Prospettive. Omaggio di parole a Michel Vaerewijck


Immagine

La natura si risveglia
Diagonali di tratti argentati,
Gemme di petali
Si mostrano nel buio

Lattesa di fiori che cadono
La presenza di creature senzienti
che lascia una scia nell’esistenza.

Più in là un germoglio ricopia la vita:
Petali appuntiti, foglie allungate
Lesistenza si fa eco,
ricomincia il battito.

Un virgulto, la peristalsi
Bambini accuditi da un bosco:
L’essere, un unico insieme.

di Angelica D’Alessandri

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Smettila di fissarmi
non ho più niente da darti.
Non ho più carne per sfamarti
ne sangue per dissetarti.
Ho bruciato l ‘anima e il corpo…
nello stesso rogo
con le stesse fiamme .

di Franco Ciufo

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NIENTE SARÀ PIÙ COME PRIMA di Izabella Teresa Kostka

Che ne sarà di me
quando finirà la sabbia nella clessidra?

Gocciola il tempo tra le dita
infreddolite dall’inverno,
si gela in questa stanza
riempita di troppe assenze.

Dimmi,
poserai una margherita ove
lascerò le tracce?

Sono in partenza
come all’epoca degli alberi spogli
quando nulla fu ancora scritto.

Porterò le scarpe rotte
perché conoscono le mie ferite,
ricordano le cadute.

Dimmi,
accenderai un cero
per indicarmi la strada?

Ho perso le conquiste
come un acero le foglie,
niente sarà più come prima
e tutto diventerà nudo.

Ricordati di
lasciare una finestra socchiusa,
se avessi voglia di tornare
per un ultimo abbraccio.

**
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.la costanza della solitudine. di Rosaria Iuliucci

è una costanza la solitudine che mi porto addosso
un’ombra fredda che si fonde nella frivolezza delle scelte
sconfinata e bruciante dell’assenza più cupa
mentre dentro si arrampica a morsi
l’alibi dell’attesa
strappata alla sola regola che mi lascia disarmata
/ un assolo di luce che cerca di venire al mondo
nell’insistenza infinita della mia pelle fredda
sola in questo dolore postumo che non mi lascia scelta
se non rinunciare e mettere in salvo
quell’unico brivido che mi ricorda che posso ancora essere viva
di un’ultima vita raccolta in controluce

**

.

.

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.contropelle. di Rosaria Iuliucci

Ho vissuto la mia vita come fossi un foglio bianco
nessun colore predestinato sulla mia pelle
e nessuna parola a sfondare la curvatora
della mia lingua muta .

Ho vissuto in silenzio
fra verbi claudicanti interrotti solo dalla sete
e senza mai avere fame mi sono divorata nella giusta misura
per sopravvivere ad un ennesimo qualunque giorno
che mi trapassava dentro fra la pelle e le ossa .

Ho giaciuto accanto alle ombre
abbracciando spigoli di luce su letti di cartapesta
ingoiando a piccoli sorsi il pianto
e moltilicando il dolore per il suo stesso peso .

Sono stata tutto e niente
un agglomerato di anima contropelle
divelta e divorante
in un ripetersi di sangue mai caldo

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Giovani Prospettive. Omaggio di parole ad Emanuela Cau


Cau

Emanuela Cau, artista dalle mille sfaccettature apre le porte della sua abitazione a Quartu per la sua prima intervista video e si racconta. Definirla “fotografa” è riduttivo: ha studiato tecniche di scrittura e regia cinematografica, realizzato cortometraggi, video teatrali e musicali. Le sue foto sono autoritratti, sembrano quadri.

***

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Emanuela Emanuele Emanuela . di Alessandro Bertacco

Cosa è la vita, se non fossimo qui a cercarsi
E
io pago le rate tu paghi le rate noi paghiamo le rate
O
Finiamo tutti nei campi,
tu hai rubato altre anime diverse dalle mie
A sentirsi sciogliersi le dita su qualcosa di troppo astratto
A
vedere troppo grano del mondo andato, dico andato
A fare le ballerine impotenti
N
.finimmo tutte le bocche e le vocali
e ci trovammo a leccare l’arcobaleno

*

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O mar é mundo que te habita, ondas de revelação lavam-me a alma. Uma avalanche de emoções, banhadas com a espuma de uma história construída pelos silêncios – tão intensos como tu. E regas-me com o perfume de um entardecer dos sonhos de viver, num grito ávido de ser. Envolta num mistério de véus (re)inventas-te a cada momento, para me contares o segredo que transparece – em gotas de criação. Sinto-as correr os meus olhos. Abro o coração para as metáforas que agarras a tudo o que fazes teu. Sabes que cada concha pode adornar os meus cabelos, enquanto sorrio os teus receios e estendo os braços para os amar. Sim. Eu amo de olhos fechados. Respirei a brisa que me sussurrou o enigma do que apenas se pode sentir – sem recear. E fazes-me forte quando acarinho o teu sorriso desenhado pela areia que beija os teus pés, em noites de luar – tu és o verbo criar.

Claudia Ferreira

*

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Tra le tue gambe
onde silenziose
la mia nave.
Trascinati da una fermezza
surreale,
siamo il volto dei bimbi
nascosti:
tra le velature
tra le trame
tra i vorrei.
Siamo lo scrigno di ogni cuore,
di ogni maledetto cuore
che trema, come pirati che cercano il proprio volto
da chiamare tesoro
ed io, capitano di questa nave fantasma
senza equipaggio,
protettrice di cuori tremanti e muti.
Che lo sappiamo…
il gioco è la nostra cura,
ed ogni nostra azione
il nostro destino,
e m’accompagni in questa
surreale bonaccia verso
un volto celato,
che chissà,
potrò un giorno chiamare tesoro.

Di Anrose Thotas

*

Autoportrait di Emanuela Cau

IL NIDO di Laura Pezzola

“[…] perché allora l’enigma/ se io come te
sono vento e polvere?” (Adonis)

Seguivo la treccia dei capelli

il respiro si placava tra la folla
e nella mano che stringevo
crescevano gli anni

tu eri il nido – io l’ implume
dal becco spalancato

– le ali spunteranno – mi dicevi

così a volte
sono piuma contro il vento
e navigo – l’utero fecondo
delle stelle.

*

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I miei mari interiori s’aprono e si chiudono con spasmi di mente innamorata gridano sas janas golpeando con lunghissimi capelli onde sepolte nei millenni undae nigrae quae volitantes furentes su sé stesse s’abbattono nigredo d’opra che si cerca e si vuole luce senza chiarìa parola senza suono la morte collassa nella nascita e la nascita nella morte il mio mare nero splende di buio chiama il mio nome ch’è l’invisibile impronunciabile – ma che è.

Di Antonio Devicienti

*

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altrove di Rosaria Iuliucci

a volte credo / a volte
che questa voce che mi chiama possa essere vera
che possa nascere dalle viscere di un’esistenza accaduta
e portarmi con essa con la testa sott’aria
in quel posto dove .il. tutto può accadere
e posso accadere anche io
leggera / come una lacrima incosciente sul volto
ed essere dolce / come un ultimo bacio
o come il tratto rugoso dimenticato dal tempo
nascosto dalle carezze / dove non si è osato più amare

a volte credo /
a volte ci credo anche io che un’altro .luogo. possa venirmi a prendere
chiudendomi gli occhi e tenendomi l’anima ferma e pronta [ all’impatto ]

*

Insicuri – indecisi
nei colori sfumati
assorti in una macchia
tra pensieri irrisolti

lacerando lo spazio
vomitiamo meteore
di luce in volo
ansiosamente celeri

imprecisa la rotta
si dissolve smaniosa
di rivelarsi cenere
di fuochi evanescenti

di Guido Mura

*

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Nuova Luna di Rosaria Iuliucci

potrei cambiar tempo
e mutare d’essenza illuminata
nel percorso di luna
che sul mio corpo in fuga si cela
come un verbo amabile e desiderato
comprese le memorie legate
spogliate finemente
di un inizio che gela e salda
come solo il caso del tuo ritorno sa fare
ed il riso distratto del tuo vantarmi
sa dire

potrei mutare di tempo irriverente
e nel tornare al passato giacere
e plasmare il mio dolore
che ti fa scultore
della sua amata pietra
affine alla sembianza
come impronta di neve
etereo avverarsi d’illuso
che non sempre vota allo svolgersi
dell’esser poi di carne
o di quel che si è

*

cau

Eri brava a fare poesia
un talento indifeso
ti bastava guardarmi
dove non ero, confondermi
con i tuoi desideri, mentre
contavo mosche sui vetri.
Eri brava ma non eri tu
nemmeno noi ora si può
comprendere il significato
di questi abbandonati versi
come a vegliare un morto
autenticare una firma falsa.
Eri brava e forse ora
sei ancora meglio di
ciò che sei. Nei tuoi occhi
nuovi progetti di schiene
diritte e un dolore che non si
spezza, declive allo specchio.

Di Luca Gamberini

*

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Cercavo di riprendere il senso di me
Senza te
Senza te che sei diventato altro
Lasciandomi qua
Separata e mancante
E ho aperto me stessa
per poterti riconoscere
Nella nuova forma
E poterti raccontare dell’amore e dei mondi
che sempre riempirai

Di Rossana Corti

*

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L’art révèle, célèbre ou consacre l’image du corps que chaque civilisation invente. Ou plutôt, l’image du corps ne s’invente pas : elle jaillit, elle se détache comme un fruit ou un fils du corps du monde. L’image du corps est le double de celle du cosmos, la réponse humaine à l’archétype universel non humain. Chaque civilisation a vu le corps d’une façon distincte parce que chacune avait une vision différente du monde. Corps et monde se caressent ou se déchirent, se reflètent ou se nient , Les photos d’Emanuela Cau sorient a ce monde a cet autre monde , , merci a elle de nous transporter dans son univers , Déesse des Méditerranéens des temps modernes …

L’arte rivela, celebra o consacra l’immagine del corpo che ogni civiltà inventa. O meglio, l’immagine del corpo non si inventa: scaturisce, si prende come un frutto o un figlio del corpo del mondo. L’immagine del corpo è il doppio di quella del cosmo, la risposta umana all’archetipo universale non umano. Ogni civiltà ha visto il corpo in un modo diverso perché ognuno aveva una visione diversa del mondo. Corpo e Mondo si accarezzano o si strappano , si riflettono o si negano . le immagini di Emanuela Cau sorridono a questo mondo, grazie a lei per trasportarci nel suo universo, Dea del Mediterraneo dei tempi moderni …
Di Vincent Kristou

*

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regna rossa la luna e la carne
semina addosso fantasmi
e scorre cambiando pareti
fessure liquide indimenticate

[mentre desidero questo letto
con la sagoma che respira
ancora
i nostri nomi
convessi]

di Antonella Taravella

*

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Te lo dirò come lo sento, anche se l’istante e me stessa faccio fatica a recuperarmi in così poco tempo, sento silenzio, muto silenzio, labbra cucite di rosso e nero che ti circonda ti abbraccia – rami nodi fili nei tuoi capelli fino a disegnare la tela dove ti immagini e vivi di colori e nodi
dove cuci legami di seta, muta. Legami.

di Michela Gorini

VERSO|| DOPPIO|| SENSO – 5 – di Silvia Rosa


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E se poi l’amore fosse solo il bianco che sta di sentinella quando gli occhi si fissano in amplessi di realtà ingombrante, la mano occupata troppo a fare il mondo, la testa con il tarlo del futuro che rimbomba il vuoto dentro e una lancetta svelta per cappello a oscurare l’orizzonte.
Bisognerebbe invece avere amore sotto i denti e corpi impastati nel silenzio lasciati a lievitare giorni interi, toccarsi dove il bianco si fa luce e poi crescere in case di vento senza finestre e porte, stare ad aspettarsi, stare nella notte come fosse l’ultima frontiera, stretti, fino all’inizio del tempo.

Silvia Rosa

*

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LAMPIONI

L’aspetto della discesa è cambiato, sembra di passare da un’altra parte
per ciò che vedevo che più non vedo, l’aria che il sale ispessisce rivela
che qualche corsa rilasciava argento, tra i lampioni così meno malati
dove lì sotto hai imparato la grazia, di uno sguardo in penombra
[innamorato
che tra le labbra si accoglie la lingua, che la saliva segna a vita il
[vento.

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TENTATIVI

Tutto è così distante e ho perso il punto, qualche discreta catena di
[brezza
non finisce di stringere le aiuole, poteva sembrare la prima volta
per come i petali erano sorpresi, vorresti toccare quello che vedi
poi sparire coperto di mattino, svanisce come riprendi a pensare
il tentativo di renderti inutile, alcuni sistemi includono il sonoro.

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DAVANZALE

Ti ricordo insensata d’allegria, dispersa tardi nei giorni in odori
più nessuno alla finestra che suda, il davanzale che si lega alle guance
il contrasto fresco dove allungarti, sembrava un abbraccio al quartiere
[al mondo
alla parte più distante uno sguardo, bastava e avanzava ad avvicinare
l’infinito tenace a trattenerlo, legarlo ancorato alle poche nuvole.

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PUNTI

Sembra semplice come cade l’acqua, quasi farfuglia nella stessa
[lingua
che hai nella testa nei giorni tremendi, quando il palato è sordo e
[arroventato
si sta zitti per non fare più male, i lati piacevoli nelle sterpaglie
spostate dal vento come capelli, sono gli stessi che affollano i sogni
che intralciano nel raggiungere il punto, quello su cui se ti siedi
[rifuggi.

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CUSTODI

Un’isola non nasconde mai nulla, le cose perse ritornano a galla
ti avrei fatta felice certo fiera, se smettevo di rovesciare i banchi
ribellarmi e lasciare buchi bianchi, senza sapere bene per che cosa
m’innamoravo della catechista, la volevo come angelo custode
spariva dalla finestra dell’aula, e vedevo solo il cielo appesantirsi.

Testi di MAURIZIO MANZO, tratti da “Rizomi e altre gramigne” (Zona Editrice, 2016)
Immagini di JAMIE HEIDEN (http://jheidenphoto.net/)

Prospettive. Omaggio di parole a Ray Bidegain


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Ray Bidegain - poppies+in+vase - from web site

Papaveri di Angela Greco (inedito, maggio 2017)

*

Abbandonati al loro destino in un bicchiere d’acqua,
nel mutamento climatico di questo spaccato di storia,
li ho visti già morti, avvizziti sullo stelo del tempo
reciso senza troppa grazia dal calpestato suolo.
Qualcuno è stato chiuso tra le pagine, al pari di una battaglia
e di una data di cui a ricordarsi, domani, saranno solo i più bravi.

La ragazza di vent’anni dalle unghie smaltate di verde
li ha raccolti nel suo giorno di sole e ha avuto il coraggio
di non buttarli via appassiti. Poi, la casa e la finestra
hanno compiuto la rivolta del passo già segnato ed una sera
bagnati di calore e profumo di caffè i papaveri son tornati
meravigliando Giusy. Abbiamo guardato il cielo sollevati
e la Via Lattea ha dissetato tutta la sfiducia di cui soffriamo.

Sulla riva ricolloco sillabe ed un paio di sabot di plastica
per piedi nudi che hanno camminato sull’acqua scura.
Una croce color papavero a pochi passi dalla paura
e incomprensibili suoni tentano ricostruzioni di fortuna.
Nelle nuove stanze ci attende l’ultima dea coi suoi vent’anni.

***

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Giovani Propettive. Omaggio di parole a Jone Reed.


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***

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In un casolare remoto tutto stette qui
di tempestati cristalli e scricchiolii
sparsi i sensi di cognizioni tutti rappresi nel rimmel
sulle ginocchia, alcova,
dove si frantuma e rimesta
Volevo dimostrare cosa vuol dire avercela
senza averla, ma,
non più solo quel rumore suono frr brulichio
strusciare stupendo
l’ogiva con le sue consuetudini , e mi vedi lo so
Sono fatta di balsa, ottima per i sogni,
pure neri
e fisarmonica
ed i flessibili che mi hanno segato le caviglie
Questa è la nuova fisica
spasmo io porto, come tumefazione di un mondo
troppo descrittivo
Aver la figa da uomini è di contrabbando
Quattro sigari, tre whisky, due cose da dire
Si piega lo spazio ed il tempo se ne fugge sulla posa
di qualcosa
E chi mai me la rapì non fosti tu
nemmeno io, che immagino e sovvengo
Vado al crocevia per cui si deve sentire un enorme suono
e,conta e,senti e, nega, ho (Aristotele) tra le gambe
Suono l’universo affinché si disgreghi e si faccia casa
e mi si fotta chi mi da contro
Porto sfrigolii che Dea consegna come fossero miei
Qui si fanno sintassi
E che se vadano troppo lontano i bigotti ed i porci
Ho detto virgola
E lo avresti dovuto capire
da quello che non ho detto
Piegami al muro,
Con vetuste libertà
ti spiegherò la pittura libera

Di Alessandro Bertacco

***

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Icaro nel petto: viaggio dentro un pensiero siderale di Manuel Paolino


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Mai dei versi di mare han voluto
così tanto un corpo; giammai rifiuto
fu come quel del biondo di cera:
cadde la celeste cima con la falce di sera.

Ritrova lo scoglio il corpo,
le ali ormai liquide nel sale orbo
e il sole cattivo non piange sottovento,
né contento ride sul vestito rotto.

Oh rondine di sogno ricuci tu il lutto,
che non fu d’esempio: le parole eterne scottano
nel petto.[1]

[1] Icaro, inclusa nella mia raccolta L’idromele; fa riferimento alla lirica di Gerardo Diego Icaro (Fontana della Granja); la Granja è una tenuta reale presso Segovia, fra le sue famose fontane vi è una in cui si vede Icaro infiggersi, precipitando, nella roccia.

Questo scritto è frutto di una selezione tratta da quelle affermazioni particolarmente significative incontrate, fino ad ora, fra le mie letture. Ne esce un testo unitario; ed un unico, incommensurabile, pensiero poetico.

«Conosco Ungaretti come un allievo un Maestro, da 25 anni, e l’ho visto in tante diverse situazioni di vita, (…) ma tante volte, in casa, o in tram, (…) o in viaggio, m’è parso di sentire che qualcosa all’improvviso l’afferrava, entrava dentro di lui: come dicevano gli antichi, veramente lo ‘possedeva’.»
(PICCIONI L., Studi su Ungaretti. Una perpetua poesia maggiore, in UNGARETTI G., Vita d’un uomo. Tutte le poesie, Milano, Mondadori, 2011, p. XVIII)

«Il principio supremo non dovrà accogliere all’interno del suo compito il supremo paradosso? Essere un principio che non lasci mai assolutamente in pace, che sempre ci attragga e poi ci rigetti, e sempre di nuovo torni ad esser incomprensibile, persino quando lo si è già compreso? Che ecciti incessantemente la nostra attività, senza mai esaurirla, senza mai abituarla? Secondo antichi racconti mistici, Dio è qualcosa di simile per gli spiriti.»
(Novalis)

«Colui che sogna ad occhi aperti sa di molte cose che sfuggono a quanti sognano solo dormendo. Nelle sue nebbiose visioni, egli afferra sprazzi dell’eternità e trema, al risveglio, di vedere che per un momento si è trovato sull’orlo del grande segreto. Così, a lembi, apprende qualcosa della sapienza del bene, e un po’ più della conoscenza del male. Pur senza timone né bussola, penetra nell’oceano sterminato della ‘luce ineffabile’ come gli avventurieri del geografo nubiano, che ‘aggressi sunt mare tenebrarum, quid in eo esset exploraturi’.»
(Da Eleonora, I racconti del terrore, Edgar Allan Poe)

«Sono nato nel 1909 a Salerno: ricordo tutto dei miei primi anni… Posso dire che sono diventato scrittore o più propriamente poeta per avere sempre sentito dietro di me, dalla nascita, altre stanze, altri luoghi, altre stagioni in cui ero vissuto.»
(Alfonso Gatto, da La vita e le opere, in Alfonso Gatto, Poesie 1929-1969, a cura di Luigi Baldacci, Mondadori, 1972, p. 13)

«Ma la sete era mia, questo conta. Quel libro non era una fonte d’imitazione, ma una sorgente d’invenzioni per chi aveva da trovare in sè qualcosa.*»
*(Parlando con Ferdinando Camon, Gatto aveva detto di aver bevuto ‘a piena gola’ all’Allegria di Ungaretti; da La poesia di Gatto, in Alfonso Gatto, Poesie 1929-1969, cit., p. 23)

«Qualsiasi sia il modo (…) di risolvere i termini del problema poetico (…) risulta ora ozioso, per non dire impossibile, intervenire in un ambito così misterioso, dove solo ci è dato di supporre, ma mai di comprovare. (…) // Perchè, infatti, possiamo conoscere la poesia solo attraverso l’uomo; unicamente lui, pare, è un buon conduttore della poesia, che finisce dove l’uomo finisce, sebbene, a differenza dell’uomo, non muoia. In questo senso, il risultato o residuo poetico, tentativo di qualcuno che ha creduto nella poesia, è fatalmente romantico.»
(Luis Cernuda, dall’articolo su Paul Eluard – Litoral, 1929 –, in Poesia española. Antologia 1915-1931, a cura di G. Diego, Madrid, Visor, 2002, p. 424)

«L’immaginazione è il primo gradino e la base di tutta la poesia… Il poeta con essa costruisce una torre contro gli elementi e contro il mistero. È irreprensibile, ordina e viene ascoltato. Però gli sfuggono quasi sempre gli uccelli migliori e le luci più splendenti. (…)
Ma il poeta che vuole liberarsi dal campo immaginativo, non vivere esclusivamente dell’immagine che producono gli oggetti reali, smette di sognare e smette di volere. Non vuole più, ama. Passa dall’immaginazione, che è un fatto dell’anima, all’ispirazione, che è uno stato dell’anima. Passa dall’analisi alla fede. (…)
Così come l’immaginazione poetica ha una logica umana, l’ispirazione poetica ha una logica poetica. Non serve la tecnica acquisita, non c’è nessun postulato estetico su cui operare; e così come l’immaginazione è una scoperta, l’ispirazione è un dono, un ineffabile regalo.»
(Federico Garcia Lorca, da Imaginacion, inspiracion, evasion – 1928 –, in Obras, VI. Prosa, 1, a cura di M. Garcia-Posada, Madrid, Akal, 1994, pp. 279-283)

«Pur eliminando gli elementi considerati ‘impuri’ perchè troppo pregni di realtà e ricercando la purezza nel totale svincolarsi da quest’ultima, Diego difende e sostiene una realtà più umana: quella veramente pura realtà interiore che è l’emozione. È questa una variante enorme all’affermazione di Huidobro: ‘el vigor verdadero reside en la cabeza’ (il vero vigore risiede nella testa).»
(Miledda D’Arrigo, Gerardo Diego. Clausura e volo, Ugo Guanda Editore, 1970, p. XVIII)

«(…) In ogni componimento poetico c’è stata la Poesia, però non c’è più. Sentiamo il calore recente della sua assenza e l’impronta tiepida della sua carne nuda.
Credere in ciò che non vediamo, dicono che sia la Fede. Creare ciò che non vedremo mai, questo è la Poesia.»
(Gerardo Diego, Poesia española. Antologia 1915-1931, cit., pp. 264-265)

«Si rimproverano i poeti di esagerare e si considera il loro linguaggio improprio e immaginifico quasi solo per giustificarli, addirittura ci si accontenta (…) di attribuire alla loro fantasia quella natura sorprendente che vede e sente qualcosa che altri non vedono e non sentono e che, in un’amabile follia, fa e disfa il mondo reale come le aggrada; ma a me sembra che i poeti siano ben lontani dall’esagerare abbastanza, che essi percepiscano solo oscuramente l’incanto di quella lingua e giochino con la fantasia come un bambino con la bacchetta magica del padre. Essi non sanno quali forze siano loro sottomesse, quali mondi debbano loro obbedienza.»
(Novalis)

«Abbiamo accettato, senza troppa riflessione, il fatto che non può esistere altra realtà che quella che ci circonda, e non abbiamo pensato che anche noi possiamo creare la realtà del nostro mondo, di un mondo che attende la sua propria fauna e la sua propria flora. Flora e fauna che solo il poeta può creare, grazie a quel dono speciale che la stessa madre Natura diede solo a lui.
Non serviam. Non devo essere tuo schiavo, madre Natura; sarò il tuo signore.»
(Vincente Huidobro, da un articolo letto all’Ateneo di Santiago intitolato Non serviam, 1914)

«Immagine multipla. Non spiega nulla; è intraducibile in prosa. È la Poesia, nel senso più puro della parola. È anche, ed esattamente, la Musica, che è sostanzialmente l’arte delle immagini multiple; ogni valore dissuasivo, scolastico, filosofico, aneddotico, le è essenzialmente estraneo. La musica non vuole dire nulla. (…) Ognuno dà la sua lettera interiore alla Musica e questa lettera imprecisa varia a seconda del nostro stato emozionale. Ebbene: con le parole possiamo fare qualcosa di molto simile alla Musica, per mezzo delle immagini multiple.»
(Gerardo Diego, in Posibilidades creacionistas – 1919 –, in Obras completas. Prosa, a cura di J. L. Bernal, Madrid, Alfaguara, 2000, vol. 1, p.170)

«Vi dirò ciò che intendo per poema creato. È un poema in cui ogni parte costitutiva e tutto l’insieme presentano un fatto nuovo, indipendente dal mondo esterno, slegato da ogni altra realtà che non sia se stesso, poichè prende posto nel mondo come fenomeno particolare, a parte e diverso dagli altri fenomeni. Fa reale ciò che non esiste, cioè si fa egli stesso realtà. Creare un poema prendendo dal vivo i suoi motivi e trasformandoli per dar loro una vita nuova e indipendente… Nulla di anedottivo né descrittivo. Se accettate le rappresentazioni che un uomo fa della natura, ciò prova che non amate né la natura né l’arte. Inventare è far sì che cose parallelle nello spazio si trovino nel tempo e viceversa presentando così nel loro insieme un fatto nuovo (…). Il poeta non deve essere più uno strumento della natura ma far della natura il suo strumento…»
(Da Manifestes di V. Huidobro, 1925)

«(…) Questa poesia è qualcosa che non può esistere se non nella testa del poeta. E non è bella perchè ricorda qualcosa, perchè ricorda cose viste, a loro volta belle, né perchè descriva cose belle che potremmo anche vedere. È bella in sé e non ammette termini di comparazione. E nemmeno può essere concepita fuori dal libro. Niente le somiglia del mondo esterno; rende reale quel che non esiste, cioè si fa realtà a se stessa. Crea il meraviglioso e gli dà vita propria. Crea situazioni straordinarie che non potranno mai esistere nel mondo oggettivo, per cui dovranno esistere nella poesia perchè esistano da qualche parte. Quando scrivo: ‘L’uccello fa il nido nell’arcobaleno’, si presenta un fatto nuovo, qualcosa che non avevate mai visto, che mai vedrete e che tuttavia vi piacerebbe molto vedere. Il poeta deve dire quelle cose che mai si direbbero senza di lui. Le poesie create acquisiscono proporzioni cosmogoniche; ci danno in ogni momento il vero sublime, quel sublime del quale i testi ci presentano esempi tanto poco convincenti. E non si tratta del sublime eccitante e grandioso, ma di un sublime senza pretese, senza terrore, che non vuole opprimere o schiacciare il lettore: un sublime da taschino. La poesia creazionista si compone di immagine create, di situazioni create, di concetti creati; non stiracchia alcun elemento della poesia tradizionale, salvo che in essa quegli elementi sono integralmente inventati, senza preoccuparsi assolutamente della loro realtà o veridicità precedenti l’atto della realizzazione.»
(Vincente Huidobro, Manifesti, 1925)

«È l’idea che deve creare il ritmo e non il ritmo l’idea, come in quasi tutti i poeti antichi. (…) Le leggi della metrica tradizionale combattono la spontaneità e il movimento della natura, che il poeta deve seguire attraverso l’esempio costruttivo della sua architettura.»
(Vincente Huidobro, dalla Prefazione del poema Adan)

«(…) Le vere poesie sono incendi. La poesia si diffonde ovunque, illuminando ciò che consuma con brividi di piacere o di agonia. (…)»
(Vincente Huidobro, dalla Prefazione di Altazor, 1931)

«(…) Serve sottolineare che in questa congiunzione radica il segreto del poeta: quello della natura, cioè, la terra in cui affonda le sue radici e nella quale si stabilisce la sua forza elementare, il suo impulso tellurico, e quello della cultura che si è andato progressivamente formando e consolidando a partire da queste radici, intreccio incessante e drammatico di tutti i sogni e le ansie e i canti (…)»
(Angel Augier, a proposito di Nicolas Guillen)

«Come segni, esse sono condannate alla prosa; ma, dal loro essere semplici segni, la magia del poeta le trasforma in talismano.»
(Henri Brémond, 1930)

«Questa idea dell’artista creatore, dell’artista-dio, mi fu suggerita da un vecchio poeta indigeno dell’America del Sud (aimará) che afferma: – il poeta è un dio; non cantare la pioggia, poeta, fai piovere – »
(Vincente Huidobro, La creazione pura)

«Determinati miti ricorrono, ruotano attorno ad un’ossessione: l’onnipotenza dell’immaginazione, la forza miracolosa della poesia. Il prodigio del canto di Orfeo, il poeta per antonomasia della tradizione platonica, consiste nel provocare lo stupore e l’immobilità delle creature che lo ascoltano. Così, il motivo del canto appare connesso nella poesia gongorina alla capacità di placare, fino a fermare, il più sfuggente degli elementi, l’acqua. Dono semidivino del poeta è controllare l’inafferrabile, arrestare ciò che è fugace, fermare ma pure formare il flusso delle cose.»
(Norbert von Prellwitz, dalla Nota introduttiva di Luis de Gongora, Le Solitudini e altre poesie)

Giovani Prospettive. Omaggio di parole a Deborah Sheedy


Deborah-Sheedy

***

Deborah-Sheedy-05

dall’altra parte del freddo
e costantemente da sola
_perchè anche la più palese delle verità mi distanzia
come un veleno che si fa prima dolce
e poi postumo di un abbordo al silenzio

allora cosa accade dall’altra parte
mentre tutto il niente mi risale dentro
e a malapena lo avverto
_abile nel trattenermi in bocca
la friabile amarezza
di un assolo di pianto dilaniato
che mai trova fine se non nell’ultima via

è sempre dall’altra parte del freddo
che io sopravvivo
_perchè faccio della mia insesistenza
l’insistenza dal giusto distacco
come l’azzardo del vuoto che mi avvolge da lontano

di Rosaria Iuliucci

***

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E su dai basta, dai
abbastanza dammi 40 rintocchi,
dammi la spina
e poi ti muoio, e poi ti stupisco
mi metterò le campane sul
concetto che non morirò
mai
io già morta, allora vedi
che non mi capisci
stavo sotto il porticato
a portare danze dai
retrogusti più inaspettati.

Gradisco il declino
inteso come forma di
conoscenza
non dovetti vederti
ma poi mi stamparono
l’ubiquità della bellezza e
fu caos

Di Alessandro Bertacco

***

Immagine

Attraccano ricordi nella dispersione dell’io

Intinto il volto
Nel vuoto della memoria

Emerge in sentimenti d’addio
Il calore del tuo sorriso.

Di Angelica D’Alessandri

***

LE PAROLE TACIUTE di Izabella Teresa Kostka

I segreti feriscono come coltelli
– sanguinanti schegge della memoria,
letali sorrisi dipinti sui volti
oscurati dall’ombra della propria vergogna.

Putrefatti rifiuti della coscienza
soffocati di giorno dall’apparenze.

Le stigmate eterne dei sensi di colpa.

Poesia tratta da “Le schegge” 2017.

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Di spalle di Antonio Devicienti

Di spalle come la Venere di Velázquez
come i coniugi Arnolfini nello specchio alla parete
come Dublino quando ci si arriva in treno:

di spalle come i granelli di polvere o le
gocce di pioggia fermàti sulla pellicola
come la sgranatura dell’immagine dopo la stampa
come il necessario interrogarsi sulle verità del volto ch’è nascosto:

di spalle nello sgranarsi delle vertebre lungo la schiena
nell’andanza commossa della luce ch’è carezza –
di spalle come l’attesa, il velato, il taciuto.

***

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Siede intenta quieta
lo sguardo è sorgente
le vesti preziosi decori
d’interiorità nostalgia.

E’ sorella madre
o Persefone
la danza fra il buio e la luce

Il contorno netto delle piante
piedi nudi le sue nude foglie
humus
fra il passo e la sua radice.
E’ un canto vivido
non sa
se è lei a intonarlo
o il bosco che la canta.

Di Luisella Pisottu

***

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La danza di Guido Mura

E danzare e danzare
quasi perdendo coerenza
decorticando la fibra
scarnificando movenze

solo scintille di luce
che stellano la notte
ermetica incombente
includente astronave

notte notte che ingoia
il dolore e il rimpianto
lo spasimo e il supplizio
ora tutto precipita

il pensiero precipita
imbrattato dal tempo
ma residua nell’aria
il ricordo di un gesto

***

2

POST MORTEM (vendetta) di Izabella Teresa Kostka

Verrò a te
coi seni tinti di sangue vermiglio
versato di notte su un bianco lenzuolo,
distesa accanto al tuo “corpo – sposo”
come una bambola smembrata da crudeli forbici.

Verrò a te
in ogni notte oscura
tagliando il buio con l’ultimo grido,
sarò una croce del tuo cammino,
l’asfissiante profumo del gelsomino.

Tornerò a te
e non conoscerai mai la pace eterna.

Poesia Tratta da “Le Schegge” 2017

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La Porta che dorme di Jonathan Varani

Bacio
il primo sguardo
del giorno
quando i muri sono gabbie
stese in petto

lascio
la battaglia dell’alba
spegnersi tra le spade
del sole
e attendo la cenere del corpo

il canto mesto delle lacrime

perché è assenza malata
la porta che dorme
e non conosce il verso
delle tue dita.

***

La Parola si svela.

È ancora fresca la neve sull’erba
e che appaia disciolta
è artificio
ché i battiti sono chicchi di frumento
– che non si arda il campo! –
tra i perimetri delle mie storie
cronologie lente
dramma del tempo
dracma in contanti per ogni pena

Mi svelo.
Appena soffocata
concentrata sulla pazienza
convertita e fedele
sotto patina in difesa

di Mariella Buscemi

***