Giovani Prospettive. Omaggio di parole ad Emanuela Cau


Cau

Emanuela Cau, artista dalle mille sfaccettature apre le porte della sua abitazione a Quartu per la sua prima intervista video e si racconta. Definirla “fotografa” è riduttivo: ha studiato tecniche di scrittura e regia cinematografica, realizzato cortometraggi, video teatrali e musicali. Le sue foto sono autoritratti, sembrano quadri.

***

23718163_305233793307822_584140006_n

Emanuela Emanuele Emanuela . di Alessandro Bertacco

Cosa è la vita, se non fossimo qui a cercarsi
E
io pago le rate tu paghi le rate noi paghiamo le rate
O
Finiamo tutti nei campi,
tu hai rubato altre anime diverse dalle mie
A sentirsi sciogliersi le dita su qualcosa di troppo astratto
A
vedere troppo grano del mondo andato, dico andato
A fare le ballerine impotenti
N
.finimmo tutte le bocche e le vocali
e ci trovammo a leccare l’arcobaleno

*

23772370_123142975129278_724733788_n

O mar é mundo que te habita, ondas de revelação lavam-me a alma. Uma avalanche de emoções, banhadas com a espuma de uma história construída pelos silêncios – tão intensos como tu. E regas-me com o perfume de um entardecer dos sonhos de viver, num grito ávido de ser. Envolta num mistério de véus (re)inventas-te a cada momento, para me contares o segredo que transparece – em gotas de criação. Sinto-as correr os meus olhos. Abro o coração para as metáforas que agarras a tudo o que fazes teu. Sabes que cada concha pode adornar os meus cabelos, enquanto sorrio os teus receios e estendo os braços para os amar. Sim. Eu amo de olhos fechados. Respirei a brisa que me sussurrou o enigma do que apenas se pode sentir – sem recear. E fazes-me forte quando acarinho o teu sorriso desenhado pela areia que beija os teus pés, em noites de luar – tu és o verbo criar.

Claudia Ferreira

*

23476485_321243495018272_975740422_n

Tra le tue gambe
onde silenziose
la mia nave.
Trascinati da una fermezza
surreale,
siamo il volto dei bimbi
nascosti:
tra le velature
tra le trame
tra i vorrei.
Siamo lo scrigno di ogni cuore,
di ogni maledetto cuore
che trema, come pirati che cercano il proprio volto
da chiamare tesoro
ed io, capitano di questa nave fantasma
senza equipaggio,
protettrice di cuori tremanti e muti.
Che lo sappiamo…
il gioco è la nostra cura,
ed ogni nostra azione
il nostro destino,
e m’accompagni in questa
surreale bonaccia verso
un volto celato,
che chissà,
potrò un giorno chiamare tesoro.

Di Anrose Thotas

*

Autoportrait di Emanuela Cau

IL NIDO di Laura Pezzola

“[…] perché allora l’enigma/ se io come te
sono vento e polvere?” (Adonis)

Seguivo la treccia dei capelli

il respiro si placava tra la folla
e nella mano che stringevo
crescevano gli anni

tu eri il nido – io l’ implume
dal becco spalancato

– le ali spunteranno – mi dicevi

così a volte
sono piuma contro il vento
e navigo – l’utero fecondo
delle stelle.

*

23469289_526163487750589_867584052_o

I miei mari interiori s’aprono e si chiudono con spasmi di mente innamorata gridano sas janas golpeando con lunghissimi capelli onde sepolte nei millenni undae nigrae quae volitantes furentes su sé stesse s’abbattono nigredo d’opra che si cerca e si vuole luce senza chiarìa parola senza suono la morte collassa nella nascita e la nascita nella morte il mio mare nero splende di buio chiama il mio nome ch’è l’invisibile impronunciabile – ma che è.

Di Antonio Devicienti

*

23482896_10211170659764904_1047275152_o

altrove di Rosaria Iuliucci

a volte credo / a volte
che questa voce che mi chiama possa essere vera
che possa nascere dalle viscere di un’esistenza accaduta
e portarmi con essa con la testa sott’aria
in quel posto dove .il. tutto può accadere
e posso accadere anche io
leggera / come una lacrima incosciente sul volto
ed essere dolce / come un ultimo bacio
o come il tratto rugoso dimenticato dal tempo
nascosto dalle carezze / dove non si è osato più amare

a volte credo /
a volte ci credo anche io che un’altro .luogo. possa venirmi a prendere
chiudendomi gli occhi e tenendomi l’anima ferma e pronta [ all’impatto ]

*

Insicuri – indecisi
nei colori sfumati
assorti in una macchia
tra pensieri irrisolti

lacerando lo spazio
vomitiamo meteore
di luce in volo
ansiosamente celeri

imprecisa la rotta
si dissolve smaniosa
di rivelarsi cenere
di fuochi evanescenti

di Guido Mura

*

23468273_10211170922571474_1657651941_o

Nuova Luna di Rosaria Iuliucci

potrei cambiar tempo
e mutare d’essenza illuminata
nel percorso di luna
che sul mio corpo in fuga si cela
come un verbo amabile e desiderato
comprese le memorie legate
spogliate finemente
di un inizio che gela e salda
come solo il caso del tuo ritorno sa fare
ed il riso distratto del tuo vantarmi
sa dire

potrei mutare di tempo irriverente
e nel tornare al passato giacere
e plasmare il mio dolore
che ti fa scultore
della sua amata pietra
affine alla sembianza
come impronta di neve
etereo avverarsi d’illuso
che non sempre vota allo svolgersi
dell’esser poi di carne
o di quel che si è

*

cau

Eri brava a fare poesia
un talento indifeso
ti bastava guardarmi
dove non ero, confondermi
con i tuoi desideri, mentre
contavo mosche sui vetri.
Eri brava ma non eri tu
nemmeno noi ora si può
comprendere il significato
di questi abbandonati versi
come a vegliare un morto
autenticare una firma falsa.
Eri brava e forse ora
sei ancora meglio di
ciò che sei. Nei tuoi occhi
nuovi progetti di schiene
diritte e un dolore che non si
spezza, declive allo specchio.

Di Luca Gamberini

*

23318814_10214624067585753_1662904045_n

Cercavo di riprendere il senso di me
Senza te
Senza te che sei diventato altro
Lasciandomi qua
Separata e mancante
E ho aperto me stessa
per poterti riconoscere
Nella nuova forma
E poterti raccontare dell’amore e dei mondi
che sempre riempirai

Di Rossana Corti

*

23365202_306658369817153_1690703969_n

L’art révèle, célèbre ou consacre l’image du corps que chaque civilisation invente. Ou plutôt, l’image du corps ne s’invente pas : elle jaillit, elle se détache comme un fruit ou un fils du corps du monde. L’image du corps est le double de celle du cosmos, la réponse humaine à l’archétype universel non humain. Chaque civilisation a vu le corps d’une façon distincte parce que chacune avait une vision différente du monde. Corps et monde se caressent ou se déchirent, se reflètent ou se nient , Les photos d’Emanuela Cau sorient a ce monde a cet autre monde , , merci a elle de nous transporter dans son univers , Déesse des Méditerranéens des temps modernes …

L’arte rivela, celebra o consacra l’immagine del corpo che ogni civiltà inventa. O meglio, l’immagine del corpo non si inventa: scaturisce, si prende come un frutto o un figlio del corpo del mondo. L’immagine del corpo è il doppio di quella del cosmo, la risposta umana all’archetipo universale non umano. Ogni civiltà ha visto il corpo in un modo diverso perché ognuno aveva una visione diversa del mondo. Corpo e Mondo si accarezzano o si strappano , si riflettono o si negano . le immagini di Emanuela Cau sorridono a questo mondo, grazie a lei per trasportarci nel suo universo, Dea del Mediterraneo dei tempi moderni …
Di Vincent Kristou

*

35de9831ea066f12b7e90dd310a2bb7d

regna rossa la luna e la carne
semina addosso fantasmi
e scorre cambiando pareti
fessure liquide indimenticate

[mentre desidero questo letto
con la sagoma che respira
ancora
i nostri nomi
convessi]

di Antonella Taravella

*

24172383_133702434071978_1381174219_n

Te lo dirò come lo sento, anche se l’istante e me stessa faccio fatica a recuperarmi in così poco tempo, sento silenzio, muto silenzio, labbra cucite di rosso e nero che ti circonda ti abbraccia – rami nodi fili nei tuoi capelli fino a disegnare la tela dove ti immagini e vivi di colori e nodi
dove cuci legami di seta, muta. Legami.

di Michela Gorini

Annunci

Di legno e di cenere – Emilia Barbato chiacchiera con il duo musicale/poetico, Roberto Vitale e Massimiliano Usai


tour

 

Come ti sei avvicinato alla musica?

Sono sempre stato attratto dal canto e dalla musicalità… sia per quello che ascoltavo in casa da piccolo, sia per la possibilità di poter sperimentare ed esplorare il suono attraverso strumenti vari, dalle tastiere, alla chitarra…in tal senso anche le scuole hanno svolto un ruolo piuttosto stimolante, avendomi dato la possibilità di partecipare ad un coro, guidato da Deborah Kooperman, per diversi anni chitarrista di Francesco Guccini, che mi ha avvicinato alla scoperta di una certa musica d’autore e di conseguenza ad una vocalità, che poi negli anni, attraverso ascolti più personali e alle mie inclinazioni, ho avuto modo di approfondire. Nel corso della mia formazione ho sempre mostrato una certa predisposizione alla scrittura, e riprendendo dopo diversi anni la passione e lo studio per il canto, è divenuta un’urgenza quella di approcciarmi alla chitarra acustica, per darmi finalmente la possibilità di mettere insieme alla musica le parole che mi giravano in testa.

Come vi siete incontrati e cosa vi ha fatto decidere di suonare insieme?

Non mi sento e non mi posso definire un musicista, e neppure Massimiliano Usai, con cui ho collaborato alla genesi del mio disco “Di legno e di cenere” e che ha una formazione artistica del tutto differente e più legata al visivo, lo è in senso stretto. Forse proprio su questo fattore si è creata l’intesa che ci ha permesso di dare la cornice giusta ad un disco che voleva la voce e le parole in primo piano, quindi un’ossatura di chitarra acustica e un tappeto di pianoforte e synth, per legare e dare il giusto colore ad ogni canzone. Poi dalle idee sperimentate in casa, al lavoro di produzione in studio, si è sempre più andata definendo la cifra stilistica giusta ai miei brani, soprattutto grazie all’intensa attività live che ne è seguita.

Come nasce una canzone?

Le canzoni, che ho iniziato a scrivere non appena ho imparato i primi giri di accordi sulla chitarra, nascono sempre spontaneamente e mai la parola è staccata dalla melodia. Penso in musica e spesso ciò accade quando viaggio o cammini, per cui dopo c’è un momento in cui l’idea prende forma, quando individuo con le corde la linea melodica giusta per il canto. Per me una canzone è buona nel momento in cui la sua genesi è immediata e non richiede troppa elaborazione e cesellatura…la ritengo così giusta, onesta e che possa arrivare diretta a me in primis e poi a chi la ascolterà. E questo credo sia la forza del nostro lavoro, riscontrata anche dal feedback che mi danno le persone che hanno visto i concerti.

La musica segue al testo oppure ispira la scrittura?

Riferendomi alla mia risposta precedente, posso solo aggiungere che parola e melodia nascono assieme, poi il lavoro che effettivamente viene dopo, è quello che cura Massimiliano nell’arrangiare la canzone con le tastiere…diciamo il vestito finale.

Credete che possa esistere un legame tra musica e poesia?

Ciò che mi ha portato per esempio a suonare questa estate al festival nazionale di poesia di Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa, è stato proprio il forte legame tra poesia e musica che impregna le canzoni del mio album. Credo di avere da sempre una vocazione poetica nell’uso della parola, per definire immagini evocative dell’emozione che voglio trasmettere. Poi, probabilmente, i testi senza musica non avrebbero la struttura poetica giusta per esistere da soli, ma il rinforzo dato dalla melodia e dal colore della voce fanno il resto.

Quanta parte di realtà converge nei tuoi testi e quanta di onirico li caratterizza?

Scrivendo tendenzialmente per immagini, direi che l’aspetto sognante è ampio e radicato, ma sempre c’è un riferimento di partenza reale nell’approcciarmi alla scrittura. Un’immagine, un momento personale vissuto, un fatto di cronaca o della nostra Storia, un film che mi ha colpito. Non mi pongo limiti in tal senso…ciò che mi permea prima o poi emerge e trova nella canzone una sua espressione. Evito la retorica, soprattutto se avverto l’urgenza di scrivere una canzone sulla memoria, affindandomi piuttosto ad una forma di linguaggio che possa ampliare l’emozione che voglio trasmettere nella forma più universale possibile…poi un rinforzo a livello di atmosfera e languore lo esprime Massimiliano, quando cura liberamente gli arrangiamenti, con sintetizzatori o preferibilmente con note liquide di pianoforte wurlitzer o rhodes, che prediligiamo.

Come usate le pause e che influenza esercita il silenzio nel processo creativo?

Le pause hanno un carattere necessario, in quanto rigenerano e quando si gira tanto per suonare live a volte perdi il senso del tempo e dello spazio. Tornare a casa, abitando poi in Appennino, al limitare del bosco, costituisce un momento fondamentale di raccoglimento e recupero. Vivere i colori e le atmosfere dei luoghi in cui viviamo garantisce sempre un’inesauribile risorsa di ispirazione, sia per la scrittura, che per la parte più strettamente musicale e spero che il silenzio possa anche attraversare la canzone.

Quale strategia usate per promuovere la vostra musica e cosa ne pensate del mercato e del panorama musicale attuale?

Tutta l’attività live è iniziata in modo quasi casuale la primavera scorsa e si è andata strutturando sempre più, soprattutto con l’uscita dell’album a gennaio 2017. Il motore principale è stata la convergenza, avvenuta nel momento giusto per la crescita personale ed artistica di entrambi, tra le opere fotografiche e pittoriche di Massimiliano Usai ( la cui personale è anche il titolo dell’album) e le canzoni che finalmente sentivo di dover fare ascoltare. Abbiamo pertanto iniziato a proporre una formula di mostra e concerto, che si è strutturata sempre più trovando collocazioni anche insolite di realizzazione, come borghi antichi, rifugi di alta quota, castelli…nel tempo, ad oggi, continuiamo a proporre questa formula, ma anche il solo concerto o la sola personale, a seconda dei contesti e delle richieste. Il momento del concerto poi è sempre caratterizzato dalla lettura di poesie, che aprono le canzoni in scaletta e sono interpretate dalla voce narrante di Massimiliano Usai.

Questa formula , ibrida e flessibile, ci ha consentito di organizzare decine di eventi, spesso in collaborazione con Associazioni Culturali, realtà museali, librerie indipendenti o Festival, ma a volte anche nei più classici locali. Debbo specificare che subito dopo la pubblicazione del disco, ho scelto di interrompere la collaborazione col produttore che ne aveva curato la registrazione e con il booking, così come ai tempi scelsi di non appoggiarmi a d alcun ufficio stampa. La scelta è stata determinata sia da un carattere economico legato all’insostenibilità di una promozione che coinvolgesse più persone nella promozione di un disco a tutti gli effetti autoprodotto e indipendente, sia alla necessità di recuperare il senso del lavoro fatto, riprendendolo in mano e centrandolo come prodotto artistico in una collocazione giusta e coerente con le premesse che ci avevano indotto a registrarlo.

Le canzoni dell’album secondo noi avevano bisogno di una collocazione giusta, sia in termini di promozione radiofonica, che in termini di location in cui suonarle, e crediamo ad oggi che le nostre scelte siano state giuste…l’apprezzamento che in effetti ne è derivato, un sapiente e costante utilizzo della rete dell’immagine, curata a tutto tondo dal taglio artistico di Massimiliano Usai, ha permesso al disco di viaggiare lontano e di ricevere anche l’attenzione di addetti ai lavori e giornalisti che ne hanno parlato, per puro interesse personale e spassionato.

Il mercato discografico in senso stretto quindi è piuttosto distante dal nostro approccio alla musica. Siamo andati là dove è nato un interesse reciproco e spontaneo e certe logiche le viviamo solo alla lontana. Questo è il vantaggio e magari anche un limite alla diffusione. Ma credo continueremo su questa strada anche col prossimo lavoro.

Quale artista vi ha particolarmente influenzati?

Essendo io un cantautore non posso prescindere nella mia formazione da tutta la scuola di artisti romani e da quella genovese. Gli anni 60 e 70 sono un patrimonio immenso, dove la voce e la melodia avevano per me la giusta vibrazione. Poi personalmente continuo ad ascoltare tutto quello che circola oggi, ma ben poche realtà mi appassionano. Forse in tal senso è meglio la realtà indipendente fuori dai confini italiano, per sonorità e suggestioni.

Potete anticiparci qualcosa dei vostri programmi futuri?

Adesso ci approcciamo ad iniziare una nuova serie di date per l’autunno, poi l’idea è di lavorare ad un nuovo album, in cui vorrei, rispetto al precedente, andare ulteriormente in sottrazione e rendere quanto mai aderente al live in termini di sonorità..per questo stiamo pensando ad una registrazione in presa diretta delle nuove canzoni, andando a ridurre al minimo strettamente necessario il lavoro di post produzione.

La mio bio: Roberto Vitale, nato a Bologna, lavora come educatore nella psichiatria, ma coltiva da sempre la passione per il canto.Ha studiato diversi anni canto lirico e moderno, per poi approcciarsi allo studio della chitarra acustica, con l’urgenza di trasformare in canzoni la sua passione per la scrittura evocativa e poetica, che spazia dal cantautorato più intimista, a canzoni dal forte contenuto sociale. Inizia una intensa attività compositiva, e dal 2007 intraprende un percorso live, che si intensifica nel 2016, fino alla registrazione del suo primo album “Di legno e di cenere”, uscito a gennaio del 2017.

Massimiliano Usai – Nato a Bologna nel 1976. Si laurea in Urbanistica contemporanea nel 2005.

Ama da sempre la sperimentazione e l’interazione di pittura, arte, fotografia e design.

Non i filosofi, ma coloro che si dedicano agli intagli in legno e alle collezioni di francobolli costituiscono l’ossatura della società.

– Aldous Huxley, Il mondo nuovo, 1932

Massimiliano Usai è un artista sensibile alle proprie origini, alle proprie radici, un osservatore e conservatore, oserei dire curatore del proprio territorio (Appennino bolognese).

I supporti lignei che Usai elegge sono corpi grezzi, scheggiati, vissuti, consunti, sono già di per sé scenari preziosi e irrisolti come i soggetti che vanno ad ospitare.

L’immagine fotografica perde la propria definizione, l’abbandona, si spoglia, per scivolare sul rugoso supporto ligneo, diventando così un’impressione pittorica, sussurrata, delicata, quasi accennata, abbozzata, irrisolta, vaga ed eterea come un eterno sognare.

Federica Fiumelli, art curator

 

Mostre recenti:

2016

Lagolandia (Lago brasimone – Bologna)– personale “Di legno e di cenere”

Borgo la Scola (Bologna)– personale “Di legno e di cenere”

 

2017

Officina 15 (Castiglione dei Pepoli – Bologna)– personale “Di legno e di cenere”

Vergato arte (Bologna)- collettiva

Lorenzago aperta (Belluno)– collettiva

Castello Manservisi (Bologna)– personale “Di legno e di cenere”

Genova – Erotica-mente

Parma – personale “Di legno e di cenere”

 

Contatti:

massi.usaimail.com /  3468940621

Pagina fb. Spazio Omniae di Massimiliano Usai / https://www.facebook.com/arslabor76/?ref=bookmarks

Prospettive. Omaggio di parole a Ray Bidegain


ray bidegain

***

Ray Bidegain - poppies+in+vase - from web site

Papaveri di Angela Greco (inedito, maggio 2017)

*

Abbandonati al loro destino in un bicchiere d’acqua,
nel mutamento climatico di questo spaccato di storia,
li ho visti già morti, avvizziti sullo stelo del tempo
reciso senza troppa grazia dal calpestato suolo.
Qualcuno è stato chiuso tra le pagine, al pari di una battaglia
e di una data di cui a ricordarsi, domani, saranno solo i più bravi.

La ragazza di vent’anni dalle unghie smaltate di verde
li ha raccolti nel suo giorno di sole e ha avuto il coraggio
di non buttarli via appassiti. Poi, la casa e la finestra
hanno compiuto la rivolta del passo già segnato ed una sera
bagnati di calore e profumo di caffè i papaveri son tornati
meravigliando Giusy. Abbiamo guardato il cielo sollevati
e la Via Lattea ha dissetato tutta la sfiducia di cui soffriamo.

Sulla riva ricolloco sillabe ed un paio di sabot di plastica
per piedi nudi che hanno camminato sull’acqua scura.
Una croce color papavero a pochi passi dalla paura
e incomprensibili suoni tentano ricostruzioni di fortuna.
Nelle nuove stanze ci attende l’ultima dea coi suoi vent’anni.

***

Continua a leggere

Giovani Propettive. Omaggio di parole a Jone Reed.


Jone-Reed-Photography-011-600x600

***

18109533_214152935749242_550934903_n

In un casolare remoto tutto stette qui
di tempestati cristalli e scricchiolii
sparsi i sensi di cognizioni tutti rappresi nel rimmel
sulle ginocchia, alcova,
dove si frantuma e rimesta
Volevo dimostrare cosa vuol dire avercela
senza averla, ma,
non più solo quel rumore suono frr brulichio
strusciare stupendo
l’ogiva con le sue consuetudini , e mi vedi lo so
Sono fatta di balsa, ottima per i sogni,
pure neri
e fisarmonica
ed i flessibili che mi hanno segato le caviglie
Questa è la nuova fisica
spasmo io porto, come tumefazione di un mondo
troppo descrittivo
Aver la figa da uomini è di contrabbando
Quattro sigari, tre whisky, due cose da dire
Si piega lo spazio ed il tempo se ne fugge sulla posa
di qualcosa
E chi mai me la rapì non fosti tu
nemmeno io, che immagino e sovvengo
Vado al crocevia per cui si deve sentire un enorme suono
e,conta e,senti e, nega, ho (Aristotele) tra le gambe
Suono l’universo affinché si disgreghi e si faccia casa
e mi si fotta chi mi da contro
Porto sfrigolii che Dea consegna come fossero miei
Qui si fanno sintassi
E che se vadano troppo lontano i bigotti ed i porci
Ho detto virgola
E lo avresti dovuto capire
da quello che non ho detto
Piegami al muro,
Con vetuste libertà
ti spiegherò la pittura libera

Di Alessandro Bertacco

***

Continua a leggere

VERSO|| DOPPIO|| SENSO – 4 – di Silvia Rosa


NERA

Gli occhi in punto
in questo mezzo giorno
di precisa assenza,
ti guardo ripetuta in una foto
che rincorre la tua vita intera:
sempre nera la maschera
che indossi per ricordare
il lutto ‒ quando da bambina
hai mancato per un soffio l’appiglio
confortante dell’attesa, quel treno
spoglio, le mani che parlano
la tua stessa lingua nella forma
che il codice genetico detta
ai tuoi silenzi

ma io lo so che nonostante tutto
sei la stessa in ogni dove per
sempre quell’anima piccina
turchese e zucchero, nascosta
dentro un’armatura nera
in questa mezza notte bucata
al centro, il tempo che si inceppa
parallelo alla corsa decisa
delle tue parole, spalle al vento,
è il credito che tieni in pugno
nera impronta di un addio.

Silvia Rosa

17974513_10213318579428647_466358440_n

Ricordi l’inverno passato?

Venivi a coprirmi nella notte
sul rosario d’ossa che cinge il petto.

Ora un uccello azzurro vi ha posato il nido
grida un nome
a gocce alterne morbide infuocate
grida
nella cicatrice che unisce le solitudini
sul filo nero che ricuce
un punto dopo l’altro
la tempesta.

17965926_10213318579508649_2007444139_n

Alta e verticale sto
come una roccia a picco sul mare
e nulla scompone
questa assenza orizzontale.

Alta e verticale sto
a sorvegliare pinne e abissi
quella sovranità feroce che danza
nutrendo piedi uncini e radici.

Alta e verticale sto
a setacciare pietre lucide
nella tempesta di boe e cefali
che si incrociano dentro me
in una guerra silenziosa.

18009256_10213318579308644_1099457326_n

Ci sono stanze dove nessuno attende
e solitudini negli angoli appese ai muri
e uomini in piedi sulla soglia
con donne lì accanto a denti stretti
provate dalla stessa urgenza.

17965404_10213318579348645_1688364806_n

È un atto di fede
questo svegliarsi nel mondo
e praticare la notte

un miracolo che attende
lo sgravare delle ore e dell’acqua
nelle porte senza chiave, che timide
risiedono, incavate nelle stelle
lì, dove il silenzio ci definisce
e con esso, il buio.

17976651_10213318579548650_715137533_o

*

Testi di KSENJA LAGINJA, tratti da “PRATICARE LA NOTTE” (Ladolfi Editore, 2015)

Immagini di KRISTAMAS KLOUSCH (http://kristamas.net/home.html)

Icaro nel petto: viaggio dentro un pensiero siderale di Manuel Paolino


Immagine

Mai dei versi di mare han voluto
così tanto un corpo; giammai rifiuto
fu come quel del biondo di cera:
cadde la celeste cima con la falce di sera.

Ritrova lo scoglio il corpo,
le ali ormai liquide nel sale orbo
e il sole cattivo non piange sottovento,
né contento ride sul vestito rotto.

Oh rondine di sogno ricuci tu il lutto,
che non fu d’esempio: le parole eterne scottano
nel petto.[1]

[1] Icaro, inclusa nella mia raccolta L’idromele; fa riferimento alla lirica di Gerardo Diego Icaro (Fontana della Granja); la Granja è una tenuta reale presso Segovia, fra le sue famose fontane vi è una in cui si vede Icaro infiggersi, precipitando, nella roccia.

Questo scritto è frutto di una selezione tratta da quelle affermazioni particolarmente significative incontrate, fino ad ora, fra le mie letture. Ne esce un testo unitario; ed un unico, incommensurabile, pensiero poetico.

«Conosco Ungaretti come un allievo un Maestro, da 25 anni, e l’ho visto in tante diverse situazioni di vita, (…) ma tante volte, in casa, o in tram, (…) o in viaggio, m’è parso di sentire che qualcosa all’improvviso l’afferrava, entrava dentro di lui: come dicevano gli antichi, veramente lo ‘possedeva’.»
(PICCIONI L., Studi su Ungaretti. Una perpetua poesia maggiore, in UNGARETTI G., Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2011, p. XVIII)

«Il principio supremo non dovrà accogliere all’interno del suo compito il supremo paradosso? Essere un principio che non lasci mai assolutamente in pace, che sempre ci attragga e poi ci rigetti, e sempre di nuovo torni ad esser incomprensibile, persino quando lo si è già compreso? Che ecciti incessantemente la nostra attività, senza mai esaurirla, senza mai abituarla? Secondo antichi racconti mistici, Dio è qualcosa di simile per gli spiriti.»
(Novalis)

«Colui che sogna ad occhi aperti sa di molte cose che sfuggono a quanti sognano solo dormendo. Nelle sue nebbiose visioni, egli afferra sprazzi dell’eternità e trema, al risveglio, di vedere che per un momento si è trovato sull’orlo del grande segreto. Così, a lembi, apprende qualcosa della sapienza del bene, e un po’ più della conoscenza del male. Pur senza timone né bussola, penetra nell’oceano sterminato della ‘luce ineffabile’ come gli avventurieri del geografo nubiano, che ‘aggressi sunt mare tenebrarum, quid in eo esset exploraturi’.»
(Da Eleonora, I racconti del terrore, Edgar Allan Poe)

«Sono nato nel 1909 a Salerno: ricordo tutto dei miei primi anni… Posso dire che sono diventato scrittore o più propriamente poeta per avere sempre sentito dietro di me, dalla nascita, altre stanze, altri luoghi, altre stagioni in cui ero vissuto.»
(Alfonso Gatto, da La vita e le opere, in Alfonso Gatto, Poesie 1929-1969, a cura di Luigi Baldacci, Mondadori, 1972, p. 13)

«Ma la sete era mia, questo conta. Quel libro non era una fonte d’imitazione, ma una sorgente d’invenzioni per chi aveva da trovare in sè qualcosa.*»
*(Parlando con Ferdinando Camon, Gatto aveva detto di aver bevuto ‘a piena gola’ all’Allegria di Ungaretti; da La poesia di Gatto, in Alfonso Gatto, Poesie 1929-1969, cit., p. 23)

«Qualsiasi sia il modo (…) di risolvere i termini del problema poetico (…) risulta ora ozioso, per non dire impossibile, intervenire in un ambito così misterioso, dove solo ci è dato di supporre, ma mai di comprovare. (…) // Perchè, infatti, possiamo conoscere la poesia solo attraverso l’uomo; unicamente lui, pare, è un buon conduttore della poesia, che finisce dove l’uomo finisce, sebbene, a differenza dell’uomo, non muoia. In questo senso, il risultato o residuo poetico, tentativo di qualcuno che ha creduto nella poesia, è fatalmente romantico.»
(Luis Cernuda, dall’articolo su Paul Eluard – Litoral, 1929 –, in Poesia española. Antologia 1915-1931, a cura di G. Diego, Madrid, Visor, 2002, p. 424)

«L’immaginazione è il primo gradino e la base di tutta la poesia… Il poeta con essa costruisce una torre contro gli elementi e contro il mistero. È irreprensibile, ordina e viene ascoltato. Però gli sfuggono quasi sempre gli uccelli migliori e le luci più splendenti. (…)
Ma il poeta che vuole liberarsi dal campo immaginativo, non vivere esclusivamente dell’immagine che producono gli oggetti reali, smette di sognare e smette di volere. Non vuole più, ama. Passa dall’immaginazione, che è un fatto dell’anima, all’ispirazione, che è uno stato dell’anima. Passa dall’analisi alla fede. (…)
Così come l’immaginazione poetica ha una logica umana, l’ispirazione poetica ha una logica poetica. Non serve la tecnica acquisita, non c’è nessun postulato estetico su cui operare; e così come l’immaginazione è una scoperta, l’ispirazione è un dono, un ineffabile regalo.»
(Federico Garcia Lorca, da Imaginacion, inspiracion, evasion – 1928 –, in Obras, VI. Prosa, 1, a cura di M. Garcia-Posada, Madrid, Akal, 1994, pp. 279-283)

«Pur eliminando gli elementi considerati ‘impuri’ perchè troppo pregni di realtà e ricercando la purezza nel totale svincolarsi da quest’ultima, Diego difende e sostiene una realtà più umana: quella veramente pura realtà interiore che è l’emozione. È questa una variante enorme all’affermazione di Huidobro: ‘el vigor verdadero reside en la cabeza’ (il vero vigore risiede nella testa).»
(Miledda D’Arrigo, Gerardo Diego. Clausura e volo, Ugo Guanda Editore, 1970, p. XVIII)

«(…) In ogni componimento poetico c’è stata la Poesia, però non c’è più. Sentiamo il calore recente della sua assenza e l’impronta tiepida della sua carne nuda.
Credere in ciò che non vediamo, dicono che sia la Fede. Creare ciò che non vedremo mai, questo è la Poesia.»
(Gerardo Diego, Poesia española. Antologia 1915-1931, cit., pp. 264-265)

«Si rimproverano i poeti di esagerare e si considera il loro linguaggio improprio e immaginifico quasi solo per giustificarli, addirittura ci si accontenta (…) di attribuire alla loro fantasia quella natura sorprendente che vede e sente qualcosa che altri non vedono e non sentono e che, in un’amabile follia, fa e disfa il mondo reale come le aggrada; ma a me sembra che i poeti siano ben lontani dall’esagerare abbastanza, che essi percepiscano solo oscuramente l’incanto di quella lingua e giochino con la fantasia come un bambino con la bacchetta magica del padre. Essi non sanno quali forze siano loro sottomesse, quali mondi debbano loro obbedienza.»
(Novalis)

«Abbiamo accettato, senza troppa riflessione, il fatto che non può esistere altra realtà che quella che ci circonda, e non abbiamo pensato che anche noi possiamo creare la realtà del nostro mondo, di un mondo che attende la sua propria fauna e la sua propria flora. Flora e fauna che solo il poeta può creare, grazie a quel dono speciale che la stessa madre Natura diede solo a lui.
Non serviam. Non devo essere tuo schiavo, madre Natura; sarò il tuo signore.»
(Vincente Huidobro, da un articolo letto all’Ateneo di Santiago intitolato Non serviam, 1914)

«Immagine multipla. Non spiega nulla; è intraducibile in prosa. È la Poesia, nel senso più puro della parola. È anche, ed esattamente, la Musica, che è sostanzialmente l’arte delle immagini multiple; ogni valore dissuasivo, scolastico, filosofico, aneddotico, le è essenzialmente estraneo. La musica non vuole dire nulla. (…) Ognuno dà la sua lettera interiore alla Musica e questa lettera imprecisa varia a seconda del nostro stato emozionale. Ebbene: con le parole possiamo fare qualcosa di molto simile alla Musica, per mezzo delle immagini multiple.»
(Gerardo Diego, in Posibilidades creacionistas – 1919 –, in Obras completas. Prosa, a cura di J. L. Bernal, Madrid, Alfaguara, 2000, vol. 1, p.170)

«Vi dirò ciò che intendo per poema creato. È un poema in cui ogni parte costitutiva e tutto l’insieme presentano un fatto nuovo, indipendente dal mondo esterno, slegato da ogni altra realtà che non sia se stesso, poichè prende posto nel mondo come fenomeno particolare, a parte e diverso dagli altri fenomeni. Fa reale ciò che non esiste, cioè si fa egli stesso realtà. Creare un poema prendendo dal vivo i suoi motivi e trasformandoli per dar loro una vita nuova e indipendente… Nulla di anedottivo né descrittivo. Se accettate le rappresentazioni che un uomo fa della natura, ciò prova che non amate né la natura né l’arte. Inventare è far sì che cose parallelle nello spazio si trovino nel tempo e viceversa presentando così nel loro insieme un fatto nuovo (…). Il poeta non deve essere più uno strumento della natura ma far della natura il suo strumento…»
(Da Manifestes di V. Huidobro, 1925)

«(…) Questa poesia è qualcosa che non può esistere se non nella testa del poeta. E non è bella perchè ricorda qualcosa, perchè ricorda cose viste, a loro volta belle, né perchè descriva cose belle che potremmo anche vedere. È bella in sé e non ammette termini di comparazione. E nemmeno può essere concepita fuori dal libro. Niente le somiglia del mondo esterno; rende reale quel che non esiste, cioè si fa realtà a se stessa. Crea il meraviglioso e gli dà vita propria. Crea situazioni straordinarie che non potranno mai esistere nel mondo oggettivo, per cui dovranno esistere nella poesia perchè esistano da qualche parte. Quando scrivo: ‘L’uccello fa il nido nell’arcobaleno’, si presenta un fatto nuovo, qualcosa che non avevate mai visto, che mai vedrete e che tuttavia vi piacerebbe molto vedere. Il poeta deve dire quelle cose che mai si direbbero senza di lui. Le poesie create acquisiscono proporzioni cosmogoniche; ci danno in ogni momento il vero sublime, quel sublime del quale i testi ci presentano esempi tanto poco convincenti. E non si tratta del sublime eccitante e grandioso, ma di un sublime senza pretese, senza terrore, che non vuole opprimere o schiacciare il lettore: un sublime da taschino. La poesia creazionista si compone di immagine create, di situazioni create, di concetti creati; non stiracchia alcun elemento della poesia tradizionale, salvo che in essa quegli elementi sono integralmente inventati, senza preoccuparsi assolutamente della loro realtà o veridicità precedenti l’atto della realizzazione.»
(Vincente Huidobro, Manifesti, 1925)

«È l’idea che deve creare il ritmo e non il ritmo l’idea, come in quasi tutti i poeti antichi. (…) Le leggi della metrica tradizionale combattono la spontaneità e il movimento della natura, che il poeta deve seguire attraverso l’esempio costruttivo della sua architettura.»
(Vincente Huidobro, dalla Prefazione del poema Adan)

«(…) Le vere poesie sono incendi. La poesia si diffonde ovunque, illuminando ciò che consuma con brividi di piacere o di agonia. (…)»
(Vincente Huidobro, dalla Prefazione di Altazor, 1931)

«(…) Serve sottolineare che in questa congiunzione radica il segreto del poeta: quello della natura, cioè, la terra in cui affonda le sue radici e nella quale si stabilisce la sua forza elementare, il suo impulso tellurico, e quello della cultura che si è andato progressivamente formando e consolidando a partire da queste radici, intreccio incessante e drammatico di tutti i sogni e le ansie e i canti (…)»
(Angel Augier, a proposito di Nicolas Guillen)

«Come segni, esse sono condannate alla prosa; ma, dal loro essere semplici segni, la magia del poeta le trasforma in talismano.»
(Henri Brémond, 1930)

«Questa idea dell’artista creatore, dell’artista-dio, mi fu suggerita da un vecchio poeta indigeno dell’America del Sud (aimará) che afferma: – il poeta è un dio; non cantare la pioggia, poeta, fai piovere – »
(Vincente Huidobro, La creazione pura)

«Determinati miti ricorrono, ruotano attorno ad un’ossessione: l’onnipotenza dell’immaginazione, la forza miracolosa della poesia. Il prodigio del canto di Orfeo, il poeta per antonomasia della tradizione platonica, consiste nel provocare lo stupore e l’immobilità delle creature che lo ascoltano. Così, il motivo del canto appare connesso nella poesia gongorina alla capacità di placare, fino a fermare, il più sfuggente degli elementi, l’acqua. Dono semidivino del poeta è controllare l’inafferrabile, arrestare ciò che è fugace, fermare ma pure formare il flusso delle cose.»
(Norbert von Prellwitz, dalla Nota introduttiva di Luis de Gongora, Le Solitudini e altre poesie)

Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Deborah Sheedy


Deborah-Sheedy

***

Deborah-Sheedy-05

dall’altra parte del freddo
e costantemente da sola
_perchè anche la più palese delle verità mi distanzia
come un veleno che si fa prima dolce
e poi postumo di un abbordo al silenzio

allora cosa accade dall’altra parte
mentre tutto il niente mi risale dentro
e a malapena lo avverto
_abile nel trattenermi in bocca
la friabile amarezza
di un assolo di pianto dilaniato
che mai trova fine se non nell’ultima via

è sempre dall’altra parte del freddo
che io sopravvivo
_perchè faccio della mia insesistenza
l’insistenza dal giusto distacco
come l’azzardo del vuoto che mi avvolge da lontano

di Rosaria Iuliucci

***

17521882_199942403836962_1995360169_o

E su dai basta, dai
abbastanza dammi 40 rintocchi,
dammi la spina
e poi ti muoio, e poi ti stupisco
mi metterò le campane sul
concetto che non morirò
mai
io già morta, allora vedi
che non mi capisci
stavo sotto il porticato
a portare danze dai
retrogusti più inaspettati.

Gradisco il declino
inteso come forma di
conoscenza
non dovetti vederti
ma poi mi stamparono
l’ubiquità della bellezza e
fu caos

Di Alessandro Bertacco

***

Immagine

Attraccano ricordi nella dispersione dell’io

Intinto il volto
Nel vuoto della memoria

Emerge in sentimenti d’addio
Il calore del tuo sorriso.

Di Angelica D’Alessandri

***

LE PAROLE TACIUTE di Izabella Teresa Kostka

I segreti feriscono come coltelli
– sanguinanti schegge della memoria,
letali sorrisi dipinti sui volti
oscurati dall’ombra della propria vergogna.

Putrefatti rifiuti della coscienza
soffocati di giorno dall’apparenze.

Le stigmate eterne dei sensi di colpa.

Poesia tratta da “Le schegge” 2017.

***

untitled

Di spalle di Antonio Devicienti

Di spalle come la Venere di Velázquez
come i coniugi Arnolfini nello specchio alla parete
come Dublino quando ci si arriva in treno:

di spalle come i granelli di polvere o le
gocce di pioggia fermàti sulla pellicola
come la sgranatura dell’immagine dopo la stampa
come il necessario interrogarsi sulle verità del volto ch’è nascosto:

di spalle nello sgranarsi delle vertebre lungo la schiena
nell’andanza commossa della luce ch’è carezza –
di spalle come l’attesa, il velato, il taciuto.

***

deborah-sheedy-00

deborah-sheedy-01

deborah-sheedy-10

Siede intenta quieta
lo sguardo è sorgente
le vesti preziosi decori
d’interiorità nostalgia.

E’ sorella madre
o Persefone
la danza fra il buio e la luce

Il contorno netto delle piante
piedi nudi le sue nude foglie
humus
fra il passo e la sua radice.
E’ un canto vivido
non sa
se è lei a intonarlo
o il bosco che la canta.

Di Luisella Pisottu

***

sheedy_danza

La danza di Guido Mura

E danzare e danzare
quasi perdendo coerenza
decorticando la fibra
scarnificando movenze

solo scintille di luce
che stellano la notte
ermetica incombente
includente astronave

notte notte che ingoia
il dolore e il rimpianto
lo spasimo e il supplizio
ora tutto precipita

il pensiero precipita
imbrattato dal tempo
ma residua nell’aria
il ricordo di un gesto

***

2

POST MORTEM (vendetta) di Izabella Teresa Kostka

Verrò a te
coi seni tinti di sangue vermiglio
versato di notte su un bianco lenzuolo,
distesa accanto al tuo “corpo – sposo”
come una bambola smembrata da crudeli forbici.

Verrò a te
in ogni notte oscura
tagliando il buio con l’ultimo grido,
sarò una croce del tuo cammino,
l’asfissiante profumo del gelsomino.

Tornerò a te
e non conoscerai mai la pace eterna.

Poesia Tratta da “Le Schegge” 2017

***

tumblr_nx9gn0eyLm1uwd1zlo1_500

La Porta che dorme di Jonathan Varani

Bacio
il primo sguardo
del giorno
quando i muri sono gabbie
stese in petto

lascio
la battaglia dell’alba
spegnersi tra le spade
del sole
e attendo la cenere del corpo

il canto mesto delle lacrime

perché è assenza malata
la porta che dorme
e non conosce il verso
delle tue dita.

***

La Parola si svela.

È ancora fresca la neve sull’erba
e che appaia disciolta
è artificio
ché i battiti sono chicchi di frumento
– che non si arda il campo! –
tra i perimetri delle mie storie
cronologie lente
dramma del tempo
dracma in contanti per ogni pena

Mi svelo.
Appena soffocata
concentrata sulla pazienza
convertita e fedele
sotto patina in difesa

di Mariella Buscemi

***