I misteri della cappella di Sansevero – Bizzarro Bazar


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Se non siete mai caduti vittime della sindrome di Stendhal, significa che non avete visitato la cappella Sansevero a Napoli.
Difficile descrivere l’esperienza. Entrando in questo spazio ristretto e stracolmo di opere d’arte si ha la sensazione di essere quasi assaliti dalla bellezza, una bellezza cui non si può sfuggire, che riempie ogni dettaglio del campo visivo. La differenza cruciale, rispetto a un qualsiasi altro affastellamento barocco di arte, è che alcune delle opere visibili all’interno della cappella non si limitano a regalare un piacere estetico, ma fanno leva su un secondo e più intenso livello di emozione: la meraviglia.
Si tratta, cioè, di sculture che a prima vista sembrano “impossibili”, troppo elaborate e realistiche per essere figlie d’un semplice scalpello, in cui la grazia delle forme si sposa con un’abilità tecnica difficile anche solo da concepire.

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Divinazione prêt-à-porter “a qualunque costo”


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Ho un ricordo nella testa, come un lungo flash delle noiose mattinate al liceo, in cui un professore senza volto spiega qualcosa.  Ad un certo punto, questi esordisce con la frase “quando le certezze crollano, la superstizione dilaga”.

Un motto dal sapore settecentesco più che un pensiero oggettivo, che ha continuato a dormire nella mia mente, fino al suo risveglio di  fronte a questa pagina bianca. Ed è la risposta alla domanda complice della nascita di questo articolo: perché al giorno d’oggi ancora parliamo così tanto di Divinazione?

Nonostante la scienza, la tecnologia, le scoperte della fisica perché ancora, web e TV pullulano di medium e sensitivi?

Sarebbe abbastanza semplice evocare in fila per due, i grandi demoni del nostro tempo: crisi dei valori, crollo della Fede, globalizzazione e quant’altro ma noi cerchiamo di sottrarci ai luoghi comuni, e pensiamo con la nostra testa, se ancora qualcosa è rimasto al suo interno.

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Il Voodoo e Maya Deren – di Morfeo


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Questa è la storia di un inaspettato amore fra due mondi distanti.

Immaginate una folla radunata, in cerchio, che danza.
Immaginate il suono dei tamburi, i ritmi tribali che si insinuano nella testa e rapiscono gli ascoltatori, parlando una lingua antica, forse primitiva ma potente e capace di prendere possesso dell’inconscio rievocando immagini di luoghi lontani, quelli che una volta erano la casa degli antenati.
Ed ecco che nel mezzo della cerimonia finalmente arriva l’ospite tanto atteso, il Loa, che veste i panni di un mortale, si muove in modo convulso, gli occhi rigirati e la forza dei pazzi, eppure le persone non ne hanno paura anzi, danzano con lui, lo sorreggono e lo avvicinano, per nulla intimoriti.

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PLATONE, INTERNET E TOTH – di Andrea Colamedici e Maura Gancitano (SPAZIO INTERIORE)


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Confrontarsi con Platone mette in campo una certa dose di soggezione. Autore prolifico, che ha scritto pressoché su ogni aspetto della vita umana, su ogni sentimento, su ogni disciplina dello scibile e sulle cause prime dell’essere al mondo, nel corso dei millenni ha innescato riflessioni, critiche, discussioni, riscoperte.

Qualche decennio fa gli esponenti della scuola di Tubinga iniziarono a parlare di un Platone esoterico, riferendosi alle dottrine non scritte a cui in alcuni dialoghi si fa palese e celato riferimento. Tali dottrine avrebbero rappresentato la vetta e le fondamenta del pensiero platonico, eppure secondo il filosofo ateniese non potevano essere comunicate al di fuori dell’Accademia. Questa visione, in seguito diffusa e ampliata da Giovanni Reale e dalla scuola di Milano, se da un lato ha reso manifesta la necessità di un approccio nuovo, meno accademico e didascalico al pensiero di Platone, dall’altro si è appropriata di un concetto – quello di esoterismo – senza restituirne la portata e, anzi, depotenziandone enormemente il messaggio. L’idea, infatti, era che il pensiero di Platone si basasse su dei Principi Primi, cioè su informazioni e nozioni necessarie al raggiungimento della reale comprensione di ciò di cui i dialoghi parlavano. Tali Principi Primi, però, potrebbero riguardare qualcosa di diverso – di più profondo, di meno semplice e, di conseguenza, di davvero esoterico – rispetto all’idea degli esegeti di Tubinga e Milano.
Secondo questi ultimi, in altre parole, tali Principi riguardavano l’Uno, il Bene e la Diade, cioè delle idee facilmente identificabili e ricorrenti nella storia del pensiero occidentale. In Platone, come in altri filosofi precedenti e successivi, queste idee non si limitano, però, a essere filosofiche, ma attingono probabilmente a un’autentica tradizione esoterica.

Ecco cosa scrive nella VII Lettera: «Io non credo che quel che passa per una trattazione, a riguardo di questi argomenti, sia un beneficio per gli uomini, se non per quei pochi i quali da soli sono capaci di trovare il vero con poche indicazioni date loro, mentre gli altri si riempirebbero, alcuni, di un ingiusto disprezzo, per nulla conveniente, altri invece, di una superba e vuota presunzione, convinti di aver imparato cose magnifiche». Come risalire a queste idee fondamentali? Non bastano i pochi riferimenti degli allievi alle dottrine dei Principi Primi, non basta leggere in una manciata di righe che tali agrapha dogmata riguardavano l’Uno e la Diade per comprendere cosa fossero l’Uno e la Diade, perché, come si legge sempre nella VII Lettera: «la conoscenza di tali verità non è affatto comunicabile come le altre conoscenze, ma, dopo molte discussioni fatte su questi temi, e dopo una comunanza di vita, improvvisamente, come luce che si accende allo scoccare di una scintilla, essa nasce dall’anima e da se stessa si alimenta».

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La disubbidienza tra mondanità e iniziazione


Quando il nostro caporedattore ha proposto un articolo sulla disobbedienza per gli amici di Maintenant, ne sono stato inizialmente molto entusiasta. E ho subito accettato.
Ho poi pensato che non c’è migliore articolo che non sia in realtà “azione”, e l’opera di disobbedienza in questi termini poteva essere assolta non presentando l’articolo. Sì, su Words Social Forum siamo un po’ tutti degli “scoppiati”.

Ho preferito in questo caso però ob audire al mio desiderio più alto (anche se alterando i tempi di consegna), ovvero quello di esprimermi per una volta al riguardo. “Ubbidire” in base alla radice etimologica significa “prestare ascolto”, per estensione quindi ha assunto il significato di ottemperamento e rispetto di una norma.

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Sprofondando all’interno – conversando di esoterismo con Claudio Marucchi


10502255_798093236910162_1661330995_nClaudio Marucchi (Torino, 1977)
Laureatosi in “Religioni e Filosofie dell’India e dell’Estremo Oriente” (Facoltà di Filosofia), con votazione 110/110, presso l’Università degli Studi di Torino, con una tesi di laurea sull’impiego rituale dello Sri-Yantra nel contesto tantrico Kaula. Pubblicazione del testo “Il Tantra dello Sri-Yantra – Il corpo umano reso divino”, ed Psiche 2, Torino (2009), con nota introduttiva del prof. Mario Piantelli, docente di Religioni e Filosofie dell’India e dell’Estremo Oriente a Torino. Il testo è stato presentato dall’autore in occasione del “Festival nazionale dell’India”, 2-3-4 ottobre 2009, Grugliasco (Torino); alla fiera esoterica nazionale “ESOTERIKA” presso Roma, il 7 febbraio 2010 e in diverse librerie, associazioni culturali, centri olistici e scuole di Yoga in Italia.
Pubblicazione del testo “Yoga Marg – la Via dello Yoga”, in collaborazione con Marco Russo, edito dall’Associazione Monginevro Cultura (Torino) all’inizio del 2010. Praticando Yoga con regolarità da 15 anni, ha affiancato Marco Russo, insegnante di Hatha Yoga, per introdurre ogni lezione con una breve spiegazione teorica dei contenuti filosofici e tecnici relativi alle pratiche. Dalle dispense che raccolgono queste lezioni è nato il libro.
Pubblicazione del testo “I Tarocchi e l’Albero della Vita”, edito da Psiche 2 (Torino) alla fine del 2010. Avvalendosi dei dipinti dell’artista inglese Susan Jameson, la presentazione del libro – presso il Teatro Alpha di Torino – è stata l’occasione per esporre, per la prima volta in Italia, alcuni dei quadri relativi alle lame dei Tarocchi che l’artista ha realizzato ispirata da visioni notturne. La seconda edizione del libro è stata ristampata nel 2013.
Pubblicazione del testo “Crux Christi Serpentis – Sulle tracce dei più intimi segreti delle Sacre Scritture”, edito da Atanòr (Roma) nel 2012. Seconda edizione prevista per il 2014.
Pubblicazione del testo “Erotismo e Spiritualità – Introduzione alla Liberazione attraverso il piacere”, edito da L’Età dell’Acquario (Torino) nel 2013.
Da alcuni anni organizza e tiene lezioni/seminari a carattere prettamente culturale, incentrati su tematiche filosofiche, mitologiche e simboliche, con particolare attenzione al confronto tra Oriente ed Occidente.

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Phurpa – Il suono che purifica dalle profondità


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Nel 1990 a Mosca, guidati da Alexei Tegin, un gruppo di artisti e musicisti si avvicinava allo studio della musica rituale; l’obbiettivo era quello di allontanarsi dalla musica che stava spopolando in quel periodo e recuperare le radici musicali nelle antiche culture Egizie, Iraniane e Tibetane.
Nel 2003 la lineup definitiva del progetto assumerà il nome di “Phurpa”. I membri che compongono questo gruppo sono accomunati dalle individuali ricerche nelle liturgie Bon e Buddhiste.

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Il tipo di canto utilizzato (Gyer) e gli strumenti tipici della tradizione Bon generano un sound inconfondibile e differente da altri prodotti simili. I brani che possiamo ascoltare dai loro CD non sono semplici canzoni ma vere e proprie tracce sonore di rituali e di preghiere utilizzate dai monaci Tibetani.
L’armonia si diffonde a partire dal canto delle sillabe magiche (che cioè generano una modificazione sulla realtà) che compongono i mantra, e viene poi integrata dagli strumenti rituali che il Leader del gruppo più avanti ci esporrà. Non ci sono sintetizzatori e soprattutto non vengono usati strumenti che non abbiano componenti organiche (molti strumenti sono ricavati da ossa umane).
Il sound può risultare spesso oscuro ma il contenuto dei brani è sempre dei più puri, e forse, anche in questo, risiede l’affascinante bellezza di queste preghiere tradizionali Buddhiste.

Il 7 Giugno del 2014 è stato rilasciato, presso la Zoharum, la nuova raccolta dei Phurpa che porta come titolo “Mantras of Bon”.

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Prima di lasciarvi all’intervista credo sia d’obbligo concentrarci brevemente sulla corrente religiosa che prende il nome di Bon.

IL BUDDHISMO IN TIBET
In Tibet non esiste una parola che significa “Buddhismo” [1], o ci si definisce Chos-pa (coloro che seguono il Chos) o Bon-po (coloro che seguono il Bon). [2]

IL BÖN
Il Bon è una religione pre-Buddhista che si è sviluppata principalmente nel Tibet e nel Nepal (anche se è arrivata a contaminare alcune zone dell’India e della Cina). I Bonpo riconoscono nella propria religione tre fasi importanti.
La prima fase viene denominata Jola-bon (Bon manifesto). In questo periodo erano venerate divinità che rappresentavano i principi maschili e femminili, diffusi erano inoltre i culti delle Divinità locali. Il Sacrificio rituale era una pratica quasi consueta per propiziare la benevolenza delle divinità; per stringere un patto; per inaugurare o occupare una casa la prima volta. [3] Un altro elemento caratteristico era l’estasi oracolare.
Nella seconda fase Kyar-bon (Bon differente) il Bon-Chos subisce il contatto con l’India e con le tradizioni Buddhiste e Brahaminiche (v. Induismo). In questa fase l’escatologia, l’etica e la metafisica Bon risultano molto simili a quelle del Buddhismo e il profeta Senrab Mibo viene identificato come un’incarnazione del Buddha. Le divinità Induiste trovano posto nella dottrina del Bon-chos: vengono considerate come entità luminose che hanno la capacità di influenzare i fenomeni. Esempi classici sono l’adattamento della dottrina Tantrica della Shakti e il culto della Yoni, oppure “Il Dio della Montagna” che è una trasposizione di Rudra.[4]
Nella terza e ultima fase, chiamata Gyur-Bon (Bon trasformato), la religione viene accettata ed in parte assorbita dal Buddhismo. Il periodo corrisponde a quello della Prima Epoca del Buddhismo in Tibet. Da questo momento le divinità del Bon verranno assorbite e inglobate dal Buddhismo Tibetano.
Ancora oggi il Bon sopravvive in Tibet e in altri luoghi.

Le pratiche più importanti della Tradizione Bon coinvolgono i Chakra e quindi il Tantra. L’obbiettivo principale di questa pratica è di ottenere uno stato di beatitudine e di liberazione dalla condizione negativa (la “realtà” è un’illusione), assumendo il controllo della percezione e della cognizione.
A questo fine la ritualità Bon prevede la recitazione di specifici Mantra con un tipo di canto che viene definito tantrico: in questa direzione sono orientati i Phurpa.
Tra gli strumenti che vengono utilizzati in queste pratiche, il gruppo ha deciso di rendere onore ad uno in particolare: il Phurba.

IL PUGNALE RITUALE

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Esempi di Phurba usati dal gruppo durante le performance.

Il Phurba è un pugnale rituale utilizzato in varie correnti del Buddhismo Tibetano. Può essere costituito di elementi naturali come il legno o vari metalli. È formato verticalmente da una testa (che è solitamente quella di una divinità), da un manico e infine da una lama (di tre lati, a forma piramidale). La sua struttura è studiata per assorbire, trasformare e dirigere le energie negative. Il simbolismo del Phurba può essere interpretato in vari modi: la testa può rappresentare sia il capo dell’uomo che il mondo superiore nella costituzione sciamanica dell’universo; il manico rappresenta il busto e il mondo di mezzo; la lama rappresenta le gambe e il mondo inferiore. [5] L1050370Ma un pugnale rituale non è solo uno strumento o un immagine che simbolizza una determinata divinità (come avviene con la Croce nella religione Cristiana), bensì è un essere Divino che porta lo stesso nome: Phurpa. [6] La divinità e l’oggetto, quindi, combaciano perfettamente. Nella pratica il Phurba è un’arma usata contro i Demoni. I Demoni nel Buddhismo sono entità che rallentano il percorso spirituale dell’uomo impedendogli di raggiungere la Buddhità, ovvero, lo stato di Illuminazione. Apparentemente questo potrebbe essere in contrasto con la dottrina della “compassione” (che consiste nel non nuocere a nessun Essere Senziente), ma in realtà, il Demone viene “ucciso” per compassione, liberandolo dunque dalle sue qualità negative (infatti nei testi Tibetani la parola utilizzata è “sgrol” (liberare) e non “bsad” (uccidere)).[7]

Dopo questa essenziale introduzione, vi lascio all’intervista fatta al leader dei Phurpa: Alexei Tegin.

Come nascono i Phurpa?
Non ho inventato i Phurpa, li ho solo ereditati. Phurpa (il divino) rappresenta l’elemento dell’attività e dell’azione.
Tegin in Iraniano antico significa principe; Shenrab Miwo è il fondatore del Bon ed era nato nell’antica Iran. L’ho quindi semplicemente ricordato.

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Come registrate i vostri album?
Tutti gli album più recenti sono registrati da performance live. Non scriviamo musica, registriamo soltanto ciò che succede nella realtà. Questo a prova che nulla può essere migliorato. Penso che le registrazioni in studio siano una menzogna. La nostra prima registrazione era stata fatta in studio; poi ci siamo avvicinati alla celebrazione e l’abbiamo abbandonata. Ora con la richiesta di Stephen O’Malley abbiamo iniziato a scrivere canti rituali nello stile Gyer [8]. Le registrazioni vengono fatte con un magnetofono Brown. Vengono usati microfoni a nastro (ribbon).
Chi esegue il rito usa il Canone (Buddhista n.d.T.) [9] come strumento di massima effettività. Non c’è posto per l’improvvisazione perché non è l’interprete ma è la forza che detta la realizzazione.
Nell’essenza e nel principio del Bon c’è la forza. Questa forza si manifesta in modi differenti. Non ci sono transizioni, solo il potere detta la forma. La manifestazione arriva attraverso la forza ed è come entrare in contatto con lei.
Quindi chi realizza il rito non sceglie la forma, ma semplicemente mette in atto il lavoro.
L’esecutore del rito non apprezza il risultato (non lo considera neanche come una vittoria personale, una sua capacità o un punto d’arrivo) che deve essere concluso ed assoluto.

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Quali sono gli strumenti che usate e come?

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Nga: largo tamburo con doppio lato. Il diametro varia dai 50 cm ai 180 cm. Cantando si creano vibrazioni della voce a bassa frequenza. Spesso usiamo due tamburi che sono diversi di un semitono o di tre semitoni.

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Dung-chen: tromba tibetana in bronzo lunga dai 2 m ai 3 m, rappresentano la voce degli Yidam [10]. Vengono usate sempre in coppia.

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Bup e silnyen: piatti in bronzo.

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Shang: una campana appiattita.

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Poi anche rgya-ling: una specie di oboe.

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Kanling: un piffero ricavato da una tibia umana, usato per evocare.

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In che modo usate il canto?
Mentre cantiamo la nota varia in altezza, volume e timbro. Nello schema usato sono 15-17 semitoni. La melodia risuona all’unisono e si adatta meglio al canto recitativo. La configurazione ritmica recitativa è 5, 7, 9, 11.

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Dove e come ascoltare la vostra musica?
Il testo dei mantra è parte del Canone. La melodia arriva nel sogno. Quando puoi unire insieme un’intenzione molto importante, volontà e forza interiore, il suono materializza un luogo magico. La Musica Sacra è un altro mondo e quest’altro mondo può alterare la coscienza. Se decidi di cambiare, inizia ad ascoltare. Per noi il luogo non ha importanza, il suono cambia il luogo.
Gyer e Gyu-ke sono due tipi di canto. Gyu [si traduce come] Tantra, kye [si traduce come] cantare; penso che le radici di entrambi siano profondamente radicate nel passato. I suoni della voce magica sono messi in pratica dai tempi più antichi, e questi suoni cambiano la mente (con cui si altera la realtà). Nel Bon il suono di base è la principale via di manipolazione magica.

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Cosa puoi dirci riguardo al vostro album di più recente pubblicazione: “Mantras of Bon”?
In questo CD sono riportati insieme frammenti di performance live lungo gli anni, ed altre in cui canta Alissa Nicolai. Mi piace il fatto che noi siamo fissi e che non ci muoviamo.

Phurpa live at Extreme Rituals : A Schimpfluch Carnival: http://vimeo.com/59409081

NOTE
Per la traduzione di alcune parti dal Russo si ringrazia Carolina Miron.
[1] In occidente questo termine accomuna una serie di tradizioni che seguono l’insegnamento di Siddhārtha Gautama.
[2] Cfr. “The Nine Ways of Bon: Excerpts from Gzi-brjid” edito e tradotto da D.L. Snellgrove per London Oriental Series , Vol. 18, Oxford University Press 1968.
[3] Cfr. Omacanda Hāṇḍā, “Buddhist Western Himalaya: A politico-religious history”, ed. M.L. Gidwani, New Delhi, 2001; pag. 257 a seguire.
[4] Ibidem.
[5] Cfr. “Himalayan thunder nails” di Peggy Malnati, presente nella rivista “Sacred Hoop”, n° 41, 2003; pag. 12 a seguire.
[6] Cfr. Thomas Marcotty, “Dagger Blessing, The Tibetan Phurpa Cult: Reflections and Materials”, ed. B.R. Publishing Corporation, 1987, Delhi; pag. 29.
[7] Ibidem; pag. 5.
[8] Gyer è uno stile di canto.
[9] Alla richiesta di ulteriori chiarimenti riguardo alla parola “canone”, l’artista ci risponde così: “il Canone è una struttura immutabile, il più assoluto insieme di elementi che servono per arrivare allo scopo”. I Canoni Buddhisti principali sono tre: il Canone pāli (o Pāli Tipitaka), il Canone cinese (Dàzàng jīng), e il Canone tibetano (composto dal Kangyur e dal Tenjur).
[10] Gli Yidam sono esseri perfettamente realizzati ma non (necessariamente) dotati di reale esistenza. Sono oggetto di meditazione soprattutto nel Buddhismo Vajrayana, e hanno come fine quello di provocare un cambiamento nella coscienza del praticante.

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LINKS
http://www.phurpa.ru/
http://phurpa.bandcamp.com/
http://zoharum.bandcamp.com/album/mantras-of-b-n
http://www.discogs.com/marketplace?artist_id=1644117&ev=ab
https://www.youtube.com/channel/UCkTp8XHDA54ru1-LRhUdP5w
https://www.facebook.com/alexey.tegin