A PROPOSITO DI FABER: STORIA DI UN IMPIEGATO SESSANTOTTINO O STORIA SEMPRE ATTUALE? di Francesco Paolo Intini


Non era nello stile degli anni ‘60 e ‘70 accontentarsi di qualcosa ed il maggio francese soffiavaancora sulla scena mondiale quando questo disco veniva concepito. Per molti quel vento era la soluzione dei mali che affliggevano il vecchio mondo uscito vittorioso dal conflitto mondiale, ma non per questo sanato nelle ingiustizie sociali. La spinta propulsiva veniva dagli inizi del secolo, quando in Russia si era affermata la Rivoluzione bolscevica econ essa il pensiero marxista, era diventato realtà.

1-I CUCCIOLI DEL MAGGIO:

CANZONE DEL MAGGIO accoglie la lotta di classe come un dato di fatto. C’è un mondo borghese da una parte che non vuole cambiare nulla e si affida alle pantere della polizia, al potere della televisione di distorcere le verità e tranquillizzare le coscienze, dall’altra una massa di studenti che bussa alle porte di ognuno e ripete:
…per quanto voi vi crediate assolti \siete per sempre coinvolti…

E’ il clima dei tempi, la bufera che investe ogni angolo della società per raggiungere le singole persone chiuse nei propri individualismi. A tutte oppone la stessa soluzione di un momento collettivo del cambiamento. La sua forza, espressa a partire dall’INTRODUZIONE, consiste nell’essere cuccioli e dunque esenti da colpe generazionali che si traduce nel bisogno di crescere in una società a misura d’uomo, senza deviazioni e compromessi. L’altra classe in fondo non è che lo stesso albero e tutto sommato ciò che avviene è un ritorcersi dei figli contro i padri che li hanno messo al mondo con l’imprinting della ribellione. Il dado è tratto e niente sarà come prima.
Da questo punto di vista il maggio francese è davvero la primavera della storia moderna che ha visto il suo lunghissimo inverno nel periodo 1914-1945.
La gente dell’epoca però fa fatica a riconoscere in quel bisogno di cambiamento la negatività sottesa al benessere promesso e diffuso dallo sviluppo economico e dalla pubblicità del dopoguerra.In questo clima si inserisce l’impiegato. La sua figura è l’esatta rappresentazione della contraddizione tra vecchio e nuovo, tra bisogno di cambiamento e conservazione.
…e io la faccia usata dal buonsenso\ ripeto “non vogliamoci del male”\e non mi sento normale\e mi sorprendo ancora\a misurarmi su di loro\e adesso è tardi, adesso torno al lavoro…

2-LA TENTAZIONE

Per risolversi ha bisogno di una scintilla. Non è facile abbandonare il non essere del condizionamento, dell’omologazione e dell’anonimato e passare al protagonismo. C’è Raskolnikov in questa stessa dimensione, un incontro che avviene a livello onirico. L’io chiamato a questa missione è quello individualista che ha di mira la distruzione dei miti immediatamente riconoscibili, ma niente esaltazioni napoleonicheproprie del personaggio letterario, soltanto un ritrovarsi con le mani sporche nel fare qualcosa- come per liberarsi da una corazza, da un vissuto che condiziona troppo-e assecondare una tentazione della pelle.
E’ questo il clima che si respira ne: LA BOMBA IN TESTA. Sente che i giovani stanno facendo la cosa giusta, ma lui è legato al lavoro, alle rotaie verso casa, alla conta inutile dei denti dei francobolli al dovere verso il benessere e non è facile rimanere nella normalità per intraprendere la via della anormalità perché lì c’ è il coraggio e lo strappo irreversibile e da quest’altra parte il buonsenso del “non vogliamoci del male”. Ci pensano i sogni a ricordargli l’odio che si nasconde dietro la maschera indossata per nascondere la repulsione profonda nei confronti del conformismo e dell’ipocrisia, della macchina vincente in ogni dove della società (arte, politica famiglia). Tutto ciò si riconosce nelle icone, (Cristo, Maria, Nelson, Dante, La statua della libertà, la Famiglia) del BALLO IN MASCHERA messo a soqquadro dal suo attentato. La devastazione della bomba ha l’effetto di mostrare il volto fragile della società, l’ossatura artificiosa dei personaggi, ciascuno nella sua recita quotidiana a cominciare da padre e madre che rappresentano l’ultimo freno al bisogno di libertà.
…e adesso puoi togliermi i piedi dal collo\amico che mi hai insegnato il “come si fa”\se no ti porto indietro di qualche minuto\ti metto a conversare, ti ci metto seduto\tra Nelson e la statua della Pietà,\ al ballo mascherato della celebrità…

Sebbene non sia chiaro dal testo l’identità di quest’amico, non mi stupirei di trovarci lo stesso Nobel, inventore della dinamite, che nell’incipit espone a Cristo l’alternativa alla sua bontà. Fatto sta che adesso l’impiegato ha imparato la lezione col risultato di trovarsi nudo di fronte alla sua coscienza.

3- IL GIUDICE ED IL POTERE

Ma chi è il giudice che nel sogno successivo mostra il suo indice puntato senza decidere tra condanna e assoluzione? Che senso ha chiedere all’imputato:
“Vuoi essere assolto o condannato?”
Può stare un giudice dalla parte dell’imputato? Una partecipazione dell’imputato all’esito del giudizio è sì una contraddizione, ma riflette quella tra Super-Io e Io, cioè tra istanze morali e coscienza, quello che ognuno può sperimentare quando è avvolto dai sensi di colpa. Prima ancora che nella società è nell’intimità più profonda che bisogna abbattere qualcosa e questo è il legame tra quello che chiama
“una coscienza al fosforo piantato tra l’aorta e l’intenzione”
e l’oscuro Potere che affonda le radici nella società borghese come nella famiglia e dunque è in grado di governare l’individuo in ogni sua azione e pensiero. Nella risoluzione di questo conflitto, nella capacità di resistere alla furia delle colpe, sta la chiave per poter andare avanti sul piano delle azioni. Cosa non facile, dal momento che questo giudice mostra il suo volto buono (ma lo è veramente?) nel dare la possibilità di ritorno nella norma. L’occasione è descritta nella canzone del padre, dove il giudice offre all’imputato il posto occupato nella società dal suo genitore come premio per aver tolto di mezzo delle icone ingombranti, mettendo a servizio del potere stesso unasua tentazione profonda. Diventare il proprio padre dopo averlo uccisoha comunque il senso di un riscatto nei confronti della colpa perpetrata contro la collettiva.

4- EDIPO

Ma è il percorso di Edipo a rivelarsi mistificatore, un sogno per rimanere nei sogni. La sua donna è anche sua madre e suo figlio è lui stesso” il meno voluto” destinato a finire in un percorso di hashish e ad inciampare negli stracci dell’infantilismo di un giogo familiare che è anche gioco di potere.
L’impiegato legge qui la sua miseria sociale, il destino di chi al massimo può aspettarsi “una valigia di ciondoli\ un foglio di via” da un commissario corrotto e capisce di essere stato ingannato dal giudice che da una parte gli offriva la via del riscatto e dall’altra lo faceva partecipe di un gioco senza via d’uscita reale se non la fuga da reietto, peggiore di quella a cui aveva rinunciato e anche di quella di “Berto, figlio della lavandaia, compagno di scuola, preferisce contare sulle antenne dei grilli” il cui rifiuto nei confronti della cultura e della religione si era tradotto in un farsi piovere addosso, senza nessun futuro.
E’ questa la molla che lo fa svegliare e ad un’alternativa di reietto (in quanti modi si ripete lo stesso schema di asservimento da parte del potere?) preferirela ribellione individuale.Il Potere costituito si svela ingannevole, proteiforme e capace di assumere anche “ il volto di una donna che pago” pur di affermarsi sull’individuo.

5- IL SOVVERSIVO ed il CASO

Da questo momento è senza protezione di buon senso, il suo movente è una vendetta personale nei confronti del Potere. Anche lo spunto della primavera è lontana. Il vento di liberazione ha innescato l’azione del libertario, l’individuo contro il suo disagio di natura anarchica.
Eccolo dunque a recitare il ruolo già visto nella storia degli attentatori personali, i Princip del secolo precedente che colpivano re e regine, innescando guerre planetarie.
La sua bomba è di questa natura, contro la pervasività di un Potere presente nella sua persona e nella società, capace di assolvere da ogni colpa, se si sta dalla sua parte e di far compiere il delitto più atroce pur di affermarsi e conservarsi:
…assoluzione e delitto \lo stesso movente…
È in quest’idea che procede a compiere un attentato contro il Parlamento. Nella maschera di Joker\bombarolo c’è tutta l’esaltazione di chi sente di aver capito ciò che gli altri, vale a dire
…intellettuali d’oggi idioti di domani… \profeti molto acrobati della rivoluzione\ oggi farà da me senza lezione…
non hanno capito cioè che è nelle possibilità di ognuno giocare d’anticipo concentrando il pensiero rivoluzionario nell’azione distruttiva
…ridatemi il cervello che basta alle mie mani…
contro obiettivi precisi, come anticipato dal sogno del ballo in maschera.
La possibilità del fallimento non è contemplata in questo gioco dove tutto e il contrario di tutto è potere e lotta per esso. Ma non è così.
Nel prendersi gioco della rivoluzione il Caso e con esso l’Errore entrano potentemente in scena riportando l’impiegato con i piedi per terra. Il potere del caso ha lo stesso machiavellico senso che impedisce al Valentino di prendere l’iniziativa alla morte del padre. Una banale febbre lo attanaglia a letto mentre gli altri decidono la successione ad Alessandro VI e con essa il suo destino.
A saltare in aria non è il parlamento ma un’edicola, dimostrando che anche il caso è da quell’altra parte, quanto basta al suo nemico per acciuffarlo e sbatterlo in galera coprendolo di macabro ridicolo.
Adesso non resta che prendere atto della sua radicale impotenza. Su di lui si verserà la giustizia borghese che ne squalificherà l’opera con l’effetto di consegnarlo ad una solitudine senza conforto né giustificazione.
Per giunta non ci sarà alcuna Sonia a confortarlo, ad aspettarlo e magari a convertirlo.

6- LA SUA DONNA

È’ ancora una volta alla luce della pervasività del potere che va interpretata “ VERRANNO A CHIEDERTI DEL NOSTRO AMORE”… L’effetto devastante della bomba è sul rapporto d’amore con questa donna che si rivela una mascherata dietro la quale ognuno giocava a nascondere sé stesso. Se a lei importa solo di mostrarsi bella e normale ma non di essere una persona libera
…farsi scegliere o finalmente sceglierai…
è perchè il potere opera nella più profonda intimità, imponendo ipocrisia e conformismo laddove doveva esserci amore e comunione di fini e affetti.
“ Verranno a chiederti …” è una canzone disperata, senza via d’uscita se non quella dell’incomunicabilità, dell’impossibilità di un cambiamento reciproco ed infine della solitudine in cui si viene a trovare il singolo, non appena metta in crisi il fondamento borghese della famiglia.
Ma è anche una grande poesia di amore, di uno dei due che conosce la verità dell’altra, vede la sua maschera sociale asservita al condizionamento e allo sfruttamento del potere fino allo svuotamento della personalità e si addolora per quella radicale difficoltà a distaccarsene finalmente con un atto di libertà:
…Ma senza che gli altri ne sappiano niente\ dimmi senza un programma dimmi come ci si sente\continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito\farai l’amore per amore\o per avercelo garantito…

La filosofia che oppone ad una vita vissuta all’insegna del “dove un attimo vale un altro” si fonda sulla valore di essere sé stessi e fare le cose che si amano per amore, nella consapevolezza che non val la pena lasciare la propria facoltà di scegliere nelle mani altrui.
A lui che è stato sé stesso per un attimo adesso però si spalancano le porte della galera. La macchina trionfante è quella del potere costituito. Ma chi vince la partita?

7-LA PARTITA FINALE

La galera è sì il non luogo, ma ancheil posto dove i rapporti sociali si semplificano: il potere vive col suo vero volto di oppressore mentre il sovvertitore vive la sua irriducibilità a far parte del sistema come un seme che germoglia in una terra fertile e pronta a coglierne il messaggio. Da questo punto di vista la rinuncia all’ora della libertà del singolo diventa presto la rinuncia di molti per assumere l’aspetto di rivolta collettiva e quindi in grado di giocare efficacemente un ruolo politico.La stessa canzone del maggio che coinvolgeva la coscienza di ognuno ora è intonata da questa zolla di sovversione collettiva che, come un focolaio acceso da un vento favorevole, promette di incendiare il mondo.
Se c’è un messaggio che arriva ai giorni nostri non è tanto questa radicale inimicizia nei confronti del potere costituito, che accomuna quasi occasionalmente l’impiegato all’ irriducibilità dei ciompi e a tutti gli Spartacus della storia ma soprattutto questo riflettere sulle condizioni al contorno deldisagio esistenziale. In altri termini arriva da questa opera chela contraddizione tra bisogno di essere sé stessi e condizionamento esterno, passa attraverso due poteri che non si riconoscono a vicenda. Uno dei due, il più forte è in grado di inglobare tutti gli altri essendo in ogni luogo-compresa la coscienza individuale-dal momento che sostituisce quel Dio morto per sempre di nietzchiana memoria e passato in giudicato ma come questi capace di provvedere a tutto:
… una volta un giudice come me\ giudicò chi gli aveva dettato la legge:\ prima cambiarono il giudice\e subito dopo\ la legge…
All’altro, il più debole,rimane la consapevolezza che quando il giudice afferma:
…tu sei il potere, vuoi essere assolto o condannato?..
Sta mentendo conscio del fatto che esaltare l’individuo, illudendolo di avere in mano la possibilità di auto assolversi è la maniera più semplice di disarmare e tenere sotto controllo la distruttività e trasformarla in asservimento.
Tutto ciò raccontato con un linguaggio poetico, fatto di metafore e figure straordinariamente efficaci, capaci di sostenersi e conservare il loro fascino misterioso fino ai giorni nostri.

Note:

Le citazioni inserite nell’opera sono tratte da “Storia di un impiegato” (1973) album musicale (Produttori Associati\ Ricordi) a cura di R. Danè, testi di F. De Andrè, G. Bentivoglio e R. Danè, con musiche di F. De Andrè e N. Piovani

I MIGLIORI DISCHI DEL 2016 a cura di Antonio Bianchetti


foto-1

Tutti gli anni lo ripeto, come consuetudine, queste sono sostanzialmente le mie scelte, derivate dai miei acquisti, variegate poi dal mio stato d’animo. Infatti, noterete dei generi musicali diversi, ma che coesistono perché l’emozione profondissima emanata dalle loro tracce, non ha eguali con qualsiasi altra bellezza. Alla fine un genere solo mi stanca, e pur mantenendo un equilibrio di fondo, preferisco alternare coloriture diverse per sentirmi vivo, sempre pronto a soddisfare i miei molteplici stati d’animo.
La musica che viene incisa e buttata sul mercato di questi anni 2000 è di un’enormità produttiva sconsiderata, la quale finisce per confondere le idee degli appassionati e non solo. Io preferisco distillare quelle poche energie creative vere, nate non da una banalità ricorrente o addirittura asfissiante, ma dalle idee autentiche generate dalla passione e dalla voglia di suonare, e in senso più ampio dalla voglia di vivere. Sentirsi artisti, è anche questo.
Poi come sempre succede, quando l’istinto prende il sopravvento sulla ragione, tante scelte sono frutto di emotività disparate, ma che poi alla fine, riflettendoci sopra, non sono poi così errate dal contesto iniziale e col senno di poi, risultano giuste. Ecco per esempio che per un esperto attento, tra le mie scelte ho escluso il celebratissimo album di Nick Cave: “SkeletonTree”, di cui mi sono ripromesso di parlarne in un apposito post.
Concludendo vi lascio la mia lista senza nessuna classifica preordinata: 20 dischi, tutti a pari merito, di cui seguono le schede per ognuno.

Continua a leggere

I libri di domani/5 – Intervista a Pietre Vive Editore


Come hai cominciato a lavorare nell’editoria?

In verità mi ci ha trascinato un amico. Per quanto mi riguardascrivo più o meno da sempre, ma visto che mi ritengo persona mediamente intelligente non mi sarei mai imbarcato in una avventura editoriale che, dicono tutti a ragione, prospetta soltanto «sangue sudore e lacrime». Invece mi ci sono ritrovato mio malgrado, per colpa di questo amico che prima mi ha proposto la cosa e poi è scomparso, e visto che ci ho preso gusto ma mi sentivo solo, ho pensato di fare come lui, trascinandoci dentro quante più persone possibili, nella speranza che anche loro un giorno creino altri mostri come noi. Chiamala pureuna forma virale di sadomasochismo collettivo.

pietreviveeditore-2584168466243

Quali sono le difficoltà che incontra oggi una piccola casa editrice?

Beh, gli autori di per sé sono già una gran rogna.Ma a parte loro, ladifficoltà maggiore è la mancanza di forze necessarie. Manca sempre qualcuno. Magari fai dei librifighissimi sotto il profilo grafico, ma ti manca un buon commerciale per venderli. Oppure hai un commerciale coi controcazzi, ma ti manca un bravo ufficio stampa per farlo sapere al mondo. Nelle grandi case editrici ci sono specifiche professionalità per ogni aspetto che riguarda il libro e la sua mercificazione. Nelle piccole realtà –a causa della minore forza economica – ti capita di doverti arrangiare, didover ricoprire da solo 10-15 ruoli diversi. Lo fai al meglio che puoi, ma non sempre col massimo dell’efficacia.

L’Italia è un paese che legge poco: quale pensi sia la soluzione migliore per attirare nuovi lettori?

Di sicuro andrebbero cercati nuovi modi di fruizione che siano in linea coi cambiamenti socio-culturali in corso. Dopotutto siamo il paese più telefonizzato del mondo. Magari si potrebbe pensare a una campagna per cui che ne so, zac, ti suona il telefono a sorpresa, e quando rispondi una voce ti legge una poesia di Leopardi o Montale o Caproni o un breve pezzo di un libro di prosa… Dovrebbe essere una cosa ministeriale, imposta dall’alto, così non hai scampo, è obbligatorio. Si potrebbe chiamare La buona poesia. Se chiudi prima della fine della chiamata, ti tolgono un euro di ricarica come punizione. Ma se ascolti tutta la poesia, rispondendo poi da una a tre domande quiz per vedere se hai capito qualcosa, e se rispondi a tre domande ti fanno una ricarica omaggio da 10 euro. I ragazzi potrebbero arrivare a odiarlo più della scuola stessa, sarebbe bellissimo!
Scherzi a parte, io sono di quelli che pensa che gran parte delle colpe siano della politica e della scuola per com’è organizzata ora. Quindi ricomincerei da lì, rimanderei i politici a scuola. Poi riformerei i programmi scolastici insiemeagli insegnanti, per una concreta aderenza ai loro problemi reali e a quelli dei ragazzi. Come ha scritto Claudio Giunta, se non ricordo male nella presentazionedi una nuova antologia da lui curata, si fra troppa teoria letterariae si legge troppo poco. Mentre la lettura, come puro fatto ludico, di piacere, dovrebbe essere il centro di tutto. Ancora, io sono figlio di un ferroviere e di una sartina. E non leggo perché sono un privilegiato. Leggo perché quando ero bambino, mio padre che ancora credeva nell’istruzione come valore, quando tornava da una trasferta mi portavacome regaloun libro, che in questo modo diventa un oggetto affettivo. Basta un po’ di sentimento, non è difficile.

Molti pensano che basti scrivere un libro e trovare qualcuno che lo stampi e lo distribuisca: ma cosa c’è dietro la pubblicazione di un singolo libro?

Tante di quelle cose orribili che a pensarci mi vengono i brividi, quindi nemmeno te le descrivo. Ti dico però che serve molto equilibrio psichico e ancora più pazienza.

Pensi che l’autopubblicazione online (offerta ad esempio da Amazon) sia una soluzione ottimale per i giovani autori che vogliono farsi leggere ma non trovano un editore?

Non ci sono formule giuste o sbagliate, secondo me, ognuno fa come vuole e poi dipende molto da come sa muoversi. Anni fa anch’io ho provato l’autopubblicazione. E ti dirò cheè stato il periodo editoriale più triste della mia vita. Ero completamente solo a far tutto, non mi divertivo, non potevo parlarne con nessuno,nemmeno per lamentarmi, e a un certo punto ero così stufo di far tutto da solo che ho cominciato a odiare il mio stesso libro e a non volerlo più portare in giro. Perché uno fa libri sì per il successo ma soprattutto per non sentirsi solo. Certo, ci sono anche gli onanisti del libro, gente che si compiace di se stessa fino al punto da avere degli orgasmi intellettuali mentre si legge nella propria stanzetta solitaria (li ho conosciuti, esistono davvero!), ma far leggere le proprie cose a un editor non è mai troppo male, perché magari l’editorvede delle cose che tu non hai visto, arricchisce il tuo lavoro di significati. Poi c’è gente che pensa che nelle case editrici sono tutti dei cialtroni e dei ladri e sceglie di non fidarsi di nessuno. Ma in quel caso c’è il serio pericolo che ne venga fuori un libro paranoico. Credo che in editoria funzioni come quando scegli un dentista. Ti informi. Se il dentista è bravo ci vai e ti fai curare, se invece senti che il tipo è un macellaio ma ci vai ugualmente, poi che fai?Te la prendi con l’intera categoria professionale per le tue scelte sbagliate?
A parte queste mie considerazioni, ci sono stati casi di gente che ha avuto successo anche con l’autopubblicazione, per cui non escludo nulla. Di regola però, parlo per me, come lettore non compro mai a scatola chiusa. Quindi, o compro l’autoproduzione di uno che conosco e di cui mi fido (anche solo avendolo letto in rete), oppure vado sul sicuro e mi affido al marchio editoriale che lo pubblica, anche se piccolo. Se il marchio lo conosco è bene, se non lo conosco vado sul sito e mi faccio un’idea studiando il loro catalogo.

Se potessi dare un consiglio ad un giovane poeta in cerca di editore, quale sarebbe?

Prima cosa, fondamentale. Lavora sulla tua voce poetica, cerca di avere una voce tua personale. Oggi si pubblica un sacco di roba tutta uguale, milioni di libri che dicono tutti la stessa cosa nello stesso identico modo. Sullo stile, sul verso, si può sempre lavorare, e se sei bravo ci lavorerai tutta la vita. Ma la voce, per quanto acerba possa essere, è solamente tua, e su quella devi lavorare tu, non può intervenire nessuno, nemmeno l’editore. E se ci prova è uno stronzo.
Seconda cosa, non ti chiudere in casa, con la paura che qualcuno possa rubarti le tue preziose idee, ma mettiti in gioco. Intanto, non capita quasi mai che qualcuno rubi le idee poetiche di uno sconosciuto, e poi non è detto che le tue idee siano così buone. Considera che quello della poesia è un lavoroanche relazionale(a meno che tu non sia Emily Dickinson, ma se sei la Dickinson allora non hai bisogno nemmeno di un editore). Quindi confrontati con gli altri. Non c’è niente di meglio che il confronto per capire se qualcosa va o non va nella propria scrittura, oppure per darsi conferma delle proprie scelte anche se agli altri non piacciono. Per cui apriti un blog, pubblica in rete, vai ai reading, se puoi leggi in pubblico, magari creati un gruppo di amici che condividano i tuoi gusti e ti ascoltino e chiedano a te di ascoltarli. E non dimenticare che se in tutto questo lavoro non ti arriva mai una sola critica, mai un dubbio o un commento negativo, significa che qualcosa non va.
Terza cosa, e qui cascano quasi tutti, prima di inviare qualsiasi cosa tu abbia pensato di inviare a un editore, fatti un elenco ragionato dei 10 libri di poesia più importanti usciti fra fine ‘900 e oggi e, se non lo hai già fatto (ma all’80% non lo hai ancora fatto), leggili prima di spedire e dopo rileggi la tua raccolta. A te male non farà. All’editorerisparmierà l’eventuale patema di dirti che la tua raccolta, per quanto bene intenzionata nel sentimento, non è in linea con quanto si produce oggi, non dico sul mercato (che è quasi inesistente) ma proprio nel panorama letterario.
Fare arte,e la poesia rientra ancora nel campo dell’arte, è un lavoro che richiede impegno.Uno ci prova ma non sempre riesce a tirar fuori un capolavoro, questo è umano, ma uno sforzo creativo, anche se non è riuscito al 100%, è sempre apprezzabile. Se c’è qualcosa di imperdonabile nell’arte è l’inutilità di un lavoro che non dice più nulla a nessuno perché quello che dice è nato vecchio.

Ci sono persone che leggono solo grandi classici o libri molto pubblicizzati: cosa può fare un piccolo editore per attirare l’attenzione del grande pubblico?

Diceva Brodskij che leggiamo Dante perché ha scritto La divina commedia, e non perché richiediamo la sua voce poetica. Quello che voglio dire è che viviamo in un Paese che si rivolge ai classici principalmente perché non sa che c’è altro, o più spesso non sa nemmeno come informarsi sulle novità e quindi, in mancanza di meglio, ritorna a quel poco che ha imparato a scuola. Come vedi sempre a scuola di torna.
Gira e volta le strade, alla fine, sonquelle. Mio nonno diceva: chi non ha cervello ha gambe. Quindi o ti muovi molto tu, fra presentazioni ed eventi, o ti inventi nuovi spazi di azione a cui nessuno ha mai pensato prima. Personalmente sto cercando, come molti piccoli editori che conosco, di inventarmi nuovi spazi di azione, un modo per arrivare a muovermi il meno possibile,perché muoversi è una gran rogna, spesso è svilente nei risultati, e comporta numerosi costi non solo economici. Anche perché così finisce che stiamo sempre a parlare di “rivoluzione culturale”, e questa rivoluzione si risolve in un continuo sbattimento che non cambia proprio nulla a nessuno, anzi quasi ti ridono dietro. A volte mi dico che forse dovremmo cominciare anche noi a pubblicare i classici, che fra l’altro ci piacciono molto, ma finché posso evitarmelo, finché ho forza di sbattermi, preferisco puntare sugli scrittori vivi e muovere le gambe a più non posso.

Come nasce una casa editrice?

Direi che occorre tanta fortuna e un po’ di sana incoscienza.

Ci sono case editrici che chiedono soldi per la pubblicazione, altre ancora chiedono all’autore di acquistare un tot di copie del proprio libro, altre ancora chiedono tutto o niente… tu da che parte stai? Cosa ne pensi?

Se vuoi sapere come facciamo noi, Pietre Vive è una casa editrice definita a doppio binario. Partiamo dall’assunto che un libro se è bello deve essere pubblicato, ma prendiamo atto del fatto che non siamo ricchi, né possiamo investire su tutto ciò che ci piace. Per cui, come si fa? Si valuta caso per caso e libro per libro, progetto per progetto, senza uno standard prefissato. Se un autore può investire nel libro e decide di farlo, non vedo perché non chiedergli di farlo.In questo modo, considerate le nostre forze, possiamo dare una mano a un altro autore che magari ha meno possibilità. So che il mio è un approccio da dilettante, quasi artigianale (come mi rimproverano), ma credo molto in una formula famigliare dell’editoria, una formula basata prima di tutto sui rapporti umani, in cui ci si dà una mano per come si può, del resto non ho altro da offrire che il mio tempo e la mia attenzione, e personalmente sono anni che non metto in tasca un soldo pur lavorando quotidianamente coi libri. Comunque non sono l’unico editore in zona, anzi, non è obbligatorio pubblicare con me.
Ma vorrei ampliare un attimo il discorso, assai dibattuto, per mostrare il verso della medaglia a chi si oppone con tutto se stesso all’editoria a pagamento come immorale. Una volta che sei dall’altra parte ti accorgi di tutta una serie di problemi, spesso pressanti, per cui non tutti hanno la voglia di complicarsi la vita, come faccio io,cercando soluzioni alternative o compromessi per venire incontro all’autore, soprattutto se hanno famiglia. Per cui possiamo anche essere contrari per principio all’editoria a pagamento, ma un libro stampato ha dei costi reali. Se stampo un libro di poesia, magari non chiedo soldi all’autore perché eticamente è scorretto, ma lo stampatore va pagato, oltre a tante altre piccole spese che non sto qui a dire. Quindi come si fa? Si mette in vendita il libro con tutti i mezzi di convinzione a propria disposizione. Ma c’è un problema, la poesia notoriamente non vende, non lo dico io, lo dicono i dati di vendita di qualsiasi casa editrice che in effetti sconsiglia di pubblicarla, così come sconsiglia di pubblicare racconti, invece consiglia di pubblicare libri di cucina o sul calcio. L’ideale sarebbe proprio non pubblicare poesia ma pensare soltanto al calcio, ma noi ci proviamo uguale. Chi comprerà il libro? Se l’autore è conosciuto o scafato forse un po’ di copie le vendiamo, quindi conviene sempre pubblicare autori conosciuti. Ma se per caso l’autore non è conosciuto,è un esordiente oppure è timido, il libro non lo comprerà quasi nessuno. Quindi? Quindi si organizzano delle presentazionicon l’autore a cui invitare la famiglia e gli amici dell’autore che saranno emotivamente costretti (dall’autore) a comprare il libro. Così l’autore è eticamente salvo dalle grinfie dell’editore perché non spende un euro, a patto che ricatti luiemotivamente i suoi amici e la sua famiglia a mettere i soldi al posto suo. Perfetto!
Funziona così anche con l’autopubblicazione, fra l’altro. Diciamo che per essere eticamente perfetti, l’ideale è non pubblicare affatto, oppure pubblicare a proprie spese da uno stampatore e regalare il libro agli amici. Cosa che nessuno vieta di fare.
Ah, c’è anche la casistica assai frequente in cui l’autore esordiente che una volta stampato il libro si rifiuta di presentarlo per paura o avversione del pubblico. Mi è capitato con due libri, ho ancora i volumi imballati nei cartoni, quasi del tutto invenduti per quanto belli, e mi sono ritrovato a pagare di tasca mia lo stampatore, andandoci addirittura in perdita. Alla faccia dell’editore che dovrebbe essere anche imprenditore!Sai che farebbe un imprenditore vero in questi casi? Farebbe causa all’autore impugnando il contratto. Ma dunque è questa l’idea di “rivoluzione culturale” che vogliamo portare avanti? Fare tanto chiasso sull’etica della pubblicazione e poi spendere soldiin avvocati? Io non ci sto. Preferisco arrangiare come posso, da dilettante, per trovare soluzioni che stiano bene a tutti. Non sempre ci riesco, ma ci provo.
Chiudo. Non sono contrario all’editoria a pagamento perché non sempre si può fare altrimenti e perché l’editoria come impresa economica non difende i generi letterari minori come la poesia ma anzi tenderebbe a eliminarli. Magari, e parlo agli autori, bisogna farsi furbi e capire quando quello che ti si offre è un contratto onesto, basato su uno scambio reale, oppure una fregatura. E se prendi una fregatura la colpa non sempre sta tutta da una parte.

Cosa ami di più del tuo lavoro?

Il fatto che al contrario di molti miei amici impiegati, se a un certo punto mi serve staccare la spina oppure prendere tempo per trovare un’idea, mollo tutto e me ne vado in giro sul Lungomare a pensare al mare. So che molti miei amici confinati nei loro uffici non possono farlo e mi invidiano per tale libertà, e questo mi dà una certa gioia perversa.

Parlaci un po’ della tua casa editrice: quali sono le vostre attività? Cosa pubblicate? Avete qualcosa in programma per il futuro?

Pietre Vive ha sede a Locorotondo, in Puglia. È nata come associazione nel 2002 e ha avviato il suo progetto editoriale nel 2007 con la realizzazione di un mensile d’informazione comprensoriale. Dal 2013 ha cominciato a pubblicare libri. Al momento abbiamo due collane, una specializzata in poesia e arte, un’altra più vicina alla prosa, saggistica e talvolta racconti. Ci occupiamo anche di cataloghi d’arte. Se possiamo, preferiamo dare spazio agiovani autori e illustratori. A parte questo, al momento pubblichiamo un’altra rivista di informazione territoriale (Agorà) e insieme all’associazione Il Tre Ruote Ebbro promuoviamo Luce a Sud Est, un concorso di scrittura sociale senza limiti di genere, che offre come premio la pubblicazione gratuita del vincitore.
Nel 2015 abbiamo vinto un bando di finanziamento, Funder 35, con il progetto B.digital. È un progetto attraverso il quale cercheremo di rinnovare il nostro catalogo, rilanciando i nostri libri nel mondo digitale. Di cosa si tratta? Di una serie di corsi prima per creare audiolibri, e-book e e-book multimediali e poi di booktrailer, media marketing e digital advertising per rilanciare questi nuovi prodotti sul mercato nella maniera più incisiva. I corsi saranno tutti tenuti da professionisti e leader del settore. L’obiettivo finale, per noi, è quello di riuscire a creare libri multimediali, in più lingueda rilanciare sul mercato europeo in formato digitale, così da aggirare i costi di stampa e di distribuzione. Diciamo che per noi è un tentativo di usare il cervello piuttosto che le gambe. Il progetto durerà per i prossimi due anni circa, mentre i corsi, indipendenti, cominceranno a fine novembre e andranno avanti, in formula weekend, fin a fine gennaio 2017.

Sito: http://www.pietreviveeditore.it/

I libri di domani/2 – Intervista a Milena Edizioni


arton65962

La vita di un editore è molto diversa da come te la immaginavi?

È un lavoro molto piacevole, quando riesci a farlo diventare un lavoro, perché guadagnare vendendo libri è impegnativo, talvolta sembra impossibile. Ha tutte le noie di un’attività imprenditoriale (e in Italia è molto difficile, se non addirittura angoscioso, fare imprenditoria), ma ha la bellezza che solo le attività culturali possono avere.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontra oggi un editore che parte dal basso?

La principale difficoltà è la credibilità. Le persone, quando comprano un libro, non investono solo soldi, ma soprattutto tempo. E il tempo da dedicare alla cultura o all’intrattenimento è sempre poco. Quindi perché dovrebbero investire il proprio tempo nel leggere un libro di un editore appena nato e di un autore sconosciuto? Se partiamo da progetti “dal basso” e non abbiamo denaro da investire è sempre tutto difficile. L’unico modo per crescere è portare avanti un progetto con idee chiare, e così pian piano si acquista la fiducia del lettore. Non bisogna mai avere l’ansia del successo immediato: è così bello il processo di crescita, non capisco perché molti lo vorrebbero saltare! Vale anche per gli autori: tutti vorrebbero vendere milioni di copie alla loro prima opera. Vorrebbero che il successo piovesse dal cielo e non fosse la conseguenza del loro impegno. Invece vedere mese dopo mese le cose andare sempre un po’ meglio ti fa capire che stai lavorando bene, e a ogni tua azione corrisponde un riscontro positivo.

Continua a leggere

Alfonso Graziano: dal silenzio alla parola


11709543_10206649568750693_6218409434171027455_n

Leggere le poesie di Alfonso Graziano è un’impresa. E’ scalare una montagna e i suoi pericoli, raggiungere la vetta e, subito dopo, strapiombare in un labirinto da cui si esce solo riuscendo a suscitare nel Minotauro pietà. E’, quindi, difficile accogliere la parola che silenzio non può essere, pena il non comunicare, senza il salvacondotto di chi ha messo a guardia del labirinto la morte e la vita, intente a giocare a dadi la vita dei navigatori della vita. E’ un percorso che stimola profezie di dolore in cui l’unico riparo è l’amore, a volte di rimpianti. Coleridge ne avrebbe apprezzato la struttura ad alveolo, dove ogni parola è combattuta e ogni successo è per nuova missione da intraprendere, all’interno di un buio bramoso di luce.
Come prima lettura scelgo Sulla soglia da “Nelle meditate attese” Ed.Rupe Mutevole.

Tra luce ed ombra
nello stare fermo
ed aspettare…
Sulla soglia del divenire
o fare un passo indietro
e non rischiare…
preferisco buttare il cuore
oltre la siepe del certo.

In questa poesia il tema del bivio è non solo nella scelta, ma nell’ambientazione che la significa: La luce e l’ombra. E l’oltre la siepe? L’ambito illuminato, direbbe Heidegger. Non un oggetto dato davanti a noi, ma dentro di noi e che ci permette di entrare in rapporto con le cose, con noi stessi. Di certo, questo ambito illuminato non può avere una struttura stabile eterna, perché questo significherebbe divenire l’oggetto dell’illuminazione che si cerca. Un “oltre la siepe”, quindi evento, a cui seguiranno una serie di altri eventi, per un sempre nuovo e diverso divenire dell’essere che mai potrà essere ottenuto, mai potremmo dominare.
Una delle frasi favorite di Heidegger è che “l’esistenza è un progetto gettato” nel senso che non si parte mai da zero in un progetto d’esistenza, ma ci si trova sempre a condividere, ad ereditare fini, criteri, a condividere ed ereditare un linguaggio e operiamo scelte, all’interno di un orizzonte stabilito dal nostro linguaggio. In questo senso la lingua condiziona il nostro rapporto con il mondo.
Alfonso Graziano abbraccia e investiga il significato dell’essere e nella poesia Margherita, vaga tra fato e scelta, chiudendo la poesia in favore del fato che non lascia speranza a chi al suo gioco vuole sottrarsi.

Ma il Fato gioca sempre
al buio delle menti
e quando si decide
fa quello che gli pare
e non gli importa poi
se il tempo è già trascorso


In Brucia lentamente, sembra, invece, che tutto sia oramai finito, nessuna cosa più da salvare “scorrendo attimi ed istanti /di un futuro già finito” se non fosse per la chiusa che lascia intravedere la salvezza nella rinascita “Brucia lentamente/ e rinasce nuovamente
L’uso degli avverbi non in contrapposizione, ma ad introdurre lo scorrere del tempo nella sua misura lenta, apre la poesia al “progetto d’esistenza gettato” di Heidegger, lo spiraglio dell’essere che non si domina, ma si è già conosciuto ed è divenuto esperienza per nuovo divenire.

Che il tema della ricerca sia il leitmotiv della poesia di Alfonso Graziano è ben evidenziato dalla scelta che opera dei termini utili al suo progetto poetico: passi, andare, chiedere, errare, tempo, amore, morte.
L’amore appare prepotente, porta capace di aprire mondi nuovi, ma da coltivare nella solitudine dei limiti imposti dal gelo, dal tempo, per un sempre nuovo silenzio.

Solitudo

Questo silenzio così assordante
mi sconvolge la quiete dell’anima:
che respirava iltuo respiro
che sorrideva il tuo sorriso
che piangeva le tue lacrime.

Questo silenzio così misterioso
Mi travolge la quiete della mente:
che disegnava i contorni dei tuoi disegni
che colorava le danze dei tuoi passi
che dipingeva i colori dei tuoi cieli.

Questo silenzio così penetrante
Mi spacca in due come tronco secco:
che bruciava crepitando il tuo cuore
che riscaldava il gelo del tuo amore
che concimava la terra dei tuoi sogni.


Eros e Thanatos, antica e instancabile lotta che la poesia sublima con la parola stessa e lascia la consapevolezza dell’essere tronco spaccato, penetrato da, ancora, passi a seguire “profumi di incenso karmico
Ma, una volta che pensiamo di avere scoperto tutte le carte e le forme della poesia di Alfonso Graziano, non dobbiamo commettere l’errore di dichiararci soddisfatti, perché con un alito il poeta è capace di mischiare le carte e sfidare il lettore e la sua comprensione e, se in Solitudo, il silenzio sconvolge, travolge e spacca, in Cercami, il poeta formula la preghiera che nel suo silenzio sia cercato “cercami, nel silenzio…mentre i silenzi si abbracciano/ mentre mi perdo ancora
Nella sua seconda raccolta, Il Carnevale degli uomini, Ed. Divinafollia, il poeta si presenta ancor più ancorato al tema del silenzio già dalla copertina “Amo il silenzio / perché il silenzio non sporca” e già dalla prima poesia, senza titolo, come a denotare una parola senza nome, solo un numero I
Tessiamo
ragnatele sperando in qualche preda
E siamo – dentro la ragnatela – vittime predestinate

E ancora una volta il quadro non è completo. Accanto a chi tesse ragnatele per prede, c’è chi ruba istanti per vivere, chi maledice un Dio in cui non crede, chi spara nel mucchio, chi parla e non dice, chi si nasconde nel silenzio per riappropriarsi, chi attraversa limiti, chi si specchia senza paura. E’ il teatro della vita, senza che alcuna maschera manchi, alcun attore non abbia il suo copione.

Nella poesia di Alfonso Graziano l’unica possibile salvezza è la sfida e di quella se ne fa portavoce: “Solo in pochi potevano comprendere / il senso di un viaggio sempre in corso”, quantunque bisogna sempre tener presente  che in un viaggio non sempre la destinazione programmata è certa e le mete possono cambiare, offrire sempre nuove e diverse prospettive; ci si può fermare, riprendere il cammino, come in un cantiere i cui lavori sono in continua fase di attuazione, si può restare in attesa senza alcuna certezza del viaggio stesso, della sua realizzazione.

Søren Kierkegaard direbbe che: “esistere  significa poter scegliere; anzi, essere possibilità. Ma ciò non costituisce la ricchezza, bensí la miseria dell’uomo. La sua libertà di scelta non rappresenta la sua grandezza, ma il suo permanente dramma. Infatti, egli si trova sempre di fronte all’alternativa di una possibilità che sí e di una possibilità che no senza possedere alcun criterio di scelta. E brancola nel buio, in una posizione instabile, nella permanente indecisione, senza riuscire ad orientare la propria vita, intenzionalmente, in un senso o nell’altro”.

A volte ti perdo,
ma in fondo sono io a perdermi.

Perdo la sfida con me stesso,
perdo la partita mai giocata.

E mi fermo ad aspettarmi.

A volte non ci penso
e perdersi è un po’ vincere.

Vincere la solita partita
e non convincersi del resto.

E proseguo il cammino.

Slasedine nelle narici.

Occhi di fuoco,
a ricontare le pietre.

Intervista

Chi è il poeta per te?

È un diversamente folle,un malcapitato ipersensibile amplificatore di energie,un coraggioso inconsapevole.

Quando hai sentito il bisogno di esprimerti in versi ?

Ero quindicenne…studiavo chitarra classica,quasi per caso mi accorsi di una capacità inaspettata, di abbinare note a parole.

Qual è la poesia a cui sei più affezionato?

Quella che devo ancora scrivere…ma se devo proprio scegliere probabilmente direi “amo il silenzio perché il silenzio non sporca…”

Quali sono i temi che più caratterizzano le tue poesie?

L’uomo croce e delizia

Può la poesia salvare o alleviare i dolori del mondo e al contrario, come può esserci “delizia” in un mondo di dolore?

La poesia può far volare, può far vedere ciò che non si vede e andare oltre. Il mondo è di dolore, la vita forse no…la poesia è il fiore che cresce sulle rotaie e negli interstizi dei muri a secco.

Riguardo al “silenzio che non sporca”, cos’è per te la parola? E se la poesia è fatta di parole, come può farsi essa stessa silenzio e non “sporcare”?

La parola è il tramite,il ponte….la poesia è per sua struttura silenzio…è indagine,mistero,scavo non altro…per questo non potrà mai sporcare

Tuttavia, perché la poesia possa realmente farsi ‘cosa’, realizzarsi, necessita di essere accolta, ricevuta da qualcuno, comunicare qualcosa a qualcuno. A quali lettori è rivolta la tua poesia?

A chiunque sappia leggere….a chi è curioso ….a chi sa osare chiedere o chiedersi…a chi cerca…


Alfonso Graziano è nato a Foggia nel 1962. Laureato in Scienze Politiche economiche a Salerno città a cui è legato dalle origini paterne. Ha pubblicato articoli e poesie su riviste e quotidiani. Dal 2009 ad oggi varie presenze in antologie, l’ultima in Chorastika’ di Limina Mentis editore. All’attivo due silloge,nel 2012 “Nelle meditate attese” per i tipi di Rupe mutevole e l’ultima di quest’anno “Il carnevale degli uomini” ed. Divinafollia. Ha collaborato con la Fondazione A. Gatto a Salerno e 100mila poeti per i cambiamento. “Il carnevale degli uomini” ha ricevuto recentemente il premio della giuria al Concorso La città di murex a Firenze. Nella motivazione l’accostamento a Giorgio Caproni e la forte radice novecentista nei suoi versi.

Prospettive. Omaggio di parole a Michael Kenna


silenzi-michael-kenna

Michael Kenna, nato nel 1953, è un fotografo inglese noto per i suoi bianco e nero, insoliti, paesaggi con luce eterea fotografati all’alba o di notte, con esposizioni di fino a 10 ore.

***

immagine

Silente
dopo un lungo cammino
rinasci.

Fiorisce intorno a te
silenziosamente la vita.

Con i tuoi rami
brami vittoria

Amore per la solitudine,
gioia per la comprensione
di un nuovo io.

Un nuovo essere che impedisce a te,
grande creatura,
di morire.

Amore, vita e solitudine?
Il sospiro ti dice: “apprezza”.

Tra i tuoi rami il desiderio cresce,
abbonda la voglia di scoperta,
vette indistinte
formano disegni nel cielo,
chiari e vivaci.

Tienili accesi
con le fibre ottiche della tua mente.

Di Angelica D’Alessandri

***

spider-and-sacred-text-study-1-gokurakuji-temple-shikoku-japan-2001-testo-e-intessere

TESTO E INTESSERE di Antonio Devicienti

L’occhio è quello della fotocamera Hasselblad: aracne intesse (lenta, elegantissima) tramatura di luce e silenzio.
Il testo sacro, tessitura di segni e di sillabe che le labbra appena pronunciano, ha un moto levissimo di lettura (e d’onda).
Lo spazio tra lo specchio imponderabile intessuto da aracne (è tessuto di fibre e di vuoto tra le fibre) e il bianco tessuto della carta lascia danzare la figlia dell’aria e la scrittura dei cercatori di stelle (che con polso di poeti dipinsero le parole interroganti. Trepidanti).
Pellegrino-e-viaggiatore il fotografo tende la sua ciotola-fotocamera per ricevere in elemosina il riso bianchissimo della mattinata tessuta di sguardo, tramata di stupescente inapparenza.

***

Continua a leggere

Giovanni Ibello intervista Dana Colley dei Morphine


dana_colley_in_ba_2014

La redazione di WSF ha deciso di intervistare per i suoi lettori Dana Colley, l’eclettico sassofonista dei Morphine. I Morphine sono considerati dalla critica uno dei gruppi “alternative rock” più innovativi degli anni ’90. Hanno certamente segnato un genere oltreché un’epoca. Il suo frontman (nonché poeta), Mark Sandman (alcuni giornalisti americani paragonano la sua voce a quella di Tom Waits) morì a Roma, il 2 luglio del 1999. Era sul palco, aveva annunciato al suo pubblico l’arrivo di “una canzone supersexy”…

Ciao Dana. So che è la prima domanda, ma lasciamo da parte i convenevoli. Voglio andare subito al sodo, se per te va bene, perché mi porto dentro questa cosa da troppo tempo come fan dei Morphine.

Eh eh, certo. Spero di poter soddisfare la tua curiosità.

Continua a leggere