Recensione di Fernando Della Posta a “La pietà del bianco” di Antonella Taravella – Autoprodotto 2015


Sfondo-Bianco

Secondo la fisica il bianco è il colore a-cromatico, in quanto contiene in sé tutti i colori, così come la luce bianca contiene in sé tutte le altre luci. Esso quindi può essere paragonato ad una sorta di luce primigenia, da cui è possibile ricavare tutte le altre. Il bianco inoltre è il colore del sacro, è il “vestito” delle manifestazioni ultraterrene benevole. E se il bianco viene inteso come vestito, il nero lo è ancora di più. Il nero è nascondiglio, è chiusura totale. Il bianco allora può essere accostato alla nudità, a quella prima patina di rivestimento che avvolge le viscere o il corpo di ognuno di noi. E se corporalmente esso può essere assimilato alla pelle, spiritualmente e psichicamente esso può essere paragonato al primo rivestimento della nostra interiorità, in altri termini al rivestimento di quel qualcosa che linguisticamente etichettiamo come anima. Il bianco perciò può essere accostato alla purezza connessa alla nudità, sia fisica che spirituale.

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Beato il tempo in cui il mio e il tuo non ci separavano di MariaGrazia Patania


Mi chiamo Youba e vengo dal Mali. Ho 17 anni e amo giocare a calcio. Sono arrivato ad Augusta l´1maggio 2014 e non capivo niente.

Youba si presenta cosi e parlando francese invece che inglese era forse anche più isolato degli altri. Ci conosciamo il primo giorno che vado al centro e da subito capisco che di lui posso fidarmi. Youba non terrà mai per sè il panino in più, ma cercherà sempre qualcuno più affamato o anche solo più piccolo a cui darlo. Dorme nella stanza peggiore della scuola: grande, sovraffollata e estremamente disordinata. Ma la sua brandina sembra un piccolo angolo di decoro.

Non ricordo il momento esatto in cui l´ho conosciuto. Ho più l´impressione che si sia materializzato per aiutarmi a sopportare le barbare conseguenze della mia vita agiata. Youba veniva a fare la spesa, aiutava nella distribuzione di vestiti e cibo quando il crollo di nervi era più probabile, c´era sempre con scopa e secchio per pulire. Soprattutto c´era sempre nella stanza del dottore. Teneva a mente se qualcuno aveva bisogno di cure mediche e appena arrivava la dottoressa, compariva col paziente dolorante e si metteva in fila. Sempre calmo. Sempre sorridente. Una volta entrati ci barcamenavamo in difficili conversazioni siciliano-francese-arabo, convincevamo il malcapitato che doveva seguire la terapia eventualmente assegnata e poi tornavamo a fare altro.

Un giorno il malcapitato fu lui e la dottoressa senza troppi preamboli mi spiega che deve fargli una puntura. Ora -un anno dopo e alla luce del fatto che scoppia di salute- non riesco a non ridere ripensando alla sua espressione di panico e al gesto istintivo di prendermi la mano. Un gigante tutto muscoli terrorizzato da un ago. Di pomeriggio andiamo dal dentista con un suo amico afflitto da mesi dal mal di denti. Mi aspettano davanti il cancello della scuola puntuali e precisi e nel caldo del pomeriggio camminiamo per le strade deserte. Mentre aspettiamo facciamo amicizia con una coppia di anziani inizialmente ostili ai ragazzi. Poi ci lasciano entrare per primi e ci regalano dei soldi per « farli mangiare ». Che i ragazzi decidono però di spendere a beneficio di tutti e comprando prodotti che sarebbero serviti alla scuola.

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The Danish Girl – Recensione di Alba Gnazi


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Sono gli occhi verdi, il primo colpo allo stomaco.
Le tinte predominano in varie combinazioni, sfumate o violente, con la pietà tipica del colore che si adegua allo sguardo: loro intere, concentrate; non come certi sguardi di noia o furia, o di malgarbo. Il malgarbo è intollerante indifferenza, la malmostosa certezza di una supposta superiorità. E’ l’interruzione senza rimedio di ogni possibilità di avvicinamento.

I timbri del blu creano partiture a sé stanti. Bisogna lasciarsi cullare dal blu, lasciarsi sorprendere, lasciarsi affrescare dalle sue dita come una parete che da troppo non muta.

Gerda scivola sottopelle.
E’ madre e amante, amica e nutrice: lei ama. Ama.

Gerda ha scelto da che parte stare: e difende la sua scelta anche da se stessa, anche quando lotta con ”quegli” occhi barbari e angelici per riappropriarsi del suo fiato – vivo in quello di Einar, l’uomo della sua vita: la donna della sua vita: Lili: polo magnetico che tutto riunisce, e che passa attraverso Gerda.
Terribile, confusa, tenerissima Lili: intatta anche lei, come un blu radicato dove il fiordo arretra in filo-oceano, ricca di due certezze: la sua palude, femminino plumbeo che la convoca da ogni quadro e Gerda, che per prima l’ha vista.

Il profumo francese è una pioggia che si assapora, che avvince. E I corpi esposti, protratti nelle penombre; i quadri ammiccanti, le bocche umide, le mani sinuose, gli occhi. Gli occhi.

Poi le città, micromondi che si perdono nella vastità di ”quel” rapporto, della partecipazione, dell’empatia circolare; di quell’amore estremo consumato fino in fondo e fino in fondo integro, quasi sovrannaturale e totalmente umano in atti e intenzioni.

(Altro non dirò, ché troppo ho detto. Al cinema eravamo quattro gatti: anche per questo ne è valsa la pena. E’ stato mio ogni attimo, senza intromissioni di sorta.)

di Alba Gnazi

La poesia Verbo-Visiva di Francesco Aprile


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Francesco Aprile, poeta, poeta verbo-visivo, critico, nel 2010 ha aderito al movimento letterario New Page, fondato nel 2009 da Francesco S. Dòdaro. Qui svolge attività di segreteria e ufficio stampa, curatore di mostre e testi critici; dal 2013 la curatela è a due voci: F. S. Dòdaro-F. Aprile. Ha fondato il gruppo di ricerca e protesta artistica Contrabbando Poetico (2011) e la rivista di critica e linguaggi sperimentali http://www.utsanga.it (2014, con Cristiano Caggiula). Nell’ambito dei linguaggi di ricerca è presente con edizioni presso istituzioni e biblioteche come il Poetry Library (Londra), MACBA-Centro de documentacion (Barcellona), Tate Library (London), e con opere presso ArtPool Art Research Center (Budapest) e collezioni private, Imago Mundi (Fondazione Benetton-Fondazione Sarenco). Ha curato con Cristiano Caggiula il volume collettaneo Snapshots Narrationsper Unconventional Press, 2014. È presente nel volume An Anthology of Asemic Handwriting (2013), e in riviste quali Letteratura e Società,Revista Laboratorio (Universidad Diego Portales, Cile), Infinity’s Kitchen (USA), La Clessidra, Il foglio clandestino, S/V Revue (Lione), Rivista di studi italiani (Toronto), Coldfront-A Vispo supplement (Toronto).

Appunti su Debito il tempo di Valeria Raimondi – Fusibilia Associazione


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Debito il tempo è la seconda raccolta di Valeria Raimondi e fin dalle prire righe, noto che la sua scrittura ha un passo diverso dalla precedente raccolta, dove la parola era una sorta di diario poetico con il bisogno fortissimo di scavarsi a fondo per far parlare la parte più profonda e rimasta nascosta ai più.
Qui il tempo è un collante – bisogno.
Il tempo che gira lento e a volte furioso.
Quel tempo che prende forma nelle parole, nel desiderio di renderlo anche infinito.
Nella silloge, il tempo diventa luogo da abitare, qualcosa che si tocca e si respira.
E l’attesa diventa anche pazienza.
E’ profodna questa scrittura, regala memorie che arrivano dritte nei punti nevralgici del corpo, arriva a toccare ogni respiro e s’intreccia al tempo che inesorabile scorre.
Ha in qualche modo mutato pelle, sempre profonda ma diversa, ottima prova.

***

Alcuni testi dalla silloge:

questo tempo promette nell’incontro quel che
l’altro nega con mirabile misura;
la clessidra arresta la discesa di un granello
sempre uguale nella sabbia che trascina;
è un tempo strano, va con ali
che nessun fruscio sollevano;
si adagia calmo il pensiero sulla coltre delle ore
plasma il destino, quello stretto tra le pieghe

*

poggia tutto qui l’antico male
assorbe il dolore che raggruma
e deforma il profilo del paesaggio
il ricordo che rovescia e frantuma

avanbza sui carboni ardenti
la vita che ci resta:
è una reliquia un indice puntato
sono resti di una cenere dispersa

c’è già tutto domani in questo oggi
un tempo che non medica o lenisce
e un’illusione ottica a ritroso rigetta
dentro ieri le radici

*

solo adesso che passa il temporale
solo adesso il fulmine arriva
e non si sente neppure da qui
la parola nel boato del tuono

proprio adesso che si scrive
da una periferia bagnata
che cadono stelle e stracci
si fa algido il fuoco nel camino
brucia l’alcolsceso in gola
a stemperare il naufragio

solo adesso il male dentro risale
sottopelle come un dubbio sottile:
che mai più saremo felici
e se anche cambia il tempo
e se anche vanno gli anni
è così che non c’è scampo
ci si accampa in una vita
già scaduta tra le dita

*

e se ti spio nel varco
di un’estasi sconosciuta
dalla fessura che crepita,
nel “dopo” pallido, bagnato:
so di possedere meno di un cuore
più di un corpo che si è fatto riabitato

un bagliore divino trapela dalle platiche
pieghe mentre “pose” si fanno

ma già nella prospettiva sfocata
svapora l’intento, cementa la piaga

*

ti cerco verso l’ora del tramonto
quando l’ultimo raggio duole al cuore
e si fa opaco lo sguardo dentro l’ombra

la polvere degli anni è scorza dura,
è marmo trattenuto alla carezza
sono dita che non chiedono di toccare

forse cercarti asseconda quel disegno
già nato vecchio, segnato dal destino
o da un costoso pegno alla pazienza

*

tocco il mondo con dita sporche di vita
intinte nell’inchiostro delle cose
incrostate di piaceri scritti tra le righe
poi lo sciacquo in lavaggi solitari
o nelle strette di un’avara umanità

mi pare di tenere il cuore tra le mani
quando i palmi si chiudono nei loro
ma se lo sguardo si fa aspro tutto cambia
e mi pare di aver dita da tortura
fatte vili come in atto di giudizio
inesperte nella forma dell’incontro
rami secchi già rimessi al proprio inverno

Inediti di Giovanni Ibello


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Giovanni Ibello (Napoli, 1989) è giurista, praticante avvocato e giornalista pubblicista. In particolare, nel campo del giornalismo si è occupato prevalentemente di sport, letteratura e ambiente. Alcune sue poesie sono state pubblicate sui seguenti lit-blog: “Poetarum Silva”, “Carteggi Letterari” e “La poesia e lo spirito”. Inoltre, un suo approfondimento in merito alla poesia di Giovanna Bemporad è stato ripreso da Carte Sensibili nel settembre del 2013. Scrive, in veste di redattore, per la rivista WSF.

***

Non parlo di silenzio ma di vuoto,
del rumore che fa l’acqua mentre
scola in un reticolo di nodi e feritoie.
Perché è sempre un discorso sul venire
meno, il venire meno delle cose.
Le maledette parole. Per questo
io rinuncio alla materia, penso
al mare sfigurato dalle scie
dei mercantili cinesi. Preferisco
celebrare questa lenta eutanasia
con il corpo imperlato di sudore
e gli occhi sgranati sopra un prato
di stelle al led e maiali sgozzati, riversi
su di un fianco. Poi un frinire di insetti
sulle mani e io che mi guardo le mani
e penso che malgrado tutto il male ricevuto
“io non ho paura” perché non c’è più tempo.
Non c’è tempo. Non c’è mai stato veramente
il tempo di chiedere perdono. E’ questa
la condanna, il vero peccato originale.

*

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case.
Così dormi e non vedi, e manchi
il teatro spaziale delle ombre.
Il desiderio è l’ultimo discanto.
Ma quanti gatti si amano di notte
mentre l’acqua scanala nelle fogne.

*

Una luce rossa si flette nel cielo,
la carcassa di una poiana
è riversa sulla neve.
Così penso che è facile morire
c’è solo da capire bene
che significa “lasciarsi andare”,
seguire la scia, la trama
degli ultimi pensieri.
Tenersi per mano, piangere,
cercare di non farsi vedere,
tirare su col naso, reidratare
la bocca, articolare due parole,
sapere che le pause
valgono di più quando si muore.
Ma il fatto di esistere davvero
solo nel momento della resa
mi fa guardare in faccia dio
gli uccelli, i pesci, gli eterni assenti,
la pietà degli uomini impotenti.

*

Nella quiete del sonno
il gatto passeggia sul tuo corpo
e squarcia la parete che separa
la chimera di oriente
dalla luce verde e gialla dei suoi occhi.
“Perché nessuno si appartiene veramente?”
Quando l’alba si posa sui tetti
lui fa un balzo sullo stipite della finestra.
“Nemmeno il vento fa rumore”, pensa.
Solo un rospo si muove in giardino
e senza volerlo disegna cerchi nell’acqua
mentre la luce discreta del giorno
sfolgora come una fiamma
nel mio seme ancora fresco
cosparso sul muro della stanza.
Il sole si odia perché non ci inganna.

La scala Jones di Domenico Caringella


ph Ernst Haas

ph Ernst Haas

A quell’ora la casa era ancora fredda e Jones, nel suo pigiama blu di ordinanza, si riscaldò alla fiammella azzurra del fornello della cucina, un attimo prima di metterci su la caffettiera.

Tre minuti più tardi, in un gesto d’amore fuori tempo massimo, portò il caffè a letto a chi, ormai ricambiata, da molto tempo non lo amava più.

Subito dopo, nel corridoio, abbracciò Jane, la figlia che amava dal primo istante in cui era venuta al mondo davanti a lui. A colazione sorrise a Beth che Jones, incapace di darsi una spiegazione logica, amava impercettibilmente meno di Jane. Si sarebbe tuffato tra gli squali per entrambe, ma solo per Jane senza il minimo dubbio; per Beth sarebbe incappato in una di quelle esitazioni che possono fare la differenza tra una tragedia imperdonabile e il sollievo, tra una storia terribile e un eroico pezzo di mitologia familiare.

Alle otto e mezza, in strada vide la donna che nel profondo del suo cuore e della sua testa aveva sempre amato, e che ignara gli accennò un saluto e un sorriso.

Mentre guidava gli telefonò la donna che lo amava più di ogni altra. Quando riattaccò, una mano sul volante e l’altra che riponeva il cellulare nel taschino della giacca, pensò che dopo tutti quegli anni la voce di sua madre suonava allo stesso modo.

In ufficio, mentre accendeva il terminale, guardò l’orologio sulla parete davanti a lui e calcolò le quattro ore che lo separavano dalla donna che amava adesso senza però riuscire a farlo come avrebbe davvero voluto.

Scriveva, le parole si materializzavano davanti a lui sullo schermo luminoso, e si chiese se si sentisse solo oppure no. Un dubbio che non lo assalì, ma semplicemente lo attraversò, in apparenza senza lasciare traccia.

di Domenico Caringella