Calcolandomi per segno – Inediti di Antonella Taravella


Cristina Rizzi Guelfi

Cristina Rizzi Guelfi

*

calcolandosi nella pelle del muro
l’interno morbido delle nostre parole
una crosta calda – come una tasca
e darsi fuori nella rassegnazione
del gesto

*

scrivo corpo nel vento
distillandomi tutta
nello sbieco della pioggia
fra le mani aperte dei rami
affissi sui muri – crepati
di gioia

*

l’amorevole cura dei gesti
è farsi casa piccola
mettere le cose da dirti
in un posto nascosto – come un nido
mentre la pesca rotola sul tavolo
nella corsa delle mani – fredde
e sono dove mi hai portato
un dire fare che sciaborda
come acqua devota

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Inediti di Chiara Baldini


chiara

Tu non sai papà.
Non l’ho mai schiuso
dalle labbra in perché io faccio
la farfallina come tu mi dici curioso
a guardarmi riempire l’aria del tinello
tiepida di pipa e legno.
Non l’ho mai spremuto
al di là dei pori ma era dolore
adulto nel corpo baccello, fitta
d’essere compressa – pastiglia
rotonda e tonta, forse crescerò.
Non l’ho mai schiuso
dalle labbra il perché ma sapevi
già guardando le lune di me tanta
la pena e la pazienza, fitta
d’essere compressa – pastiglia
rotonda e tonta, si farà la donna.
Pena e pazienza
per l’avvento e l’avventore
che di me vorrà farsi come io
di te sono fatta
e tu in fondo di me.

***

Ninnolo

Pallido inverno sul mio seno
nudo spazza il segno
timido, ricordo di sole.
Come passamaneria della mia pupa
fa ninnolo per il tuo albero
adorno a festa, magari.
Sì, magari.
L’abete è un intruso verticale
ai nostri occhi stesi al suolo
stanchi come corpi giunti, magari.
Si, magari.
È solo una vertigine
su cui pregare i sogni come quando
bambini, magari.
E chiedere al camino di sbuffare
ancora sull’abbozzo di coppia
che siamo stati.

***

Edoardo lo sa

Come le croci che per educazione
mi passo mentalmente
sulla fronte (è ciò che so)
sulle labbra (perché so anche tacere)
sul petto (ti conservo)
davanti a lui così mi segno, carezzando
lobi e capelli d’imbarazzo
prima di comunicarmi.
Lui, che mi vuole di bene bianco:

Edoardo lo sa.

L’unica cassetta di sicurezza per la mia
chiave piccina, custode
singolare di quanto io ti voglia
e mi perda nel tuo volere
e mi perda nelle tue vocali
aperte o chiuse a mio esatto negativo.
Lo vedi, almeno con l’orecchio
che anche nella voce siamo fatti
per essere un incastro?

Edoardo questo lo sa.
Ché lui carezza musica ogni giorno
e sa ch’io penso di noi
poter – essere due dita
umide che lisciano il bordo
d’un bicchiere di cristallo
gemendo di piacere un’eco tonda:
potrebbe – sarebbe un respiro
sorridente nel nostro silenzio.

***

Ho fame di labbra
e di un albergo caldo asciutto
come dove il tuo fiato nacque
a da allora m’imbambina quel tanto
da farmi pulita di talco
e sporca di bugia bianca.
Se effimera è la cosa non poco
mi par a volte vera
da bastarmi quieta e aggiustata.
Come mai quieta mi sono bastata
come mai ricordo d’essermi incrinata.

***

Ricordi Berlino? Io la trattengo
cifrata sulla nocca, invisibile
per l’occhio che non scandaglia fin dove
il mio sa ritornare e nel ricordo
s’appoggia. Così, Berlino ricorda:
erano piccoli pugni di giorni.
Sulla carta felpata di un giornale
c’era un bicchiere di sana spremuta
(ci assolverà da speck e uovo-specchio!)
Perfetto era conoscerci, mangiarci
a colazione in volo sulla mia
maldestra mano, che sa solo fare
cocci e ne mantiene il segno comico
del caso: la ferita è la custode
della memoria. E delle rosse perle
perse solo il nostro parlare fitto
sotto i chicchi di riso solari
rotti dai tigli. Ricordi Berlino?
Eravamo ancora tutto da fare.
Come chi sul giovane sangue spera.

***

Gotto in mano e capo di feltro
sillabail vecchio ricordi e piega
le labbra a fettina di limone
trottando una montaturaal setto
carnoso che bene non so, ma sopra
di lì tra levene viaggiadi piuma.
Tanto basta al mio occhio per rotolare
una biglia d’idea soffiata in testa:
che se quello sia povero e folle
darei oro e senno ora ad essere
così in luna calante.Sì,quelvecchio
mi vorrei. Con te bastarmi, al tavolo
come ora noi, così lui. E guardare
la vita da due guance in appetito
sapendola essere stata anche mia.

***

Due

Perché timorata curiosità
Madre s’impasticca la lingua e tace
facendo il canarino cattivo
in una metà corpo che è miniera?
L’altra parte invece prode è Padre
e spazza con i piedi idee nel sonno
paura no al dovere sempre in palmo.
Sono due così, due in una sola:
bocca-cuore di Cerere gravida
braccia-gambe di Marte sostenuta.

***

Il geco

Il geco ha posto su vetri viltà.
Ticchettato ha i suoi passi
su briciole mondane
con due schizzi di fiato. Il mio fato.
Ha fatto anche cerchietti
lungo tutta la mia schiena – una lastra
sul mio petto che resta – una finestra
aspettandosi che da me nascesse
sciapa mosca. Una mossa.
Poi cauto se n’è andato
puntato ha le ventose in un altrove.
È altro ma non troppo.
Mai troppo lontano dalla mia Casa.

***

1 cent

Legge d’economia il valore cresce
con la rarità della merce. M’esce
quindi un urlo impotente ferma in cassa
strisciando un bottino in doppia massa
per lo sgarro a me Milady offerto
testa di sole da un bullo reperto
archeologico maschio brizzolato
con due pomi in mano e il ciglio seccato.
Ceduto avevo il passo ed il valente
caduto da cavallo Sir servente
ringrazia con la picca della lancia
lasciando del servigio un cent di mancia.
Non dico che gran taglio nell’orgoglio
ché al di sopra in fatto io mi voglio
ma lesta in cocchio m’ammiro allo specchio
pensando se sì poco m’apparecchio
al guardo sotto lente indefesso
di quello che ben poco è il gentil sesso.

Morale della storia sempre accolta
non esiste più il prode d’una volta.

Donatella D’Angelo: quando il corpo è una voce d’ascoltare


La vita è un continuo scoprire, ed è così che Donatella ed io ci siamo conosciute, amici in comune, un progetto che ci ha trovate vicine ed affiatate e così il cerchio si chiude.
E Donatella non è solo visiva, ma anche poetica, era da tempo che avevo intenzione di ospitare Donatella su WSF, ed ora ve la presento.

dona

Parlami un po’ di te, chi sei e cosa vorresti essere.

Cosa vorrei essere non te lo so dire, so a mala pena cosa sono al tempo presente, figurati al futuro, quindi meglio che mi concentri sul presente. Oggi come oggi non posso che provare a essere altro che me stessa cercando di raccontarmi artisticamente attraverso il mio bagaglio di esperienze positive e negative. Come hai detto tu la vita è un continuo scoprire ed è così anche per me. La libera espressione, il lasciare uscire immagini e parole dalla pancia senza pormi troppe domande mi da proprio l’opportunità di scoprirmi, conoscermi e trovarmi ogni giorno un po’ diversa. Ho sempre lavorato con le immagini di altri, nascendo lavorativamente come grafica, fino a quando, a un certo punto della mia vita, non mi sono ritrovata ad assecondare l’esigenza di crearne delle mie che dessero un senso al mio stare al mondo.

Angels #1

Angels #1

Il tuo corpo è la parte della tua voce che non dice, sbaglio a vederci questo?

Hai visto giusto. Ci sono momenti per parlare e momenti per riflettere, le fotografie sono il momento per riflettere in silenzio. Io credo nel corpo come linguaggio,un trait d’union tra il visibile e l’invisibile. Un qualcosa di permeabile che permette la comunicazione tra il dentro e il fuori, che protegge l’interiorità e allo stesso tempo consente di esprimerla.
Abbiamo tutti un vissuto da elaborare, il femminile fa parte del mio, e la femminilità è agita nel corpo. La maggior parte degli scatti di ricerca sono, appunto, autobiografici. Un modo raccolto di raccontarsi e di raccontare il proprio mondo, quasi un’autoanalisi; perché secondo me il corpo, relegato nell’intimità della coppia o soggetto a costrizioni morali, vissuto come resistenza politica o banalizzato dai media, ha persola sua valenza di essere semplicemente corpo. Io provo a viverlo,invece,in tutta la sua naturalità, non solo come contenitore e non solo come elemento estetico. Cercando nei miei scatti di svincolarlo da un’erotizzazione e un narcisismo che in questa società trovo ormai quasi forzati.
Poi, inevitabilmente, a seconda di come ci si pone di fronte all’argomento, le immagini possono acquisire una carica più o meno sensuale, ma io lavoro sempre cercando di evitare accuratamente la volgarizzazione e la banalizzazione del corpo a oggetto.

Angels #2

Angels #2

l'amore e mortalità della carne #3

l’amore e mortalità della carne #3

Ti senti donna-artista, in continua ricerca?

Se vuoi fare dell’arte la tua vita, e intendo arte come ricerca di una verità, devi fare in modo che questa ricerca rientri nella tua quotidianità, diventi la tua filosofia. Devi offrirti al mondo con onestà e umiltà, se no sei solo un prodotto. Una cara amica ultimamente mi ha definito “sperimentale per natura”, credo sia una definizione abbastanza corretta e che sottolinei la curiosità che mi spinge ad andare sempre avanti, a provare, a cadere e rialzarmi, cercare strade nuove e a non dare nulla per scontato.

l'amore e mortalità della carne #7

l’amore e mortalità della carne #7

Trovi la tua fotografia come salvifica? Trovi che sia una ri-partenza dal buio?

La scelta di lavorare, non solo, ma soprattutto, con il mio corpo nudo, in un percorso che definirei autobiografico, non è casuale. Ci sono eventi che fanno da spartiacque tra una vita prima e una vita dopo. Ci sono decisioni che una volta prese ti hanno già cambiato il corso delle cose, senza che tu te ne sia accorta ed è solo questione, poi, di seguire la corrente. Corrente che comunque era già in me e che chiedeva solo di uscire allo scoperto. Ho vissuto questo momento come una vera e propria liberazione, un venire al mondo una seconda volta. Cito un caro amico e critico d’arte che si è occupato recentemente di uno studio approfondito sull’autoritratto in fotografia, Giorgio Bonomi: “È evidente che in questa odierna società, sempre più spersonalizzata e basata sull’immateriale, il percorso di riappropriazione non può che partire da se stessi e dal proprio corpo”.Ecco, per me stata una necessità dovuta proprio al bisogno di una riconciliazione con me stessa e la mia identità.
Ho passato anni di chiusura, dovuti alla mia storia personale, e ora, che ho ritrovato il coraggio di aprirmi, posso affermare che, sì, l’arte (in generale, e non solo per me) può essere salvifica. Non in senso semplicemente terapeutico, ma proprio come ricerca di un modo di vivere, un percorso di crescita per imparare a sentire la meraviglia della vita di ogni giorno.

Alcune tue fotografie sono accompagnate da versi poetici, cosa pensi della poesia, oggi? E chi leggi?

Credo che la poesia sia il modo di scrivere più vicino alla fotografia perché coglie l’attimo esattamente come un’immagine,anzi è l’emozione stessa dell’immagine tramutata in versi, quindi spesso mi viene naturale accostare un lavoro fotografico a dei pensieri poetici. A volte li uso proprio come titoli di una serie di immagini.
Nonostante faccia uso della scrittura come mezzo espressivo personale da sempre, l’affacciarmi al mondo della poesia (sia come scrittura sia come lettrice) è piuttosto recente, coincide con il momento della riappropriazione di un senso del sé che in passato avevo completamente trascurato. Fotografia e scrittura,però,nella mia vita corrono su due binari paralleli, la scrittura cronologicamente è arrivata prima della fotografia, ma si è svelata dopo, ed è la mia parte più intima di elaborazione delle emozioni, degli eventi o più semplicemente dei pensieri che affollano la mia vita interiore.
Ora come ora mi sto concentrando sulla lettura, oltre ad alcuni testi fondamentali, di autori contemporanei, soprattutto donne. Ho proprio qui con me una piccola lista di autrici, consigliatami qualche giorno fa da un caro amico poeta, delle quali mi sto accingendo a leggere i testi: Anna Maria Farabbi, Antonella Anedda, Elisa Biagini, per nominarne solo alcune.

Progetti ed eventi futuri?

Sicuramente il progetto principale è quello di continuare con la mia ricerca personale, cosa di cui non potrei comunque fare a meno, continuando a creare emozione. Questo vale sia per la fotografia sia per la scrittura. In questi ultimi tempi ho avuto la fortuna di incontrare e di conoscere molte persone (tra cui anche il collettivo WSF – con la Poetica del corpo, il Festivart della follia e altri progetti a venire) con le quali sto valutando una possibilità di collaborazione per creare eventi di arte e letteratura con scadenze periodiche, visto che le idee non mancano e penso che sia giusto andare nella direzione della condivisione e della circolazione di queste idee. Le arti in movimento. Poi ci sono in programma alcune mostre, pubblicazioni e qualche sorpresa, insomma tanta carne al fuoco. Sento che questo sarà un anno positivo!

Los Respiros del Alma #1 Donatella D'Angelo & Josè Lasheras

Los Respiros del Alma #1
Donatella D’Angelo & Josè Lasheras

Los respiros Del Alma #5 Donatella D'Angelo&Josè Lasheras

Los respiros Del Alma #5
Donatella D’Angelo&Josè Lasheras

Poesie Inedite:

Cristo nudo

Scivola via il vertice della vita
spezzato e sbriciolato
sul tavolo dell’ultima cena
come il corpo di un Cristo
nudo fino all’osso
crocifisso a un pieno di sorrisi
e vulnerabili tristezze
compresso tra il proscenio e la ribalta.

E noi, ridicoli, ridiamo
credendoci immortali tra i mortali.

*****
Ci sta più di una vita sul palmo della mano

Quando uscirai dal mondo
camminando lento
con il mento verso il cielo

non piangerò lacrime
ma polvere di stelle

ci sta più di una vita
sul palmo della mano
e la luna scesa in terra.

*****

Viaggio

Siamo linee che iniziano
e finiscono
ad un certo punto s’intersecano
s’ingarbugliano e si srotolano
in quel tempo di nulla
fatto di pelle e vento e sassi tondi
e mani giunte in preghiera

siamo acidi e vipere
e passioni in erba
sciolte nel pensiero

siamo catene legate a ossa
in crescita
e sangue che sgorga vivo
da arterie aperte
tra vulcani spenti e umori mattutini
sillabe tra il sublime e l’infernale
in viaggio, senza un futuro certo.

****

La fine

Qualche farfalla e semi di girasole
non resta altro
oltre a pensieri tritati fini
e l’ingordigia del possesso.

Di carne. Di sangue.

Quella è la porta vattene
oppure entra e chiudila alle spalle
ma fai silenzio.

Al di fuori (del sé) #3 (presentato al FestivArt della follia)

Al di fuori (del sé) #3
(presentato al FestivArt della follia)

Donatella D’Angelo Illustrations: http://donatelladangelo.wix.com/illustrations

Donatella D’Angelo Photography: http://donatelladangelo.wix.com/photography

L’ALFABETO DELLA CRISI


Mi è sempre piaciuta l’espressione “anni ruggenti”. In quel tempo, gli anni venti del secolo scorso, se ne andava prematuramente gente famosa come Lenin e Rodolfo Valentino lasciando il posto, accompagnati dalla musica jazz, a Mao, Hitler, Benito e Topolino ma, sopratutto, iniziavano una profonda crisi mondiale e il campionato di serie A. Allora, molte delle ventuno parole che compongono questo “Alfabeto della crisi”, c’erano già.

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La crisi dell’uomo di oggi, della sua vita, declinata lettera dopo lettera dall’alfabeto che la compone, procede fino ad incontrare il caos che non genera mondi nuovi, ma “repliche di credenze inabissate, quelle abitudini archeologiche”.
Così Raffaele Castelli Cornacchia, nella sua silloge “L’alfabeto della crisi” ed. italic, passa in rassegna l’essere uomo tra crisi economica, demagogia, egemonia culturale, ideologie, politica, interrogando e interrogandosi sul senso di ciò che questo mondo va creando o inabissando o distruggendo.

“Quanto costa caro, tutto quello che se ne sta nascosto
sotto questa terra
così battuta dalla pioggia
di questa notte veglia e fresca di città”

E’ già nell’incipit l’ansia che terrà l’attenzione del lettore centrata sulla ricerca di ciò che nascosto, nasconde il prezzo di ciò che oscuro non è visibile. E non è tensione bensì crisi, separazione, così come l’etimologia della parola ci suggerisce. Crisi, dal verbo greco krino , significa separare, cernere, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare. La silloge ci porta a riflettere sia sull’accezione negativa, crisi come peggioramento di una situazione senza alcuno sbocco che il conflitto aperto; sia su quella sfumatura positiva di cui il significato etimologico della parola si compone e cioè crisi come momento di riflessione, valutazione, discernimento, presupposto necessario per un miglioramento, per una rinascita, per un rifiorire prossimo.
Il tempo è storia che si ripete e non scampa, non sottrae nessuno ma tutti assorbe nelle “giornate che lievitano come pane e l’autografo di idoli e di eroi” e gli uomini? Hanno ceduto il posto a comparse e simulacri e di quelli si nutrono a tenere in vita oracoli televisivi. Le nuove Vestali elemosinano visibilità tanto il non apparire significa non essere. Siamo in una forma di epopea inversa dove l’eroe non combatte, non si misura con il fato, non vive, non muore; dove l’idolo non è demolito. Il mondo ritrova una forma nuova, incomprensibile.


“…come se la storia non insegnasse che la gente, come sempre
passato presto il momento quello euforico delle illusioni
alla fine avrebbe pagato, e consumato e stentato e…
perduto, soltanto per rimarcare quanto siamo poveri”

“…e la percezione delle cose , sperdute
tanto che nella pioggia e nella cenere
c’hanno infilato un’ideologia per dire
che a decidere tocca proprio a te.”

A questo fuoco spento, alla richiesta di una ideologia che guidi l’agire, il poeta contrappone con tono potente ed incessante la forza delle sue domande che scavano la cenere a sollevare polvere e rinfocolare la vita:

“Cosa vuoi da me”, “Cosa vuoi che ti dica”, “Cosa vuoi che diventi”, “Cosa vuoi che faccia”

E la sua risposta è spietata, non lascia spiraglio ad ambigue interpretazioni:

“No, non farò nulla di questo. Non mi infilerò nel giogo
non m’infilzerai mentre sto a cavalcioni sul tuo trono
non naufragherò galleggiante sulla tua falsa bontà
non firmerò la mia copia del tuo contratto fotocopia
e no, alla fine di tutto, non ti darò né figli né eredi
e no, solo con la forza potrai ottenere ciò che meriti
solo per il colore della tua pelle, e per il tuo profumo
solo perché di due eserciti schierati, ognuno ha il suo”


…come i treni colmi dei poveri
e quelli deserti dei ricchi, o così, come le repliche
di una commedia o come il deserto che ha confini rotondi
o quadrati, o niente di niente e niente principi e principesse
e niente astri e numeri fortunati e niente feste mascherate
questo Carnevale…”


Raffaele Castelli Cornacchia (Castiglione delle Stiviere 1964) vive a Brescia e di professione fa l’insegnante.
In campo letterario nel 2006 pubblica il romanzo breve Il pacco di Durante (Robin Edizioni, Roma), contribuisce con alcune sue poesie alla realizzazione del libro Percorsi labirintici, illustrato dalle carcerate di Rebibbia (Soqquadro 2006, Roma) ed è invitato alla XX^ Biennale di poesia di Verona.
Nel 2008 raccoglie in A meno che (Ennepilibri, Imperia) le poesie riconosciute in vari premi letterari (il “Castelfiorentino”, il “Montano” di Verona, il “Poesia di Strada” di Macerata…) e lo stesso anno è selezionato da Valentino Ronchi nella sua collana Festival di Lampi di Stampa con la silloge Sul ponte sconfinato di Limey che darà anche il nome all’antologia.
Collaborazione che porterà, dopo la partecipazione ad altre antologie (Giulio Perrone, LietoColle…) e a una parentesi di produzione di poesia dialettale e straniera (*), nel 2012 alla pubblicazione di Via Milano (Lampi di stampa, Milano, 2012) – secondo classificato al Premio Letterario Nazionale Anna Osti 2012 e invitato fra i segnalati del Premio Contemporanea d’Autore all’Alexandria Scriptori Festival 2013.
Sempre nel 2013 esce sia L’alfabeto della crisi (Italic-PeQuod, Ancona, 2013), già menzionato nella senzione raccolta inedita della XXVII edizione del Premio Montano, sia il suo primo libro per piccoli lettori, Gli abitanti di Colle Bianconero (EdiGiò, Pavia), del quale è anche illustratore.
(*) I suoi inediti di poesia dialettale (bresciano) e straniera (inglese e tedesco), concepiti nel triennio 2009-2011, hanno ricevuto importanti premi letterari (il “Città di Legnano”, il “Giuseppe Malattia della Vallata” di Barcis/Pordenone, “La Poesia Onesta” di Agugliano/Ancona e “La Leonessa Città di Brescia”).
Scrive racconti e monologhi teatrali che raggiungono il pubblico per mezzo di veri e propri spettacoli (fra i quali il progetto poetico dapPerTutto) nei quali s’intrecciano la voce, la recitazione, la musica e le immagini.

Kristian Burford di Bizzarro Bazar


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Entrate in una galleria d’arte, e in una stanza vedete uno spazio delimitato da lunghe tende multicolori che evidentemente nascondono qualcosa. Per guardarvi dentro, però, siete costretti ad avvicinare gli occhi a uno degli strappi nella stoffa: appena riuscite a vedere all’interno, ecco che vi appare un ambiente domestico, e di colpo vi sentite come se steste spiando da un buco nella serratura. Sentite un piccolo brivido quando capite che la “stanza” non è vuota: c’è una figura umana, un giovane uomo, allungato sul letto. Sembra sprofondato in una drammatica incoscienza, ma mentre lo osservate vi rendete conto di altri piccoli dettagli: c’è il monitor di un computer acceso vicino a lui, mentre una telecamera è montata su un treppiede e puntata sul letto. Ecco che di colpo la scena assume una luce diversa, mentre affiora una possibile narrazione: l’uomo ha forse appena fatto del sesso virtuale? L’abbandono in cui lo vediamo è quello che segue l’orgasmo? Stiamo ancora guardando attraverso le tende, ipnotizzati dalla scena, da quella scultura iperrealistica di un corpo stremato e dalla storia che crediamo di indovinare, e allo stesso tempo siamo imbarazzati per la nostra morbosa curiosità.

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L’artista losangelino Kristian Burford senza dubbio ama mettere il suo pubblico a disagio. Le sue perturbanti installazioni ci pongono nella scomoda situazione di dover fare i conti con le nostre pulsioni più nascoste, con il lato oscuro del desiderio e con i nostri istinti voyeuristici.

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Spesso, nei suoi diorami ricchissimi di dettagli, l’artista decide di limitare la libertà dello spettatore, obbligandolo a dei punti di vista predeterminati: si può osservare questi set soltanto da particolari angolazioni, tramite feritoie o spiragli, proprio come dei “guardoni”. Una sua opera, ad esempio, mostra uno scorcio di stanza d’albergo, con una figura nuda sullo sfondo che, di spalle, sta facendo qualcosa che non si riesce a distinguere chiaramente.

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Ma non è soltanto questo aspetto a rendere destabilizzanti le sue opere tridimensionali. Le sculture in cera mostrano un’intimità (dall’esplicita connotazione sessuale) che non è mai solare, ma al contrario spesso travagliata. I volti dei protagonisti mostrano una sottile tragicità, come se fossero racchiusi in una sorta di melanconia, tutti protesi verso il loro interno dopo una probabile auto-soddisfazione erotica. Ed è il nostro stesso mondo interiore a venire messo in discussione, mentre lo stratagemma del voyeurismo ci convince di assistere ad un momento speciale, segreto, fissato nell’immobilità del soggetto.

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Le ultime opere di Burford si distaccano dalle precedenti ma ne proseguono la riflessione sullo sguardo e sull’individuo. All’interno di grandi box di vetro, ecco un tavolo da ufficio, anonimo. In piedi, una figura femminile completamente nuda e senza capelli si riflette in un freddo gioco di specchi che la moltiplicano all’infinito. Sembra uno di quegli incubi in cui ci si presenta al lavoro, accorgendosi subito dopo di essere nudi.

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Eppure, mentre guardiamo dentro a questi box, ne restiamo esclusi. Da fuori, possiamo osservare con sguardo da entomologo la nudità senza protezioni della scultura, la vediamo immersa in centinaia di copie di se stessa. Tutte inermi, confinate in spazi lavorativi angusti, vittime di un crudele gioco che le priva di qualsiasi identità o privacy.

di Bizzarro Bazar

Alberto Mori su “Ossa per sete” di Sebastiano Adernò – NEM 2013


ossa per sete

Lo stilita è immobile con le braccia alzate nel suo vestito di sacco.
Solo. Non ha sguardi per il deserto, ma per il cielo.
Si affacciano solo voci alle sue orecchie ed ai suoi sensi.
Disseterà il mondo con la sua verità?

Tanti piccoli refoli di vento si alzano come interrogazioni nelle pagine di questo libro e trafiggono questo corpo che le vuole mutare in una nuova unità. Necessita forza per sostenere il cielo vuoto: “Morto io Dio si dovrà sostenere sulle sue gambe” (p.52)

Il tempo biblico nella rotazione delle voci crea effetto metafisico nello spazio: le parole di Ossa Per Sete sono dinamiche e verticali e le figurazioni bibliche ed evangeliche degli interlocutori le inscenano con una rappresentazione che viene dall’invisibile e si concreta nel corpo:“Con gli occhi insaccava solo pieghe mentre ogni passo segnava altre crepe” (P.17),“Cacciò loro in bocca terra e tempesta” (p.18)

Queste azioni spirituali e fisiche danno alla lettura dei versi un impatto profetico negandone contemporaneamente il distacco oracolare ed incarnando di presenza le voci.

Denti, braccia, gambe, ossa, questo è sempre infatti il divenire “live” del corpo rispetto al mondo dove le pietre per Adernò sono davvero pietre non nomi e miracoli relativi ad un episodio evangelico (vedi S. Stefano p.29) e da qui nasce una sorta di tenace sordità che vuole affondare il verbo nella terra, nella sua scorza, in una sorta di revolte, di sovversione che un poco richiama George Bataille nella sua decomposizione e ricomposizione del pensiero:“Per cosa verrà / tra le pietre / dormono giovani e irriverenti serpi” (p.41)

Quando questo impatto aumenta e si fa incalzante la tentazione ad un assoluto del corpo rispetto al nome, cresce l’enigma di un parto mal riuscito, di una dannazione presente:
”il maestro di miserie ” deve sputar fuori anche l’inumano: “filare fantasmi con la saliva” . Ora è divenuto noi attraverso la faglia dell’altro, degli altri.

Ossa Per Sete è obliquo e frontale. Si pone in un vortice di luce di carne ed enigma, ma allo stesso tempo mostra ogni volta lo spacco del sacro e la ferita del nome.

Alla fine, dopo i rigurgiti di una scelta che vuole dire le cose, Sebastiano Adernò suggerisce un’altra sete: quella di meraviglie.
Il deserto è stato attraversato con la fatica delle parole e del corpo, ora siamo all’inizio dell’illusorio: andiamo verso miraggi ulteriori.

Alberto Mori

L’elegante DarkWave dei Colloquio


Colloquio_1

Sono davvero felice di poter intervistare Sergio e Gianni aka Colloquio, gruppo scoperto circa due anni fa, mentre viaggiavo fra i consigli musicali del mio account di Last.FM, senza sapere che una parte del gruppo già la conoscevo, nei Neronoia. Entrambi a me cari, per la vicinanza di musica e parole che formano le loro canzoni che reputo poesie. Ringrazio dunque questo duo e do loro il benvenuto qui su WSF.

Come nascono i Colloquio? Parlateci di voi singoli e poi di voi come gruppo.

Gianni: Colloquio nasce nel 1993. Dopo un passato da batterista, sentivo l’esigenza di comporre musica autonomamente. Tanti testi, tante canzoni, svariati demo-tapes e sopratutto tanti farmaci hanno accompagnato questo progetto che, solamente negli ultimi anni, si è consolidato a tal punto da farci diventare un band di culto. L’entrata di Sergio nel gruppo è stata determinante.

Sergio: il mio percorso musicale inizia alla giovane età di otto anni, con lo studio del clarinetto e della fisarmonica, per poi approdare definitivamente a tredici anni ai sintetizzatori, folgorato da “Violator” dei Depeche Mode. Da allora ho intrapreso diverse avventure artistiche (Alma Mater, Act Noir) e dal 2005 ho iniziato a collaborare in pianta stabile con i Colloquio. Io e Gianni negli anni novanta avevamo già lavorato insieme per la stesura di un brano degli Alma Mater intitolato “Il Parco degli Arcobaleni”, e fin da subito ci fu una reciproca stima ed intesa musicale.

Colloquio_2

Vi sentite un gruppo di nicchia?

Sergio e Gianni: per forza di cose quando si propone musica “di confine” difficilmente ci saranno grossi riscontri di mercato, quindi l’audience potenzialmente attratta dalla nostra musica si riduce necessariamente ad una nicchia.

Gianni

Chi scrive i testi? Nella musica avete qualche punto di riferimento, qualcuno a cui vi ispirate?

Gianni: Io. Praticamente impossibile non attingere da qualcuno. Tenco, Ciampi, Dalla, Paoli e tanti altri sono stati fonte di ispirazione per ciò che concerne le liriche. Musicalmente, beh non finiremmo mai…

Sergio

Avete una ricercatezza nello scegliere le copertine dei vostri album, parlatecene.

Sergio e Gianni: l’estetica e la parte “visiva” di un gruppo musicale gioca un ruolo importante, ma deve sempre essere funzionale e subordinata alla sostanza, allo scopo di amplificare e dare maggiore forza al messaggio della musica. Anche per questo album ci siamo avvalsi delle notevoli competenze grafiche di Paolo Domeniconi e di Mauro Berchi, mentre le bellissime fotografie ed il videoclip promozionale di “Tempo Brucia Tutto” sono opera di Stefano Nieri.

...e lo spettacolo continua

…e lo spettacolo continua

Va Tutto Bene

Va Tutto Bene

Colloquio_SiMuove

L'Entrata - L'uscita

L’Entrata – L’uscita

 

E’ molto difficile proporre qualcosa di originale nell’ambiente italiano moderno?

Sergio e Gianni: riteniamo che oggigiorno il concetto di originalità nell’ambito musicale sia superato da tempo. Probabilmente gli ultimi sprazzi di originalità hanno avuto luogo negli anni settanta con l’avvento dei sintetizzatori e di artisti come Kraftwerk, Pink Floyd, Brian Eno, Throbbing Gristle, Peter Gabriel. Ciò a cui può ambire un gruppo o artista del nuovo millennio e di creare un proprio “stile”, inteso come la sintesi di ciò che è già stato fatto in passato con un’attitudine nuova ed attuale.

Farete qualche data?

Sergio e Gianni: in questo periodo stiamo promuovendo dal vivo il nostro ultimo album “L’entrata – L’uscita”, sempre con ottimi riscontri di pubblico. La prossima data confermata sarà ad un festival che si terrà a Roma il 23/24 di maggio. Al momento non sappiamo ancora in quale delle due serate suoneremo.

Un grazie di cuore per questa vostra disponibilità.

Sergio e Gianni: grazie a te per la cortesia e per il supporto! Per approfondimenti invitiamo i lettori di World Social Forum a visitare il nostro sito ufficiale: http://www.colloquio.eu