Prospettive. Omaggio di parole a Michel Vaerewijck


Immagine

La natura si risveglia
Diagonali di tratti argentati,
Gemme di petali
Si mostrano nel buio

Lattesa di fiori che cadono
La presenza di creature senzienti
che lascia una scia nell’esistenza.

Più in là un germoglio ricopia la vita:
Petali appuntiti, foglie allungate
Lesistenza si fa eco,
ricomincia il battito.

Un virgulto, la peristalsi
Bambini accuditi da un bosco:
L’essere, un unico insieme.

di Angelica D’Alessandri

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Smettila di fissarmi
non ho più niente da darti.
Non ho più carne per sfamarti
ne sangue per dissetarti.
Ho bruciato l ‘anima e il corpo…
nello stesso rogo
con le stesse fiamme .

di Franco Ciufo

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NIENTE SARÀ PIÙ COME PRIMA di Izabella Teresa Kostka

Che ne sarà di me
quando finirà la sabbia nella clessidra?

Gocciola il tempo tra le dita
infreddolite dall’inverno,
si gela in questa stanza
riempita di troppe assenze.

Dimmi,
poserai una margherita ove
lascerò le tracce?

Sono in partenza
come all’epoca degli alberi spogli
quando nulla fu ancora scritto.

Porterò le scarpe rotte
perché conoscono le mie ferite,
ricordano le cadute.

Dimmi,
accenderai un cero
per indicarmi la strada?

Ho perso le conquiste
come un acero le foglie,
niente sarà più come prima
e tutto diventerà nudo.

Ricordati di
lasciare una finestra socchiusa,
se avessi voglia di tornare
per un ultimo abbraccio.

**
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.la costanza della solitudine. di Rosaria Iuliucci

è una costanza la solitudine che mi porto addosso
un’ombra fredda che si fonde nella frivolezza delle scelte
sconfinata e bruciante dell’assenza più cupa
mentre dentro si arrampica a morsi
l’alibi dell’attesa
strappata alla sola regola che mi lascia disarmata
/ un assolo di luce che cerca di venire al mondo
nell’insistenza infinita della mia pelle fredda
sola in questo dolore postumo che non mi lascia scelta
se non rinunciare e mettere in salvo
quell’unico brivido che mi ricorda che posso ancora essere viva
di un’ultima vita raccolta in controluce

**

.

.

**

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.contropelle. di Rosaria Iuliucci

Ho vissuto la mia vita come fossi un foglio bianco
nessun colore predestinato sulla mia pelle
e nessuna parola a sfondare la curvatora
della mia lingua muta .

Ho vissuto in silenzio
fra verbi claudicanti interrotti solo dalla sete
e senza mai avere fame mi sono divorata nella giusta misura
per sopravvivere ad un ennesimo qualunque giorno
che mi trapassava dentro fra la pelle e le ossa .

Ho giaciuto accanto alle ombre
abbracciando spigoli di luce su letti di cartapesta
ingoiando a piccoli sorsi il pianto
e moltilicando il dolore per il suo stesso peso .

Sono stata tutto e niente
un agglomerato di anima contropelle
divelta e divorante
in un ripetersi di sangue mai caldo

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Poesia – Quattro inediti di Marco Tufano


Marco Tufano – Inediti

 

Si intravedeva sulla proiezione del vetro
– fino all’arrivo di un altro convoglio rapido
la danza tra due pilastri di una madre
persa per i sogni di una piccolissima parte
di sé. Sulla soglia della partenza si scioglieva
l’ombra all’ultimo raggio di sole del tramonto:
a Roma ho ingoiato il nodo che sembrava legarti
ninnananna dei ritorni, incrocio di vite, di tempi verbali.

*

Arriva persino la neve sulle viti del sud
e domani già so si arenerà la carne
di chi desiderava la fine e la dispersione
senza impronta da seguire né genetica
come un fardello insopportabile nelle sere
residuali dell’inverno a guardare ai bordi,
le mimose bruciate e le linee luminose
dei fendinebbia per non sparire del tutto
nell’affanno delle circostanze.

*

Ancora una goccia di questa pioggia incessante
creperà fino al midollo dal capo di un’anima,
la pelle già escoriata d’inferno e officina
senza avvertire bisogni di carne né rime
prosegue sul verso sbagliato
scivola nelle pozzanghere e nelle storie
guarda!, nasce un cuore suburbano
su questo arcobaleno in scala di grigi.

*

Ti tengo uno spicchio per il ritorno
senza sconfitte sulle venature del legno:
non paghiamo il pianto delle sirene,
solo una fine senza premonizione
né cronometro che guardi dietro la meta.
Ti tengo il ritrovo e i posti che sono
il tempo fermo a troppi anni prima
o solo un pacco per farti felice
e ancora una volta l’asfalto, il dopo,
che non è morte e non è niente.

 

Marco Tufano è nato a Napoli nel 1989 e risiede a Somma Vesuviana. Laureato in Editoria e Pubblicistica presso l’Università degli Studi di Salerno, è finalista di alcuni premi nazionali di poesia. Principio Verticale (96, rue-de-La-Fontaine, 2017) è la sua opera prima.

 

 

 

In memoria di Alberto Granese (poesie più una nota critica di Eleonora Rimolo)


In ricordo di Alberto Granese

Nel 1998 viene pubblicato, presso l’editrice Todariana di Milano, Esempio di una cosa di Alberto Granese. L’autore non vedrà mai la pubblicazione del libro. Dall’accurata analisi di Giuseppe Addamo, interamente riportata, emergono temi e stili poetici di un autore che oggi sento l’esigenza di dover ricordare. La poesia è testimonianza, bacino di memorie che non attendono altro che essere recuperate, portate in superficie. Spesso si avverte l’urgenza di far cadere un raggio di luce nuova sopra certe forme di immutata “difficoltà della visione”, la cui bellezza e la cui attualità restano eterne perché tale è la buona poesia.

Vengono di seguito proposti alcuni testi tratti da Esempio di una cosa (che inizialmente avrebbe dovuto intitolarsi Poesintesi di durata), tra i quali In trittico, presente all’interno della Storia della letteratura italiana contemporanea a cura di N. Bonifazi, e M. Luther King: «Ho un sogno», Primo Premio Catullo nel 1974, di cui si cita la motivazione.

Tra avanguardia e sperimentalismo, senza però mai rinunciare al contenuto (dalla denuncia sociale alle tematiche più liriche ed intime), la poesia di Alberto Granese è la traduzione in verso dell’idea heideggeriana dell’essere come cosa incompiuta, caratterizzata dalla mancanza, dalla frammentazione, dall’equivoco e dall’abbandono.

Notizia biobibliografica

Alberto Granese è nato a Montecorvino Rovella il 4 novembre 1933 ma è vissuto quasi sempre a Salerno, dove è stato direttore didattico dal 1970 fino alla pensione.

Pubblicò la sua prima raccolta di poesie, scritte fra il 1963 al 1970, con il titolo Capitoli (Jester Libri. Firenze) nel 1971.

Il suo ideale di poesia era alto, virtuoso ed elaborato, tanto è vero che ci aveva lasciato leggere una prima versione della raccolta intitolata Esempio di una cosa, che abbiamo il piacere di presentare, molti anni addietro. Nel 1997 ce la ripropose ristrutturata in ogni singola parola, posta come «necessaria e insostituibile», costringendoci a confrontarci, non solo con il nostro giudizio di allora, ma con tutto quanto nel frattempo abbiamo capito della poesia di quest‘ultimo mezzo secolo.

Frattanto avevamo continuato a sentir parlare di Alberto Granese perché alcune poesie apparivano di tanto in tanto sulle riviste letterarie o circolavano per i concorsi letterari, premiate o comunque segnalate.

Poeta solitario e appartato, tanto di rara ispirazione quanto di lenta gestazione, Alberto Granese ci telefonò nei primi giorni di dicembre del 1997 per dirci che le bozze definitive di Esempio di una cosa erano pronte, c’erano soltanto «pochissime cosine» da modificare, che aveva segnato e la cui esecuzione affidava a noi. Ma non ci avrebbe spedito subito il plico perché ormai era evidente che non avremmo fatto in tempo a stampare il libro entro l’anno e anche perché – detto dl passaggio – non stava bene in salute: aveva sofferto di «una colica» per cui doveva sottoporsi ad accertamenti clinici.

La signora Anna, sua moglie, ci ha telefonato in gennaio che Alberto Granese è morto il 26 dicembre 1997 perché quella colica era stata la manifestazione di un male devastante e incurabile.

La quarta di copertina di un libro, riservata alle notizie bibliografiche, non è luogo per manifestare emozioni private e cordogli, ma andava detto che il poeta Alberto Granese non c’è più. Questo «elaboratissimo» libro diventa perciò un testamento letterario, che la vedova, Anna Giugliano, e i figli Egidio, Beatrice e Maria Pia, e noi, affidiamo ai lettori e al tempo.

di Eleonora Rimolo

Da Esempio di una cosa

Dio alla televisione

Anche sul tuo verso arato da sottane di whisky,
senza biglietti per la campagna – città, LAWRENCE FERLINGHETTI,
ma con un numero atomico di malattia,
non aspettare di vedere Dio alla televisione,
una statura di là dalla gioia.
L’appuntamento si gratta & il flipper è volato da un uccello,
per beccare d’america
la pubblicità del negro su pianure di poesia.
Territori si strappano a vicenda domani,
se cose guidarono per questo colore
una durata medesima.
La parete cortissima di carne sul mattino del disco
& l’aria così parlavano
lontano da un carattere invaso di passaggio.

 

Variazioni sull’esempio di una cosa

Non ho scritto, alla vigilia del mio 32° compleanno,
GREGORY CORSO, una lenta & meditata poesia spontanea,
per strapparmi senza fogli,
perché c’era un mucchio di tempo.
Se il mondo mi fosse debitore di un milione di dollari,
li spenderei per trovarmi ignudo e sbagliato,
tossendo da un ritornello di sperma.
Continuerò a rubare, se dici che degli anni nemmeno uno
è dipeso da me o dal panorama della mia rabbia.
I fuochi della mia vita privata
non attraversano la gente o la società,
non mi gettano ombra da un’anima
(egli era anche una vergine annegata per un’ora).
GREGORY CORSO, l’esempio di esistenza
bruciava senza sale, prima di giorno,
in una cosa che non suona o beve
il suo cocktail di campane alla maniera di un’anima.

 

Un’incuria, un imballo

Chiunque ha ronzato intorno alla stanza
finché un eccesso di carne/buio era nato.
Accorsero frammenti & il quadro così ladro dal paradiso
di un gatto, taciuto nel ballo di luci,
non più notizie di orme sulla spiaggia
violentata dal cuore del sogno nella gola liquida
di una nuvola.
Un’incuria, un imballo divenne poi una nascita,
il rifugio di terra & per destino il minimo della giovane
spettinando assenze,
così infedele di amori nella voglia dubbia;
quando pure la fine s’informava del giorno con passo deforme
una gonna/ancora non poveramente
devastata in sorte sulla terra che si ruppe di nubi.

 

Una ferita rampicante

Degenere i luoghi da una primavera attizzava nell’erba
qualcosa diverso dal bagno di New York/madre
con acqua di preliminari pettinati,
quasi cresciuta nella morte – neo sulla mano.
Uno sterminio più chino & da vicino tardi s’incespica in feste.
Sghemba una storia morderà tesori di vergogna,
il cruccio dalla parzialità del panorama in gabbiani,
o forse un uomo piovve dai venti
che sporgevano una ragazza
così sconosciuta nella sua stessa morte.
Una ferita rampicante & la tonaca del meriggio
in un sigillo ripara
che la sonnolenza non vedrà spesso stoltamente in un dono.
Riparte dalla soglia di un occhio
o dal tuono che sterminò
la sua smorfia per poco in giro,
crollando domani in cipria.
Schermi/schemi divengono; ma troppo tardi sul suo fondo,
nel caso di una veste,
erano un vizio umano.

 

Una carne più in fretta

Un mutato amore & in trasparenza,
perché un volatile fu intorno vuoto in un soffio.
Il giuoco non trasferì la polvere del centro
con interrogazioni/arance.
Poi, ’sto silenzio di albergo-metallo, quando si spezza
una Coca in ragazzotta – etta – ina.
Domani fu il suo nome per distruggere l’ombra con acqua di ostacolo
una stanchezza fuggendo nello stesso tempo
o, per strada, un vizio attraversato fragorosamente nei suoi cieli.
Succhia una camicia di zero il cine o perché il tranquillante
ha illuminato di sesso la testa in stanza con gocce di uccelli.
Calendario di presente/essere (= spazio/tempo nell’intervallo)
i sintomi d’istante provvederanno america
sproporziono, quando assaggio mani al neon,
california di uno stesso giorno):
formiche non più vergini affacciate dalla fronte
auto accelerando//orecchie sbottonando di coito.

 

Nota critica

Di questa silloge di Granese si può dire quello che Eraclito, nel frammento 93, dice de il Signore che ha oracolo a Delfi: non disvela, non cela: fa segni. Perché questa e una poesia che procede per allusioni e, alludendo, realizza un alto tasso di ambiguità, quella necessaria alla poesia.

Ambiguità che è quasi, talvolta, oscurità, ma per la quale la parola si accresce – come per escrescenze corallifere – di proliferazioni non unidirezionali, ma stellari, che incrementano la polisemia della parola stessa e ne esaltano la valenza, nutrendone lo spessore di incisi, di incastri, di citazioni e di parentesi. Cosi, il testo procede per esitazioni calcolate, per pause e riprese: percorso disseminato da chiasmi, e dove si inciampa in richiami, punteggiature, riferimenti, ostacoli del linguaggio, la cui funzione è chiaramente quella di abitare la distanza, di allontanarsi dalla letteralità, mettendola, appunto, fra parentesi. Procedimento che interrompe la percorribilità delle parole, inserisce intrusioni di silenzio e di attesa nella linearità della frase, consentendo a Granese di lavorare le parole e il loro modo di svincolarsi dal contesto: ne risulta un così denso grado di metaforizzazione da svellere le parole dalla loro tautologia, per consegnarle a una pluralità di sensi e di emozioni, per attuare il passaggio (il traslato) dal pensiero al linguaggio, dalla filosofia alla poesia. E dove il lessico e la semantica sono – o appaiono – insufficienti o inadeguati ad esprimere ciò che li travalica, soccorre l’ossimoro (che in sé concilia i divergenti accostamenti di sostantivi-aggettivi-verbi-avverbi) o il simbolo che tiene insieme ciò che nel linguaggio si oppone e contraddice o, ancora, l’accorta colometria delle disuguaglianze per le quali la misura del verso si ritrae o s’impenna, e ora si addensa nel giro fulmineo di una immagine inedita e ora sorpassa il limite del rigo per dilagare – quasi prosa – nella pagina con la pirotecnica di sorprendenti analogie.

Ne consegue un’impurità stilistica per contaminazione: nelle varianze del ritmo, nell’eccedenza simbolica, nella conflittualità emotiva fra libertà della parola e disinganni della realtà l’Autore, inseguendo l’indicibile, elabora la scena della propria interiorità, mobilita passioni che sono, di volta in volta, fungibili e revocabili,

insinua il suo modo di porre le grandi domande. E, affinché quelle domande non tacciano, egli non dà risposte: perché non c’è risposta. Non consola, dunque, né aiuta, ma libera la contraddizione e il represso per recuperarli contemporaneamente all’intensificazione e all’indeterminatezza.

Libro, questo, che, investendo il pathos e sfiorando la patologia dell’eccesso, si dimostra necessitato: alta è la sua significazione che rinnega e ripudia, evidentemente, malintese casualità di ispirazione e affida le sue risultanze all’assiduo, paziente lavoro di cesello che l’Autore ha saputo dedicare ai singoli testi, a ciascuna parola di ogni testo, tanto che ogni lemma, ogni composizione si attesta necessaria e insostituibile.

Giuseppe Addamo.

Giovani Prospettive. Omaggio di parole ad Emanuela Cau


Cau

Emanuela Cau, artista dalle mille sfaccettature apre le porte della sua abitazione a Quartu per la sua prima intervista video e si racconta. Definirla “fotografa” è riduttivo: ha studiato tecniche di scrittura e regia cinematografica, realizzato cortometraggi, video teatrali e musicali. Le sue foto sono autoritratti, sembrano quadri.

***

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Emanuela Emanuele Emanuela . di Alessandro Bertacco

Cosa è la vita, se non fossimo qui a cercarsi
E
io pago le rate tu paghi le rate noi paghiamo le rate
O
Finiamo tutti nei campi,
tu hai rubato altre anime diverse dalle mie
A sentirsi sciogliersi le dita su qualcosa di troppo astratto
A
vedere troppo grano del mondo andato, dico andato
A fare le ballerine impotenti
N
.finimmo tutte le bocche e le vocali
e ci trovammo a leccare l’arcobaleno

*

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O mar é mundo que te habita, ondas de revelação lavam-me a alma. Uma avalanche de emoções, banhadas com a espuma de uma história construída pelos silêncios – tão intensos como tu. E regas-me com o perfume de um entardecer dos sonhos de viver, num grito ávido de ser. Envolta num mistério de véus (re)inventas-te a cada momento, para me contares o segredo que transparece – em gotas de criação. Sinto-as correr os meus olhos. Abro o coração para as metáforas que agarras a tudo o que fazes teu. Sabes que cada concha pode adornar os meus cabelos, enquanto sorrio os teus receios e estendo os braços para os amar. Sim. Eu amo de olhos fechados. Respirei a brisa que me sussurrou o enigma do que apenas se pode sentir – sem recear. E fazes-me forte quando acarinho o teu sorriso desenhado pela areia que beija os teus pés, em noites de luar – tu és o verbo criar.

Claudia Ferreira

*

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Tra le tue gambe
onde silenziose
la mia nave.
Trascinati da una fermezza
surreale,
siamo il volto dei bimbi
nascosti:
tra le velature
tra le trame
tra i vorrei.
Siamo lo scrigno di ogni cuore,
di ogni maledetto cuore
che trema, come pirati che cercano il proprio volto
da chiamare tesoro
ed io, capitano di questa nave fantasma
senza equipaggio,
protettrice di cuori tremanti e muti.
Che lo sappiamo…
il gioco è la nostra cura,
ed ogni nostra azione
il nostro destino,
e m’accompagni in questa
surreale bonaccia verso
un volto celato,
che chissà,
potrò un giorno chiamare tesoro.

Di Anrose Thotas

*

Autoportrait di Emanuela Cau

IL NIDO di Laura Pezzola

“[…] perché allora l’enigma/ se io come te
sono vento e polvere?” (Adonis)

Seguivo la treccia dei capelli

il respiro si placava tra la folla
e nella mano che stringevo
crescevano gli anni

tu eri il nido – io l’ implume
dal becco spalancato

– le ali spunteranno – mi dicevi

così a volte
sono piuma contro il vento
e navigo – l’utero fecondo
delle stelle.

*

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I miei mari interiori s’aprono e si chiudono con spasmi di mente innamorata gridano sas janas golpeando con lunghissimi capelli onde sepolte nei millenni undae nigrae quae volitantes furentes su sé stesse s’abbattono nigredo d’opra che si cerca e si vuole luce senza chiarìa parola senza suono la morte collassa nella nascita e la nascita nella morte il mio mare nero splende di buio chiama il mio nome ch’è l’invisibile impronunciabile – ma che è.

Di Antonio Devicienti

*

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altrove di Rosaria Iuliucci

a volte credo / a volte
che questa voce che mi chiama possa essere vera
che possa nascere dalle viscere di un’esistenza accaduta
e portarmi con essa con la testa sott’aria
in quel posto dove .il. tutto può accadere
e posso accadere anche io
leggera / come una lacrima incosciente sul volto
ed essere dolce / come un ultimo bacio
o come il tratto rugoso dimenticato dal tempo
nascosto dalle carezze / dove non si è osato più amare

a volte credo /
a volte ci credo anche io che un’altro .luogo. possa venirmi a prendere
chiudendomi gli occhi e tenendomi l’anima ferma e pronta [ all’impatto ]

*

Insicuri – indecisi
nei colori sfumati
assorti in una macchia
tra pensieri irrisolti

lacerando lo spazio
vomitiamo meteore
di luce in volo
ansiosamente celeri

imprecisa la rotta
si dissolve smaniosa
di rivelarsi cenere
di fuochi evanescenti

di Guido Mura

*

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Nuova Luna di Rosaria Iuliucci

potrei cambiar tempo
e mutare d’essenza illuminata
nel percorso di luna
che sul mio corpo in fuga si cela
come un verbo amabile e desiderato
comprese le memorie legate
spogliate finemente
di un inizio che gela e salda
come solo il caso del tuo ritorno sa fare
ed il riso distratto del tuo vantarmi
sa dire

potrei mutare di tempo irriverente
e nel tornare al passato giacere
e plasmare il mio dolore
che ti fa scultore
della sua amata pietra
affine alla sembianza
come impronta di neve
etereo avverarsi d’illuso
che non sempre vota allo svolgersi
dell’esser poi di carne
o di quel che si è

*

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Eri brava a fare poesia
un talento indifeso
ti bastava guardarmi
dove non ero, confondermi
con i tuoi desideri, mentre
contavo mosche sui vetri.
Eri brava ma non eri tu
nemmeno noi ora si può
comprendere il significato
di questi abbandonati versi
come a vegliare un morto
autenticare una firma falsa.
Eri brava e forse ora
sei ancora meglio di
ciò che sei. Nei tuoi occhi
nuovi progetti di schiene
diritte e un dolore che non si
spezza, declive allo specchio.

Di Luca Gamberini

*

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Cercavo di riprendere il senso di me
Senza te
Senza te che sei diventato altro
Lasciandomi qua
Separata e mancante
E ho aperto me stessa
per poterti riconoscere
Nella nuova forma
E poterti raccontare dell’amore e dei mondi
che sempre riempirai

Di Rossana Corti

*

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L’art révèle, célèbre ou consacre l’image du corps que chaque civilisation invente. Ou plutôt, l’image du corps ne s’invente pas : elle jaillit, elle se détache comme un fruit ou un fils du corps du monde. L’image du corps est le double de celle du cosmos, la réponse humaine à l’archétype universel non humain. Chaque civilisation a vu le corps d’une façon distincte parce que chacune avait une vision différente du monde. Corps et monde se caressent ou se déchirent, se reflètent ou se nient , Les photos d’Emanuela Cau sorient a ce monde a cet autre monde , , merci a elle de nous transporter dans son univers , Déesse des Méditerranéens des temps modernes …

L’arte rivela, celebra o consacra l’immagine del corpo che ogni civiltà inventa. O meglio, l’immagine del corpo non si inventa: scaturisce, si prende come un frutto o un figlio del corpo del mondo. L’immagine del corpo è il doppio di quella del cosmo, la risposta umana all’archetipo universale non umano. Ogni civiltà ha visto il corpo in un modo diverso perché ognuno aveva una visione diversa del mondo. Corpo e Mondo si accarezzano o si strappano , si riflettono o si negano . le immagini di Emanuela Cau sorridono a questo mondo, grazie a lei per trasportarci nel suo universo, Dea del Mediterraneo dei tempi moderni …
Di Vincent Kristou

*

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regna rossa la luna e la carne
semina addosso fantasmi
e scorre cambiando pareti
fessure liquide indimenticate

[mentre desidero questo letto
con la sagoma che respira
ancora
i nostri nomi
convessi]

di Antonella Taravella

*

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Te lo dirò come lo sento, anche se l’istante e me stessa faccio fatica a recuperarmi in così poco tempo, sento silenzio, muto silenzio, labbra cucite di rosso e nero che ti circonda ti abbraccia – rami nodi fili nei tuoi capelli fino a disegnare la tela dove ti immagini e vivi di colori e nodi
dove cuci legami di seta, muta. Legami.

di Michela Gorini

Poesie di Marco Stefano Boietti (a cura di Emilia Barbato)


“Regno di luce
disponi i fili dell’oblio”
le mie mani
hanno per compagno
solo
il cuore incerto

l’ombra si allunga
e contempla cose passate
presagio di morte
di eternità.

**

Foglie volano nell’aria
lucide di miele,
la luna si tinge di eterno
attendo la luce
che sei
le tue mani
annunceranno
il soffio del desiderio.

**

Nel tempo
del breve sogno
un cielo straniero
turba gli specchi.

Si frantuma il mare.

Le stelle scoprono bolle
di fantasia.

**

Ho scambiato un sogno
per miracolo
fiori sbocciano nell’aria
l’aria sboccia nel fiore

e il vento nomade
si spinge
tra le radici che abbracciano
templi carichi di liane e storia.

**

Mi intrattengo
nella città
del tuo corpo
tra bianchi campanili
e guglie ricamate

poi l’abbraccio
che divora.

Siamo rami intrecciati.

**

Mi trattenevano lungo
il fiume le ombre
volevo scalare la luna
e tornare bambino.

La luce mi chiamava
io
avevo già aperto le braccia.

**

Mutano i colori dell’acqua
non la luce della candela
per il silenzio ammaestrato,
stenditi come il foglio
scriverò chi sei
dove ti condurrò
domani.
Dimmi il tuo nome
il mondo sta scomparendo.

*

Sette poesie di Marco Boietti

da Paso Doble, edito da Blu di Prussia, 2016.

***

Marco Stefano Boietti è nato e vive a Milano. Dalla passione per la musica sono nate molte delle emozioni trasfuse nelle sue liriche, riportate anche da varie antologie.
Dall’incontro con Danilo Boietti (1932-2016), pittore affermato in Italia e all’estero, derivano una stretta collaborazione artistica e una consolidata amicizia. In molti dei libri di Marco, le pagine sono intercalate dai dipinti del Maestro.
La sua bibliografia comprende le raccolte Moti e maree (Albatros, 2008), Kismet (Altro Mondo, 2009), Amaranta (Altro Mondo, 2010), Dalibor (Il Grappolo, 2011; 6.25 un conflitto dimenticato, (Blu di Prussia, 2012) Loro (Blu di Prussia, 2013), Hypothesis (Blu di Prussia, 2013), La coda del pavone (L’arcolaio, 2014), Cigni di Giada, (L’arcolaio, 2014), Il gioco delle parole (Giuliano Ladolfi, 2015), Oltre le isole felici (Vitale, 2015), Oxana (Giuliano Ladolfi, 2015), Un uomo qualunque (Blu di Prussa, 2016, Meta (Blu di Prussia, 2016, menzione al Premio Lorenzo Montano, 29ª edizione, Paso Doble (Blu di Prussia, 2016). Con Polistampa ha pubblicato le sillogi Il sole velato, cui è stata riconosciuta la menzione alla 30ª edizione del Premio Lorenzo Montano, e La voce arcana, uscite entrambe nel 2017.

Simone Cattaneo, la poesia dei giudizi sospesi ovvero di come addomesticare l’Idra


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Questa è una poesia anti-sperimentale, necessaria e profetica… i toni caustici dell’autore rivelano un tormento, il dramma “dell’abitare il corpo”. Per Simone Cattaneo la bellezza si declina in una folgore, nel prodigio che sospende, ma non salva. Lo stupore di certe figure celesti addomestica l’Idra-vita ma non lo decapita, fungendo dunque da contraltare all’orrore dell’essere umano, alla recessione spontanea delle stagioni, degli “adorati ascoltati meno”. Fossero i benvenuti loro, scriveva Bellezza.  Ecco il canto dimenticato dei reietti, la subornazione di un testimone ostile. Buona lettura.

Giovanni Ibello

Da Nome e soprannome

Me ne stavo sdraiato sul pavimento del bagno
a cantare l’unica canzone in inglese
che conosco e a sputare cercando di colpire
un piccolo ragno sul muro,
quando la forma indecisa del mio braccio mi è parsa
simile alla bacchetta di un rabdomante che si piega
in prossimità di una qualsiasi sorgente d’acqua ormai prosciugata,
e allora ho deciso che non sarei morto soffocato dalle parole
che incendiano la giornata e ci frustano il viso senza motivo
avrei bene o male tirato a campare ancora per un po’,
il tempo necessario per non regalare
tutti i fiori di legno che offuscano la mia casa
a donne amate da anni e non incontrate mai.

***

Scarpe, lattine, una porta blindata e
delle posate si muovono nei campi
di grano a sud di Solaro
scintillanti carte da gioco nuove.
Non c’è bisogno di nessun sacrificio,
la memoria del sangue qui non cicatrizza
alcuna ferita.

***

Non venirmi a parlare d’amore né di lavoro
non so nemmeno paragonarti al vento
figurati se mi può succedere qualcosa,
potrei svegliarmi di soprassalto dal rumore
del vetro sbriciolato e trovarmi riempito
di cinghiate chiuso nel baule della tua Alfa,
sarebbe un sogno, sbiadire piano nella mattina
in un lampo liquido di metallo.

 

Da Made in Italy

***

Si è buttato sotto la metropolitana di Milano
linea rossa, fermata Cairoli. Ha urlato che il cielo
aveva bisogno di un’iniezione di rosa, lui di un lavoro e
che la Madonna si era scordata di aiutarlo.
Quand’ero ragazzino pregavo la Madonna che si occupasse
di quei porci che mi bucavano le gomme della bicicletta
ma visto che non smettevano ho preferito affidarmi
ai puntati della ‘ndrangheta. Anche loro in fondo
pregano la Madonna.

***

La cagna ha cambiato canile, mia moglie ha cambiato marito.
Così una sera di novembre, il mio amico Pino mi ha descritto
la sua vita sentimentale sdraiato sulla poltrona di plastica verde
della mia cucina. Poi ha spento la lampada al magnesio
macchiata dalle mosche, mi ha chiesto come stavo e
senza aggiungere altro se ne è andato.
E’ rincasato camminando sulla striscia a linea continua
della provinciale sperando che la notte si potesse tagliare.

***

 

Appena terminato di servire pasti caldi giù all’ospizio
mi infilo un cappello di carta con le orecchie foderate di pecora e
mi imbuco nel solito bar ad osservare fumi grassi attraversare
le finestre a forma di rombo e i feti sottoaceto nei vetri.
Tre Negroni e due Campari e poi di corsa fin dietro il vecchio ufficio postale
dove ormai solo cinesi e egiziani giocano a dadi
sperando di centrare un doppio sei che mi permetta di comprare
ogni alone di sole
e qualsiasi milligrammo di colore.

 

Simone Cattaneo

Poesie di Fabio Strinati


PERIODO DI TRANSIZIONE

GROVIGLIO

Salvadanaio mentale sprofonda nel disordine
coi fumi forestieri,

cicalini vibratori e megafoni interni
che ignorano la mantide
attanagliata nelle vene tormentose.

Clemenza che sbircia oltre uno sgretolato muro,

e nessuno che sparla per sprechi d’anime
nei metalli al cuoio,
di annunci lontani dipanati durante tempi
per le salite esposte.

**
PRELUDIO

La voce arranca, arretra tardiva al tramonto
crepa e sospira,

consuma un tempo nell’ambiguo vuoto circostante,

mentre scompare il vento che lì finisce e straripa.

**
DEPRESSIONE

Privo di me stesso striscio, crepo mi spello
nell’indebolimento di un contorno vago e circonciso,

Come nella lente spessa che trapassa
un solo presente temporaneo e luoghi

malmenati che fingono,

anch’essi scorticati dal tempo opaco
che fulmina istanti piegati da ipocrite sequenze
transitorie.

**
VUOTO

Ho in prestito illusori letarghi d’animale
come invisibili le tane patite e noi, frasche

abbandonate all’interno di un vuoto assonnato.

**
SVUOTARSI

Ho la morte nel suo turno che snatura
i fossi carichi di foglie sfuggite ai venti
lasciate marcire dagli alberi ricurvi,

fotografie di attimi in scatole
gonfie di stagioni anormali,

vesciche ai piedi delle bestie mature
in un folto brulicare di urli
oltre staccionate riempite di fori
che trafiggono il mio stesso sguardo vuoto,

e la morte, che si spoglia della vita
curvata verso buche denutrite
in stati confusamente terminali.

**
ANGOSCE

L’anima che invecchia tra gli alberi
dove un legno secco marcisce
è preda del suo spreco inciso
sulla pelle fustigata, estenua del presente,

scende sconosciuta fuliggine
che piano si nasconde.

**
DENTRO

Scruto nel sacco dei miei ricordi come bocche
di spartiti, foschie,

montano a quadrati illogici pensieri
che mi contengono fin dal principio…

dentro un tempo provvisorio, vivo
un’esistenza scellerata
come di un profilo secolare che annaspa
in acque torbide e smania,

passaporti sui marciapiedi di una volta.

**
DENTRO UN VECCHIO MURO

Dentro un vecchio muro crepato e tinto
che soffre, adolescenza intaccata
in vortici di rogne,

e in eterno, nel sonno le maschere avvolte
dove nascono le cimici uguali

e le cantilene, gli indefiniti aliti e sepolti
sotto occhiaie di pensieri e patimenti
e i timori pesti mai andati,

e in eterno, in graffi sospesi nell’aria
come suoni in una scomoda mente.

**
FREQUENTAZIONI

Alberi vessati sciolti nel vento,

udito una svista fragile, sferzata
una pagina di carta scolorita
senza dipartita nei ghetti osannati,
e frasi di piaghe e di batteri
verso una deriva sommersa
da fatti, misfatti triturati
in spesse vicissitudini incompiute,

alberi chiusi, riposti nella stiva.

**
STO PER…

Spoglio come un albero, al vento,
mi estendo ( vago, m’arrendo )
e mi brinerò al canto di quest’ora:

a poco a poco……

**
SUONO CRUDO

Suono crudo assennato dentro il suo dentro,
di fanghiglia, nel rettangolo

supersitite precario,

è un suono graffiato in un istante rudimentale
che scivola turchino
nelle coincidenze di una trappola mortale,

anime ingombrate nell’intasamento
di un dovunque aggrappato,
e le innaturali fisime, le porte socchiuse
in quel loro dentro futile e meschino,

come un suono rinchiuso in una teca
dove matematica e spine
si sbracano ammiccando pose di catarsi!

**
ABBANDONATO

Non solo mi chino su questa terra di fango marrone
e mi piego scacciando le ferrose catene
in un nevrotico abbandono,

che la sorte ormai guastata
nella sua biada di morte camuffata, travestita
da una sagoma di vita slavata e lunatica,

mi rende uno specchio d’inverno opaco,
e steso nel vuoto nell’incertezza
siderale che tanto mi somiglia,
ecco che mi spengo
in uno stordimento contrariato.

**
SUONI

I suoni si spargono tra passato e presente, impiccati
nelle regioni nere e appartengono,
ai fili clandestini che come reclute tormentate
in questo smorto attimo d’impazienza
emulano empi, sgorgano nell’impazzimento
di un’apparizione usata,

irrisi suoni che svolazzano nell’aria.

**
MI VEDO OLTRE

Mi vedo oltre quei monti
e mi vedo, dentro
l’acqua la mia foto ed oltre…

che mi spia persino la rondine,
la tua mano insorge,

e gli orizzonti
sopra il monte la sua purità.

**
SE FOSSI MORTO PRIMA

Se fossi morto prima…

la chiazza del mio essere uomo di miscugli e di fiori

appassiti, mi ha condotto a voi col capo chino e remissivo,

il volto stanco e pieno di rughe e il mio cuore in trappola

dei suoi stessi sentimenti di stampigliatura;

ora, cerco solo di accoppare il mio tempo già finito,

e di bermi un goccio forte, in un’osteria dell’angolo.

**
È LA PARTENZA

Un letto è lento fermo statico immobile
e giace…

nel suo letto pulito,
nel suo immobilismo, e la carta è bianca
e lenta e lenta, cade,

la foglia da un albero
di alberi e smisuratamente le stagioni.

**
LUNGO ADDIO

Un lungo addio è
oltre le montagne figlie della vecchiaia e del tempo,
consumato dal suo stesso addio,
con gli occhi dell’anima,
dentro il cerchio immobile di un lago colorato di grigio,
disegnato dentro,
che già si dona esanime
alle troppe sofferenze che soffiano nel vento
tra le anime tremolanti, in un profondo
infinitamente finito!

**
OBLIO

È un buco nero che mi trapassa mi travolge
nel punto del quaderno
e giova al fiore colto e còlto
in esubero su quel pezzetto di terra, a forma di carta.

È un buco: che sposta e fermo,
l’aria nel suo imbuto scuro,

nel suo tubo ch’è mattonella e catrame
nel suo perdutamente ignoto.

**
INTERROGATIVO

Quando ho paura del domani, mi aggrappo
alle tante foto appese al muro nella mia stanza:
tengo stretto il mio cuscino,
come l’amore è quell’equilibrio che tutto
scompone e ricompone,
come una foto di famiglia che raggruppa
l’unica foto di un istante, di un’eternità infinita.

**
IO

Il riflesso del mio io nascosto è celato, come sottovuoto,
il suo sonno addormentato
e la mia voce di primavera che segna e risveglia
il mio luogo, molteplice tragitto,

mi riduce ad uno specchio
che brilla la sua matura ombra
che viene oppressa
per due soldi di letame,
la mia mano, che scrive sopra un foglio bianco
la sua firma di fanciullo,

nel riflesso del mio io
come un orsacchiotto screpolato lasciato
ad ammezzire in tardo autunno,
lungo un tragitto liquoroso all’intercalare delle luci,
il buio nel mio cuore, e una caverna soltanto.

**
ANIMA

La morte ha un odore di selvatico
più delle lacrime cadute a terra prematuramente,
seminate di speranza e di sorgenti
con accanto le mostrine incanutite di poveri soldati
caduti in guerra e mai risorti,

come
la morte, lei penetra porta scompiglio
e in novembre, solo un vago ricordo di quell’anima
vagante che ha vagato stanca per i campi spenti.

**
DENTRO LA MIA ANIMA

Dentro il mio io interiore, a volte triste e in solitudine…

ho l’anima che cerca il romanzo della vita
per non morire giovane su questa terra affaticata,

…solcare il mare
lasciandosi alle spalle un lacrimoso tramonto,
che sappia rinverdire l’anima mia di gioia e di speranza!

I miei occhi osservano la primavera: stagione che penetra
con eleganza, come ogni mattina
quando penso alla preziosità della vita…

la più bella scoperta,
l’avventura in un lungomare di conquista!

**
IO E IO

Credo che la vita sia il mio principale aguzzino,

e quando ci sono quelle giornate umide
e le mosche bidonate nella lordura del momento,
mi ritiro nel mio bureau di taccuini,
guardo il cielo e mi rivedo spiaccicato
su quelle lente nuvole stracolme d’acqua,
in quei giorni stringati di dicembre
e i cortili imbiancati come lenzuoli d’avi e di morte!

**
ATTESE

Inseguire con gli occhi una linea esile e sottile,

come una traiettoria in metamorfosi,
che piano spira nel suo lasso di polvere e di sepolcri.

Gettare un’occhiatina oltre quel sipario rinserrato,
oltre un avvenire errante e impantanato
nel suo dovere ma nel dubbio
che una lancetta d’orologio
sia bloccata nel suo dilemma muscoloso,
nel frattempo, emergono speranze e gravose attese.

**
SCARABOCCHIO

Rinchiuso tra le pareti in una stanza chiusa e piena
di polvere di acari pusillanimi,

a sorbettare i versi e le rime…

scombussolato nella mia lingua romanza che si fracassa
di vocali urlanti e limacciose per un delirio di parti e controparti,

a cinguettare la seta delle tele negli angoli rimasti…

adirato da impulsi e nutrimenti che mi arrovellano la mente
più di un passo storpio di un foglio sulla rima.

**
DEPRESSIONE MIA

La salute mia è un ramo d’albero appeso al vento di dicembre
tra rimpianti che la vita ormai andata
brulicano e mantengono,

strane sensazioni a volte, piluccano il tuo essere vinto
e sconfitto, come un uomo poco attratto dalla libertà
che si accendono e si spengono
oltre un confine immaginario animato
dai ricordi fievoli di un’infanzia in agrodolce,
come l’ultima parola che senza fiato
si scarica di rabbia per ferire la tua morte prematura.

**
LA MACCHIA

Come si dissolvono le nostre polveri nell’incertezza
della vita, o della morte che penetra che arriva
e alimenta altra morte, che impregna
la nostra vita che finalmente, al tocco della falce si svela.

Il tempo è in movimento e lontano;
e la solitudine serpeggia senza catene di ferro
durante i nostri momenti vuoti,
e quando un po’d’ombra arriva a noi come
una macchia di petrolio su questa lavagna di vita,
il nostro vivere diventa fievole,
la nostra anima sbiadita.

**
TESTIMONE

È nella fessura che porgo l’occhio mio,

la mia perla di lingua tutt’intorno affonda,

sibili e cicalini,
nel suo rattoppo d’origine,

d’occhiatine vispe nella vispezza
che tanto arretra

e d’avanti punta indietreggia,
si stagna il gesto, come sangue rappreso

la sua macchiolina annichilita.

**
IL COLPO

Schizzano sul muro sudato le imperfezioni
d’una vita vissuta sguaiata

come ritratti che furuno sepolti
verso una sera incastonata tra le spine,

dubbi in crepe di polvere, graticole
interrotte nel calore inaffidabile

che lentamente strappa la sua carne al vento,
come dalla memoria d’un proiettile
sempre in eterno si scava.

**
DI COLPO

La mia gola asciutta in un rogo di sibili
come punita dagli eventi nati e scomparsi
negli adagi attimi rimescolati,

granelli di buio come ragnatele disperse
in un vecchio cerchio di plastica
assediato da rette immaginarie, matite
di cerume come travi di feritoie invano

***

Fabio Strinati ( poeta, scrittore, aforistapianista e compositore ) nasce a San Severino Marche il 19/01/1983 e vive ad Esanatoglia, un paesino della provincia di Macerata nelle Marche. Molto importante per la sua formazione, l’incontro con il pianista Fabrizio Ottaviucci. Ottaviucci è conosciuto soprattutto per la sua attività di interprete della musica contemporanea, per le sue prestigiose e durature collaborazioni con maestri del calibro di Markus Stockhausen e Stefano Scodanibbio, per le sue interpretazioni di Scelsi, Stockhausen, Cage, Riley e molti altri ancora.Partecipa a diverse edizioni di “Itinerari D’Ascolto”, manifestazione di musica contemporanea organizzata da Fabrizio Ottaviucci, come interprete e compositore, e prende parte a numerosi festival e manifestazioni musicali.
Fabio Strinati inizia nel 2014a dedicarsi anche alla scrittura, e in maniera continuativa.Nell’ottobre del 2014 pubblica il suo primo libro di poesie dal titolo ” Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo”. Raccolta di poesie pubblicata con la Casa Editrice ed Associazione Culturale Il Foglio Letterario, che ha, come suo direttore, lo scrittore italiano Gordiano Lupi. Il libro è stato interpretato dall’attrice Maria Rosaria Omaggio in uno spettacolo al Teatro Lo Spazio di Roma nell’agosto del 2015.
Nel mese di novembre del 2015, esce il suo secondo libro di poesia, dal titolo “ Un’allodola ai bordi del pozzo” pubblicato sempre con Il Foglio Letterario. Il libro si è aggiudicato alcuni premi nazionali ed internazionali, come ad esempio: 2° classificato al Premio Nazionale Scriviamo Insieme. Finalista al Premio Artistico Internazionale Michelangelo Buonarroti.
Nel novembre del 2016 esce il suo terzo libro, “Dal proprio nido alla vita”. Un poemetto ispirato a un romanzo di Gordiano Lupi, “Miracolo a Piombino”, presentato anche al Premio Strega.
Strinati è presente in diverse riviste ed antologie letterarie. Da ricordare Il Segnale, rivista letteraria fondata a Milano dal poeta Lelio Scanavini.
Inoltre si è aggiudicato anche diversi Premi. Da ricordare : 1° classificato al 23° Concorso artistico Internazionale Caro Amico Rom. Prestigioso concorso organizzato da Santino Spinelli ( Musicista, compositore e insegnante italiano )
Premio Gruppo Euromobil Undier 30 per la poesia, in occasione della manifestazione poetica FluSSiDiverSi. In questa occasione Strinati viene a contatto con grandi nomi della poesia sia italiani che stranieri. Da ricordare: Flavio Ermini, Fabio Franzin, Rosana Crispim Da Costa, Paul Polansky e soprattutto Ljerka Car Matutinovic, poetessa, scrittrice e traduttrice croata che tradurrà nella sua lingua alcune poesie del primo libro di Fabio Strinati “ Pensieri nello scrigno. Nelle spighe di grano è il ritmo.
1° classificato al Premio Nazionale Sorella Africa.
Vince il Poetry Slam di Poeti di Periferie ad Ischitelle Nel Gargano, manifestazione poetica e culturale fondata ed organizzata da Vincenzo Luciani e Manuel Choen.

Nel 2017 pubblica con Il Foglio Letterario il suo quarto libro dal titolo Al di sopra di un uomo.