Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Mira Nedyalkova


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Mira Nedyalkova è fotografa e pittrice bulgara.
Nelle sue immagini usa il dolore come bellezza, c’è dell’erotico ma è psicologia legato alla vita.
Esprimo la sua intima vita interiore.
La maggior parte dei suoi lavori sono in acqua, questo non è casuale.
L’acqua è creazione, potenza è enorme energia.

***

Mira Nedyalkova Photography

inabile malinconia di Alba Gnazi

Io non ho mai visto
se non
con gli occhi chiusi
i gomiti stretti della settimana

labbra fredde
d’inabile malinconia
senza fretta
su troppo mare

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The Danish Girl – Recensione di Alba Gnazi


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Sono gli occhi verdi, il primo colpo allo stomaco.
Le tinte predominano in varie combinazioni, sfumate o violente, con la pietà tipica del colore che si adegua allo sguardo: loro intere, concentrate; non come certi sguardi di noia o furia, o di malgarbo. Il malgarbo è intollerante indifferenza, la malmostosa certezza di una supposta superiorità. E’ l’interruzione senza rimedio di ogni possibilità di avvicinamento.

I timbri del blu creano partiture a sé stanti. Bisogna lasciarsi cullare dal blu, lasciarsi sorprendere, lasciarsi affrescare dalle sue dita come una parete che da troppo non muta.

Gerda scivola sottopelle.
E’ madre e amante, amica e nutrice: lei ama. Ama.

Gerda ha scelto da che parte stare: e difende la sua scelta anche da se stessa, anche quando lotta con ”quegli” occhi barbari e angelici per riappropriarsi del suo fiato – vivo in quello di Einar, l’uomo della sua vita: la donna della sua vita: Lili: polo magnetico che tutto riunisce, e che passa attraverso Gerda.
Terribile, confusa, tenerissima Lili: intatta anche lei, come un blu radicato dove il fiordo arretra in filo-oceano, ricca di due certezze: la sua palude, femminino plumbeo che la convoca da ogni quadro e Gerda, che per prima l’ha vista.

Il profumo francese è una pioggia che si assapora, che avvince. E I corpi esposti, protratti nelle penombre; i quadri ammiccanti, le bocche umide, le mani sinuose, gli occhi. Gli occhi.

Poi le città, micromondi che si perdono nella vastità di ”quel” rapporto, della partecipazione, dell’empatia circolare; di quell’amore estremo consumato fino in fondo e fino in fondo integro, quasi sovrannaturale e totalmente umano in atti e intenzioni.

(Altro non dirò, ché troppo ho detto. Al cinema eravamo quattro gatti: anche per questo ne è valsa la pena. E’ stato mio ogni attimo, senza intromissioni di sorta.)

di Alba Gnazi

Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Natalia Drepina


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Natalia Drepina è nata nel novembre 1989 a Lipetsk, in Russia. Impegnata nella fotografia dal 2009. Specializzata nell’arti oscura, ritratti emotivi e nudo femminile. La sua fotografia è psicologicamente profonda e riflettono l’ anima dei personaggi ritratti nei suoi scatti.

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Simona Fedele


Simona Fedele, artista italiana che vive e lavora in Friuli Venezia Giulia, per conoscerla meglio, potete andate a leggere l’intervista che ci ha concesso, sempre qui su WSF:

https://wordsocialforum.com/2014/01/24/simona-fedele-di-baratri-e-picchi-l-arte-che-fiorisce/

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Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Alba Gnazi – “Ti Aspetterò Qui”


contest

TI ASPETTERO’ QUI di Alba Gnazi

Ti aspetterò qui.
Come sempre.
Tu entrerai, sporco della giornata e fetido di pensieri noiosi.
Ti guarderò toglierti la giacca.
Ti guarderò fissarti allo specchio vicino al portone; ti guarderò lisciarti il sopracciglio peloso, ti guarderò stropicciarti le borse sotto gli occhi con due dita, su e giù su e giù su e giù (jigjigjig … ricordi?) .
Ti guarderò spogliarti degli abiti da lavoro, sparpagliarli dietro alla porta del tuo cesso lurido, grattarti la pancia gonfia di birra e salame, solleticarti la peluria fitta del basso ventre e poi accarezzarti distrattamente ancora più sotto, intanto che l’acqua della doccia si riscalda.
Ti guarderò insaponarti la zucca stempiata; osserverò l’acqua attraversare il solco delle natiche, mentre le tue mani larghe passeranno la spugna smangiata dal tempo e dall’uso sulla faccia sul culo sui piedi sul petto e sul pene, strofinando lentamente.
Nella condensa fitta del bagno la tua faccia sarà rubizza e lo specchio appannato sospirerà di piacere – puoi udirlo? – per non doverne sostenere la visione.
Il vapore esalerà via dal bagno come una locomotiva esausta quando, avvolto da un asciugamano, spalancherai la porta e ciabatterai verso quel ripostiglio unto e puzzolente che è la tua camera da letto.
Ti seguirò, entrerò dentro con te e – lo immagini ? – ti guarderò.
I miei occhi si poseranno sulla base del tuo cranio, dove i riccioli color cenere si intrecciano e le vene rossastre del collo si rincorrono in un groviglio che serpeggia su tutta la tua schiena.
Bitorzoli, ai lati dei tuoi fianchi. Laniccia castana appena sopra le natiche. Bollicine e punti neri sulle scapole e intorno alla colonna nascosta da coperte di grasso e pelle. L’unghia spezzata e nera del secondo dito del piede destro. Una cicatrice a forma di uncino sul ginocchio destro. Tre nei attorno all’ombelico sporgente, capezzoli rosei sul petto lentigginoso, velloso. Due denti cariati – i premolari, per la precisione. Un tardivo dente del giudizio che sta tagliando la gengiva e spesso ti fa bestemmiare di dolore. E i peli, quanti: nel naso, alla radice delle dita, attorno alle ginocchia, sulla schiena, sulla pancia: chilometri e chilometri di peli grigiastri e castani – a seconda del luogo d’invasione -; peli come anelli, come serpenti, come piume nella bocca – la mia bocca, ricordi? Io lo sento ancora, il sapore dei tuoi peli mentre jigjigjig … ricordi? -.
Conosco ogni singolo centimetro del tuo corpo. Di te.
Il tuo pigiama avrebbe bisogno di un giro in lavatrice. Ma tu lo indosserai, sereno come un pupo, scoreggiando e grattandoti una natica durante l’operazione. Poi ciabatterai in cucina, rovisterai tra le carabattole che tieni in frigo e in dispensa, rimedierai un piatto tra quelli da lavare, stapperai una birra e accenderai la televisione. Notiziario.
Io siederò accanto a te, sul divano.
I tuoi occhi mi attraverseranno per un attimo. Continuerai comunque a trangugiare le tue uova, i tuoi fagioli in scatola, il salame, il pane, tutto assieme, indistintamente e senza guardare cosa porti in bocca.
Rivoli di acqua di conserva dei borlotti coleranno sul tuo mento.
Li arginerai con un pezzo di pane che poi infilerai in bocca.
Sbuccerai un’arancia, schiaccerai delle noci.
Finirai la tua lattina di birra, spulcerai tra i denti con uno stecchino.
Rutterai con soddisfazione.
Il notiziario terminerà.
Resterò seduta a guardarti, intanto che ti alzerai, andrai al mobiletto sotto la tele, sceglierai una videocassetta, la scarterai dalla confezione e la inserirai nel videoregistratore.
Un altro di quei film.
Uno di quelli in cui le donne fanno finta di essere gatte in calore. In cui gli uomini sventolano peni e culi come vessilli. In cui la lingua – l’organo, non il linguaggio – è un efficace e richiesto strumento di interrelazione. In cui i gemiti vengono abilmente mixati con finta musica da camera, in cui il corpo si è evoluto in automa a molla aspira-sesso, lurido e da lordare.
Tu ti agiterai, nel guardare la tv; la tua faccia si farà rossa. Ti abbasserai il pigiama e le mutande e te lo strofinerai, sospirando e grugnendo come un capro.
Non mi muoverò, resterò ferma a guardarti.
Il tuo pene violaceo si gonfierà sotto la presa della mano.
Stantufferai, sospirerai, ti spingerai su e poi giù sul divano, sfondandolo ogni sera un po’ di più.
Infine lo spruzzo: rapido, scarso. Strofinerai la mano sulla fodera del divano. Ti volterai verso di me per prendere una sigaretta. Mi aliterai il fumo in faccia. Resterò immobile. Non smetterò di guardarti.
Ti alzerai cigolando peggio del tuo sofà, rotolerai sbandando a destra e manca nel corridoio semibuio, arrancherai fino al bugigattolo, stramazzerai sul letto, stordito dall’alcol dal porno dal cibo pesante dal tuo stesso alito che olezza la stanza. Piomberai nel sonno.
Ti starò appresso, senza scollarti gli occhi di dosso.
Adesso che sei come morto, che sei come un fantoccio, che un’altra dimensione s’è schiusa per farti spazio… Adesso, tocca a me.
Striscio sulla tua schiena. Mi ci appollaio come una scimmia. Non mi percepisci – come potresti?
Un’anta dell’armadio cigola. La persiana sbatacchia pigra nel vento giullare della notte.
Penetro nella stoffa di flanella del tuo pigiama sozzo di sperma, di piscio, di cibo, di te. Scalfisco con un tocco rapido la corteccia ruvida della tua pelle. Odori di fumo. Possibile si senta l’odore delle tue sigarette anche dall’interno del corpo?
Sgomitando tra i tuoi nervi sfilacciati, i muscoli molli, le vene turgide, mi inoltro nell’emisfero destro della massa granulosa e flaccida del tuo cervello.
Allargo le gambe, estendo le braccia: ora occupo anche l’emisfero sinistro.
Vedo i tuoi sogni.
Affondo la caviglia sinistra nella melma viscida dei tuoi gangli: basterà questo a farti vedere che …
A farti sentire chi … A farti …

jigjijigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgigjigjgigjigjgigjgjgigjgjg …. Ricordi?

Era una sera d’estate, una sera di dieci anni fa; una sera in cui mio marito non era di turno, in cui mia figlia Rose – nome americano, sì: mio marito era di Minneapolis – aveva fatto il riposino pomeridiano, cosa sempre più rara, a sette anni. Era una sera in cui avevo voglia di luce e gente e zucchero filato, così ci stipammo nella mia dueposti e veleggiammo verso il Luna Park.

Stroboscopiche girandole di colori, voci, risate.
Clown in mezzo alla via che facevano danzare le palline; chioschetti che esponevano collane di caramelle e ruote di mentine colorate; cartelloni pubblicitari nascosti dalle fronde degli alberi; getti d’acqua dal vaporetto in mezzo al lago artificiale.
Noi: nella casa degli specchi, sulle montagne russe, appiccicosi di zucchero a velo e di baci rubati tra mio marito e me, che Rose scopriva comunque, ridendo forte di noi, per noi, tra noi.
Poi :
– Mamma, devo fare la pipì! –
Ricerca del bagno più vicino.
– Io vi aspetto qui, tesoro . – Un sorriso, una carezza sulla mano.
Se solo lo avessimo saputo …
Mi pare di esser lì, anche ora.
La ricerca del bagno era stata infruttuosa: l’unico bagno era inagibile, così decidemmo di inoltrarci un po’ nel boschetto e di fare la pipì dietro a un cespuglio.
Salimmo sbuffando un sentierino erboso, poco ripido; Rose stringeva le gambe e giurava di stare per farsela sotto, rideva e aveva anche un po’ di singhiozzo.
Le tenevo la mano, che era azzurra di zucchero a velo.
Trovammo il cespuglio che faceva per noi: mi accorsi di dover fare pipì anche io, così dopo aver alzato la gonna di Rose e averle calato le mutandine, sbrigai la stessa operazione coi miei abiti e mi accovacciai, ridendo insieme a mia figlia del ridicolo della situazione.
– Veloce, mamma, veloce … ci vedono ! – Il singhiozzo non le passava, si mescolava a scrosci di risate, mentre il getto caldo della sua pipì scivolava sulle foglie secche e umide sotto il cespuglio; rideva, Rose e ridevo anche io, ridevo e spruzzavo pipì a intermittenza, quindi ridevo più forte perché la pipì usciva a intermittenza e Rose rideva con me; rideva, singhiozzava, rideva e d’un tratto
sparì nel buio.

‘ Dove … ‘
Jigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigj …………………………………………………
‘Rooooooooooooooooooooooooooooooooooooose !!!!’
‘Mammaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!!!!!!!!’
Jigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjig …………………………………………………………………………………………………………………
Sono io sei tu siamo noi due, amore della mia vita, in questo scantinato che puzza di piscio di gatto, freddo nell’afa di agosto. Gocciola qualcosa, poco lontano, non so se sono i tubi di scolo di qualche fogna o se … certo, sono io, ho la schiena dolorante, le gambe doloranti, la testa un cumulo di nebbia, l’ano un urlo di pena e, in effetti, gocciolo sangue da dietro. Perché. Gocciolo. Sangue . Da. Dietro. ?
E dov’è Rose?
La vedo. In un angolo. Sopra una pila di sacchi di nylon, di quelli bianchi da panettiere. Qualcosa le sta … qualcuno le sta mettendo qualcosa in … nel …
Respiro soffocato. Ipnotizzata dai sacchi che si alzano e si abbassano, a malapena avverto il rantolio della voce di mia figlia che sibila sempre più in sordina.

‘ mmmm a … mmm a …. Mmma … mmmma …. Mmm. M m m .a. … … –

E se urlassi forte?
La lingua sa di metallo. Cos’ho in bocca? Un … mio Dio, è qualcosa che ha la consistenza di un calzino di spugna e il sapore di una latta di nafta.
E se provassi ad alzarmi? Se prendessi quel manico di scopa, lì per terra, e lo dessi in testa a quella cosa che sta sopra a mia figlia?
I miei piedi sono nudi. Sono freddi. Sono incatenati e la catena è oleosa e pesante. Anche le braccia sono nude e incatenate. E dal mio sedere esce sangue.
Cosa. Chi. Ci. Ha. Portato. Qui.
?
Un urlo sconquassa le pareti dei miei timpani.
E’ Rose, che scalcia e piange e ( singhiozza!!! Ancora!!) e poi dell’urlo resta un’eco che s’incolla ai muri scrostati dello scantinato e di Rose resta un’ombra accasciata sui sacchi bianchi di nylon.
Un’altra ombra scivola verso di me.
Una voce bassa e stridula, che non conosco, s’appoggia sulla mia tempia, con la bocca a cui appartiene:
– La figlia era stupenda. Vediamo cos’altro si può fare con la madre. –
Inarco la schiena, orrore repulsione terrore disgusto che schifo che schifo cazzo che schifo cosa hai fatto a mia figlia lurido maiale cosa hai ‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘

Jigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjgigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjig

‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘‘sopra di me, coi peli del petto nel mio naso, il sapore del sangue – di chi? DI CHIIIIIIIIIIIIIII??????????? – in bocca, il rivolo scabro di seme sulla mia coscia e ancora, ancora, ovunque, anche dove già ha lacerato – ovunque – mio amore, figlia mia, voltati di là, tappati le orecchie, presto finirà, ci alzeremo e

Jigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigj andremo
gjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigji via gjigjgigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjigjig

La lama sembra rovente sulla gola. Il taglio è netto.

Mi alzo e non ho più dolore. Prendo Rose per mano e restiamo lì, insieme, a guardare quell’essere che ronfa su un lettuccio appoggiato a una parete in fondo, a poca distanza dallo scempio. Russa come dormisse il sonno dei giusti.

Rose ha di nuovo il singhiozzo, ma più rarefatto, più … pallido.
Non parla per un lungo tempo. Mi tiene la mano. Contempla i nostri corpi con un’espressione che sfugge a ogni definizione. Sembra antica, composta, ineffabile.

– E adesso dove andiamo, mamma? –, mi chiede, senza muover la bocca.
La stringo al cuore. Sono un tutt’uno con lei, come quando era dentro me. Sono densa di calma e … gioia.
Sorrido alla mia bambina da dentro. Sappiamo cosa fare.

Andremo da lui. Ogni notte. Gli faremo rivivere, ogni volta che si addormenterà, quello che ha fatto stasera. E ogni sera starà peggio. Gli toglieremo ore, giorni, anni di vita, ogni singola notte in cui decideremo di venirlo a visitare.
Ha più o meno venticinque, trent’anni ora, mi sembra.

Vedrai cosa sarà, tra dieci anni. Vedrai, Rose.

Vedrai.

Il freddo di quella notte è parte delle sue ossa. Sono passati dieci anni.
Ne dimostra più di settanta. Non saprà mai cosa lo abbia fatto invecchiare così in fretta.
Echi rancidi gli occludono le vene, la visione dei nostri corpi straziati si moltiplica nel suo sogno all’infinito. Si lamenta forte.
Entro breve uscirò, non resisto a lungo qui dentro.
Il cerchio è chiuso, anche questa sera.

Un singhiozzo rarefatto e pallido mi giunge fin dentro quelle viscere pelose:
– Hai finito, mamma? –
Salto fuori dal suo cranio, scrollandomi di dosso pezzetti del suo terrore.

– Arrivo, Rose. Dove ti piacerebbe andare, ora? –
– A trovare la nonna!-
– Ma sì, sarà contenta di vederci. –
– E … Lui? – Indica, con un cenno del capo, il mucchio peloso raggrumato su quel letto.

– Lui dorme. Va bene così. –

Rose fluttua lieve oltre la finestra. Io la seguo. Mi volto un attimo ancora.
Un filo di bava ha inondato il cuscino su cui la testa bianca è posata, più vecchia rispetto a un’ora fa.

Buonanotte, gli sussurro.
Tornerò anche domani.

Ti aspetterò qui.
Come sempre.

Alba Gnazi 2009

Primo Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/09/04/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-adriana-pedicini-un-viaggio-senza-fine/

Secondo Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/09/23/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-rosario-campanile-maria/

Terzo Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/10/02/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-anna-laura-morello-amerika-amerika/

Quarto Racconto: https://wordsocialforum.com/2015/10/14/contest-i-racconti-della-mezzanotte-i-edizione-luigi-pellini-la-notte-del-maiale/

Prospettive: Omaggio di parole a Stanley Kubrick


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Aveva solo 16 anni, ma nei suoi scatti mostrava già quell’espressività che l’avrebbe reso uno dei registi più famosi del ventesimo secolo. Stanley Kubrick ha sviluppato la passione per la fotografia da ragazzo, collaborando con la rivista americana Look dal 1945 al 1950.

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Prospettive: Omaggio di parole a Sayaka Maruyama


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Sayaka Maruyama è nata in Giappone nel 1983 e si è laureata presso l’Università d’arte del Giappone nel 2005, quando ha cominciato il suo celebre progetto Neon O’Clock Works. La sua prima monografia, intitolata Krageneidechse, è stata pubblicata nel 2007, anno in cui si trasferisce a Londra. Maruyama ha esposto a Londra e Tokyo e le sue immagini sono state pubblicate su molte riviste tra cui il British Journal of Photography, la rivista Silvershotz, il Financial Times Magazine e Eyemazing.
Sayaka Maruyama, attinge a riferimenti classici giapponesi e motivi surrealisti, il suo lavoro esplora contraddittorie interpretazioni contemporanee delle nozioni giapponesi di bellezza, da prospettive sia occidentali e orientali. Maruyama ha guadagnato notorietà soprattutto per la sua serie Japan Avant-Garde, in cui l’artista intreccia le manipolazioni digitali delle immagini, con elementi di carta collage e pittura ad acquerello per creare intricate opere che esaltano un senso di bellezza.

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Sayaka Maruyama

“sei gradi ” di Francesca Dono

Erano altre parole,nude e incompiute come fiori di cambria a nascere,
sottratti dal buio per una liquida notte di sole a Dicembre.
-Solo poche sillabe non hanno avuto respiro-
scivolate dalla carta alla morte o distrutte e ritorte a decorosa apparenza.
Ad ogni modo erano me stessa,
dentro il corpo madre a dilatare,
fuori dalla civiltà di plastica,
oltre quest’età freddAsei gradi,
………………………………………………
che ormai da secoli parla.

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