007 e le colonne sonore.


Circa un annetto fa avevamo parlato dei vari volti che avevano vestito i panni del mitico agente 007, oggi affronteremo la parte musicale dei film dell’agente, le colonne sonore.
Da sempre calzanti, un biglietto da visita che è una garanzia, buona lettura!

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Inizierei da Goldfinger, cantata da Shirley Bassey.
Dopo tre film, la saga spionistica diventa mito. Merito soprattutto del volto di Sean Connery e dalla voce inimitabile e meravigliosa della Bassey.

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Donatella D’Angelo: quando il corpo è una voce d’ascoltare


La vita è un continuo scoprire, ed è così che Donatella ed io ci siamo conosciute, amici in comune, un progetto che ci ha trovate vicine ed affiatate e così il cerchio si chiude.
E Donatella non è solo visiva, ma anche poetica, era da tempo che avevo intenzione di ospitare Donatella su WSF, ed ora ve la presento.

dona

Parlami un po’ di te, chi sei e cosa vorresti essere.

Cosa vorrei essere non te lo so dire, so a mala pena cosa sono al tempo presente, figurati al futuro, quindi meglio che mi concentri sul presente. Oggi come oggi non posso che provare a essere altro che me stessa cercando di raccontarmi artisticamente attraverso il mio bagaglio di esperienze positive e negative. Come hai detto tu la vita è un continuo scoprire ed è così anche per me. La libera espressione, il lasciare uscire immagini e parole dalla pancia senza pormi troppe domande mi da proprio l’opportunità di scoprirmi, conoscermi e trovarmi ogni giorno un po’ diversa. Ho sempre lavorato con le immagini di altri, nascendo lavorativamente come grafica, fino a quando, a un certo punto della mia vita, non mi sono ritrovata ad assecondare l’esigenza di crearne delle mie che dessero un senso al mio stare al mondo.

Angels #1

Angels #1

Il tuo corpo è la parte della tua voce che non dice, sbaglio a vederci questo?

Hai visto giusto. Ci sono momenti per parlare e momenti per riflettere, le fotografie sono il momento per riflettere in silenzio. Io credo nel corpo come linguaggio,un trait d’union tra il visibile e l’invisibile. Un qualcosa di permeabile che permette la comunicazione tra il dentro e il fuori, che protegge l’interiorità e allo stesso tempo consente di esprimerla.
Abbiamo tutti un vissuto da elaborare, il femminile fa parte del mio, e la femminilità è agita nel corpo. La maggior parte degli scatti di ricerca sono, appunto, autobiografici. Un modo raccolto di raccontarsi e di raccontare il proprio mondo, quasi un’autoanalisi; perché secondo me il corpo, relegato nell’intimità della coppia o soggetto a costrizioni morali, vissuto come resistenza politica o banalizzato dai media, ha persola sua valenza di essere semplicemente corpo. Io provo a viverlo,invece,in tutta la sua naturalità, non solo come contenitore e non solo come elemento estetico. Cercando nei miei scatti di svincolarlo da un’erotizzazione e un narcisismo che in questa società trovo ormai quasi forzati.
Poi, inevitabilmente, a seconda di come ci si pone di fronte all’argomento, le immagini possono acquisire una carica più o meno sensuale, ma io lavoro sempre cercando di evitare accuratamente la volgarizzazione e la banalizzazione del corpo a oggetto.

Angels #2

Angels #2

l'amore e mortalità della carne #3

l’amore e mortalità della carne #3

Ti senti donna-artista, in continua ricerca?

Se vuoi fare dell’arte la tua vita, e intendo arte come ricerca di una verità, devi fare in modo che questa ricerca rientri nella tua quotidianità, diventi la tua filosofia. Devi offrirti al mondo con onestà e umiltà, se no sei solo un prodotto. Una cara amica ultimamente mi ha definito “sperimentale per natura”, credo sia una definizione abbastanza corretta e che sottolinei la curiosità che mi spinge ad andare sempre avanti, a provare, a cadere e rialzarmi, cercare strade nuove e a non dare nulla per scontato.

l'amore e mortalità della carne #7

l’amore e mortalità della carne #7

Trovi la tua fotografia come salvifica? Trovi che sia una ri-partenza dal buio?

La scelta di lavorare, non solo, ma soprattutto, con il mio corpo nudo, in un percorso che definirei autobiografico, non è casuale. Ci sono eventi che fanno da spartiacque tra una vita prima e una vita dopo. Ci sono decisioni che una volta prese ti hanno già cambiato il corso delle cose, senza che tu te ne sia accorta ed è solo questione, poi, di seguire la corrente. Corrente che comunque era già in me e che chiedeva solo di uscire allo scoperto. Ho vissuto questo momento come una vera e propria liberazione, un venire al mondo una seconda volta. Cito un caro amico e critico d’arte che si è occupato recentemente di uno studio approfondito sull’autoritratto in fotografia, Giorgio Bonomi: “È evidente che in questa odierna società, sempre più spersonalizzata e basata sull’immateriale, il percorso di riappropriazione non può che partire da se stessi e dal proprio corpo”.Ecco, per me stata una necessità dovuta proprio al bisogno di una riconciliazione con me stessa e la mia identità.
Ho passato anni di chiusura, dovuti alla mia storia personale, e ora, che ho ritrovato il coraggio di aprirmi, posso affermare che, sì, l’arte (in generale, e non solo per me) può essere salvifica. Non in senso semplicemente terapeutico, ma proprio come ricerca di un modo di vivere, un percorso di crescita per imparare a sentire la meraviglia della vita di ogni giorno.

Alcune tue fotografie sono accompagnate da versi poetici, cosa pensi della poesia, oggi? E chi leggi?

Credo che la poesia sia il modo di scrivere più vicino alla fotografia perché coglie l’attimo esattamente come un’immagine,anzi è l’emozione stessa dell’immagine tramutata in versi, quindi spesso mi viene naturale accostare un lavoro fotografico a dei pensieri poetici. A volte li uso proprio come titoli di una serie di immagini.
Nonostante faccia uso della scrittura come mezzo espressivo personale da sempre, l’affacciarmi al mondo della poesia (sia come scrittura sia come lettrice) è piuttosto recente, coincide con il momento della riappropriazione di un senso del sé che in passato avevo completamente trascurato. Fotografia e scrittura,però,nella mia vita corrono su due binari paralleli, la scrittura cronologicamente è arrivata prima della fotografia, ma si è svelata dopo, ed è la mia parte più intima di elaborazione delle emozioni, degli eventi o più semplicemente dei pensieri che affollano la mia vita interiore.
Ora come ora mi sto concentrando sulla lettura, oltre ad alcuni testi fondamentali, di autori contemporanei, soprattutto donne. Ho proprio qui con me una piccola lista di autrici, consigliatami qualche giorno fa da un caro amico poeta, delle quali mi sto accingendo a leggere i testi: Anna Maria Farabbi, Antonella Anedda, Elisa Biagini, per nominarne solo alcune.

Progetti ed eventi futuri?

Sicuramente il progetto principale è quello di continuare con la mia ricerca personale, cosa di cui non potrei comunque fare a meno, continuando a creare emozione. Questo vale sia per la fotografia sia per la scrittura. In questi ultimi tempi ho avuto la fortuna di incontrare e di conoscere molte persone (tra cui anche il collettivo WSF – con la Poetica del corpo, il Festivart della follia e altri progetti a venire) con le quali sto valutando una possibilità di collaborazione per creare eventi di arte e letteratura con scadenze periodiche, visto che le idee non mancano e penso che sia giusto andare nella direzione della condivisione e della circolazione di queste idee. Le arti in movimento. Poi ci sono in programma alcune mostre, pubblicazioni e qualche sorpresa, insomma tanta carne al fuoco. Sento che questo sarà un anno positivo!

Los Respiros del Alma #1 Donatella D'Angelo & Josè Lasheras

Los Respiros del Alma #1
Donatella D’Angelo & Josè Lasheras

Los respiros Del Alma #5 Donatella D'Angelo&Josè Lasheras

Los respiros Del Alma #5
Donatella D’Angelo&Josè Lasheras

Poesie Inedite:

Cristo nudo

Scivola via il vertice della vita
spezzato e sbriciolato
sul tavolo dell’ultima cena
come il corpo di un Cristo
nudo fino all’osso
crocifisso a un pieno di sorrisi
e vulnerabili tristezze
compresso tra il proscenio e la ribalta.

E noi, ridicoli, ridiamo
credendoci immortali tra i mortali.

*****
Ci sta più di una vita sul palmo della mano

Quando uscirai dal mondo
camminando lento
con il mento verso il cielo

non piangerò lacrime
ma polvere di stelle

ci sta più di una vita
sul palmo della mano
e la luna scesa in terra.

*****

Viaggio

Siamo linee che iniziano
e finiscono
ad un certo punto s’intersecano
s’ingarbugliano e si srotolano
in quel tempo di nulla
fatto di pelle e vento e sassi tondi
e mani giunte in preghiera

siamo acidi e vipere
e passioni in erba
sciolte nel pensiero

siamo catene legate a ossa
in crescita
e sangue che sgorga vivo
da arterie aperte
tra vulcani spenti e umori mattutini
sillabe tra il sublime e l’infernale
in viaggio, senza un futuro certo.

****

La fine

Qualche farfalla e semi di girasole
non resta altro
oltre a pensieri tritati fini
e l’ingordigia del possesso.

Di carne. Di sangue.

Quella è la porta vattene
oppure entra e chiudila alle spalle
ma fai silenzio.

Al di fuori (del sé) #3 (presentato al FestivArt della follia)

Al di fuori (del sé) #3
(presentato al FestivArt della follia)

Donatella D’Angelo Illustrations: http://donatelladangelo.wix.com/illustrations

Donatella D’Angelo Photography: http://donatelladangelo.wix.com/photography

Festivallando.


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23 Febbraio 2013 ore 4.30 a.m.

Suona la sveglia, ci metto un po’ a capire che è proprio la mia sveglia e ci metto ancora di più a capire che sta suonando proprio per me. Vero, devo partire per Milano e con i mezzi pubblici duecento chilometri si trasformano in quattro ore di viaggio, se non di più. A Cinisello Balsamo si tiene il Festival Tra le Righe, dedicato alla piccola e alla media editoria indipendente: io collaboro da qualche mese con una giovane casa editrice e dunque sarò presente.

Le varie fiere del libro mi sono sempre piaciute ma fino a qualche tempo fa non ero un’assidua frequentatrice perché io i libri se li vedo li devo avere: anche se non riesco a trovare nulla che attiri la mia attenzione esco sempre con qualcosa tra le mani, e ora sto cercando di frenare il mio shopping compulsivo.

23 Febbraio 2013 ore 10.00 a.m.

Arrivo a Cinisello Balsamo, a dieci minuti circa dal centro di Milano, e mi ritrovo davanti al Centro Culturale IlPertini, inaugurato nel Settembre del 2012. Che dire? Dall’esterno l’edificio già si presenta bene, con un insieme di vetrate ad illuminare l’ambiente esterno, e all’interno l’impressione non cambia: le numerose finestre – oltre ai lati completamente vetrati – rendono l’illuminazione interna adatta ad una così grande biblioteca; il bianco è il colore che spicca sugli altri e dona ai cinquemila metri quadrati suddivisi in quattro piani una grande sensazione di calma e silenzio; gli spazi lettura sono comodi ed accoglienti con moderne poltrone così come gli interi spazi dedicati esclusivamente ai più piccoli. All’ingresso leggo le varie iniziative che solitamente si svolgono al suo interno mentre il valore della biblioteca di per sé si nota dal numero considerevole di libri (ma anche cd musicali) che si trovano sugli scaffali – per altro mobili proprio per poter creare in base agli eventi nuovi spazi interni.

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23 Febbraio 2013 ore 10.15 a.m.

Arrivo allo stand dell’editore e scopro che per ogni piano una piccola stanza è stata dedicata al Festival. Penso subito che così la situazione si presenta alquanto dispersiva, soprattutto per i curiosi che entrano e sbirciano nell’attesa di altro. Magari mi sbaglio, in fondo è solo il secondo giorno e quasi ovunque la vera affluenza inizia a notarsi solo nel pomeriggio del Sabato.

Sabato in effetti si rivela per me una giornata effettivamente piacevole grazie alla compagnia, mentre per quanto riguarda l’afflusso, seppure non nullo, non mi stavo sbagliando per nulla. Insomma, i curiosi ci sono ma non sono forse i veri lettori e qualcuno si lamenta anche perché il rumore che una fiera qualsiasi genera lo distrae dalla lettura in biblioteca – e così via. Il meteo certamente non è dalla nostra parte, sta iniziando a nevicare, però misembra strano che da Milano non sia proprio venuto nessuno: l’entrata è gratuita e IlPertini dista solo dieci fermate di metropolitana dal centro del capoluogo lombardo. Inizio a pensare che l’evento sia stato pubblicizzato male. Inizio a sentire i malumori degli editori e qualcuno, mestamente, saluta e se ne va.

Quanti curiosi ho visto? Parecchi. Quanti lettori ho visto? Molti. Nonostante questo pochi sono passati tra i banchi degli editori e pochi si sono soffermati a guardare i libri. Però c’è ancora l’intera giornata di Domenica e spesso è la giornata che si rivela più piena. Fuori nevica e nevica. E continuerà a nevicare.

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24 Febbraio 2013 ore 08.00 a.m.

Suona la sveglia, non sono pronta per un’altra giornata e mi giro nel letto, sperando che nessuno venga a svegliarmi. Le favole però non esistono e qualcuno mi sveglia davvero. La nota positiva della giornata è l’immensa colazione a buffet dell’albergo. Indovinate cosa scende dal cielo? La neve. Pensare che io vivo in un luogo dove nevica parecchio di solito ma non ricordo di aver mai visto così tante ore di neve e nient’altro che neve. Non potrei raccontare molto di questa giornata perché non ricordo sia successo nulla: pubblico mancante, organizzazione mancante, pubblicità mancante. Insomma mancava qualunque cosa, c’erano solo gli editori sempre più scontenti.

Per i piccoli e medi editori le fiere del settore sono importanti, non solo per le vendite in loco ma soprattutto per mostrarsi davanti ai lettori, avendo spesso difficoltà nell’essere presenti nelle librerie. La partecipazione ad una fiera è una scommessa spesso ma rappresenta una spesa e, indipentemente dalle vendite – come detto sopra – è fondamentale la presenza del pubblico. Probabilmente il Centro Culturale IlPertini non è la struttura adatta, e non per spazio, bensì perché ospita già un numero considerevole di opere che il pubblico può leggere gratuitamente. Non è vero che in Italia i lettori sono pochi, il problema è forse rappresentato dal numero ormai sconsiderato di opere sul mercato. Una fiera bocciata (non c’è motivo di nasconderlo) anche a causa di un’organizzazione che non è stata in grado di rispettare le aspettative: quattro piani di libri in cui gli editori venivano ospitati in piccole stanze, senza alcuna indicazione sulle direzioni da seguire per gli ospiti, e senza un responsabile che potesse per primo ricevere critiche da parte di chi in questa fiera ha investito. O forse il responsabile era quel signore che si è presentato alle ore 17.00 della Domenica pomeriggio? Un po’ tardi direi.

I libri sono vivi, così come l’editoria emergente. E’ compito di tutti gli addetti però aiutare i piccoli a crescere: scrittori, editori, collaboratori e organizzatori di fiere.

Volete visitare IlPertini? Scoprirete un’enorme biblioteca in grado di ospitare anche lacd musicali.

Volete partecipare al prossimo Festival Tra le Righe? Onestamente non ve lo consiglierei.

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Lettera al Principio di Realtà di Roberto Carvelli


Caro Principio di Realtà

ti scrivo come si scrive a un giornale. Insomma: mi aspetto una risposta. Sono partito male? Equivoco? Delle due l’una: o la realtà di cui ti fregi (perdonami se sono partito con la seconda persona ma ho pensato che se dobbiamo diventare amici è meglio non perdere tempo) è evanescente (ahiaiaiai!) e cede alla magia oppure… Oppure millanti e questo è più grave. Scusa se inizio bacchettandoti.
Mi chiamo Giorgio. Il cognome non è importante. Sono le 4 e c’è più di una cosa di cui vorrei discutere con te. Iniziando dal tuo essere sempre in mezzo, sempre presente ma sempre – ripeto “sempre” – un passo indietro rispetto alle cose. Perdonami ma non mi piaci affatto. A pelle, dico. Mi sembri uno di quei bambini saputelli pronti con la mano alzata a suffragare gli errori dei compagni appena un momento dopo l’illusone del silenzio che ha provocato in quelli la certezza di una giusta risposta o del “tanto non la sa nessuno”. Converrai che non è un modo onesto di comportarsi. Mi confermi che la risposta la sapevi da subito (è quello che tutti sospettiamo quando abbiamo a che fare con te)? E allora? Perché ci hai fatto provare a dire le nostre stupidaggini? Perché ci hai costretti a provare una soluzione? Dài ammettilo non susciti simpatia a prima vista. Sù non è la tua dote migliore la concordia. E dunque: perché dovremmo tenerti in massimo conto? Perché farti strada, lasciarti la porta aperta o, peggio, darti il passo? Scusa il risentimento ma sono pure le 4, la mente non è lucida (pur non sembrando desiderare le coltri del sonno) e tu, come tuo solito, fai capolino ogni tanto per ricordarci, solito stronzo saputello (scusa se mi lascio andare alla stizza), i nostri miseri errori. Beh, sarò selettivo, ma io gli amici me li scelgo diversamente. Dunque mi devo rassegnare ad averti al fianco come un pungolo indisponente e asettico? È già così. Se mi sono deciso a scriverti – ora la sveglia segna le 4e25 – è perché voglio tentare un ultimo disperato tentativo di conciliazione. Non startene lì in silenzio. Non aspettare la domanda, la mia scena muta, la mia risposta sbagliata. Incalzami, precedimi. Metti davanti la tua lapalissiana verità e lasciala qua davanti ai miei occhi. Forse non basterà a farci diventare amici ma certo ci aiuterà da qui al futuro a non guardarci storto. Ma che ingenuo sono a parlarti così. Dovrei immaginarlo che non rientra nel tuo fintamente distratto procederci al fianco, non è nel tuo stile no… Sono vittima dei pregiudizi, dirai. Va bene, lo sono. Ma tu – scusa la franchezza – hai davvero passato il limite. Da ora in poi stammi un po’ alla larga e non sempre lì pronto ad alzare la mano, ad aspettare scivoloni, a sottolineare mancanze. O almeno, per favore, facciamo una pausa: tu te ne stai dove devi stare e io pure. Se ti sembra che sbaglio qualcosa tienitelo per te. Se avrai ragione, se avrai indovinato la tua banale concretizzazione delle cose, nessuno te ne toglierà il merito e non ci sarà neppure bisogno di ribadirlo. Così fino ad allora facciamo a meno l’uno dell’altro.

Cordialità
Giorgio

Le costruttrici d’oriente – I parte


Questo è uno scritto che parte da un luogo di tramonto, il Magreb. L’altra parte del Mediterraneo, l’altra parte dell’Africa, sempre un’altra parte da qualche altra parte, con una lingua scritta e parlata che solo ad impararla ci vuole una vita a parte. Ne scegliamo parti da scrivere, e la prima parte dal sociale e sceglie l’avvio dall’Algeria,  nazione in cui si stanno festeggiando i cinquant’anni d’indipendenza e  la società civile si sta (re) inventando. “Non dobbiamo dimenticare che la vita degli algerini  è giocata e si giocherà anche nelle loro lotte quotidiane, individuali o collettivi”, spiega al Magazine de l’Afrique la sociologa Dalila Lamarene-Djerbal. Crederle o meno sarebbe comunque difficile perché il Paese è ancora d’istinto chiuso ai viaggiatori d’Occidente (Se non sei invitata, forse è meglio andare in Tunisia? Non so, sono scampata per miracolo da due incidenti da gippone e furgoncino nella placidissima Pianura Padana, ma إن شاء الل In šāʾAllāh, sono a scrivere).

Si rimane in zona mista e si contano le donne. Le donne che hanno assaltato l’Emiciclo di Algeri, nel mese di maggio. Record assoluto di tutto il Magreb, 145 donne al Parlamento, un terzo di tutti i parlamentari, che posiziona il Paese al 26° posto nel mondo per rappresentanza femminile nei parlamenti nazionali. Una parte di loro aveva lottato per la revisione della legge elettorale, costringendo i partiti a inserire dal 30 al 40% di donne nelle liste. Non si possono chiamare quote rosa, perché la simbologia del colore non corrisponde alla nostra; definiamole “quote rivendicative, sistema ottenuto dalle associazioni per la difesa dei diritti delle donne e la promozione della loro visibilità sulla scena politica” (S. Lokmane-Khelil). La maggior parte di loro porta il velo islamico.  E vuole rivedere il Codice della famiglia (quello della poligamia per intenderci). Scrive Naoki Tomasini: “Nella versione definitiva resta legale anche la poligamia, l’unico punto apprezzato dalle donne è stato l’obbligo del marito di assicurare un tetto alla moglie e ai figli affidati alla madre, in caso di divorzio. Nadia Ait Zai, avvocato, ha accusato gli islamisti di male interpretare il Corano e Yasmine Chouaki, dell’associazione Tharwa Fatma N’Soumer, ha contestato loro di essersi “arrogati il diritto esclusivo di parlare a nome dell’Islam al fine di imporre meglio la loro legge”.

Femministe militanti anche se con il velo.  Magari non tutte, ma in buona parte. Femminismo, si può ancora scriverlo questo sostantivo? In Algeria,   L’Otto marzo, si scrive e si celebra, nonostante la festa non sia inserita nella legge coranica, la giornata del femminismo mondiale. Mezza giornata lavorativa e regali in moneta da 500 a 1000 Dinari dai datori di lavoro (dipende dall’azienda e dal ruolo lavorativo). “Tutte le donne di tutti i livelli di convivenza sono interessate da questa mezza giornata. A livello di scuola, sono organizzati dei tornei femminili  e si metton fuori delle T-shirt speciali per questa occasione” (da un articolo di Zohra Lakrace).

Les 2Rives è una rivista indipendente, in rete si trova gratuitamente. La redazione è formata da algerine d’Oltralpe, la lingua è quella coloniale, il francese. In uno dei numeri di quest’anno, Clara Zetkin era l’ispirazione di un articolo sulla storia del femminismo. Pagine dopo, Simone de Beavoir: pas femme: on le devient. Pochi decenni indietro, donne algerine, in campi di prigionia francesi avevano portato insurrezione insieme alle parole. Djamila Amrane, anche bombe. Il divenire fa pagare duro. Si pensava ancora prima del 1950 che si potesse emendare il colonialismo. Oggi sono alla prima generazione totalmente postcoloniale. Non c’è posto per Sherazade, la racconta favole è in Wonderland e speriamo ci rimanga. Anche perché a conquistare la realtà si va come la cavalleria polacca contro i panzer tedeschi. L’onnipresente Banca mondiale, stima che fra i diplomati dei prossimi anni, si arriverà al 75% di inoccupazione . Colpa, secondo l’economista, Camille Sari, “di un sistema di istruzione inadeguato, indebolito da una politica di arabizzazione forzata quando invece si dovrebbe aumentare l’apprendimento delle lingue straniere , e soprattutto aggiornare le varie discipline che invece non sono sempre aggiornate”. L’immigrazione è ancora alle porte. Ma partono sempre prima gli uomini. Le donne rimangono.

Scelte da fare e si ritorna a quel terzo di parlamento.

Un Verso è Una Vasca di Franca Mancinelli


Quando percorro avanti e indietro le vasche di una piscina, alla ricerca di quello stato di narcosi che mi coglie poco tempo dopo il ritorno all’asciutto, mi seguono inizialmente alcuni pensieri. Scorrono leggeri sulla superficie insieme alla mia chiglia, fluttuano appena sulla linea nera che guardo per non deviare. Per un’ora circa avrò soltanto alcuni gesti, con le braccia che a volte sembrano tagliare l’acqua in un modo esatto, disegnare un arco deciso, oppure oscillare e cedere all’informe; ripeterò gli stessi gesti fino a quando sentirò le spalle muoversi in un celeste che lentamente si solidifica. Allora risalirò dalla scaletta, ascolterò la doccia e il phon, e tornata a casa lentamente verrò richiamata nel fondo, dove si depone il governo delle mie forze.

Alle prime bracciate, quando ancora l’acqua non è stata dissodata e i miei archi procedono incerti, mi sembra di continuare a scrivere, su un foglio limpido, con tutto il corpo. Penso che si arrivi alla fine di un verso, come di una vasca, muovendosi all’interno di una misura. Una serie di gesti si ripete fino a che si raggiunge una sorta di equilibrio per cui sembra di non muoversi, ma di essere portati. Chi infrange il codice di movimenti e si dibatte oltre la forma stabilita, affatica il suo corpo e alla lunga lo addolora. I suoi schizzi suonano stonati, non necessari. Sbaglia per incapacità o per ignoranza. Ne vedo diversi avanzare sul dorso battendo le gambe con i ginocchi piegati, oppure andare di continuo ad urtare con il gomito i galleggianti delle corsie; danno l’impressione di animali finiti in acqua per errore, o di nuove specie lacustri, disarmoniche, sorte in seguito a qualche modificazione chimica. Conservo con gratitudine le frasi dei miei insegnanti di nuoto; ricordo ancora quando uno mi disse che l’acqua non fa del male, ed appena lo sentii e mi abbandonai a lei, trovai la leggerezza che serve per nuotare sul dorso, senza temere di bere dal naso. Il fatto è che i movimenti sono già tutti scritti. L’unico pensiero è quello di aderire, di eliminare ogni intenzione che fuoriesce dal tracciato.

Anche se si arriva al bordo della vasca con un turbinio di rabbie e di rancori, nello stesso istante in cui ci si affida all’acqua le passioni come scorie tendono verso il fondo, liberano i propri riflessi nel gioco della superficie. Con il roteare delle braccia e il battere delle gambe, poi sembrano del tutto dissipate. In realtà hanno obbedito a leggi più grandi dell’istinto, e all’interno di quel rito di obbedienza si sono placate. Allo stesso modo, quando ci si affaccia alle soglie di un verso, non si arriva alla sua fine senza che lo stato emotivo che ci portava,  non sia stato in qualche modo addomesticato. Si scrive con la stessa cieca consapevolezza con cui si nuota: ogni intenzione o slancio deve essere sorretto da tutto il corpo, approvato dalle sue forze e dalle sue riserve. Ogni gesto deve confrontarsi con la necessità di resistere fino a toccare almeno il bordo della vasca.

Non si sovverte la tradizione in un attimo, in un sussulto di immaginazione eccedente. Se mai nascerà un nuovo stile, o una variante all’interno di quello codificato, sarà per un progressivo e lento distacco dai movimenti precedenti, attraverso prove calibrate, minime infrazioni accolte.

Lo stile libero non esiste, non si è mai liberi se si vuole nuotare.

*

Le uova ci sono e l’oca le cova. Forse è passato un mese, forse tre. Un vecchio che viene a potare la siepe dice che il tempo della cova è terminato, che là sotto, se c’è qualcosa, è tutto morto, e che se non si tolgono le uova l’oca continuerà ad avvolgerle nel ventre, fino a perdere le forze e ad ammalarsi. Il vecchio allora si china sul nido, prende le uova una ad una, le avvicina all’orecchio e le scuote. Quelle che fanno un rumore sordo le spacca contro una pietra. Sulle zolle si apre un liquido rosso e marrone, gelatinoso e maleodorante. La maggior parte delle uova viene aperta, poche vengono rimesse nel nido. Assistiamo a questo rito consapevoli che una minima imperizia decide la vita.

Anche nello scrivere c’è un tempo oltre il quale ogni più premurosa costanza e dedizione non valgono a nulla: da quel testo non nascerà una poesia. Un lettore attento e con esperienza può aiutarci a riconoscere quale testo può avere ancora speranze. Forse con il tempo impareremo a distinguere da soli il suono della fissità e quello da cui può nascere la vita. Ma facilmente chi ha fatto le uova è portato ad aspettare oltre ogni limite, a riversare nella possibilità tutto se stesso. Certe cose invece non dipendono neanche del tutto da noi. A volte bisogna semplicemente alzarsi dal foglio, abbandonare il nido, e continuare a muovere passi nell’erba.

*

Senza una minimo di amore per se stessi non si parla, né tantomeno si scrive. Posso dirlo perché ho combattuto contro la mia statua di pietra, le ho lanciato calci e pugni. Forse, nella furia, l’ho appena scalfita. Poi dev’essere accaduto che ho smesso di fissarla con gli occhi bianchi, ho smesso l’ostinazione. E lei si deve essere lentamente ammorbidita, fino a riprendere consistenza umana.

Contro noi stessi si può fare molto. Io ho desiderato e immaginato molto. Ma non avevo armi: la lametta scivolava sul polso come burro e la linea gialla non si faceva oltrepassare. Contro di me ho fallito, non ho portato a termine o concluso. Poi ho impugnato la penna ed ho iniziato ad aprire lunghi tagli sulle braccia. Ho squarciato il ventre e l’ho visto sorridere. Più era profondo e esatto il colpo, più stillava gioia.

*

È come quando si giocava da soli con il pallone contro la parete. È dal modo in cui torna il pallone che ti accorgi se hai tirato bene. Solo che il tempo del rimbalzo è allungato a dismisura; e poi non sai più se fidarti di te stesso, vorresti che a ricevere il pallone fosse un altro. I momenti più difficili poi sono quando tiri e non riesci a prendere, quando scrivi e non riesci ad ascoltarti: il gioco diventa sordo, i rimbalzi senza ritmo, fino a che arriva il momento di smettere tutto e di sedersi. Nel gioco c’è un meccanismo congenito che segna il limite tra la vita e l’autodistruzione.

*

I versi sono i voli di un insetto imprigionato. Non si sa che cosa abbia portato l’insetto attraverso la fessura (un istinto innaturale forse, una bussola infranta). Una volta nella casa, si accorge presto che non è il suo luogo.

Un verso nasce quando l’insetto cerca la via d’uscita dirigendosi dove vede più luce. La fine di un verso è lo sbattere dell’insetto contro la parete invisibile del vetro. Voli e versi si ripetono, ad una cadenza che si fa più ossessiva con l’aumentare della consapevolezza che la vita continua fuori, da dove si è venuti. Voli e versi sono fallimenti.

La maggior parte degli insetti si consuma dentro la casa: si afflosciano alla fine arresi, si posano inebetiti dall’urto continuato.

*

Il lavoro del cameriere è fatto di sguardo, distanza, immaginazione. Il suo compito è fare in modo che nessuno chieda di lui. Invisibile compagno, mastica nel pensiero quello che i clienti hanno in bocca. È come se fosse seduto accanto ad ognuno e invece è sempre in piedi, alle loro spalle, in qualche luogo imprecisato.

In genere ogni cameriere ha un suo ruolo e un suo settore della sala: alcuni prendono soltanto le ordinazioni, altri si occupano dall’inizio alla fine di qualche tavolo, i primi arrivati portano l’acqua e il pane. Ma sostanzialmente si lavora tutti assieme, soprattutto quando c’è più afflusso, o quando c’è del personale nuovo, e gli equilibri e i confini non sono ancora del tutto marcati. Allora li vedi aiutarsi con uno sguardo, scambiarsi sorrisi silenziosi nei momenti di fatica. Vedi come con un gesto fanno capire ai colleghi che porteranno loro un’altra bottiglia su quel tavolo. E così ogni tragitto che fanno dalla cucina alla sala è utile, non va perso.

Nei fine settimana di qualche anno trascorso, sono stata una cameriera mite e quasi muta; lavoravo religiosamente chiusa in me stessa, riponendo la stanchezza in un mio luogo remoto. Quando mi sono accorta dei segnali luminosi che si lanciavano gli altri con gli occhi, della tela che li teneva uniti e ogni tanto li faceva persino divertire, il mio tempo era già quasi terminato.

Mi è bastato a comprendere che allo stesso modo si dovrebbe scrivere. Se non si guardano gli altri, se non si sa che cosa hanno fatto e che cosa hanno intenzione di fare, accade facilmente di scrivere pagine che resteranno chiuse, come bottiglie d’acqua arrivate sul tavolo in cui ne serviva soltanto una. Quelle che avanzano sono uno spreco di risorse e di lavoro. Quanti libri si accumulano di fronte agli occhi di lettori che non avevano bisogno di nulla? Quanti scrivono come lavora un cameriere attento? Quanti spartiscono con gli altri la fatica?

*

Cessate le fatiche e i ripensamenti, ci si ritrova con il proprio libro in mano. Anche quei versi che continuano ad emanare un sottile stato di allarme, come non avessimo fatto il possibile per farli funzionare, tacciono come i grandi pilastri della corrente elettrica: più ci si avvicina, più si sente l’aria vibrare come per un’enorme arnia.

Franca Mancinelli

«clanDestino», XXI, n. 4, 2008, pp. 29-32.

Biografia:

Nata a Fano nel 1981, si è laureata in Lettere Moderne con una tesi sulla poesia di Paolo Volponi. È redattrice di «Pelagos» e collabora come critica a varie riviste. Sta curando una raccolta di racconti giovanili di Luciano Anselmi. Suoi testi poetici sono usciti in antologie presso Crocetti, Guaraldi, LietoColle, e in riviste cartacee e on line, tra cui «Poesia», il “bollettino” FuoriCasa, «clanDestino». Nel 2005 ha vinto il premio Senigallia-Valerio Volpini. Sta ultimando la sua prima raccolta poetica, Mala kruna, che in croato significa “piccola corona di spine”.

Allo scadere del tempo di Savina Dolores Massa



Ettore Algo Dal Vito

Non un grido, non una parola: fu un sospiro e un’accelerata al cuore.
Buio nella strada per chi ancora non ha gli occhi, né mani per cercare appigli. La paura invece la si riconosce, è simile per tutti quando dalla piccola morte si entra nella vita.
Buio e poi una nicchia, di muschio salso: lì io – senza averlo chiesto – sono. E ascolto battere il Tempo, pompato da un muscolo non mio, perché è vero, Io sono, ma anche no,
Io sono il Caso o invertendo due lettere di coda, sono Caos.
O Cosa, invertendo a mani piene.
Io il disturbo, io che potrei fuggire dalla nicchia senza neppure essere visto.

Invece si resta, per accidia o per imposizione: caso, caos, cosa, caso, caos, cosa, caos caos…passa il Tempo: adesso anche io ho un cuore.
Divento, da pensato, io pensante: garbugli stropicciati da decifrare.
Si impara,
nuotando in acqua tiepida con onde miele e pulviscolo che giunge da fessure per guardare,
per mangiare,
per defecare,
per udire. Potrei non avere mai paura restassi a vita in questa casa.

Invece scade il Tempo per essere parassita.
S-cade a terra l’acqua madre, s-cado io, un scivolante a questo mondo. Quando sento sbattere il portone alle mie spalle, ho freddo, solo freddo nel guardarvi.
Nessuna domanda che possa agitarvi. Non temete, non ho voglia di sporcarvi l’onnipotenza sulla faccia. C’è tempo.

S.D.M.

Savina Dolores Massa: http://savinadolores.altervista.org/