Piccole prose di Giovanni Ibello


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Mi stendo sulla rena e osservo la disperazione dei gabbiani, mentre il temporale sgretola muri di tufo, pannelli di amianto e la pietra d’ambra. Cosa ci resta veramente tra le mani? La guerra non finisce solo perché noi non la vediamo. Poco distante, due uomini rollano erba sul sedile sbrindellato di una Panda, con la fiancata rigata da una chiave e un neomelodico a palla nello stereo. La pioggia copre a fatica i loro guaiti, il vento si arrende allo squallore. Non sanno manco le parole. Per un momento tutto tace, poi parte un altro pezzo. Uno spettacolo a tratti osceno, ma decadente. Anche questa è bellezza. I gabbiani sembrano quasi picchiare sulle loro teste, tanto volano bassi, ma loro non si accorgono di niente. Perché siamo schiavi di una meccanica definitoria delle cose. La parola è serva dei suoi termini. Dici guerra e pensi al fronte, ai commando, allo scontro, alla causa scatenante del conflitto: perché bisogna sempre trovare una ragione, una logica lenitiva. Ma dici guerra e pensi pure alla corsia di un ospedale, alla fatica di restare in piedi al buio, all’alba che si schianta sopra ai vetri, al freddo che s’inarca nelle reni. Dici amore e pensi alla famiglia, ai valori della tradizione, o nel migliore dei casi, a quell’immagine ieratica dei vecchi che si tengono per mano. Non è paternalismo il mio, ma non è forse un voler limitare gli orizzonti? Quante cose accadono in silenzio e tu non te ne accorgi? Quanto del reale si svincola dai principi che abbiamo conosciuto, che ci sono stati impartiti, di cui neghiamo l’esistenza per il solo fatto di non essere stati abituati a guardare? La guerra non è finita solo perché noi non la vediamo. La gloria del mondo è un inno segreto che esulta anche se non siamo capaci di amare.

***

Quando un frutto è acerbo, portalo al naso. Puoi sentire il profumo della dolcezza che si rivela timidamente, quasi si annuncia; ma per il sapore devi avere pazienza. Il gusto è il più eccentrico dei sensi, l’olfatto è sicuramente il più scaltro. Quello che anticipa le cose. Senza retorica, il privilegio è sapere osservare più che catturare l’attenzione, starsene in disparte, capire che ai cani non piace essere abbracciati, che con i gatti la differenza la fanno sempre i passi falsi. L’amore ricevuto può essere anche tremendo e violento e innaturale, come per l’egoista che vuole solo dare. Il punto è che non si può sempre canzonare tutto, proiettarsi con la mente e con il corpo nella rete di un paradigma estetico: declinare rigorose norme di stile, adattarsi. Bisogna gettare nel fuoco tutto quello che non è stato scelto, voluto o creato, bruciare e incenerirsi se necessario, incolonnarsi nel cielo con i resti ancora incandescenti di un aereo ammarato. Per scrivere veramente di una donna, devi averci fatto l’amore, per dire che non hai paura della morte devi avere il coraggio di guardare nella canna del fucile, e cominciare a ridere.

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Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Antonio Del Prete – “Lo scrittore”


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Lo scrittore di Antonio Del Prete

Non oso descrivere o raccontare gli strani avvenimenti e esseri che popolano i mie sogni da quando ho memoria, ma la cosa, che forse più mi spaventa, è che hanno un non so che di familiare, di rassicurante. Eppure non sono visioni di paesaggi o montagne splendenti, non sono ricostruzioni di antiche città in gloria, anzi, esseri orribili (forse antichi dei o antichi popoli di cui non si ha memoria?) popolano lande deserte e sconfinate nel caos più totale. Eppure mi consolano, mi rassicurano. Ora non sto qui a raccontarvi di ogni singolo avvenimento o delle emozioni e sensazioni che mi suscitano tali visioni, anche perché potrei essere definito malato dato che insinuano in me un tale senso di conforto, mi limiterò a narrare o meglio rivivere alcuni mie incubi o meglio dire sogni e le relative emozioni e conseguenze che hanno apportato alla mia vita terrena.

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Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Ilaria Pamio – “Cristo Nero”


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CRISTO NERO di Ilaria Pamio

C’era una volta…
in un paesino piuttosto lontano, una casetta piccola piccola con un grande portone di legno di rovere.
Le strade di questo paese erano tutte ciottolose e, tra le duecentocinquanta anime che lo abitavano, c’eravamo io e mia sorella.
Di giorno facevamo quello che fanno tutti i bambini: andavamo a scuola. In aula eravamo in venticinque e c’era un’unica classe elementare. Il pomeriggio giocavamo con altri bambini del vicinato, o talvolta, noi due soli.
La nostra maestra odorava di vecchia minestra. La pelle libera da trucco, vestiva con colori sciatti e quando raccoglieva i capelli in uno chignon, le si intravedeva un’unica ciocca grigia.
I bambini della classe avevano età differenti e, in base a quella, a fine mattinata ci venivano assegnati i compiti.
La mamma odorava sempre di sapone. Aveva i capelli lunghi, che spesso legava, perché le avrebbero dato fastidio se le fossero passati davanti agli occhi mentre cuciva. Faceva riparazioni per la nostra piccola comunità. Nostro padre aveva l’hobby per il legno. Preparava mobili e, di tanto in tanto, piccoli oggetti da mettere in casa.
Mio padre e mia madre si erano conosciuti in chiesa, ai tempi delle elementari. La mamma scostava di poco il foulard che teneva sulla testa, e girava lo sguardo verso la panca dei bambini, dove il papà le rimandava occhiatine complici. Si erano sposati senza nemmeno conoscere il calore dei loro corpi, pochi anni prima di essere maggiorenni.
L’alito del papà mi avvolgeva la testa mentre mi spingeva sull’altalena. Maria invece ne aveva la nausea quando le dava il bacio della buona notte.

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La scala Jones di Domenico Caringella


ph Ernst Haas

ph Ernst Haas

A quell’ora la casa era ancora fredda e Jones, nel suo pigiama blu di ordinanza, si riscaldò alla fiammella azzurra del fornello della cucina, un attimo prima di metterci su la caffettiera.

Tre minuti più tardi, in un gesto d’amore fuori tempo massimo, portò il caffè a letto a chi, ormai ricambiata, da molto tempo non lo amava più.

Subito dopo, nel corridoio, abbracciò Jane, la figlia che amava dal primo istante in cui era venuta al mondo davanti a lui. A colazione sorrise a Beth che Jones, incapace di darsi una spiegazione logica, amava impercettibilmente meno di Jane. Si sarebbe tuffato tra gli squali per entrambe, ma solo per Jane senza il minimo dubbio; per Beth sarebbe incappato in una di quelle esitazioni che possono fare la differenza tra una tragedia imperdonabile e il sollievo, tra una storia terribile e un eroico pezzo di mitologia familiare.

Alle otto e mezza, in strada vide la donna che nel profondo del suo cuore e della sua testa aveva sempre amato, e che ignara gli accennò un saluto e un sorriso.

Mentre guidava gli telefonò la donna che lo amava più di ogni altra. Quando riattaccò, una mano sul volante e l’altra che riponeva il cellulare nel taschino della giacca, pensò che dopo tutti quegli anni la voce di sua madre suonava allo stesso modo.

In ufficio, mentre accendeva il terminale, guardò l’orologio sulla parete davanti a lui e calcolò le quattro ore che lo separavano dalla donna che amava adesso senza però riuscire a farlo come avrebbe davvero voluto.

Scriveva, le parole si materializzavano davanti a lui sullo schermo luminoso, e si chiese se si sentisse solo oppure no. Un dubbio che non lo assalì, ma semplicemente lo attraversò, in apparenza senza lasciare traccia.

di Domenico Caringella

UNA CAPRESE AL CAFFE’ GRECO di Andrea Mauri – (di Emilia Barbato)


Uscito dall’ufficio mi perdo per le strade intorno a piazza di Spagna. Finisco sempre davanti alla pasticceria del Caffè Greco, quella con le vetrine antiche in legno decorato. I dolci sistemati in bella vista fanno riemergere ricordi di infanzia, quando mia nonna comprava un vassoio di paste, ma mi ordinava di mangiarne una sola. Le altre erano per lei. Da allora ho imparato a gustare i dolci con gli occhi. Li spio, li fisso. Rimango imbambolato davanti a glasse colorate, ghirigori vezzosi e gelatine tremolanti. Sprofondo in questo mondo soffice. Una vera cuccagna.
– Che gliene pare di questa vetrina? Facciamo un bell’effetto tutte insieme. Vero?
Controllo se alle spalle si sia avvicinato un cliente o qualcuno che voglia parlarmi all’orecchio. Invece via Condotti è deserta. Non so dove siano andati tutti. Spariti nel nulla.
– La vedo spesso venire qui. Non mi dà mai il tempo di parlarle. Deve essere parecchio timido.
Con la coda dell’occhio percepisco uno strano movimento tra le torte. Un tremolio che fa cadere lo zucchero a velo a terra. Allungo l’orecchio per capire se è colpa della metropolitana. Ha creato solo danni da quando la fanno passare da piazza di Spagna. Mi giro con decisione. Via Condotti è ancora deserta. Ma che strano che oggi non ci sia proprio nessuno in giro.
– Le piaccio?

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Contest: I racconti della Mezzanotte – I° Edizione – Rita Simonitto – “Stazioni”


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Stazioni di Rita Simonitto

La notte dondolava sui binari seguendo lo stesso ritmo cantilenante del treno che mi stava portando a casa. La giornata al lavoro era stata alquanto faticosa e non vedevo l’ora di arrivare: il breve spuntino di mezzanotte, doccia veloce e poi a nanna.
Lame di luce improvvisa tagliavano il cupo notturno ogni qualvolta si attraversavano le stazioni senza dare il tempo al viaggiatore, che avesse voluto orientarsi, di capire a che punto fosse del suo viaggio. Io non avevo di questi problemi perchè sarei scesa al capolinea.
Ciò nonostante ogni tanto seguivo l’impulso di guardare fuori, un fuori scuro e nero dato che il treno stava attraversando una campagna abbandonata da cui non emergevano nemmeno le piccole luci di qualche sperduto casolare. L’unico risultato che ottenevo da questo mio scrutare era il riflesso dell’interno dello scompartimento, una prima classe piuttosto sgangherata per essere degna di quel nome.
Lì mi trovavo da sola perché ormai il gruppo, che alla stazione di partenza festeggiava caciaroso il fine settimana, si era via via assottigliato fino a dissolversi. Era rimasta solo una coppia, con una giovanetta petulante. Poi anche costoro avevano lasciato la vettura. Stranamente non li avevo visti camminare sulla pensilina in direzione dell’uscita, anche se, lo confesso, vi avevo gettato uno sguardo distratto: infatti non vedevo l’ora che si togliessero dai piedi e trattenere ancora l’occhio sulle loro figure non mi pareva certo una buona pensata.

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SUICIDE NOTES di Attila Basso


Per ora è solo un’idea. Sapete che non è nemmeno la prima volta che immagino di farlo. La prima volta che ho preso seriamente in considerazione la cosa, è stato in seconda media, in giugno. Da quel momento in poi ha continuato a presentarsi. Quasi regolarmente, deprimente e non del tutto inaspettata, un po’ come le ingiunzioni di pagamento di Equitalia. Quella volta forse ho solo desiderato intensamente di morire, senza immaginare davvero un progetto di
suicidio nel dettaglio. A dirvi la verità, questo non me lo ricordo. Ve la racconto per come è andata, anche se molti di voi già sanno di che si tratta e agli altri magari nemmeno interessa. Ma scrivo per me, prima che per tutti voi, dopotutto non siete obbligati a leggere.
Ricordando ora tutta la faccenda non sembra poi una gran cosa, suona un po’ ridicola e quasi mi vergogno per il peso che le ho dato allora. Ma ho deciso di vuotare il sacco e cercherò di evitare balle e omissioni.
Dovete sapere che ho frequentato le medie nel Collegio De Filippi di Arona, un collegio di preti. Un gran posto di merda, proprio sotto il San Carlone, manco l’avesse cagato lui. E anche se non li ha fatti lui, quel cesso era pieno di stronzi, a partire dai tre pastori che tiravano avanti il gregge. Gente alla quale non farei educare nemmeno il mio cane a cagare in giardino. Dico sul serio, voglio bene al mio cane.
I miei genitori mi avevano accompagnato un giorno di sole, in visita, quasi per convincermi che sarebbe stata una scelta condivisa. Quel giorno a fare da guida ai potenziali clienti c’era Don Gianfranco. Credo che allora non avesse ancora quarant’anni, ma potrei sbagliare, a dieci anni non ero molto interessato a valutare l’età degli adulti. Era un ciccione, di quelli col pancione e le dita che sembrano salsicciotti, grosso, con questa faccia tonda da efebo crudele, la
riga da parte precisa, stucchevole, e un sorriso da leccaculo untuoso, tipico di chi gode a mettertelo nel culo a tradimento. Tipo uno spietato venditore di polizze d’assicurazione figlio di puttana, con un che di infantile, frocio e malvagio.
I miei comprarono il pacchetto di merda che poi sarebbe toccato mangiare a me, per tre anni. Saprete che ho una sorella di due anni più grande di me, e che a quei tempi mi amava quanto io amo cagare chiodi e filo spinato. Si dovrebbe aprire un capitolo a parte, per parlarvi anche di mia sorella e della mia famiglia, che qualche relazione con le mie ideazioni suicidarie devono pure avercele. Per ora vi basti sapere che mia sorella non ne voleva sapere di studiare il francese. Voleva studiare l’inglese, ma alle scuole di Varano Borghi, dove saremmo dovuti normalmente andare noi, non lo insegnavano. Anch’io preferisco l’inglese, ma, cazzo, non al punto di farmi rinchiudere in un collegio. Mia sorella sì. Fu così che fu internata al Rosetum di Besozzo. Fin qui, ‘sti cazzi, avevo pensato. Invece il livello della perversione, avrei scoperto quando alle medie ci sarei dovuto andare io, si sarebbe alzato da ‘sti cazzi, fino alla gola, mi sarebbe salita su per il naso e credo che contribuì non poco a mandarmi in pappa il cervello. Mia sorella sosteneva che, siccome lei era stata in collegio, ci sarei dovuto andare anche io: non era il caso di fare preferenze.
A dieci anni dovevo essere veramente un coglione. Tutti continuavano a dire quanto fossi intelligente, in realtà devo aver cominciato a capire qualcosa quando tutti hanno a preso a darmi del coglione. Sta di fatto che allora non registrai esattamente l’insensatezza imbarazzante del ragionamento. Passi per mia sorella, che aveva già numerosi e preoccupanti segnali di problemi emotivi e relazionali. Era anche una secchiona che sgobbava tutto il giorno per
compensare l’intelligenza non proprio freschissima e dovete sapere anche che questa cosa della compensazione dell’intelligenza i miei genitori non mancavano di fargliela notare. Confrontandola con la mia. Minimo che mi odiasse. Oltre a essere secondogenito, intelligente, ero anche simpatico ed estroverso. Non trascurarono nemmeno di far notare questo a mia sorella o ad altri, con me e mia sorella presenti. Mia madre del resto non teneva nascosto
a nessuno che mi pisciassi nel letto fino ai cinque anni, con me presente ovviamente. A proposito, lo sapevate che mi sono succhiato il pollice fino all’età di otto anni? E che a due anni, in ospedale per polmonite, mi avevano legato un braccio al lettino per evitare che mi succhiassi il pollice? Naturalmente avevo, come adesso, due pollici, se ne resero conto anche i nazisti dell’ospedale, che alla fine non mi lasciarono un braccio libero. Vi basti questo per capire che il
ragazzino intelligente ed estroverso che stava per entrare in collegio aveva già sofferto gli abusi dell’istituzionalizzazione e delle sofferenze legate alla paura dell’abbandono. Uno psicanalista direbbe che queste sarebbero le esperienze davvero fondanti forse, ma le stronzate psicanalitiche mi risultano utili solo quando non ho altri argomenti per fare conversazione da bar, o da pianerottolo (salotti non ne frequento). Ai tempi facevo judo, ero cintura verde. Non certo una promessa a livello sportivo, ma mi piaceva. Don Gianfranco nel pacchetto di merda, ci aveva infilato anche la stronzata che avrebbero allestito una palestra e io avrei potuto continuare a cercare di atterrare e immobilizzare la gente. Dio ha dettato direttamente la frase “non dire falsa testimonianza” a un ebreo perché la incidesse nella roccia. Da qualche parte ci deve essere la clausola scritta in piccolo che certifichi che nel caso si debba rimediare una retta per un collegio cattolico qualche cazzata è permessa. Facemmo tutto il giro del collegio, che non è piccolo, senza che scappasse detto che poi di tutte quelle stanze io ne avrei frequentate ben poche. Aula di scuola, refettorio, aula di doposcuola, bar, sala televisione una sera a settimana, cessi, dormitorio.
All’aperto il bosco e il campo da calcio. C’erano anche un pollaio e un porcile, ma non ci potevamo andare. Alcuni ragazzi si divertivano a far scoppiare i raudi nel culo alle galline. Ne avrei un po’ di belle da raccontarvi sul collegio. Per ora voglio concentrarmi sull’idea del suicidio, e non ho ancora iniziato a raccontarvi la storia, in effetti. Prima di entrare nel cuore della vicenda, mi preme sottolineare un paio di cose. Non feci molta resistenza per evitare di finire in quella gabbia, non so come mai. Oggi proprio non me lo spiego. Forse mi suonava avventuroso e da duro come andare in carcere. L’altra cosa agghiacciante erano le campanelle. Una per la sveglia, per la scuola (una ogni ora?), per mangiare, per il doposcuola, per cenare, per dormire. E prima di muoverci dovevamo metterci in fila. Don Gianfranco troneggiava alla testa di questo piccolo rassegnato esercito di ragazzini belli, brutti, sfigati, impauriti,
arroganti, remissivi, leader, gregari, opportunisti, mammoni, attaccabrighe, sfacciati, fieri, leccaculo, piantagrane, capre, secchioni, magri, grassi, grossi, piccoli, ripetenti, ritardati. Anche un eccentrico maleducato e indisciplinato che andava bene a scuola anche se non studiava solo perché in media i compagni erano piuttosto stupidi. Uno che in un tema di seconda media (ma prima dell’aneddoto che vi sto per raccontare) argomentando di Dio si era rivelato
agnostico e durante le passeggiate in interminabili pomeriggi sotto i portici si scopriva anarchico. E, quando poteva, bestemmiava come un veneto a cui sia caduta l’ultima bottiglia di raboso. Sono passati trent’anni, sono apostata, ancora agnostico e anarchico e le bestemmie non smettono di darmi gusto, un po’ come il sesso. Ma non sono più in un’auletta dove sono tutti stupidi, da quel punto di vista anzi ho perso parecchie abilità. Provo a resistere alle stronzate pavloviane, al pensiero unico, pur essendo anch’io uno tra gli uomini ad una dimensione. Ti abituano fin da piccolo ad obbedire come mandrie di lobotomizzati ai loro segnali. Ti preparano, ti livellano, ti smussano, ti premono, ti spremono, per la fabbrica, per il lavoro sottomesso, per l’omologazione, la sciatteria, lo stipendio, il finanziamento a rate, insomma tutta quella merda che mi fa venire il disgusto per la piega che il genere umano ha dato a quella che insite a chiamare evoluzione. Ti disabituano alla bellezza, all’originalità, alla sincerità. Pessima forma e nessuna sostanza. Per questo in collegio ogni occasione era buona per darsele di santa ragione: per dare sostanza. Ti prendono fin da piccolo per paura o per stanchezza. Ogni forma di personalità, di creatività erano abolite, vietate o impraticabili. Hanno fatto un buon lavoro, con l’educazione in generale, a giudicare dai risultati. Impauriti e stanchi, sedotti e fottuti. Guardatevi intorno. O forse no. Forse sono io che mi guardo intorno e vedo voi.
Dovrei anche parlare di Don Gianfranco che prendeva tutti i ragazzini per il culo, chi aveva il papà macellaio, chi aveva la mamma con i denti in fuori, il terrone, il trippa, chi aveva i tic, quello che si mangiava la carta… Aveva un matitone gigante, lungo almeno quaranta centimetri, con il calendario stampato sopra. La sera, prima di andare nel nostro lettino in dormitorio passavamo in rassegna con il diario. Voti e note che avrebbe firmato lui con la penna e con una matitata in testa. Ma più spesso ti firmava a ceffoni. L’ho visto incaponirsi con Sandon, che aveva il padre macellaio, la madre coi denti in fuori, passati al figlio con il gene bacato che ti farà umiliare da reverendi stronzi e ragazzini perfidi, perché non si decideva a piangere. Ma ha vinto lui. Aveva la guancia rossa e gonfia come il culo di un babbuino e Don Gianfranco alla fine ha dovuto desistere. Probabilmente voleva risparmiare energia per spararsi la sega della buona notte. Per la cronaca, Sandon è morto a diciannove anni di eroina, macellaio e macellato pure lui.
Una volta, Sandon, Sacco, Ruga (un altro che sarebbe diventato eroinomane) ed io, giocando con l’accendino nel bosco, abbiamo perso il controllo del fuoco che si propagava allegro e festoso sul letto di foglie secche. A quel punto ci dividemmo su due fronti. Sacco e Ruga, che si dava tante arie da metallaro satanico e da maledetto, si cagarono addosso e proposero di correre ad avvisare i nostri aguzzini in abito talare. Sandon ed io, allegri e festosi quanto il
fuoco, eravamo dell’idea che non dovessimo avvisare proprio un cazzo di nessuno, non solo perché rischiavamo una bella rottura di coglioni, ma soprattutto teorizzavamo eccitati che il fuoco avrebbe potuto propagarsi fino alle caldaie e far saltare in aria tutta la baracca. Probabilmente non era tecnicamente possibile. Eravamo comunque serenamente disposti a rischiare di provocare una strage pur di sfasciare quel merdaio. Non avevo dubbi o esitazioni, nessuna voce nella mia coscienza che mi dicesse che non fosse il caso. Il nostro progetto venne boicottato e ci unimmo agli altri per andare ad avvisare i nostri ammaestratori. Lo feci a malincuore. Passammo per i salvatori del collegio, grazie alla nostra pronta vigilanza avevamo scongiurato un terribile incendio e ci ringraziarono con un bicchiere di aranciata da 500 lire. Non rivelammo a nessuno che avevamo acceso noi le prime fiamme, ma tra i ragazzini a qualcuno il sospetto balenò. Comunque non avevano prove. Ancora oggi un po’ mi spiace per come sia andata.
Adesso devo introdurre un altro personaggio, perché sto arrivando al dunque. Caletti, un terzino, mentre io facevo ancora la seconda. Una pecora nera, anche se era biondo di quel biondo quasi bianco. Magro magro. Mi andava a genio. Un ribelle, sfrontato e sicuro, simpatico, semplice e genuino come una festa della birra nei paesini di provincia. Il tipo che ti offre la tua prima sigaretta. In collegio c’era anche qualche interno che faceva le superiori, tipo ragioneria, ma non ci cagavano per niente. Almeno non a me. Una sera fecero un festino a base di superalcolici. Caletti ci era stato. Una sbronza secca e selvaggia, una vera legnata per un quattordicenne. Io non ne sapevo niente. Quella notte, a notte fonda, ero al cesso. Non per adoperarlo, ma per sfruttare la luce. A volte leggevo con una torcia acquattato sotto le coperte. Altre volte andavo al cesso. Ai tempi leggevo per la maggior parte cagate per ragazzi,
soprattutto Jules Verne. Nella biblioteca della scuola avevo trovato un libro sui beat. Non ci avevo capito molto, ma il libro mi piacque e da quel poco che avevo capito, mi piacevano pure i beatnick. Strano trovare un inno all’underground in quella biblioteca. Un bibliotecario fricchettone? Una svista del responsabile? Qualunque sia stata la ragione, fu un colpo di culo e credo che in qualche modo quel libro in una parte del mio cervello sedimentò e in seguito mi ispirò. Anche quella sera leggevo roba buona: il Gruppo T.N.T. Se non sapete di cosa sto parlando, mi spiace davvero per voi. Ero lì che mi leggevo il mio fumetto preferito quando sentii bussare alla porta del cesso. Era Caletti fuori come una bestia. Barcollava, biascicava, urlava e diceva cazzate senza senso.
Lo feci entrare, per nasconderlo. Prese a blaterare insulsaggini a sfondo sessuale. Tra le altre cose ha detto anche testuali parole: “mettimelo nel culo”. Se aveste conosciuto Caletti, sapreste che nessuno era meno frocio di lui. Non so perché gli venne da dire proprio quel genere di cose, ma andò così. Non mi ero mai accorto che gli aguzzini in abito sacerdotale facessero la ronda di notte così tardi, ma in giro per i cessi stava passando il rettore, detto il Vecchio. Un vecchio di merda, che camminava a stento, guidava come un vero rincoglionito e che quando si incazzava squittiva con una voce stridula che ti rendeva sordo alle alte frequenze per un quarto d’ora. Un ipocrita viscido, con pochi capelli unti e grigi, bolso e fiero della propria misera autorità di Direttore del Carcere. Sembrava che dovesse morire da un momento all’altro ma non si decideva mai a levarsi dai coglioni. Lo stronzo teneva un libro nero, dove segnava le cose più gravi che potevamo fare. Dopo tre note sul libro nero, eri fuori. Se a volte ho poca considerazione di me stesso e mi sento una merdina senza palle lo devo anche al fatto che avrei potuto tirarmi fuori da quello schifo da solo, con tre belle note sul libro infame. Invece niente. Sono rimasto nel girone e mi sono portato via l’inferno con me, per troppi lunghi anni. Non ho fatto la pace con questa vicenda nemmeno ora. Sono ancora incazzato e godo come un riccio all’idea che quei preti siano morti. Spero che abbiano patito sette volte quello che ho sofferto io nella mia vita a causa loro. Non parlo solo di quello che mi è toccato subire lì dentro, ma anche delle conseguenze che quella vicenda ha comportato sul resto della mia esistenza.

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