DELLE CONSIDERAZIONI SUL CREAZIONISMO di Manuel Paolino


immagine

Credo che ogni poeta affronti un particolare percorso poetico che inevitabilmente termini per essere un cammino di scoperta interiore ed esteriore. Il primo caso concerne le riflessioni che la composizione, nel suo carattere ispiratore, scaturisce nel poeta. Già qui mi sembra di entrare in un campo personale, soggettivo, e non me la sento pertanto di stabilire affermazioni valide per tutti gli autori.
Un interprete della musa, tale definisco in questo frangente chi si ritrova misteriosamente e subito nella situazione di dover imbattersi nelle sue primitive esperienze con la poesia, non può essere uno scrittore che di fronte ad una pagina bianca sostenga “adesso scrivo versi”. Qualcosa di arcano, totalmente indipendente dalla sua volontà, lo sospinge. Cosi ho iniziato io. La scoperta esteriore invece avviene con le letture, che devono essere incessanti, e che permettono di dare forma letteraria, personale e fisiologica a quel percorso iniziato da un punto ben preciso e capace quindi di svilupparsi attraverso continui salti temporali, seguendo un indistruttibile filo comune. Nel mio caso la poesia pura, concetto che si riferisce ad un’estetica esistita ma anche a qualcos’altro che prende forma sotto gli occhi di chi, come il sottoscritto, ricerca, affronta un viaggio espresso da passioni recondite quasi senza scelta e senza spiegazione, e si riversa infine nell’opera attraverso un filtro.
Il poeta è un essere animato, sospinto da misteriose passioni, oscuri talenti, che conosce le tappe del proprio cammino ma che non ha idea di cosa aspettarsi dal viaggio. Il mio, mi ha condotto all’ermetismo, e alla libertà dei versi sciolti da qualsiasi metrica che non sia quella che si trova subordinata all’indipendenza degli stessi, all’assoluta slegatura del componimento da una qualsiasi realtà che non sia quella del poeta prima, e in una fase più evoluta quella soltanto della stessa poesia, esistente in quanto viva, scatenatrice di bellezza, corpo e forma ormai distaccatasi non solo dalla realtà esterna ma anche dal suo stesso creatore. Ed ecco il mio approdo al creazionismo di Huidobro e di Diego. A quel sublime “da taschino”, surreale e fantasioso, che fa dell’armonia poetica di numerosi elementi, di numerosi piani, la sua grandiosa essenza. Il paradiso perduto, l’ignoto, si trovano ora nella stessa poesia, sopra e sotto le sue braci estetizzanti.
La poesia non ricerca più il divino ma diventa essa stessa il proprio culto, non per un rifiuto, ma per necessaria deviazione. Se il poeta era un simulacro di carne capace di compiere un’evoluzione attiva, fino a controllare il proprio dono, ora gli effetti dello stesso hanno dato vita ad un nuovo soggetto animato, mobile, quindi autonomo, un altro da sé in quanto in sé. Più che un ridimensionamento filosofico direi, una consapevolezza. O un’ulteriore porta, se non la chiave maestra, verso altre realtà, codici interpretativi, conoscenze.

UNA CAPRESE AL CAFFE’ GRECO di Andrea Mauri – (di Emilia Barbato)


Uscito dall’ufficio mi perdo per le strade intorno a piazza di Spagna. Finisco sempre davanti alla pasticceria del Caffè Greco, quella con le vetrine antiche in legno decorato. I dolci sistemati in bella vista fanno riemergere ricordi di infanzia, quando mia nonna comprava un vassoio di paste, ma mi ordinava di mangiarne una sola. Le altre erano per lei. Da allora ho imparato a gustare i dolci con gli occhi. Li spio, li fisso. Rimango imbambolato davanti a glasse colorate, ghirigori vezzosi e gelatine tremolanti. Sprofondo in questo mondo soffice. Una vera cuccagna.
– Che gliene pare di questa vetrina? Facciamo un bell’effetto tutte insieme. Vero?
Controllo se alle spalle si sia avvicinato un cliente o qualcuno che voglia parlarmi all’orecchio. Invece via Condotti è deserta. Non so dove siano andati tutti. Spariti nel nulla.
– La vedo spesso venire qui. Non mi dà mai il tempo di parlarle. Deve essere parecchio timido.
Con la coda dell’occhio percepisco uno strano movimento tra le torte. Un tremolio che fa cadere lo zucchero a velo a terra. Allungo l’orecchio per capire se è colpa della metropolitana. Ha creato solo danni da quando la fanno passare da piazza di Spagna. Mi giro con decisione. Via Condotti è ancora deserta. Ma che strano che oggi non ci sia proprio nessuno in giro.
– Le piaccio?

Continua a leggere

Prospettive: Omaggio di parole a Sabine Pigalle


Immagine

Sabine Pigalle è una fotografa francese e artista. E’ nata a Rouen, in Francia nel 1963, attualmente vive e lavora a Parigi. La maggior parte del suo lavoro si concentra sulla reinterpretazione dei miti. Religione, storia, mitologia, pittori fiamminghi e ancheil manierismo, che fornisce sia le varie fonti d’ispirazione che le materie prime per le esplorazioni artistiche. Sabine Pigalle produce fotografie ibride in serie diverse, dedicate principalmente all’arte del ritratto, che uniscono il contemporaneo all’ arte antica.

***

Sabine Pigalle ph- Sylvia Pallaracci

così accade
la decadenza dei colori
come un dolore
denso di labbra interrotte
da nuovi lineamenti

tutto il nero
sbianca teatralmente
in questo tremulo
di membra rinvenute
al centro esatto del corpo

di Sylvia Pallaracci

***

il buio è gratis

IL BUIO E’ GRATIS di Roberto Marzano

La luce costa, e tanto, il buio è gratis
ci puoi inzuppare gli occhi a perdi voglia
mistero garantisce senza esborso
stimola visioni nella mente
e se mi prende improvvisa la paura
m’adatterò al fioco balenare
di candele tremolanti alla finestra
spalancata con ‘sto caldo soffocante
della TV faccio a meno volentieri
la luna può bastarmi come svago
e il libro chiuso già al tramonto
riprenderò all’alba a costo zero.

***

Nightwatch

-notturno- di Francesca Dono

poi la notte
decise di dormire
cervello di ciaspole afose
sopra la neve obesa. Lei scelse e si sciolse ad umide dime
rosari di orologi in consenso ad occhi ferrosi :vaghi lisi davvero taciturni.

-Nero(amaro) al nulla –

intravisto tra numeri ed alfabeti. Facile il fiume di cartapesta, facili i frattali amplificati nel colon trucidato.
Perché d’abuso ,senza apparire in sole, piange morte non in.vita-

L’attesa

______________________________pressoché argine interstellare

alzerà l’intonaco quasi crosta ad ogni muro.

***

Continua a leggere

The Alternative Limb Project di Bizzarro Bazar


Sophie de Oliveira Barata è un’artista diplomatasi alla London Arts University, e che in seguito si è specializzata in effetti speciali per il cinema e la TV. Ma negli otto anni successivi agli studi, ha trovato impiego nel settore delle protesi mediche; modellando dita, piedi, parti di mani o di braccia per chi li aveva perduti, piano piano nella sua mente ha cominciato a prendere forma un’idea. Perché non rendere quelle protesi realistiche qualcosa di più di un semplice “mascheramento” della disabilità?

2

3

È così che Sophie si è messa in proprio, e ha fondato l’Alternative Limb Project. Il suo servizio è rivolto a tutte quelle persone che hanno subìto amputazioni, ma che invece di fingere la normalità vogliono trasformare la mancanza dell’arto in un’opportunità: quello che Sophie realizza, a partire dall’idea del cliente, è a tutti gli effetti un’opera d’arte unica.

Continua a leggere

[Officine D’Autore] Poesia&Musica: Fosca Massucco&Enrico Fazio


Officine D’Autore è una rubrica molto particolare su WSF, dove diamo voce e spazio a scrittori e non solo, infatti oggi vedremo come la poesia ben si sposa con la musica, Fosca Massucco (che WSF già conosce molto bene e apprezza) e la musica del famoso contrabbassista e compositore, Enrico Fazio, uniti realmente anche nella vita e di come creino una sinergia potente dialogando perfettamente.

Un grazie a Fosca ed Enrico e benvenuti su Words Social Forum !

enrico_fosca3

fosca solo

enrico solo

Parlateci di voi, presentatevi ai lettori di WSF.

Enrico: Cerco di occuparmi di un bimbo, di una moglie poetica e di musica; di mantenere viva la curiosità, la fantasia, la voglia di imparare; cerco di essere diversamente giovane, di rosicchiare spazi di tempo per vivere…

Fosca: io sono la moglie di un compositore, la qual cosa da sola basterebbe a definirmi tutta la vita: lo (in)seguo e sostengo nella parte aperta a me dei suoi sogni e della sua musica. Da più di 10 anni per noi le giornate hanno una visione trasversale del tempo, dove incastriamo la cura per nostro figlio, i rispettivi lavori (lui al Conservatorio ed io per la mia società di acustica di Torino), la vita solitaria sulla nostra collina e un processo creativo e silenzioso.

Continua a leggere

“Lucy” e “Limitless”: quando la genialità è la nuova immortalità. Un elogio alla lentezza.



Le droghe hanno sempre avuto un fascino particolare sull’uomo: che si tratti di alcolici, sostanze sintetiche, medicinali o piante, non c’è nulla che non sia stato provato in nome dell’”andare oltre”. Che sia per svago, intrattenimento, fuga o desiderio di trascendenza, l’uomo ha sempre fatto affidamento su sostanze esterne da sé per raggiungere nuove e alte vette di creatività o coscienza della propria essenza. Nel mondo dell’arte e degli artisti la droga viene quasi vista come una seconda pelle almeno nel 90% dei casi. “Bisogna” drogarsi per essere creativi e raggiungere lo stato di grazia della divina ispirazione; la musa si può incontrare solo in un trip allucinogeno.

Penso alle fumerie d’oppio, ai “paradisi artificiali” di Baudelaire, all’alcolismo di Bukowski, a Burroughs e ai suoi romanzi scritti sotto effetto di eroina, a Keith Richards e a qualunque sostanza abbia assunto nella sua vita. Sono grandi e rari esempi di artisti che forse, nel connubio con la droga, hanno trovato la loro essenza. Il problema è che la loro dipendenza viene vista come un’elemento imprescindibile della loro scrittura. Va da sé che l’aspirante scrittore, musicista o pittore, se mira ai livelli di un artista a sé affine e notoriamente drogato, vedrà la sostanza usata dal suo modello come un elemento imprescindibile per produrre a sua volta. Ma l’effetto è solo momentaneo; la “normalità”, la propria temuta condizione di lucida mediocrità, prima o poi torna, e con essa una temuta mancanza di ispirazione che richiama un’altra dose. Qualunque sia la sostanza, qualunque sia la condizione da voler raggiungere e quella da evitare, l’importante è andare “oltre”.

Parto con questa premessa per definire una riflessione a cui mi hanno portato due film visionati di recente: “Limitless” e il più recente “Lucy”. Entrambi hanno un punto in comune: due personaggi a loro modo un po’ svampiti, sbandati, senza scopo, e il loro casuale incontro con una droga in grado di aumentare al 100% le loro capacità cerebrali. Entrambi si basano sulla teoria (ormai confutata) che l’essere umano usi solo il 10% del proprio cervello e che un aumento di tale percentuale porterebbe al raggiungimento di picchi di genialità altrimenti inimmaginabili. In “Limitless” il protagonista si limita a sfruttare a proprio vantaggio l’uso di questa droga fino all’inevitabile svolta dovuta al fatto di stare per finire le proprie dosi, in “Lucy” la protagonista riesce ad attraversare il tempo e lo spazio per portare nuove consapevolezze all’umanità.

L’importante è la base di entrambe le storie, il sogno di ogni artista: una sostanza che porti alla genialità. Un tempo la ricerca della genialità era perseguita solo al fine del raggiungimento di un altro desiderio, quello di immortalità (realizzato alla fine di “Lucy”) che in tempi recenti può essere spiegato in un terzo film, “In Time”, dove il tempo è l’unica moneta di scambio e dove si ha la possibilità di restare giovani e belli per sempre, se si è abbastanza ricchi da poterselo permettere. Ma la ricerca dell’immortalità, che per l’artista si può tradurre nella fama o nel perdurare nel tempo della propria opera, oggi si sta trasformando nel desiderio di una genialità senza fondo, di un’illimitata energia cerebrale che possa portarci una conoscenza senza limiti. L’immortalità sarebbe una conseguenza, ma non è più il fine. Il fine è “abbuffarsi”, ingurgitare quanta più cultura possibile.

Credo sia un cambio di tendenza dovuto alla grande quantità di informazioni che subiamo ogni giorno, alla bulimia di letture che ci aggrediscono costantemente con la nostra incapacità di portarle a termine, alla necessità di essere sempre aggiornati, all’imperversare di corsi sulla lettura veloce e sulla promozione della cultura “fast” che possa portare a grandi risultati in poco tempo. Oggi tutti vogliono essere tutto, fare tutto, sapere tutto, potersi specializzare in ogni campo al meglio. Essere i migliori in tutto e sopratutto mostrare la propria conoscenza planetaria. Ma da soli non si va bene, non si basta: la propria condizione di essere umano, limitato in ogni cosa, è troppo misera per essere accettata. La genialità, più della fama, è diventata il nuovo modo di distinguersi.

Penso sia questo cambio di mentalità il vero difetto del nuovo millennio: tante informazioni, tante conoscenze, tante nuove alte vette a cui aspirare, e nessuno che abbia il tempo per decidere un sentiero e percorrerlo. Si corre troppo, primeggiando in velocità, quando si sa che è sempre stata cattiva consigliera e pessima compagna di studi. L’unico modo per fare di sé stessi un’infaticabile macchina sforna-opere d’arte è il NON voler fare di sé stessi una macchina. La produttività va lasciata alla tecnologia. L’unica cosa che rende un essere umano tale è il rifugiarsi nella lentezza, nel ricordo, nella meditazione e nel pensiero. Non esiste il talento veloce, il “come diventare quello che vuoi in dieci mosse” o l’impegno di un mese. Per costruirsi ci vuole talento, sì, ma anche pazienza e tenacia, costanza e forza. Bisogna imparare a rallentare, se si vuole eccellere nel proprio campo. Tutto il resto è solo un niente raffazzonato.

 

Daniela Montella

Inviate speciali: Le Kâma-Sûtra: spiritualité et érotisme dans l’art indien di Emiliana Losma


Dal 2 ottobre 2014 all’11 gennaio 2015 la Pinacothèque de Paris presenta la mostra “Le Kâma-Sûtra: spiritualité et érotisme dans l’art indien”. Dopo averla visitata mi piacerebbe cambiare il titolo in “Il Kâma-Sûtra: spiritualità è erotismo nella vita indiana”. Oltre trecento opere esposte, un complesso eterogeneo di oggetti (statue, intagli, bassorilievi, sculture, libri, carte, acquarelli…) e materiali (pietra, legno, ceramica, bronzo e rame…) che risaltano grazie alla monocromia di una serie di ambienti mai bianchi.

Shiva&Parvati

Shiva et Parvati, Inde centrale, XIe siècle, pietra.

Continua a leggere