Simmetrie degli spazi vuoti – Mariasole Ariot


L’al di là dei corpi è un libro che non ho mai letto, le nostre tracce si lasciano afferrare, che viene dopo
avanza e non di testa, chi si ritrae nudo
perde colore dagli occhi

Simmetrie degli spazi vuoti - Mariasole Ariot

[Queste sono parole che non dovrebbero uscire, le mie come le tue, cara Mariasole. Formandosi vorticose a mulinello, dovrebbero sparire nel centro nero profondo del corpo, in quel baricentro che, è fin troppo chiaro, per l’essere umano artificializzato non esiste più. Queste parole non trovano l’esatto spazio esterno, il corrispondente, l’incastro altro dove esistere e così resistere. Scivolano, di qua e di là, tra le pareti, tra i confini, sono perfettamente liquide. Scivolano e noi con esse. E non solo. Incrinano esse stesse lo spazio, lo deformano, se poi è vero che il nostro spazio ha una forma. Queste parole hanno, incredibilmente, una forza dinamica e insieme statica. Sfidano, con passione dolorifica, le nuove leggi globali e le vecchie, quelle locali. Diventano, o già sono, glocali: località dell’io più globalità del voi. Immersione e slancio. Dentro e fuori che si trasformano in simmetria: Simmetrie degli spazi vuoti (Mariasole Ariot, Arcipelago Edizioni, 2012).]

Le simmetrie che c’eravamo dati sfuggono al reale, il suono ci sovrasta, strisciamo a terra come serpi e ci inganniamo: le piccole variazioni sono mutamenti radicali.
Una luce
l’odore del terriccio
il petrolio che hai gettato
le orme che lasciamo per pudore permettono una traccia.

Dove l’esterno è tormenta, noi rientriamo.

[Non più un sistema che si auto organizza dentro l’ambiente, che crea i limiti del suo agire, che si auto produce. Ma un sistema che si liquefa dentro/fuori l’ambiente. I limiti si spostano all’estremo, oltre la percezione umana. Non c’è più produzione o distruzione, c’è solo un esistere per quello che si è. Sistema e ambiente, dentro e fuori, esistono al contempo. La frontiera è superata. Permane una solidarietà salvifica. Ma solo per pochi attimi. Non più spazio, ma posto, riparo, per la vita. E tutta la vita. Queste parole conducono al passaggio, arrendevoli più che coraggiose. Perché non può che essere così. Lì giù, quando toccheremo il fondo. Ci scioglieremo, sembra che dicano. Si liquiderà tutto, porteremo con noi anche le pareti. Non c’è speranza. Non più dentro. Non più fuori. Persa ogni simmetria. Sarà anomia. Sarà caos. Non un ritorno a casa. Infesteremo con la nostra vita tutto l’essere possibile. Né dentro né fuori, saremo tutto l’essere possibile. Per un attimo appena. Poi torniamo qui. Tornano i muri, tornano le sbarre. Torni in te. Torna il limite. Ancora immerso nel sistema. Torna l’oltre che agogniamo. In sé, non c’è speranza alcuna, ma dentro queste parole sembra di carpire che c’è. Forse.]

Perché qui la vita è al suo grado zero: pura vita che si frantuma senza il peso dell’altro come macigno ma per decomposizione interna. La vergogna è perduta per sempre, non c’è mai stata, è un gatto che piscia sul letto, una donna senza denti che getta la dentiera sul piatto, un urlo senza oggetto aggrappato ad un carrellino feticcio, i giornali di tre giorni prima, la porta che si apre a tratti da un carrello di alluminio come una visione straziante, e tutto segna esattamente questo: non la perdita di dignità – semmai il suo superamento – ma la perdita del rossore, della vergogna.
G. mi chiede di giocare a calcetto, e io non so giocarci, ma sto vincendo. A metà partita mi chiede di farci fuori a vicenda: sbatto la tua testa al muro, e tu la mia, contemporaneamente, e così ci salviamo.

Perché l’inferno è sempreverde, ciò che può cambiare non cambia, la muta è al di là delle sbarre, i rampicanti siamo noi che finalmente decidiamo di uscire.

Mariasole Ariot è nata nel 1981. Nel 2012, ha pubblicato su «fiabesca.blogspot» il racconto La bella e la bestia. Altri testi si trovano su «Nazione Indiana», «Il primo amore», «Metromorfosi Infocritica». Collabora alla rivista «Lo squaderno» e al blog letterario «Poetarum silva». Simmetrie degli spazi vuoti è la sua prima raccolta.

[Chiappanuvoli]

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Femminimondo – Alessandra Carnaroli


Femminimondo  - Alessandra Carnaroli

martedì
undici maggio
lei
lo respinge
lui le dà
fuoco
o mia o
di nessuno

la pelle è un foglio che finisce subito
ti resta tra le dita solo la carne
che gli fa male tutto anche la luce
come se ti svegli la mattina e guardi subito la televisione
come se l’aria è una gonna di carta vetrata
la tuta dell’adidas si attacca nelle gambe
è come se lecchi una fettina congelata e ti resta nella lingua
e dopo un po’ te la spacca
da piccola ci giocavo sempre quando mia madre
tirava fuori
i ghiaccioli
per farci l’acqua freddissima
io ci mettevo la lingua
appiccicata
mia madre diceva stupida stattenta che ti bruci
ti resta attaccata per sempre ti fa la cicatrice
adesso è come se sono un vestito dell’estate che l’anno dopo non ci entri più
e invece ci vuoi entrare per forza ti sforzi tutta sembra che fra un po’
scoppi
i capelli invece per fortuna quelli non hanno preso fuoco

Sei catapultato lì, a un millimetro dal peccato, sulla punta del coltello, immerso nel sangue attorno all’occhio tumefatto. Se non sei il cadavere sei l’assassino, se non sei la vittima sei il colpevole. Non c’è più distanza. E come potrebbe essercene ancora? Il mondo descritto da Alessandra Carnaroli è il mondo che c’è là fuori, senza fronzoli, senza vane illusioni, senza scuse né reticenze. Quel mondo, il nostro mondo, è un posto molto sporco, corrotto, distorto, dove la vita di una donna non vale quanto la vita di un uomo, dove dio è maschio e il peccato originale si può sempre riversare sopra una qualsiasi eva di turno, dove l’individualismo imperversa libero di far danno, di distruggere ma è sempre più libero e più nefasto se l’individuo in questione è uomo.
Non è crudezza, non è violenza fine a se stessa, è svelamento, è squarciare le tende di quell’intimità casalinga dove si pensa che tutto sia perfetto, dove imperversa invece il vero caos che sta facendo marcire le nostre società. La famiglia è diventata il posto ideale dove riversare le frustrazioni dell’insensato vivere moderno, picchiando e violentando i nostri figli nel silenzio, uccidendo quasi una donna al giorno. È così. È inutile credere ancora il contrario. Non si può più voltare lo sguardo dall’altra parte. La sacralità della domus ha lasciato il passo alla spettacolarizzazione della violenza. Allora, se le mura domestiche sono state profanate, perché non guardarci là dentro? Perché non confrontarci con la realtà? Perché non renderci conto di quanto realmente facciamo ribrezzo come esseri umani?
Non è uno sguardo disinteressato e totalmente emotivo, come quello di milioni di telespettatori davanti al programma scandalistico in prima serata. È il tuo occhio a un millimetro dalla lama, è il tuo stomaco sconquassato sotto i colpi dei cazzi, è il tuo sangue quello che bevi durante l’ultimo bacio. È uno sguardo coraggioso, in una società in preda al panico. Uno sguardo cosciente, in mezzo a tanti piccoli esserini che giocano a fare i grandi, i moderni. Uno sguardo realista, in una realtà che non può più permettersi di far finta di niente, l’omertà.
Perché, pare chiedere implicitamente la Carnaroli, allora, non cercare di capire? Perché non lo vogliamo capire? Femminimondo, Alessandra Carnaroli, Edizioni Polìmata, Roma 2011.

sabato
ventinove maggio
padre

mi spegnavi le candele nel sedere
così contavo quanto ci badavo
a diventare grande
a farmi crescere le ghiandoline a farci venire il latte
ti chiamavo mostro ma solo di notte
quando mi sentivano i muri attaccati con la muffa
e il cruciverba che mi mancava sempre una parola
tu mi dicevi vieni qui che te la dico in un orecchio
e ci lasciavi la lingua
i denti
lo stomaco sporco che mi passava da dentro
lasciava le macchie come le ciliegie sui panni
tirava giù i piatti i reni mi veniva il prolasso
dell’osso

soffocata nel letto
con la stoffa
in bocca
la donna
ecuadoriana
era a v
da quindici giorni
si prostituiva

si fa così coi maiali con le bestie
le leghi nel cancello
le fai morire d’aria
la pelle gli suda gli tira tutta
vedi che sotto c’è il sangue arrampicato sugli ossi
vedi che si sforza per arrivare al cervello
alla fine non gli arriva più niente
casca dal letto come le foglie
stava
la puttana
in autunno
marrone

sette agosto
turistafrancesce
violentata
a
dopo serata
a
da

turistafrancese
hai bevuto moltissimo e quindi ti posso scopare
ti metto contro il muro tanto anche io ho bevuto
e te lo metto dentro molto forte perché tanto non senti niente
l’alcol si usa anche per il mal di denti
per disinfettare gli orecchini prima di metterli
per accendere il fuoco alla svelta
viene il sangue vuol dire che ho rotto qualcosa
tipo la pelle la pancia
forse ho bucato un polmone
allora ti sgonfi
gli occhi ti vanno all’indietro le tette anche
e non sei più bella come prima e sporchi
quindi è meglio se ti lascio qui
e ti trovano domani mattina
quando il sangue ha finito
di farti i capelli come il legno
ti fanno la croce
che non ti stanno neanche bene
eri meglio prima

Alessandra Carnaroli (13/04/1979, Fano-PU), vive a Piagge (PU). Pubblica nel 2001 Taglio intimo, Fara editore. Nel 2005 la raccolta poeticaScartata è finalista al premio “A. Delfini”. Nel 2006 alcune poesie sono pubblicate, con una nota di A. Nove, in 1° non singolo (sette poeti italiani) Oèdipus edizioni. Nel 2011 pubblica FemmINIMONDO, Polimata, con una nota di T.Ottonieri. Nel 2011 partecipa a RicercaBo. La raccolta inedita Prec’arie è finalista al premio Miosotis 2011, D’If edizioni. Prose e racconti sono pubblicati in diversi siti e riviste (Alfabeta2, Il Verri, Atti Impuri, Nazione Indiana).

(note biografiche dal sito di Pordenonelegge)

Inediti di un altro corpo: Giuseppe Martella


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«Sei lì? Mi senti? Sei lì anche tu? Un corpo in bilico sul baratro? Permetti di presentarmi, mi chiamo. Tu sei? Ah, piacere.» L’ho trovato per caso, anche se non credo al caso, mi era accanto. Non una presenza estranea. Sulle prime non ho sentito alcun disagio. Altrimenti, dopo poco, pochi momenti, attimi appena, ho avvertito agio. Quasi un’ombra confusa con la mia. Strano, no? Ombre intersecate, spalmate su una porzione comune di terreno franoso. Eppure la fonte di luce è la stessa, spiovente, in faccia, dolorosa. Sono stato contento. Quasi commosso. Ecco, commosso forse no. Non c’è più spazio per la commozione. Non credo più, in fondo non voglio, alla commistione poesia/commozione, anzi no, poesia/emozione. La poesia è un lavoro e sapere che c’è qualcuno che fa il mio stesso mestiere mi fa tirare un sospiro di sollievo. Non credo che serva conquistare scampoli di mercato. Frontiere. C’è solo un lavoro da fare. Farlo insieme ci risparmia dalla fatica, soprattutto dalla frustrazione. «Tu sei? Ah, piacere.»

Giuseppe Martella viaggia su una linea, un confine, un bordo. I suoi piedi non sa dove metterli ancora, sono certo. Nella poesia? Nella prosa? So però che cammina con circospezione, soprattutto con grazia. La stessa grazia di un monaco giainista. In totale rispetto, quasi asservimento, verso le piccole cose, animate e non. Lo vedo camminare in punta di piedi. I tendini tesi per lo sforzo. Gocce di sudore nei calcagni. In attesa, silente, morigerata, di staccarsi dal suolo. Prendere il volo. Ora sta qui, vicino a me. Sento il suo respiro. Nessun affanno. Sento aria consistente che entra ed esce. Il ritmo cadenzato. Calmo. Il corpo è fermo. Eppure. Ci ricorda il suo corpo, le sue parole ricordano, un piccolo miracolo.

Un poco, riposiamo con lui.

 *

C’è stata una vita anteriore, un suo ricordo,

che ha dispiegato e inciso il tuo presente di voce.

Lo so perché ti leggevo, e ti leggo: Due anni fa,

nel pieno di un nero che mi faceva venire voglia

di urlare fino a stracciarmi i polmoni…

*

I nostri corpi fatti di cose, tutti

i nostri corpi disastrati,

che oppongono un minimo stupore

alle cose. I nostri corpi accidentati,

oggetti d’amore, non sanno più

chiudersi se non in loro stessi, appena

incistati in una placca di dolore.

*

Tutto questo disastro non dà pace, non

ne ha, non trova casa, non ci riporta nel sigillo.

Né basta la parola – non basta mai, non basta

a sé stessa – e l’infinito è scomparso nel poco.

I tetti, puntuali, hanno perso memoria,

sono franati, ci hanno definito.

*

Il cielo era una palpebra socchiusa, le finestre

erano illuminate, le cose stavano dentro l’ombra,

le strade erano entrate in un ordine diverso,

nutrivano altre fughe. Ho tolto molti chiodi

dalle suole, ma non per questo il passo

è più leggero. La pianura insiste nel suo variare

e si viaggia senza ritorno. Accettare questa

perdita di confini, queste strade slabbrate,

può essere un tentativo di inclusione. Eppure

le cose insistono anche se non sono definibili,

come queste finestre illuminate.

*

Non godono di questa tregua, non sanno

goderne. Si pensano desideranti, soppesano

il cuore in un cuccchiano. Dovrei invece

trovare una scure, il momento più giusto

per mutilarmi e scorciarmi in un profilo.

Come questa foglia, caduta per morirmi accanto.

Giuseppe Martella ha pubblicato la raccolta di poesie Canto, con una postfazione di Giulio Ferroni, e la plaquette Ecce homo per Errant Editions. Attualmente sta pubblicando, a puntate, il racconto lungo Il prigione, sempre per i tipi di Errant. Nato a Chieti nel 1978, attualmente vive e lavora a Roma come editor freelance e traduttore tecnico-scientifico.
Chiappanuvoli

La speranza è appesa a un filo – E. Macioci


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Io voglio bene a Philippe Petit, per due motivi. In primo luogo perché il 7 agosto 1974 passeggiò lungo un filo teso fra i tetti delle Torri Gemelle, a centodieci piani e quattrocentosedici metri d’altezza, realizzando un’impresa a cavallo tra follia, coraggio e insondabile gratuità (ancor oggi, guardando le foto, non si riesce a credere ai propri occhi); in secondo luogo perché da quell’impresa trent’anni dopo l’irlandese Colum McCann ha tratto spunto per scrivere uno dei più bei romanzi contemporanei (no, non è un libro sull’11 settembre; e sì, lo è): Questo bacio vada al mondo intero, vincitore nel 2009 del National Book Award e nel 2011 sia dell’International Impac Dublin Literary Award che del Superpremio Bottari Lattes Grinzane (titolo originale Let the great world spin, Rizzoli editore, nell’eccellente traduzione di Marinella Magrì).

Il romanzo è un coro. Vi compaiono: un prete dannato in cerca d’una improbabile, francescana redenzione, uno scrittore smarrito che trova l’amore per la via più inaspettata e contorta, prostitute adulte e ragazzine e quasi bambine, giovani hacker irrispettosi, graffitari avvolti nel mistero, giudici quietamente rassegnati, madri depresse che hanno perduto i figli in guerra, artisti falliti e fuggitivi, persone disilluse ma tenaci, provate ma dignitose, spesso disperate ma mai davvero senza speranza. Il centro del coro è lui, Philippe Petit, l’acrobata sul filo; gli altri personaggi assisteranno, chi prima chi dopo, più o meno per caso (ma esiste il caso?), alla sua incredibile traversata, o ne saranno in qualche modo toccati; e lui stesso infine scenderà giù, di nuovo uomo fra gli uomini, per subire in tribunale le conseguenze del folle gesto, per risarcire il mondo ordinario, il mondo della noia, ferito da tanta prodigiosa irresponsabilità.

La bravura di McCann sta nell’orchestrare, con maestria vicina alla perfezione, le mutevoli vicende, stando sempre attento a che il perno narrativo e poetico resti il funambolo, la sua dolce utopia realizzata; ma oltre al senso del ritmo McCann sfodera uno stile struggente, semplice e profondo, né patetico né banale, capace di frugare nel quotidiano per trarne fuori autentiche perle di magia, vorrei dire di metafisica, comunque di mito.

Mai, neppure davanti alla malattia, alla morte e all’avvilimento più cupo, la luce che anima il racconto viene meno; una luce tenue, primaverile, la luce verde del fogliame, una luce che pervade le righe e le parole e perfino i silenzi tra le parole. È a una simile luce che io penso immediatamente quando penso al romanzo; e subito dopo al funambolo, minuscolo punto scuro contro l’immenso cielo di New York, fragile e indifeso eppure vincitore, sospeso sull’abisso che è la sua vita, la vita degli altri personaggi, la vita di tutti noi. “Sotto, gli spettatori inspirarono all’unisono. L’aria parve improvvisamente condivisa. L’uomo lassù era come una parola a tutti nota, sebbene nessuno l’avesse mai udita.”

Enrico Macioci

Anna Maria Giancarli, una voce


Anna Maria Giancarli è un’onda di suono, un grido, una sorta di radiazione di fondo, cosmica, ecco, è come il rumore del vento dentro una grotta, baritonale, che esiste, indipendentemente dal resto del mondo. È una forza dirompente, a tratti, di certo, persistente, in equilibrio ammaliante sulle stanghette delle parole. Non un caso isolato nel panorama poetico italiano ma un lavoro, sapiente, una costruzione, paziente, sul caos armonico del fluire creativo contemporaneo. Anna Maria si è saputa ricavare il suo posto, legittimo, anche sofferto, quel posto però oggi è suo e di nessun altro. La Giancarli è un punto di riferimento nella nostra regione, l’Abruzzo, e una dei protagonisti di spicco della nostra città, L’Aquila.
In questi anni ha pubblicato 10 libri di poesia, tra cui un’antologia di suoi testi tradotti in rumeno. Nel 2007 ha curato le pubblicazioni del volume Elzeviri di Laudomia Bonanni e dell’antologia La poesia femminile in Italia nel 2010 l’antologia La parola che ricostruisce – poeti italiani per L’Aquila, tutte per le edizioni Tracce di Pescara. È presente in numerose antologie, riviste e quotidiani, nonché trasmissioni radiofoniche (“Zapping” di RadioUno). Può vantare le recensione dei più autorevoli critici e scrittori contemporenei (Spaziani, Frabotta, Lunetta, Muzzioli, Carlino, Fontana, Balestrini). È stata inserita nel DVD multimediale Dialoghi con i poeti Sanguineti, Muzziolie Perilli (2004). Partecipa a numerosi festival e manifestazioni, readings e letture pubbliche. Anna Maria, ancora è presidente dell’Associazione Culturale “Itinerari Armonici”, con la quale ha realizzato l’iniziativa multimediale del Poetronics (Poesia elettronica, alla XIV edizione) e Lapoesiamanifesta! in occasione della Giornata Mondiale della Poesia 2012, patrocinata dall’UNESCO. Collabora come critico letterario con i tipi di Tracce di Pescara, curando anche la collana “Segni del suono”, e con il Centro Documentazione Artepoesia Angelus Novus dell’Aquila. È fondatrice e membro della giuria del Premio Letterario Internazionale di poesia “Città dell’Aquila” (intitolato a Laudomia Bonanni) e del Premio Letterario Nazionale “Scriveredonna” (alla XVIII ed.). Lo scorso ottobre le è stato assegnato il Premio di poesia “Franco Cavallo”, organizzato dall’Associazione Culturale Campana, e affidato il compito di segnalare altre sei autrici che con lei hanno dato corpo all’antologia tutta al femminile La poesia come luogo delle differenze, a cura di Alfonso Malinconico (Marcus Edizioni, Napoli).
Minuta di fisico, Anna Maria è corpo di poesia fatto di parole “indocili”, spese al servizio delle questioni di genere, impregnate di una vena politica sana, rivolte sempre alla ricerca del nuovo verso da scrivere. Anna Maria è una voce reale e indipendente.
[riferimenti biografici da La parola indocile, Anna Maria Giancarli, Impronte degli Uccelli, Roma 2011]

Il peso dolce/amaro del momento, un rituale. La creazione.

INQUIETO RITUALE (da I trucchi del reale, Manni editore, 1999)

Immobilità cerebrale vedere e non parlare
stendersi polvere d’oro sugli occhi enumerarsi all’infinito
i perché i percome i perquando
lavarsi i sudori inventarsi un nuovo look demenziale
dovunque massaggiarsi velarsi sentirsi angosciarsi
godersi una fatica lavorarsi una speranza cavalcarsi un delirio
nel frattempo sedersi a teatro a cinema al concerto al cesso
impostare il tempo da aspettarsi scriversi una lettera di ricordi
smemorarsi di tutto imbellettarsi di disperazione
inchiodarsi ai secondi urlarsi di (r)esistere con un’idea in mano

Il carico dell’amore del corpo, significato dalla passione e dal rimpianto del tempo.

ORE 6:30 – AUTO DA FÈ

Filodrammatico il corpo equivoco sconosciuto fin dalla nascita
manifesta segni pavidi di cedimento con ardori-rossori non abbandonarmi
ora naufrago nel mercato melma dello stige una frase
imbellettata può forse farti riemergere ribèllati al fato forse potrai
promuovere un baratto che facciamo forse avremmo potuto partire
e non siamo andati mi sento in colpa eri nuovo compatto rigoglioso
e ti ho trascurato ora ti coniugo al passato oggetto di memoria
d’affezione gioco suono mappa racconti la mia storia ogni centimetro
un video in bianco e blu fai parte di me non devi gettare bombe
americane e volare sono piena di senso e vuota di danze plano
su fogli bianchi imprimo segni navigo in pozzanghere e volo con la
scopa lento pede mi avvio oh principe straccione in tramonto con
balzo cromatico raggiungimi ti tratterò in guanti bianchi
stringiamoci tralasciando le questioni di principio avvinti in un
destino acrobatico un certo savoir faire ci vuole siamo dello stesso segno
zodiacale maniacale vivendo di ricordi compattiamo frammenti
vuoi o non vuoi fonderti col fuoco del mio distico (elegiaco?) in
xerocopie infinite guscio stretto farfalla ninne nanne cantandomi
mima nenie andremo lontano esperti di sete e fame amami ancora

Considerazione del reale, non più che ritmo, e speranza che senso denso dà a quel ritmo.

LO MI COR NON S’ALLEGRA DI COVELLE* (Inediti da Sconfina/menti, Campanotto Editore, Udine 2006)

Grazie ad una seria di risultati – premesso un corollario –
con oculata cura opino l’esistenza d’un sofista
su una serie di parvenze mi soffermo con fatalità
cercando un punto saldo di rilevanza
smemorata di me disarmata
qui non si sfugge si scrive col corpo
in realtà di reale esiste il ritmo
¿adios a-dios claro?
il dolore intreccia nodi e cerco di scovarlo
prima che diventi il mio assassino/altrimenti/
nelle terre di nessuno in balia d’ogni banda
si clonano ipocriti tra farse pubbliche e private
mille e mille lune si chiedono chi ha ucciso la collera
e i nostri pugni in alto a sedurre il futuro
anche i poeti hanno perso fascino e forza nella mente
tristezza avanza/amara persino la neve/
crudeli le piogge d’idiozia tra i doppi e tripli sensi
non è serio a rigore/è forse crepuscolare
ma è tempo di sfidare ancora stelle libere
avvolti da piumaggi allegri – cogitare – con sfarzo
secondo lingua lavata dal marcio della pazienza

* di alcunché, di nulla (da un sonetto di Cecco Angiolieri)

Del momento. Del silenzio che porta con sé tutto il mondo, universale, cosmico, lei custode e padrona.

ELOGIO DEL SILENZIO

Tu vesti il silenzio di memoria da ora tu
gioisci nel dolce ritmo del fluire tu incantato
sempre tu in quieta solitudine aromatica assapori
tu blandisci il corpo / allerti gli scippati sensi / odori
ti rifugi in era silenziosa con ali di carta
in un sogno tintinnante scivoli ed a tratti sparisci
sotto mentite spoglie
mi piace entrare in tale selva coi capelli al vento
con un passo di dea sulle radure lasciare orme leggere
invisibili segni e sorrisi mi piace intonare
in questa stasi densa-liquida mi piace s/vagare
col viso di luci ed ombre increspato mi piace che mi giochi
facendomi frutto vellutato raro come l’oro d’un tesoro
con leggerezza intonata
noi ci apriamo in foreste secolari di silenzio
in questi luoghi silenziamo anche il respiro
noi ascoltiamo assonanze d’incorrotto senso
nel minuzioso esplorare dubbi di sogno diluviamo
il silenzio inseguiamo ombre e folletti carichi di mito
come alberi per desiderio di luce in silenzio svettiamo

Anna Maria Giancarli, una voce.

Chiappanuvoli

 

Del bosco di Elisa Biagini


Nel Bosco di Elisa Biagini

“Il bosco non è fuori ma dentro al corpo: è questa forse la chiave di lettura per entrare Nel bosco”, così scrive sul blog di Nazione Indiana la poeta Laura Pugno dell’opera di Elisa Biagini e mi pare il perfetto punto di partenza.

perché mi
vuoi passare
tra i rami –
che si impigliano
ciglia, che si
scheggiano
gambe –,
per specchiarti
nella mia pelle-
sapone, che ti
lavi di
crepe, angoli e ore,
per succhiarmi l’acqua
di luce dall’
occhio.

Nel bosco, tra i rami mi vuoi passare, edito nella collana bianca di Einaudi nel 2007. Criptata in tre sezioni: Cappuccetto rosso, La sorpresa dell’uovo, Gretel o del perdersi. Un percorso, come una discesa, una discesa oscura, tra i rami che ti sbattono in faccia. Rami che somigliano alle tua braccia, braccia attaccate a un corpo che sembra in tutto il tuo. Tu, piccola, celata dietro una mantellina rossa. Cappuccetto rosso.

la bocca piccola
per parole da
cannuccia, sputate
come noccioli, come
latte che deborda,

gli occhi due
semi sotto
ghiaccio, due
pesci intrappolati,

le orecchie
tazzine scordate,

e i denti persi
insieme alle
diottrie,
smussati da
maree di
silenzio, dal
buio che ti
sale ad
urti.

La vedo minuta, rossa, col viso di latte, come fosse una piccola Biagini, il lato più nascosto, come se entrare nel bosco fosse qualcosa che “ti ha / ritornata al / tondo della / pancia.” Più che un cammino è un ritorno all’essenza-duro-nucleo.

metti il cappuccio
per chiudere le
orecchie, per
non sentire il
fuori: chiuditi,
bimba, torna
tonda e da
uovo sii
sasso,
ascoltati d’eco
nella tua buccia
dura.

È far tesoro, è riportare con sé quell’oscuro chiarore bianco che c’è nel fondo più fondo del bosco. Purezza. No. Niente è puro. Pragmatismo. Per vivere. Ritornare. Ricordare. Il bianco non è mai bianco del tutto. Ma bisogna lasciarsi invadere, dentro, nel fondo. Il bosco è dentro di noi e noi siamo dentro nel bosco. Un rigirarci intorno. Il corpo è una porta.

beviti il
nero che ti
goccia
dentro al
cappuccio,
che insiste
nella bocca
come cappello
tra i denti
(e già è
macchiato il
bianco agli
occhi):

lasciati bere
e fa del bosco
pancia,
tornati a quel
ruotare
come di
lavatrice.

E poi dentro, dentro nel bosco, dentro nel corpo, c’è un uovo. Il corpo è un uovo. Dentro l’uovo c’è qualcosa. La sorpresa dell’uovo. Nel giallo nel tuorlo. Impastarci le mani. Entrarci dentro. Ancora più dentro.

(dopo)

sgusciata dal
mio primo cappotto,
sbucciata all’
ossigeno, al
suono, spellata di
placenta (una sorella),

questa mia pelle che
mi sbadiglia
infuori.

Come un’espulsione forzata, calda, una sorpresa che nasce e cresce e fuoriesce e stupisce là già dal fondo. Dentro c’è ancora qualcos’altro. Non sai più se dentro le carni o nel chiarore. Ormai ci sei dentro.

incinta della
mia mano,
di metri
d’unghie,
di ciglia:
il mio uovo
ha due gusci,
matrioska.

(Questo tuorlo
è la nostra
sorpresa).

È come una doppia natura, mai nata, sempre esistita. Come se non vi fosse accesso eppure vi si è già dentro. In qualche modo. Una “valigia a / doppio fondo”, dice la Biagini.

controlla la
scadenza a
queste uova,
cresciute
nottetempo
come funghi,
croste bianco-midollo,
senza entrata.

(Le mie, le tue:
circondata in
questa tua
valigia a
doppio fondo).

Rimando a qualcosa di accatastato da tanto, tanto tempo immemore. Come al fresco di una cantina. Stupisce. Ma non troppo. È come un ricordo. Qualcosa di atavico, che c’è sempre stato, torna a guidarci. Dobbiamo lasciarci guidare.

labbra sottili,
filo che si scioglie
(si sfila dopo
cotto come per
l’arrosto):

la grata
che dà sulla cantina.

Se c’è come c’è, allora. Tanto vale. Entrare. Perdersi. Pur lasciando sempre le tracce del proprio percorso. Perdersi. Lasciare le tracce non per tornare indietro, ma per ritrovare se stessi. Gretel o del perdersi.

il mio corpo che si cerca
converge all’ombelico,
si rivolta come calza
che sfugge il rammendo,
offre alla luce
le stalattiti dei polmoni.

Un perdersi tra…un perdersi doppio. La nostra essenza è doppia. La nostra essenza che forse è già persa. Eppure. Forse. Un forse piccolo, bianco, di latte. Candido come non lo siamo più. Forse la si più ancora sognare. Sfuggente. Solo a tratti, come per incanto. Come verso il sogno.

ho sognato la mappa,
l’incrocio d’ossa,
la via alla porta nella testa:

il fuoco al centro
della casa

(la saliva sul cuscino
è l’olio per quella
serratura).

Scivolare di qui è facile. È difficile. È difficile perdersi per ritrovarsi. È facile scivolare nei liquami, tra le carni, poche unghie, tutto latte. Ma cosa cercare? Perché andare? Perché il bosco ci attira? Perché sentiamo che un’essenza è covata tutta dentro, nel nucleo, nell’uovo? Perché scrivere di questi spazi? Facciamo rispondere la stessa Biagini, da Poeti degli Anni Zero, a cura di Vincenzo Ostuni (Ponte Sisto, 2011): “La responsabilità dello scrittore è quindi di cercare di tracciare una mappa, unire i puntini che formano un corpo comune: dar voce ad un pensiero che porti l’impronta del corpo, ad una parola che copra l’assenza tra un corpo e l’altro.” Riempire un vuoto che c’è, dunque.

che cosa cerco andando
in tondo e ancora
in tondo? la terra è fino
al cuore, i nervi
attorcigliati
alle forchette dei
capelli.

Chiappanuvoli

Un sapore di ruggine e ossa – recensione


Una donna senza gambe ma piena d’energia, un uomo pieno d’energia ma senza gambe. Una scintilla.

Basterebbe scrivere queste poche parole per racchiudere tutto il senso di Un sapore di ruggine e ossa, il film diretto da Jacques Audiard nelle sale in questi giorni. La pellicola è ispirata dalla raccolta di racconti di Craig Davidson Ruggine e ossa (Rust and bone, edito da Einaudi, collana Stile libero, 2008). Solo ispirata però, Audiard ha dichiarato infatti: «Craig Davidson ha visto la pellicola a Toronto e insieme a lui abbiamo avuto l’impressione di aver creato la novella mancante, anche se in realtà era un adattamento.» (fonte International Business Times)

Una donna che si è persa nelle inquietudini della sua vita. Un uomo che deve ritrovarsi nel gorgo delle inquietudini della sua vita. Un incontro casuale, volgare in sé, come volgare è la maggior parte delle nostre esistenze. Lei perde le gambe in un incidente: un’orca gliele trancia di netto. Lei è un’ammaestratrice di cetacei. Lei rimane sola. Lui deve rimettere in piedi la sua vita. Lui deve badare a suo figlio. Lui deve imparare a stare da solo sulle sue gambe. Lui è come se non sapesse andare dove deve andare. Lui ha le gambe ma non sa usarle. Lei decide di chiamarlo. Lui accetta l’invito a casa di lei. Lui è pieno di energia, di aggressività, di impulso vitale. Lei si lascerà contagiare come solo un essere umano disperato può permettersi di fare. Il sole. La spiaggia. Il mare. Nuotare. Nuotare anche senza gambe. Nuotare perché è la cosa più naturale del mondo. Nuotare perché non si può fare altrimenti. Perché non c’è più nulla da perdere. Lei e lui, una scintilla. L’energia mozzata di lei appoggiata sulle gambe statiche di lui. L’energia statica di lui appoggiata sulle gambe mozzate di lei.

Un regia semplice e diretta. Audiard pare di stare filmando un documentario, una storia reale, semplice e diretta. La fotografia a tratti è essenziale, curata nel dettaglio, frammentata come lo è la nostra percezione delle cose, soprattutto nei momenti di difficoltà; a tratti si arricchisce di particolari rendendo allo spettatore uno scenario complesso e saturo. Col passare dei minuti la trama si scioglie, si dipanano i dubbi, si allentano le angosce. Tutto diventa chiaro per lo spettatore. Restano in secondo piano anche i due protagonisti. A un tratto sembrano sparire dalla scena. Permane una certezza, una certezza certa come la neve. A quel punto devono rendersene conto solo i due protagonisti. Il tutto diventa ansia, terribile e oppressiva, un’ansia che sarà strappata via quasi all’improvviso, come una mano strappa un velo, e sono già i titoli di coda. In fondo come avviene nella vita reale.

Chiappanuvoli