La missione per la colpa – Coleridge


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Capita, come fosse atto senza coscienza, di uccidere un innocente. Da questo immotivato atto, capita di iniziare un viaggio che porti a cercare spiegazioni e non trovarne.
Capita di portare il peso dell’innocente cadavere intorno al collo ed essere così privati della visione della bellezza della natura: condannati e privati della visione dell’alto, a testa in giù stare nei passi di terra e trascinarsi con la colpa da espiare.
Capita, inoltre, di veder apparire un nave sospinta da nessun vento, da nessuna corrente, e che questa “nuda carcassa di nave” abbia due unici passeggeri, due donne impegnate in una partita a dadi, Morte (Death) e Vita-in-Morte (Life-in-Death).
In breve potrebbe essere la trama di un film dell’orrore o di una profezia biblica che tutti potremmo sperimentare durante un viaggio al limite del reale. Invece, parliamo di Coleridge e la sua “The Rime of the Ancient Mariner”, un classico del romanticismo inglese, nonché capolavoro della letteratura mondiale.
Parliamo di un vecchio marinaio che ferma tre invitati pronti a recarsi ad una festa, felici ed elegantemente vestiti, di un vecchio marinaio straccione che gli invitati cercano di scansare in tutti i modi.
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«Perché mai avrebbero dovuto fermarsi?» Non avevano tempo per colui che tutto sembrava tranne che una persona, molto di più un vecchio diavolo. Uno degli invitati riesce anche a divincolarsi dal vecchio, dalla sua mano rinsecchita, ma ancora potente nella presa. Lo offende, pure. Poi, improvvisamente la scena cambia e i ruoli si sovvertono. Per quale motivo l’invitato decide di voler ascoltare il vecchio, la sua storia? Non ci è dato sapere.
Sappiamo solo che lui, così elegantemente vestito, si siede su di una pietra per ascoltare il vecchio, che non è più un adulto, bensì un bambino di tre anni, che gli occhi del vecchio sono riusciti a catturarlo: “Non poteva fare altro che ascoltare.”

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“C’era una nave…”
Una nave che viaggia sull’onda del ritmo dell’intera opera alternato in otto sillabe – quattro giambi, sei sillabe – tre giambi, il cui stile elaborato è arricchito di assonanze, consonanze e ripetizioni nonché figure retoriche che danno al testo una particolare patina letteraria.
C’era una nave…
…compagna fedele che segue le “tappe” del viaggio del vecchio marinaio e della sua maledizione. Spinta verso l’Antartide, intrappolata in una tempesta, tanto da finire nei pressi del Polo sud. Il ghiaccio impedisce alla nave di muoversi e i marinai temono per la loro sorte.

“The ice was here, the ice was there,
The ice was all around:
It crack’ed and growl’d, and roar’d and howl’d

It crack’ed and growl’d, and roar’d and howl’d
Like noises in a swound!


Il ghiaccio serra la nave da ogni parte, il legno comincia a scricchiolare…
Improvvisamente, attraverso la nebbia, arriva un uccello bianco, un albatro “uccello pio e di buon augurio” (the pious bird of good omen), da Coleridge paragonato a “un’anima cristiana”. I marinai lo accolgono, gli danno da mangiare, vi giocano insieme, l’uccello accorre ai loro richiami. Poi, senza alcuna ragione, con un atto “infernale” (“a hellish thing”), il vecchio marinaio abbatte l’albatro con la balestra:
“With my cross-bow
I shot the Albatross!”
Da oltre due secoli ci interroghiamo su questo crimine inaudito, ancora più tremendo di quello di Caino, che aveva ucciso, sì, ma per invidia del fratello. L’uccisione dell’albatro, invece, non ha alcuna giustificazione, rappresenta il Male assoluto, il male che non ha bisogno di moventi, perché è insito in ciascuno di noi, sembra dire Coleridge. Per questo l’unica cosa che dice è: “I shot the Albatross!” Perché il bene ha bisogno di spiegazioni, non il male! Il male è solo male, un colpo, niente più.
La nave cade sotto un maleficio, Dio stesso sembra aver abbandonato il mondo, la brezza ha cessato di spirare. La nave si arresta in mezzo all’oceano.

“Water, water, everywhere,
Nor any drop to drink!”

“Acqua, acqua ovunque,
e neanche una goccia da bere! “

Ecco la punizione divina si abbatte sugli uomini, privandoli dell’acqua, del segno della sua benedizione.
La ciurma, prima consenziente in maniera ambigua, ora accusa apertamente il Marinaio per il suo delitto, apponendogli al collo il cadavere dell’albatross.
I marinai iniziano a morire di sete, nessuna salvezza intravedono all’orizzonte, quando improvvisamente appare un’altra nave, fantasma, con due soli naviganti a bordo: Morte e Vita –in- Morte che si giocano a dadi le vite dei marinai.

morte e vita


L’unico a sopravvivere è il Marinaio che da questo momento è condannato a vivere perseguitato dal ricordo dei compagni morti e da enormi serpenti marini che si agitano in mare.
Il castigo per il Marinaio è ancora più terribile della morte stessa: vivere in solitudine, senza la speranza della pietà di Dio, con l’animo tormentato e in continua agitazione: il cor inquietus di Sant’Agostino, che trae la sua radice nell’origine della colpa, della maledizione dell’orfano.
Il Marinaio è maledetto e inquieto, come l’orfano tratto dal cielo e portato all’inferno.
“An orphan’s curse would drag to hell
A spirit from on high”.
Chi è l’orfano di cui parla Coleridge? A nove anni Coleridge perde il padre, una morte che, come dice in una lettera del 1797, egli riesce a presentire e che provoca in lui un profondo senso di colpa, effetti disastrosi. Atteggiamento comune a tanti altri bambini come dirà in seguito il dott. John Bowlby, incapaci di elaborare il lutto, soprattutto quello di un genitore e arrivare, addirittura, ad attribuirsi la colpa della morte del genitore.
Coleridge, per tutta la vita, si sentirà insicuro, indeciso, privo di volontà, un morto in vita, pieno di disprezzo e di sfiducia in se stesso.
Ma la maledizione del Marinaio è più terribile di quella dell’orfano: il marinaio è costretto per sette giorni e sette notti a vivere in compagnia della morte dei suoi compagni, non essendo lui morto. Al settimo giorno, le creature marine, un tempo viscide ai suoi occhi, diventano meravigliose, le vede uniche e meravigliose tanto da fargli esclamare
“O happy living things!
Il Marinaio inconsciamente (“unaware”) le benedice, si accorge di potere finalmente pregare, e in quello stesso momento l’albatro, che gli era stato appeso al collo, gli cade e affonda nell’acqua. Un miracolo! Un miracolo prodotto dal riconoscimento della bellezza del creato e delle creature che Dio ha fatto e ama” (“love and reverence to all things that God made and loveth”).
Sembra un lieto fine, la maledizione ha fatto il suo corso, l’equilibrio della natura è stato ristabilito, ma il Marinaio non può interrompere la sua missione: ammonire gli uomini, quelli che lui stesso, ora, sente figli di Caino, coloro che come lui si sono macchiati di delitti orrendi o desiderosi di acquisire maggiore saggezza, anche se accompagnata da maggiore tristezza.
Il Marinaio rimane escluso dalla comunione degli altri uomini, non partecipa a banchetti d’amore, a matrimoni simboli di patti con il divino, lui resta fuori a fermare uomini, ad “arrestarli” con il suo “strano potere di linguaggio” e gli occhi scintillanti ai quali nessuno può sottrarsi, al loro incantesimo.
Ma cosa deve insegnare il Marinaio?
Ce lo dice Coleridge stesso ovvero l’antico marinaio prima di prendere congedo dal suo ascoltatore e da noi che lo ascoltiamo con altrettanto incanto:

“He prayeth well, who loveth well
Both man and bird and beast”.

“He prayeth best, who loveth best
All things both great and small.”

“Prega bene, chi ama bene
l’uomo, l’uccello e la bestia”

“Prega bene, chi ama bene
tutte le cose, le grandi e le piccole”


Il suo è un messaggio d’amore che usa lo splendore delle creature, di un Dio che vuole essere amato e adorato attraverso le sue creature, tutte, nessuna esclusa: il sole, la luna, le stelle, le piante, gli animali, il vento, l’acqua, l’uomo, ogni cosa, le grandi come le umili, le cose belle come le brutte, brutte come quelle “migliaia e migliaia di cose viscide” di cui riesce a vedere la bellezza e la corrispondenza che Ermete Trimegisto esprimerà in altro modo nella sua Tavola Smeraldigna : “Il visibile è il simbolo dell’invisibile”
In questo modo c’è nel mondo una redenzione e una continua teofania.

 

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Picasso


PICASSO Capolavori del Museo Picasso, Parigi

10 novembre 2017 – 6 maggio 2018

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Il pittore catalano ritorna sulle coste liguri con una retrospettiva di circa cinquanta opere provenienti dal museo Picasso di Parigi. Le stanze di Palazzo Ducale accolgono nuovamente le figure e gli schizzi preparatori dell’artista che viene qui raccontato attraverso le sue tele più personali e intime.

L’evento visitabile fino al 6 maggio, cerca di ripercorrere tutte le fasi salienti della vita artistica e personale dell’uomo prima e del mito poi, posizionando l’attenzione sulla quella fase di passaggio che conduce all’abbandono della figura in favore della geometria.

Le tele presenti nelle sale coprono quasi tutta la produzione del pittore accennando il periodo rosa e focalizzando altresì l’attenzione sulle donne, presenza costante e fondamentale nella vita personale del Picasso uomo.

I primi anni del Novecento danno vita alla fase più meramente e stilisticamente figurativa in cui il giovane autore omaggia i suoi miti. Basti ricordare la rappresentazione plastica delle Bagnanti, opera del 1918 che ricorda da vicino le linee orientaleggianti di Igres e accompagna verso i tumultuosi anni Trenta. Un periodo di transizione e oscurantismo storico questo che modificherà il suo stile portandolo ad essere più spigoloso e indefinito. Il periodo azzurro conduce pertanto ad una stilizzazione delle forme che mutano talmente tanto da diventare scomposte e sovrapponibili. In questa serie di dipinti troviamo la parte più profonda del pittore che sfocerà nel capolavoro novecentesco conosciuto ai più, come la Guernica. La violenza della realtà si modifica e trasforma in una serie di pennellate sempre più nette e definite, mostrando un doloroso percorso di nascita e revisione di un futuro sempre più colorato d’azzurro.

Quello che colpisce ancora, sono le figure orripilanti dei bambini, che vengono rappresentati con occhi grandi e privi di innocenza. Come se l’infanzia evidenziasse già l’angoscia del vivere. La dualità della scomposizione dei volti è ritrovabile soprattutto nelle espressioni femminili presenti nei ritratti di Dora Maar e Marie Thérese Walter . Il viso diventa dunque luogo di sperimentazione, un campo conosciuto di ricerca dove poter trovare del vecchio per crearci del nuovo.

La guerra civile spagnola aggiunge nuova linfa alla sua arte che diventa ancora più stilizzata e viscerale. Da questo momento il cubismo si astrae mostrando la semplicità del male in tele ampie e ricche di azzurro. La liberazione dal Regime porta nuovamente il pittore ad aprire alla luce, che ora ritorna prepotentemente alla ribalta. I paesaggi bucolici si fondono con i personaggi formando un’osmosi tra corpo e natura. Qui le figure geometriche assumono una connotazione preponderante nello spazio bianco. Uno stile questo che si ammorbidirà verso gli ultimi anni di vita del pittore che ormai novantenne, dipinge se stesso in modo grossolano ma con lo sguardo rivolto verso lo spettatore. L’ultima occhiata verso un mondo in trasformazione, l’evoluzione ultima di un genio che dopo aver riscritto i dogmi della pittura apre nuovamente al futuro. Un testamento spirituale immenso e irripetibile, perché “ci sono pittori che dipingono il sole come una macchia gialla, ma ce ne sono altri che, grazie alla loro arte e intelligenza, trasformano una macchia nel sole”.

Christian Humouda

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Le bagnanti 1918

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Picasso Pablo (dit), Ruiz Picasso Pablo (1881-1973). Paris, musée Picasso. MP189.

La chambre des reves – La stanza dei sogni


 

 

La chambre des reves – La stanza dei sogni

Gian Luca groppi – Silvia Noferi

 

 

 

 

Gian Luca Groppi e Silvia Noferi s’incontrano e confondono nella Chambre des reves, all’interno dello spazio 46 del Palazzo Ducale di Genova.

La mostra fotografica curata da Virginia Monteverde e promossa da Art Commission è la fotografia emozionale di un attimo. Una pangea che si sviluppa dentro ad una stanza dei sogni, reali ed irreali. Un luogo definito nella forma ma indefinito nella sostanza, all’interno del quale le immagini si muovono fino a prendere vita. Frammenti di esistenze e ricordi sconfinano in un universo onirico di apertura e chiusura verso l’oltre.

Le fotografie sono curate e costruite con maniacale attenzione per i dettagli e cercano di veicolare un nuovo linguaggio comunicativo. Un ponte ideale e ideologico tra i due autori che passa dalla fissità dell’attimo di Gian Luca Groppi all’apertura verso l’oltre di Silvia Noferi.

L’occhio del semplice spettatore si confonde in modo perfetto con quello fotografico dei due artisti producendo uno strano senso di Deja vu. Le rappresentazioni allestite  nella mostra si intrecciano  in un percorso armonico dove  le distanze e le affinità di due mondi interiori  sembrano avvicinarsi, ma contemporaneamente allontanarsi in modo netto e definito. Emerge così la sofferenza dell’esistere, la solitudine e i sogni di due anime. Immacolate e spurie che qui diventano narratrici d’eccezione e danno vita a qualcosa di assolutamente originale. Un circuito che si apre con la maternità leopardiana da un lato e il ricordo sfocato di un banco di scuola dall’altro.

Una mostra “sottovetro” che ci accompagna e ci abbandona sulla linea dello sguardo. In quello spazio in cui il ricordo si ripercuote sull’oltre. Come un’ emozione troppo breve che in un attimo si consuma.

 

Christian Humouda

 

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I consigli WSF di Febbraio


Dopo un lunghissimo Gennaio, ci stiamo abituando pian piano anche al 2018. E perché non farlo seguendo qualche nostro consiglio?

Libri:

9781501175466_p0_v2_s550x406It – Stephen King: con l’uscita dell’omonimo film anche il romanzo più celebre di Stephen King è tornato alla ribalta, per la gioia degli amanti dell’horror. Nonostante King abbia dimostrato, con il tempo, di non essere solo un autore di genere horror ma uno scrittore a tutto tondo, It è il romanzo spaventoso per eccellenza. Un romanzo corale che ricopre quasi trent’anni di vita dei protagonisti, che avanza di flashback in flashback a un ritmo incalzante, e attanaglia il lettore dalla prima all’ultima pagina. La lunghezza del romanzo (parliamo di oltre 1200 pagine) scoraggia molti, ma non bisogna lasciarsi ingannare: lo stile fluido della scrittura quasi non fa pesare la lunghezza. Imperdibile per gli amanti del genere, o per quelli che hanno visto il film e sono curiosi di sapere come andrà a finire. Da evitare, però, se non volete spoiler.

Olga di carta. Il viaggio straordinario: Olga Papel è una ragazzina esile come un ramoscello e ha una dote speciale: sa raccontare incredibili storie, che dice d’aver vissuto personalmente e in cui può capitare che un tasso sappia parlare, un coniglio faccia il barcaiolo e un orso voglia essere sarto. Vero? Falso? La saggia Tomeo, barbiera del villaggio sostiene che Olga crei le sue storie intorno ai fantasmi dell’infanzia, intrappolandoli in mondi chiusi perché non facciano più paura. Per questo i racconti di Olga hanno tanto successo: perché sconfiggono mostri che in realtà spaventano tutti, piccoli e grandi. Un giorno, per consolare il suo amico Bruco, dal carattere fragile, Olga decide di raccontargli la storia della bambina di carta che un giorno partì dal suo villaggio per andare a chiedere alla maga Ausolia di essere trasformata in una bambina normale, di carne e ossa. Il viaggio fu lungo e avventuroso: s’imbatté in un venditore di tracce, prese un passaggio da un ragazzo che viveva a bordo di una mongolfiera e da un altro che attraversava il mare remando. Più volte rischiò la vita, si perse, ma fu trovata da un circo. E quando infine trovò la maga, solo allora la bambina di carta comprese quante cose fosse riuscita a fare…

Olga di carta. Jum fatto di buio: È inverno a Balicò, il villaggio è ammantato di neve, si avvicina Natale. Gli abitanti affrontano il gelo che attanaglia la valle e Olga li riscalda con le sue storie. Ne ha in serbo una nuova, che nasce dal vuoto improvviso lasciato dal bosco che è stato abbattuto, e quel vuoto le fa tornare in mente qualcuno. Anche Valdo, il suo cane fidato, se lo ricorda, perché quando conosci Jum fatto di Buio non lo dimentichi più: un essere informe e molliccio. La sua voce è l’eco di un pozzo che porta con sé parole crudeli, e tutto il suo essere è fatto del buio e del vuoto che abbiamo dentro quando perdiamo qualcuno o qualcosa che ci è caro. Jum si porta dietro tante storie che Olga racconta a chi ne ha bisogno, come dono, perché le storie consolano, alleviano, salvano dal dolore della vita e soprattutto fanno ridere.

Multimedia:

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Bright: Ennesimo film di produzione Netflix, che ormai ci ha abituato a tante produzioni originali e innovative, Bright è un prodotto riuscito a metà: buone le interpretazioni e originalissima l’ambientazione (un mondo moderno dove umani, orchi ed elfi convivono fra di loro con gli inevitabili problemi di stereotipi e razzismo), ma trama non chiarissima e finale un po’ troppo veloce. Da vedere per l’idea e l’originalità della storia, sperando che il già annunciato sequel faccia un po’ più luce su alcuni punti della trama rimasti oscuri.

86ca54d1831c9ca0d58ff4f021292b0cBlack Mirror [4° Stagione]: Le stagioni di Black Mirror targate Netflix hanno diviso i fan in due: chi si dispera per il tradimento delle prime stagioni, e chi accoglie favorevolmente il cambio di rotta dello stile. Che voi siate pro o contro l’americanizzazione di Black Mirror, questa quarta stagione va vista senza ombra di dubbio: gli episodi sono stati girati con maestria, narrati con un alto livello di tensione, e interpretati in modo eccellente (specialmente l’inquietante “Crocodile”). Se proprio non sopportate l’abisso fra le prime due stagioni e le nuove, prendete queste storie come dei bei mediometraggi da vedere per passare il tempo e avere qualche brivido, senza pretese nostalgiche. Che il vecchio Black Mirror sia ormai sparito è fuor di dubbio, ma anche il nuovo ha qualche buon asso nella manica.

a70hcDbx_400x400Dark: Considerato da molti l’erede tedesco di Stranger Things, questo piccolo capolavoro europeo targato Netflix è, per certi versi, di molto superiore al suo “predecessore” per intensità e bellezza estetica. Dark ha uno stile crudo, viscerale, intenso, oltre a una storia complicata e quasi perfetta. Il finale aperto lascia intendere una seconda stagione, che speriamo arrivi presto. Non intendiamo spoilerare, ma i colpi di scena sono tanti. Per chi non è pratico di lingua tedesca consigliamo di vederlo doppiato in italiano, perché è un po’ difficile la storia seguendo solo i sottotitoli.

Godless: E’ una serie televisiva statunitense prodotta e distribuita da Netflix, ambientata nel vecchio West.
Nel 1884, Frank Griffin è un fuorilegge che va alla ricerca del suo ex amico e figlio adottivo, Roy Goode, che lo ha tradito. Tutto diventa complicato per Frank Griffin quando scopre che Roy si nasconde in una città chiamata La Belle, dove le donne regnano. Loro faranno di tutto per proteggere la loro città dalla vendetta di Griffin, il quale aveva giurato di uccidere chiunque avesse aiutato Goode.

Children


“CHILDREN”

di

Tukuya Okada

Giappone – 2011

In un futuro imprecisato e dispotico si muove il bambino “4483”. Un numero tra tanti che ogni giorno compie la sua routine scolastica e calcistica con zelo e dedizione. E’ proprio in questo mondo cupo e ricoperto di polvere che si muove il protagonista, un’ombra come tante chiusa dentro a spazi troppo stretti. La storia si muove su più livelli concettuali, mostrando come il microcosmo della società adulta non sia null’altro che un insieme di esseri inespressivi e freddi, che si limitano a ricoprire un ruolo che qualcuno ha dato loro. Di contro sarà proprio il sentimento umano, ad uscire prepotente per dare vita, in un giorno qualsiasi, a una vera e propria rivoluzione fisica e culturale.

Il corto è dunque un vero e proprio attacco al sistema sociale ed economico Giapponese, all’interno del quale modernità e tradizione s’incontrano, cortocircuitando la personalità emotiva e sessuale degli individui. La freddezza della ripetizione viene a cozzare contro la sottomissione culturale che porta ad uno stile di vita alienante e insalubre. Sarà infatti compito delle nuove generazioni combattere per riappropriarsi della loro identità attraverso la riscoperta delle più basiche emozioni umane.

Un corto questo che riporta concettualmente alla memoria il messaggio musicale presente nella discografia di fine anni settanta presente in dischi come: The wall e Animals dei Pink Floyd.

Un opera formalmente semplice, che ricerca e stigmatizza l’abbandono della delicatezza insita nell’impero verso la società “penetrativa” occidentale che crea e riproduce mostri.

Il messaggio quindi è la vera forza di questo corto che coniuga ad una devastante prospettiva futuristica la possibilità di scelta di un’alternativa.

Perché ognuno di noi non è una semplice goccia nell’oceano, ma un oceano dentro ad una goccia.

Christian Humouda

Giovani Prospettive. Omaggio di parole ad Emanuela Cau


Cau

Emanuela Cau, artista dalle mille sfaccettature apre le porte della sua abitazione a Quartu per la sua prima intervista video e si racconta. Definirla “fotografa” è riduttivo: ha studiato tecniche di scrittura e regia cinematografica, realizzato cortometraggi, video teatrali e musicali. Le sue foto sono autoritratti, sembrano quadri.

***

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Emanuela Emanuele Emanuela . di Alessandro Bertacco

Cosa è la vita, se non fossimo qui a cercarsi
E
io pago le rate tu paghi le rate noi paghiamo le rate
O
Finiamo tutti nei campi,
tu hai rubato altre anime diverse dalle mie
A sentirsi sciogliersi le dita su qualcosa di troppo astratto
A
vedere troppo grano del mondo andato, dico andato
A fare le ballerine impotenti
N
.finimmo tutte le bocche e le vocali
e ci trovammo a leccare l’arcobaleno

*

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O mar é mundo que te habita, ondas de revelação lavam-me a alma. Uma avalanche de emoções, banhadas com a espuma de uma história construída pelos silêncios – tão intensos como tu. E regas-me com o perfume de um entardecer dos sonhos de viver, num grito ávido de ser. Envolta num mistério de véus (re)inventas-te a cada momento, para me contares o segredo que transparece – em gotas de criação. Sinto-as correr os meus olhos. Abro o coração para as metáforas que agarras a tudo o que fazes teu. Sabes que cada concha pode adornar os meus cabelos, enquanto sorrio os teus receios e estendo os braços para os amar. Sim. Eu amo de olhos fechados. Respirei a brisa que me sussurrou o enigma do que apenas se pode sentir – sem recear. E fazes-me forte quando acarinho o teu sorriso desenhado pela areia que beija os teus pés, em noites de luar – tu és o verbo criar.

Claudia Ferreira

*

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Tra le tue gambe
onde silenziose
la mia nave.
Trascinati da una fermezza
surreale,
siamo il volto dei bimbi
nascosti:
tra le velature
tra le trame
tra i vorrei.
Siamo lo scrigno di ogni cuore,
di ogni maledetto cuore
che trema, come pirati che cercano il proprio volto
da chiamare tesoro
ed io, capitano di questa nave fantasma
senza equipaggio,
protettrice di cuori tremanti e muti.
Che lo sappiamo…
il gioco è la nostra cura,
ed ogni nostra azione
il nostro destino,
e m’accompagni in questa
surreale bonaccia verso
un volto celato,
che chissà,
potrò un giorno chiamare tesoro.

Di Anrose Thotas

*

Autoportrait di Emanuela Cau

IL NIDO di Laura Pezzola

“[…] perché allora l’enigma/ se io come te
sono vento e polvere?” (Adonis)

Seguivo la treccia dei capelli

il respiro si placava tra la folla
e nella mano che stringevo
crescevano gli anni

tu eri il nido – io l’ implume
dal becco spalancato

– le ali spunteranno – mi dicevi

così a volte
sono piuma contro il vento
e navigo – l’utero fecondo
delle stelle.

*

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I miei mari interiori s’aprono e si chiudono con spasmi di mente innamorata gridano sas janas golpeando con lunghissimi capelli onde sepolte nei millenni undae nigrae quae volitantes furentes su sé stesse s’abbattono nigredo d’opra che si cerca e si vuole luce senza chiarìa parola senza suono la morte collassa nella nascita e la nascita nella morte il mio mare nero splende di buio chiama il mio nome ch’è l’invisibile impronunciabile – ma che è.

Di Antonio Devicienti

*

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altrove di Rosaria Iuliucci

a volte credo / a volte
che questa voce che mi chiama possa essere vera
che possa nascere dalle viscere di un’esistenza accaduta
e portarmi con essa con la testa sott’aria
in quel posto dove .il. tutto può accadere
e posso accadere anche io
leggera / come una lacrima incosciente sul volto
ed essere dolce / come un ultimo bacio
o come il tratto rugoso dimenticato dal tempo
nascosto dalle carezze / dove non si è osato più amare

a volte credo /
a volte ci credo anche io che un’altro .luogo. possa venirmi a prendere
chiudendomi gli occhi e tenendomi l’anima ferma e pronta [ all’impatto ]

*

Insicuri – indecisi
nei colori sfumati
assorti in una macchia
tra pensieri irrisolti

lacerando lo spazio
vomitiamo meteore
di luce in volo
ansiosamente celeri

imprecisa la rotta
si dissolve smaniosa
di rivelarsi cenere
di fuochi evanescenti

di Guido Mura

*

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Nuova Luna di Rosaria Iuliucci

potrei cambiar tempo
e mutare d’essenza illuminata
nel percorso di luna
che sul mio corpo in fuga si cela
come un verbo amabile e desiderato
comprese le memorie legate
spogliate finemente
di un inizio che gela e salda
come solo il caso del tuo ritorno sa fare
ed il riso distratto del tuo vantarmi
sa dire

potrei mutare di tempo irriverente
e nel tornare al passato giacere
e plasmare il mio dolore
che ti fa scultore
della sua amata pietra
affine alla sembianza
come impronta di neve
etereo avverarsi d’illuso
che non sempre vota allo svolgersi
dell’esser poi di carne
o di quel che si è

*

cau

Eri brava a fare poesia
un talento indifeso
ti bastava guardarmi
dove non ero, confondermi
con i tuoi desideri, mentre
contavo mosche sui vetri.
Eri brava ma non eri tu
nemmeno noi ora si può
comprendere il significato
di questi abbandonati versi
come a vegliare un morto
autenticare una firma falsa.
Eri brava e forse ora
sei ancora meglio di
ciò che sei. Nei tuoi occhi
nuovi progetti di schiene
diritte e un dolore che non si
spezza, declive allo specchio.

Di Luca Gamberini

*

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Cercavo di riprendere il senso di me
Senza te
Senza te che sei diventato altro
Lasciandomi qua
Separata e mancante
E ho aperto me stessa
per poterti riconoscere
Nella nuova forma
E poterti raccontare dell’amore e dei mondi
che sempre riempirai

Di Rossana Corti

*

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L’art révèle, célèbre ou consacre l’image du corps que chaque civilisation invente. Ou plutôt, l’image du corps ne s’invente pas : elle jaillit, elle se détache comme un fruit ou un fils du corps du monde. L’image du corps est le double de celle du cosmos, la réponse humaine à l’archétype universel non humain. Chaque civilisation a vu le corps d’une façon distincte parce que chacune avait une vision différente du monde. Corps et monde se caressent ou se déchirent, se reflètent ou se nient , Les photos d’Emanuela Cau sorient a ce monde a cet autre monde , , merci a elle de nous transporter dans son univers , Déesse des Méditerranéens des temps modernes …

L’arte rivela, celebra o consacra l’immagine del corpo che ogni civiltà inventa. O meglio, l’immagine del corpo non si inventa: scaturisce, si prende come un frutto o un figlio del corpo del mondo. L’immagine del corpo è il doppio di quella del cosmo, la risposta umana all’archetipo universale non umano. Ogni civiltà ha visto il corpo in un modo diverso perché ognuno aveva una visione diversa del mondo. Corpo e Mondo si accarezzano o si strappano , si riflettono o si negano . le immagini di Emanuela Cau sorridono a questo mondo, grazie a lei per trasportarci nel suo universo, Dea del Mediterraneo dei tempi moderni …
Di Vincent Kristou

*

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regna rossa la luna e la carne
semina addosso fantasmi
e scorre cambiando pareti
fessure liquide indimenticate

[mentre desidero questo letto
con la sagoma che respira
ancora
i nostri nomi
convessi]

di Antonella Taravella

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Te lo dirò come lo sento, anche se l’istante e me stessa faccio fatica a recuperarmi in così poco tempo, sento silenzio, muto silenzio, labbra cucite di rosso e nero che ti circonda ti abbraccia – rami nodi fili nei tuoi capelli fino a disegnare la tela dove ti immagini e vivi di colori e nodi
dove cuci legami di seta, muta. Legami.

di Michela Gorini

Le sette aquile silenziose


Le sette aquile

opera di Chiara Scarfò (2012-2017)

 

Il volo è da sempre sinonimo di libertà, rottura delle convenzioni e ricongiunzione dell’uomo con la grande energia cosmica che nei secoli si frantuma e riproduce in altrettante immagini di Dio.

L’opera di Chiara Scarfò nasce proprio da qui, da una fine, dall’addio della forma fisica di un’amica che ha portato la sua visione del mondo a modificarsi coprendo con un velo trasparente gli oggetti. E’ proprio nella fissità dell’addio che precede il dolore che la voce sconosciuta e familiare dell’aquila chiede di scavare oltre le apparenze. In quel confine che accompagna nel sogno e aiuta a ritrovare la Struttura del Silenzio.

L’opera si basa su due elementi distanti e vicini allo stesso tempo. Una poesia scritta il giorno precedente al compleanno di Donata e l’acqua, elemento ricorrente nella produzione artistica della performer. Il simbolo universale del movimento si accompagna alle movenze del corpo che fluttua su una collina bagnata dai raggi del sole. Ma facciamo un passo indietro alla ricerca delle origini dell’opera. Scendiamo in quello spazio in cui tutto si crea e allo stesso tempo si distrugge, laggiù nella dimensione incorporea del sogno: “mi trovavo in una spiaggia molto grande, vasta, dopo il tramonto quando la luce scende e il buio illumina le ombre. Ero immersa nell’acqua solo fino a metà. Potevo vedermi chiaramente dal di fuori. Mi muovevo lentamente proprio come in un rito del profondo. Voltavo lo sguardo al cielo, sulla mia sinistra. Alzavo un braccio verso l’alto e chiamavo la forza delle 7 aquile, senza pronunciare una sola parola. E questa giungeva a me, dal cielo, una dopo l’altra arrivavano posandosi sulla mia schiena con la sinuosità dell’onda, partendo dal basso la prima aquila mi venne ad abbracciare intorno alle anche con le sue ali, poi la seconda un po’  sopra e via così fino all’ultima la più grande che veniva a posarsi sulle mie spalle avvolgendomi di tutto il suo calore…prima un’ala poi l’altra morbidamente come in una danza divina. Ho assistito a questa magia durante tutto il sogno e quando mi sono svegliata l’opera esisteva già.”

© Chiara scarfò, La Forza delle 7 Aquile, 2012

Un’opera quella di Chiara Scarfò complessa e spigolosa come le linee di metallo che le corrono sulla schiena. Come un simbolo di potenza cosmica. L’aquila infatti, è l’unico animale che può librarsi in volo e vedere il sole. La regina degli uccelli però, è anche un simbolo cristologico. La sua funzione di psicopompa si è evoluta dalla leggenda di Etana che diventa per le prime comunità cristiane la rappresentazione del Cristo salvatore.

Altresì importante è la posizione in cui viene collocata l’opera ovvero sulla colonna vertebrale. Il luogo  fisico che mantiene in equilibrio il corpo e la riappropriazione del sé. Un percorso questo iniziato nel 2012 e sviluppatosi ancora oggi in mutazioni che smussano l’io, come le onde del mare uno scoglio. La struttura metallica che avvolge la schiena di Chiara quindi è una rappresentazione di forza, l’energia silenziosa del ricordo  che si tramuta in potenza senza chiedere. Il vigore dell’amore appunto, A-mors, senza morte o fine. Il corpo diventa il pilastro dunque della rinascita non solo fisica ma anche intellettuale e universale. Un viaggio che ricollega l’uomo alla materia oscura dell’universo che ritorna anche nella magia del numero 7. Sette infatti, sono i chakra che si aprono verso la conoscenza sconosciuta del mondo. Perché l’artista è colui che cerca se stesso e crea la sua via verso la luce della consapevolezza. Quello che segue e si concretizza nella parte finale (pur rimanendo incompleto) è un nuovo saluto al sole, una riappropriazione del corpo che urla finalmente: “vivi e spegniti con fierezza.”

 

Scolpirò piume d’argento su forme marmoree.

Spunteranno lamine affusolate, armi taglienti per difendermi da statue bronzee di antichi guerrieri,

impenetrabili sguardi e sentimenti appuntiti.

Mai sarà esposta questa scultura, ma neanche perduta o dimenticata.

Verrà scalfita dal tempo, lacerata dall’indifferenza,

ma rimarrà sempre la sua struttura sottile.

Non ne sarete mai a conoscenza perché non si vede, né si tocca

la freschezza eterna.

 

Chiara Scarfò – 20/04/1996

© Chiara scarfò, La Forza delle 7 Aquile, 2012

© Chiara scarfò, La Forza delle 7 Aquile, 2012

All images are copyright protected © Chiara Scarfò, all rights reserved

 

Official site: http://www.chiarascarfo.com/

Christian Humouda 10/10/2017