Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio… LINO BANKSY


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Chissà se quella mente geniale che è Banksy nel ’98, quando organizzò l’enorme raduno dei graffitari “Walls On Fire”,  lo avrebbe invitato… io dico di sì!
Allora, capiamoci… volevo parlarvi di uno degli artisti che più mi ha divertito da non ricordo nemmeno quanto. Lui, che ha scelto un’icona del cinema italiano, ritrovando quel gusto “sano” che può avere il trash unendolo alle opere geniali dello street artist più importante di questo momento. Creando un binomio che ha del sensazionale a mio parere.

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La dissacrazione dentro la dissacrazione, il sorriso ad alleggerire ogni intesa concettuale troppo importante, la simpatia di quel faccione barese che ha allietato persone e persone nelle sue commedie all’italiana, unita all’importanza dell’opera di un sovversivo come Banksy.

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L’artista di cui vi sto parlando, con il sorriso fisso sulle labbra, è un “artista di streda”  e si chiama (ovviamente) Lino Banksy.

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Girando per Roma trovate dei suoi attraenti stencil e questo “usare” l’arte per canzonare, in un certo modo, l’esasperato bisogno di significare a tutti i costi io trovo sia un suo tratto distintivo e di forte impatto. Giocare con gli spazi urbani, come ogni buono street artist, ma giocarci soprattutto per indurre a una benedétta risata deliziando gli occhi di chi guarda e anche, soprattutto, il suo spirito.

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Ha giocato talmente bene sulla sua pagina Facebook questo ragazzo, che s’è già portato a casa 10.700 like, si è imposto da perfetto sconosciuto ottenendo un suo pubblico di riscontro e un tam tam nel Web di tutto rispetto.

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« Occhio, malocchio, prezzemolo e finocchio, ego me baptizzo contro il malocchio. Puh! Puh!
E con il peperoncino e un po’ d’insaléta mi protegge la Madonna dell’Incoronéta;
con l’olio, il sale, e l’aceto mi protegge la Madonna dello Sterpeto;
corrrrrno di bue, latte screméto, proteggi questa chésa dall’innominéto. »

Buona fortuna Lino Banksy.
Fan page: https://www.facebook.com/pages/Lino-Banksy/178010072231035?fref=ts

Fame? No fame. TgsCrew Experiences e chiacchere. – II PARTE –


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Ho visto muri e muri su cui un’identica sigla veniva ripetuta fino allo sfinimento, modificata tra sbaffi e grazie. Dunque non posso non chiedervi: cos’é questa “sconosciuta e misteriosa” TAG?
E: E’ il tuo alter-ego che ti veste e…
S: No, ma quello è il suo nome! L’alter-ego è Isaia Capobianchi…
E: Sì è vero, è anche una cosa brutta quando non la puoi esprimere come la tua vera identità…
S: …anche perché quando disegni non fai quello che fai tutti i giorni, ed è quella la vita vera.
E: Quando dipingi sei semplicemente te stesso e lì ti senti vivo. Roberta, comunque scrivi che Smoke13 non sa scrive’ co’ le bombolette!!
…ancora ridiamo, D. ci ha portato del vino e di tanto in tanto interviene, perché sta diventando sempre di più una gran bella chiacchierata…
S: Sì, è vero. Io non sono un calligrafo con le bombolette, non sono capace! Quello è il mio tallone d’achille.
E: …e il mio qual’è?
S: La pazienza di fare le sfumature (e per questo lo invidio eh) ma lo vedi che sta là e poi lascia stare, non gli va… si stufa proprio!
Perché fate quello che fate? Tra l’altro in un modo non propriamente convenzionale e faticoso.
E: Faccio quello che faccio perché è la cosa più personale che sento, non definendola. Come quando dici ad una persona “ti amo” e quella ti chiede “perché?” …non può esistere definizione. non c’è un perché!
S: …io lo faccio perché me lo hanno imposto!
…Francesco quando interviene è sempre uno spruzzo d’acqua fresca, ci fa scoppiare a ridere poi riprende…
S: …no, io faccio quello che mi emoziona, quindi lo faccio perché mi emoziona.

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Quanto dura una bomboletta?
S: Bah dipende da quanto la sbazzichi!
E: Il tempo di un’intervista…
S: …pure quindici anni…
E: …le bombelette rubate a Temafer di Chieti….
S: …ambè, io ce l’ho ancora!!
…ci interroghiamo sul da farsi, se mettere o meno il particolare di questa bravata… poi pensiamo che alla fine sono passati quindici anni.  Ma sappiate, comunque, che ne ometteremo delle altre; con i writers non si sta mai tranquilli…
Ma insomma, cosa sono i graffiti?
E: I graffiti sono una cosa strana, lo spray è l’immediatezza. E’ una sfida perché ha dei limiti tecnici, devi muoverti velocemente, soprattutto per Francesco che fa ritratti…
S: …lui è più immediato ma il mio ragionamento è più lungo, da quando tracci la linea a tutti colori e i passaggi tonali che usi…
…e questo con lo spray come lo fai?
S: …è una questione di dettagli, di proporzioni e tecnica; se sbagli anche solo un centimetro è la fine. Ormai io non schizzo nemmeno più, ho la foto e dalla foto vado direttamente sul muro.
E: Beh, consideriamo anche che Francesco s’è comprato un pc all’età di trentadue anni eh…
Ah ecco, questo scriviamolo! Rende benissimo diverse idee…
E: Lo spray a livello artistico è materico. E’ bello che si veda sia fatto a spray, in ogni disegno vedi lo spruzzo che compone l’immagine.

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Lo spazio su cui si lavora, in senso di grandezze, ha importanza?
S: E’ importante, cose che fai su piccoli spazi non puoi farle su un muro. Il muro è un’altra cosa. Ho fatto per un mio amico una piccola parete domestica…

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…e m’è piaciuto, ho scoperto un nuovo modo di miscelare i colori, ma non è stata la stessa potenza che mi dà un muro grande o lo spray stesso.
E: …già è troppo bello passare la tinta che prepara la murata!
S: …infatti il muro finito non è bello come quando lo inizi, le linee, le tracce che ti dai… ma la murata finita non ti dà la stessa sensazione di quando la vedi nascere… quasi fare la foto alla fine ti dà fastidio!
E: …quando tu riesci a fare la tua idea precisa, esattamente sul muro è come proiettare una visione…
S: …pensa che un mio amico, pochi giorni fa, mi ha chiesto se attaccavo un poster sul muro. Io l’ho ringraziato perché mi ha dato uno spunto per come fare tra quarant’anni! Questo perché molti non capiscono l’importanza del graffito, molti credono che la traccia sia il graffito finito…

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 …questa è una tecnica che ho inventato io, ma è solo l’inizio di quello che faccio poi sul muro!
…mi accendo un’altra sigaretta, Francesco decide che forse, dopo vent’anni, ricomincerà a fumare…
Quando avete cominciato voi?
E: Ufficialmente noi ci siamo fondati nel ’98. Era un bell’anno quel numero m’è sempre piaciuto!
S: Sì, sai 2000 che palle!
… la fissa che hanno i writer dei numeri…
Ma nel momento in cui non si decide più di “rubare” uno spazio, come si fa con le istituzioni?

E: Il graffito non viene visto come arte purtroppo…
Spesso l’arte non viene vista come arte…
E: …ma per la nostra arte è come fossero miopi, solo che per noi è più difficile, le istituzioni non ti danno spazi se non gli garantisci quello che farai. L’istituzione si sente sempre in diritto nel dirti come devi fare, questo solo perché il nostro lavoro sembra spaventi… parli con assessori e ti fanno riferimenti al mosaico…
S: …una volta abbiamo perso mesi perché volevamo ridipingere un parcheggio comunale e alla fine non ci siamo riusciti… ci siamo scontrati con una realtà ottusa, il disegno secondo loro addirittura distoglieva l’attenzione di chi guidava dentro al parcheggio, così capisci che ti trovi…
E: …hanno dei pregiudizi e il loro pregiudizio nasce dall’ignoranza sull’arte dei graffiti.
S: …quello che ammazza tutta questa creatività e che devi scontrarti con persone che usano solo un loro soggettivo metro di giudizio, questo non ti permette di fare niente, non sanno valorizzare l’arte. Degli artisti nazionali hanno decorato sia l’interno che l’esterno della Stazione FS di Nuovo Salario a Roma, scegliendo loro stessi i disegni, ma questo perché qualcuno ha riconosciuto il valore della loro arte.
E: …il paradosso è che noi abbiamo dipinto e partecipato più fuori la nostra città che dentro.
Questo per il senso di appartenenza che ha un writer del territorio è frustrante?
E: In parte sì, è frustrante.
S: Questa gente ammazza l’arte.
E: …comunque se il ruolo di un’istituzione è quello di fare da garante, noi certo non abbiamo mai trovato riscontro… e noi come molti altri abbiamo dovuto fare per conto nostro. Si spera che in futuro qualcosa si possa fare ma deve cambiare l’approccio. Anche perché noi siamo artisti e non siamo abituati a dover far fronte a queste cose, ed è un aspetto relazionale che ti costa sulla tua tranquillità.

Tu vorresti solo disegnare!

prima

Io stacco le mani dal pc, decidiamo che così può bastare…
Ci guardiamo nel bene tutti e dopo poco, da dentro ci ritroviamo di nuovo fuori.
Esta e Smoke13 mi riaccompagnano a casa ed io non posso fare altro che ringraziare questa città complice e loro.


Esta (Isaia Capobianchi)
Smoke13 (Francesco Spissu)
Sito web: www.tgscrew.com
Pagina FB: TGSCREW
Info e contatti: info@tgscrew.com

Fame? No fame. TgsCrew Experiences e chiacchere. – I PARTE –


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La prima cosa a cui ho pensato per questo nostro incontro è stata banalmente: “ma quanto è grosso un muro?!?” Sì, perché operare su di una superficie che agli occhi miei, semplicissima osservatrice del lavoro di questi ragazzi, è immensa mi imbarazza e mi incuriosisce non poco. Un muro  è  per mille motivi  immenso. Lo è perché di misure considerevoli a volte e anche perché si tiene addosso, magari, la responsabilità di un luogo, lo sporco di una città, le erbacce cresciute male, i pregiudizi di chi “non vuole”, i buchi di una calce che con il tempo s’è ribellata e le tane di chissà quante formiche che là ci abitano da sempre.
Guardo fuori dalla finestra ed è febbraio. Un febbraio freddo e stanco anche lui di esserlo e c’è la sera di una città che si prepara alla notte. La nostra città, quella che da sempre ci cresce e che adesso si fa ancora una volta zitta zitta complice, sembra sempre che ti guardi in attesa. Lei che forse sa di quante menti vive e capaci di immaginare mondi, la calpestano. Sì, stasera voglio pensarla così questa mia città… a nutrirsi di arte senza che nessuno lo sappia oltre noi.
Squilla il telefono… è Esta che viene a prendermi, avevamo appuntamento alle 21.15.  In macchina c’è lui e Smoke13, loro la conoscono sampietrino su sampietrino questa città e io già mi sento nella loro crew. Dopo un caffè e qualche scemenza sulle nostre vite personali da fuori ci ritroviamo dentro. Il nostro dentro è una stanza, piacevolmente arredata e che gentilmente ci ospita.  Ci sono io,  D. che è la padrona di casa  (vittima consapevole delle mie invasioni), Esta e Smoke13.
Insieme loro hanno scelto di essere: TGSCREW

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La sempre tanto accogliente D. ci prepara un caffè e noi “a modo nostro” iniziamo…
Come posso non chiedervi immediatamente: quanto è grosso un muro?
Smoke13: Chiedilo al secchio della tinta che è sempre vuoto!!
Esta: …ma quant’è piccolo un rullo?
…ridiamo e già loro partono di invettive, io non so interromperli e capisco che questo incontro sarà così: in estemporaneo divenire…
S: …dice così perché prima invece che usare il rullo usavamo la pennellessa. ‘na sgobbata proprio!
Il tessuto urbano che a volte sembra, anche se sempre lo calpestiamo, qualcosa di assolutamente estraneo quanto vi immerge nella vostra arte?
E: Per me il tessuto urbano siamo noi. Nasce con noi, intendo come subculture di movimenti di strada, noi che lo popoliamo…
S: …invece per me il tessuto urbano è la mia felpa sporca. Quella che metto e vado a disegnare, che puzza! Perché tutto quello che riguarda il tessuto urbano, alla fine, puzza! I jeans sporchi di vernice, duri…
…il riferimento alla puzza è qualcosa da intendere negativamente o è un feticismo sano?
E: E’ un feticismo sano. Considera che i vestiti che scegliamo ogni volta per andare a dipingere sono volutamente sempre gli stessi. Diventa un rito.
S: Sì è vero, sono sempre gli stessi. Dove vai vai assorbi un odore, che diventa il tuo.
E: …pensa che sotto il letto della mia camera, sono pieno di scarpe che non metto più e che lascio lì perché tanto prima o poi, mi dico, le userò per dipingere.

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E’ quando vedete strade, posti, spazi, muri che inizia il vostro processo creativo?
E: Per noi c’è sempre un meccanismo continuo di immaginazione. Girando non vedi mai quello che vedi, ci vedi sempre quello che secondo te ci starebbe bene. Ti fomenti alla vista di qualcosa, di qualsiasi cosa!
…io non faccio che scrivere, letteralmente “invalangata” dal loro parlare e fumo. No, proprio non posso confinarli…
S: Ogni spazio è diverso da un altro. Quando vedi il contesto che ospita uno spazio tu ci giri intorno e le parti stesse di un edificio, una ringhiera o un vetro rotto, qualsiasi cosa lo caratterizzi diventa parte stessa del disegno che lì già stai immaginando.
E: …nella murata su alice, per esempio, c’era una struttura metallica,  credo fosse l’intelaiatura che reggeva il tetto, ed era proprio sul muro… inizialmente non sapevamo come fare, poi invece quella stessa cosa ci ha fatto venire in mente l’idea giusta per quel progetto!

prima alice

S: Era dell’edificio, noi solo l’abbiamo integrata.
E: Tra me e lui, quando progettiamo una murata, sono principalmente io a preparare tutto, ma questo per il mio lavoro… io sono un grafico e ci tengo proprio che tutto abbia un susseguirsi e sia perfettamente ordinato nel senso, nella forma e nel colore. Il muro io lo immagino come una grossa cosa da impaginare. Quando fai una murata e lavori in più persone ti devi confrontare con due stili differenti. Smoke13 ora fa soprattutto ritratti, quindi se non fai attenzione rischi di creare una cosa che non è armoniosa.

seconda alice

terza alice

quarta alice

S: Ce l’hai la foto della murata della mongolfiera Isai’?
…Esta cerca nel suo telefono la foto della murata di cui vogliono parlarmi, io non sento più le dita per quanto scrivo…

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E: …ecco, per dirti… l’idea della murata della mongolfiera in cui la bimba guarda il cielo è stato difficile “sistemarla”. Lui pensa al ritratto e io poi devo ammazzarmi di fatica…
S: …sì certo, come no? E io sgobbo!! Ho stuccato pure i muri, io m’ammazzo di fatica! Lui progetta, capito?!? …e guido pure l’autobus poi, alzandomi alle 3.00!
…sono complici questi due, come ne ho incontrati pochi altri nella vita. La complicità che solo i sogni sanno dare…
E: …insomma, questa bimba andava sistemata! Lui mette il ritratto e deve esserci poi la prospettiva, devi farcela stare e non deve mai disturbare.
Ecco, quello che avete appena descritto. Il senso dello stare insieme e dunque, entrando pienamente nel vostro mondo, cos’è una crew?
S: Isai’ andiamo a dipinge’!?!
...ridiamo tutti ed è bellissimo. Poi Esta, che è il più concettuale dei due ricomincia a parlare…
E: …quando dipingi e lo fai nel nostro mondo, ti identifichi come gruppo. Prima c’erano altri insieme a noi; ora siamo io e lui… Cioè, nel mondo dei writers si creano gruppi di persone, che insieme dipingono. Noi ormai siamo adulti, lontani dal senso con cui avevamo messo insieme una crew, ora significa solo l’amicizia.
La nostra crew è la nostra amicizia.

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Continua…

Fiamme e strada – Percorrendo la via del fuoco con Vassago


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La scoperta del fuoco avvenne molto tempo addietro e per quanto fosse stata una scoperta fatale nonché pericolosa, l’uomo ne capì subito il potenziale, e, mentre con lo sguardo si perdeva nelle ardenti lingue che salivano al cielo … capì con il tempo come riuscire ad unire quel cuore incandescente all’Arte del divenire Divino (la Mantica o più comunemente Divinazione), dando così vita alla piromanzia. Con questa forma magica di visione, attraverso una trance indotta era possibile vedere tra le ardenti  e giocose fiamme scaturite dai legni, immagini oltre il tempo e lo spazio.
Ma l’arte del fuoco non si fermò a questo. L’uomo doveva imparare a domare (o ad essere domato da) il fuoco, questo pericoloso amico. I giocolieri e i fuochisti si sono dilettati con quest’arte della strada che lascia stupiti tutt’oggi i bambini, e ancor di più gli adulti, che soventemente si domandano come certi giochi siano possibili.
Tra il suono apotropaico di una fiammata e quello di un legno scoppiettante, una salamandra racchiusa nel corpo di un uomo (Emiliano Fantechi), illumina le  nostre pagine con il nome di Vassago.

Nato nel 1979, verso i 18 anni ho avuto le prime esperienze con i giochi di fuoco e il contact juggling, dopo qualche anno senza più praticarli nel 2010 ho iniziato a fare spettacoli di strada e ad organizzare eventi a tema con la Dreamachine , incontrando in seguito il nome di Vassago con cui porto avanti la parte performativa del mio lavoro e iniziando nel 2012 ad arricchire questo percorso con esperienze anche in teatro e eventi di diverso tipo.

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Cosa si prova ad essere in continuo contatto con il fuoco?

Tutti lo siamo. Ognuno di noi usa fornelli, accendini, prende la luce del Sole, accende stufe. E’ il tipo di consapevolezza e di intenzione con cui questo rapporto quotidiano viene vissuto (anche grazie al caso) a fare a volte la differenza. Prendo il tuo accenno alla piromanzia come sponda per cercare di rispondere da un punto di vista più strettamente “personale”:  pur non intendendo parlare di trance vera e propria, certamente il livello  di attenzione e lo stato di coscienza che il rapporto con il fuoco nel momento performativo mi permette di vivere sono diversi da quelli con cui si vivono i  momenti  “ordinari” della vita   (anche a livello della mera fisiologia, come il cambiamento del ritmo respiratorio, che si fa più profondo e regolare, il movimento del corpo che si armonizza con quello dello strumento). Mi è capitato di ricevere complimenti per come “ballavo” durante lo spettacolo, che in effetti è coreografato su basi musicali, e realizzare in quel momento esatto che in effetti era una frase che poteva avere senso se riferita al momento della performance, ma  io non so assolutamente ballare… tra l’altro l’idea di farlo mi imbarazza terribilmente. Il rapporto di prossimità fisica con il fuoco durante lo spettacolo  muove come una forma di stupore che si rinnova ad ogni accensione delle fiamme pilota. La similitudine più immediata per descrivere quello che è il senso delle immagini che evoca in me il  momento dello spettacolo  è forse quella del respiro, che affiora nel suono ritmato della fiamma mentre gira intorno vorticosamente con il bastone o con i ventagli, o quando soffio il fuoco dalla bocca, spingendolo mentre il ritorno di fiamma lo tiene così vicino alle labbra da trasformare quello che sembra un moto esclusivamente estroverso in un gioco di tensioni  (e pressioni) che richiama per me molto più l’idea di un bacio che di uno sputo…più che uno sputafuoco sono un baciafuoco quindi … questo mi riporta a  una osservazione che molti fanno riguardo al rapporto che presumono io abbia con questo elemento: quello di dominazione. Niente di più lontano da quello che sento. In quel momento io del fuoco mi vivo casomai come custode, non potrei avere  mai né l’intenzione né la pretesa di dominare il fuoco,  e credo che una simile pretesa mi farebbe perdere  la parte migliore, quella in cui ti puoi abbandonare alla potenza dell’elemento che tu stesso stai alimentando. Credo che comunque le sensazioni e le riflessioni  per me più significative in questo percorso siano legate all’uso della sfera accesa: praticando contact juggling con una sfera infuocata mi trovo in una condizione abbastanza singolare per un “fuokoliere”, nel senso che generalmente si usano attrezzi che vengono utilizzati tenendo la pelle a contatto con una parte non incendiata degli stessi. Con la sfera la fiamma aderisce alla pelle per l’intera durata del numero, ed è “lei” a decidere in un certo senso quanto e  come devo muovermi per riuscire a non ustionarmi, questo mi ha fatto a lungo riflettere sul rapporto tra potere   e potenza.  Il fuoco è potenza che muove e trasforma, non  qualcosa su cui esercitare un potere, una dominazione. C’è un legame tra il mio vissuto personale con il fuoco e l’idea di potenza che si lega all’immagine della Sakti, questo mi ha fornito una chiave di lettura e di espressione che sto cercando di mettere in pratica a livello performativo, sto preparando infatti uno spettacolo che attraverso l’uso delle sfere trasparenti  da contact e del fuoco si rifaccia al rapporto di complementarità e compenetrazione tra Shiva e Sakti, la trasparenza immobile e la dinamica densità della potenza del fuoco si susseguono fino a una sintesi in cui la sfera unifica nella forma ciò che si dà come opposto nella sostanza, per permettere di scorgere così, tra la trama e l’ordito della rappresentazione,  una comune essenza.

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Come definiresti il fuoco?

Qualcosa che puoi  tenere vicino e accarezzare ma non stringere, di cui amare e rispettare la potenza, così da poterne vivere la tremenda meraviglia. E’ l’unico elemento da cui il nostro istinto animale ci tiene lontani, e l’unico che non può esistere solo per sé stesso. La sua “identità”  è quindi posteriore e conseguenziale alla sua relazione con ciò che è  “altro da sé”, e credo che questo ne delinei  la sostanziale continua mutevolezza, che pure non ne intacca, paradossalmente,  l’identità essenziale.

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Com’è nato quest’amore?

All’inizio nei rave party.  Verso i 18 anni (ormai lontani…) frequentavo le feste che si tenevano in ex fabbriche o luoghi all’aperto, e lì, con l’odore del gasolio dei gruppi elettrogeni  che  permeava l’aria insieme a quello della pelle e del sudore, iniziai a utilizzare le catene insieme a un amico. L’associazione tra quell’odore e quello del petrolio delle catene dava a tutta la situazione una sorta di organicità in cui il filo rosso che la attraversava era l’odore del combustibile mentre mi muovevo nella musica illuminata d’arancio e fumo.
Poi per qualche anno non sono più stato nell’ambiente delle feste e le occasioni di “giocare col fuoco”   si erano molto diradate, e comunque non erano legate a una particolare disciplina nell’allenamento, che ha iniziato a darsi lentamente in seguito, quando insieme a un gruppo di altre persone ho iniziato a fare spettacoli in strada. Essendo un gruppo di cinque- sei persone, ci eravamo divisi in un certo senso gli strumenti, e io al tempo praticavo solo body rolling con una singola sfera, ed ero l’unico  a non utilizzare  un attrezzo infuocato, così decisi di provare a incendiare una sfera di legno (che proprio sferica non era, tra l’altro)… ricordo che i miei compagni erano un po’ preoccupati, sia per gli esiti che avrebbe potuto avere la prova, sia dello stato di salute  mentale che poteva sottendere una sì malsana idea. L’accesi: l’accesi e scoppiò l’amore. Non feci nemmeno delle prove, fu durante uno spettacolo, io stesso non avevo idea di come sarebbe potuta andare, oltre che le mani rischiai veramente la faccia…credo sia stato quello il momento in cui ho deciso di impegnarmi in questo percorso in maniera diversa. Da allora ho studiato  le sfere da contact e la tecnica per soffiare il fuoco, e in seguito ho iniziato a esplorare altri attrezzi  come il contact staff (bastone) e  i ventagli, con allenamenti quasi quotidiani, cercando di trasformare una passione in un “mestiere”.

10 - Andrea Exostyle

È un percorso che dà soddisfazione in Italia?

Nel piccolo microcosmo del cerchio, tantissimo. Anche nel far “cappello” in strada senza che ci siano eventi in corso per cui sia stato ingaggiato.  La reazione delle persone di fronte a uno spettacolo di fuoco è talvolta sorprendente, come se per alcuni fosse un momento personale raro, in cui lasciarsi andare alla fascinazione e all’entusiasmo che di solito vengono relegati negli anni dell’infanzia. E’ un punto di vista sul mondo circostante, quello del performer di strada, eccezionale, che mi sta dando veramente molto, aprendomi nuovi spunti di riflessione e modalità di rapporto con le persone presenti assolutamente inedite, soprattutto per una persona come me, che al di fuori del mio cerchio creato dalle fiamme pilota sono abbastanza timido e quindi in un certo senso poco incline a fare nuove conoscenze.
Anche nei locali o in situazioni comunque  diverse dalla strada ho finora avuto molte belle esperienze, c’è molta curiosità nei confronti delle discipline che comprendono il fuoco al loro interno, poi il fatto di unire al fuoco il contact è abbastanza inusuale per quello che ho visto finora; tra l’altro, molti non sanno nemmeno dell’esistenza della disciplina del contact e questo in un certo senso talvolta aiuta l’effetto dello spettacolo . Ho avuto modo anche di collaborare con artisti di diverso tipo, dalle performances realizzate con musica improvvisata dal vivo, a collaborazioni con due spettacoli teatrali, all’esperienza di fare da perfomer-tela vivente in un contest di body painting. Sul piano dell’arricchimento personale a livello di esperienze e conoscenze è stata una crescita continua.
A livello economico la questione è un tantino più spinosa, ma credo che questo dipenda anche dal fatto che in Italia non c’è una coscienza diffusa di quello che è il lavoro del performer (e poi tutti lo sanno….”c’è la crisi”….), magari qualcuno pensa che lo si faccia solo per divertimento o per arrotondare, anche perché molti non hanno la benché minima idea del lavoro che c’è dietro a uno spettacolo di 15-20 minuti,  per cui molti organizzatori di eventi spesso restano quasi interdetti nel momento in cui realizzano che per fare uno spettacolo magari a centinaia di chilometri, un performer  chieda di esser pagato quasi quanto un idraulico… C’è da dire che comunque ho spesso trovato organizzatori ben coscienti della natura di questo lavoro e talvolta anche competenti… poi in questi frangenti ogni esperienza e ogni storia personale fanno testo solo per sé…

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C’è stata un’esperienza più intensa rispetto ad altre?

Molte. Anche perché mi sono spesso trovato in situazioni tra loro profondamente diverse, credo che citarne due molto lontane tra loro possa dare la cifra della ricchezza di esperienze che finora questo lavoro mi ha permesso di fare…. Al “Triskell Celtic Festival” di Trieste  ho avuto la possibilità di esibirmi per dieci giorni consecutivi di fronte a un numero di persone decisamente più grande di quelle che di solito vanno a comporre il cerchio in strada, bella soddisfazione e attimi di squisito terrore prima di iniziare…  poi la stessa durata della festa ha permesso di creare un ambiente molto amichevole e collaborativo, soprattutto tra coloro che partecipavano all’intera manifestazione, e di stringere amicizie, conoscenze e sodalizi  basati su affinità e percorsi comuni che difficilmente si danno in contesti diversi da quello di un festival tematico.
Un’altra delle esperienze che ricordo con maggior piacere è stata quella del falò di Filattiera: un piccolo borgo della Lunigiana in cui gli abitanti del paese tengono viva una tradizione che essi stessi dichiarano orgogliosamente essere viva e presente “da sempre”.  Il mio spettacolo seguì di pochi minuti l’accensione del falò, che viene allestito sull’incrocio delle due strade che portano al paese, saranno state presenti non più di quaranta persone, tutti abitanti del paese che partecipavano attivamente alla realizzazione della festa,  per cui non è che si potesse parlare propriamente di “spettatori”,  ma lo spirito unico e la partecipazione che ho trovato in quella situazione quasi familiare, uniti all’accoglienza eccezionale e alla bellezza  e alla vitalità del falò che ardeva alle mie spalle, in un rito che andava  ripetendosi da chissà quante generazioni, hanno reso quella serata semplicemente indimenticabile…

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Come mai hai iniziato ad utilizzare il nome Vassago? E cosa ha significato questo nome per te?

Un nome è una parola. Le parole vengono da “fuori” per come la penso, e diventano qualcosa da esplorare interiorizzandole e di cui costruire il senso man  mano che il loro stesso senso modifica il nostro essere. Il nome mi è stato in un certo senso “cucito addosso” da una cara amica, che trovandolo in un grimorio (ovvero “Le Legioni di Shaytân” di Ottavio Adriano Spinelli) come nome di una delle intelligenze in esso contenute,  mi descrisse brevemente la sua natura.  La definizione di “Salamandra veggente” in esso contenuta fu per me una specie di folgorazione, poiché, se da una parte calzava perfettamente con la sua natura di spirito elementale del fuoco, il suo essere deputato all’apertura del terzo occhio e della seconda vista conteneva ed esprimeva la densità del senso che la sfera trasparente risveglia nell’immaginario, mio personale in primis, e probabilmente anche in quello che possiamo chiamare “inconscio collettivo”. In seguito ebbi modo di leggere il libro e di lì è iniziata l’esplorazione delle sfumature e delle suggestioni che emergevano dalle pagine. Mi ha permesso di costruire una chiave di lettura anche di molti avvenimenti della mia vita:  il potere che conferisce come intelligenza e figura archetipica, può rendere ipocrite e false le persone che non siano in grado di utilizzare le possibilità che si aprono, per ognuno probabilmente in maniera più o meno cosciente,  a un certo contatto con alcune parti del Sé: leggendo queste parole è stato come se il senso di molte cose accadute intorno alla mia esperienza di vita si fosse rischiarato, per similitudini, coincidenze (coincidense) e sincronie con l’interpretazione che diamo agli eventi della vita in un certo momento. Ho appeso il suo sigillo nel mio camper e da allora ci accompagniamo.  La fortuna di aver conosciuto il suo autore è stata una molla ulteriore verso un certo tipo di  ricerca che pur non passando da quella che è la ritualistica formalizzata e codificata,  va sempre di più a dissolvere i confini tra quello che è un atto performativo e un atto “rituale” (ammesso che questi confini siano mai esistiti, per inciso),  portando sempre una chiara e nuova visione di “sé” e di “me”, in quello che è sia uno spettacolo per un pubblico, sia una discesa nell’esplorazione dei propri modi interiori, ogni volta nuova e sorprendente, carica di emozioni che in altro modo e senza questo percorso alle spalle non credo sarebbe stata esperibile.

 07 

Cosa ha significato l’esperienza di contact per te?

“- come fai a tenerla in equilibrio sulla testa?
– Tenere cosa sulla testa?
– La sfera….
– Quale sfera????
-Come quale???HAI UNA SFERA SULLA TESTA!
– HO UNA SFERA SULLA TESTA???? Ma mi prendi in giro?”

Da lì si apre il gioco dialettico (e dialogico)…

Il mio percorso formativo da studente di antropologia mi ha fornito utili strumenti di riflessione: quando si rapportano con il “me-performer in strada”, a causa del particolare effetto che ho scoperto suscitare il contact juggling  nelle persone,  le persone, tramite il tipo di domande che fanno su ciò che vedono, svelano le proprie categorie mentali, in questo paese per la maggior parte  frutto dell’aristotelismo scolastico … con tutte le questioni che ne derivano a livello di definizione dell’identità, del concetto di vero/falso eccetera … mi riferisco soprattutto alla questione della sostanza come categoria “prima”, per cui la domanda più frequente è “Di cosa è fatta la sfera?” cui segue generalmente la risposta “Ammesso che te lo dica, rovinandoti quasi tutto il divertimento… quanto ne sapresti di più su cosa sta succedendo? Si può fare anche con un arancia”. Anche le ipotesi sui principi fisici che potrebbero stare alla base del movimento della sfera rivelano molto delle strutture mentali degli spettatori, anche se la domanda che amo di più è circa se la sfera sia “vera”… nessuno sa cosa stiano chiedendo, alla fine… e solo alla risposta “certo che no, è un cubo in incognito” di solito si realizza l’assurdità della domanda… in questo i bambini sono ovviamente più elastici e fantasiosi, oltre che disposti a portare avanti i loro sillogismi fino alla reductio ad absurdum: un classico è l’ipotesi “filo teso che tiene su la sfera” cui segue una meticolosa ricerca da parte mia dei possibili appigli dell’ipotetico filo, soprattutto in spazi aperti per cui inizio a parlare di capsule spaziali invisibili che calano un filo da pesca e mi seguono in giro per il paese… molto importante è anche negare l’evidenza per far entrare le persone nel regno della possibilità-paradosso…

All”inizio era una dinamica che adoperavo solo coi bambini, poi sono passato a farlo con gli ubriachi, infine ho scoperto che anche gli adulti sobri entrano ugualmente nel gioco con facilità…
Parallelo a quello dell’esperienza in strada, il lavoro sulla tecnica è quello di un percorso da autodidatta, con tutti i problemi tipici che si porta dietro, non ultima la lentezza di alcuni progressi, ma anche con le aperture al possibile e la libertà di esplorazione cui tale condizione ti  “ costringe”. Il contact è una disciplina molto particolare,  nel tipo di concentrazione e di tecnica manuale che richiede e  nelle possibilità espressive che offre. Tempo sospeso tra  baricentri  variabili  e tiepida tensione lungo la schiena, tra la sfera in headstall e il centro dell’equilibrio ,  accorda movimento e respiro in una corrente di silenziosa risacca tra spirali di luce rifratta e l’immobilità circolare dei passaggi di palmrolling (cioé intende il momento in cui la sfera resta come immobile nell’aria con il palmo della mano che le  rotea sotto e le sue variabili ottenute modificando il baricentro della  rotazione della sfera e della mano).        

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Da dove ha origine il simbolo della doppia spirale ascendente?

È nato per la prima volta “per caso” a giugno dopo aver sbagliato a copiarne a memoria un altro, che aveva solo due delle tre “mandorle”…dopo la prima volta che ho usato il simbolo “sbagliato” l’immagine mi è rimasta impressa profondamente, inserendosi nel concept dello spettacolo, nei suoi richiami al movimento spiraliforme delle sfere…lo trovo di una forma estremamente vitale nella sua semplicità, richiama la kundalini e i suoi legami con Shiva-Shakti, che mi riportano al fuoco, poi ho trovato il suo apparire nel gioco delle coincidenze estremamente significativo, anche per lo sviluppo dello spettacolo su cui sto lavorando adesso.

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Cos’è una Dreamachine e in che modo ne fai uso?

E’ un oggetto inventato da Brion Gysin in collaborazione con il  matematico Ian Sommerville negli anni 50. Si tratta di un cilindro posto su un giradischi con una luce al centro. Il giradischi è forato in modo che i lampi di luce colpiscano le palpebre chiuse di chi ci si mette seduto davanti, con una frequenza particolare, stimolando la corteccia cerebrale attraverso il nervo ottico,  producendo una sorta di “visione interna”. È un’esperienza psichedelica nel senso stretto del termine, quindi…  Diventa un’esperienza di esplorazione del proprio sé attraverso vie inedite per la maggior parte delle persone, che si trovano coinvolte nella possibilità di poter  giocare con la dissoluzione o almeno ridiscussione di molte questioni che vengono spesso date per scontate, come i confini esistenti  tra vedere, ricordare, immaginare, sognare.  Io ne ho ricostruita una (è molto semplice da realizzare, chiunque sia curioso la costruisca!) coi progetti che si trovano liberamente sul web e sto cercando di far conoscere sia lei che  il suo creatore, in un evento con musica, immagini, informazioni che si definisce un plagiomaggio a lui, a Burroughs e a Genesis-P- Orridge, che erano a vario titolo coinvolti nella storia.

Il principio è semplice ed era noto già in antichità, utilizzato per esperire stati di coscienza diversi da quello ordinario, usando il sole come fonte luminosa e lo sfarfallio della luce che passava attraverso le dita delle mani agitate davanti agli occhi.

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Come descriveresti l’esperienza della Dreamachine?

Un sogno sorriso, un sogno libero dal desiderio.

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Spunti di lettura sulla dreamachine:
1. Korzybski: Science and sanity (reperibile sul web alla pagina della “General Semantic”) per I presupposti epistemologici del lavoro di Gysin e Burroughs
2. Gysin e W. Burroughs: The Third mind

Link al progetto in scala per la costruzione della Dreamachine:
http://www.noah.org/science/dreamachine/

Video di un’esperienza con la Dreamachine

Per contatti
Mail: Vassagofireart@virgilio.it
Tel. 3467494339
Pagina FB: http://www.facebook.com/23vassago23
Blog: http://vassago.webnode.it/

Indice Fotografico: [01] Foto di Roberto Fasoli con elaborazione di Cesare Minucci [2] Nikolaj Kovačič [3] ericafortunato [4] Luca Valente [5] ExoStyle [6] Luca Valente [7] Danilo Albani [8] Foto di Danilo Albani elaborazione grafica di Ornella Stabile [9] Luca Valente [10] Luca Valente [11] Exostyle [12] non pervenuto [13] Danilo Albani

CADERE DALLA BICI A LISBONA – TENHO QUEDA PARA A BICICLETA


C’è un giovane personaggio misterioso a Lisbona che sembra cadere continuamente dalla bici, al momento e nel posto giusto, ma non preoccupatevi, lui ci ha assicurato che si diverte e non ha nessuna intenzione di restare in sella: su facebook è già partito il tam tam. Potete seguire queste “cadute in stile” su “Tenho queda para a bicicleta”

“Queda” significa appunto caduta, ma il personaggio misterioso, spiega a noi di WSF che l’abbiamo contattato, come in portoghese “Tenho queda” sia un gioco di parole per dire “essere proprio bravi a cadere” diciamo “professionisti di cadute”, in questo caso con la bicicletta. A guardare le foto, che gentilmente ha condiviso con noi, direi che non ci sono dubbi. Per ora non vuole svelarci altro, ci chiede di non rivelare la sua identità e dice: “Chissà se presto potremo avere qualche amico che inizi a cadere anche in italia!”, insomma preferisce lasciar parlare i suoi incidenti, da cui non può sfuggire il denominatore dell’ironia nella dinamica e nella scelta del luogo. La prima foto (qui sopra)  è una caduta durante una manifestazione di cittadini portoghesi contro i tagli del governo dovuti dalla crisi, una (in basso) è sotto uno dei famosi e oramai carissimi tram di Lisbona, e l’ultima una foto dice di averla dedicata proprio a noi italiani…

Il risultato è una vera e propria serie fotografica che ironizza sulla caduta nei luoghi sacri e profani in cui si svolge una città e proprio in Portogallo, cuore della crisi del debito già dal 2009, che come l’Italia si trova ancora in bilico nel domino dell’Unione Europea, sotto il fuoco “amico” della mitragliatrice dell’austerity. Come dire, facciamo vedere al mondo che ci vuole lo stile e la scenografia giusta anche per cadere? Per scherzo, si intende. Non stiamo mica cadendo così in basso… Intanto rialziamoci per la prossima foto, prima o poi impareremo a mentenere l’equilibrio.

Visioni di Matteo Eikel Buratto


titolo dell’opera: BB

handcut stencil – stencil tagliato a mano
15 layers 11 colors – 15 livelli 11 colori
spray paint on canvas – vernice spray su tela
18×24 cm

E1kel nasce nell’Ottobre del 1971, giusto in tempo per perdere Live at Pompei dei Pink Floyd. Trascorre l’adolescenza cantando nel gruppo punk de “I Topi Unti” e cadendo svariate volte dallo skate.
Verso la fine degli anni ’80 comincia ad interessarsi alla street art scegliendo lo stencil come forma d’espressione. Le potenzialità offerte da tale tecnica lo entusiasmano così tanto da spingerlo a sperimentare varie modalità d’esecuzione e a ricorrere a differenti materiali in una continua ricerca di perfezione stilistica.
Si trasferisce a Londra, dove lavora come barman in un locale, diventando cintura nera di cocktail. L’esperienza londinese lo proietta in una realtà cosmopolita e moderna, cosa che influenzerà notevolmente la sua arte. Trascorre parecchio tempo anche ad Amsterdam prima di avere la pessima idea di tornare in Italia, dove continua a lavorare come barman e a spruzzare sui muri.
Si specializza nella tecnica dello stencil multilivello e comincia a partecipare ad alcune mostre, ottenendo una buona risposta da parte di critica e pubblico.
Nel 2010 è tra i fondatori dell’associazione culturale Confrontarti, che ha come obiettivo la promozione e la diffusione dell’arte contemporanea.
Nel 2012 è tra i soci fondatori dell’associazione culturale Officine Creative.
Con la compagna Vera Bonaccini, di cui parleremo più avanti in due occasioni, gestisce un negozio nel centro di Pietraligure: “Graffiti Line”.

titolo: tan line in the dark

handcut stencil – stencil tagliato a mano
11 layers 8 colors – 11 livelli 8 colori
spray paint on canvas – vernice spray su tela
13×18 cm

I principali eventi artistici a cui E1kel ha preso parte sono:
2010, “Confrontarti_00” – Bibbona (LI)
2010, “Experience” – Bibbona (LI)
2011, “Make Art” – Bibbona (LI)
2011, “We Art” – Borgio Verezzi (SV)
2011, “Laboratorio Sedie d’artista” presso il festival Balla coi cinghiali – Bardineto (SV)
2011, “E1kel solo show”, presso Galleria Punto Due – Calice Ligure (SV)
2011-2012, “Diciottoperventiquattro”, presso Galleria Punto Due – Calice Ligure (SV)

titolo: holy shit

handcut stencil – stencil tagliato a mano
8 layers 8 colors – 8 livelli 8 colori
spray paint on canvas – vernice spray su tela
13×18 cm

Arte a me quasi sconosciuta, avevo visto e letto qualcosa in certe riviste, ma mai un contatto, per questo ringrazio l’Associazione Officine Creative per avermi fatto conoscere questo genere d’arte durante l’evento organizzato da loro a Pietraligure, dove la street art era colonna portante dell’intero evento assieme alla pittura di Patrizia Braccioforte e ad altri artisti che vanno dalla fotografia alla scultura.

titolo: sex in 3…2…

handcut stencil – stencil tagliato a mano
12 layers 8 colors – 12 livelli 8 colori
spray paint on canvas – vernice spray su tela
13×18 cm