mental, spiritual and theoretic. As I hoped, the creation of this artwork has revealed to be the most intense form of meditation I could aim to.
Now it is here in my atelier, constantly reminding me not to “evaporate” in my thoughts and helping me to give space to a part of me that I often tend to ignore.
This raw ironware makes a straight and gentle tinkling when a breath of air moves it: in the same way, the Spirit makes the Matter shine and sing – never forgetting that without ironware, the air itself would not make any sound.

(More artworks on the subject of gravity will be coming soon.)

Photo: Riccardo Pecchini

Ilenia Pecchini

(Christian Humouda)

 

Le Ceneri Postatomiche di Aster Endy


 

Valen Burzum

 

Benvenuta su WSF Flavia
Flavia Morra e Aster Endy, chi è l’una e chi è l’altra?
Ho creato Aster Endy per sentirmi più libera, non mi piace associare il mio nome a certi miei lavori. Se l’arte è anche espressione di parti di sé ascoste o inaccessibili agli sguardi altrui, allora mostrarle mi crea imbarazzo. Aster Endy è la screanzata, Flavia Morra è la scontrosa
Come e quando l’arte è entrata nella tua vita?
Da bambina sfogliavo i libri illustrati per ore, ho sempre osservato le forme, i volumi, le luci, credo che tutto sia nato da là. Non ricordo un solo periodo della mia vita in cui non abbia disegnato, mi calma, mi rilassa. Io non so se faccio arte, ma so per certo che mi diverto tantissimo a fare segni sulla carta, sostanzialmente questo mi basta

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L’essere un’autodidatta è stato per te un limite o una conquista?
Entrambe le cose, il tempo raddoppiato per riuscire a padroneggiare una tecnica o a capire l’anatomia è pieno di frustrazione e di rabbia, credo che ci siano poche cose che mi fanno infuriare più del non riuscire a rappresentare quello che ho in mente, però lavorare da sola, crescere da sola, ti rende libera dai punti di vista degli altri, puoi sviluppare uno stile più personale e puoi seguire le tue necessità e non le scadenze degli esami.

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Il disegno digitale cosa ha dato e cosa ha tolto al processo creativo?
Il digitale consente di risparmiare su colori e materiale, questo è un enorme vantaggio, indiscutibilmente, ti consente di evitare ogni errore, ma già questo non è del tutto positivo, toglie tensione, accortezza e cautela al processo, inoltre se hai tendenze ossessivo-compulsive come me, ti irretisce nell’idea vana di perfezione, puoi non uscirne più. Però è un ottimo strumento per esercitarti, sperimentare soluzioni strambe e incanalare la creatività all’interno di un’insieme di regole processuali rigide che ti disciplinano, siccome io sono indisciplinata posso dire che mi fa comodo

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Musica metal e classicismo pittorico stanno alla base della tua produzione artistica. Da cos’altro trai ispirazione per le tue illustrazioni e dipinti?
Dai cataloghi ikea, dalle fotografie delle modelle bellissime e dalle riviste di arredamento. Ma è la musica che più di tutto il resto mi spinge a prendere una matita in mano, per ogni brano che ascolto, e ne ascolto di continuo, sono decine le immagini che mi si affollano in mente, non è sempre piacevole, specialmente se sono in strada e non posso fermarle su carta. non c’è lavoro che non abbia una traccia musicale all’interno, scelgo la musica rispetto all’atmosfera che voglio ricreare, non potrei mai ascoltare musica leggera se sto disegnando qualcosa di tetro. Vabbè, non potrei mai ascoltare musica leggera in generale, ma questo è un altro discorso

Belus Dod Burzum

Come nasce tecnicamente un tuo lavoro?
Ascolto un brano, leggo una poesia, lascio che l’immagine salga da un qualche dirupo interno, guardo il foglio, lo guardo a lungo, molto a lungo, mi spazientisco, prendo la matita e comincio a scarabocchiare, sbaglio, cambio foglio, ricomincio a guardare e poi magicamente le linee vanno a formare qualcosa, qualcosa che non ha nulla a che fare con l’immagine salita dal dirupo interno. Tutto quello che ho fatto finora, anche i lavori meglio riusciti, non erano ciò che volevo disegnare, sono altro, da dove vengano io non lo so
La tua ultima illustrazione è diventata la copertina di “ceneri post atomiche”, come nasce e a cosa ti sei ispirata per la sua creazione?
Mi sono ispirata alla parola cenere che nell’ultimo anno mi sta perseguitando , alle rovine, ai forni crematori, alle esplosioni vulcaniche. volevo rendere l’idea di distruzione e di leggerezza dei fiocchi di cenere portati dal vento. Non ho pensato alla parola “postatomica” troppo lontana dalle circonvoluzioni grafiche che amo per poterla tenere in considerazione. E poi ho pensato a Prypiat e alle foreste che stanno riprendendosi il territorio.

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C’è una poesia in particolare che ti ha colpita?
Redenzione è quella che preferisco, ma ovviamente non ti dico perché, se vuoi saperlo domandalo a quella sfacciata di Aster

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Quanto è importante essere social per un artista oggi?
Per molti lo è, forse dovrebbe esserlo anche per me, ma sono una pessima promotrice di me stessa e poi sono pigra, stare sui social presuppone costanza e organizzazione, a me mancano entrambe

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L’arte è un’altra forma di masturbazione?

Oh sì, titilli la tua mente, ti dici che quello che senti è così importante da dover essere reso immortale dal foglio, ti autocompiaci e ti autocommiseri allo stesso tempo, diventi l’assolutore di te stesso e l’autoassoluzione è un orgasmo multiplo con sottofondo di sensi di colpa

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Cosa puoi anticiparci sui tuoi progetti futuri?
Sto lavorando ad una graphic novel (pare che si debba chiamare così perché fumetto fa meno figo) basata su fatti di cronaca legati alla scena black metal norvegese degli inizi degli anni ’90, mentre procedo cerco di resistere alla tentazione di illustrare tutte le poesie di antologia di spoon river, tutti i brani di burzum e tutti quelli dei Kent. Cerco anche di resistere alla tentazione di oltraggiare il mio paese natale con una serie di fotografie ritoccate piene di cose brutte.

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Helvete tav. 35

All images are copyright protected and are property to  Flavia Morra.

Grazie Flavia

Official site: https://www.behance.net/asterendy

Official site Ceneri postatomiche: http://www.amazon.it/Ceneri-postatomiche-VersiGuasti-Vol-5-ebook/dp/B01DFZGCVM

 

Christian Humouda