Friday should be in love – Inedito di Alessandro Gabriele


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Sono dunque qui sotto da un’oretta appena, parcheggiati in seconda fila, adesso li vedi un po’ sfibrati ma non è che sia successo nulla. Tutta la sera c’è voluta per metterli così, un piede perno tra il freno e la frizione, lui, allampanato, allungato, ex-allupato ormai a quest’ora, come se la tensione vitale residua premesse per puntare il corpo, farlo apparire saldo nel buio come una piuma rilassata in un cassetto di cose sognate, più che altro.
Avresti voglia di parlare un po’ di lei, invece, questo lui pensa in seconda persona, ben sapendo che i pensieri delle tre sono rischiosi come telepatie in mano a un drappello di voyeuristi ciclotimici. Fai una carrellata intorno e scopri palazzi alti e stretti, un sonno asinino di stanze che guardano storto, come se la nullafacenza tipica con cui osservi la vita in finestra si stia solo riposando un attimo.
Ma non va male, non va male affatto, non vi credete.
Lui dice, ridice, in prima e in seconda, ma parla niente. Ha dei ricordi di sé in altri momenti fermi che non hai voglia di decidere nemmeno il prossimo respiro. Gli sembra che in sostanza ognuno si incarti in un millefoglie di eccezioni e ritardi, di complicanze messe in conto, di anticipi di dolore e cadute fisse in un mondo vaporoso e rallentato, come prima di confermare un Invio irrevocabile.
Non va male affatto, però. Ci sono quelli senza lavoro, allora, poveracci.
Così loro due si tengono il silenzio, non c’è nessuno che li legga e questo li fa sentire come un’onda del mare delle infinite cose di cui non occorre prendersi cura. E continuano a stare parcheggiati in seconda fila anche non ce ne sarebbe alcun bisogno, la strada che scende è piena di infilate tra macchine a pettine dove starebbero più comodi, più esclusivi, anche perdendo quell’insensata visibilità manifesta che un po’ li minaccia.
Questo tocca a lei intuirlo, poi a provare a dirselo pure, col linguaggio che sa: ma insomma, che diavolo vai a pensare, tra tutto il pensabile.
Sente freddo all’attaccatura delle cosce dove stringono le calze buone, ci mancherebbe pure una cistite in conto. E’ meglio che se ne stia zitta, zitta secca e con le gambe strette, senza nemmeno fantasie, e metterci sopra al massimo un sospiro ogni tanto, qualcosa che possa sempre venir comodo, ci dovesse essere un poi.
L’indicibile li protegge come una grande sacca anti-erogena. Stanno bene insieme in questa specie di preservativo dialettico, non crediate, stanno come avvolti nella carta stagnola delle proprie intime dolcezze, senza patire quel pensiero stomachevole delle caramelle vecchie nei supermercati, quelle che hanno già subito diverse estati addosso e si riducono a un orribile appiccicaticcio intorno alla confezione.
Così la mano che provasse a scartarle non saprebbe più come togliere quella sugna dal bordo infido delle dita. Così altrove, per un po’ di tempo, eviterebbe di stringere altre mani per la vergogna di insozzarle, e non sono proprio questi i tempi da essere scortesi del resto, non scherziamo. Basta che fosse una mano che conta a Tokio e tu ti ritroveresti a New York senza lavoro, e con la cazzo di farfalla che sbatte le ali su per la calza a rete potresti solo farci una tempesta di marchette, in qualche locale fuori giro dell’Upper East Side.
E allora ragazzi, andiamo! Che vogliamo fare?
Una cosa incredibile che hanno sentito chiaramente entrambe: “Andiamo! che vogliamo fare?”.
Una pressione esplicita, in un qualche dialetto colloquiale interno, ognuno per sé. Sono cose che vengono da zone che non ci appartengono, o forse si, le domande retoriche e i dialoghi interni cui reagiamo sempre puntualmente invece, radiocomandati da una centrale operativa socializzata, occulta.
Radiocomandi, onde elettriche, fotocellule, spettri di potenza, a lui piacerebbe ricominciare la vita da zero con roba come questa. Come non avesse già un peso di identità precedenti a pretendere sulla spalla, e anche i lavori, i lavori, e presentarsi agli altri sempre con sti cazzo di lavori in pugno alle feste, come se prima di mangiare ci fosse sempre da scazzottarsi di maniera, per definirsi.
Prendi loro due, in fondo stanno ancora al livello di una sola sera possibile, giocano a “non voglio saper nulla del tuo passato” come in un astruso rompicapo francese, lui potrebbe pure raccontarlo e lei potrebbe berla, anche affascinarsi, un esperto di apparecchiature elettroniche, forse eccitarsi, mostrare magari una via non faticosa per far saltare il banco, senza i soliti imbarazzi della forma del tipo: scegliere chi dei due e come si butterà addosso all’altro, e scartare vestiti complicati senza dare l’idea di volerli stropicciare, mostrare l’intimo che nemmeno ricordi bene quale hai messo, e far scattare chiusure, inumidire fessure, dire quello che viene di sporco, convergere dove pensi che finirai immancabilmente, se non fai attenzione.
Sono cose che si vedono nei film: un mezzo psicopatico depresso sfrattato da casa per more bancarie faceva diventare matti i nuovi inquilini agendo da un laptop il sistema domotico che aveva progettato e installato lui stesso. Oppure un altro film dozzinale in cui lei cede tipicamente di schianto, non ha nemmeno aperto bene il portone di casa che ti prende a calci le scarpe e si sfila le calze, mugola già un po’, e fa uscire prestidigitandosi in un soffio il vestito dalla testa, e di corsa lui dietro la spinge sul divano con una tempra da vecchio John Wayne che deve entrarci sempre. Insomma, sei su un canale locale e non è che puoi pretendere, ma comunque non guasta mai, il vecchio pistolero, e in definitiva ci casca sempre, lei.
Ecco ci siamo, le tre e mezza di notte e pure delle fantasie loro due, come di ogni altra cosa smarrita, stanno per perdere il filo.
Guarda adesso come a lei si illumini bene il volto grazie ad un Android che riverbera da una patacca di sette pollici che tiene in grembo. Ascoltiamo la prima parola assoluta che muove nella notte parcheggiata in seconda, come le si impenna un tono di caverna trasalita mentre pronuncia secca il verbo: “Messaggino!”
Dio, no. E invece si. Lui è pure contento di aver cominciato qualcosa, lei. Si gode di un senso finalmente ineluttabile di eventi che montano. Dietro la macchina arriva sbuffando un camion della spazzatura, lampeggia arancione nell’attitudine pesante del buio, come un sole fetente che erutta malamente a giro.
La faccia di lei diventa azzurrina wazzup, poi diventa giallo mondezza, poi di nuovo azzurrina light friendly, ma tutto per frazioni di secondo appena.
Ora lui se ne esce dicendo: “Ehi, ci dobbiamo muovere.”
Lei lo prega: “Aspetta un attimo, dai, che è la Betty e la devo rassicurare un po’.”
Lui del resto: “Ma cosa dobbiamo aspettare, scusa, non puoi tenerti la Betty appesa mentre faccio manovra?”
E lei: “Nooo, maddai. Ma che problema c’è?”
Indovinate un po’ lui, sempre più piatto: “C’è la nettezza urbana che ci lampeggia, penso che devono passare, diobono.”
Che poi cazzi e mazzi, dopotutto, è sicuro comunque che lei cederà, alla fine, si farà infilare, lui è certo che non ci sarebbe bisogno nemmeno di salire a casa, lei lo farebbe tranquillamente in macchina godendo sommariamente anche di più, in proporzione. Ora, non è che capisca molto, in genere, solo questa schiumetta animale che gli pare intuito, talvolta, e non è che si possa considerare che son tutte più o meno uguali quelle con cui si trova in seconda in macchina, di notte, tra il venerdì e il sabato mattina.
Dice lei, infine: “Hai risolto con laa cosa…la nettezza?”
C’è un grosso tipo in tuta arancio e grigio fosforescente fuori che sbraccia contro il finestrino. Lui lo guarda come guarderebbe un extraterrestre agitato, nel senso che: come ti rivolgeresti a uno che sclera perchè si sente inculato da un incarico che le alte sfere gli hanno fatto credere importante e lui ci è cascato, avrebbe potuto dire di no ma c’è cascato invece, vaffanculo?
Pensa lei, invece, che ciò che vuol sapere la Betty non è che glie lo possa raccontare ora, vivaddio, ci deve riflettere, ci si pensa sopra a cose così. La realtà si costruisce gentilmente, come il Lego con i bambini, diosanto. E quindi vediamo: la verità non si può dire, nemmeno una mezza tacca allusiva, non conviene affatto, bisogna controllarne due di livelli di significato poi, scherzi. La realtà è molto meglio inventarla di sana pianta!
“Dunque cara, quel che è successo ieri notte e che lui s’è accostato vicino a una macchia di cespugli, sotto casa, faceva tutto il carino nel solito modo, e sai una cosa…a me l’idea di tutti quei minuetti dei complimenti e del farsi aprire le porte e salire a casa, scusarsi, fare due secondi d’ordine, prendere da bere, mettere la musica, accendere l’Inverter poi girarsi coi bicchieri in mano, vedere lui spallato che non guarda altro che un punto, fosse la gioia poi, no, invece è un punto d’indecisione estrema perchè si gioca a casa mia e lui non vuole fare la figura del coglione, così non sa se deve bere tranquillo e iniziare con i complimenti slavati oppure far versare le grappe per terra e saltarmi addosso perchè crede che a me piaccia così, drasticamente, in fondo.”
Intanto fuori dalla macchina il fosforescente agitato ha mollato due pugni niente male sul finestrino, e lui sta pensando se si può permettere adesso di spostarsi con la macchina o se sia troppo tardi. Nello specifico, se lei si riterrebbe offesa dal suo poco maschio tralasciare questa roba qua che, scusate, è un po’ una provocazione, magari è meglio che scenda e l’affronti, che cazzo.
“Scusa cara, sta pensando lei, una seccatura, rieccomi da te. Dunque ti stavo dicendo che alla fine mi son fatta due conti e mi son detta ma senti, ma perchè no, poi! Se ne sentono certe in giro..così gli ho fatto capire, sdraiando il sedile, lui ha sorriso e mi si è avventato addosso, una furia, credimi, sca-te-na-too! Eh si, certo, ti pare che non vuoi sapere i dettagli tu, proprio tu, e fattelo dire, dai: troiona che non sei altraa!”
Lui ormai, fuori di sé e della macchina, sta facendo a pugni col netturbino agitato. Volano bestemmie, minacce, cartoni, spruzzi di sangue, ma nel casotto delle luci lampeggianti sparate a giro non è che si capisca molto bene la faccenda, ad essere sinceri.
Così lei si sposta al volante, s’aggiusta la gonna, chiude la portiera che adesso ha un freddo bestia tra le chiappe e sente una prima fitta di cistite. Allora riaccende il condizionatore anche se è troppo tardi ormai, c’è una luna gigantesca tra i palazzi e tutto l’arancio stroboscopico che dà una vaga nausea, mette in moto subito, senza pensarci, e se ne va.

di Alessandro Gabriele

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L’Apocalisse delle mani di Alessandro Gabriele


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Dal demone piazzato sulla sua spalla grondava un calore insopportabile. Eros Salvini era consapevole di star sudando in modo incivile, anche se gran parte del fenomeno si concentrava sotto l’ascella corrispondente alla sensazione, e fatto salvo che la questione, dopotutto, non lo smuoveva più di tanto.
Se ne andava sul lato contromano della strada stringendo la sua presenza intristita sulle saracinesche chiuse del marciapiede sinistro, in modo da proteggere almeno la zona di olezzo acido che la presenza del demonio sviluppava fuori di lui.
La gente lo incrociava sgarbatamente e lui teneva gli occhi bassi per una forma protettiva di compunzione sociale. Tutto quel saettare di sguardi di di valutazione, di sfida e di controllo, gli dava l’idea di una grande guerra mentita che si giocasse all’oscuro di tutto, come se la funzione collettiva del vedere implicasse il dominio schizoide utile a dominare la consolle di una playstation.
Non è che non avesse voglia di giocare, Eros, il motivo della propria risposta melanconica era dovuto all’incapacità di raffigurarsi una domanda, piuttosto, di formulare uno scopo. Sapeva di dover scontare una qualche forma di pena come tutti, comunque, e avrebbe voluto esser capace di interrogare il demone così, senza dargli troppo peso, per una forma sempliciotta di curiosità dissociata.

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Interstellar – Accelerazioni umaniste del cinema quantico di Alessandro Gabriele


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“Noi (l’insidiosa divinità che opera in noi) abbiamo sognato il mondo. L’abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, onnipresente nello spazio e fisso nel tempo; ma abbiamo consentito nella sua architettura tenui ed eterni interstizî di assurdo per sapere che è falso.”
– Jorge Luis Borges, Altre inquisizioni.

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Breaking Bad. Da Candido a Kurtz, ama l’Antieroe tuo come Te stesso di Alessandro Gabriele


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“Abbiamo bisogno di più consapevolezza della natura umana, perché l’unico pericolo reale che esiste è l’uomo in se stesso.” – C.G. Jung

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Managua, le scarpe de diòs di Alessandro Gabriele


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Ogni onda sa di essere il mare.
Ciò che la disfa non la disturba
perché ciò che la infrange la ricrea.

(Lao Tse)

Ciò che il pensiero raddrizza e delinea, l’anima piega e spruzza sulla tela. C’è poco altro da aggiungere al ritratto di un uomo, salvo che ogni pennellata è necessaria, che se qualcosa schizza via dall’insieme bisogna lasciarla andare senza rimpianti, che se stai andando bene o male te lo può dire solo una voce privata, un parlatorio di immagini in una segreta presso cui ognuno sta come recluso, in viaggio per tornare a se stesso sopra un mondo rovesciato. Ogni cosa ha il diritto di sbugiardare la faccia relativa che lo riguarda.

E’ vero, gli americani sono molesti, quando li incontri in viaggio fuori casa ti sfiorano col maleodore del senso della propria identità, un sentirsi ancora centro e sorprendersi del mondo che ha abitudini diverse dalle proprie. Gli americani fanno spesso la figura dei turisti di se stessi e a se stessi ritornano sempre. In effetti li senti, gli piace da matti sollevare il tono della voce che è già di per sé alto, imbastito, incartato in artifici parafonetici e ammiccamenti speculari che danno l’idea di un media sempre acceso, connesso, post-prodotto e lanciato nell’etere per colpire.

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E anche vero però che pochi incontri riescono a essere intensi e illuminanti come quelli con un americano maturo che viaggia da solo. Ce ne sono diversi in giro, ne ho incontrati quattro o cinque nell’ultimo mese, in Centramerica. Il primo veniva da El Paso, sulla frontiera col Messico, e non parlava una parola di spagnolo. Aveva un grande zaino sulle spalle e si preparava a dieci ore di trekking per raggiungere la bocca del vulcano, aveva una faccia rilassata e aperta e sorrideva delle proprie mastodontiche inattitudini.
L’ultimo avrà avuto settant’anni e con lui mi sarei fermato volentieri un paio di giorni dopo aver sentito la dolcezza del tono della voce, il parlato chiaro dell’immagine di se stesso, un ex-broker impaccato di denari, ex-spennapolli e potenziale omicida che alle spalle aveva abbandonato già tre o quattro vite e identità intere. Girava il mondo con l’orgogliosa canizie rivestita di magliette alternative da sbarbo, sguardo infuocato e comprensivo, velocità e tono variabili, una modulazione di savoir-faire che inchiodava alla parola, all’esserci pienamente, era magnetico come un maledetto santone del dopobomba.

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All’aeroporto di Madrid Barrajas ho fatto uno stop-over di cinque ore dopo nove di pullman e undici di volo in cui non sono riuscito a dormire un minuto, alla fine di un lungo itinerario appassionato. E’ stata un’ecatombe del pensiero lineare, un trionfo dell’imprecisione del parlatorio animistico in un carcere di stanchezza. Parecchie oscurità hanno ballato in assenza di controllo vendicandosi di me, gli istinti sollevati dal torpore della vita automatica, insensata, che la stanzialità dei ruoli sociali classici di solito ci impone hanno preso il controllo e l’articolo che pensavo di scrivere sul Nicaragua se n’è andato per conto suo a entreneuse.

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Al Viavia Hostal di Leòn, piuttosto, le tre di notte le ho fatte prendendo a pugni un ventilatore rumoroso che non sapevo se fosse meglio o peggio del cercare di dormire nel calore della stanza, l’ho preso a pugni fino a staccarlo dal muro.
Nelle pause del mio incontro di boxe, all’angolo del sonno che stava per calare, giovani alternativi backpackers del mio occidente rientravano nelle stanze accanto sacramentando alcol e nevrosi precoci, insoddisfatti della notte centramericana da poco trascorsa, votati a quel deplorevole litigio di coppia che non si soffoca e non esplode mai ma rode il sonno di tutti intorno fino a venti-trenta metri, oppure semplicemente persi nel perimetro di voce alta delle proprie minchiate aleatorie, uno shampoo dimenticato, una fucking Jenny che non si trova, una conferma dell’ovvio provinciale che stiamo diventando tutti.

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La mattina dopo ho realizzato una magnifica sintesi pop. Il popolo degli alternativi in viaggio globale si classifica per il tipo di calzature inforcate: sportive, birkenstrock o semplici ciabatte, di quelle che fanno cik-ciak ostentando cheap coolness. Io, come tutti gli attempati della specie, sono tendenzialmente un tipo due, per la cronaca, difficile dire chi tenga più ragione e suola, nell’incertezza ho sviluppato un saldo appiglio provvisorio: è meglio diffidare dalle cik-ciak, sono scomode e sciatte, spesso e volentieri, inoltre si associano al settanta per cento con questi giovani di ultima generazione che sono sempre connessi, incuffiettati, che si portano il Pad anche al cesso, che non sollevano quasi mai lo sguardo che al cinguettio dei propri Samsung-android.
Così alle sette della mattina successiva ho raddrizzato alla meglio il ventilatore abbattuto per non farmelo mettere in conto, ho rifatto velocemente i bagagli e me ne sono andato a cercare un hostal locale, più spartano e meno molesto.

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Andando via, sono passato sulla piazzetta davanti all’università dove i giovani Leonesi si riuniscono a decine per giocare a calcetto, a basket, per saltare sugli skateboard, chiacchierare, preparare accoppiamenti o quant’altro di cool la vita riservi. Si vacilla un po’ in questo spiazzo dominato dal grande murales che rappresenta crudamente, in una grande drammatica scena collettiva, l’esercito di Somoza che il ventitre luglio del ’59 apre il fuoco sugli universitari che manifestano e ne ammazza quattro.
Leòn è gonfia del sangue rappresentato sui murales, piena di questi sacrari della memoria rivoluzionaria che riempiono angoli di mura dove sono ancora evidenti i colpi di mitragliatrice. I ragazzi di Leòn giocano a calcetto per ore davanti all’immagine del loro ’59, quando una squadra segna un gol nemmeno si esulta tanto, i giocatori escono velocemente ed entrano altre squadre improvvisate, i movimenti sono perfetti, magnetici, paiono organizzati da una regia inconsapevole.
Avrei voluto chiedere a qualcuno quanto e se le loro ciabatte fossero più consapevoli e ancorate alla memoria di quelle degli analoghi occidentali Androidzati che popolano il Viavia hostal, ma ho avuto paura che qualcuno potesse ridermi in faccia e sono andato via senza giocare.

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Il tema delle scarpe mi ha comunque inseguito fino a Managua, nel barrio Marta Quezada, dove sono andato a passare una notte. La capitale qui è una città niente accogliente, un posto di cui le guide di viaggio e i locali si premurano di mettere avanti la pericolosità.
Ai Nica, come a tutti i latinoamericani, piace ostentare un tantino di anima scura, un gioco che raccoglie parte del mito fondante post-colombiano costruito su secoli di assassini e senzalegge che hanno percorso in lungo e largo storico-geografico il continente.
Difficile dire quanto si esageri su Managua, di certo mi son portato via che alcune quadras del Marta Quezada, intorno al cui perimetro ho girato con cautela, sono punteggiate dalle classiche occhiate opache di certi locali che valutano a occhio e croce quanto vali complessivamente come preda.
Le scarpe, dunque, le ho ritrovate in una viuzza laterale ambigua, in un cortile di erbacce che stava davanti al bugigattolo di un ciabattino, un riparatore di calzature e la sua boutique all’aria aperta, il suo antro scuro, piratesco, annunciato da aforismi autoprodotti, da immagini rivoluzionare, dalla presenza defilata di un Gesù.

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Ho pensato subito che quest’incontro inaspettato rappresentasse perfettamente il centro tranquillo del viaggio, l’occhio del ciclone di sensazioni che mi portavo dietro e anche l’unico punto dove andare ad essere, volendo carpire qualche abbozzo di senso profondo del luogo, qualora a qualche turista interessasse davvero.

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E questo è tutto ciò che non avrei voluto dire, una collezione di scarti percettivi, un giretto narrativo intorno alla bocca fumante del vulcano.
C’è una cosa che non mi torna, al fondo di tutto, tenendomi fedele alla regola del palo-in-frasca che ha guidato questa scrittura stanca, concepita nella depressione di Madrid: si prenda il Giardino delle Delizie di Bosch come test di Rorschach e si valuti dove si colloca la disposizione dell’animo nel sorbirlo, se bolle che salgono al cervello o vuoti che scendono negli intestini.
Ciò che quell’immagine rappresenta è probabilmente lo spaccato di un terrore che ci rappresenta intimamente come specie, un fatto di importanza abissale per l’evoluzione di quell’automa umano che l’universo ci ha consegnato alla nascita.
Tremenda è la potenza del dio-natura e quella della rivoluzione, così come il negozio di scarpe sfondate del ciabattino di Managua testimoniava bene, in mezzo c’è l’infinita collana di aforismi che saremmo tenuti a distillare nel breve percorso che camminiamo tra forze estreme: il cannocchiale della coscienza.

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E l’Arte ci fa spesso, troppo spesso, l’effetto del turismo globalizzato, omologa, blandisce, seduce, rende estetico e periferico ciò che ci riguarda invece profondamente, ci impedisce letteralmente di viverlo e liberarcene per sviluppare nuove forme.
L’arte è il processo di salvazione dell’Uomo, nobilita l’individuo che si spende raschiando il fondo del barile per dare forma, forse, rende certamente asini tutti quelli che la assumono via intelletto.
E un viaggio, parimenti, è sempre una faccenda un po’ laida, se lasci spruzzare l’anima dei luoghi fuori dal percorso lineare, un atto di creazione di luce che passa per tutti gli angoli scuri che si riesce a visitare.
E’ per questo che la natura odia le ciabatte, infine, e non c’è niente di cui vantarsi, né che possa farci sentire migliori.
Conviene muovere il culo, piuttosto.

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di Alessandro Gabriele

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(Officine d’Autore) – Intervista ad Alessandro Gabriele


Oggi vi porto a conoscere un autore, che già avete avuto il piacere di leggere in queste pagine, Alessandro Gabriele.
E’ uscito da poco il suo libro “Geografie Fuori Luogo” edito dalla Smasher.

Dalla quarta di copertina del libro:

“Cosa fare a La Paz, a Genova, a Baghdad quando sei perso; un cofanetto di esorcismi per fantasmi d’amore; come resistere a un’invasione che si annuncia via radio e altre storie di viaggio quotidiano. Sedici paesaggi geografici e interiori si snodano in queste pagine…Noi o altro da noi che ci riguarda, la pelle, le parole, i luoghi, gli incontri, ogni cosa si rende necessaria nel grande itinerario terrestre. Geografie è anche una piccola guida di viaggio per cercatori di destino.”

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“C’è il tuo silenzio all’inizio di questa storia, il tuo silenzio e il mio, pieno di parole strette tra i denti, che non mi lasci dire. C’è la tua mano che mi preme sulle labbra e l’altra che mi afferra stretta alla vita, mentre i capelli mi si sciolgono e io per un attimo eterno perdo il filo del tempo, e il sole fa uno scatto improvviso verso l’orizzonte, rendendo pericolosamente rosse le pietre di questa città.”(5 – Ramallah)

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Ciao Alessandro, presentati e parlaci di te.

E’ un po’ imbarazzante. Sono del 62, un Sagittario appassionato di culture e di Jung, scrivo, “giro e vedo (poca) gente”(cit.), appena posso prendo un aereo o una macchina o tutt’e due e me ne vado il più lontano possibile, quanto consentono le finanze del momento. Sto cercando di tirare giù i frutti alternativi della mezza età e mi perdo volentieri nel mondo di dentro, dove ci sono tesori di robe interessanti, comprese molte risposte ai quesiti collettivi del mondo. Avrei amato fare una di quelle professioni canoniche che ti prendono a diciottanni e ti scaricano alla pensione naturalmente, senza deviazioni. Invece il mio curriculum somiglia un po’ alla Salerno-Reggio, la nostra africa stradale, un patchwork di esperienze ai limiti del fallimento produttivo che avrà fatto sorridere o giocare a paper-basket diversi selezionatori, chissà. Gran parte dei miei lavori sono stati impiegatizi, impegni che ho dato in “prestito” per inseguire mete faticose, personali e collettive, che non mi riguardavano esattamente. Fondamentalmente, ho “imparato a scrivere” nei miei anni alla cayenna informatica, tra una riunione di consulenti incravattati e uno di quegli arzigogoli logici della programmazione o della sistemistica che spezzano le cervella, in mezz’ore furiose di travasi animistici, di nascosto a colleghi e capi-ufficio, con l’incombenza del rientro cristologico del pendolare romano, al maledetto capo opposto della città.

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“L’attitudine di farsi scivolare addosso ogni porcheria, la massa delle incombenze che ci ipnotizzano, la crosta di ultracorpo intangibile in cui imbozzoliamo la pena e la seccatura residua, quell’inerzia di schiavo che ci rimane dopo la centrifuga, nel potere assoluto di una faccia globale che governa tutto, una faccia che non si sa bene, se non che è piena di rughe che hanno l’andamento e la distribuzione dei grafici finanziari.”(14 – Roma Termini)

Estraggo dal tuo blog: “Si scrive per ridurre le distanze, per disegnare una prospettiva, tra l’intima lontananza di sé e l’orizzonte fisico che attende i tuoi passi. “ Qual è la tua prospettiva e come nasce il tuo blog?

Idealmente, mi piace rappresentare il percorso della vita come una tensione dinamica perlopiù irrisolta, una specie di lungo trekking che si muove tra l’universo interiore e quello del mondo visibile, sociale, incorporando azioni, sogni, deviazioni, relazioni, scavando il significato con attrezzi inclusivi. Avere una coscienza delle cose che ci riguardano, pubbliche e private, che sono infinite, a volte contraddittorie e spiacevoli, è un po’ il compito di ognuno al mondo, la radice dell’umanità se vogliamo, e anche della salute mentale. La scrittura può essere un mezzo di ricerca e una sintesi fenomenale di questo processo, penso a una scrittura che diventi febbre, metodo, ma anche svelamento e confronto, movimento verso il collettivo. Scrivere di domenica o scrivere per riempire i cassetti o i circuiti mediali degli amici o gli scaffali delle accademie non è un’attività tanto auspicabile, secondo me.
Non so bene da dove venga fuori il mio blog, so che nasce in ritardo, l’anno scorso, dopo che per anni avevo cordialmente detestato il suo formato mediale personalizzato. Per diversi motivi avevo smesso di scrivere, tre anni in cui m’ero avvicinato ai mondi della pubblicazione editoriale ma niente di quello che m’era stato proposto mi soddisfaceva in pieno, è stata un po’ la vecchia storia del gioco e della candela, fino a piantarla lì. Poi qualcosa è maturato, forse anche una piccola ribellione sensata contro il concetto di finalizzazione produttiva, ho affidato al blog il bagaglio dei miei desideri di fuga e ho aspettato che il mezzo mi desse una mano a chiarire e formulare nuovi obiettivi, non solo nel campo della scrittura.
Ho ricominciato naturalmente a scrivere senza pormi obiettivi, focalizzandomi su uno dei miei piaceri preferiti, quello di spostarsi, viaggiare, esplorare ambienti diversi, una cosa limpida e pura su cui sono tornato retrospettivamente, scrivendo le mie esperienze in forma di reportage, all’inizio, per ritrovarmi in breve nell’ambito del racconto di invenzione. E’ un po’ successo che dalla narrazione dei miei ricordi s’è rifatta strada la fiction, fa un po’ ridere ma mi sono in parte “riscritto” e completato, inoltre ho preso vecchi racconti e li ho ri-editati o re-interpretati, tutto questo lavorio è finito nel laboratorio del blog, poi è stato filtrato e messo in posa per Geografie Fuori Luogo, la mia prima antologia di racconti.

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“E cosa ci diremo, ancora, in breve. Cosa sembreremo, in una lettera fuori dal tempo, possibilmente, ritrovata dietro una libreria, una di quelle piccole vergogne che capitano agli amati come noi. Che mentre finivi la doccia l’attesa non passava mai. Allora mi sono alzato dal letto, sono sceso nella hall e ho parlato il mio inglese fascinoso col boy della reception. Gli ho chiesto se per caso servisse una pistola, nel caso a uno venisse voglia di fare due passi fuori. Lui ha riso come Jim Carrey, con una bocca spropositata. Non ha capito che non stavo scherzando.”(8 – Near Manhattan)

Geografie Fuori Luogo, come mai questo titolo? E come hai scelto i racconti che ne sono contenuti?

Il titolo è arrivato prima dell’idea dell’antologia, è stata una di quelle intuizioni da asporto che capitano sotto la doccia, fischiettando, una mattina; mi sembrava elastico, suonava bene, comunque. Poi ci ho meditato un po’, sentirsi fuori posto in qualche momento-luogo è una delle esperienze comuni alla coscienza di tutti, di mio ci metto un’attitudine particolare a sdoppiarmi, ad evadere dall’obbligo dell’esserci pienamente, una geografia e un tema fondante per me, una cosa che m’ha creato diversi problemi in passato, finchè per amore o per forza il demone non s’è un po’ placato e s’è messo a scrivere e ad andarsene in giro per il mondo anche in solitaria, bontà sua. E dunque viaggiando fuori dall’occidente e dai binari del turismo di massa, quanto possibile, si incontrano circostanze e persone e culture per cui appariamo noi quelli dissonanti, fuori norma, ci si raschia sempre un po’, in definitiva; ma anche quando abitiamo luoghi familiari ci sono le incognite, le domande fondamentali, i destini e l’amore che ci sfuggono, cose che occupano luoghi precisi del corpo emotivo che ci contiene, messi per lo più su percorsi di cui ci sfugge una localizzazione compiuta. Ciò che tiene vivi è una dissonanza, in effetti.

“Siamo sempre quel buio cui è destinato un controluce improvviso,
non abbiamo altre bussole al collo.”(7 – Celestun)

La scelta dei racconti è avvenuta sulle coordinate della extra-territorialità geografica o emotiva, posti interessanti o particolarmente densi dove sono passato, compresa la metropolitana di Roma dove l’ambiente ti fa sentire facilmente il Blade Runner degli sfigati. C’è poi un racconto di fantascienza, mia antica passione adolescenziale, sono arrivato a possedere qualche centinaio di Urania, al tempo. In subordine, il criterio è stato selezionare scritture con registri anche un po’ differenti tra loro, ma comunque di un livello che ho ritenuto essere sufficientemente congruo e maturo.

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Ciò che scrivi nel libro, ci mette davanti ad un modo di vivere diverso, quanto di questi luoghi è rimasto in te?

Molto, naturalmente; è anche vero che, da altro punto di vista, luoghi sconosciuti illuminano parti di te al limite del percepibile, e quando questo succede quei luoghi te li prendi e li tieni stretti. Un buon esempio può essere il reportage di viaggio che apre l’antologia, non a caso, l’esperienza del passaggio in un non-luogo perfetto, la Guinea Bissau e le isole Bijagos, che ho raggiunto faticosamente tra le secche organizzative e lo sfacelo sociale di quella che è la quart’ultima economia del mondo. E’ stato un viaggio molto intenso in cui mi son trovato a domandarmi seriamente che senso avesse spezzarsi la schiena e annoiarsi giornate intere su taxi collettivi e camion lentissimi che sembrano non arrivare mai. Ho concluso provvisoriamente che avessi bisogno di mettermi alla prova, di confrontarmi col limite esistenziale, per ordini di motivi che ancora non afferro pienamente. In ogni caso, mediamente, gli africani sopravvivono alla scarsità e all’eterna attesa che passi un veicolo buono con una compostezza e una dignità che sbalordiscono; anche solo questa percezione è qualcosa di buono da portarsi a casa, così come fermarsi mezza giornata a osservare come i meccanici locali intervengono sulle vecchie Peugeot 504 crollate in assenza totale di pezzi di ricambio: veri scultori della giunzione a fuoco, dell’incredibile ferraglia arrugginita da riciclo con cui compiono miracoli. E noi ce la meniamo col marketing dei prodottini mentali del Downshifting.

“Così adesso, come uno sputo in partenza dal labbro schifato del deserto libico. Solleviamo le nostre ossa rosicchiate di visioni, il kif ci ha pascolato zonzo dentro sogni diversi resi lucidi e crudeli dalla fame. Adesso è il momento di dirci: barca stronzo pidocchio presto!”(16 – Nero a Settentrione)

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Fuggiresti in uno di questi luoghi? Se si quale? E a fare cosa?

Oh si, questo è un sogno che mi insegue da che ho memoria, una fisima nata da bambino, suggeritami dalla frequentazione degli eroi di Emilio Salgari e dalle carte geografiche didattiche degli anni 60, quelle con il rilievo delle figure degli animali e dei selvaggi locali, cose che mi facevano sgranare gli occhi a lungo, vere piccole ipnosi precoci. In realtà sono già fuggito in tutti questi luoghi e in molti altri ordinari non-luoghi, molto vicino casa. C’è un appartamento a Roma, al Prenestino, un sesto o settimo piano fatto di intonaci anneriti e scrostati, con un grande balcone assurdo al livello della truce rampa di tangenziale che gli passa sotto il naso, dove andrei a dormire volentieri un paio di notti alla settimana.
Proseguendo, non mi piace nemmeno troppo l’idea di spiantarmi completamente in qualche isola felice, penso concretamente a uno o più luoghi dove mettere piede seriamente, per periodi di tempo che consentano di mischiarsi con la vita e la cultura locale, col biglietto per l’Italia in tasca un paio di volte l’anno. Due sono le regioni terrestri che ho candidato al progetto, Centramerica e India. Credo anche che, pacificato e liberato se stesso, ognuno abbia l’opportunità di scoprire attività di “lavoro” naturali, ecologiche e produttive a completamento del piacere di vivere ed esserci, semplicemente.

Cosa pensi dell’Italia oggi? Del suo futuro?

Non lo so, ritengo che in merito abbia già detto tutto il politico più fine e incisivo che abbiamo avuto negli ultimi cinquant’anni, uno che si chiama Corrado Guzzanti.

“Dovrò trovare il coraggio di smettere di accarezzarla, ora, come se fosse questo l’ultimo dei giorni e io, solo una lontanissima frazione di me che testimonia in silenzio. E andarmene stanotte stessa, forse, prima ancora che le torni tutta intera questa vita sorprendente, un po’ malinconica, che teniamo nascosta negli occhi.”(9 – Jaisalmer)

Ringrazio Alessandro per questo viaggio attraverso il suo libro, attraverso il suo punto di vista.

Libro acquistabile tramite l’autore e/o la casa editrice: http://www.edizionismasher.it/alessandrogabriele.html

The Sorrentino Post – news dalla Grande Bellezza americana di Alessandro Gabriele


[Antefatto Bollywood-like: Se sei italiano e ti occupi di comunicazione oggi, non dico nemmeno di “cultura”, Paolo Sorrentino deve per forza sembrarti una specie di cometa numinosa che passa, uno di quegli asteroidi che non ha ancora deciso se sfiorarti solo dall’alto o centrarti invece in pieno. E’ in odore di divinità che dovresti comunque inscrivere il fenomeno, muoverti, prenderlo, spolverarlo, alzarlo e metterlo con cura in qualcosa di simile a quegli opulenti altarini da viaggio che tengono i veicoli indiani sotto il parabrezza, e andartene via di casa in un itali-hindi sentimental mood con Shiva, Laxmi, coroncine di fiori profumati, Taj Mahal in scala, Colossei di plastica che s’illuminano e Sorrentino sorridente in mezzo a una folla di fedeli sciamannati, braccio fuori dal finestrino e Raffaella Carrà appalla, muoversi al ritmo, “a far l’amore cominci tu”, una preghiera e uno sputo di betel rosso sanguigno sulla macchina del vicino, mentre il paese di ogni Traffico ti viene addosso inchiodandoti con la puzza e la merda in strada, senza nemmeno avere più a conforto la cultura dei millenni che sopravvive e fa sopravvivere, invece, quel caotico fratello speculare che abbiamo nel subcontinente indiano.]

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Adesso che premi e commenti sono stati assegnati e ognuno s’è schierato manovrando opinioni, ipocrisie, celie, fondato interesse, ansia culturale o semplice curiosità, si può rimettere in luce con un po’ di calma La Grande Bellezza di Paolo Sorrentino, chiudere il ciclo di questo boomerang e andare anche un po’ oltre, forse.

Credo d’aver capito senza rifletterci molto infine, per semplice sfregamento mediale delle tante che ho letto al riguardo, che il film sia un sincero capolavoro. Ci ho messo tanto a convincermi, dopo che la sera in cui tentai di vederlo caddi addormentato dopo una mezz’oretta appena di non-narrazione.
Ho amato molto la risonante potenza simbolica de: L’Amico di Famiglia, la narrazione semplice e ossessiva di un personaggio disgustoso e del suo dettaglio geniale, quella maledetta sacchetta oscillante fissata alla cintura. Le Conseguenze dell’Amore l’ho trovato avvincente, poetico e bellissimo, una lenta ballata sottomarina sulla fuga dell’identità. Alla visione de: Il Divo, è mancato poco che m’alzassi dalla sedia per applaudire a scena aperta, tanto ricco di genio visivo e narrativo m’era apparso quel film. Davanti alla Grande Bellezza sono arrivato invece prevenuto, dopo aver passato l’esperienza americana di Sorrentino con Sean Penn, che mi aveva fondamentalmente deluso.
La Grande Bellezza è forse la prima compiuta e consapevole opera italiana sulla post-modernità che ci vive, perchè è questo esattamente il paradosso, la cultura americana ha diffuso il concetto del “post-”, lo ha osservato e narrato e sta anche andando oltre.
Siamo noi italiani, unici al mondo, quelli che invece sto post lo viviamo concretamente nello sprofondo della storia e della civiltà da cui veniamo tanto quanto oggi nel quotidiano dei giorni, nell’attualità dei fatti che ci capitano. Ci siamo suicidati nei millenni con la cura certosina degli esaltati fino a perdere il concetto di cultura, ovvero le funzioni che muove, la realtà che trasforma, oggi il meglio che può dirsi di noi è qualcuno che pensi ancora la cultura come una bella scultura da mettere in una teca illuminata, possibilmente a pagamento, ma anche di questi qualcuno ne son rimasti pochi.
Il film, in sé, gode di una magnifica scena iniziale che è perfetta e dice tutto. Nelle sequenze di ballanti e ballati, nelle luci, nell’aria, nelle facce, nel trapano dance della Carrà che cementa l’immagine, una ribollente Guernica tricolore che esce dallo schermo per comprenderti sotto braccio come si fa con un paesano timido e ritroso. E taglia e allude e ritma e sottoscrive e dice talmente bene che non servirebbe davvero altro minuto di narrazione tantomeno altra nota di commento.

[Intervallo utopico: questo dovrebbe essere il Cinema, una specie di oracolo di Delfi moderno. Tu paghi il biglietto ed entri in sala, senza sapere cosa t’aspetta, col fatto che la proiezione potrebbe durare dieci minuti come duecento, in piena libertà espressiva, e col fatto che la par condicio dei sentimenti richiede che si “sorteggi” tra lieto fine, chiusa ambigua o sfacelo indigeribile che sia, a insindacabile giudizio dell’autore. Nessuna pietà per gli eroi-sentimenti monoblocco. Solo così, scardinando il contesto amorfo del -pago otto euro pretendo (e m’aspetto)-, il Cinema potrebbe davvero mettere in moto qualcosa di vivo e autentico nel cuore degli spettatori.]

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In realtà, il primo motivo fondante di un capolavoro è sempre la messa in riga delle coscienze, e Sorrentino c’è riuscito in maniera clamorosa, ha messo in fila e in connessione tutti, senza distinzioni di classe, tutti insieme e in ogni luogo, in Italia e nel mondo, quelli che lo vivono, quelli che ne parlano e quelli si distaccano. Parliamo di: presidenti del consiglio, bigliettai, tromboni intellettuali, fanatici dei forum, rumeni arrivati ieri, esperti di cinema, calciatori, preti, semplici passanti, casalinghe, fin dentro i gruppi neo-etnici da finestra sociale, tipo: il Popolo di Roma che, con perfetta discognizione di causa, ha più volte “dichiarato”: Ahò, noi la Grande Bellezza ce l’avemo e ci vivemo, voi blablabla, rosicate!!!!!!
E qui entrano in ballo gli americani con l’Oscar, che per il film straniero non è mai dato a caso. Loro sono pragmatici, sanno che gli Oscar in casa devono sottostare ad alcune regole mainstream, in quelli fuori casa dimostrano invece sempre l’intelligenza di lettura che hanno.
Ma chi sono sti americani, e cosa hanno precisamente visto dentro la Grande Bellezza, oltre il banale mediale che già s’è detto.
Intanto, contro i nostri tre millenni, gli americani sono tali da nemmeno tre secoli. Parliamo di gente in gran parte socialmente deviata che fu mandata alla ventura in un altro continente, gente che collettivamente, invece di deprimersi o esaurirsi sul posto in un fuoco di guerriglie psicopatiche, mise le proprie tare al servizio di un sogno di conquista civile generando, forse, il primo autentico mito della modernità.
Erano scarti, sono stati corsari, conquistatori, Bounty Killer, schiavisti, profondi riformatori, inventori di sommovimenti giovanili che hanno riscritto il limite sociale, poi ancora padroni arroganti del mondo, poi ancora, oggi, hanno inventato e subito la crisi fino a perdere di nuovo il timone reale del pianeta.
Nel frattempo hanno sviluppato una società ricca di contraddizioni e un humus culturale che, invece, rimane di una straordinaria vitalità concreta, propositiva e allusiva. Quando la cultura fa corpo unico, congruente, puoi leggerla dall’alto o dal basso senza perdere nulla del messaggio che trasporta.
“Non è importante che tu cada, piuttosto è come e quante volte ti rialzi che fa valore e differenza”. E questo, qualsiasi nonna americana te lo potrebbe confermare.
Ma anche se ti sposti in alto, vedi questo immenso paese che pullula di laboratori, mostre, dibattiti, letture e rappresentazioni pubbliche, editori e corridoi di pubblicazione a vasto raggio, establishment anche, certamente, ma nel pentagono di Hollywood non si fa mai mancare la sana quota di autorialità indipendente o il “genio” espressivo anticonvenzionale, qualora questo si presentasse, da chiunque.
Gli americani sorgono, crollano, risorgono e si reinventano, e questa è pura vita, laddove noi pratichiamo ossessivamente una specie tutta nostra di pascolo afono, asintomatico, scollegato depressivamente dai sentimenti storici che ci hanno fondato. Insisterei, la vera urna delle ceneri post-moderne sta allungata qui, tra Tarvisio e Lampedusa, mica a Manhattan.
Cosa possano aver visto gli americani tra i pixel della Grande Bellezza sorrentiniana comincia a trapelare.

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Immaginate un missile di treno superveloce pieno di manager o ex-manager dell’esistenza che sfila rallentando appena su marciapiedi dove la gente ben vestita, ma con incredibile sguardo spento che balugina da dietro gli occhiali scuri, sta ferma sempre nello stesso punto, alle stazioni italiane, ad aspettare un treno che non si ferma più, che se per sbaglio lo facesse verrebbe preso immediatamente d’assalto e saccheggiato. Una specie di Far West stanziale che per forza li manda in palla di fascinazione, gli americani, loro l’hanno inventato il Western, così come i vaccari che cavalcano i buoi selvaggi, ma non hanno invece mai assistito a un rodeo sociale in cui le regole sono metaforicamente invertite, il bovino cavalca l’umano, e soprattutto il bovino vince sempre la gara, col cazzo che si fa sgroppare via da esseri quattrozampe che delegano a Brunetta o Franceschini, alla Binetti o alla Boldrini.
Ci sono realtà raccontabili, molte altre rimangono nel novero dell’indicibile ombroso. C’è qualcosa di profondamente speculare tra noi e loro, comunque.
I “giovani” americani sono abituati a recintare anche pezzetti di “rovine” che hanno trent’anni appena di storia, figuriamoci come possono rimanere nemmeno rispetto a noi, ma agli antichi romani che nella capitale già intorno Cristo potevano vantare la presenza delle rovine dei primi insediamenti tribali al colle Palatino, sette secoli prima.
Ma la “bellezza” non c’entra niente, o quasi.
C’entra assai più, nell’indicibile, la dimensione del “grande”, l’invidia, il fatto che loro siano costretti a ubriacarsi duro per dare sfogo agli istinti più bassi, noi invece siamo un intestino vivente così, naturalmente, e finiamo pure per delinquere assai di meno in strada, che è un grosso problema sociale che hanno loro, invece. Noi delinquiamo tutti ridendo alla Gambardella, nei salotti importanti o in quelli outlet Mondo Convenienza di casa, ai livelli alti di un distillato morale, e ce ne compiaciamo pure.
How they’re fucking doing it, holy shit! Penseranno forse loro, guardandoci.
L’ombra americana ci invidia perdutamente, mentre la loro luce social-puritana ci condanna alla forma peggiore di sberleffo, quel sorrisino condiscendete pizzaemmafia, quell’analogo di occhiata terribilmente suggestiva che si prova per la sfiga altrui quando passi in autostrada e di là c’è un incidente della madonna con schizzi di sangue e traumatizzati che si muovono a scatti come marionette, un sospiro dio-ti-ringrazio per non essere io, e una carezzina in più ai bambini stampati contro il finestrino, e mettici pure un’onesta grattata di maroni che non guasta mai.
E dunque torniamo a finire nel nostro salotto post-moderno.
Il problema del nostro paese è una forma rara di consunzione storica, uno smarrimento di meccanismi narrativi, un’Identità frammentatasi sulle onde degli eventi fino a diventare impalpabile come sabbia, e in questa debolezza attaccabile da perversioni distruttivo-masochistiche, da sentimenti collettivi ancora forti che tuttavia vagano senza ancoraggi generando danni o, nella migliore delle ipotesi, ripetitività e noia, disinteresse.
Messa così, l’Italia equivale all’impianto significante liquido del film di Sorrentino tanto quanto a quello della maggioranza dei romanzi di Don De Lillo o Chuck Palaniuk. Ma un Palaniuk, almeno, i suoi caratteri li ama, gli consente sempre una via di uscita creativa dal disastro che sono. Ed è precisamente questa attitudine diffusa oltreoceano che fa grande e viva e futuribile la ribollente cultura americana.
Così l’America ci ha premiato, infine, ma noi non abbiamo capito bene il perchè e il per come, e continuiamo un po’ a scambiare questa storia per un’epifania turistica davanti al Colosseo.
E intanto, al buio di tutto, la Carrà di Sorrentino insiste a passeggiarci avanti e indietro nel cervello.

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di Alessandro Gabriele – aereoplanini.wordpress.com