Giovani Prospettive. Omaggio di parole ad Emanuela Cau


Cau

Emanuela Cau, artista dalle mille sfaccettature apre le porte della sua abitazione a Quartu per la sua prima intervista video e si racconta. Definirla “fotografa” è riduttivo: ha studiato tecniche di scrittura e regia cinematografica, realizzato cortometraggi, video teatrali e musicali. Le sue foto sono autoritratti, sembrano quadri.

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Emanuela Emanuele Emanuela . di Alessandro Bertacco

Cosa è la vita, se non fossimo qui a cercarsi
E
io pago le rate tu paghi le rate noi paghiamo le rate
O
Finiamo tutti nei campi,
tu hai rubato altre anime diverse dalle mie
A sentirsi sciogliersi le dita su qualcosa di troppo astratto
A
vedere troppo grano del mondo andato, dico andato
A fare le ballerine impotenti
N
.finimmo tutte le bocche e le vocali
e ci trovammo a leccare l’arcobaleno

*

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O mar é mundo que te habita, ondas de revelação lavam-me a alma. Uma avalanche de emoções, banhadas com a espuma de uma história construída pelos silêncios – tão intensos como tu. E regas-me com o perfume de um entardecer dos sonhos de viver, num grito ávido de ser. Envolta num mistério de véus (re)inventas-te a cada momento, para me contares o segredo que transparece – em gotas de criação. Sinto-as correr os meus olhos. Abro o coração para as metáforas que agarras a tudo o que fazes teu. Sabes que cada concha pode adornar os meus cabelos, enquanto sorrio os teus receios e estendo os braços para os amar. Sim. Eu amo de olhos fechados. Respirei a brisa que me sussurrou o enigma do que apenas se pode sentir – sem recear. E fazes-me forte quando acarinho o teu sorriso desenhado pela areia que beija os teus pés, em noites de luar – tu és o verbo criar.

Claudia Ferreira

*

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Tra le tue gambe
onde silenziose
la mia nave.
Trascinati da una fermezza
surreale,
siamo il volto dei bimbi
nascosti:
tra le velature
tra le trame
tra i vorrei.
Siamo lo scrigno di ogni cuore,
di ogni maledetto cuore
che trema, come pirati che cercano il proprio volto
da chiamare tesoro
ed io, capitano di questa nave fantasma
senza equipaggio,
protettrice di cuori tremanti e muti.
Che lo sappiamo…
il gioco è la nostra cura,
ed ogni nostra azione
il nostro destino,
e m’accompagni in questa
surreale bonaccia verso
un volto celato,
che chissà,
potrò un giorno chiamare tesoro.

Di Anrose Thotas

*

Autoportrait di Emanuela Cau

IL NIDO di Laura Pezzola

“[…] perché allora l’enigma/ se io come te
sono vento e polvere?” (Adonis)

Seguivo la treccia dei capelli

il respiro si placava tra la folla
e nella mano che stringevo
crescevano gli anni

tu eri il nido – io l’ implume
dal becco spalancato

– le ali spunteranno – mi dicevi

così a volte
sono piuma contro il vento
e navigo – l’utero fecondo
delle stelle.

*

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I miei mari interiori s’aprono e si chiudono con spasmi di mente innamorata gridano sas janas golpeando con lunghissimi capelli onde sepolte nei millenni undae nigrae quae volitantes furentes su sé stesse s’abbattono nigredo d’opra che si cerca e si vuole luce senza chiarìa parola senza suono la morte collassa nella nascita e la nascita nella morte il mio mare nero splende di buio chiama il mio nome ch’è l’invisibile impronunciabile – ma che è.

Di Antonio Devicienti

*

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altrove di Rosaria Iuliucci

a volte credo / a volte
che questa voce che mi chiama possa essere vera
che possa nascere dalle viscere di un’esistenza accaduta
e portarmi con essa con la testa sott’aria
in quel posto dove .il. tutto può accadere
e posso accadere anche io
leggera / come una lacrima incosciente sul volto
ed essere dolce / come un ultimo bacio
o come il tratto rugoso dimenticato dal tempo
nascosto dalle carezze / dove non si è osato più amare

a volte credo /
a volte ci credo anche io che un’altro .luogo. possa venirmi a prendere
chiudendomi gli occhi e tenendomi l’anima ferma e pronta [ all’impatto ]

*

Insicuri – indecisi
nei colori sfumati
assorti in una macchia
tra pensieri irrisolti

lacerando lo spazio
vomitiamo meteore
di luce in volo
ansiosamente celeri

imprecisa la rotta
si dissolve smaniosa
di rivelarsi cenere
di fuochi evanescenti

di Guido Mura

*

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Nuova Luna di Rosaria Iuliucci

potrei cambiar tempo
e mutare d’essenza illuminata
nel percorso di luna
che sul mio corpo in fuga si cela
come un verbo amabile e desiderato
comprese le memorie legate
spogliate finemente
di un inizio che gela e salda
come solo il caso del tuo ritorno sa fare
ed il riso distratto del tuo vantarmi
sa dire

potrei mutare di tempo irriverente
e nel tornare al passato giacere
e plasmare il mio dolore
che ti fa scultore
della sua amata pietra
affine alla sembianza
come impronta di neve
etereo avverarsi d’illuso
che non sempre vota allo svolgersi
dell’esser poi di carne
o di quel che si è

*

cau

Eri brava a fare poesia
un talento indifeso
ti bastava guardarmi
dove non ero, confondermi
con i tuoi desideri, mentre
contavo mosche sui vetri.
Eri brava ma non eri tu
nemmeno noi ora si può
comprendere il significato
di questi abbandonati versi
come a vegliare un morto
autenticare una firma falsa.
Eri brava e forse ora
sei ancora meglio di
ciò che sei. Nei tuoi occhi
nuovi progetti di schiene
diritte e un dolore che non si
spezza, declive allo specchio.

Di Luca Gamberini

*

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Cercavo di riprendere il senso di me
Senza te
Senza te che sei diventato altro
Lasciandomi qua
Separata e mancante
E ho aperto me stessa
per poterti riconoscere
Nella nuova forma
E poterti raccontare dell’amore e dei mondi
che sempre riempirai

Di Rossana Corti

*

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L’art révèle, célèbre ou consacre l’image du corps que chaque civilisation invente. Ou plutôt, l’image du corps ne s’invente pas : elle jaillit, elle se détache comme un fruit ou un fils du corps du monde. L’image du corps est le double de celle du cosmos, la réponse humaine à l’archétype universel non humain. Chaque civilisation a vu le corps d’une façon distincte parce que chacune avait une vision différente du monde. Corps et monde se caressent ou se déchirent, se reflètent ou se nient , Les photos d’Emanuela Cau sorient a ce monde a cet autre monde , , merci a elle de nous transporter dans son univers , Déesse des Méditerranéens des temps modernes …

L’arte rivela, celebra o consacra l’immagine del corpo che ogni civiltà inventa. O meglio, l’immagine del corpo non si inventa: scaturisce, si prende come un frutto o un figlio del corpo del mondo. L’immagine del corpo è il doppio di quella del cosmo, la risposta umana all’archetipo universale non umano. Ogni civiltà ha visto il corpo in un modo diverso perché ognuno aveva una visione diversa del mondo. Corpo e Mondo si accarezzano o si strappano , si riflettono o si negano . le immagini di Emanuela Cau sorridono a questo mondo, grazie a lei per trasportarci nel suo universo, Dea del Mediterraneo dei tempi moderni …
Di Vincent Kristou

*

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regna rossa la luna e la carne
semina addosso fantasmi
e scorre cambiando pareti
fessure liquide indimenticate

[mentre desidero questo letto
con la sagoma che respira
ancora
i nostri nomi
convessi]

di Antonella Taravella

*

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Te lo dirò come lo sento, anche se l’istante e me stessa faccio fatica a recuperarmi in così poco tempo, sento silenzio, muto silenzio, labbra cucite di rosso e nero che ti circonda ti abbraccia – rami nodi fili nei tuoi capelli fino a disegnare la tela dove ti immagini e vivi di colori e nodi
dove cuci legami di seta, muta. Legami.

di Michela Gorini

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Giovani Propettive. Omaggio di parole a Jone Reed.


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In un casolare remoto tutto stette qui
di tempestati cristalli e scricchiolii
sparsi i sensi di cognizioni tutti rappresi nel rimmel
sulle ginocchia, alcova,
dove si frantuma e rimesta
Volevo dimostrare cosa vuol dire avercela
senza averla, ma,
non più solo quel rumore suono frr brulichio
strusciare stupendo
l’ogiva con le sue consuetudini , e mi vedi lo so
Sono fatta di balsa, ottima per i sogni,
pure neri
e fisarmonica
ed i flessibili che mi hanno segato le caviglie
Questa è la nuova fisica
spasmo io porto, come tumefazione di un mondo
troppo descrittivo
Aver la figa da uomini è di contrabbando
Quattro sigari, tre whisky, due cose da dire
Si piega lo spazio ed il tempo se ne fugge sulla posa
di qualcosa
E chi mai me la rapì non fosti tu
nemmeno io, che immagino e sovvengo
Vado al crocevia per cui si deve sentire un enorme suono
e,conta e,senti e, nega, ho (Aristotele) tra le gambe
Suono l’universo affinché si disgreghi e si faccia casa
e mi si fotta chi mi da contro
Porto sfrigolii che Dea consegna come fossero miei
Qui si fanno sintassi
E che se vadano troppo lontano i bigotti ed i porci
Ho detto virgola
E lo avresti dovuto capire
da quello che non ho detto
Piegami al muro,
Con vetuste libertà
ti spiegherò la pittura libera

Di Alessandro Bertacco

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Daria Endresen


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Daria Endresen è una fotografa, artista digitale e modella, nata ad Oslo in Norvegia. Lei trae la sua ispirazione dalle sue storie personali. Come riferimento per le sue immagini, cita spesso Frida Kahlo: “Dipingo autoritratti perché sono così spesso da sola, perché io sono la persona che conosco meglio”. Attenta e sensibile, Daria crea paesaggi da sogno surreale, annegati in atmosfera gelida, carica di dolore e mistero. I suoi lavori sono stati presentati in numerose pubblicazioni sia in Europa che all’estero.

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E così si ritrovò nella foresta.

Subiva cambi di gravità

Con movimenti flessuosi alzava le foglie, le scuoteva.
Loro volteggiavano, fluttuavano nel vento
Nella danza rabbiosa tutto le tornava incontro.

Poi il vortice svanì, e con lei i volteggi.

Come pulviscoli le foglie le si posavano sui rami, e nascevano. Rinascevano mille volte come polvere dorata, bucavano i germogli per creare nuove parti di lei. Verdi estensioni del suo essere.

Si accorse del benessere che provava nell’accudire, dell’amore che donava nel guardarle crescere.

E come una sinusoide infinita, ricominciò a danzare.

Di Angelica D’Alessandri

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Prospettive. Omaggio di parole a Duane Michals.


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Duane Michals (McKeesport, 18 febbraio 1932) è un fotografo statunitense.
Dalla metà degli anni sessanta del XX secolo, Michals affianca alla propria attività commerciale un lavoro personale rivolto all’esplorazione dell’emotività umana, del mondo interiore, attraverso varie forme di manipolazione del linguaggio fotografico quali sequenze narrative, esposizioni multiple ed interventi manuali di tipo pittorico e grafico.

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di Alberto Mori

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“L’Ombra del tuo Essere” di Rosaria Iuliucci

L’ombra dei venti al posto delle tue mani
ed il senso del mio essere si fà nebbia in balia di te
fino a riempirmi gli occhi di quel nero che avanza nel desiderio
e si fa leccare senza aprirmi la bocca .
Affamato il corpo si inarca alla tua imprecisa forma
come fossi un manto di tenebra bipolare
che nell’andare vorace dentro , divora
e nel tornare alla foce , ama
come un lupo la sua preda
come un lupo la sua fame .

L’ombra del tuo essere mi tampona leggera
con le mani fino a raggiungere l’oltre che smania .
Non mi bagna il ventre e non arriva a voce questa tua illusione ,
questa tua ombra imprecisa di vento mi sguarnisce
freddo come una lama che stenta ad incidere
ma che accarezza poco prima della morte
il rimedio alla follia nato poco prima della furia
nell’ovale del mio gemere che come fiore sboccia doloso .

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Franca Alaimo su “La pietà del bianco” di Antonella Taravella – Carteggi Letterari Le edizioni, 2016


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“La pietà del bianco” di Antonella Taravella si coagula attorno ai due campi semantici del bianco (la luce, la neve, il pallore, l’infanzia) e il nero (il buio, la notte, il vuoto, l’assenza, il dolore, i corvi). Li attraversa trasversalmente la morte, poiché essa può appartenere all’uno e all’altro, se e quando dal disordine della lacerazione si trasforma in occasione di canto.
Il centro dell’ispirazione è la figura materna, della quale il testo d’apertura (una dedica in versi) dice: Per questa parte di me/ che vive ancora i tuoi occhi/ per questo sentiero che non smette di fiorire; e la seconda strofa del testo di chiusura: tutto il tempo che mi resta/ ti farò altare/ bianco che terrifica il vento/ e pregherò le cose di farsi neve; s’individua, dunque, a fine lettura, una struttura circolare entro cui la memoria ha il ruolo di catalizzare i ricordi e consegnarli alla poesia.
Quest’ultima assume su di sé la funzione di creare le più straordinarie giunture fra l’assenza fisica della madre e la presenza ostinatamente affettuosa della memoria, fra le figure del dolore, gli angoli ed i precipizi degli inferi, e gli itinerari dematerializzanti e trasfiguranti della parola. Per questo motivo uno dei termini più ricorrenti all’interno di questa silloge è “bocca”, il cui vuoto o buio o grido viene riempito e superato dall’irrompere della luce, dal suo sgorgo vittorioso.
La parola raggiunge, così, per la sua capacità di innalzare il dolore su un altare, di fare sacro l’evento incomprensibile della morte, la sua massima astrazione nel bianco della neve, rito di cancellazione delle cose del mondo, di purificazione, di rifondazione (come nella bellissima silloge di Yves Bonnefoy: Quel che fu senza luce. Inizio e fine della neve, che probabilmente è da indicare come il punto di riferimento più importante per la Taravella).
La poesia di Antonella Taravella si muove entro spazi ora d’introversione, ora di visionarietà: ne consegue un oscillamento fra la necessità di piccole tane protettive e calde (gusci, cappotti, mani, conchiglie) e quella di un’apertura verso ampi spazi d’aria e l’immenso, che mettono in campo una sensibilità stupefatta e lacerata.
La brevità spesso enigmatica, l’anti-convenzionalità dell’aggettivazione, l’ubbidienza alla sonorità dei significanti piuttosto che alla chiarezza del significato, fanno di questa poesia una sorta di rito arcano, i cui bagliori di bellezza seducono il lettore e fanno dei testi della Taravella quasi degli esercizi estetici aperti a interpretazioni infinite. Credo, infatti, che la mia sia soltanto una di esse.

Franca Alaimo

Prospettive. Omaggio di parole a Joel-Peter Witkin.


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Nato da padre ebreo e madre cattolica, è fratello gemello del pittore Jerome Witkin. Ha frequentato la scuola di Saint Cecilia di Brooklyn, ed ha continuato poi nella Grover Cleveland High School. Tra il 1961 e 1964 lavorò come fotografo di guerra durante la Guerra del Vietnam. Nel 1967 decise di lavorare come fotografo libero professionista, e divenne fotografo ufficiale presso la City Walls Inc. . Successivamente decise di proseguire gli studi alla Cooper Union di New York specializzandosi in scultura. Infine la Columbia University gli ha concesso una borsa di studio che gli ha permesso di concludere gli studi presso l’Università del Nuovo Messico di Albuquerque.
Witkin ha sostenuto in più interviste che le sue visioni, le sue ricerca di significato e bellezza siano state causate da un episodio a cui ha assistito quando era ancora bambino: un incidente d’auto avvenuto di fronte a casa sua in cui una bambina è stata decapitata.
“Successe di Domenica quando mia madre, io e il mio fratello gemello stavamo scendendo le scale del palazzo in cui abitavamo. Stavamo andando in chiesa. Mentre camminavamo lungo il corridoio verso l’ingresso del palazzo, abbiamo sentito uno schianto incredibile insieme ad urla e grida in cerca di aiuto. L’incidente ha coinvolto tre vetture, tutte e tre con famiglie complete dentro. In qualche modo, nella confusione, non stavo più tenendo la mano di mia madre. Nel punto in cui mi trovavo sul marciapiede, ho potuto vedere qualcosa che rotolava da una delle auto rovesciate. Si fermò sul marciapiede dove mi trovavo. Era la testa di una bambina. Mi chinai a toccare il viso, per parlargli – ma prima che potessi toccare qualcuno mi ha portato via”.
Hanno probabilmente influito le opere dei grandi artisti pittori del passato, come dimostra “Gods of Earth and Heaven” rappresentante la Nascita di Venere del Botticelli vista e distorta dal suo punto di vista, lo stesso vale per “Queer saint”, che ricorda molto il martirio di San Sebastiano. Numerose fotografie rappresentano santi, crocifissi, martiri appartenenti al cristianesimo. Il tema persistente è quello della morte, con l’ utilizzo di figure distorte e deformi, a volte con la presenza di protesi o in simbiosi con macchine.
I soggetti fotografati sono quasi sempre i cosiddetti freak, burattini, e spesso sono veri e propri cadaveri, o parti di essi, manipolati e sistemati nel set fotografico dallo stesso artista. Il più famoso esempio è forse Glassman.

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IL PRINCIPE DI PALAGONIA CONTEMPLA UNA FOTO DI JOEL PETER WITKIN (ANACRONISMI) di Antonio Devicienti

“Ecco, cara amica, guardate:
quest’artista figlio, mi dicono, delle Colonie d’Oltremare,
ha visto
non il deforme non lo strano né l’orrido né il patologico
(lo credano pure gl’ingenui e i superficiali)
bensì il connubio – non l’ammettono i più –
d’umano e d’animale
di sogno e di veglia.
Questa tecnica sublime
(leggo chiàmasi scrivere con la luce)
s’insinua nel buio della nostra anima,
affisa pupille di coraggiosa indagine ben dentro quel ch’è l’
inconfessabile – l’
inconfessato.
Gentile amica, un corpo nudo,
una bianca maschera, il pene eretto d’uno stallone
trattenuto da corregge di cuoio
e la mano della dama, quella
mano desiderosa e sincera,
irrompono nell’illusa quiete d’animi di sempliciotti.
Così la sconvolgono.
E so di capi mozzati adagiati su piatti da portata,
d’androgine veneri, di centaure musicanti,
d’arti umani ma artificiali …
Se guardo ai mostri (mostri?) di tufo
che vegliano il mio giardino
e agli specchi deformanti nella villa
mi persuado: ecco, ho trovato un fratello nell’arte”.

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Giovani Prospettive. Omaggio di Parole a Sarah Ann Loreth.


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Sarah Ann Loreth è una fotografa d’arte che crea provocanti pensieri, attraverso la cattura d’immagini che riflettono i suoi sentimenti più intimi. Lei sviluppa fotografie emotive che raccontano una storia per chiunque le stia guardando.

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sono parola che vaga
mentre il bosco canta
e dentro si sporge la notte
quando lo spazio ignora il fuoco
che si fa inverno e ci scivola addosso

e mi faccio sconosciuta con questo bianco
che placidamente mi offre
un passato che scricchiola oltre la fine

di Antonella Taravella

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TROVARE UNA STRADA VERSO CASA di Antonio Devicienti

Che cos’è una casa?
Lo spazio dello sguardo condiviso in tre, l’esigenza politica che qui si faccia comunità di pensieri e d’intenti, un battello ormai inservibile e che non si può tornare indietro e che bisogna accendere un fuoco, cuocervi il pane, vegliare l’operosità dei giorni.

Casa è
l’acqua da condividere in tre, la soglia d’alberi benigni, ancora andare, ma in tre, perché casa è nello sguardo comune,

casa vorrebbe meditante solitudine, ma anche il chiamarsi delle voci dalla veranda e dalle rotte erratiche della biblioteca.

E andando, sempre andando si fa casa, così come si fa giorno per rotazione naturale del continente attorno al suo perno di luce e l’esigenza culturale di stare insieme, usare parole, aprire lo sguardo, gli sguardi.

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