Homo homini Virus, il contagioso romanzo di Ilaria Palomba


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Il nostro corpo è spesso un regno per entità biologiche centomila volte più piccole di una cellula: i vīrus (lat. tossina, veleno).
Sebbene inizialmente questo tipo di “veleno”sia stato considerato solo in termini patogeni, con il passare del tempo si è scoperto che i virus possono anche svolgere una funzione utile all’organismo.
Il titolo che Ilaria Palomba ha scelto per il suo libro è un richiamo all’espressione latina “Homo homini lupus” che in una letterale traduzione ricorda come l’uomo sia un lupo nei confronti del suo simile.
Nel romanzo a cui ci riferiamo l’uomo è un virus: può contaminare e sconvolgere la serenità illusoria in cui ognuno si rintana in questa epoca oscura. Tentiamo ostinatamente di sopravvivere, come se i comportamenti automatici e “necessari” (in termini sociali) possano renderci vivi, questa routine a cui ci siamo abituati in realtà ci ammazza: ci svuota.
Lo stare al di fuori ci annienta, “il talento scava dentro, e quando aspira all’esteriorità perde tutta la sua potenza iniziale” (v. pag. 27).

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Voci nuove: Intervista ai Laguna


Su Words Social Forum torniamo ad occuparci delle ultime uscite musicali, prediligendo i più interessanti lavori emergenti dall’intricato dedalo dell’ underground made in Italy. Oggi abbiamo il piacere di presentarvi i Laguna.

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I Laguna nascono nel 2013, in Sicilia. Il loro intento è <<esplorare, attraverso un metal melodico e decadente, un immaginario cupo e surrealista.>>
Ma partiamo dal principio: come nasce e riceve il suo battesimo il progetto?

Come ogni band che si rispetti, trovare il nome è stato un problema. Laguna è il personaggio di un videogioco (Final Fantasy VIII): non è novità per Gabriele e Gioacchino proporre nomi legati al mondo dei videogames alle loro formazioni musicali. Il nome è piaciuto a tutta la band perché comunica due elementi cari al nostro immaginario: lo stato liquido e il mistero. In parole povere: ci piacciono gli acquitrini stagnanti.

Lo scorso 27 febbraio, avete debuttato con la vostra prima pubblicazione dal titolo: “Inside Panopticon EP“; una scelta molto suggestiva che immediatamente contestualizza l‘introA Dark Lane” in un locus spazialmente definito pur nella sua assenza di concretezza, carico e infestante come la stratificazione di un campo elettromagnetico…
Oltre ad essere un Extended play, potreste definire “Inside Panopticon” anche come un piccolo Concept Album?

Non è stato pensato per esserlo, ma a volerlo analizzare, tutti i testi dei brani hanno un elemento in comune: la prigionia. Quindi sì, è un piccolo Concept Album inconsapevole.

Noi di Wordsocialforum.com diamo molta importanza al processo creativo legato alla parola. Di cosa parlano i testi del disco? Avete subito l’ascendenza di qualche riferimento letterario?

Ci piace scrivere testi come se fossero micro-storie. Non riguardano elementi di vita vissuta dai componenti, né intendono essere esplicitamente critici verso qualcuno o qualcosa. La formula da noi adoperata consiste nel raccontare una storia suggestiva, che non si spieghi del tutto, ma che lasci all’ascoltatore la libertà di completarla con la propria immaginazione. È “micronarrativa” cupa e surreale. Ci illudiamo di poter trasmettere il senso di disagio che si avverte giocando a videogiochi horror psicologico o guardando un qualsiasi film di David Lynch.

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Mistery Man: Perturbante personaggio del film Lost Highway diretto da David Lynch

Bob: entità maligna della serie tv statunitense “Twin Peaks”, ideata da David Lynch e Mark Frost

The Host parla di un ospite, un aguzzino all’ interno del proprio corpo; Aurora racconta la fuga di due persone da una struttura sorvegliata da cani, attraverso un buco nel muro; Panopticon, che da il nome all’EP, parla di una prigionia ingiustificata e di incontri allucinati.
Non c’è un diretto riferimento letterario nelle nostre canzoni, ma riteniamo Franz Kafka e Dino Buzzati due autori che contribuiscono alla creazione dell’immaginario e dell’atmosfera che ricerchiamo.

Da amante nostalgica di “Twin Peaks”, sono rimasta piacevolmente colpita dalle vostre ispirazioni cinematografiche: David Lynch in testa, con il felice seguito di Angelo Badalamenti e, a poca distanza, BOB. E poi ancora, per quanto concerne l’ambito video-ludico: “Silent Hill” e Akira Yamaoka… nomi che rimandano ad un colore molto vicino a quello del lyrics video di “Aurora“. Come si combina la componente culturale di ciascuno di voi con la vostra musica?

Per alcuni di noi Twin Peaks è un culto! Il comparto contenutistico delle canzoni è totalmente frutto delle nostre fruizioni culturali. In diversi livelli siamo tutti appassionati di film, o telefilm, o videogiochi, o libri. Dalla realizzazione dell’artwork di copertina (l’occhio del custode del panottico, illustrato da Antonio Cascio ed elaborato graficamente da Gabriele) fino alla scelta dell’estetica del video di Aurora,  abbiamo seguito da vicinissimo i lavori, essendo il nostro grafico un componente della band e avendo ben chiaro in mente cosa volessimo citare e comunicare.

Pyramid Head -:Mostro immaginario presente nella serie di fumetti e videogiochi survival horror ” Silent Hill”

Panopticon“, fra gli altri, è un pezzo che mi è piaciuto particolarmente e che mi ha ricordato molto Opeth, Katatonia e Porcupine Tree in un’ amalgama sui generis, inedita e originale. Quali sono le vostre influenze musicali?

Opeth, Katatonia e Porcupine Tree sono nomi indovinati: il metal decadente un po’ prog del Regno Unito e dei paesi scandinavi è un nostro riferimento musicale fermo. Inoltre, provenendo da diversi background musicali, rimane in noi un certo attaccamento all’alternative rock e metal californiano: sicuramente Tool e Deftones scorrono nelle nostre vene. Infine, vorremmo condire i nostri brani di suggestioni emozionali o ambientali tipiche delle colonne sonore di Badalamenti o Yamaoka.

Sono diverse le band italiane che, soprattutto nel sud della penisola si spendono per dare vita e vigore alla scena musicale con prodotti  “di genere” che qualitativamente non hanno nulla da invidiare a grandi nomi del panorama internazionale. Eppure moltissime restano in ombra, il più delle volte conoscono notorietà soltanto all’interno di una cerchia selezionata di connazionali. A cosa è dovuto, secondo voi, questo oscurantismo italiota?

Per quanto siamo dei grandi sostenitori del “de gustibus non est disputandum”, riteniamo che la situazione riguardo alla cultura musicale in Italia sia abbastanza critica, sicuramente non favorevole nei confronti di certi generi musicali. Ci sono realtà italiane nell’underground rock/metal contemporaneo quali L’ Alba di Morrigan, PTSD, Kubark, Arctic Plateau e Klimt 1918 che non hanno nulla, ma proprio nulla da invidiare a nessun collega internazionale, eppure l’Italia “mainstream” non sa neanche chi siano.
Per concludere con un po’ di sano ottimismo, aggiungiamo che crediamo in una ripresa della cultura musicale nelle future generazioni, grazie ai social network e alla maggiore fruizione della musica su internet.

Inside Panopticon EP” è disponibile su diverse piattaforme on line, da Spotify a Deezer. Quanto la rete vi sta dando soddisfazione in termini di risposta da parte del pubblico?

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Cover illustrata da Antonio Cascio. Elaborazione grafica di Gabriele Fontana

È forse un po’ presto per parlare, ma finora stiamo ricevendo dei feedback veramente positivi, e la cosa ci sorprende e ci gratifica. Ci riteniamo fortunati di vivere in un’epoca in cui realizzare un disco non è più un miraggio irraggiungibile; inoltre, per promuoverlo, oggi esiste l’enorme mare di internet. Tanto enorme che ci si può perdere, è vero, ma non è mai stato così semplice far arrivare la musica alla gente.

Progetti futuri e prossime performance live?

Nel prossimo futuro è previsto un vero e proprio album, attualmente in fase di scrittura e composizione. Per quanto riguarda le performance live, diciamo che ci stiamo lavorando, e speriamo di riservare a chi ci segue qualche sorpresa gradita.

E come da rito, dulcis in fundo: presentiamo le singole unità di questa promettente esperienza artistica!
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I Laguna sono:
Toti Castronovo (voce), Gabriele Fontana (basso), Tommaso Lombardo (chitarra), Domenico Messina (chitarra), Gianvito Di Matteo (tastiere) e Gioacchino Fulco (batteria)
.

Potete trovarli a questi indirizzi
:
Mail: bandlaguna@gmail.com
Sito Web: http://lagunaband.bandcamp.com/
Contatto stampa: metaversus.press.promo@gmail.com
Agenzia di prenotazioni: bandlaguna@gmail.com


Simona Di Profio

Underground – Marsiglia, Jean Claude Izzo ed io


“Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere. E allora è troppo tardi, si è già in pieno dramma. Un dramma atipico dove l’eroe è la morte. A Marsiglia, anche per perdere bisogna sapersi battere.”

 

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“Chourmo, in provenzale, significa la ciurma, i rematori della galera. A Marsiglia, le galere, le conoscevamo bene. Per finirci dentro non c’era bisogno, come due secoli fa, di aver ucciso il padre o la madre. No, oggi bastava essere giovane, immigrato o non. Il fan-club dei Massilia Sound System, il gruppo di raggamuffin più scatenato che ci sia, aveva ripreso quell’espressione. Da allora, il chourmo era diventato un gruppo di incontro e supporto di fan. Ma non era questo lo scopo del chourmo. Lo scopo era che la gente si incontrasse. Si “immischiasse” come si dice a Marsiglia. Degli affari degli altri e viceversa. Esisteva uno spirito chourmo. Non eri di un quartiere o di una cité. Eri chourmo. Nella stessa galera, a remare! Per uscirne fuori. Insieme.”

 

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“Questa era la storia di Marsiglia. La sua eternità. Un’utopia. L’unica utopia del mondo. Un luogo dove chiunque, di qualsiasi colore, poteva scendere da una barca o da un treno, con la valigia in mano, senza un soldo in tasca, e mescolarsi al flusso degli altri. Una città dove, appena posato il piede a terra, quella persona poteva dire: «Ci sono. È casa mia».
La sensualità delle vite disperate. Solo i poeti possono parlare così. Ma la poesia non ha mai dato risposte. Testimonia, e basta. La disperazione. E le vite disperate.”

 

 

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Francesco Faraci

 

Underground – Malacarne


“Parru cu tia, to è la curpa, cu tia, to è la curpa, nmenzu a sta fudda ca fai l’indifferenti”.

Ignazio Buttitta

 

Sempre più spesso ormai mi capita di soffermarmi sui volti dei bambini.
Li osservo, studio i loro comportamenti, i gesti, il modo di parlare.
Provengono quasi tutti da microcosmi regolati da intricati labirinti di codici, difficilmente decifrabili.
Sembra che abbiano eretto un muro, apparentemente invalicabile, fra ciò che sta dentro e quello che sta fuori.

Gli occhi non sbagliano mai.
Sanno che il futuro è una parola enorme da pronunciare.
Sanno che devono imparare alla svelta come gira il mondo, per non rimanere schiacciati.
Sanno che anche all’inferno si deve necessariamente provare ad essere felici.

Ne conosco diversi, in loro vivono tutti i contrasti di questa terra, tutte le contraddizioni. Oggetto di pregiudizi e luoghi comuni portano addosso il marchio di un’infamia secolare.

Sbandati, ladri, spacciatori, MALACARNE.

Così li chiamano.

Distruggendo la loro diffidenza appaiono in tutta la loro dolcezza, in tutta la loro umanità.
E’ la mancanza di alternativa il vero problema, il credere, loro per primi, di non avere nessuna possibilità. Come se ancor prima di nascere un giudice li abbia condannati all’ergastolo.

Ballarò, Vucciria, Brancaccio, Zen.

Nomi evocativi, spesso pronunciati a sproposito dall’intellighenzia per rendere più “vissuti” i discorsi, per colorarli di un inutile folklore, adatti alle guide turistiche.

La fotografia, tutta, dovrebbe essere civile.
Dovrebbe assumersi la responsabilità di mostrare la reale realtà delle cose, farsi portavoce di denuncia e di speranza.
Indagare l’ombra che si nasconde dietro al sole, regalare una speranza, sia pur minima alla gente. Senza giri di parole, senza metafisica alcuna.

 

 

 

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Underground – Morte a Palermo


Rompe il silenzio della stanza all’improvviso un urlo lancinante
ruggisce di dolore la vedova carezzando la fronte del defunto
baciando le sue labbra bianche.

isteriche disperate invocazioni preghiere intercessioni e saluti

trema il ventre della grande madre conta vertebre ai suoi figli
scuote i muri dall’indifferenza
in pace e in guerra mani giunte al petto stringenti un rosario pronte a farsi
polvere.

morire è altra faccia della vita, fine di un futuro
inizio di un nuovo presente
osservare si fa terapia.

pagana fede sottile fatta di gesti
diventa teatro al sublimarsi di un rito
arcaico selvaggio forse unico
percorsi non lineari sfiorano l’assurdo

non è qui che si muore come tutti.

si muove il feretro fra due ali di folla plaudente
in segno di rispetto chiuse le imposte
drappi dai balconi sventolano neri al cielo
intonando tristi l’amaro addio.

“Réquiem ætérnam dona eis, Dómine,
 et lux perpétua lúceat eis”

requiescat in pace.

amen.

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Francesco Faraci

Underground – Una goccia di splendore


Percezione di spazio e di tempo. Quel luogo inabitato dell’aria dove gesti atavici e pregni di
materno sudore si compiono.
L’estasi è forse procreatrice del senso di colpa. Lo conosco, si cela dietro l’irresistibile magnetica del
senso.
Un buco. Allo stomaco. Nero come inferno.Immagine

Inferno quotidiano. Palermo è carne e sangue. Le sue strade foriere di cattivi auspici.
Lascio che sia lei a svelarsi, attendo pazientemente le sue mosse. Ciò che forse mi eccita di più è il dolore
che si respira in ogni antro sperduto di questa terra, la sua solitudine.
Una nube d’ombre indistinte, violente. Nutro me stesso di presente e di ricordi. Una forza del passato mi spinge in
territori sconosciuti, fra i binari morti della stazione, nei portici dell’amato esistere, tragico, alla ricerca dei miei stessi
frammenti.

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Palermo è città del disprezzo, un covo di disperata vitalità. Vago fra i vivi e i morti cercando un senso
nell’orrenda tensione dei corpi. Custodi di un abisso.
Guardo e riguardo in doloroso silenzio questi miei scatti, sicuri, i volti, dimorano nella mia mente.
Un lampo, e d’improvviso tutto si fa chiaro.

Underground è sguardo.
Underground è ricerca. Rabbia. Furore e istinto.
Cercando la verità, bisogna provare il dolore.

Anche in una goccia di splendore.Immagine

Francesco Faraci