“In nome di Eros”, la sessualità poetica di Cristina Tafuri


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Avvampami,
esplorami, perforami.
Annusami,
osservami, esplodimi.
Avvolgimi,
accarezzami, amami finalmente.
Amami con rabbia,
annaspa tra i pertugi del mio corpo,
come un animale fiuta il mio sesso e
poi placando l’onda
che maestosa si alzò
trova porto sicuro nella mia insenatura.

“In nome di Eros”, come tutte le pubblicazioni de l’Arca e l’Arco edizioni, non è solamente una raccolta di liriche, ma un’opera d’arte completa.

Le ventitre (che suona quasi come ventre) poesie di Cristina Tafuri sono infatti armonizzate da sette chine di Antonio Petti, da una copertina di Enzo Lauria, da una dedica di Sonia Tafuri e da una post-fazione di Vinz Notaro.

Già dalla prima lirica ci rendiamo conto della potenza “atomica” e sessuale dei versi che travolgono e incuriosiscono il lettore. Si tratta di un Eros pieno di odori, sapori e sensazioni che si sviluppano oltre il semplice piano fisico e sfiorano sfere mentali e oserei dire spirituali.
C’è una tendenza a trascendere la propria sessualità e a penetrare in quella dell’amante, infatti, Vinz Notaro nella sua post-fazione rende ben presente la perplessità del lettore che più volte torna a rileggere il nome dell’autrice per capirne l’identità: “Siamo dinanzi a un ardito apparentemente eterogeneo di prime persone differenti: se non fosse per il fatto che abbiamo già appreso che l’autore è una donna, probabilmente ci domanderemmo se di autore ce ne sia addirittura più di uno”.

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Le chine di Antonio Petti si estendono e si imprimono nel lettore, creando un sottile filo nero che lega tra di loro le poesie in modo stretto, incatenando il lettore fra le linee dei versi e le macchie della china.
Un percorso erotico che sfiora l’orgasmo ed afferra saldamente il piacere. Un viatico già tracciato, comunque, dalla splendida copertina di Enzo Lauria, che nella semplicità ha trovato la chiave di apertura e di chiusura del testo.

La poesia è “Avvampami”, pag. 20.

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Confini: Il dove della poesia italiana – Margherita Rimi


margherita rimi

Poesie tratte da “Era farsi – autoantologia 1974-2011”

Paginatura

I tempi dei bambini
mi fanno zoppicare
mi segnano col dito

E quando toccano le cose
l’aria comincia a respiare a disegnare
la sua punteggiatura

Di quello scorrere

Di quelle corse che partivano con noi
di quei tre cerchi di rotaie e cielo
Di quello scorrere sugli occhi il passatempo
al sole che riempiva scarpe e vigne.

E cosa su cosa si sarà fermato
nel bicchiere di vino di mio padre
Notti da passare a notti
e figli da sprecare di premura.

Drammatica del foglio

Si fanno passi perchè si rassomiglia
perchè si torna in mente all’illusione
al sogno che ha tenuto labbra e veglia

A ventagli si aggiungono le mani
le ossa le vertigini dell’anno

a muovere questo giuramento
alla bellezza.

*

E’ sbandamento il tempo.

Il corpo è a dismisura
ovulo bianco
gestazione vuota.

Le voci dei bambini

per Agota Kristof

I

La madre pettinava la bambina
lavava la sua faccia
– Mi fai male nella testa –

E lei chiudeva gli occhi
Nascondeva le bambole
prima di addormentarsi

E a chi nascondeva gli occhi
era un segreto
bianco sul foglio bianco.

II

Vado piano per la strada

Gli aquiloni lo chiamavano
per nome

potevo nascere due volte.

– Papà dove mi porti? –

III

Il bambino cattivo

La storia nascosta
ricompare
patto di gomma e di matita

Neanche mia madre se ne accorge

A disegnare quelli che sono veri
ti voglio dire questo “gioco”

Qui ho il vetro nella gola

A disegnare quelli che sono veri:
a disegnare per ultimo mio padre.

IV

Hanno detto che era una bugia
o forse che era un sogno

“Io. Sono. Il bambino cattivo.”

“Non devo parlare”
“Non si tradiscono i segreti”.

Misure

Colpevole di me
mi giro intorno
mi prendo per la taglia e per il collo

Faccio di mani e non fingo intese
orecchio che sibila, ecchimosi di prova.

Non posso nulla. L’altro non somiglia
Vuole risposte e in più misure
al corpo che voleva.

Il figlio delle “donne”
Il figlio cambiato

Io sono il figlio dalla nascita rubata
sono il codice mancato di mia madre
La lettera distonica del soma

Acqua nello specchio
anomalia del rifiuto.

Talé-talé

Talìa talìa
è l’ùmmira ca passa
e occhiu nunn’arridedi

Me matri facìa tanti pinzera
cummigliava la notti e lu spavuntu

E ora
abbissa stu mmurmuriarisi
di corpu
di fogli
a li spartenzi.

Guarda guarda
Guarda guarda / è l’ombra che passa / e occhio non si ferma // Mia madre faceva tanti pensieri / copriva la notte e lo spavento // Ed ora / indovina questo lamentarsi / di corpo / di foglie / ai distacchi.

Simmetrie degli spazi vuoti – Mariasole Ariot


L’al di là dei corpi è un libro che non ho mai letto, le nostre tracce si lasciano afferrare, che viene dopo
avanza e non di testa, chi si ritrae nudo
perde colore dagli occhi

Simmetrie degli spazi vuoti - Mariasole Ariot

[Queste sono parole che non dovrebbero uscire, le mie come le tue, cara Mariasole. Formandosi vorticose a mulinello, dovrebbero sparire nel centro nero profondo del corpo, in quel baricentro che, è fin troppo chiaro, per l’essere umano artificializzato non esiste più. Queste parole non trovano l’esatto spazio esterno, il corrispondente, l’incastro altro dove esistere e così resistere. Scivolano, di qua e di là, tra le pareti, tra i confini, sono perfettamente liquide. Scivolano e noi con esse. E non solo. Incrinano esse stesse lo spazio, lo deformano, se poi è vero che il nostro spazio ha una forma. Queste parole hanno, incredibilmente, una forza dinamica e insieme statica. Sfidano, con passione dolorifica, le nuove leggi globali e le vecchie, quelle locali. Diventano, o già sono, glocali: località dell’io più globalità del voi. Immersione e slancio. Dentro e fuori che si trasformano in simmetria: Simmetrie degli spazi vuoti (Mariasole Ariot, Arcipelago Edizioni, 2012).]

Le simmetrie che c’eravamo dati sfuggono al reale, il suono ci sovrasta, strisciamo a terra come serpi e ci inganniamo: le piccole variazioni sono mutamenti radicali.
Una luce
l’odore del terriccio
il petrolio che hai gettato
le orme che lasciamo per pudore permettono una traccia.

Dove l’esterno è tormenta, noi rientriamo.

[Non più un sistema che si auto organizza dentro l’ambiente, che crea i limiti del suo agire, che si auto produce. Ma un sistema che si liquefa dentro/fuori l’ambiente. I limiti si spostano all’estremo, oltre la percezione umana. Non c’è più produzione o distruzione, c’è solo un esistere per quello che si è. Sistema e ambiente, dentro e fuori, esistono al contempo. La frontiera è superata. Permane una solidarietà salvifica. Ma solo per pochi attimi. Non più spazio, ma posto, riparo, per la vita. E tutta la vita. Queste parole conducono al passaggio, arrendevoli più che coraggiose. Perché non può che essere così. Lì giù, quando toccheremo il fondo. Ci scioglieremo, sembra che dicano. Si liquiderà tutto, porteremo con noi anche le pareti. Non c’è speranza. Non più dentro. Non più fuori. Persa ogni simmetria. Sarà anomia. Sarà caos. Non un ritorno a casa. Infesteremo con la nostra vita tutto l’essere possibile. Né dentro né fuori, saremo tutto l’essere possibile. Per un attimo appena. Poi torniamo qui. Tornano i muri, tornano le sbarre. Torni in te. Torna il limite. Ancora immerso nel sistema. Torna l’oltre che agogniamo. In sé, non c’è speranza alcuna, ma dentro queste parole sembra di carpire che c’è. Forse.]

Perché qui la vita è al suo grado zero: pura vita che si frantuma senza il peso dell’altro come macigno ma per decomposizione interna. La vergogna è perduta per sempre, non c’è mai stata, è un gatto che piscia sul letto, una donna senza denti che getta la dentiera sul piatto, un urlo senza oggetto aggrappato ad un carrellino feticcio, i giornali di tre giorni prima, la porta che si apre a tratti da un carrello di alluminio come una visione straziante, e tutto segna esattamente questo: non la perdita di dignità – semmai il suo superamento – ma la perdita del rossore, della vergogna.
G. mi chiede di giocare a calcetto, e io non so giocarci, ma sto vincendo. A metà partita mi chiede di farci fuori a vicenda: sbatto la tua testa al muro, e tu la mia, contemporaneamente, e così ci salviamo.

Perché l’inferno è sempreverde, ciò che può cambiare non cambia, la muta è al di là delle sbarre, i rampicanti siamo noi che finalmente decidiamo di uscire.

Mariasole Ariot è nata nel 1981. Nel 2012, ha pubblicato su «fiabesca.blogspot» il racconto La bella e la bestia. Altri testi si trovano su «Nazione Indiana», «Il primo amore», «Metromorfosi Infocritica». Collabora alla rivista «Lo squaderno» e al blog letterario «Poetarum silva». Simmetrie degli spazi vuoti è la sua prima raccolta.

[Chiappanuvoli]

Luciano Nota: alcuni testi da “Tra cielo e volto” – Edizioni del Leone


NOTA copertina seconda

NEL CIELO

Ho più nidi di te
un platano in meno.
Ma tu che vivi sui picchi
sul miele
lasciati cantare
la camera informe.
Ho amici tra i cirri
uccelli
dalle larghe vedute.
Proprio oggi
uno di loro
m’ha detto
che nel cielo
è più facile perdersi.

VITA

La tengo immortale
poco distante
dalla tomba di mare
che potrebbe inghiottirla.
E’ una sacca essenziale.
Mi chiama per nome.
Mi porta con sé
sui prosceni del mondo.
Da attenta signora
mi offre con tatto
arnesi e stivali.
Sa bene che il tacco
è uno squillo ad incastro.
Non sa che il ventaglio
è una scatola chiusa.

ORA

Dobbiamo sfare ora
gli schermi allo specchio
vederci alla maniera
di due probi barboni.
Abbiamo intriso gli ormoni
in lavabi assai lustri
troppe volte soffocati
da stridi in giuntura.
E’ ora che il tuo riso
si mescoli al mio
ti dia il mio solco
carminio di fuoco.
Puoi certo annoverarmi
tra i folli ordinati.
Posso io seguitare
a pensarti
a cercarti
ad amarti?

MARE

Prendi il mare.
Ma se proprio non puoi
prendi il fiore più vicino
quello che nel giardino non si stanca
di urlare amore.
Nello stesso luogo
prendi l’ape
ma se essa ti sfugge
cerca l’insetto tra le mura di casa
nel posticino più anelante
che porta al sangue.
Quando questo sarà fatto
e il pezzo d’occhio
sparso sullo strato
dal girone degli ingorghi
passerà ai ponti
allora vedrai
sarai tu il mare.

LASCIATEMI SOLO

Lasciatemi, lasciatemi solo.
Cerco nel mio regno
un cunicolo di cielo.

ioio

Luciano Nota è nato ad Accettura in provincia di Matera. E’ laureato in Pedagogia ad indirizzo psicologico e in Lettere Moderne. Vive e lavora a Pordenone svolgendo l’attività di Educatore. Ha pubblicato: “Intestatario di assenze” (Campanotto 2008), “Sopra la terra nera” (Campanotto 2010), “Tra cielo e volto”(Edizioni del Leone 2012, prefazione di Paolo Ruffilli, postfazione di Giovanni Caserta). Sue prime poesie sono state pubblicate su varie riviste letterarie e in diverse antologie: “Solo buchi in un barattolo” (Ibiskos- Ulivieri 2011, a cura di Aldo Forbice), “Poesie del nuovo millennio” (Aletti 2011), “Arbor poetica” (LietoColle 2011), “Dedicato a…Poesie per ricordare” (Aletti 2011), “Parole in fuga” (Aletti 2011), “Tra un fiore colto e l’altro donato” (Aletti 2012), “Agenda 2012” (Ibiskos-Ulivieri), “Verba Agrestia” (LietoColle 2012)., “Le strade della poesia ” (Delta 3 Edizioni, 2012) “Poesia contemporanea” (Kairòs Edizioni, 2012, a cura di Ninnj Di Stefano Busà e Antonio Spagnuolo). Nella trasmissione di Rai RadioUno Zapping a cura di Aldo Forbice sono state ospitate molte sue liriche. E’ presente sul blog di Poesia Rainews24 a cura di Luigia Sorrentino, sul blog di Nazario Pardini “Alla volta di Leucade”,il blog “Poetrydream”di Antonio Spagnuolo, il blog “Moltinpoesia”, “LucaniArt Magazine”, 2 liriche sul sito di RaiRadioTre. Una sua lirica è stata ospitata nella trasmissione “L’uomo della notte” sezione “Poetando” condotta da Maurizio Costanzo.

Livia Signorini


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Livia Signorini vive e lavora tra Roma e Milano. Collagista di livello, specialità a cui si dedica da molti anni, ha esposto in diverse gallerie nazionali e internazionali.  Nel 2012  ha illustrato per Tara books la ristampa del libro di Charles Dickens “Pictures from Italy”. Questo importante lavoro artistico le ha dato modo di esercitare al meglio la sua capacità di “narratrice per immagini”, qualità che la contraddistingue, così come il paziente e certosino amore di ricerca per immagini insolite e antiche. Ho acciuffato per un soffio Livia Signorini, in procinto di partire per Parigi; lei, scusandosi per la brevità delle risposte perché molto di fretta, ha comunque accettato gentilmente di rispondere alle domande della mia intervista. Le immagini relative al testo di Dickens sono rigorosamente  strette nel copyright che appartiene a Tara Books. Al fondo dell’articolo ho però indicato il link di Amazon dove è possibile acquistarlo o  concedersi una Preview del libro e di alcune bellissime illustrazioni. A seguire anche il link al sito personale di Livia e della casa editrice Tara Books. Enjoy.

Copertina di Pictures from Italy - Tara Books 2012

Copertina di Pictures from Italy – Tara Books 2012

Salve Lidia, grazie di essere qui. Come è avvenuto il suo incontro con il Collage come forma d’Arte e cosa rappresenta per lei questa scelta?

È un incontro dell’infanzia: mia nonna ne faceva di bellissimi, decorativi, su temi cromatici. Poi ho cominciato a interessarmene e ad apprezzare quelli di grandi artisti, molto diversi tra loro, come Switters o Ray Johnson. E’ un’arte molto onirica; come in sogno si tratta di associare forme o soggetti all’apparenza diversi tra loro ma in realtà uniti da un legame sottile.

Lei ha realizzato le illustrazioni della riedizione del libro di Charles Dickens  “Pictures from Italy”curata da Tara Books, un lavoro molto ampio, composto da undici tavole a colori e bianco/nero in cui ci racconta con i suoi collages le impressioni Dickensiane del viaggio che compì nel Bel Paese nel 1841, in giovanissima età. Vuole parlarcene?

Nel leggere il viaggio di Dickens, quando mi è stato proposto, ho avuto la sensazione di una visione molto a volo d’uccello, anche se particolareggiata, dell’Italia. Ho quindi cominciato ad immaginare delle carte geografiche, magari antiche ma non troppo, su cui svolgere le illustrazioni. Per il resto ho seguito le impressioni più forti ricevute da ogni descrizione di città: l’uccellino del Colosseo, le montagne oltre il Duomo, Venezia notturna, il Vesuvio innevato. Ho fatto un lungo lavoro di ricerca sulle immagini da collagiare:  sono tutte rare e antiche, pescate in diversi mercati o da antiquari di libri, e poi adattate attraverso un lungo lavoro di fotocopiatura e photoshop.

Storia 1, 2009, collage, cm 300 ca.

Storia 1, 2009, collage, cm 300 ca.

Cosa ha significato per lei illustrare un autore così noto e amato in tutto il mondo e quanto ha influito sulla creazione del suo lavoro in termini di sensibilità artistica e affinità intellettuale?

E’ stata una grandissima avventura e sfida, e un onore, non c’è altro da dire.

Ho avuto modo di vedere sul suo sito i suoi collages di grandi dimensioni; alcuni superano anche i quattro metri. Perché  la scelta di una così grande dimensione e quale messaggio “narrativo” intende comunicare tramite essi?

I grandi collage raccontano delle complicate storie oniriche e hanno quindi bisogno di un lungo percorso. Una di queste storie è stata anche poi scritta – a collage finito – quindi potrei dire “interpretata”, dallo scrittore Giovanni Nucci.

Film 1, 2008, collage, cm 300 ca.

Film 1, 2008, collage, cm 300 ca.

Quale è la nota di unicità che la tecnica del Collage è in grado di comunicare rapportata ad altre forme artistiche?

A me interessa la profondità che si riesce ad ottenere e mi diverte sempre combinare associare mischiare immagini diverse, stampe con vecchie foto, cartoline e miei disegni. Ottenere una sorta di piatta tridimensionalità che la pittura non è in grado di restituire.

Federica Galetto

§

Amazon

http://www.amazon.com/Pictures-Italy-Charles-Dickens/dp/9380340168/?tag=braipick-20

Tara Books

http://www.tarabooks.com/

Livia Signorini

http://www.liviasignorini.net/index.htm

Immagini di Livia Signorini e Tara Books ©

Presentazione di “Walter Ego”, un corto di Alessio Perisano, a Portici


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La serata di presentazione del nuovo corto di Alessio Perisano, intitolato Walter Ego, ha avuto luogo nel cuore di Portici in uno stupendo locale con entrata gratuita. Nel pubblico c’erano anche l’attrice Nunzia Schiano e l’attore Niko Mucci.

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Dopo una veloce presentazione del regista parte il corto. Come è intuibile dal Trailer, il protagonista che non è molto attraente esteticamente, per piacere alla donna dei suoi sogni si traveste. Dopo un discorso con un suo amico decide di cambiare tecnica per sedurla con la sua vera personalità.
Il corto risulta davvero simpatico e molto accattivante, ed è difficile trattenere più di un sorriso. L’intero film, dà continui spunti di riflessione allo spettatore attento: dalla comprensione di come le piccole cose possono in alcuni casi diventare grandi e soprattutto di come troppe volte ci interessiamo ad apparire e ci dimentichiamo di essere.
È sempre piacevole pensare come questi ottimi prodotti vengano oggi realizzati da giovani che pensano più a soddisfare e ad assecondare le proprie passioni, che a trarre un continuo profitto economico da qualsiasi produzione loro facciano (fra l’altro, molte delle persone che hanno collaborato con questo corto hanno anche lavorato al film VITRIOL di Francesco De Falco).

Il regista ha annunciato l’intenzione nel produrre prossimamente un corto sul noto romanzo di Herman Melville, Moby Dick.

Di seguito inseriamo il cortometraggio che dopo la serata è stato caricato su YouTube per consentire la visione anche a chi non ha potuto direttamente partecipare alla prima.

Dopo la proiezione del film ed un’altrettanto simpatica discussione con gli attori si è dato spazio al gruppo musicale “Resistance” che si è esibito con cover che spaziavano dai Muse agli U2. Intanto al buffet venivano offerte alcune piccole consumazioni offerte dal regista.
C’è stata molta partecipazione all’evento, e tra gli spettatori c’erano molti giovani (e personalmente ho anche avuto modo di chiacchierare con persone deliziose).

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Il regista ci ha rilasciato l’intervista che segue.

Benvenuto su Words Social Forum, prima di tutto quanto è importante ottenere un buon prodotto e diffonderlo gratuitamente?

Innanzi tutto, salve e un grazie a voi tutti. Ti risponderò parlando proprio di “te”. Infatti tu fai parte di quella grande opportunità che noi filmmaker adoperiamo per poter diffondere i nostri lavori. Oggi internet rappresenta la vera arma vincente per tutti noi.
La mia passione, non è solo fare cinema, ma utilizzare il cinema per emozionare il pubblico con i miei racconti: racconti che vengono raccontati da altre persone, attori che vivono quelle storie come se fossero le proprie. E solo il pubblico ha il diritto di esprimere e dire se quel racconto, è un buon prodotto. In effetti, noi parliamo di persone, ed è alle persone che è rivolto il tutto. Con questo affermo la bravura degli attori e la loro professionalità. Hanno fatto davvero un ottimo lavoro.

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Qual è stata la parte più difficile nella produzione di questo cortometraggio?

 In base alla mia esperienza posso francamente dirti che, il campo di battaglia è fondamentale per la vittoria della guerra. Molte cose si decidono in pre-produzione. Devi sapere, che il corto è completamente autoprodotto. Risparmiare su tutto per racimolare la quantità giusta di denaro che ti serve per realizzare il tuo progetto, è tanto sacrificante quanto gratificante. Decise le pedine sulla scacchiera, scelti i giusti collaboratori (tra cui un grande sceneggiatore nonché filmmaker come Giovanni Mazzitelli), non ti resta altro che girare. Credo quindi, che la parte più difficile sia stata la pre-produzione. Con questo non ti nascondo i numerosi imprevisti che mi sono capitati, tipo: subire la rottura della cinepresa all’alba delle riprese, girare con un braccio ingessato, e … mi fermo qui.

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Cos’è significata per te l’esperienza di VITRIOL?

 Per me VITRIOL è sinonimo di maturità e di conoscenza dei mezzi, oltre che delle proprie possibilità. Per me VITRIOL è scoprire se stessi, e capire ancora una volta che la mia linfa vitale è il cinema.
VITRIOL è stato un lavoro del mio carissimo collega (e prima di tutto amico) Francesco Afro De Falco; mi ha permesso di capire che quando ci sono delle idee veramente valide – e si è determinati a volere una cosa – la si ottiene … ma come dicevo prima il gruppo è importante, e su VITRIOL c’era un grande gruppo di professionisti del settore che ha sacrificato tutto per il compimento del lavoro. Molti di loro hanno accettato di lavorare su WALTER EGO proprio perché si fidavano di me. Non dimentichiamo poi il grande e unico protagonista … il produttore del film Salvatore Mignano: è grazie a lui se il film si è potuto concretizzare.

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Sei soddisfatto della presentazione?

Si, sono molto soddisfatto e dalla reazione del pubblico, credo che sia piaciuto. Volevo cogliere l’occasione per ringraziare ancora una volta, tutti coloro che hanno lavorato. Posso?

Cast Artistico
GIUSEPPE CERRONE
VALERIA LUCHETTI
FRANCESCO PROCOPIO
GIACOMO MANNA

Cast Tecnico
Sceneggiatura: GIOVANNI MAZZITELLI
Assistente alla regia: MARIO VEZZA
Fotografia: LUCA CESTARI
Assistente fotografia/Macchinista: ALESSIO CELENTANO
Trucco e costume: MARY SAMELE
Scenografia: FLAVIANO BARBARISI — ANNA SENO
Assistente trucco: SVEVA GERMANA VIESTI
Presa diretta/mix and Sound design: STEFANO FORMATO
Musiche: ADRIANO APONTE
Disegni e grafica: LUCA PERISANO
Assistente disegni e grafica: UMBERTO COPPOLA
Sottotitoli: ORNELLA DE CAPRIO

Ringraziamento speciale va anche a mio fratello Andrea e alla sua collaborazione per gli effetti visivi sul corto, anche lui nell’ormai famoso gruppo di VITRIOL nel settore però degli effetti visivi.

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Hai idee per il futuro?

Come sai mi è stato fatto un regalo. L’artista Sara Petrella ha dipinto per me una straordinaria immagine che ritrae il capitano ACHAB E LA MOBY DICK, come augurio del mio prossimo lavoro.
Spero di aver soddisfatto le tue domande e ricomincio subito a lavorare. Ringrazio te e il tuo staff per questa occasione e ti porgo i miei saluti.

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Tra gli attori siamo riusciti ad intervistare Giacomo Manna e Valeria Luchetti riguardo ciò che per loro ha significato partecipare a questo corto.

Giacomo: La partecipazione a questo corto ha significato principalmente credere nelle potenzialità di Alessio. Se un giorno sarà fortunato potrò dire “quando girò il suo primo film c’ero anche io”.
Per la mia prima esperienza da “attore”, ti dirò che mi sono molto divertito e ho capito che fin quando c’é un gruppo di lavoro unito e leale, ci sarà sempre un ottimo risultato. Spero che ci saranno altre occasioni, anche in ruoli diversi, per farvi divertire ancora.

Valeria:  Trovo assolutamente indispensabile che giovani del territorio con la passione per il cinema si uniscano per portare avanti progetti anche a basso costo; tutti impariamo qualcosa e l’importante non è realizzare il capolavoro ma lavorare e crescere insieme. Alessio e Giovanni sono stati molto bravi a tenere insieme il gruppo, a comunicarci le loro immagini, le loro idee e a credere tanto nel loro progetto. Io sono stata molto contenta di parteciparvi e ho imparato molto dai miei errori e dal lavoro degli altri. Lo rifarei!

Gruppo Facebook: https://www.facebook.com/groups/APProduction/
Canale YouTube di Alessio Perisano: http://www.youtube.com/user/Alexander055

Exit – Alicia Giménez-Bartlett (Sellerio Editore 2012) – di CorpiFreddi Itinerari Noir


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Stupefacente è il primo aggettivo che mi viene in mente. Come ci immaginiamo la nostra morte? Vorremmo pianificarla, organizzarla, recitarla? Ci si può uccidere senza una apparente buona ragione? E decidere di morire deve per forza averla una buona ragione? E’ stato il romanzo di esordio della Bartlett, pubblicato solo adesso in Italia e per quanto, di solito, insospettiscano uscite tardive di opere prime di autori all’apice del successo, EXIT non delude. E’ una storia di paradossi, un romanzo dai toni vagamente surreali, che porta la mente ad ondeggiare, come la risacca sulla battigia, tra il tragico e la parodia.

EXIT è il nome, evocativo, di una residenza di classe, di una clinica per privilegiati, che si permettono il lusso di scegliere, quando e come congedarsi dalla vita. Sono assistiti da due medici, fini esteti e da una spigolosa infermiera che ha, fra le sue doti, capacità culinarie sopraffine. E si, perché ad EXIT si passano giornate allegre, fra pranzi, balli, banchetti, cibi raffinati e litri di champagne, discussioni e piacevoli chiacchierate. E’ un posto accogliente, elegante, circondato da un parco lussureggiante, dove si paga perché la vita sia gioiosa, fino a quando ciascuno non decida modi e tempi per andarsene. Il contratto, però, è a termine, scade allo scadere della stagione: chi non si suicida deve salutare e lasciare spazio agli ospiti successivi. Non ci sarà un secondo giro, non ci sarà una seconda possibilità. E la morte arriva, a interrompere per un momento la gioia artefatta della vita di comunità. E’ accompagnata da cerimonie bizzarre, che richiedono coreografie dettagliate. In un mondo che ha perso il senso del vivere e forse del morire, le vecchie liturgie non consolano più, se ne cercano altre, probabilmente vacue, ma su misura, come se fossero l’ultimo vestito da indossare per l’estrema rappresentazione di una vita che non si sa più vivere, ma solo recitare e rivedere nello sguardo degli altri, non amici, non parenti, neppure nemici, bensì pubblico.

Potrebbe sembrare un romanzo sull’eutanasia, in realtà è molto altro, ad EXIT non vanno i malati, anzi, per essere ammessi, occorre certificare di non essere affetti da patologie fisiche né tantomeno essere depressi, serve solo la volontà di farla finita. Badate bene, la volontà, non una presunta, ragionevole, socialmente accettabile, buona ragione per farla finita.

La Bartlett ha l’animo dell’investigatore e questa volta indaga, senza ipocrisie e con i tratti ironici che contraddistinguono il suo scrivere, nell’anima di una borghesia e di una società annoiata, alla quale sono venuti a mancare gli strumenti tradizionali e gli anticorpi per affrontare alla vita. Fra situazioni grottesche e colpi di scena, la tensione resta alta ed è facile scivolare nel mondo surreale di EXIT, sentirsi parte della strana compagine li radunata per morire, ma che ne frattempo vive, ama, odia, soffre e finisce, in poco tempo per diventare intima, un gruppo di amici, pronti a vivere e a confondersi nella partita del fato, del sentimento e dell’estrema decisione.

Non è un romanzo sulla buona morte, ma sulla cattiva vita, sulla mancanza di senso, o dell’incapacità di trovarlo, in noi e in quelli che ci stanno accanto, compagni scelti od occasionali di viaggio. Non c’è consolazione, non c’è disperazione, c’è una visione laica del vivere e del morire, che si apre con sguardo estetico ed estatico verso la bellezza della vita. Il senso del tragico scolorisce nell’ironia della prosa, nel fraseggio teatrale del testo, nello spazio chiuso della villa e nell’arco temporale di un’estate.

E’ un testo attuale, capace di molti registri e di strappare qualche risata, sicuramente di accompagnare verso riflessioni che prima o poi tutti incontriamo sul nostro cammino. E’ anche una sorta di manifesto del pensiero dell’autrice, si trovano già tutti i temi della produzione successiva il femminismo, il senso del tragico della vita e il tentativo di affrontarla sorridendo, senza prendersi troppo sul serio, mostrando quanto la vita, con i suoi paradossi, possa essere comica, per coloro che abbiano voglia e il coraggio di ridere.

articolo di Francesca Fossa – Corpifreddi Itinerari Noir