Prospettive. Omaggio di parole a Ray Bidegain


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Ray Bidegain - poppies+in+vase - from web site

Papaveri di Angela Greco (inedito, maggio 2017)

*

Abbandonati al loro destino in un bicchiere d’acqua,
nel mutamento climatico di questo spaccato di storia,
li ho visti già morti, avvizziti sullo stelo del tempo
reciso senza troppa grazia dal calpestato suolo.
Qualcuno è stato chiuso tra le pagine, al pari di una battaglia
e di una data di cui a ricordarsi, domani, saranno solo i più bravi.

La ragazza di vent’anni dalle unghie smaltate di verde
li ha raccolti nel suo giorno di sole e ha avuto il coraggio
di non buttarli via appassiti. Poi, la casa e la finestra
hanno compiuto la rivolta del passo già segnato ed una sera
bagnati di calore e profumo di caffè i papaveri son tornati
meravigliando Giusy. Abbiamo guardato il cielo sollevati
e la Via Lattea ha dissetato tutta la sfiducia di cui soffriamo.

Sulla riva ricolloco sillabe ed un paio di sabot di plastica
per piedi nudi che hanno camminato sull’acqua scura.
Una croce color papavero a pochi passi dalla paura
e incomprensibili suoni tentano ricostruzioni di fortuna.
Nelle nuove stanze ci attende l’ultima dea coi suoi vent’anni.

***

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Giovani Prospettive. Omaggio di Parole a Sarah Ann Loreth.


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Sarah Ann Loreth è una fotografa d’arte che crea provocanti pensieri, attraverso la cattura d’immagini che riflettono i suoi sentimenti più intimi. Lei sviluppa fotografie emotive che raccontano una storia per chiunque le stia guardando.

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sono parola che vaga
mentre il bosco canta
e dentro si sporge la notte
quando lo spazio ignora il fuoco
che si fa inverno e ci scivola addosso

e mi faccio sconosciuta con questo bianco
che placidamente mi offre
un passato che scricchiola oltre la fine

di Antonella Taravella

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TROVARE UNA STRADA VERSO CASA di Antonio Devicienti

Che cos’è una casa?
Lo spazio dello sguardo condiviso in tre, l’esigenza politica che qui si faccia comunità di pensieri e d’intenti, un battello ormai inservibile e che non si può tornare indietro e che bisogna accendere un fuoco, cuocervi il pane, vegliare l’operosità dei giorni.

Casa è
l’acqua da condividere in tre, la soglia d’alberi benigni, ancora andare, ma in tre, perché casa è nello sguardo comune,

casa vorrebbe meditante solitudine, ma anche il chiamarsi delle voci dalla veranda e dalle rotte erratiche della biblioteca.

E andando, sempre andando si fa casa, così come si fa giorno per rotazione naturale del continente attorno al suo perno di luce e l’esigenza culturale di stare insieme, usare parole, aprire lo sguardo, gli sguardi.

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Prospettive. Omaggio di parole a Francesco Malavolta


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Francesco Malavolta è un fotogiornalista. Dal 1994 collabora con varie agenzie fotografiche nazionali ed internazionali, con organizzazioni umanitarie quali l’UNHCR e l’OIM. Dal 2011 documenta, per conto dell’Agenzia dell’Unione Europea “Frontex”, quel che accade lungo i confini marittimi e terrestri del Continente. Da subito orienta quasi totalmente i suoi lavori sulle frontiere e di conseguenza sul flusso migratorio dei popoli, in particolare su quello proveniente dal mare. Segue le vicende dall’immigrazione fin dall’inizio degli anni Novanta, dai tempi del grande esodo dall’Albania. Semplice e rigoroso il suo metodo di lavoro: studiare, documentarsi, prepararsi a ogni servizio come se fosse il primo. Non dare mai niente per scontato. E “disarticolare” con le immagini l’idea che le migrazioni siano una specie di fenomeno idraulico: un “flusso” dove gli individui, il loro nome, la loro identità, e il loro sguardo, non esistono più.

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*Zeitgeist è un termine intraducibile della lingua tedesca che indica lo spirito, l’anima di una determinata epoca e che si riflette nella cultura, nella letteratura e nelle arti in generale. Questo lemma intraducibile sembra il più appropriato per raccontare il senso dei 20 anni di carriera di Francesco Malavolta che coi suoi scatti racconta lo spirito del nostro tempo.
Il suo lavoro di ricerca e vivida testimonianza si snoda a partire dagli sbarchi sulle coste pugliesi degli albanesi in fuga dalla dittatura e prosegue fino ai giorni nostri su vari scenari: Macedonia, Serbia, Grecia, Italia. Nei suoi scatti troviamo una umanità dolente che continua a lottare senza soccombere alle ingiuste umiliazioni cui viene esposta, una umanità caparbia che un passo alla volta guadagna centimetri di libertà, quegli stessi centimetri che sommati diventano chilometri e che lui non esita a percorrere insieme ai viaggiatori delle sue foto.
I suoi scatti sono pervasi da una religiosità che oltrepassa la singola religione codificata per abbracciare la Vita stessa, tutta intera, nelle sue poliedriche manifestazioni: una madre che costruisce un salvagente di polistirolo attorno alla figlia, una coppia che si ritrova dopo un naufragio, un padre disperato con un figlio in lacrime, un anziano con un bastone che arriva a toccare le coste greche. Per quanto tumultuose e movimentate siano le scene riprese, dai suoi scatti affiora il silenzio di chi rimane attonito di fronte al miracolo della Vita che nasce e ri/nasce toccando terra. Un silenzio che è insieme profondo rispetto e compassione, nel senso più strettamente etimologico del termine, per questi popoli in movimento di cui reca testimonianza documentando lo spirito di una epoca -la nostra- che sembra essere rimasta senz’anima.
“Pure quando consideriamo la storia come un simile mattatoio, in cui sono state condotte al sacrificio la fortuna dei popoli, la sapienza degli stati e la virtù degli individui, il pensiero giunge di necessità anche a chiedersi in vantaggio di chi, e di qual finalità ultima siano stati compiuti così enormi sacrifici”
(Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia)*

Di MariaGrazia Patania
Direttrice e creatrice del Collettivo Antigone

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“Miliardi a tener le ali sospese.
Chi non ha mai sognato di volar via come una farfalla?”

Di Yacob Founiy

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Omaggio Malavolta MG Patania

Deve Esserci nel mio corpo
Un punto in cui si annida tutto il dolore del mondo.
Una frattura da cui passa il vento
Ed entra la pioggia.
Un lago salato dove annega la gioia.
Le mie costole rimbalzano del pianto dell’uomo picchiato
E tremano della donna violata.
Tutto è finzione.
Eppure questo mio dolore è reale.

di MariaGrazia Patania

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natività – versi di Angela Greco

*

C’è del sacro in questa salvezza d’umanità
chesenza sorriso guarda la notte
e tra le braccia
– in un attimo caravaggesco –
al domani.

Nell’anticipo di apocalisse sulla sponda opposta
fauci di drago sputano sulla quotidianità
abbandonata d’un fiato e d’un battito
per tentare l’approdo
tra i miracoli del baratto con la sorte.

Attorno alla Madre
si stringe l’ostinazione di sopravvivere.
Nell’affanno della riva
una sedia attende il ritorno
arrugginendo di lacrime e silenzio.

(inedito)

***

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Fare un passo di lato
uscire dal percorso
infrangere il tracciato
se cadiamo è la morte
ma poi cos’è la morte?
assenza di pensiero e sensazioni
tornare al dio-natura
liberi finalmente
perché ci fa paura?

Acqua culla di sogni
acqua les bras ouverts
abbandono affrancato da emozioni
acqua lieve assassina
Nulla è rimasto versi di Prevert
e sonetti d’amore di Neruda
non c’è poesia nel male
inviolabile e nuda
fatale e cristallina

L’agonia della luce
si fa certezza
nell’anno della falce
una lunga amarezza
l’oscuro si rivela
Anche i miti ci lasciano
veleggiano nel buio
anche Londra l’Europa
persino Bud ci lascia

Svelta cala la tela
rotta da un colpo d’ascia
al cupo limitare dell’inverno
e tanti troppi arrivano
trascinati da un canto che seduce
un’illusione di sopravvivenza
e – forse – di conquista in un disegno
coltivato dal cielo o dall’inferno
con rigida coerenza

di Guido Mura

***

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PROMESSE FALSE di Angelica D’Alessandri

Si guardava intorno per comprendere il suo destino:
non era più una questione di vita o di morte, ma di felicità.
In quel momento pensava: “Posso veramente ricominciare una nuova vita da qui”.
I guizzi del mare sotto di lui erano l’unica consolazione in quel momento.
Aveva sempre pensato che il mare era come un altro mondo, a sua volta vivo, e in quel caso era la via della salvezza.
Una scialuppa di salvataggio si avvicinò alla nave stracolma, e il suo cuore si riempì di gioia.
Una felicità inusuale, forse insulsa.
Un bambino in fuga.
Dopo ore di interminabile attesa li portarono tutti in un edificio.
Niente privacy, niente gioco. Tenuti come bestie.
Rimase lì, i suoi occhi sognavano quelle acque turchesi.

***

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-Non so come tornarci dagli occhi di spalle
con filo spinato
commozione è la larghezza dell’acqua
se metti memoria alle ali
un sorriso di grano sottobraccio
ci vedremo nodo a testa in giù
-un uomo quando vede una donna negli occhi
apre ai chicchi
prima di saltare la memoria
se per caso hai agitato le acque di coltelli
due pugni di resina dagli alberi
e hai fotografato i sopravvissuti
le lodi alla serenità
saranno ali fatte di un giorno solo
per l’intera linea degli occhi
e gli scatti del respiro profondamente
farli diventare immune all’assenza
Cerchi un giorno in particolare?
Ti dipingerò così tante volte con quel giorno e la selva
lo so, non si vede l’errore mentre sbatto le ali alla luce
il bianco è la danza dell’acqua quando ama
e taglia legna
Amore, sì, sulla luna c’è senza ombra di dubbio respiro
uno strato eterno tuo e mio d’aria
e poi grotte grovigli carri armati

di ANILA HANXHARI

***

Spesso si salpa già morti, la speranza non sempre è in grado di annientare tutti i ricordi, spesso inseguo ciò che tu hai e non apprezzi, forse mi basterebbe ciò che getti via ad ogni tramonto, forse, non so. Ho sentito dire che c’è la televisione, è lì che ho visto per la prima e unica volta il mare, ho sentito dire che ci sono abiti diversi per ogni nuova occasione e mi hanno raccontato che non si muore di fame, che c’è una cura adeguata per ogni male, che si vive di originali abitudini, che se infrangi le regole c’è sempre qualcuno pronto a difenderti. Io, che non ho mai visto il mare, ora vedo solo mare, mare dappertutto, mi sento solo come quando camminavo tra le disperate e impaurite strade, con la differenza che qui non puoi gemere o gridare, devi stare muto e pregare, anche se non hai un Dio, anche se il sudore freddo dell’onda lunga ti secca l’anima. La nave si è allontanata dalla costa come fa un ubriaco quando abbandona l’osteria, che sa di aver una casa, ma non sa dove. Il mio corpo è una ciurma di fragili ossa dagli occhi immobili e la stella che cade non è mai la mia, vorrei qualcuno mi svegliasse.

Di Luca Gamberini

***

fm

-sul mare intatto- di Francesca Dono

sul mare intatto
___dimenticare
è un obbligo_ dovuto alla nebbia che di noi si nutre.
________Sta qui la feluca a vegliare l’aria.
La velocità della luce. In alto
_ dentro la bianca giovinezza .
-Gradazioni di colori-
Passano lanette azzurre.
________Pende un filo. Impassibile
tra il buio e la soglia della guerra.
_ Si colma di tutte le cose
senza grazia. Secondo il libro dei dannati.
_____ |Chen fu l’inquieto. Scivolato nell’abisso|.
———- Thomas l’immigrato. Entrato da un tetto senza stelle.
{…Mi distendo fino al davanzale del vicino.
Pareti ristrette. Dorothy seduta ad un tavolo sterile.
Ha conosciuto la deriva. Tutto avvenne
per continuare.

Intanto apro l’orizzonte per spingere
il dovere dei pesci.
Nuotare indenne._____
Pensare in stanze di petali.
Stanza dopo stanza. La chiave.
< Dice: spazio e prendere e portare>.
Talvolta anche Erich giunge. Ci amiamo.
Poi donne e neri
si spingono nel nostro Vietnam.
La massa è saziata. Disserrano dai lacci negli stivali.
Grigi cementi .
Vibrando.
E l’oriente stordisce.
Una voce che scava nel tempo.

***

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LIBERTÀ di Izabella Teresa Kostka

Me la sognavo,
profumata di terra del solleone
tra i cespugli di timo e le bianche scogliere,
lontana dalle grida dei vigliacchi scafisti
erranti sulla riva come un branco di iene.

La sognavo,
sul barcone affollato di ombre,
coperto a strati di rifiuti umani,
aggrappato al buio agli scarti di vita
dissetato soltanto con agro sudore.

Incidevo sulla pelle il suo nome
usando il sangue come inchiostro.

L i b e r t à !

L’ ho trovata all’alba,
abbracciando la Morte,
naufragando sperduto tra i flutti del mare.

***

VIAGGIO di Marino Santalucia

Invece del ritorno
prenoto un orologio che finga le ore
che mi prenda la mano
per non dimenticare.

Il chiasso delle onde
è voce a cui non si sfugge
ed io naufrago
dentro me.

***

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ERI MIO FIGLIO di Izabella Teresa Kostka

Eri mio figlio.

Sul paffuto visino non portavi sorriso
sfrattato dalla smorfia di puro terrore,
le tue piccole mani sporche di fango
m’abbracciavano ferite con scheggiate unghie.

Non hai più madre,
è rimasta a terra
calpestata dalla folla di esodati,
con l’ultimo sospiro t’ha avvolto per sempre
affidandoti allo spirito dell’ingenua speranza.

Eri mio figlio,
un cucciolo umano
dalla pelle lacerata dagli spari e dal sole,
l’immagine eterna dell’innocenza
umiliata dall’odio, dal disprezzo, dalla rabbia.

Un ritratto squarciante di sofferenza,
immortalato da uno scatto
per accusare il Mondo.

***

poveri cristi

Poveri cristi di Roberto Marzano

Echi di passi nei pressi di foschi preludi
una scarpa mostruosa che bracca sicura
crude prede sbranando a morsi la strada
la tomaia che affligge e il laccio che strozza
mentre il tacco calpesta crudele le teste
noci secche in frantumi di fango, di bile
non c’è cura o rimedio all’assedio che avanza…

L’incedere zoppo di quei poveri cristi
incatenati agli incroci a guardare sgomenti
piedi sfatti incatramati di ghiaia e di sangue
freddi raggi di soli malati che calano ciechi
un torpore letale di fame che torce la pancia
come cala improvvisa la notte coprendo
di una grandine bruta l’asfalto fumante.

Si farà grosso spreco d’acquaragia ai confini
per cancellare quei colpi di pennello indigesto
si farà strage di crani e di braccia bambine
roteando manganelli di pietra a sgranare rosari
d’occhi stanchi trafitti da ombre spalancate nel buio…

***

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IL DOLORE DEL MONDO di Laura Pezzolla

Tra le colline
di granelli spessi
incrocio carovane
di migranti
non possono far male
le cadute
se inciampo e annaspo
tra le dune in corsa
vulnerabile al vento
alle tempeste
al tempo che rovescia
le scorie dei miraggi.

Tornando con giudizio
alla vita di sempre
imparo l’arte
dello scomparire
mi rannicchio dentro
l’occhio del ciclone
abbasso la testa
abbraccio le ginocchia
disattivo i muscoli

sopravvivo nel silenzio
ignorando la folla
ma il dolore del mondo
penetra la pelle
buca fossili
di madreperla
si fa grumo legnoso
che non scioglie
e viaggia nelle vene
dentro un overdose
di tristezza.

***

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Storie incompiute di Maria Allo

In un lungo viaggio l’orizzonte diviene viatico .
Strappato alla corrosione del tempo e alla gloria della memoria
L’orizzonte diviene terra calpestata sopra onde scisse
Il vento si porta via le parole e respira quell’amore
Che racconta il mare misurando il silenzio
E pietrifica goccia a goccia l’attesa di altri cieli.
Ricerca di mani nell’incresparsi dentro le parole
Ma sulla rotta impietosamente
Si sfalda tra le vene la speranza di ritrovarsi
Solo occhi rossi e sgomento tutti inermi
Senza passato né futuro
In agguato solo un fottuto naufragio
Come punto d’arrivo
Eppure lo sguardo attende una mano
con una distanza ancora da colmare
in un mare al vertice del cielo non lontano dal cuore

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c

d

Ecatombe: Mediterraneo rosso di Mariella Buscemi

E fiori sui fondali
tingersi di cupo
screziarsi di rosso
in settecento petali d’amello
e dei pistilli
da polline a cenere
il cuore si fa stiva

Ché migrare verso la speranza
fosse Cielo?
_Nell’abisso

Tratta di morte
nell’acque rosse
a rievocare Nilo
sì che s’abbatte come piaga
tra i corpi ammassati si piega

| In-coscienza dis-umana |

Mas-sacro

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Immagine

Venite la di Romeo Raja

Come una foto
un niente di un soffio fermato
dopo che in posa
imbroglia un fotografo e un attimo,
le nostre coscienze
mentre.

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Mira Nedyalkova


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Mira Nedyalkova è fotografa e pittrice bulgara.
Nelle sue immagini usa il dolore come bellezza, c’è dell’erotico ma è psicologia legato alla vita.
Esprimo la sua intima vita interiore.
La maggior parte dei suoi lavori sono in acqua, questo non è casuale.
L’acqua è creazione, potenza è enorme energia.

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Mira Nedyalkova Photography

inabile malinconia di Alba Gnazi

Io non ho mai visto
se non
con gli occhi chiusi
i gomiti stretti della settimana

labbra fredde
d’inabile malinconia
senza fretta
su troppo mare

***

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Prospettive: I fotografi che hanno fatto la storia della Fotografia – Francesca Woodman – Omaggio di parole


Ho sentito spesso chiamarla come un giglio malato da sé, senza riuscire a non fare altro che farsi pensare, per la realtà che scavava ben oltre le sue fotografie, quei rituali domestici e gli spazi che sapeva riempire con poco.
Lei potrebbe apparire come angelo caduto, una foresta nel pieno dell’inverno o una casa che all’apparenza può sembrare abbandonata. C’è tutto questo ed altro, la sua nudità e il suo smarrimento.
Avvolge e fa sentire il suo dolore. L’omaggio per me era dovuto, ed ho cercato le voci che pian piano sono arrivate a fare parte della mia vita e che adoro, per quello che sono, Donne, Mamme, Poetesse e Vita…si vita.

in questo quando d’ombra e presagio
trattienimi parola sul limite oscuro:
è una cicatrice d’alabastro la pelle agli occhi del giorno
dove lasciare polvere di trascorsi e sabbia
assente d’orma che non siano i miei fantasmi
.
scivolami addosso nelle pieghe
di un’ora di pioggia e pagine cancellate
raccontami di cieli sottosopra nello specchio
di quanto è stato tolto al ramo e gettato nello scarico
imbiancato da rimorsi e ripartenze
.
e poi – soltanto allora, però –
ingannami col ci saremo ancora
all’imbrunire di quel sogno (non più nostro)
mentre accanto al corpo la croce
già esige chiodi e non più mattini.

Angela Greco

Francesca Woodman (Denver, 3 aprile 1958– New York, 19 gennaio 1981) è stata una fotografa statunitense. Suicida a 22 anni. Volò verso la terra da un palazzo di New York. Scelte da non discutere. Non distrusse i propri lavori, prima del salto: quindi il suo passaggio in una particolare era e in una particolare fetta di mondo ha voluto lasciarlo. Addentrarsi in questo passaggio non è come partecipare a un ballo mascherato, o forse sì? C’è da comprendere chi indossa la maschera: Francesca o noi, spie sollevatrici di lapidi. Per trovare che cosa? Una ragione? L’Arte? Una ragazza?
Dire lo sguardo altrui sulle cose, accavallando le gambe e anche fumando. Dire il proprio sguardo, rimasto senza possibilità di replica. Dire.

Eliminato il colore dagli scatti, ché sia spietato il primo doppio offerto: il bianco, il nero.
Il corpo è quasi sempre aspro, scarno, per ciascuno di noi imprendibile se non nella superficie di sé, vero Francesca? Tanto non puoi replicare, e io dei critici me ne infischio.
Corpi.
Due sono i seni, due le mani, due le gambe, i reni, i polmoni. Speculare non è il volto, ma ha due occhi, troppi denti, una lingua, due tonsille, un palato, amaro come il fegato, solo, sotto un costato.
E allora hai preteso un ritaglio di specchio, tagliente, perché ciò che era uno ti faceva sentire patetica, sola?
Specchio, perché il tuo corpo non fosse obbligato ad essere unico. Avere un compagno di sé, identico, scabroso, rassicura? Capirti, adesso, non ha un vero valore: è interpretazione sterile. Le tue immagini, eredità per crearci turbamento: che scherzo in strazio!
La ragazza, per metà sotto ciò che io vedo teca, ha palpebre spalancate in odore nauseante di giglio-purezza. Ha paura, la ragazza? L’hai saputo tu. Ma ho paura io nel vederla sotto una lastra, pesante, benché non di marmo.
E quell’altra – vestita di carta da parati marcita in fiore – nascosto il volto e il sesso, ha freddo nell’inverno che si è decisa addosso.
Donne, con poca carne sulle ossa. Donne eburnee. Gigli e calle. Vento che non si innamora, che non si ferma.
Porte, per suicidarsi i polsi appesi, come un volo saltato da una sedia. Capelli tirati dalle dita: ed è la forca. Prove pratiche: ancora basse le distanze.
Porte mai spalancate alle nuvole. Che sia viziata l’aria, come una peste, una lebbra, un contagio mortale. L’aria pulita ammorba, soffoca, insudicia le calle.
Ancora teche di vetro, per sante imbalsamate con le volpi, astute bestie non addomesticabili. E poi macerie di case, per ectoplasmi femminili.
Abbandoni di donne, così ti sei voluta rappresentare, sapendo dal tuo inizio che l’immaginario apparente ha più peso del troppo raccontare, che il nulla ha più spessore delle filosofie sofferte pensate e ripensate. Teche, gigli, calle. Specchi per frantumi di arti e Arti.
Mutilare la vita intera, dal principio. Invecchiarla e concederla morente, anticipando.
Poche le fughe, se le conseguenze sono il ritrovarsi murate nelle calci.
Posate sulle mani, le quotidianità gelide e appuntite.
La sporcizia in ogni angolo di stanza, ché sia distante il perbene agire da borghese. Vivere nell’immondo e forse, poi, lavarsi in una vasca priva d’acqua.
Sei stata accondiscendente alla comprensione di te, in parte anche alla compassione, ma di toccarti a lungo, se pur con la pupilla, non mi sento. Ti sfioro e vado via, sotto altre carte da parati a brandelli. E dei fiori, neppure il ricordo.

Savina Dolores Massa

Le emozioni della Woodman ci giungono attraverso un linguaggio surreale e onirico. Nei suoi lavori il soggetto si sposta dalla modella e/o dalla disposizione degli oggetti nello spazio all’insieme che rappresentano. Alla parola sommessa cui Francesca da voce. Così, le cose e i corpi sussurrano una sola fragile lingua che ci racconta non solo del disagio che la porterà, con un gesto estremo, a difendersi dalla paura del mediocre e a proteggere le sue opere delicate, ma anche della voglia di usare l’ironia del vivere per sperimentarsi.
Il fulcro della scena si sposta dai dettagli alla dimensione. Il bisogno di comunicare le coordinate della sua anima la spinge ad utilizzare le immagini per costruire il luogo cui appartiene e che le sopravvivrà. Una dimensione in cui bellezza e minimalismo sono in perfetto equilibrio e rappresentano la chiave per entrare e conoscerla. Così uno specchio trasmuta in una porta aperta sul suo universo parallelo, distinto ma integrato con il nostro, ed il procedere a gattoni il simbolo delle esperienze verso l’autoconoscenza e l’interazione con il mondo.
La nitidezza dell’immagini riflesse, i nudi lisci e perfetti dei corpi, in luce, sembrano lasciare scivolare le ombre ed emarginarle ai limiti della dimensione e l’uso di una lunga e doppia esposizione si presta perfettamente alla realizzazione del luogo rifugio dal reale. Così il corpo vuoto di una stanza e il corpo della donna diventano un solo vuoto, un’unica solitudine che pietrifica gli istanti ed inventa una nuova forma di comunicazione nel silenzio.

Bisognerebbe mettere in posa i miei pensieri razionali
e affollarli in una fila regolare,
per sorprenderli in atteggiamenti equivoci
e deriderli, quasi fossero modelli compiacenti.

Oppure, tentare un’analisi surreale delle foto,
sorvolando la superficie liscia delle cose e la metafora dei nudi
che ci restituiscono alla bocca dell’universo parallelo
dentro cui spariscono i corpi stessi e le cose.

Solo dopo la sottrazione di quello che siamo,
potrei pensare alla mitezza di uno sguardo
che smarrisca la parola vilipesa
e affidi alla poesia le linee della mano.

Emilia Barbato

Francesca-Woodman—From-Angel-Series,-Rome,-Italy-1977

Cercai l’angelo alla tavola
che imbandivano a Dunedin,
mille incanti, un coperto.

Bastava un angolo a quel tavolo,
l’ascolto delle anime toccate –
servir loro un caffè, farmi sfiorare
la veste- ma quando giunsi
già l’angelo scuoteva la tovaglia.

Hush-hush – riverberavano le pareti
mescolando il frullo d’ali
e la stoffa in volo – hush-hush.

Fosca Massucco

just-around-midnight: Francesca Woodman

Ditemi tutti i segreti
insegnatemi, lasciatemi sapere
con un segno sulle ginocchia.

Io sarò cauta, vi somiglierò piano piano, un po’ per volta.
Resterò nel mondo, prometto, ma voi ditemi.
Non chiederò altro.
Mi farò crescere, resterò.

Datemeli ora, in mano.
Serrerò subito il palmo e manterrò, nessuno intuirà cosa stringo.

Se me li dite, io starò buona, mi contenterò.
Adesso, qui, così: vedete?
So stare quieta e quieta ancora di più.

Ma loro sapevano che stavo mentendo.

Sara Trofa

restare così nell’attesa
una parola pronunciata
appena prima di una piuma

seguo la linea del sonno
una carta imbavaglia le ore
il filo – forma l’agiatezza del martirio

restami – completamente ala
nella sottoforma disperata
che sgualcisce le forme

[la tendenza delinea l’imbrunire contorto
di un ago che cuce un avampasso di sensi]

Antonella Taravella

Altri Testi:

di Luca Ispani

Pietra mesmerica
raccogli fluidi armonici
fili sottili
ragnatela di illusoria speranza .

Trovi pietre sul cammino
i rovi,le tue braccia
pungolo desolante il destino
tra te e il declino.
Lascia le parole prendere peso
[saliscendi costante il tono]
accendi un fuoco
scaldando l’anima
un segno.

Negli ossari apprezza il silenzio
nelle dita consumate
una gioia ghiacciata da involuzione sintetica
il respiro infinitesimale del tempo che fugge.
[un corpo libero in spazi asincroni].

Nel fondo soltanto una voce
litania poetica
urlo asperso di indifferenza ammorbata.

fw

di Antonella Lucchini

Non finirai più di scartavetrarmi
il cuore

o qualunque cosa sia
che ti contiene

e mi fa a pezzi.

Sylvia- Francesca Woodman

vivo dietro
un angolo il tuo
paradiso.
tutto il visibile
faccio l’inferno che mi porti all’estremo
bianco spogliato di bianco.
la terra di mezzo non basta
a ricoprirmi il cuore possibile
tra l’azzurro e il suo incendio.

di Sylvia Pallaracci

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la tua voce
raffica incendiaria cerebrale
nel giardino sbucato della bocca
è il verso dell’onda che sfonda
la vena d’inchiostro, un galoppo di mare il sangue
che mi fai e la vita
dilaga ovunque le mani per portarti
alle labbra la bellezza
da sfinirti dentro

di Enzo Moretti