Contest: I racconti della Mezzanotte – II Edizione – “Poster” di Rosario Campanile


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Poster di Rosario Campanile

Non ho fame.
Mi agito, cammino, guardo in giro, mi sento attratto da quel cartellone pubblicitario che promette viaggi da sogno e pancia piena, scivolando sul parquet lucidato della nave a suon di valzer, e focalizzo che non so ballare.
O forse sì, il fatto è che non ho mai voluto provare, e nessuna ha mai desiderato intrecciare note e passi con me. Quindi, come si dice, di necessità, virtù.
Accendo una Chesterfield blu, e mi siedo sul muretto, quel cazzo di cartellone mi ha incantato, osservo i particolari: la grafica, sembra divertita persino lei; i colori dello sfondo, azzurro, blu, bianco, verde, manca solo la faccia di Berlusconi.

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Contest: I racconti della mezzanotte – II° edizione – “Morti a parte” di Roberto Marzano


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Sono steso a terra. La cornetta di un telefono dondola lenta davanti alla mia faccia. Sembra una pendola che batte un tempo lugubre, mortuario, accompagnata da un inquietante ronzio in sottofondo. Credo sia assolutamente il caso che venga un dottore, arrivi subito a salvarmi la vita che sento abbandonarmi pian-piano. Sul mio cranio percepisco i fuochi di varie ferite lacero-contuse. Non solo: devo avere anche qualche frattura in basso, probabilmente al bacino e al femore destro, perché il tentare di muovermi mi procura un dolore insopportabile.
Non riesco in nessuna maniera a immaginare come possa essere arrivato a trovarmi in questa situazione. Vorrei spostare un poco la testa, fare in modo che quella maledetta cornetta la smetta di compiere il suo moto perpetuo proprio davanti alla mia faccia, o che almeno la pianti di oscillare perché, in quest’inusuale frangente, la cosa mi innervosisce parecchio.

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Beato il tempo in cui il mio e il tuo non ci separavano di MariaGrazia Patania


Mi chiamo Youba e vengo dal Mali. Ho 17 anni e amo giocare a calcio. Sono arrivato ad Augusta l´1maggio 2014 e non capivo niente.

Youba si presenta cosi e parlando francese invece che inglese era forse anche più isolato degli altri. Ci conosciamo il primo giorno che vado al centro e da subito capisco che di lui posso fidarmi. Youba non terrà mai per sè il panino in più, ma cercherà sempre qualcuno più affamato o anche solo più piccolo a cui darlo. Dorme nella stanza peggiore della scuola: grande, sovraffollata e estremamente disordinata. Ma la sua brandina sembra un piccolo angolo di decoro.

Non ricordo il momento esatto in cui l´ho conosciuto. Ho più l´impressione che si sia materializzato per aiutarmi a sopportare le barbare conseguenze della mia vita agiata. Youba veniva a fare la spesa, aiutava nella distribuzione di vestiti e cibo quando il crollo di nervi era più probabile, c´era sempre con scopa e secchio per pulire. Soprattutto c´era sempre nella stanza del dottore. Teneva a mente se qualcuno aveva bisogno di cure mediche e appena arrivava la dottoressa, compariva col paziente dolorante e si metteva in fila. Sempre calmo. Sempre sorridente. Una volta entrati ci barcamenavamo in difficili conversazioni siciliano-francese-arabo, convincevamo il malcapitato che doveva seguire la terapia eventualmente assegnata e poi tornavamo a fare altro.

Un giorno il malcapitato fu lui e la dottoressa senza troppi preamboli mi spiega che deve fargli una puntura. Ora -un anno dopo e alla luce del fatto che scoppia di salute- non riesco a non ridere ripensando alla sua espressione di panico e al gesto istintivo di prendermi la mano. Un gigante tutto muscoli terrorizzato da un ago. Di pomeriggio andiamo dal dentista con un suo amico afflitto da mesi dal mal di denti. Mi aspettano davanti il cancello della scuola puntuali e precisi e nel caldo del pomeriggio camminiamo per le strade deserte. Mentre aspettiamo facciamo amicizia con una coppia di anziani inizialmente ostili ai ragazzi. Poi ci lasciano entrare per primi e ci regalano dei soldi per « farli mangiare ». Che i ragazzi decidono però di spendere a beneficio di tutti e comprando prodotti che sarebbero serviti alla scuola.

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Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Antonio Del Prete – “Lo scrittore”


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Lo scrittore di Antonio Del Prete

Non oso descrivere o raccontare gli strani avvenimenti e esseri che popolano i mie sogni da quando ho memoria, ma la cosa, che forse più mi spaventa, è che hanno un non so che di familiare, di rassicurante. Eppure non sono visioni di paesaggi o montagne splendenti, non sono ricostruzioni di antiche città in gloria, anzi, esseri orribili (forse antichi dei o antichi popoli di cui non si ha memoria?) popolano lande deserte e sconfinate nel caos più totale. Eppure mi consolano, mi rassicurano. Ora non sto qui a raccontarvi di ogni singolo avvenimento o delle emozioni e sensazioni che mi suscitano tali visioni, anche perché potrei essere definito malato dato che insinuano in me un tale senso di conforto, mi limiterò a narrare o meglio rivivere alcuni mie incubi o meglio dire sogni e le relative emozioni e conseguenze che hanno apportato alla mia vita terrena.

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Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Ilaria Pamio – “Cristo Nero”


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CRISTO NERO di Ilaria Pamio

C’era una volta…
in un paesino piuttosto lontano, una casetta piccola piccola con un grande portone di legno di rovere.
Le strade di questo paese erano tutte ciottolose e, tra le duecentocinquanta anime che lo abitavano, c’eravamo io e mia sorella.
Di giorno facevamo quello che fanno tutti i bambini: andavamo a scuola. In aula eravamo in venticinque e c’era un’unica classe elementare. Il pomeriggio giocavamo con altri bambini del vicinato, o talvolta, noi due soli.
La nostra maestra odorava di vecchia minestra. La pelle libera da trucco, vestiva con colori sciatti e quando raccoglieva i capelli in uno chignon, le si intravedeva un’unica ciocca grigia.
I bambini della classe avevano età differenti e, in base a quella, a fine mattinata ci venivano assegnati i compiti.
La mamma odorava sempre di sapone. Aveva i capelli lunghi, che spesso legava, perché le avrebbero dato fastidio se le fossero passati davanti agli occhi mentre cuciva. Faceva riparazioni per la nostra piccola comunità. Nostro padre aveva l’hobby per il legno. Preparava mobili e, di tanto in tanto, piccoli oggetti da mettere in casa.
Mio padre e mia madre si erano conosciuti in chiesa, ai tempi delle elementari. La mamma scostava di poco il foulard che teneva sulla testa, e girava lo sguardo verso la panca dei bambini, dove il papà le rimandava occhiatine complici. Si erano sposati senza nemmeno conoscere il calore dei loro corpi, pochi anni prima di essere maggiorenni.
L’alito del papà mi avvolgeva la testa mentre mi spingeva sull’altalena. Maria invece ne aveva la nausea quando le dava il bacio della buona notte.

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Tramonto lugubre di Andrea Mauri


Danilo Capua

Danilo Capua

Aspettavo il crepuscolo sulla poltrona di vimini davanti alla finestra. Seduto, con lo sguardo fisso al davanzale, intercettavo l’annacquarsi del tramonto tra il groviglio delle piante. Lasciavo le ante aperte perché nulla impedissealla luce violacea di impossessarsi della stanza. Rallentavo il respiro per non violare il silenzio. L’unico suono che accompagnava la sacralità del momento era lo sfrigolio della lampadina dell’abat-jour. Su quello non avevo poteri, ma in fondo rasserenava l’inquietudine di una giornata ormai finita. Il viola e l’arancio investivano la poltrona e invitavano allo spettacolo.
Un’ombra imprevista si formò all’orizzonte, un gruppo proteiforme che zigzagava nel cielo. Lo stridio propagatosi nello spazio oscurò il viola e l’arancio dell’orizzonte e la stanza piombò nel nulla. Una barriera lugubre di volatili senza direzione avanzava verso di me. Il richiamo di allarme di quegli uccelli spietati cancellò lo sfrigolio della lampadina dell’abat-jour, che si spense dallo spavento. Innumerevoli ali irregolari alzarono un vento che sradicò piante e infranse vetri. Rimasi impietrito sulla poltrona di vimini, quando l’onda mi investì. Non reagii, lasciai colpirmi da quel vortice inquieto. Tutto di me tremava, muscoli e nervi, corpo e anima. Quando il muro di uccelli oltrepassò la casa, osservai l’orizzonte. L’impronta nera di quell’onda micidiale si era stampata sulla linea tra cielo e terra. Non c’era null’altro che un davanzale divelto, una finestra in mille pezzi, un abat-jour abbattuto e io immerso nel vuoto di un buio artificiale.

La scala Jones di Domenico Caringella


ph Ernst Haas

ph Ernst Haas

A quell’ora la casa era ancora fredda e Jones, nel suo pigiama blu di ordinanza, si riscaldò alla fiammella azzurra del fornello della cucina, un attimo prima di metterci su la caffettiera.

Tre minuti più tardi, in un gesto d’amore fuori tempo massimo, portò il caffè a letto a chi, ormai ricambiata, da molto tempo non lo amava più.

Subito dopo, nel corridoio, abbracciò Jane, la figlia che amava dal primo istante in cui era venuta al mondo davanti a lui. A colazione sorrise a Beth che Jones, incapace di darsi una spiegazione logica, amava impercettibilmente meno di Jane. Si sarebbe tuffato tra gli squali per entrambe, ma solo per Jane senza il minimo dubbio; per Beth sarebbe incappato in una di quelle esitazioni che possono fare la differenza tra una tragedia imperdonabile e il sollievo, tra una storia terribile e un eroico pezzo di mitologia familiare.

Alle otto e mezza, in strada vide la donna che nel profondo del suo cuore e della sua testa aveva sempre amato, e che ignara gli accennò un saluto e un sorriso.

Mentre guidava gli telefonò la donna che lo amava più di ogni altra. Quando riattaccò, una mano sul volante e l’altra che riponeva il cellulare nel taschino della giacca, pensò che dopo tutti quegli anni la voce di sua madre suonava allo stesso modo.

In ufficio, mentre accendeva il terminale, guardò l’orologio sulla parete davanti a lui e calcolò le quattro ore che lo separavano dalla donna che amava adesso senza però riuscire a farlo come avrebbe davvero voluto.

Scriveva, le parole si materializzavano davanti a lui sullo schermo luminoso, e si chiese se si sentisse solo oppure no. Un dubbio che non lo assalì, ma semplicemente lo attraversò, in apparenza senza lasciare traccia.

di Domenico Caringella