Alessandro Assiri su Wunderkammer di Carlo Tosetti edito Pietre Vive Editore, 2016


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Quando la letteratura è grande lascia segni, ma quelli più profondi li lasciano le letture appassionate. Un inno introduttivo in bilico tra un Kafkiano delirio è un incubo di Dick apre questa raccolta di Tosetti per Pietrevive.
Il ricordo è metafora per eccesso. Questo suggerisce la memoria anche quando è fallace e di memoria è denso questo testo sospeso tra un tempo lirico è uno narrativo. Un uso spiccato dei riferimenti letterari rende la lettura complessa e chiede uno sforzo al lettore che viene tuttavia ripagato una volta trovata la chiave interpretativa. Un uso mescolato di un tessuto mitico, di un futurismo Marinettiano e di aneddotica popolare che Tosetti ricalca in una miscela che da vita a uno sperimentalismo che getta sopratutto nell’ultima sezione una visione allucinatoria verso una naturalità che sembra scorrere indifferente fredda nonostante le umane miserie.

di Alessandro Assiri

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Inediti di Carlo Tosetti


Tarkovskij

A ristorarci nella Piazza
delle Sorgenti gustammo
vino rosso e pici,
e meglio avremmo fatto
credo ad emulare
non le penitenze
di Santa Caterina
ma il respiro suo,
l’assimilare il genio
delle Naiadi che spande
il fumo vaporoso e guaritore;
immobili e cotti,
nella piscina rispettosi
del voto al matto di Gorčakov.

**

Kàlos

Lo sconvenevole frullio
della pernice in volo
appare un flato,
tanto ch’ella preferisce
un pudico e presto
sciolto zampettare,
a compatire di Kàlos
la vertigine in caduta,
dall’Acropoli gettato.

La Dea benevolmente
in pernice mutò
il ragazzo prima
dell’orrido schianto;
fatta la ruota
del vasaio ed il cesello,
la sega osservando
la lisca di pesce
ed il compasso,
nello zio architetto
cieco accese l’astio.

L’orrore uguale
fu iscritto nel nume,
la nemesi Dedalo attese.
Da Creta a volare
ressero uccelli artigiani
alla giusta distanza
dall’astro e dal mare,
ma improvvido Icaro
s’alzò verso il sole:
s’ammolla la cera,
si spiumano braccia,
un sibilo frusciano
gli scheletri d’ali,
fischiano invano
gesti le stecche,
smaniano i piedi
il suolo che l’aria
tagliano ancora,
si tronca il respiro,
si spappola il cuore,
precipita il giovane,
lo scioglie pacifico
il mito nel sale.

**

Merli

Pugna mia madre
contro i merli l’inverno
e leggo che Aristotele
li vide al gelo strepitare,
modulare il fischio,
a spezzar pensieri
nel peripato intimo
e da noi, dice che raspano
dai vasi il terriccio e lordano
frugando nel freddo patìo,
intorno al faggio nano.
Sono tronfi nel giardino,
quando sbatte la tovaglia,
lo dispone la natura
per le bestie e guardingo,
dall’acero il pettirosso sospira
al suo cospetto primavera.

**

Papillifera

Il ratto delle papillifera
perpetrammo ai muri antichi,
li bacava la cedracca
nei viottoli scoscesi,
ch’io correva superati
giovane saltando
profondi gli scalini,
risalendo la Via Annoni.
S’ambientarono cogl’anni
alla roccia del mio viale
e quando Alvaro poi s’appese,
in colonia organizzate
divorarono i bei fiori;
così poggiammo
il futuro sui veleni,
sul ricordo lagrimoso
della malìa di lumachine,
appartate nei bastioni.

**

Fortezza Bastiani

M’ossessiona l’ossimoro
dei mondi agnelli sudici;
in un bivacco di cartone
in sala da pranzo belano.
Smaniano le lorde madri,
le ciniche sotto i ronchi,
lontane, lutulente brucano
e quale amenità che portino
pomposi nomi biblici,
Mosè, Isacco e Aronne,
lambiccati pecorai,
ma elementari e zotici.

Il filare di lauro ceraso
i pecorai sorvegliano,
perché non ombreggi
le fragole la siepe
e mortale non s’affacci
ad abbuiare il prato.
Tenace passa la ramata,
sboccia germogli, aizza
lucide foglie prospere,
grasse, gli zuccheri
oltre il confine slanciano
le piante tarchiatèlle,
s’infuriano i pastori,
arrossano i rebbi, affilano
le falciòle e le ranze
di sambuco leggero vibrano.

Ombrati dai ronchi
a nord faticano
ad arginare i frassini,
radicando chiamano pionieri
castani e carpini, serpeggiano
nei prati le propaggini
della brughiera e mangiano
il fieno acerbo, evacuano
muschi e torbe succose.

A est vi è da rintuzzare
l’assalto del buio e del ceraso,
il faggio pendulo gigante,
l’acacia che ingravida e germoglia
gl’avamposti di là dei confini;
è fosco dei pastori il domani,
dalla loro Fortezza Bastiani.

**

Sentieri

S’incidono i sentieri
a seguitar le peste,
le mulattiere lacerano
le selve e scalpicciano
cavalli e somière,
lungo i basalti
saldati a brecciolino.
Nella neve svaporano
i passi o nel deserto,
per le creste mobili,
nudibranchi aridi,
avanzano stolidi,
tendono a più punti
nei giorni senza un fine;
lì serve riandare,
come gli scarabei,
a lume di stelle
ritrovano il covo.

**

Formica di fuoco

Vedi le formiche di fuoco,
paventando le piogge
guadagnano l’altura
della quercia
o del cedro rosso.
Onde superare
l’alluvione intrecciate
in fibra s’aggrovigliano
e la zattera intessono
a custodia di regine,
di larve, fattesi olio
si narra di vitelli
cui la gola straripa
d’un esercito colato
nel muso a spolpare,
e peggio queste forse,
o parenti loro chiusero
il libro dei Buendia.

**

Epiloghi

L’epilogo di “Une Vie”
ci disvelò lampante
l’ovvio equilibrio
dei bilanci, dei calcoli
comodi i chiari sensi
medianti e lo leggemmo,
primo, all’abitudine
d’anticipare le fosse
adusi e impenitenti.
“Anche lo stagno
puro è limaccioso!”
osservi e ciò pacifica
il romanzo d’ogni risma,
l’appendice di Gil Blas,
il paradosso per cui
“è finita la morte”,
si disse Ivan Il’ič,
la parabola del quale
imboccammo a tutto
malgrado dal trapasso.

**

Melme

Lo spirito apollineo
alita fino alle foglie morte,
alle muffe melmose,
che i soffici tappeti
delle foreste disciolgono,
le cui propaggini
i labirinti perlustrano
fiutato l’avena
e quando cadde il Sileno,
braccato da Mida,
anche alle melme
policefale ansante
annunciò che tutto
fu perduto nascendo.

**

Nina

Per Nina il gatto
si votò psicopompo.
Raccolto a sfinge
la vegliò il siamese,
dimentico dei ratti
da straziare, dei lacerti,
dei merli pasciuti,
delle piccole serpi,
e il fiume di Plutone
a solcare la seguì:
dall’Oceano s’infratta
giù tristo nelle faglie,
s’oscura, borboglia sordi
brusii oleosi e le sponde cela,
procede la prora ornata
dalla polena sorniona,
beccheggia, taglia
il corso nero la vela.

Fu di maggio il ventisei,
credo a Spirito sbarcato,
Nina compagnammo
al colombario traversando
marmi longevi e conosciuti
di figli dei figli e dei drogati;
giunti ai quieti alveari,
le spoglie dimore
delle fredde pupe,
si fermò lo strascicare
delle scarpe sulle ghiaie,
i cipressi alle nenie
piangevano galbule.
A casa, frattanto,
il gatto era tornato:
code guizzanti e piccole
esplosioni piumate
sbocciavano nel prato.

***

Carlo Tosetti (Milano, 1969), vive a Brivio (LC).
Ha pubblicato le raccolte “Le stelle intorno ad Halley” (LibroItaliano, 2000), “Mus Norvegicus” (Aletti, 2004) e “Wunderkammer” (Pietre Vive Editore, 2016).
Scrive sul blog “musnorvegicus.blogspot.it”.
Suoi scritti sono presenti su Nazione Indiana, Poetarum Silva, Larosainpiù, Paroledichina.