Di legno e di cenere – Emilia Barbato chiacchiera con il duo musicale/poetico, Roberto Vitale e Massimiliano Usai


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Come ti sei avvicinato alla musica?

Sono sempre stato attratto dal canto e dalla musicalità… sia per quello che ascoltavo in casa da piccolo, sia per la possibilità di poter sperimentare ed esplorare il suono attraverso strumenti vari, dalle tastiere, alla chitarra…in tal senso anche le scuole hanno svolto un ruolo piuttosto stimolante, avendomi dato la possibilità di partecipare ad un coro, guidato da Deborah Kooperman, per diversi anni chitarrista di Francesco Guccini, che mi ha avvicinato alla scoperta di una certa musica d’autore e di conseguenza ad una vocalità, che poi negli anni, attraverso ascolti più personali e alle mie inclinazioni, ho avuto modo di approfondire. Nel corso della mia formazione ho sempre mostrato una certa predisposizione alla scrittura, e riprendendo dopo diversi anni la passione e lo studio per il canto, è divenuta un’urgenza quella di approcciarmi alla chitarra acustica, per darmi finalmente la possibilità di mettere insieme alla musica le parole che mi giravano in testa.

Come vi siete incontrati e cosa vi ha fatto decidere di suonare insieme?

Non mi sento e non mi posso definire un musicista, e neppure Massimiliano Usai, con cui ho collaborato alla genesi del mio disco “Di legno e di cenere” e che ha una formazione artistica del tutto differente e più legata al visivo, lo è in senso stretto. Forse proprio su questo fattore si è creata l’intesa che ci ha permesso di dare la cornice giusta ad un disco che voleva la voce e le parole in primo piano, quindi un’ossatura di chitarra acustica e un tappeto di pianoforte e synth, per legare e dare il giusto colore ad ogni canzone. Poi dalle idee sperimentate in casa, al lavoro di produzione in studio, si è sempre più andata definendo la cifra stilistica giusta ai miei brani, soprattutto grazie all’intensa attività live che ne è seguita.

Come nasce una canzone?

Le canzoni, che ho iniziato a scrivere non appena ho imparato i primi giri di accordi sulla chitarra, nascono sempre spontaneamente e mai la parola è staccata dalla melodia. Penso in musica e spesso ciò accade quando viaggio o cammini, per cui dopo c’è un momento in cui l’idea prende forma, quando individuo con le corde la linea melodica giusta per il canto. Per me una canzone è buona nel momento in cui la sua genesi è immediata e non richiede troppa elaborazione e cesellatura…la ritengo così giusta, onesta e che possa arrivare diretta a me in primis e poi a chi la ascolterà. E questo credo sia la forza del nostro lavoro, riscontrata anche dal feedback che mi danno le persone che hanno visto i concerti.

La musica segue al testo oppure ispira la scrittura?

Riferendomi alla mia risposta precedente, posso solo aggiungere che parola e melodia nascono assieme, poi il lavoro che effettivamente viene dopo, è quello che cura Massimiliano nell’arrangiare la canzone con le tastiere…diciamo il vestito finale.

Credete che possa esistere un legame tra musica e poesia?

Ciò che mi ha portato per esempio a suonare questa estate al festival nazionale di poesia di Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa, è stato proprio il forte legame tra poesia e musica che impregna le canzoni del mio album. Credo di avere da sempre una vocazione poetica nell’uso della parola, per definire immagini evocative dell’emozione che voglio trasmettere. Poi, probabilmente, i testi senza musica non avrebbero la struttura poetica giusta per esistere da soli, ma il rinforzo dato dalla melodia e dal colore della voce fanno il resto.

Quanta parte di realtà converge nei tuoi testi e quanta di onirico li caratterizza?

Scrivendo tendenzialmente per immagini, direi che l’aspetto sognante è ampio e radicato, ma sempre c’è un riferimento di partenza reale nell’approcciarmi alla scrittura. Un’immagine, un momento personale vissuto, un fatto di cronaca o della nostra Storia, un film che mi ha colpito. Non mi pongo limiti in tal senso…ciò che mi permea prima o poi emerge e trova nella canzone una sua espressione. Evito la retorica, soprattutto se avverto l’urgenza di scrivere una canzone sulla memoria, affindandomi piuttosto ad una forma di linguaggio che possa ampliare l’emozione che voglio trasmettere nella forma più universale possibile…poi un rinforzo a livello di atmosfera e languore lo esprime Massimiliano, quando cura liberamente gli arrangiamenti, con sintetizzatori o preferibilmente con note liquide di pianoforte wurlitzer o rhodes, che prediligiamo.

Come usate le pause e che influenza esercita il silenzio nel processo creativo?

Le pause hanno un carattere necessario, in quanto rigenerano e quando si gira tanto per suonare live a volte perdi il senso del tempo e dello spazio. Tornare a casa, abitando poi in Appennino, al limitare del bosco, costituisce un momento fondamentale di raccoglimento e recupero. Vivere i colori e le atmosfere dei luoghi in cui viviamo garantisce sempre un’inesauribile risorsa di ispirazione, sia per la scrittura, che per la parte più strettamente musicale e spero che il silenzio possa anche attraversare la canzone.

Quale strategia usate per promuovere la vostra musica e cosa ne pensate del mercato e del panorama musicale attuale?

Tutta l’attività live è iniziata in modo quasi casuale la primavera scorsa e si è andata strutturando sempre più, soprattutto con l’uscita dell’album a gennaio 2017. Il motore principale è stata la convergenza, avvenuta nel momento giusto per la crescita personale ed artistica di entrambi, tra le opere fotografiche e pittoriche di Massimiliano Usai ( la cui personale è anche il titolo dell’album) e le canzoni che finalmente sentivo di dover fare ascoltare. Abbiamo pertanto iniziato a proporre una formula di mostra e concerto, che si è strutturata sempre più trovando collocazioni anche insolite di realizzazione, come borghi antichi, rifugi di alta quota, castelli…nel tempo, ad oggi, continuiamo a proporre questa formula, ma anche il solo concerto o la sola personale, a seconda dei contesti e delle richieste. Il momento del concerto poi è sempre caratterizzato dalla lettura di poesie, che aprono le canzoni in scaletta e sono interpretate dalla voce narrante di Massimiliano Usai.

Questa formula , ibrida e flessibile, ci ha consentito di organizzare decine di eventi, spesso in collaborazione con Associazioni Culturali, realtà museali, librerie indipendenti o Festival, ma a volte anche nei più classici locali. Debbo specificare che subito dopo la pubblicazione del disco, ho scelto di interrompere la collaborazione col produttore che ne aveva curato la registrazione e con il booking, così come ai tempi scelsi di non appoggiarmi a d alcun ufficio stampa. La scelta è stata determinata sia da un carattere economico legato all’insostenibilità di una promozione che coinvolgesse più persone nella promozione di un disco a tutti gli effetti autoprodotto e indipendente, sia alla necessità di recuperare il senso del lavoro fatto, riprendendolo in mano e centrandolo come prodotto artistico in una collocazione giusta e coerente con le premesse che ci avevano indotto a registrarlo.

Le canzoni dell’album secondo noi avevano bisogno di una collocazione giusta, sia in termini di promozione radiofonica, che in termini di location in cui suonarle, e crediamo ad oggi che le nostre scelte siano state giuste…l’apprezzamento che in effetti ne è derivato, un sapiente e costante utilizzo della rete dell’immagine, curata a tutto tondo dal taglio artistico di Massimiliano Usai, ha permesso al disco di viaggiare lontano e di ricevere anche l’attenzione di addetti ai lavori e giornalisti che ne hanno parlato, per puro interesse personale e spassionato.

Il mercato discografico in senso stretto quindi è piuttosto distante dal nostro approccio alla musica. Siamo andati là dove è nato un interesse reciproco e spontaneo e certe logiche le viviamo solo alla lontana. Questo è il vantaggio e magari anche un limite alla diffusione. Ma credo continueremo su questa strada anche col prossimo lavoro.

Quale artista vi ha particolarmente influenzati?

Essendo io un cantautore non posso prescindere nella mia formazione da tutta la scuola di artisti romani e da quella genovese. Gli anni 60 e 70 sono un patrimonio immenso, dove la voce e la melodia avevano per me la giusta vibrazione. Poi personalmente continuo ad ascoltare tutto quello che circola oggi, ma ben poche realtà mi appassionano. Forse in tal senso è meglio la realtà indipendente fuori dai confini italiano, per sonorità e suggestioni.

Potete anticiparci qualcosa dei vostri programmi futuri?

Adesso ci approcciamo ad iniziare una nuova serie di date per l’autunno, poi l’idea è di lavorare ad un nuovo album, in cui vorrei, rispetto al precedente, andare ulteriormente in sottrazione e rendere quanto mai aderente al live in termini di sonorità..per questo stiamo pensando ad una registrazione in presa diretta delle nuove canzoni, andando a ridurre al minimo strettamente necessario il lavoro di post produzione.

La mio bio: Roberto Vitale, nato a Bologna, lavora come educatore nella psichiatria, ma coltiva da sempre la passione per il canto.Ha studiato diversi anni canto lirico e moderno, per poi approcciarsi allo studio della chitarra acustica, con l’urgenza di trasformare in canzoni la sua passione per la scrittura evocativa e poetica, che spazia dal cantautorato più intimista, a canzoni dal forte contenuto sociale. Inizia una intensa attività compositiva, e dal 2007 intraprende un percorso live, che si intensifica nel 2016, fino alla registrazione del suo primo album “Di legno e di cenere”, uscito a gennaio del 2017.

Massimiliano Usai – Nato a Bologna nel 1976. Si laurea in Urbanistica contemporanea nel 2005.

Ama da sempre la sperimentazione e l’interazione di pittura, arte, fotografia e design.

Non i filosofi, ma coloro che si dedicano agli intagli in legno e alle collezioni di francobolli costituiscono l’ossatura della società.

– Aldous Huxley, Il mondo nuovo, 1932

Massimiliano Usai è un artista sensibile alle proprie origini, alle proprie radici, un osservatore e conservatore, oserei dire curatore del proprio territorio (Appennino bolognese).

I supporti lignei che Usai elegge sono corpi grezzi, scheggiati, vissuti, consunti, sono già di per sé scenari preziosi e irrisolti come i soggetti che vanno ad ospitare.

L’immagine fotografica perde la propria definizione, l’abbandona, si spoglia, per scivolare sul rugoso supporto ligneo, diventando così un’impressione pittorica, sussurrata, delicata, quasi accennata, abbozzata, irrisolta, vaga ed eterea come un eterno sognare.

Federica Fiumelli, art curator

 

Mostre recenti:

2016

Lagolandia (Lago brasimone – Bologna)– personale “Di legno e di cenere”

Borgo la Scola (Bologna)– personale “Di legno e di cenere”

 

2017

Officina 15 (Castiglione dei Pepoli – Bologna)– personale “Di legno e di cenere”

Vergato arte (Bologna)- collettiva

Lorenzago aperta (Belluno)– collettiva

Castello Manservisi (Bologna)– personale “Di legno e di cenere”

Genova – Erotica-mente

Parma – personale “Di legno e di cenere”

 

Contatti:

massi.usaimail.com /  3468940621

Pagina fb. Spazio Omniae di Massimiliano Usai / https://www.facebook.com/arslabor76/?ref=bookmarks

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Prospettive. Omaggio di parole a Ray Bidegain


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Ray Bidegain - poppies+in+vase - from web site

Papaveri di Angela Greco (inedito, maggio 2017)

*

Abbandonati al loro destino in un bicchiere d’acqua,
nel mutamento climatico di questo spaccato di storia,
li ho visti già morti, avvizziti sullo stelo del tempo
reciso senza troppa grazia dal calpestato suolo.
Qualcuno è stato chiuso tra le pagine, al pari di una battaglia
e di una data di cui a ricordarsi, domani, saranno solo i più bravi.

La ragazza di vent’anni dalle unghie smaltate di verde
li ha raccolti nel suo giorno di sole e ha avuto il coraggio
di non buttarli via appassiti. Poi, la casa e la finestra
hanno compiuto la rivolta del passo già segnato ed una sera
bagnati di calore e profumo di caffè i papaveri son tornati
meravigliando Giusy. Abbiamo guardato il cielo sollevati
e la Via Lattea ha dissetato tutta la sfiducia di cui soffriamo.

Sulla riva ricolloco sillabe ed un paio di sabot di plastica
per piedi nudi che hanno camminato sull’acqua scura.
Una croce color papavero a pochi passi dalla paura
e incomprensibili suoni tentano ricostruzioni di fortuna.
Nelle nuove stanze ci attende l’ultima dea coi suoi vent’anni.

***

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Giovani Propettive. Omaggio di parole a Jone Reed.


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In un casolare remoto tutto stette qui
di tempestati cristalli e scricchiolii
sparsi i sensi di cognizioni tutti rappresi nel rimmel
sulle ginocchia, alcova,
dove si frantuma e rimesta
Volevo dimostrare cosa vuol dire avercela
senza averla, ma,
non più solo quel rumore suono frr brulichio
strusciare stupendo
l’ogiva con le sue consuetudini , e mi vedi lo so
Sono fatta di balsa, ottima per i sogni,
pure neri
e fisarmonica
ed i flessibili che mi hanno segato le caviglie
Questa è la nuova fisica
spasmo io porto, come tumefazione di un mondo
troppo descrittivo
Aver la figa da uomini è di contrabbando
Quattro sigari, tre whisky, due cose da dire
Si piega lo spazio ed il tempo se ne fugge sulla posa
di qualcosa
E chi mai me la rapì non fosti tu
nemmeno io, che immagino e sovvengo
Vado al crocevia per cui si deve sentire un enorme suono
e,conta e,senti e, nega, ho (Aristotele) tra le gambe
Suono l’universo affinché si disgreghi e si faccia casa
e mi si fotta chi mi da contro
Porto sfrigolii che Dea consegna come fossero miei
Qui si fanno sintassi
E che se vadano troppo lontano i bigotti ed i porci
Ho detto virgola
E lo avresti dovuto capire
da quello che non ho detto
Piegami al muro,
Con vetuste libertà
ti spiegherò la pittura libera

Di Alessandro Bertacco

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VERSO|| DOPPIO|| SENSO – 4 – di Silvia Rosa


NERA

Gli occhi in punto
in questo mezzo giorno
di precisa assenza,
ti guardo ripetuta in una foto
che rincorre la tua vita intera:
sempre nera la maschera
che indossi per ricordare
il lutto ‒ quando da bambina
hai mancato per un soffio l’appiglio
confortante dell’attesa, quel treno
spoglio, le mani che parlano
la tua stessa lingua nella forma
che il codice genetico detta
ai tuoi silenzi

ma io lo so che nonostante tutto
sei la stessa in ogni dove per
sempre quell’anima piccina
turchese e zucchero, nascosta
dentro un’armatura nera
in questa mezza notte bucata
al centro, il tempo che si inceppa
parallelo alla corsa decisa
delle tue parole, spalle al vento,
è il credito che tieni in pugno
nera impronta di un addio.

Silvia Rosa

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Ricordi l’inverno passato?

Venivi a coprirmi nella notte
sul rosario d’ossa che cinge il petto.

Ora un uccello azzurro vi ha posato il nido
grida un nome
a gocce alterne morbide infuocate
grida
nella cicatrice che unisce le solitudini
sul filo nero che ricuce
un punto dopo l’altro
la tempesta.

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Alta e verticale sto
come una roccia a picco sul mare
e nulla scompone
questa assenza orizzontale.

Alta e verticale sto
a sorvegliare pinne e abissi
quella sovranità feroce che danza
nutrendo piedi uncini e radici.

Alta e verticale sto
a setacciare pietre lucide
nella tempesta di boe e cefali
che si incrociano dentro me
in una guerra silenziosa.

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Ci sono stanze dove nessuno attende
e solitudini negli angoli appese ai muri
e uomini in piedi sulla soglia
con donne lì accanto a denti stretti
provate dalla stessa urgenza.

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È un atto di fede
questo svegliarsi nel mondo
e praticare la notte

un miracolo che attende
lo sgravare delle ore e dell’acqua
nelle porte senza chiave, che timide
risiedono, incavate nelle stelle
lì, dove il silenzio ci definisce
e con esso, il buio.

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*

Testi di KSENJA LAGINJA, tratti da “PRATICARE LA NOTTE” (Ladolfi Editore, 2015)

Immagini di KRISTAMAS KLOUSCH (http://kristamas.net/home.html)

Icaro nel petto: viaggio dentro un pensiero siderale di Manuel Paolino


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Mai dei versi di mare han voluto
così tanto un corpo; giammai rifiuto
fu come quel del biondo di cera:
cadde la celeste cima con la falce di sera.

Ritrova lo scoglio il corpo,
le ali ormai liquide nel sale orbo
e il sole cattivo non piange sottovento,
né contento ride sul vestito rotto.

Oh rondine di sogno ricuci tu il lutto,
che non fu d’esempio: le parole eterne scottano
nel petto.[1]

[1] Icaro, inclusa nella mia raccolta L’idromele; fa riferimento alla lirica di Gerardo Diego Icaro (Fontana della Granja); la Granja è una tenuta reale presso Segovia, fra le sue famose fontane vi è una in cui si vede Icaro infiggersi, precipitando, nella roccia.

Questo scritto è frutto di una selezione tratta da quelle affermazioni particolarmente significative incontrate, fino ad ora, fra le mie letture. Ne esce un testo unitario; ed un unico, incommensurabile, pensiero poetico.

«Conosco Ungaretti come un allievo un Maestro, da 25 anni, e l’ho visto in tante diverse situazioni di vita, (…) ma tante volte, in casa, o in tram, (…) o in viaggio, m’è parso di sentire che qualcosa all’improvviso l’afferrava, entrava dentro di lui: come dicevano gli antichi, veramente lo ‘possedeva’.»
(PICCIONI L., Studi su Ungaretti. Una perpetua poesia maggiore, in UNGARETTI G., Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2011, p. XVIII)

«Il principio supremo non dovrà accogliere all’interno del suo compito il supremo paradosso? Essere un principio che non lasci mai assolutamente in pace, che sempre ci attragga e poi ci rigetti, e sempre di nuovo torni ad esser incomprensibile, persino quando lo si è già compreso? Che ecciti incessantemente la nostra attività, senza mai esaurirla, senza mai abituarla? Secondo antichi racconti mistici, Dio è qualcosa di simile per gli spiriti.»
(Novalis)

«Colui che sogna ad occhi aperti sa di molte cose che sfuggono a quanti sognano solo dormendo. Nelle sue nebbiose visioni, egli afferra sprazzi dell’eternità e trema, al risveglio, di vedere che per un momento si è trovato sull’orlo del grande segreto. Così, a lembi, apprende qualcosa della sapienza del bene, e un po’ più della conoscenza del male. Pur senza timone né bussola, penetra nell’oceano sterminato della ‘luce ineffabile’ come gli avventurieri del geografo nubiano, che ‘aggressi sunt mare tenebrarum, quid in eo esset exploraturi’.»
(Da Eleonora, I racconti del terrore, Edgar Allan Poe)

«Sono nato nel 1909 a Salerno: ricordo tutto dei miei primi anni… Posso dire che sono diventato scrittore o più propriamente poeta per avere sempre sentito dietro di me, dalla nascita, altre stanze, altri luoghi, altre stagioni in cui ero vissuto.»
(Alfonso Gatto, da La vita e le opere, in Alfonso Gatto, Poesie 1929-1969, a cura di Luigi Baldacci, Mondadori, 1972, p. 13)

«Ma la sete era mia, questo conta. Quel libro non era una fonte d’imitazione, ma una sorgente d’invenzioni per chi aveva da trovare in sè qualcosa.*»
*(Parlando con Ferdinando Camon, Gatto aveva detto di aver bevuto ‘a piena gola’ all’Allegria di Ungaretti; da La poesia di Gatto, in Alfonso Gatto, Poesie 1929-1969, cit., p. 23)

«Qualsiasi sia il modo (…) di risolvere i termini del problema poetico (…) risulta ora ozioso, per non dire impossibile, intervenire in un ambito così misterioso, dove solo ci è dato di supporre, ma mai di comprovare. (…) // Perchè, infatti, possiamo conoscere la poesia solo attraverso l’uomo; unicamente lui, pare, è un buon conduttore della poesia, che finisce dove l’uomo finisce, sebbene, a differenza dell’uomo, non muoia. In questo senso, il risultato o residuo poetico, tentativo di qualcuno che ha creduto nella poesia, è fatalmente romantico.»
(Luis Cernuda, dall’articolo su Paul Eluard – Litoral, 1929 –, in Poesia española. Antologia 1915-1931, a cura di G. Diego, Madrid, Visor, 2002, p. 424)

«L’immaginazione è il primo gradino e la base di tutta la poesia… Il poeta con essa costruisce una torre contro gli elementi e contro il mistero. È irreprensibile, ordina e viene ascoltato. Però gli sfuggono quasi sempre gli uccelli migliori e le luci più splendenti. (…)
Ma il poeta che vuole liberarsi dal campo immaginativo, non vivere esclusivamente dell’immagine che producono gli oggetti reali, smette di sognare e smette di volere. Non vuole più, ama. Passa dall’immaginazione, che è un fatto dell’anima, all’ispirazione, che è uno stato dell’anima. Passa dall’analisi alla fede. (…)
Così come l’immaginazione poetica ha una logica umana, l’ispirazione poetica ha una logica poetica. Non serve la tecnica acquisita, non c’è nessun postulato estetico su cui operare; e così come l’immaginazione è una scoperta, l’ispirazione è un dono, un ineffabile regalo.»
(Federico Garcia Lorca, da Imaginacion, inspiracion, evasion – 1928 –, in Obras, VI. Prosa, 1, a cura di M. Garcia-Posada, Madrid, Akal, 1994, pp. 279-283)

«Pur eliminando gli elementi considerati ‘impuri’ perchè troppo pregni di realtà e ricercando la purezza nel totale svincolarsi da quest’ultima, Diego difende e sostiene una realtà più umana: quella veramente pura realtà interiore che è l’emozione. È questa una variante enorme all’affermazione di Huidobro: ‘el vigor verdadero reside en la cabeza’ (il vero vigore risiede nella testa).»
(Miledda D’Arrigo, Gerardo Diego. Clausura e volo, Ugo Guanda Editore, 1970, p. XVIII)

«(…) In ogni componimento poetico c’è stata la Poesia, però non c’è più. Sentiamo il calore recente della sua assenza e l’impronta tiepida della sua carne nuda.
Credere in ciò che non vediamo, dicono che sia la Fede. Creare ciò che non vedremo mai, questo è la Poesia.»
(Gerardo Diego, Poesia española. Antologia 1915-1931, cit., pp. 264-265)

«Si rimproverano i poeti di esagerare e si considera il loro linguaggio improprio e immaginifico quasi solo per giustificarli, addirittura ci si accontenta (…) di attribuire alla loro fantasia quella natura sorprendente che vede e sente qualcosa che altri non vedono e non sentono e che, in un’amabile follia, fa e disfa il mondo reale come le aggrada; ma a me sembra che i poeti siano ben lontani dall’esagerare abbastanza, che essi percepiscano solo oscuramente l’incanto di quella lingua e giochino con la fantasia come un bambino con la bacchetta magica del padre. Essi non sanno quali forze siano loro sottomesse, quali mondi debbano loro obbedienza.»
(Novalis)

«Abbiamo accettato, senza troppa riflessione, il fatto che non può esistere altra realtà che quella che ci circonda, e non abbiamo pensato che anche noi possiamo creare la realtà del nostro mondo, di un mondo che attende la sua propria fauna e la sua propria flora. Flora e fauna che solo il poeta può creare, grazie a quel dono speciale che la stessa madre Natura diede solo a lui.
Non serviam. Non devo essere tuo schiavo, madre Natura; sarò il tuo signore.»
(Vincente Huidobro, da un articolo letto all’Ateneo di Santiago intitolato Non serviam, 1914)

«Immagine multipla. Non spiega nulla; è intraducibile in prosa. È la Poesia, nel senso più puro della parola. È anche, ed esattamente, la Musica, che è sostanzialmente l’arte delle immagini multiple; ogni valore dissuasivo, scolastico, filosofico, aneddotico, le è essenzialmente estraneo. La musica non vuole dire nulla. (…) Ognuno dà la sua lettera interiore alla Musica e questa lettera imprecisa varia a seconda del nostro stato emozionale. Ebbene: con le parole possiamo fare qualcosa di molto simile alla Musica, per mezzo delle immagini multiple.»
(Gerardo Diego, in Posibilidades creacionistas – 1919 –, in Obras completas. Prosa, a cura di J. L. Bernal, Madrid, Alfaguara, 2000, vol. 1, p.170)

«Vi dirò ciò che intendo per poema creato. È un poema in cui ogni parte costitutiva e tutto l’insieme presentano un fatto nuovo, indipendente dal mondo esterno, slegato da ogni altra realtà che non sia se stesso, poichè prende posto nel mondo come fenomeno particolare, a parte e diverso dagli altri fenomeni. Fa reale ciò che non esiste, cioè si fa egli stesso realtà. Creare un poema prendendo dal vivo i suoi motivi e trasformandoli per dar loro una vita nuova e indipendente… Nulla di anedottivo né descrittivo. Se accettate le rappresentazioni che un uomo fa della natura, ciò prova che non amate né la natura né l’arte. Inventare è far sì che cose parallelle nello spazio si trovino nel tempo e viceversa presentando così nel loro insieme un fatto nuovo (…). Il poeta non deve essere più uno strumento della natura ma far della natura il suo strumento…»
(Da Manifestes di V. Huidobro, 1925)

«(…) Questa poesia è qualcosa che non può esistere se non nella testa del poeta. E non è bella perchè ricorda qualcosa, perchè ricorda cose viste, a loro volta belle, né perchè descriva cose belle che potremmo anche vedere. È bella in sé e non ammette termini di comparazione. E nemmeno può essere concepita fuori dal libro. Niente le somiglia del mondo esterno; rende reale quel che non esiste, cioè si fa realtà a se stessa. Crea il meraviglioso e gli dà vita propria. Crea situazioni straordinarie che non potranno mai esistere nel mondo oggettivo, per cui dovranno esistere nella poesia perchè esistano da qualche parte. Quando scrivo: ‘L’uccello fa il nido nell’arcobaleno’, si presenta un fatto nuovo, qualcosa che non avevate mai visto, che mai vedrete e che tuttavia vi piacerebbe molto vedere. Il poeta deve dire quelle cose che mai si direbbero senza di lui. Le poesie create acquisiscono proporzioni cosmogoniche; ci danno in ogni momento il vero sublime, quel sublime del quale i testi ci presentano esempi tanto poco convincenti. E non si tratta del sublime eccitante e grandioso, ma di un sublime senza pretese, senza terrore, che non vuole opprimere o schiacciare il lettore: un sublime da taschino. La poesia creazionista si compone di immagine create, di situazioni create, di concetti creati; non stiracchia alcun elemento della poesia tradizionale, salvo che in essa quegli elementi sono integralmente inventati, senza preoccuparsi assolutamente della loro realtà o veridicità precedenti l’atto della realizzazione.»
(Vincente Huidobro, Manifesti, 1925)

«È l’idea che deve creare il ritmo e non il ritmo l’idea, come in quasi tutti i poeti antichi. (…) Le leggi della metrica tradizionale combattono la spontaneità e il movimento della natura, che il poeta deve seguire attraverso l’esempio costruttivo della sua architettura.»
(Vincente Huidobro, dalla Prefazione del poema Adan)

«(…) Le vere poesie sono incendi. La poesia si diffonde ovunque, illuminando ciò che consuma con brividi di piacere o di agonia. (…)»
(Vincente Huidobro, dalla Prefazione di Altazor, 1931)

«(…) Serve sottolineare che in questa congiunzione radica il segreto del poeta: quello della natura, cioè, la terra in cui affonda le sue radici e nella quale si stabilisce la sua forza elementare, il suo impulso tellurico, e quello della cultura che si è andato progressivamente formando e consolidando a partire da queste radici, intreccio incessante e drammatico di tutti i sogni e le ansie e i canti (…)»
(Angel Augier, a proposito di Nicolas Guillen)

«Come segni, esse sono condannate alla prosa; ma, dal loro essere semplici segni, la magia del poeta le trasforma in talismano.»
(Henri Brémond, 1930)

«Questa idea dell’artista creatore, dell’artista-dio, mi fu suggerita da un vecchio poeta indigeno dell’America del Sud (aimará) che afferma: – il poeta è un dio; non cantare la pioggia, poeta, fai piovere – »
(Vincente Huidobro, La creazione pura)

«Determinati miti ricorrono, ruotano attorno ad un’ossessione: l’onnipotenza dell’immaginazione, la forza miracolosa della poesia. Il prodigio del canto di Orfeo, il poeta per antonomasia della tradizione platonica, consiste nel provocare lo stupore e l’immobilità delle creature che lo ascoltano. Così, il motivo del canto appare connesso nella poesia gongorina alla capacità di placare, fino a fermare, il più sfuggente degli elementi, l’acqua. Dono semidivino del poeta è controllare l’inafferrabile, arrestare ciò che è fugace, fermare ma pure formare il flusso delle cose.»
(Norbert von Prellwitz, dalla Nota introduttiva di Luis de Gongora, Le Solitudini e altre poesie)

Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Deborah Sheedy


Deborah-Sheedy

***

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dall’altra parte del freddo
e costantemente da sola
_perchè anche la più palese delle verità mi distanzia
come un veleno che si fa prima dolce
e poi postumo di un abbordo al silenzio

allora cosa accade dall’altra parte
mentre tutto il niente mi risale dentro
e a malapena lo avverto
_abile nel trattenermi in bocca
la friabile amarezza
di un assolo di pianto dilaniato
che mai trova fine se non nell’ultima via

è sempre dall’altra parte del freddo
che io sopravvivo
_perchè faccio della mia insesistenza
l’insistenza dal giusto distacco
come l’azzardo del vuoto che mi avvolge da lontano

di Rosaria Iuliucci

***

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E su dai basta, dai
abbastanza dammi 40 rintocchi,
dammi la spina
e poi ti muoio, e poi ti stupisco
mi metterò le campane sul
concetto che non morirò
mai
io già morta, allora vedi
che non mi capisci
stavo sotto il porticato
a portare danze dai
retrogusti più inaspettati.

Gradisco il declino
inteso come forma di
conoscenza
non dovetti vederti
ma poi mi stamparono
l’ubiquità della bellezza e
fu caos

Di Alessandro Bertacco

***

Immagine

Attraccano ricordi nella dispersione dell’io

Intinto il volto
Nel vuoto della memoria

Emerge in sentimenti d’addio
Il calore del tuo sorriso.

Di Angelica D’Alessandri

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LE PAROLE TACIUTE di Izabella Teresa Kostka

I segreti feriscono come coltelli
– sanguinanti schegge della memoria,
letali sorrisi dipinti sui volti
oscurati dall’ombra della propria vergogna.

Putrefatti rifiuti della coscienza
soffocati di giorno dall’apparenze.

Le stigmate eterne dei sensi di colpa.

Poesia tratta da “Le schegge” 2017.

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Di spalle di Antonio Devicienti

Di spalle come la Venere di Velázquez
come i coniugi Arnolfini nello specchio alla parete
come Dublino quando ci si arriva in treno:

di spalle come i granelli di polvere o le
gocce di pioggia fermàti sulla pellicola
come la sgranatura dell’immagine dopo la stampa
come il necessario interrogarsi sulle verità del volto ch’è nascosto:

di spalle nello sgranarsi delle vertebre lungo la schiena
nell’andanza commossa della luce ch’è carezza –
di spalle come l’attesa, il velato, il taciuto.

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Siede intenta quieta
lo sguardo è sorgente
le vesti preziosi decori
d’interiorità nostalgia.

E’ sorella madre
o Persefone
la danza fra il buio e la luce

Il contorno netto delle piante
piedi nudi le sue nude foglie
humus
fra il passo e la sua radice.
E’ un canto vivido
non sa
se è lei a intonarlo
o il bosco che la canta.

Di Luisella Pisottu

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La danza di Guido Mura

E danzare e danzare
quasi perdendo coerenza
decorticando la fibra
scarnificando movenze

solo scintille di luce
che stellano la notte
ermetica incombente
includente astronave

notte notte che ingoia
il dolore e il rimpianto
lo spasimo e il supplizio
ora tutto precipita

il pensiero precipita
imbrattato dal tempo
ma residua nell’aria
il ricordo di un gesto

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POST MORTEM (vendetta) di Izabella Teresa Kostka

Verrò a te
coi seni tinti di sangue vermiglio
versato di notte su un bianco lenzuolo,
distesa accanto al tuo “corpo – sposo”
come una bambola smembrata da crudeli forbici.

Verrò a te
in ogni notte oscura
tagliando il buio con l’ultimo grido,
sarò una croce del tuo cammino,
l’asfissiante profumo del gelsomino.

Tornerò a te
e non conoscerai mai la pace eterna.

Poesia Tratta da “Le Schegge” 2017

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La Porta che dorme di Jonathan Varani

Bacio
il primo sguardo
del giorno
quando i muri sono gabbie
stese in petto

lascio
la battaglia dell’alba
spegnersi tra le spade
del sole
e attendo la cenere del corpo

il canto mesto delle lacrime

perché è assenza malata
la porta che dorme
e non conosce il verso
delle tue dita.

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La Parola si svela.

È ancora fresca la neve sull’erba
e che appaia disciolta
è artificio
ché i battiti sono chicchi di frumento
– che non si arda il campo! –
tra i perimetri delle mie storie
cronologie lente
dramma del tempo
dracma in contanti per ogni pena

Mi svelo.
Appena soffocata
concentrata sulla pazienza
convertita e fedele
sotto patina in difesa

di Mariella Buscemi

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Giovani Prospettive. Omaggio di Parole a Christopher McKenney


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Nella impossibilità e nella non volontà di parlarvi, mi rivolgo a voi, uomini devastanti che avete fatto della mia vita un calvario.
Le lodi all’amore, le gioie sfrenate del sesso, la dolcezza d’amore filiale, la rassegnazione ad un penoso matrimonio hanno forgiato una marionetta, la cui testa troneggia nel bronzo in vita eterna.
Ho pagato la mia breve libertà a nervi spezzati ed emorragie affettive. Mi sono tramutata in una larga vagina dalla quale il sano ed il malato hanno attinto a loro piacimento.
Sono una stella, una stella spenta ed intristita e grigia, pazza d’amore e di mille sperma, folle di vendetta e di riscatto.
Non mi nominate, non mi invocate, vi prego.
Sono la reietta, la peccatrice, la demente.
Onorate il mio unico vero reale sincero atto di coraggio. Mi sono sottratta a voi e alla vostra cupidigia, ai miei diavoli e ai miei desideri.
E così vi lascio, a marcire tra le lenzuola sudate, impregnate dei vostri malsani odori.

Di Annalisa Fiorio Boscia

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CERNIERA di Chiara Baldini

La settimana del dovere è una valigia
che si annega nel pasto d’asfalto.
Mi ci rinchiudo, contorsionista condanna
ad alitare il buio in un grumo
tra vesti e intimo di vecchio bucato.
L’anima liquida ha la forma del flacone
e rotola appena: fa di beauty-case Casa.
Il fiato è tirato come un filo di ferro,
nella cerniera una gogna, quando s’indenta.

E tutto si compie, ogni volta si serra.

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Omaggio_Mckenney_Urlo

URLO di Chiara Baldini

Il mio urlo è uno spillo ingoiato.
Sono l’intingolo del non vissuto,
dagherrotipo di una non famiglia.
Urlo rabbia fin dentro le feci
perché m’hai tutta spremuta in carne,
fuori. E la carne riprendo nel pugno
sognando l’urlo, la nocca e lo scontro.
Poi mi accuccio, nel mio contrappasso
sputo e reinghiotto lo spillo.

Poesie tratte da “Prugne sulla pelle”, Samuele Editore, 2016

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In del bosc
mirant à la llumera
come un rottame che non sa volare
incrostato di ruggine

tourbillonando si avvita
formicolare di cieli
riflesso vaso vagale
esondazione di fremiti

Si cercano le vene
quasi soffi di vita
l’inferno è fatto d’aghi
non si attende la luce

Gli alberi pali elettrici
fiamme di sodio
precipitare in cielo
da un banale torpore

Qui si sognano boschi di castagni
e il vidore nei ronchi
sul marciapiede cupo di cemento
insozzato dai cani

di Guido Mura

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ACCUSA di Izabella Teresa Kostka

Mi incontrerai come una madre,
culla sanguinante del rampollo mancante,
guardiana delle grida degli innocenti
dispersi tra le tombe senza dimora.

Sarò la tua sposa distesa sull’ara,
statua – ritratto della perdizione,
non chiamerai invano il mio nome
scolpito su una costola di un Dio minore.

Dal mio sguardo morirai
come il vile carnefice avvinghiato ai piedi.

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MATER NOSTRA EST di Izabella Teresa Kostka

Come una vigna matura pregno il tuo grembo,
l’ombelico del mondo gravido di allegria,
turgidi e candidi i seni – succosi frutti maturi,
accogliente dimora per le piccole labbra.

Sorridi
ignorando le grida del Male,
d’Immenso s’illumina il tuo viso,
nella Natura ritrovi la pace
quell’essenza primordiale del Sacro Creato.

Sei una corolla sfavillante di puro amore
incarnato nel germoglio sbocciato dal ventre,
ovunque tu viva su questa Terra
rappresenti il nucleo dell’Universo.

Mater Nostra di qualsiasi fede
sia benedetto il tuo nome!

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Si attendeva
il ritorno a casa
della notte
con già pronte
cento domande
di cristallo infrangibile
a l’espèttoro.
si guardava
navigare i violini
gioiosi diluvi
di brevettate vedove
all’insaputa
di fedi incagliate
le finestre
che ti fanno pensare
all’ammirazione
per nebbie distratte
dal rovistare del tasso
tra le insanguinate sponde
di lacerate labbra
tana di lupi
nei mattini di tormenta
al bosco grigiastro
che non vuole invecchiare
allo svolazzo
tra secche di gomma
ascoltando Chopin
si dimena
la polvere incisa
nell’ortografia di una lingua
che fa girare la testa
ad ali sfiancate
impeto di nere porte
infagottate parole
di poeti scaduti
tra fiamme inadatte
a sfornare il pane.

Di Luca Gamberini

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Se tu mi dessi
tutti i cieli che conosci
i nembi sarebbero pellicola di tempeste
e tutti i diluvi
si stamperebbero
asciutti
sulla terraferma del mio volto
come io fossi Amazzonia
in contrasto agli astri
foresta intricata
tangente alle tue altitudini

Di Mariella Buscemi

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Nulla sanno dell’innesto
che fanno i nostri gambicini
ai rami
e della fotosintesi generata
dalle cime secolari e innevate,
tanto da portarci
dentro
le stalattiti appuntite
di tutte le generazioni
miste alle viscere.
Rido.
Al gelo della mia postazione.
Ho la certezza intessuta al nome
E la scoperta del piccolo e autentico
A stampella del vacillare.
La minaccia salta in aria.
ed io,
ad osservarne il triste volo.
Da qui, è Luce.
Ho la certezza intessuta al Nome.

Di Mariella Buscemi

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la visione
è oltre la cinta screpolata
oltre la pietra,
immobile, nonostante il crepitio
che il vento traccia
sulle venature sottili delle mani.
le scritture nodose sussurrano
ai sognanti l’alterità
la perfezione delle cortecce
i presagi che il bianco ricama
sulla terra
il capo panìco velato
senza volto

di Mirella Crapanzano

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ci sono passata tante volte nello stesso inverno , come un random di memorie che che si apliano lentamente nei passi fatti a piedi nudi in quella terra dove ogni cosa mi ricordava casa , pur non avendome mai avuta una .
e ci sono tornata tante altre volte in quella terra , nonostante fosse sempre lo stesso gelido inverno , senza lamenti moderati e disperazioni che dalla fame mi mangiavano la pelle .
se tutto questo non porta il nome del mio mancato essere , della mia addomesticata afflissione al dolore , allora chi sono io ?
da dove vengo se non da quegli inverni che mi hanno tenuta in vita abbastanza a lungo da non voler più subire la carezza della luce del sole .
forse è questo che sono io , una persona sola che si ripete in se stessa come in un riflesso .
un’anima mancata senza ombra , senza orma , senza esistenza , se non quella dispersa in un tempo curvo nel suo termine .

di Rosaria Iuliucci

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(e tu vorresti titolarmi?) di Alessandro Bertacco

No, e senti il blu, assieme
lanciato al cielo
(e non devi dimezzarti)
Ni, e senti il mondo, corallino
antropofago, ci rigenereremo
specchiandoci come ci avessero mostrato
due alici diverse, qualche paio di cose proibite
E si, e si che ed lì che tutto muore
quel fetente che non si è fatto favola
.
E più cado e più sento
questo è il budino esoterico della vita
Cristo quando le hai rese serie
E più volo, e dovevo stare
al suggerire della realtà
E più tutto mi muove
.
mi protraggo fino ad invadere
le terre che sono boschi attorno alla vostra aurea
e dico ciao allo spettro
.
Siamo alla spiaggia della realtà,
e siamo tutti di nuovo strani e normali
della alla luce che mai è banale
.
Che poi
Che poi
che tanto l’altro l’hanno raccontato
Ed il terzo mondo è questione ancora più seria
al chiamarla questione individuale
falsamente che qui ed ora sia stata rappresentata
germinare è la via di mezzo tra morire e nascere
in foto vi fotto cose invisibili

***