Che fretta c’era maledetta primavera (come sono andate veramente le favolette) – di R.V (Taccuino All’Idrogeno)


mela-parti

SNOWHITE BABY

…e la regina scoprì che Biancaneve era ancora viva! Grazie a un filtro magico si trasformò in una strega e avvelenò una mela. Poi si recò nel bosco e, fingendosi una mendicante, offrì a Biancaneve la mela stregata. “Coraggio,dalle un morso!” Non appena la fanciulla l’ebbe assaggiata, per incantesimo, cadde in un sonno profondo. Intanto gli animali del bosco erano corsi ad avvertire i nani. “Eccola là!” esclamarono, vedendo la strega che si allontanava veloce. Mentre la inseguivano, scoppiò un terribile temporale. La malvagia regina si arrampicò fin sulla cima di un profondo burrone.Proprio allora, un fulmine la fece precipitare dalla roccia. I nani decisero di costruire un’urna di cristallo e oro, dove deposero Biancaneve. Finché un giorno passò di là un principe, che rimase incantato dalla bellezza della giovane. Sceso da cavallo, si avvicinò e si chinò per baciarla…
Stoooop!!
AAAHHHGianni, eeee… com’è che nu ce sta la stessa ragazza che ballava coi nanetti? Sì, la mora co’ lo stacco de coscia de la Seredova…
Ooh, ma l’hai vista questa? Cià pure i baffi che pare mio nonno. No guarda reggistanun ce siamo proprio. Eravamo d’accordo, mi avevi detto che dovevo fare un cammeo, una parte fatta proprio pemmè. Te dico de sì in amicizia, nun me prendo manco troppi sordi e tu me fai bacià‘na cozza?
Gianni scusa ma ciò ‘na reputazione, io sono stato a Oolliwuudd, ho lavorato co’ li meglio reggisti. Tu la baceresti questa? Nun se po’ guardà, cià pure la fiatella.
Come dici? É l’effetto dell’incantesimo o per esigenze de scena l’hai sostituita? Ma chemmefrega. Trovate quarcun altroche se bacia la Prin-Cess…
‘Namo dai. Ciao bella, te saluto…

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ITINERARI DELL’ODIO, TAPPA 2 – FINO AL PENULTIMO RESPIRO di U.U Taccuino All’Idrogeno


taccu

Sogni turbolenti. Sono in piedi, nudo, sudato, chiuso in una gabbia gigante assieme ad una folla di uomini e donne nella mia stessa condizione. Siamo su un treno merci che sfreccia a tutta velocità attraverso un paesaggio mutevole: deserto, foresta, città, palude. Mi manca l’aria, tutti si agitano, urlano, saltano. Le gambe mi cedono, sto per essere schiacciato, sento le mie ossafrantumarsi sotto il peso di tutte quelle persone…
-Sveglia! Svegliati!
La voce di mia madre mi accompagna fuori dalla fase REM con la delicatezza di un pugnale nel cranio. Lentamente socchiudo gli occhi e li rivolgo verso l’orologio sul muro. Segna le 8 e mezza.
-Ma, perché mi svegli così presto? È domenica…- La mia voce esce a fatica, quasi disperata.
-Ti ricordi cosa hai promesso di fare oggi?- mi domanda con disappunto. La mia mente gira veloce come una carriola senza ruote a causa delle tre ore di sonno accumulate, ci metto quasi un minuto a mettere insieme i pezzi. –Cazzo, la nonna- bisbiglio con la morte nel cuore –ma non dicevo sul serio, mi serviva una scusa per non andare a ballare!- provo a giustificarmi, senza preoccuparmi molto di passare per un figlio degenere, ma è tutto inutile. –Ormai le ho detto che venivi anche tu, non vorrai darle un dispiacere vero? Usciamo tra venti minuti.- Con le mani stringo la calda trapunta che avvolge il mio corpo un’ultima volta. La separazione è traumatica, lo sbalzo termico supera i dieci gradi. Immergo la faccia sotto l’acqua rovente, urlo, la immergo una seconda volta sotto l’acqua gelida, urlo una seconda volta, mi vesto e sono in macchina, stravaccatosui sedili posteriori. Davanti a me mia madre, mio padre alla guida. Partenza.
-Non potevate parcheggiare quella salma in un posto più vicino a casa?- domando senza troppi riguardi. L’ospizio in cui mia nonna sta attendendo la morte è immerso nel nulla cosmico della pianura padana, un Triangolo delle Bermuda fatto di nebbia.Per raggiungerlo ci vuole più di un’ora, se non ti perdi. Mia mamma mi fulmina attraverso lo specchietto retrovisore. –Sai che l’abbiamo cercata, ma in città costavano troppo, li pagavi tu 3000 euro al mese col lavoro che non hai?- Non le rispondo, non ho voglia di litigare, mi metto a fissare il panorama fuori dal finestrino. Il passaggio dalla città alla campagna è fluido, graduale, a fatica si percepisce. Il tiepido sole che avevo salutato al mio risveglio già annaspa in un mare di bruma, ma riesco ancora a distinguerne i contorni brillanti. I campi brulli ai margini dell’autostrada, leggermente infossati rispetto al livello della carreggiata, sembrano delle vasche piene di cotone impalpabile. Ogni tanto spunta la sagoma di un cacciatore, accompagnato dal suo segugio. Mi domando con che coraggio se ne vadano in giro a sparare con una visibilità prossima allo zero.Devono proprio amare l’odore del sangue degli uccellini morti.
Ho come l’impressione che più ci avviciniamo a destinazione, più il mondo intorno a me invecchi progressivamente, e io con lui. Il manto stradale perde regolarità e si riempie di crepe, gli alberi sono scheletri neri senza foglie, il colore dell’erba è più vicino al marrone che al verde, l’aria è immobile come all’interno di una bara. Metro dopo metro, sento la mia pelle raggrinzire, la mia schiena incurvarsi, i miei capelli imbiancarsi.
Quando parcheggiamo nel giardino della casa di cura la metamorfosi è completa, sono un ammasso unico di rughe e malattie. Con passo incerto scendo dalla vettura, sorretto dalle mani dei miei genitori, che mi accompagnano attraverso i vari reparti della struttura. Arriviamo in un ampio salone, pieno di sedie a rotelle, dentiere e infermieri. Qualcuno guarda la televisione, altri giocano a carte, altri ancora fissano il vuoto fuori dalle finestre, tra loro c’è anche mia nonna.
Ci avviciniamo e la salutiamo in coro, lei non ci sente, allora le appoggio la mia mano rugosa sulla spalla e urlo più forte: –Nonna siamo noi! Ciao!- Lei si gira, ci nota, accenna un sorriso, biascica qualcosa e fa quello per cui non avevo mai voluto venire a trovarla in questi mesi: si mette a piangere. Lo fa ogni volta, mi avevano raccontato i miei. Quellasituazione mi mette parecchio a disagio, e peggiora quando lei, in uno slancio di affetto non richiesto, mi afferra le mani e me le bacia. La voglia di ritrarle è forte, ma riesco a trattenermi dal farlo. Mia mamma le propone di andare a fare un giro sulla sedia a rotelle. –Come se fosse in grado di risponderti- le dico, ancora sconvolto per quel contatto ravvicinato.
Le ruote, sgonfie e arrugginite, scivolano a fatica sul linoleum. Una marcia funebre in confronto alla nostra andatura sembra la finale olimpica dei cento metri. Mia mamma parla ininterrottamente per stimolare il cervello incartapecorito di mia nonna, mio padre si guarda intorno distrattamente, spazientito e annoiato.Con uno sforzo immane faccio avanzare la sedia lungo il corridoio costellato di porte. Il mio processo di invecchiamento non pare essersi arrestato, sento che sto diventando sempre più decrepito ad ogni passo. Quando arriviamo all’altezza della camera di mia nonna percepisco chiaramente il mio cuore fermarsi. Sono morto. Credevo sarebbe stato molto più traumatico, è proprio vero che quando giunge la tua ora non te ne accorgi. Restiamo in quella stanza a discutere del niente per circa un’ora, nel frattempo la mia carne in putrefazione diviene preda dei vermi, l’odore del mio cadavere permea la stanza,non abbastanza per contrastare il fetore sprigionato da mia nonna, un cocktail di pannolone sporco, piaghe da decubito, lacrime, e quell’aroma di muffa e umidità tipico di tutti gli over-80. Mia mamma mi intima di fare conversazione, io allora snocciolo tutta una serie di domande standard: come stai, cosa mangi, com’è il tempo. Lei risponde tra un pianto e l’altro. Finalmente suona la campana delle 12, l’ora del pranzo. Facendo appello a tutte le energie che mi rimangono spingo quella maledetta sedia a rotelle di nuovo nel salone principale, dove tutti gli ospiti della casa sono stati prontamente riversati dai loro parenti, desiderosi quanto me di congedarsi il prima possibile da quella armata di mummie. Se sommassi insieme tutti i loro anni sicuramente otterrei un numero superiore a dieci milioni. Faccio accomodare mia nonna al tavolo più vicino, le do un bacio sulla fronte (dietro ordine di mia madre) e mi allontano sorretto da mio padre, anche lui a modo suo provato dall’esperienza. Deve proprio amare sua moglie per accompagnarla tutte le domeniche in questa specie di anticamera del cimitero.
Una volta fuori dall’edificio sento come un colpo di martello in pieno petto: TUMP! È il mio cuore che ha ripreso a battere. Il sortilegio che mi aveva avvolto le membra si indebolisce man mano che la macchina si allontana da quel mare di nebbia: la pelle riprende colore ed elasticità, le cataratte si dissolvono, i capelli ricrescono, la schiena torna dritta. La mia città mi da il bentornato restituendomi la giovinezza che mi era stata sottratta.–Certo che la fai sempre drammatica tu!- mi dice mia mamma. Non le rispondo, non ho voglia di litigare.

[CONTINUA…]

Prima Tappa: https://wordsocialforum.com/2014/04/03/itinerari-dellodio-tappa-1-disco-inverno-di-u-u-taccuino-all-idrogeno/

ITINERARI DELL’ODIO – TAPPA 1 – DISCO INVERNO Di U.U. (Taccuino All’Idrogeno)


-Per favore, vieni con me stasera! Non voglio andarci da sola!-

-No, senti, non esiste, e poi domani devo alzarmi presto che devo andare a trovare mia nonna all’ospizio- le dico con tutta la convinzione di cui sono capace, ma lei non si lascia abbindolare.

-Sono due anni che tua nonna è in ospizio e non sei mai, dico, mai andato a trovarla. Guarda caso devi proprio andarci quando ti propongo di andare a ballare-

-Eh, perché non si può? No eh?- ribatto deciso. Non abbastanza deciso. Sono fregato.

Passo da lei alle 21:30. Alle 22:30 sta ancora decidendo che vestito mettersi e con che scarpe abbinarlo. Perché lo sto facendo? Perché ho accettato di accompagnarla in un postaccio discutibile, con musica discutibile e pieno zeppo di gente discutibilissima? Perché mi fa pena? Perché da quando ha rotto col suo ragazzo sono l’unico straccio di amico che ha in questa città?
Alle 23 finalmente usciamo. Neanche l’ombra di un parcheggio. Abbandono la macchina così lontano dalla destinazione che avrei potuto anche fare a meno di prenderla e andare direttamente a piedi. Fa freddo e le mie scarpe, bucate in più punti, generano degli spifferi che mi perforano la carne dei piedi. Lei sembra di buon umore, anche se trema più di me.
La gente all’ingresso non lascia presagire niente di buono. Indie, hipster, chiamateli come volete, per loro ho solo un sentimento: odio. La ragazza all’ingresso, con quella pelliccia, quelle scarpe con la suola di 30 centimetri e quei leggings che sono un insulto al daltonismo, ci chiede in che lista siamo. A malapena ci tratteniamo dal riderle in faccia.
Il posto è un buco: due sale di 25 metri quadri a esser generosi unite da un corridoio, da una parte il meglio dell’hip hop, dall’altra il peggio dell’elettronica. Mi sento come Ulisse tra Scilla e Cariddi. Nel giro di un’ora non c’è più neanche lo spazio per sbattere le palpebre. Ho bisogno di alcol, e alla svelta. -Un Negroni, grazie- dico al barman. Lei prende un Vodka Sour. Entrambi i cocktail non paiono neanche così annacquati, meno male. Ci sediamo su un divanetto e parliamo per un po’, notoriamente la cosa più pratica da fare in discoteca. Ci urliamo reciprocamente nelle orecchie per mezz’ora, con i volti a mezzo centimetro di distanza. Capisco una parola sì e dieci no di quello che mi dice, ma lei nella sua logorrea inarrestabile non pare farci caso. Ogni tanto annuisco cercando di assumere un’espressione convinta, per lei è più che sufficiente.
Alla fine l’alcol fa il suo dovere e mi scioglie i muscoli, è tempo di dare un senso alla serata mostrando le mie doti di ballerino. Braccia e gambe partono in quattro direzioni diverse, poi convergono, si muovono tutte a destra, quindi a sinistra, roteano, si alzano e si abbassano, mentre la testa si abbandona a un headbanging decisamente fuori luogo. Visto da fuori devo sembrareepilettico, ma non mi importa, almeno finché sono ubriaco. Lei invece, che ballerina lo è davvero, oscilla con grazia al ritmo della musica, non c’è forzatura nei suoi movimenti, è leggera, quasi sensuale. Sorrido divertito da questa antitesti, lei non pare farci caso. Forse dopotutto la serata non sarà così male.
Ho parlato troppo presto.
Dovevo immaginarlo che la sua presenza non sarebbe passata inosservata, era inevitabile. Quanti sono? Cinque? Sette? Forse anche di più. La fissano, la studiano, la spogliano con lo sguardo, sezionano le sue gambe, i suoi glutei, i suoi fianchi, i seni, le labbra, gli occhi, i capelli. Lentamente si avvicinano, facendosi strada in mezzo alla calca. Vogliono ballare con lei, sentire il calore del suo corpo sudato, invitarla a fare quattro chiacchiere fuori dal locale, proporle di andare a bere qualcosa a casa loro per mostrarle la loro collezione di vinili di musica jazz, eccetera, eccetera, eccetera.E in tutto questo ovviamente il sottoscritto non è contemplato, io nel frattempo dovrò restarmene qui, da solo, in mezzo alla pista da ballo, a fendere l’aria viziatacon le mani.
No, non posso permetterlo.
Se mi trovassi in mezzo al pubblico di un concerto metal saprei bene cosa fare, basterebbe una spintarella per dare il via a un devastante pogo, il diversivo ideale per allontanarsi da sguardi libidinosi. Purtroppo non è questo il caso, ragion per cui mi toccherà adottare una strategia più elegante.Per prima cosa a ballare molto più vicino a lei e in maniera più ammiccante per far capire a tutti gli avvoltoi cheil qui presente se la intende con la qui presente. I meno tenaci si scoraggiano, allentano la presa e si mettono a puntare altre ragazze, ma è troppo presto per cantare vittoria, i nemici sono ancora numerosi e continuano ad avanzare. Certo, se lei collaborasse sarebbe tutto molto più facile, ma so fin troppo bene che non rifiuterebbe mai un giro di walzer offertole da un pretendente di suo gusto. No, non posso contare su di lei, in questa battaglia sono solo.
Devo agire in fretta, non ho più molto tempo. Il primo belloccio che l’avrà a portata di tiro me la strapperà via e lei non si prenderà neanche il disturbo di salutarmi mentre se la va a spassare con la sua ultima conquista. Noi due torneremo a casa insieme, fosse l’ultima cosa che faccio in vita mia. Con la maestria di un ninja scivolo tra i corpi della gente, in modo da posizionarmi sistematicamente tra lei e il predatore più vicino, e mentre a questo do le spalle mi curo di guardare il più torvo possibile tutti gli altri. Sono un uomo delle caverne che si è perso nel bosco e ora è circondato da un branco di lupi affamati. A separarmi da una morte orribile c’è solo una torcia infuocata, che agito furiosamente nell’oscurità totale della notte, disegnando figure astratte con la scia luminosa che il fuoco lascia dietro di sé. Emetto grida animalesche per coprire i loro ringhi e la mia paura, e intanto prego la venere steatopigia che porto nella bisaccia affinché la fiamma non si spenga prima dell’alba. Devo resistere, resistere e ancora resistere, io sono più forte di loro, li caccerò via tutti. Perdo la cognizione del tempo, la bizzarra partita a scacchi umaniche sto giocando non mi lascia il tempo di pensare troppo. Quando controllo il monitor del cellulare capisco che è il momento per sferrare l’ultima mossa.
-Si son fatte le 4, ci avviamo alla macchina?- le grido con tutto il fiato che ho in corpo.
-Sì dai- mi risponde.
Ce l’ho fatta.Uno dopo l’altro siete caduti sotto i miei colpi e alla fine della battaglia io soltanto mi ergo trionfante sopra un cumulo di cadaveri. Questa notte, quando stringerete nient’altro che il vostro cuscino, pensate a me.
Le orecchie mi fischiano come se ci avessero ficcato dentro due arbitri. Lei sorride, si è divertita, beata lei.
-Certo che però tu mi hai rovinato un po’ la piazza- mi dice ironica.
-Davvero? Non ci ho fatto caso, io ballavo per i fatti miei- le rispondo. Mentre fermo la macchina sotto casa sua e la saluto, il disastro nella mia mente si compie: realizzo di aver ballato tutta la notte con una ragazza bellissima e per questo non riceverò neanche un bacio in cambio. Ora, non sono uno che pretende un pompino con ingoio dopo il primo appuntamento (con questo non voglio dire che lo rifiuterei se mi venisse offerto spontaneamente, lungi da me l’idea), ma questa serata, che mi piaccia o no, ha l’amarissimo sapore della sconfitta. Sono esattamente come quei lupi che ci siamo lasciati dietro, forse addirittura peggio, perché a me spetta la beffa finale di un commiato senza nulla di fatto.
Adesso la trattengo per un braccio e le dico che la serata non può finire così, che noi due saremmo una bella coppia e che dovremmo darci una chance, che anche da un’amicizia di lungo corso può sbocciare l’amore, che se solo provasse a vedermi sotto un’altra luce riuscirebbe a vedere quello che vedo anch’io quando il mio sguardo si posa sui suoi occhi.
Ma anche no.
Le auguro la buonanotte e la osservo varcare il portone d’ingresso. Collego il mio lettore mp3 all’autoradio, faccio partire la musica più incazzata che ho, regolo il volume al massimo e inizio a bestemmiare a squarciagola, maledicendo lei, me e le discoteche di tutto il sistema solare da qui fino all’Armageddon. Arrivato a casa, scendo dall’auto con un’espressione così distesa e tranquilla da fare invidia a un monaco buddista.
Mi strappo stancamente i vestiti di dosso, mi infilo il pigiama, mi do una sciacquata ai denti e striscio sotto le coperte, stringendo il cuscino con la forza di cui soltanto un uomo solo è capace.

(CONTINUA…)

di U.U – Taccuino All’Idrogeno

COME QUANDO NON ENTRAVAMO A SCUOLA – Taccuino All’Idrogeno


La prima cosa che faremo, sarà dormire,
la seconda, svegliarci insieme.
Poi cammineremo distratti dentro un mercato di frutta,
ruberò una mela per il tuo sorriso, e una pesca per i tuoi occhi.
Daremo qualche centesimo a un suonatore di strada,
chiederemo la direzione per un posto qualsiasi;
e una volta arrivati, prenderemo un caffè in piedi.
Poi di corsa verso una fontana,
e staremo così per tutto il tempo,
a far scorrere l’acqua gelida sui polsi,
a tenerla ferma sul palato;
come una bacio, immobile sulla bocca.
Tu avrai quella gonna che ti fa più leggera,
avrai i capelli raccolti,
avrai addosso la tipica bellezza dei ricordi;

sarà come quando non si trova la parola,
sarà come quando piove con il sole,
sarà come quando non entravamo a scuola.

Correremo veloci sotto i portici di una città
che sta solo dentro la nostra testa,
evitando come schegge impazzite, i tagli trasversali degli sguardi;
mentre le palpebre, le palpebre tremeranno di paura.
Non ci volteremo mai a guardare i passi fatti,
staremo poi così, una volta finito il fiato,
immobili, a filtrare con le mani i nostri respiri stanchi.
Senza mai aver bisogno della speranza.
Scavando dentro la Parola luminosa e splendente.
Poi seduti ai bordi della strada,
conteremo la fortuna che abbiamo in tasca;
ci daremo baci sulla bocca,
ci daremo carezze sulla faccia.
Saremo assenti alla guerra fatta dagli uomini.
Tornando a casa nella stessa distrazione di sempre,
con l’odore sulle mani dei sostegni degli autobus deserti
che sarà più forte di quello della nostra pelle;

sarà come quando si ritrova la parola,
sarà come quando senti freddo sotto il sole,
sarà come quando non entravamo a scuola.

Avrai un libro di poesie
lo leggeremo a voce alta stesi a guardare il soffitto,
vestiti solo dei nostri sguardi;
guariti dall’attesa buona che sa aspettare l’amore,
come le attese nel mestiere di fare il pane.

Ci guarderemo per diverso tempo in silenzio dopo aver fatto la doccia,
come se fossimo due sopravvissuti a una tempesta,
come se fossimo i soli abitanti di questo pianeta,
come se insieme, fossimo il vaccino allo schifo che ci circonda;
quella forza che ci abita e ci sostiene,
quella forza che ci nutre e ci avvelena, che ci uccide.
Poi vedrò il tuo corpo minuto sparire dentro un mio abbraccio,
la tua pelle bianca cercare l’asprezza della mia barba;
poi fare l’amore come due condannati a morte
come se fosse l’ultima volta a disposizione,
come se dopo tutto dovesse svanire nel nulla
come fosse stata un’illusione;

sarà come quando si deve chiedere scusa,
sarà come quando non servono le parole,
sarà come quando non entravamo a scuola.

Sarà come quando non entravamo a scuola.

Testo e Fotografia di L.J.M.

Taccuino all’idrogeno: http://taccuinoallidrogeno.wordpress.com/

Stato Dell’attesa – Taccuino all’Idrogeno


STATO DELL’ATTESA 1

posso aspettarti all’infinito, lo sai che ne sono capace

non ti preoccupare, so aspettare anch’io

sei crudele quando mi dici così

lo so

STATO DELL’ATTESA 2

L’attesa è un incantesimo Lo dice Roland Barthes e Se lo dice lui bisogna crederci Incantesimo del vuoto  Aggiungo io il vuoto Tensione verso l’esserci, un puzzle che non si risolve Vuoto magnifico Ritorno all’Uno Virtuosa Estasi del non-finito

STATO DELL’ATTESA 3

Aad suona bene
come acronimo

attesa aumenta desiderio

aad, quasi uno schema metrico
con un suo sincronico
movimento poetico

parole da trascinare sul palato
schioccandoci la lingua
con decisione

attesa discesa schh-lok
desiderio&criterio

sorpresa schh-lok

attesa attesa attesa

scritto tre volte per simulare
un ribadire tutto circolare.

Componimenti di W.P.
Immagini di L.J.M

Taccuino All’Idrogeno:http://taccuinoallidrogeno.wordpress.com/

Taccuino All’Idrogeno: Sono fioriti anche i papaveri di J.W


foto di J.W.

Eppure è strano. Sono fioriti anche i papaveri.
Li aspettavi da tre anni, questi petali rossi grinzosi.
Eppure.
Non serve guardarli, per scollarsi di dosso questa sensazione di definitivo. Per staccarsi dalla pelle, e dallo stomaco, quest’idea, questa cosa.
Non serve sedersi, fumare e guardare un punto qualsiasi al di là del fumo bluastro che sale, si muove e danza.
Non serve.
Alzarsi, prendere una birra e sedersi di nuovo, cercando un posto, il posto giusto, dove mettere questa cosa definitiva. Per poterla osservare. Per poterla gestire.
Non sai nemmeno dove metterti tu.
Sul divano, sul letto. Non sai nemmeno cosa fare.
Lavorare, lavare i piatti. Sistemare il giardino.
Hai sistemato il giardino, poi hai guardato i papaveri e hai pensato che era strano. Sono nati e sbocciati, li hai aspettati tre anni, è stata una meraviglia contare i boccioli, finalmente, aspettare, e poi l’esplosione di rosso grinzoso, una gioia, eppure adesso devi trovare un posto, il posto, per questa cosa definitiva, per poterla osservare, per poterla gestire.
Allora provi. Provi a capire. Se sei incazzata, se sei triste. Se sei capace.
Di tenerla, tra le mani, e dentro, questa cosa definitiva. Sentirla, capirla, accettarla.
Ma i pensieri sfuggono. Non c’è modo di prenderli, di spargerli su una superficie piana per poterli ordinare,
scegliergli, agganciarli gli uni agli altri.
Esiste solo quella cosa definitiva, che langue.
Che si mescola al dolore e alla rabbia. Che si mescola alla vita. Che si mescola al rosso grinzoso dei tuoi papaveri.
Che si mescola al pensiero, e il pensiero si sgretola un attimo prima di formarsi. Una volta, due tre volte quattro volte. Continuamente.
È così difficile amarsi, così difficile. Proteggersi. Abbandonare ciò che ci distrugge. Riconoscersi, capirsi, ascoltarsi. Volersi bene.
Non farsi impressionare dalla vita. Non farsi spaventare. Imparare a maneggiarla, la vita. Sputargli addosso piuttosto che soccombere. Gridare forte piuttosto che affogare. Scalciare piuttosto che farsi prendere. Ridergli in faccia piuttosto che piangersi addosso.
Poi guardi di nuovo i papaveri, e pensi che nonostante tutto c’è qualcosa che va al di là.
E che non c’è spazio per il pensiero logico. Non è con la logica, adesso, che puoi tentare di fare i conti con questa cosa definitiva.
Non è mettendo in ordine i pensieri che puoi riuscire a trovare un posto per questa cosa definitiva.
Forse puoi solo perderti, almeno per adesso, nelle pieghe vellutate rosse grinzose dei tuoi papaveri.
Forse puoi solo fissare ogni più piccola variazione di colore, stupirti di ogni più piccolo contrasto. Cercare forme nella rete di pieghe a monte e pieghe a valle.
Fumare la tua sigaretta, bere la tua birra.
Per adesso.
Solo questo.

Taccuino All’Idrogeno: http://taccuinoallidrogeno.wordpress.com/

Stilnovo all’Idrogeno


# 1 : Sonetto

Rimembro che non molto tempo addietro
(saran stati gli Ottanta pressappoco)
andava assai di moda un certo gioco,
un tunnel da cui non tornavi indietro.

Nei panni di un idraulico assai scaltro
ti ritrovavi in uno strano loco
infestato da bestie non da poco
da superare tutte in arduo scontro.

Ma sempre poco prima di trionfare
puntualmente perdevo contro il Drago
e dovevo ricominciar da capo.
Con la rabbia che mi annebbiava il capo
fu vital trovar valvola di sfogo:
e avvenne che imparai a bestemmiare.

# 2 : Sonetto Caudato

Pensavo che un pensiero di tal forma
in nessun caso dentro la mia testa
avrebbe preso piede, invece questa
idea sempre più l’inconscio plasma.

M’immaginai un mondo d’altra risma,
cibernetica terra di conquista
dove la spada incide le mie gesta
sul granitico, draconico derma.

Questo lampo partì in conseguenza
di un diverbio col sesso antipodiano
che mi fece volar l’immaginanza.

Che pacchia in questo loco così strano!
Solo bit, niente ansie, ma pur senza
abbracci  e baci: sacrificio inumano!

E così, sul divano,
con l’amor che mi tiene saldo a terra
simulo l’odio, combatto una guerra.

                                                                                                                                                                                                                                                                                        # 3 : Sonetto Rinterzato 


Coi pollici opponibili impegnati
in giuochi complicati,
il mio cervello andò per la tangente
e molti impegni vennero scordati,
per sempre segregati
in un cunicolo della mia mente.

Poveri noi, sciocchi e disgraziati,
dal monitor plagiati,
immersi in un dolcissimo far niente
e sempiternamente indaffarati
in vani sostituti
di una realtà infelice e deprimente.

La porta è chiusa a chiave dall’esterno,
ma fuggirò, oh inferno
che ho plasmato con i miei polpastrelli
e varcherò i cancelli
tuoi: non sarò mai più un perdigiorno!

Là fuori, al sole, un calamaio eburno
attende il mio ritorno
insieme a bardi, aedi e menestrelli.

Tra racconti e stornelli
trascorreremo lieti tutto il giorno.

Photos & Words by U.U

Taccuino all’Idrogeno: http://taccuinoallidrogeno.wordpress.com/